"Le nostre pensioni? Le pagano i migranti". Parla il sociologo Ciniero


di FRANCESCO GRECO - La piccola Giordania ospita circa 600mila profughi, il Libano smart oltre un milione (uno ogni 183 abitanti). Noi europei ci sentiamo “invasi” per poco meno di 200mila, parliamo di “esodo” e siamo andati in tilt con leggi confuse, come il nostro immaginario. Consentendo a populisti e sovranisti di agitare spettri e prendere consensi spacciando i migranti per il “male”. L’Europa degli egoismi, dei muri: un pianto.

E’ una narrazione intellettualmente disonesta, che oggettivamente spinge i popoli dell’UE a rifiutare il confronto col fenomeno, che non sappiamo o vogliamo gestire? Lo chiediamo al prof. Antonio Ciniero (brindisino di Ceglie Messapica), sociologo delle migrazioni (materia che insegna all’Unisalento) e ricercatore presso l’ISTAT.

RISPOSTA: “L’Europa, nel suo complesso, oggi tenta di continuare a dare la stessa risposta che ha dato negli ultimi trent’anni, quella che ha portato diversi autori a definire l’Unione Europea come una fortezza, sempre più permeabile per i movimenti delle merci e dei capitali, ma sempre più inespugnabile per le persone, uomini e donne in fuga dalla guerra o, comunque, alla ricerca di migliori condizioni di vita, esattamente come lo erano cinquant’anni fa gli emigranti italiani, o come in parte continuano ad esserlo oggi: in questi anni, infatti, il flusso di emigrazione di italiani verso l’estero, sebbene se ne parli poco, è continuato a crescere…
Tornando alla gestione europea dei flussi migratori odierni, è lapalissiano che l’arrivo di 12 mila persone non può essere considerata un’emergenza, né tantomeno può essere trattato come un evento inatteso in un periodo in cui le condizioni meteorologiche facilitano, per quello che è possibile, la possibilità della traversata in mare.
Entro fine anno, gli arrivi via mare in Italia saranno circa 200 mila, al netto delle persone che purtroppo continueranno a morire (l’anno scorso gli arrivi sono stati circa 180 mila).
La previsione dell’arrivo di circa 200 mila persone non esce da qualche speciale cilindro, è semplicemente la capacità che riesce a garantire il sistema dei viaggi irregolari sui barconi così come oggi è configurato dalle leggi che regolano le modalità di ingresso sul territorio europeo e italiano.
In letteratura queste cose sono note e non da oggi. Se quindi si preferisce adottare un approccio emergenziale che crea tensioni e paura tra i cittadini europei, che sospende i diritti umani fondamentali, che drena risorse economiche in direzione di un’accoglienza straordinaria, anziché attrezzarsi con sistemi efficaci per garantire accoglienza e inclusione, è evidentemente una precisa strategia politica. Forse utile a raccogliere qualche voto dall’elettorato sempre più impaurito e spiazzato dalla crisi economica e sociale che stiamo vivendo, ma del tutto inutile ed inefficace sul piano degli interventi per gestire il fenomeno migratorio”.

D. Altra leggenda metropolitana agitata da Salvini e i suoi simili: ci tolgono il lavoro, ma se proprio il loro lavoro immette liquidità nel sistema pensionistico, e così anche i nostri anziani possono tirare a campare, a godersi la vecchiaia, magari fuori dal Belpaese…
R. “Non solo il malandato sistema pensionistico italiano si regge sempre di più sui contributi versati dai lavoratori migranti presenti in Italia - è bene ricordare che sono oltre 5 milioni i cittadini stranieri e tra questi, sono quasi 4 milioni i lavoratori -  ma è anche vero che tutti gli ingressi di questi anni, quelli che fanno gridare all’emergenza, sono assai inferiori numericamente agli ingressi previsti dai decreti flussi che fino al 2011 sono stati emanati in Italia.
Inoltre, la gran parte di chi oggi arriva qui, in realtà, vorrebbe andare altrove, raggiungere parenti e conoscenti residenti in altri paesi europei, ma in virtù del trattato di Dublino sono costretti a fermarsi in Italia”.

D. Il trattato di Dublino è quindi una trappola? 
R. “Certo, per i migranti è una trappola; la maggior parte dei progetti migratori frana proprio per colpa del trattato di Dublino visto che impedisce ai singoli di raggiungere il posto in cui vogliono andare e dove molto spesso avrebbero anche un lavoro ad aspettarli (questo è quello che ci dicono i dati e le ricerche degli ultimi 5 anni).
Per i paesi dell’Europa centro settentrionale invece il trattato di Dublino è un modo per scaricare gli oneri della prima accoglienza sui paesi dell’Europa mediterranea, che sono, tra l’altro, quelli maggiormente colpiti dalla crisi economica”.

Il sociologo Antonio Ciniero
D. La Svezia riesce ad accogliere e integrare i migranti: merito della sue normative avanzate, tanto da riconoscere il degrado ambientale come un giusto motivo per lasciare i paesi d’origine? 
R. “In parte, ma in parte soprattutto perché la Svezia ha un avanzatissimo sistema di welfare, che, nonostante i tagli degli ultimi anni, continua a garantire l’accesso a diritti e servizi, a differenza di quanto avviene nella stragrande maggioranza dei paesi dell’Europa mediterranea”.

D. I migranti scappano per motivi politici ma anche degrado del loro habitat, a cui noi occidentali non siamo estranei… 
R. “Sì, le motivazioni ambientali hanno un grande peso nelle dinamiche migratorie e continueranno ad averlo, soprattutto nel futuro prossimo. Processi di desertificazione, erosione delle coste, inquinamento delle falde freatiche sono tutte motivazioni che, sempre più spesso, e sempre più in correlazione ad altre motivazioni per così dire classiche (economiche e politiche) concorrono a determinare le condizioni della scelta migratoria”.

D. Com’è che non sappiamo  gestire il fenomeno fra fughe, ipocrisie, accoglienze interessate e razzismi? Eppure non siamo l’Europa dei popoli e dei diritti?
R. “In verità non è che non sappiamo gestire il fenomeno, molto probabilmente si preferisce gestirlo in questo modo. Non bisogna dimenticare che le politiche di chiusura delle frontiere, la restrizione dei canali d’ingresso regolare, la precarizzazione della condizione giuridica degli stranieri e il mancato riconoscimento dei diritti di cittadinanza, hanno importanti ricadute sul piano dei rapporti economici e produttivi, perché fanno sì che si instauri una dialettica tra stato e mercato, in cui i processi che costringono all’irregolarità e all’esclusione, consegnano agli agenti economici un utile strumento di svalorizzazione della forza lavoro: una situazione utilissima a chi domanda lavoro, perché mette a disposizione una manodopera priva di diritti da sottoremunerare e utilizzare per incrementare i profitti. Per capire meglio questo aspetto, basta farsi un giro per le campagne pugliesi e vedere quanti uomini e donne, costretti a vivere all’interno dei tanti ghetti, sono sottoposti a condizioni lavorative inumane nei campi”.

D. Dalla Martelli alla Bossi-Fini alla Turco-Napolitano: serve una nuova legge che fotografi lo status quo senza paure? 
R. “E’ indubbio, per dare risposte democratiche alle questioni politiche, economiche e sociali poste dalla presenza dei cittadini migranti, oggi è essenziale superare la logica dell’emergenza ed emanciparsi dalla filosofia dell’ordine pubblico.
È necessario partire da un ripensamento radicale delle politiche migratorie, capovolgere la logica securitaria con cui ci si è approcciati alle migrazioni a favore di una logica realmente inclusiva, che muova verso la prospettiva di un riconoscimento di uguaglianza e pari opportunità.
Per muovere in questa direzione, la costruzione di uno strumento politico e giuridico maggiormente adeguato a dare risposte alla complessità del fenomeno migratorio, come un permesso di soggiorno per ricerca di lavoro, valido sull’intero territorio dell’UE e la semplificazione delle procedure per il rilascio di permessi umanitari e che facilitino anche i ricongiungimenti familiari, anche questi validi sull’intero territorio europeo, dovrebbero rappresentare un primo ed essenziale passo che le forze democratiche e progressiste devono esigere senza alcun tentennamento o ambiguità, senza cedere alla tentazione di chiudersi in anacronistici nazionalismi”.

D. Ci siamo divisi persino sullo ius soli…
R. “E’ davvero grave e dà la tara del ritardo storico accumulato dal nostro paese, nonché, diciamolo chiaramente, della totale inadeguatezza dell’attuale compagine politica, e delle precedenti, nell’affrontare temi importanti, epocali, come sono quelli legati l’allargamento dei diritti sociali, civili e politici, a coloro che ne sono privi, a cittadini che, allo stato attuale, vivono, in diversi ambiti, un’apartheid di fatto.
In Italia sono oltre un milione e duecentomila i ragazzi e le ragazze senza la cittadinanza italiana che hanno meno di vent’anni. Ragazze e ragazzi nati in Italia, oppure arrivati da piccolissimi, alcuni addirittura figli di genitori nati in Italia, che per lo stato italiano sono stranieri. Ragazzi e ragazze che, in moltissimi casi, non si sono mai spostati dal suolo italiano, nemmeno per un solo giorno, la cui permanenza in Italia è sottoposta ai dettami di quanto previsto dal Testo Unico sulle Migrazioni.
Le motivazioni addotte da chi oggi osteggia l’approvazione della proposta di legge sullo ius soli non hanno ragion d’essere. La paventata paura dell’arrivo massiccio di puerpere sulle coste italiane, l’artata confusione tra allargamento del diritto di cittadinanza e diminuzione dei diritti dei lavoratori, lo spauracchio del terrorismo e della sicurezza, immancabile tema che accompagna il discorso pubblico e le leggi sulle migrazioni nel nostro paese sin dal 1986 (anno della prima legge in materia), hanno polarizzato il dibattito pubblico in due fazioni contrapposte: chi osteggia e contrasta l’adozione del provvedimento sullo ius soli in virtù di argomentazioni che affondano le radici culturali nel retaggio del pensiero colonialista e razzista italiano, mai adeguatamente rielaborato (il primato del sangue, della nazione, del popolo, della cultura), e chi si fa portatore di istanze che rivendicano uno ius soli a metà, pensando di legare e subordinare un diritto fondamentale come quello di cittadinanza alla condizione amministrativa di soggiorno dei genitori del nascituro o a requisiti culturali fissati per legge”.

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