Il Principe Azzurro / I diritti civili e la rivoluzione dell'amore

di Giuliano Gasparotti - Sarà stato il buon vino bianco, le luci rosse dell'albero di Natale, i discorsi, i sorrisi, le strette di mano, le candele accese in vasi di cristallo oppure i cioccolatini al doppio latte con una goccia di liquore, di una bella festa trascorsa in una mite serata di luna piena a Roma. Così passeggiare dopo un simile e piacevole frastuono tra le belle strade di Prati, tra “le vie dei professionisti romani”, come sono state definite, e respirare quell'aria pungente di un mite dicembre, aiuta a riflettere, a mettere in fila argomenti e pensieri. Si è parlato e si parla spesso di amore. A sproposito, il più delle volte. Magari per cantarne la bellezza ma anche la superficialità. “Complimenti per il tuo impegno politico. Io non ci credo più. Non so come tu faccia ma vai avanti”: quante decine di volte rimbomba questa frase nelle pieghe della memoria.

Certo dopo un ritardo di trent'anni non è semplice avere fiducia nelle istituzioni, specie se pensiamo agli scandali, alle promesse mancate, con la crisi economica che ha ridotto, come affermato dal Presidente di Confindustria Squinzi, il Paese in condizioni postbelliche, con oltre il 40% di giovani senza lavoro, crollo di consumi ed investimenti ed il raddoppio del numero dei poveri. Con i diritti civili non ci si riempie la pancia, perché non si mangiano, rimproverano in molti. Falso. Sia perché allargare i diritti, come noto, non toglie niente a nessuno, sia perché creare una società aperta porta ricchezza anche a chi è oggi in difficoltà. Essere una società competitiva interessa tutti perché tutti spingono verso una crescita che non può essere economica senza che sia anche civile.

Quando abbiamo lavorato per proporre le Civil Partnership, le unioni civili, abbiamo solo pensato a fare una piccola grande rivoluzione che è giuridica, sociale e culturale insieme: dare valore all'amore che lega due persone attribuendo stessi diritti e doveri di qualsiasi altra coppia. Certo anche i diretti interessati debbono dare prova di maturità, iniziando a cambiare e fuggendo dal “tutto e subito” che ha bloccato qualsiasi processo di riforme. A cominciare da un mondo dell'associazionismo ancora fermo su posizioni di bandiere logorate dai tempi. Nel Paese degli improvvisati opinionisti, invece, sono passate solo poche ore dall'ennesima lite su twitter, durante la quale il solito autoproclamatosi giudice salito sul piedistallo morale ha sentenziato: troppo moderatismo, non bisogna ascoltare le ragioni dei nemici. Salvo poi dopo poche ore cambiare idea, terminato il momento degli insulti, e riconoscere che “importanti cambiamenti potrebbero nascere dalla legge sulle Civil Partnership”. Patetico massimalismo.

Chiedere tutto quando non si ha nulla equivale grosso modo a quei politici che non fanno altro che promettere sapendo che non riusciranno mai a mantenere le promesse fatte. E' efficace, magari  si fa  carriera perché strappa applausi facili solleticando le frustrazioni di chi attende da una vita intera di esistere (giuridicamente). La condanna per quelle stesse speranze ad essere relegate nel cantuccio del mondo ideale. Poco concreto. Il linguaggio della verità non è semplice: è duro, crudo ma è l'unico che fa affrontare di petto la realtà. Pian piano le cose cambiano, non possono rimanere sempre le stesse, anche se siamo in Italia. Basta avere ben chiaro che occorre fiducia per conquistarci centimetro dopo centimetro quello spazio necessario per dare valore civile a quel sentimento così comune che porta due persone a tenersi per mano per una vita. Progettando insieme il proprio futuro, senza averne più paura.

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