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sabato, luglio 01, 2017

RINASCITE. In stand-bye il PSI 2.0

di FRANCESCO GRECO. ROMA – Ricomporre l’infinita diaspora, le varie anime del socialismo italiano sparse fra destra e sinistra, ma anche nelle falangi dell’astensionismo.

Se la fenice rinasce dalle sue stesse ceneri, a 125 anni dalla fondazione (1892) e a 25 anni dalla distruzione del vecchio Partito Socialista con “la falsa rivoluzione” (Craxi) delle inchieste di Mani Pulite, si pensa al ritorno di un soggetto politico del tutto nuovo, senza le criticità del passato, contro populismi, sovranismi, finti riformismi, autoritarismi, derive plebiscitarie e antidemocratiche.

E’ l’idea cui starebbero lavorando da qualche mese vecchi e nuovi socialisti. Esattamente da quando – a fronte del fallimento oggettivo del maggioritario che ha dato instabilità e fragilità all’architettura istituzionale e governi non eletti - il sistema politico si è evoluto verso il ritorno al proporzionale, perché la rappresentatività è un valore che sta sopra la governabilità.
 
E così, mentre Ciriaco De Mita da sindaco di Nusco lavora per la ricostruzione della Democrazia Cristiana, a Roma si pensa di rifondare il PSI adeguandolo al tempo 2.0. “C’è un deficit di socialismo  – ragionano in tanti – il Pci-Pds-Ds-Pd ha assorbito qualche dirigente di secondo piano, smanioso di visibilità e di riproporsi come casta, ma non l’elettorato socialista storico e potenziale, nè tantomeno la cultura genetica del socialismo libertario e riformista, modernizzante, che non era nemmeno nell’Ulivo, che assemblava due delle tante componenti culturali italiane: cattolicesimo e comunismo, non la grande tradizione socialista che ha dato all’Italia progresso e avanzamento sociale, uguaglianza e diritti, conquiste oggi messe in discussione”.
 
In un panorama di sinistra atomizzata (oggi a Roma Giuliano Pisapia riunisce alcuni frammenti, generali senza eserciti che spera di assemblare sotto l’egida del “Campo Progressista”), il garofano 2.0 quindi si appresta a ritornare sulla scena.

Presto, assicurano rumors di buona fonte, saranno convocati gli Stati Generali del Socialismo italiano e si entrerà nella fase costituente.

Come diceva il pensatore cinese Lao-Tzu: “L’infinitamente lontano è il ritorno”.

martedì, giugno 20, 2017

Centro nautico o 'ecomostro'? E Leucasia soffre


di FRANCESCO GRECO - S. MARIA DI LEUCA (LE). Era bella “Finibus” Terrae nell'altro secolo, il cuore del tempo unto di sale, con le ville sontuose, stile ibridato, le spiagge bianche abbaglianti, le “bagnalore” squadrate, le grotte misteriose, la Porcinara-santuario, i magici tramonti, Punta Ristola, Punta Meliso, l'Omomorto, la “Rena ranne”, il Santuario (basilica minore dal 1990 con Wojtyla), la Scalinata inaugurata nel 1939 da Mussolini, le “Terrazze”, le feste, il tavolo verde (“Piatto!”), i nobili, i vip.
 
Prima che il dèmone della bruttezza e la volgarità – nel XXI secolo - la possedesse e la sfregiasse. Da anni, come se ci fosse un piano sottinteso di annientamento urbanistico, di paesaggio stravolto, privatizzato, piegato, piagato, lo stupro della sua anima antica, da Athena a San Pietro, è scandalo inascoltato.
 
Leukòs la amò Pasolini nel suo giro d'Italia, estasiato dal mito, stordito dalla luce. La principessa persiana Soraya, donna dalla bellezza che toglie la parola (come Leuca), adorava le “vasche” sul lungomare. Noblèsse oblige.

L'ultimo “tribute” alla dea del trush, del pulp, è all'entrata - ambiguo front- office - fra l'hotel L'Approdo e la Spiaggia dei Cavalli, accanto al Canalone, cosparso di case brutte degli arricchiti, status senza cultura, carte di credito e basta, evasione-elusione fiscale.

Il politically correct lo chiama centro commerciale (foto), sul web invece “ecomostro”, e curiosamente lascia indifferenti gli ambientalisti, anche al tempo di “Laudato sì” e di Cpy21. Il trend di questo tempo relativizzato? E intanto la notte i pescatori sentono il pianto della sirena Leucasia, ferita a sangue.

Così, da tre anni, ci si chiede se quanto sta avvenendo è compatibile con l'immagine di Leuca nel mondo, con le ambizioni di turismo d'élite, l'idea di sostenibilità, di integrazione vecchio-nuovo al meglio.
 
Una storia complessa, di quelle che gli avvocati ci mangiano. Un delirante grumo semantico (Telenorba ne parlò a “Buon Pomeriggio”). L'immobile è sorto all'ombra dello storico “Approdo” (foto), il primo nato a “Finibus Terrae” da un'idea della famiglia Rossi, anni '60, Italia operaia in b/n, dalla terra al mare.
 
Non c'è bisogno della Pizia per sapere che l'albergo perderà appeal (e un po' di turisti fidelizzati in 60 anni). L'immobile work in progress sarà un circolo nautico e, al piano inferiore, un centro commerciale: il turboconsumismo straccione di cineserie che ci domina, al tempo della crisi, si riempie il carrello, e la pancia, di coloranti e conservanti: rubbish.

Sembrerebbe nato in deroga (l'Italia è il paese delle deroghe: è il nostro dna) agli strumenti urbanistici in dote al Comune di Castrignano del Capo (da cui “la bianca del Sud” è amministrata). In zona F4 si edifica su un piano, non 3, altezza 10 metri, a meno che non siano strutture preesistenti, e comunque – se non bastasse - la location ricadrebbe nella fascia costiera, di rispetto, a 300 metri dal mare. C'è un vincolo paesaggistico (PPTR)? Ci sono leggi dal fascismo a oggi a tutela del paesaggio.

Storia complessa, di non facile lettura, in cui par di intravedere una “fuga” dalle responsabilità dei poteri in conflitto fra loro, un rimbalzo di competenze, un'anarchia di fondo (ognuno fa come gli pare e poi sana lo status quo), una surreale afasia nel dialogo, lingue oscure, distanti. Leuca porto franco, domina la legge della foresta, tutto è possibile? Occorre rassegnarsi?
 
Una formale richiesta di accesso agli atti (dovuto per legge) dà noia all'interlocutore istituzionale, provoca una raffica di ispezioni, o l'accusa, originale, di stalking mediatico. Al tempo dei social in cui siam tutti “molestati”. L'omertà è il nuovo trend?
 
E il bene comune (le bellezze naturali, patrimonio di tutti, irriproducibili: le abbiamo avute dalle generazioni passate, a quelle future daremo macerie?) resta impotente sullo sfondo, negletto.
Così un tempo si sacrificava a Minerva, oggi alla dea della corruzione delle parole, del senso, del cuore, del futuro rubato. I posteri rideranno di noi.
 
Intanto il canto di Leucasia e le sue sorelle è sempre più triste, i titani non nuotano più storditi dal rombo degli escavatori che sbriciolano le rosse, ferrose scogliere (più a nord sono verdi) che videro il dio Baath, Enea e, pare, San Pietro e, di recente, Benedetto XVI. O tempora, o mores!

sabato, giugno 10, 2017

OPINIONI. Gran Bretagna, l'Isis fa fuori la May

(ANSA)
di FRANCESCO GRECO - Più che Jeremy Corbyn e il Labour ha vinto il Califfo. Il che dovrebbe essere oggetto di decodificazioni toste, senza finzioni, com'è nell'antropologia dei britannici. Nel senso che se la strategia dell'Islam radicale è di destabilizzare le democrazie occidentali creando ansia e insicurezza nei popoli, farli vivere sotto minaccia, e poi determinarne gli equilibri politici, a Raqqa e dintorni stanno brindando: hanno scoperto una strategia infallibile, una password micidiale.
 
Un attentato al mese (senza scordare il primo, 2005, la metro di Londra), con la May che era già stata ministro degli Interni, hanno dato agli inglesi l'idea di vivere in un paese sotto attacco. Proprio  la società più aperta e contaminata che c'è (Londra ha circa 200 etnie).
 
A questo punto, se la May fosse astuta come sir Francis Drake,  potrebbe bloccare i meccanismi della fuoruscita dall'UE, per tentare di restarci ex extremis. Non è facile, ma già porre la questione – come chiedono gli ex partner, Tajani in primis - significherebbe rimettere tutto in stand-bye. Almeno fino al congresso dei Tory, settembre 2017, quando prevedibilmente la premier sarà mandata in pensione.

L'upper class inglese voleva far pagare la Brexit alla working (e middle) class, su tutti i 5 milioni di stranieri, soprattutto i meno professionalizzati, come vuole il concept della globalizzazione, che disidrata  il welfare e dona a tutti i frutti amari della precarietà.

Isolarsi è nel dna degli inglesi, ma stavolta hanno perso il senso delle cose. Come si può dire al presidente degli USA di non recarsi a Londra? Una gaffe planetaria del sindaco di Londra.
Chi se ne va ha sempre torto, specie un un mondo oggi fattosi stretto, “liquido”, dove il battito delle ali di una farfalla nella foresta amazzonica influisce sulla nostra vita quotidiana.
 
Perché Londra dovrebbe fare marcia indietro? Primo: Theresa May ha voluto tenacemente queste elezioni con tre anni di anticipo sulla scadenza naturale (un anno fa David Cameron si dimise dopo la Brexit), per investirsi di ulteriore potere, per dare più forza alla Brexit, rivincere il referendum (52% a 48%). E' stata sconfitta seccamente, si è autorottamata.
 
Vincere è umano, voler stravincere da sciocchi. La lady di latta ha fatto un referendum su se stessa, gli dèi l'hanno abbandonata scaraventandola giù dall'Olimpo. Troppa presunzione e autostima.

Secondo: per impedire, da qui a settembre, alla speculazione internazionale, che non perdona, di devastare il paese (Selling Engrand by the pound). Infatti la sterlina è sotto attacco dalle prime proiezioni di giovedì notte.
 
Cosa ha portato alla sconfitta? La sicurezza s'è detto, ma anche l'incertezza post-Brexit. Si può uscire dall'UE come topini dietro al pifferaio di Hamelin, però poi devi dirci esattamente che cosa vuoi fare, che piani hai, convincerci, altrimenti è meglio per tutti se togli il disturbo.
 
Il successo di Corbyn è, al contrario, dovuto a una parola magica: eguaglianza. Trasfiguratosi in vero e proprio algoritmo.
Dev'essere un leader che frequenta i mercatini rionali e i discount e sente quel che dicono le massaie, che prende la metro e l'autobus e ascolta i passeggeri, che va per pub dove il popolo spiccio, quello che deve portare a casa il pane per se stesso e i figli, vive. I nemici dicono che promette cose senza copertura finanziaria.

Ma esce sconfitta anche un'idea di globalizzazione elitaria, darwiniana, esclusiva, cannibale. Che fa tornare il tempo a prima della rivoluzione industriale (Charles Dickens). Che crea masse di esclusi dal “patto sociale”, di diseredati che hanno solo le loro ossa, spinti nella povertà (il 25% degli inglesi tale si percepisce). E come la più perfida delle metastasi, ne crea sempre di nuovi, in termini esponenziali. Disfa la classe media, quella che produce, nella arti, i mestieri, le professioni (e vale anche per noi), quelli che non possono contrattarsi il salario, gli agnelli sacrificali sull'ara pagana del mercato.
 
Ma il voto dell'8 giugno ha detto anche altro: ha restituito la parola ai partiti, in questo caso polarizzati (Tory e Labour), e sancito la fine dei populismi (l'UKIP) capaci di intercettare i malumori, ma incapaci tradurli in progettualità politica diffusa. Parlare alla “pancia” è facile, poi però occorre usare i cervelli, avere idee cool e se a temi complessi si danno risposte arruffate, semplicistiche, banali, poi si viene smascherati: i velleitarismi che sollevano polvere sono puniti.
 
Ma anche i nazionalismi (quello interno e quello scozzese), la cui miopia e ristrettezza di orizzonti è allucinante e antistorica. May resti dunque fino a settembre, e in questi mesi il Labour lavori per un passaggio di consegne indolore. Un programma pro-UE con una serie di provvedimenti a favore del popolo (scuola e sanità free, paga chi pasteggia a ostriche e champagne).
 
L'UE non è certo il migliore dei mondi possibili, ma nemmeno il peggiore: non è la Geenna ove è pianto e stridor di denti, né una landa desolata dove il maghetto Harry Potter gioca coi destini del mondo.

E volendo ci si può stare anche con un po' di snobismo, con la puzza sotto al naso, magari turato...

martedì, giugno 06, 2017

OPINIONI. A che servono le Regioni? Meglio eliminarle

di ALFREDO DE GIUSEPPE - C’è un principio universale che regola la vita dei popoli: ogni volta che in politica si agisce d’impulso, si dà pieno slancio alle pulsioni di “pancia”, senza analizzare pesi e contrappesi, puntualmente si sbaglia.

Basta vedere Donald Trump: non ne azzecca una,  perché c’è un abisso fra la sua vittoria ottenuta con promesse impossibili e la realtà del mondo che cambia e ha bisogno di analisi e studi lungimiranti. E lo stesso vale per l’Europa e la nostra amata Italia, che dal punto di vista della struttura istituzionale cambia, scambia, converte e riconverte da almeno trent’anni e non se ne vede la fine.

L’esempio clamoroso più recente è la vicenda delle Province. Prima estinte a furor di popolo e commenti tv, dimezzate in attesa del referendum del 4 dicembre 2016, resuscitate dall’esito della consultazione popolare, ora delle entità zombie, sospese far la vita e la morte, ma senza soldi e risorse.          

Perché qualcuno aveva dimenticato che le Province avevano in grembo scuole e strade e nessuno aveva indicato a chi toccassero manutenzioni, progettazioni e controlli.
 
Tutto era andato bene fino al 1970, poi furono istituite le Regioni, che, si badi bene, non sono enti locali (tipo Comune o Provincia) ma enti autonomi che operano in regime di autonomia amministrativa.
Quella scelta per l’Italia s’è rivelata disastrosa da molti punti di vista.
 
Innanzitutto ha dato la stura a tutte quelle pulsioni autonomiste che per circa un secolo erano rimaste sopite sotto la necessità di costituire finalmente uno Stato unitario che sapesse dare a tutti i cittadini uguali opportunità, dentro regole certe di civiltà e legalità.
 
C’è stata subito la lunga rivolta in Calabria per definire il capoluogo di Regione, negli anni si è dato corpo al Nord a quella spinta xenofoba e divisiva che ha sempre visto il Sud come una palla al piede.
 
Un disastro sociologico e culturale. È arrivato il 2001 e, per arginare una Lega secessionista, si sono concesse alle Regioni ulteriori competenze. Da quel momento la situazione è davvero peggiorata in modo eclatante: sanità diverse e onnivore, scuole senza coordinamento, trasporti allo sbando, competenze confuse, la spesa pubblica alle stelle.
 
Unico risultato: tante Italie diverse, impoverite da debiti pazzeschi, con in sovrappiù una crescita esponenziale della casta declinata in tutti i suoi peggiori vizi.La dimostrazione più chiara della certezza del disastro la danno di tanto in tanto i governi nazionali che per uscire dal marasma si ingegnano su evidenti retromarce, tipo la Legge Obiettivo, la Riforma Costituzionale che riportava a Roma molte funzioni e tanti altri piccoli tentativi di riordinare competenze slabbrate, soprattutto su questioni legate alla sanità.

Ora si impone una riflessione: se le Regioni sono state create come ulteriore intermediario fra i cittadini e le istituzioni nazionali ed europee, possiamo tranquillamente affermare che quel progetto, oltre che fallimentare, oggi è inutile.

Infatti con le nuove tecnologie non c’è alcun bisogno di un ulteriore tappo come la Regione, che si interpone per ogni esigenza di sviluppo e di coordinamento. Che senso ha dire che i trasporti sono gestiti a livello regionale nel momento in cui c’è necessità di una complessa e disciplinata interdipendenza fra tutti i mezzi di trasporto a livello nazionale e globale? Nessuno, a meno che non si sia demenzialmente coinvolti.

Le Regioni hanno amplificato le differenze già sublimate dagli ottomila Municipi, sono un cancro da estirpare al più presto dalla nostra vita istituzionale se vogliamo cominciare a progredire e a migliorare i conti.  
 
In definitiva ci basterebbero i Comuni che devono occuparsi davvero della vita dei cittadini, le Province che dovrebbero occuparsi delle infrastrutture di un territorio omogeneo (comprese le mille inutili zone industriali e la raccolta dei rifiuti) e i Ministeri che on-line svolgerebbero gran parte delle funzioni richieste oggi alle Regioni.

Magari ci sarà bisogno di un ufficio in ogni Comune che possa dare qualche supporto di collegamento diretto, ma solo così avremmo una scuola unica, una sanità uguale per tutti e un risparmio che vale quanto dieci manovre finanziarie d’autunno.
 
E forse una vera semplificazione. Basta non fare la solita riforma all’italiana, dove si cambia nome, si toglie qualche soldo e tutto il resto rimane come prima.

Con un’Europa che prima o poi funzionerà, la vera unica Regione dovrà essere l’Italia con le sue meravigliose bellezze e peculiarità, non venti staterelli buoni solo per aumentare confusione e discriminazione. 

sabato, maggio 20, 2017

Bari, tappa fissa in Fiera per l'economia mondiale?

di NICOLA ZUCCARO - E' trascorsa una settimana da quel 13 maggio, quando sul G7 delle Finanze con la conferenza stampa conclusiva del Ministro Padoan (Presidente di turno) è calato il sipario. Tre giorni (dall'11 e proseguendo per il 12 maggio) nel corso dei quali le polemiche sulla chiusura al traffico, sui rigidi accessi alle zone confinanti con l'area rossa e le rimostranze di alcuni commercianti per le saracinesche abbassate forzatamente, non ha lasciato spazio alla seguente riflessione-domanda: Bari, dopo gli elogi istituzionali espressi in primis dallo stesso Pier Carlo Padoan e dalle consorti degli omologhi ministeriali dei 7 Paesi, è pronta ad ospitare altri e prestigiosi incontri e/o vertici internazionali?

Il quesito, più volte posto dai cittadini durante la 'storica' 3 giorni ed incentrato sul "perchè il G7 al Castello Svevo e non alla Fiera del Levante?", se da un lato è servito per rimarcare da parte dei residenti della Città vecchia il malcontento per la scelta del sito federiciano per la riunione, da un altro promuove il Quartiere fieristico e vocato dal 1947 (anno della sua riapertura dopo la pausa bellica) anche al dialogo politico-economico, e non solo agli scambi commerciali, quale luogo fisso per appuntamenti fissi a livello mondiale.

lunedì, maggio 15, 2017

Pillole surreali di G7 e anti G7

di LUIGI LAGUARAGNELLA - L’atmosfera surreale del Lungomare pedonale, anzi blindato, in particolar modo nel tratto dell’albergo delle Nazioni durante il G7 finanziario appena terminato a Bari, ha regalato, da un lato, il piacere di potersi godere la serenità di una passeggiata senza il caos del traffico; dall’altro un senso di inquietudine proprio durante queste passeggiate per le strade prive di auto parcheggiate, ma piene di transenne e forze dell’ordine appostate ad ogni angolo.

Si è mosso un enorme apparato di sicurezza per i ministri dell’economia delle sette potenze mondiali. Addirittura la polizia era provvista di motori ad acqua che controllava la zona al di là degli eleganti lampioni di Lungomare. Tra clima di serenità e di tensione si è passeggiato con i vigili che addirittura, indicavano ai runners e ai cittadini di camminare sui marciapiedi obbligandoli a tener libero il centro strada…deserto.

Da un lato il piacere, tra una transenna, un blocco new jersey o una colonna  della polizia di poter provare il gusto di godersi la città, dall’altro le abitudini dei cittadini stravolte: un runners, rivolgendosi alle forze dell’ordine, invocava il suo “essere libero cittadino” all’esortazione del vigile a deviare la sua corsa mattutina; un signore, dopo aver parcheggiato la  sua auto, senza dubbio con esposizione di documento e molta fatica, in una stradina dietro l’albergo delle Nazioni con tono esausto e sguardo perplesso, mentre scaricava la spesa  o meglio una raccolta viveri per evitare di uscire di casa in quei giorni, esprimeva quello che pensavano in molti: un clima di guerra. Tutto quel dispiegamento di forze dell’ordine, dovuto, comprensibile o no, comunicava tensione.

L’eccessivo o comprensibile allarmismo per il presunto arrivo dei blackbloc ha reso il corteo anti G7 una macchiolina di bandiere e striscione tra i tantissimi uomini in divisa.

I manifestanti hanno marciato in modo totalmente civile. Hanno gridato i loro motivi del dissenso: forse alcuni argomenti potevano anche c’entrare poco rispetto agli argomenti finanziari. Ma in fondo nel mondo globalizzato è tutto connesso. Nel gruppo dei manifestanti, giusto per segnalarlo in modo ironico, era visibile un ragazzo portare lo zaino delle Giornate Mondiali della Gioventù. Chissà se come trofeo, cimelio o perché fervente credente.

Tra i numerosi interventi oltre al signore salentino che digiuna da oltre 15 giorni per protestare contro la realizzazione del gasdotto, quello di una giovane studentessa che accennando all’antifascismo, alle guerre con toni “urlanti” è stato preso “sottogamba”da un signore fermo all’angolo della strada  intento ad osservare la sfilata che ascoltando quelle parole esclamava all’amico: “’Na ragazzetta”. Come a dire: sei troppo giovane per dire queste cose, che ne sai tu?

Avanzando verso largo Ciaia si è fatta tappa davanti al carcere e, a parte una canzone napoletanasparata dalle casse del furgoncino per mostrare solidarietà ai carcerati molti i cori e le parole, ovviamente ad una corretta pratica della giustizia. Solo che a sentire le parole di alcuni “compagni” che intervenivano al microfono del corteo pareva che tutti dovessero uscire dalle galere a priori.
Come se tutti stessero lì dentro ingiustamente, perché prigionieri dei potenti paragonati costantemente a mafiosi. Ciò sempre falso non è, però sembrava che il corteo avesse dato poca importanza all’esistenza purtroppo reale di criminali mafiosi.

Per il numero contenuto degli antagonisti, troppe le strade e divieti e troppe le saracinesche abbassate dei negozi. Non solo le banche serrate con grosse tavole di legno. In via Giulio Petroni, molta gente usciva dai piccoli esercizi commerciali aperti, mentre i manifestanti gridavano ironicamente “dove fossero i blackbloc” per far capire che il sistema di terrore e tensione creato pe il G7 è stato eccessivo e voleva evitare anche che si protestasse civilmente. Mentre molte persone si richiamavano l’attenzione a guardare il corteo, probabilmente il titolare o un semplice frequentatore di un’enoteca su quella strada esclamava: “Stanno arrivando, ora si possono fare soldi”. Tenere aperte un’enoteca in quel momento, con quel caldo, inconsapevolmente è stata una grande operazione commerciale. Surreale, come questi tre giorni che Bari ha vissuto in pieno, pur senza una grandissima promozione di “marketing territoriale” a livello nazionale. Surreale e paradossale.

domenica, maggio 07, 2017

San Nicola e il G7 finanziario

di VITTORIO POLITO - Si svolgerà nei prossimi giorni a Bari il G7 economico, cioè la riunione dei 7 ministri economici del mondo, ma viene spontanea una domanda: cosa ricava Bari da questo incontro? Secondo il mio punto di vista, nulla, ma solo problemi.

Non credo che vi siano ritorni economici o turistici che dir si voglia. Credo che sia più un dispendio di risorse, che altro, senza parlare di tutti i problemi che ci sta creando e ci creerà: chiusura di negozi, scuole, alcuni uffici, disordini (probabili), senza parlare delle grandi spese (soprattutto in previsione di attentati o disordini), e di tutto il caos che creerà nella città. Al contrario del nostro protettore che ci dà solo pace e serenità.

Non va dimenticato che la nostra città ha il grande onore di essere custode delle ossa del Santo e avere come Patrono San Nicola, conosciuto in tutto il mondo, certamente più del G7, ma Bari fa poco e niente per “sfruttare” questa grande opportunità dal punto di vista religioso, turistico ed economico. San Nicola è Santo universale, il G7 no. E, se mi consentite, San Nicola non crea certamente i numerosi problemi che già stiamo avendo e avremo prossimamente.

Padre Gerardo Cioffari, storico della basilica di San Nicola, sostiene che bisogna «continuare nel grande riassetto urbanistico, senza dimenticare quella memoria che da sola può dare l’orgoglio della baresità».

La sagra di San Nicola potrebbe essere l’occasione migliore per questo recupero di memoria, ricordando nelle scuole, nelle università, negli ingressi di stazione, negli aeroporti e nei porti, che “questa è la città di San Nicola”, inoltre, intitolare, come è stato fatto per il nuovo stadio, qualche strada al grande Santo e soprattutto dotare le vie di ingresso alla città, della stazione, dell’aeroporto con cartelli che diano il «Benvenuto nella città di San Nicola», come dice Lino Patruno nel suo capitolo «San Nicola e i baresi: il miracolo della luce» nel bel volume “Bari la città di San Nicola” (Adda Editore). Vi pare poco?

martedì, aprile 25, 2017

Bari cancellata dall'Italia liberata

di NICOLA ZUCCARO - Napoli, Roma, Firenze, Bologna, Milano, Genova e Torino. Sono le città focalizzate da 'Italia Liberata', il programma andato in onda su Rai Uno nella tarda serata di martedì 18 aprile. Il documentario, prodotto nel 2015 e riproposto ad una settimana di distanza dal 72mo Anniversario della Liberazione dell'Italia dal Nazifascismo, ha omesso Bari.

Il capoluogo pugliese - secondo una ricostruzione fedele all'ordine cronologico e logico, alla luce dell'avanzata delle truppe anglo-americane provenienti dalla Sicilia - fu la prima città a ribellarsi e contemporaneamente a liberarsi dall'occupazione tedesca.

Il 9 settembre 1943, all'indomani dell'ufficializzazione dell'Armistizio che sancì la rottura dell'Italia con il Terzo Reich, agli ordini del Generale Nicola Bellomo, Bari si oppose strenuamente con la popolazione civile e con le Forze Armate Italiane ai tedeschi al termine di una drammatica giornata, contraddistinta dai combattimenti cruenti e luttuosi per l'eroismo espresso dalle vittime.

Insignita nel 2006 dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano della medaglia d'oro al valor civile per la resistenza che oppose in difesa del suo porto e di importanti strutture cittadine, in quel documentario Bari è stata dimenticata. Volutamente?

giovedì, aprile 13, 2017

OPINIONI. Grassi, tour elettorale col 'santino' di Moro

di FRANCESCO GRECO - Si può “usare” un cadavere eccellente per disboscare la giungla della politica post-ideologica e “liquida” per avere una candidatura, anzi, una ricandidatura, nel tentativo di dare smalto a una carriera da mediano, avara di soddisfazioni?

Si può andare in tour elettorale come i Rolling Stones a Cuba annunciando addirittura “la verità” sulle tante ombre del caso-Moro, e poi risolvere il tutto con una sagra della banalità (e delle vanità) da copia e incolla, sfondando porte aperte, ripetendo cose note come da bambini mandavamo a memoria “T’amo pio bove” e “La donzelletta vien dalla campagna”?

E’ etico usare un corpo citazione della “Pietà” di Michelangelo, quello dello statista della Dc rapito a Roma dalle Brigate Rosse il 16 marzo 1978 e assassinato il 9 maggio? L’eredita di Moro è ingombrante e tentare di accreditarsela segno di supponenza.
 
Ognuno si dà la visibilità che vuole e la tattica più efficace quando va in cerca di consensi, di un posto al sole, ma è l’impresa che sta compiendo il parlamentare pugliese Gero Grassi, Pd (già Margherita, moroteo d’annata) componente della commissione del caso-Moro, da un angolo all’altro dell’Apulia, da Vieste (Foggia) a Vignacastrisi (Lecce), e altre date inzeppano l’agenda: lo spettacolo è ambito da retroscenisti e complottisti nel paese dove a pensar male fai peccato ma quasi sempre c’azzecchi.
 
“Non sarò ricandidato…”, sospira Grassi alla fine della performance fumando l’ennesima sigaretta dopo una lezioncina di due ore, tradendo freudianamente la ragione della fatica. Ma dai toni da campagna elettorale (mancano solo i “santini”) tutti avevano capito: rivelatore anche uno schizzo di veleno su Maurizio Gasparri che gli siede accanto in  una commissione di cui “Il Fatto quotidiano” il 6 maggio 20’16 ha scritto che è “sommersa dalle bufale”.
 
Un uomo così audace, sprezzante del pericolo, capace di andare a mezzanotte a Ostia Lido, il luogo dove la notte dei Morti del 1975 fu ucciso Pier Paolo Pasolini, dopo aver avvisato il figlio, per incontrare un caporedattore della Rai che dopo 40 anni si ricorda qualcosa sul bar “Olivetti” di via Fani, è segno che rincorre i mitomani.
 
Tutti i luoghi comuni ripercorsi, i depistaggi sovrapposti, con gli attori (molti defunti) che recitano più parti in commedia: servitori dello Stato la mattina, nei servizi, ovviamente deviati, la sera. Ma la narrazione di Grassi si rivela tuttavia densa di omissis.
 
Non una parola sui due della motocicletta sul luogo del rapimento il 16 marzo. Chi erano e cosa facevano? Non un cenno alla borsa di Moro “ravanata” chissà da chi e mostrata a “Il fatto” (Rai1) da Enzo Biagi. Non su chi può aver indotto chi era arrivato sul pianerottolo del covo di via Gradoli a fare retromarcia. Anzi, Grassi ha messo una “taglia” di 500 euro per cercare le Pagine Gialle di quegli anni, come se una via potesse essere inghiottita dal buco nero. Non un riferimento al “partito della fermezza”, Dc-Pci, guarda caso i partiti che avrebbero dovuto governare se lo statista di Maglie (ma qualcuno dice che è nato a Galatina) quel mattino fosse riuscito a giungere in Parlamento. Nulla sulla stessa Dc che tre anni dopo (aprile 1981) non è più inflessibile e va a trattare con la camorra per liberare Ciro Cirillo, politico dc. Doppia morale un sacco italian-style.
 
E se quello di Moro fu un assassinio politico come aveva intuito Leonardo Sciascia, il canovaccio dipinto da Grassi, al contrario, tiene i politici sullo sfondo, li accredita quasi di folklore, calcando invece la mano su potenze straniere, i soliti servizi deviati, la P2 (ma anche Moro era massone) e le mafie, che probabilmente sono state esecutrici di volontà politiche maturate all’ombra dei palazzi e dello Stato.
 
Se ci fosse stato un minimo di dibattito, e non un comizio a manetta, alla “così è se vi pare”, avremmo voluto chiedergli se ci sono ancora in vita politici che ebbero un qualche ruolo in una tragedia che ha segnato e condizionato la storia patria e che, all’italiana, offrì snodi farseschi (la seduta spiritica del 3 aprile): politici alla Prodi che chiedono lumi a un piattino (Othelma ancora era un garzoncello) su un tavolino a tre gambe sono buoni per i b-movie di Alvaro Vitali, Renzo Montagnani ed Edwige Fenech alle grandi manovre.
 
In cambio dobbiamo credere, per fede, che le Br di Alberto Franceschini non hanno mai ucciso nessuno: sottinteso, gli assassini sono venuti dopo, con gli infiltrati. Che i governi sinora non hanno mai chiesto al Nicaragua l’estradizione di Alessio Casimirri, cittadino nicaraguense. E che la povera Emanuela Orlandi, sparita a 15 anni, “era incinta, non è stata rapita, e mi fermo qui…”. Qualcuno parlò di pedofilia oltretevere. Il padre, commesso alla Santa Sede, è morto nel 2004 a 74 anni credendo al rapimento, come ci crede ancora il fratello Pietro, ormai 50enne.  
 
Caro Grassi, stia sereno, continui a distribuire “santini” e la ricandidatura arriverà: ormai non è come in prima repubblica, le liste sono zeppe di società civile. Viviamo nella società dello spettacolo, dei talent, che ha leggi ferree, quasi scientifiche, ma non è con lo show che si arriva a una qualche verità sul coacervo di interessi coagenti che portarono all’omicidio di Moro. Ma serve a farsi mettere nel listino in posizione utile.

martedì, aprile 11, 2017

OPINIONI. L’Europa blindata, disfatta dalla paura

di ALFREDO DE GIUSEPPE - Nei giorni della ricorrenza dei Trattati di Roma, la cosa che più mi ha impressionato è stata la lunghezza dei servizi di tg, radiogiornali e financo della carta stampata più progressista sulle misure di sicurezza che si stavano per prendere.
 
L’Europa, l’ideale di un’unione reale, politica e geografica seppellita dietro le norme di sicurezza, le squadre speciali, quelle anti terrorismo e anti sommossa, le telecamere, gli scanner, le camionette blindate e le perquisizioni corporali.

Ci hanno spiegato tutto, con tale dovizia di particolari, hanno talmente insistito sulle possibili conseguenze di cortei, attentati e comizi improvvisati che hanno poi dimenticato di farci capire che cosa significasse festeggiare i 60 anni della Comunità Europea.
 
Era talmente specifico e approfondito l’argomento sicurezza che un eventuale terrorista avrebbe avuto materia di studio per capire come colpire evadendo le immense misure di sicurezza, che per essere totali prevedono una sola misura finale: rimanere tutti a casa. Ma non dicevano che i terroristi non dovevano condizionare il nostro modello di vita, di libertà, di visione del mondo?
 
Con questi approfondimenti a senso unico, lanciati di continuo a tutto etere, ho invece l’impressione che il terrorismo abbia già vinto. Andare in un museo, visitare un monumento famoso è diventata un’impresa: ore di fila all’esterno, controlli approfonditi, all’interno un mordi e fuggi, dici ai parenti che sei stato nel posto più famoso, mandi un selfie sorridente ma non hai il coraggio di dire che hai trascorso una giornata da incubo.
 
Noi poveri mortali, sempre più merce di scambio nel mondo che ha bisogno del turismo per far girare l’economia, noi che possiamo vedere monumenti e opere d’arte nelle ore destinate al pubblico e sempre noi che non abbiamo l’aereo privato e neanche uno straccio di elicottero, noi, sempre più, saremo incasellati dentro un mondo militarizzato e normalizzato, dove la sicurezza è al primo posto, la libertà quasi all’ultimo.
 
Mi ha molto impressionato negli stessi giorni del marzo 2017 che l’appello del massimo esponente della chiesa cattolica, papa Bergoglio, ad aprire le frontiere (di abbracciarle – ha detto) sia caduto nel vuoto, con comunità che si dichiarano super cattoliche e che non amano avere nel proprio paese neanche dieci ragazzi che abbiano il colore della pelle un po’ più scuro.  
 
Certo, c’è da salvaguardare la sicurezza, ma non si vuole neanche parlare con quei ragazzi, capire da dove vengono, da dove fuggono e cosa cercano, se noi e loro possiamo convivere, se è davvero così difficile. Possibile che un sud così povero di iniziative, di idee, di lavoro, di scambi con gli altri popoli del Mediterraneo, non trovi questa immigrazione come un’eccezionale opportunità di crescita?
 
No, perché in ogni Comune c’è chi soffia sul fuoco della sicurezza, dell’integralismo occidentale, noi come unici portatori sani dell’economia, della libertà, dell’umanità. La massa popolare, indistintamente, nella sua delirante ma rassicurante dedizione, persegue l’unico fine antropologico che conosce: la paura.
 
Un sentimento, la paura, che ben sfruttato può generare dittature, guerre, stragi e soprattutto la sopraffazione definitiva di uno stato di polizia che controlla tutto, tutti e forse ancora di più.
 
Se i 60 anni della nascita ufficiale devono avere un senso compiuto, si dovrebbero affermare in continuazione i valori sociali, culturali e direi filosofici che stanno alla base della concezione di un’Europa unita. Quali sono i politici che oggi stanno perseguendo l’obiettivo di un’Europa davvero unita, davvero patria delle libertà individuali e che sono alla ricerca di diminuire le disuguaglianze fra i loro abitanti?
 
Non mi rassegno a questo senso di paura costante che pervade la nostra vita, a difesa poi di benefici sempre transitori, sempre effimeri. Se continuiamo di questo passo il sogno europeo, al quale molti di noi si sono aggrappati per sperare in una società più giusta, sarà un ricordo lontano e inespresso.

Ma c’è un altro rischio connesso all’esasperazione della sicurezza: nella cultura dominante ci sarà spazio per un solo prototipo di uomo, non sarà ammessa la differenza, pena un’emarginazione ancora più profonda. Le differenze invece creano occasioni, scambi e creatività, non dobbiamo disperderle in cambio di una vita blindata.
 
E infine non mi rassegno neanche all’idea che, fra tanti intellettuali, politici, giornalisti, scrittori e artisti, tutti pragmatici fino all’inverosimile, l’unico divulgatore convincente di valori universali sia un vecchietto di oltre 80 anni, vestito con lunghe vesti bianche, che non è europeo, pare credere nell’aldilà e spera di cambiare pure la Curia.

* regista scrittore, imprenditore

sabato, aprile 08, 2017

OPINIONI. L’Italia? Il Paese del 'Fai da te'

di VITTORIO POLITO - In Italia va prendendo sempre più piede la cattiva abitudine di lasciar correre, ovvero si lascia fare, senza prendere provvedimenti. Così abbiamo avuto qualche anno fa un certo Umberto Bossi, ministro della Repubblica, che farneticava strane idee sulla Padania e criticava l’Italia e il Capo dello Stato; un altro ministro, Roberto Castelli, era in rotta con i magistrati, ecc.

Oggi ci troviamo di fronte ad extracomunitari che continuano ad essere introdotti “ufficialmente” nel nostro Stato con continua e progressiva invasione attraverso le coste italiane, in molti casi abusiva, “importando” nel nostro Paese anche malattie che erano scomparse. Abbiamo le carceri gremite di extracomunitari e continuiamo a sopportare spese per il loro mantenimento. Ma ce li teniamo lo stesso. Ci troviamo un debito pubblico che continua ad essere elevato, ma persiste l’ottimismo dei nostri governanti. La corruzione che raggiunge picchi sempre più alti.

Ci troviamo di fronte a certi docenti universitari che alla stregua di tutti gli altri dipendenti dello Stato dovrebbero dare conto del loro operato, ma non ci sono norme che prevedono il loro controllo. Molti se ne stanno comodamente a casa in tutt’altre faccende affaccendate, delegando gli assistenti a sostituirli. Spesso gli studenti sono lasciati “in balia delle onde”.

Ci troviamo di fronte a parlamentari che prendono fior di quattrini, per stipendi, indennità, vitalizi e prebende varie e non pensano ad altro se non a creare gruppi e gruppuscoli per il potere.

Ci troviamo di fronte a parcheggiatori abusivi che vigili e forze dell’ordine non riescono ad eliminare, ad automobilisti che sempre più numerosi, continuano ad usare il telefonino in auto senza auricolare o viva voce, ignorano divieti di sosta o di parcheggio, semafori, segnaletica orizzontale e verticale, divieti di ogni genere e continuano e commettere infrazioni al codice della strada, ad aggredire vigili e agenti; a proprietari di cani che lasciano sporcare vergognosamente i marciapiedi della città, a cittadini che pretendono di entrare con la propria auto nel Policlinico, ai numerosi nomadi ed extracomunitari che presidiano i semafori della città ed ora anche negozi e supermercati, ma i controllori continuano a “non vedere” ed a non prendere provvedimenti.

Per non parlare dell’Auditorium “Nino Rota” del Conservatorio “Niccolò Piccinni”, che pur pronto non si apre, o del Policlinico di Bari che non ha funzionante la radioterapia e l’acceleratore lineare, nonostante assicurazioni e promesse che si protraggono da quasi un lustro.

Ma in quale Stato o in quale città ci troviamo? Siamo esattamente in uno Stato e, in una città, in cui il “fai da te” impera. Ognuno fa quello che vuole, quando vuole e come vuole. C’è poco controllo? Troppo lassismo? Troppo menefreghismo? Giudicatelo voi e, se potete, fate qualcosa per far migliorare la situazione che va sempre più verso l’assoluto degrado e chissà verso quali altre sorprese. Meditate!

venerdì, marzo 31, 2017

OPINIONI. Dna e facce toste

di FRANCESCO GRECO - “L'ispettore anti assenteisti / faceva lo chef al ristorante” (dai giornali). Titoli clonati, di ieri, oggi, domani. Un fatto culturale, quindi indomabile, almeno non in tempi ravvicinati, anche perché non legittimati, sommersi. Qual è il retroterra? Genetico innanzitutto: questione di dna. Il farla franca, l'astuzia levantina (quando non ci vede nessuno siamo capaci di tutto, di più), sono alcune delle componenti della cultura cattolica, mediterranea.

Il rifiuto della responsabilità sociale, la condizione di apolidi, il non appartenere a nessuna patria se non a quella degli affari nostri, il non essere massa critica ma “pecore anarchiche” (Montanelli), facilmente gestibile dai furbi più di noi. Non c'è amor patrio, né una coscienza collettiva: Garibaldi e Cavour hanno perso il loro tempo. E se non ci sentiamo nazione dopo oltre un secolo e mezzo, è segno che non lo saremo mai più. Ci sentiamo italiani solo quando gioca la nazionale. Siamo un Paese malato, una società atomizzata, fradicia, senza più collante.

L'humus di questa fuga dalla coscienza di popolo, il servirsi degli altri e delle istituzioni, è nato e si è consolidato nella prima repubblica, quando si creavano potentati col clientelismo politico, aumentando a dismisura il debito pubblico, che oggi grava su di tutti noi, moltiplicando i posti di lavoro come il pane e i pesci del Vangelo. I boss della politica prima assumevano 50 bidelli, poi facevano la scuola. Così i posti di lavoro sono stati regalati a cani e porci, ad personam, per chiamata diretta, da partiti e sindacati, spesso imposti dai boss della malavita, trasfigurati in agenzie di collocamento, per cooptazione, senza concorsi, e quelli che si facevano erano messinscena, ammuina: ecco perché del lavoro si ha una scarsa considerazione e si timbra il budge in mutande e si va in palestra o per i fatti propri.

Altra componente: l'impunità di massa. Agevolata da governi: i politici sono i primi a rivendicarla e ottenerla (la estendono ai colletti bianchi), le galere sono piene di poveracci, come ha scritto giorni fa Battista sul “Corriere della Sera”). E se rinunciassero all'immunità? Mica il minatore che scende a 1000 metri ha l'immunità, o il camionista che guida la notte. Tutti i lavori sono a rischio, perché quello del politico deve essere protetto? Alla fine non paga mai nessuno fra avvocati, cause, ricorsi e controricorsi e prescrizioni, brevi o lunghe. Alla faccia di Brunetta ieri e di Madia oggi.

Incertezza del diritto e della pena. Si continua a ritenere lo Stato una mucca da mungere, una noiosa seccatura a cui regalare un pò del proprio tempo, ma per finta, per incassare lo stipendio (magari facendoselo accreditare direttamente a casa), ma senza alcuna ricaduta sociale. Così l'ispettore che giorni all'ospedale di Loreto Mare (Napoli) faceva lo chef per arrotondare la farà franca, la furbizia e l'impunità vinceranno ancora. Ma il pesce marcisce dalla testa: non fanno così anche i politici? Tutti colpevoli, tutti innocenti, tutto in malora, tutto declina al crepuscolo. E' l'Italia, bellezza!

domenica, marzo 26, 2017

OPINIONI. L'Europa dei 27 compatta e a velocità unica?

di NICOLA ZUCCARO - Superate le riserve della Grecia, che chiedeva un impegno a tutela dei diritti sociali, l'Europa dei 27, nata dalla sottoscrizione dell'accordo concomitante con il 60mo anniversario della firma dei Trattati di Roma del 1957, marcerà sincronicamente a velocità unica? Più che una domanda di circostanza, alla luce anche delle buone intenzioni espresse negli interventi che si sono avvicendati nella mattinata di sabato 25 marzo 2017 nello stesso luogo dove 60 anni fa vi erano solo i rappresentanti dei 6 Paesi fondatori la Comunità Europea, è una perplessità polacca.

La Polonia dopo aver assunto e poi superato l'atteggiamento 'problematico' ha ugualmente firmato, pur contestando quell'Unione Europea che marcia a più velocità. Il dubbio espresso dal Governo di Varsavia, unitamente a quel 'la porta è aperta per chi vorrà aggiungersi dopo' (così come recita la bozza) induce a riflettere se - come auspicato da Antonio Tajani - con quel 'soltanto insieme, dobbiamo e possiamo aumentare la nostra sovranità, l'Europa dei 27 sarà sincronica e compatta , specie quando l'interlocutore- sottolinea il Presidente del Parlamento europeo e romano doc- corrisponderà agli Stati Uniti d'America. Ragione per la quale, retorica a parte, ciascun Paese membro dei 27 dovrà fare la sua parte ogni giorno e non solo in occasione delle ricorrenze.

sabato, marzo 25, 2017

OPINIONI. Europa, dall'inno alla gioia alla marcia funebre

di FRANCESCO GRECO - 60 anni, e li dimostra. Tutti. Bastano e avanzano per accompagnarla al più vicino sfasciacarrozze e rottamarla (anche con l'aiuto interessato di Putin a cui abbiamo fatto le sanzioni economiche, soluzioni barbariche, e di Trump, stanco di pagare il conto della Nato).
 
Almeno è morta l'idea di Europa verticistica, edificata sugli egoismi e gli appetiti delle caste assetate e delle lobby fameliche, lontana dai popoli e dai loro sogni e bisogni, che si vorrebbe incolpare della sua fine miserabile.
 
Dall'”Inno alla gioia” alla “Marcia Funebre”. Decrepita e sfatta, senza più coesione, un collante culturale e sentimentale che la tenga insieme, una mission, benché minima.
 
Ma non sono stati i 500 milioni di suoi cittadini a destrutturarla, svuotarla di senso. Anzi, essi si sentono traditi e dovrebbero chiedere i danni. L'hanno uccisa e asservita i burocrati, le banche, le sue classi politiche asservite. Che cosa ci fanno 22mila impiegati a guardia del bidone vuoto? Deliberano sulla lunghezza dei cetrioli e l'abbattimento degli ulivi secolari di cui ignoravano l'esistenza? Col silenzio-assenso dei politici che ci mandiano: attori disoccupati, cantanti mediocri, avvocaticchi di provincia, ecc.

Poteva andare diversamente? Si è costruita l'idea attorno a una moneta comune sul cui cambio molto ci sarebbe da dire, frutto di cecità e di approssimazione (e di interessi non chiari), visto che ci ha impoveriti tutti.

E sulle merci globalizzate, dimenticando l'uomo. Che invece chiede centralità, in un neo-Umanesimo delle radici da aggiornare al tempo 2.0, prima che i forconi invadano i Parlamenti.

E siccome il vuoto non esiste, la scena ora è occupata dagli Stati-Nazione e dai populismi, disprezzati, ma nati dal fallimento della politica dei professionisti, e dai popoli visti come l'ultima spiaggia contro l'egoismo delle élite.
 
L'Europa si disfa mentre festeggia assurdamente la sua fine con una retorica orripilante che ci invade, che entra nelle case e nella mente. Crolla sotto il maglio nazionalista e la spinta dei movimenti anti-euro e i fondatori ci subissano di melassa. Fingono di non vedere che c'è stata la Brexit e altre exit incalzano (Francia?).
 
Ma forse è meglio così, la fine è un nuovo inizio, come diceva Tiziano Terzani, e la fenice rinasce dalle sue stesse ceneri come la rosa di Cagliostro. Tutto ha un principio e una fine, l'alfa e l'omega.
 
Continuare ad adorare il vitello grasso, il feticcio, è roba da strizzacervelli di periferia. Come possono gli assassini ipotizzare una nuova vita del continente? Meglio lavorare all'Europa del domani, quella delle formiche che umilmente producono il reddito, non delle cicale che se lo divorano facendo poi la morale. Europa, oh cara!

OPINIONI. Agenzie stampa italiane, perchè scioperare oggi?

di NICOLA ZUCCARO - Agenzie di Stampa, perchè scioperare proprio oggi - sabato 25 marzo 2017 - data del 60mo Anniversario della firma dei Trattati europei del 1957 e nella giornata, altrettanto storica, dell'estensione a 27 Paesi membri dell'Unione Europea? E' la domanda che sorge spontanea non solo ai 'privati' e/o 'comuni' cittadini italiani, ma anche e soprattutto a coloro che operano, sin dal primo mattino e lungo il resto della giornata - in orari inconsueti - nell'informazione online.

Una scelta infelice sul piano della necessità di fornire, per il ruolo che essi svolgono, le dichiarazioni di 'prima mano'. Una scelta da rimandare per una figuraccia che, si auspica, resti solo 'europea' e che non si trasformi in 'mondiale' per gli appuntamenti del G7 di Bari e di Taormina.

mercoledì, marzo 22, 2017

XYLELLA. I produttori di olio verso la Spagna

di FRANCESCO GRECO - Destinazione Spagna. I loghi vecchi e nuovi dell’olio sono in stand-by: dal Salento alla Spagna. Tutta colpa della xylella, la pandemia che ha colpito le piante dal 2010 a oggi. E che continua ad avanzare sul territorio, a nord e a sud.

Un’altra tegola sta dunque per abbattersi su una terra già desertificata: vanno via i “cervelli” e anche i comuni mortali. Terre abbandonate, paesi vuoti, case e terre in vendita. Desertificazione materiale e umana. Quella annunciata potrebbe essere quella definitiva, nel senso che resteranno solo i vecchi e i bambini.

Gli industriali dell’oro giallo stanno quindi saggiando l’opzione delocalizzazione. In considerazione anche del divieto dell’Ue di reimpiantare la qualità di olivo più colpita dal morbo, il leccino. Potrebbero trasferirsi in Spagna per impiantare nuovi uliveti.

Non solo, ma porterebbero via anche i macchinari delle linee di produzione e di imbottigliamento del prodotto. Una tragedia che, non c’è bisogno di dirlo, significherebbe perdita di posti di lavoro nel settore, disoccupazione, impoverimento per tutta la filiera e l’intero indotto nel territorio: rimondatori, raccoglitori, venditori di concimi, officine di macchine agricole, negozi di attrezzature agricole, ecc.

Resterebbero solo i piccoli frantoi a conduzione famigliare, sempre che i costi di gestione aziendale siano sopportabili.

La xylella dunque ha vinto. Da Gallipoli che batteva il prezzo dell’olio in tutta Europa nel Cinquecento/ Seicento al deserto. Mentre i politici di destra, centro e sinistra sono avvolti nel perfido peplo delle chiacchiere e della propaganda e la scienza non riesce a dare risposte nel contrasto: delle infinite sperimentazioni annunciate (ultima il cultivar “Favolosa”) infatti poco si sa.

Ma tra i coltivatori e i produttori aleggia il sospetto che in un’epoca in cui la chimica è sovrana, qualcosa non quadra: possibile che non si riesca a sconfiggere il batterio-killer? E se da qualche parte si tenesse nascosta la formula? Sembra una spy-story con risvolti pulp…

sabato, marzo 18, 2017

L'Unità dimenticata per Roma 1957?

di NICOLA ZUCCARO - Il 17 marzo 1861 nasce il Regno d'Italia. La definizione della forma-Stato che dette nome alla penisola italiana fu dettata dall'unione dei vari regni in cui essa era suddivisa fino alla conclusione delle guerre risorgimentali e d'indipendenza. A 6 anni di distanza dal 150mo Anniversario che nella giornata di giovedì 17 marzo 2011 fu onorato con il rosso sul calendario a seguito di un decreto a firma del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, questa celebrazione non è stata più inserita nel ristretto novero delle solennità civili segnate in rosso sul calendario e solennemente celebrate lungo l'intera Penisola.

E' festa nazionale il 25 aprile (Liberazione), il 1 maggio ( Lavoro), il 2 giugno (Anniversario della fondazione della Repubblica) ma non il 17 marzo 1861, data nella quale, dopo 2 anni di guerra per l'Indipendenza, fu proclamata l'Unità d'Italia e furono poste le basi per il processo di unificazione nazionale che - secondo un parere espresso a maggioranza da autorevoli esponenti della Storiografia italiana - fu completato nel 1918, con la vittoria della Prima Guerra mondiale da parte delle forze armate italiane comandate dal Generale Armando Diaz.

Perchè in Francia si festeggia, ad esempio, il 14 luglio 1789 quale data fondativa della Nazione francese? E' la domanda alla quale, per una volta, dovranno rispondere le massime cariche dello Stato italiano troppo prese, in questi ultimi giorni, da quell'europeismo di facciata in vista del Sessantesimo Anniversario della firma dei Trattati di Roma, sabato 25 marzo 2017.

giovedì, marzo 16, 2017

OPINIONI. Pd, la crisi è d’identità

di FRANCESCO GRECO - Depurato da pregiudizi reciproci, personalismi devastanti, ormai patologici, “rottamazioni” e mancate legittimazioni, la questione Pd non è la scissione a freddo appena avvenuta, il congresso, la prevedibile deriva plebiscitaria del cantare nel coro, le primarie da gazebo a Piazza Venezia, il voto che definirà il suicidio.

Sono aspetti diciamo così ordinari, banali. Che resterebbero sullo sfondo ove Renzi avesse deciso di dare metà delle candidature alla cosiddetta “minoranza” di Bersani e D’Alema, Rossi e Speranza, anche se ancora non si sa con quale sistema di voto si voterà e si aspetta la legge elettorale per il Senato. Ma Renzi lo dicono un “anaffettivo”, anche così si è condannato alla fine.
 
Ciò che invece dovrebbe impegnare in una riflessione seria, non di facciata, demagogica, autoassolutoria (che magari si risolve nell’ennesimo anatema contro Grillo) il Pd dovrebbe essere l’identità, il chiedersi se ormai non sia esaurito il suo compito storico e avviarsi eventualmente nel cimitero ideologico della Storia.

Un dibattito che si sarebbe dovuto fare alla caduta del Muro di Berlino (1989), poi all’esplodere di Tangentopoli (1992), magari il 5 dicembre 2016, all’indomani della sconfitta (60% a 40%, 20 milioni contro 12) del governo e del Pd al referendum costituzionale.
 
Quella data è una svolta, uno snodo storico: ha decretato la morte politica di Renzi, del suo progetto politico che ha pensato di rilanciare al Lingotto con i turiboli fumanti: lo ha capito ma invaghito del proprio ombelico fa finta di nulla e punta a improbabili vendette.
 
Così si è intestato il 40% di “Si” fingendo di non vedere che l’altro 60% non è manco entrato nel merito delle riforme, ma ha ha votato contro di lui e la sua politica destroide.
 
Tutto questo tempo è stato invece dedicato alle invettive al M5S e a Roma: roba sociologica amplificata dai giornali embedded che lo aiutano a sbagliare coi loro turiboli. Così il partito s’è avvitato in una mesto cupio dissolvi, un harakiri. Forse il Pd è destinato all’estinzione: sono collassati imperi magnifici, si sono estinte splendide civiltà, popoli avanzatissimi sotto l’aspetto tecnologico e scientifico (si dice che Atlantide avesse l’energia atomica e i pc), religioni ben più complesse di quella cristiana. Non ci sarebbe nulla di strano: tutto ha un inizio e una fine, alfa e omega.
 
Oggi il Pd è sradicato dai territori e dai cuori della gente, il mitico “popolo” della sinistra non esiste più. Perde iscritti, militanti, simpatizzanti, elettori, parlamentari. Sopravvive perché ha dietro apparati, nomenklature, finanziatori (la politica non si fa con i fichi secchi), lobby.
 
Non ha identità, vive di rendita. Non è socialista, non è riformista, non è progressista: lo sa, ma nasconde tutto questo citando Clinton, Blair, Obama, ormai travolti dal populismo, il nazionalismo, il sovranismo. Invece di preparare incenso per le primarie e poi il congresso con la claque, di questo si dovrebbe discutere. Ma il condannato a morte è l’ultimo a sapere la sua sorte.
   

domenica, marzo 12, 2017

OPINIONI. La smania indecente delle 'larghe intese'

di FRANCESCO GRECO - Il consociativismo è la tragedia della nostra (sotto)cultura politica. Le “larghe intese” ce l’abbiamo nei cromosomi, l’inciucio plasma il nostro dna.
 
In questi giorni di (auto)candidature per le amministrative e le politiche, in cui uno vale uno (ma è rischiosa la democrazia parlamentare, figuriamoci quella diretta), chi si accosta alla politica lo sappia preventivamente, eviterà illusioni e delusioni, depressioni, valium, suicidi.
 
E se la semantica è applicabile alla politica, i segnali sono evidenti, senza bisogno di decodificazioni: si va verso le larghe intese, l’inciucio peripatetico già si respira nell’aria.  

Questo travaso di fregnacciari feticisti da Mediaset alla Rai è solo uno dei segnali. Cosa ci faceva la signora Maria De Filippi, sacerdotessa del rubbish, all’ultimo festival di Sanremo? Chi l’ha chiamata raccontandoci la favola del cachet a costo zero, a cui non ha creduto manco Pappacola?
 
I servi sparsi nella comunicazione a far marchette eseguono ordini non scritti, leggono nel pensiero dei loro “principi” (in questo caso Berlusconi e  Renzi) e si muovono di conseguenza. La fine delle ideologie ha gonfiato il super-io dei mediocri che in prima repubblica avrebbero fatto solo fotocopie.
 
Dallo spettacolo alla politica politici. Tutto il made in Italy è stato ”scalato”:  la moda, la grande distribuzione, i marchi nobili dell’enogastronomia, i brand più appetibili. Nessuno se n’è accorto, ha detto nulla: zitti e mosca.
 
E’ bastato che il francese Vincent Bollorè, Vivendi, si avvicinasse a Mediaset Premium perché il ministro Carlo Calenda, di un governo di sedicente centrosinistra si agitasse parlando di una legge ad hoc contro l’opa in progress, difforme dai parametri della legge-Gasparri (“abuso di posizione dominante”). Gliela sta scrivendo Berlusconi o non ce n’è bisogno?
 
Altro passaggio semantico: le primarie del Pd in itinere. Saranno uno scandalo, l’ennesimo, se potranno votare anche i non iscritti e quindi saranno l’apoteosi di Renzi, che potrà portarsi le sue truppe cammellate da destra e da sinistra.
 
Basta per capire che siamo infebbrati dalla smania di consociativismo, che nascondiamo sotto la voce “governabilità”, tanto per scaricarci i sensi di colpa?  Assolutamente no.

C’è un’ultim’ora: la mozione di sfiducia proposta dal M5S su Luca Lotti, ministro dello sport, giglio magico, è fissata in Senato al 15 marzo. Lotti trema perché non è parlamentare, non ha l’immunità, e quindi rischia le manette.
 
Non lo sapeva nessuno, Forza Italia voterà contro, ma ipocritamente dice che lo fa per ragioni di “garantismo”. Non avevano dubbi, lo salverà, poi passerà all’incasso, ai desiderata del capo, scuola “a Frà, che te serve?”. Il Pd fa il verginello, pudico come l’educanda di Cemak, dice che i voti di Berlusconi puzzano. Ma se serviranno li prenderà, start per il Nazareno bis.
 
La solita, vecchia Italia “di dolore ostello/ non donna di provincia, ma bordello” detestata da Dante.

mercoledì, marzo 01, 2017

OPINIONI. Se le istituzioni sanitarie e politiche 'dimenticano' gli ammalati

di VITTORIO POLITO - In occasione della “Giornata Mondiale delle Malattie Rare”, il presidente della Repubblica, nel suo messaggio, ha tenuto a sottolineare che “Nessun malato, ovunque, ma particolarmente nella nostra Repubblica, deve sentirsi invisibile o dimenticato. È da come una società affronta i problemi di chi è più fragile che si misura la sua civiltà e anche la sua vera forza. I pazienti di malattie rare sono vulnerabili più di altri”.

Com’è noto, tra gli obiettivi della Giornata, che costituisce l’appuntamento più importante a livello mondiale, è quello di far aumentare la sensibilizzazione nella società pubblica, tra i gli amministratori e le istituzioni su cosa siano le malattie rare e sul loro impatto nella vita dei malati rari e delle loro famiglie.

Il fatto grave è che gli ammalati in genere, non sono solo dimenticati, ma addirittura ignorati, come si evince dalla cronaca quotidiana.  Al Policlinico di Bari, ad esempio, non è attiva la radioterapia con annesso acceleratore lineare, la cui apertura viene annunciata da anni, ma ahimè nessuno fa niente, dal direttore generale dello stesso Policlinico, al presidente della Regione ed allo stesso assessore regionale alla sanità, e gli ammalati sono costretti a raggiungere sedi, anche lontane per sottoporsi alla terapie prescritte.

Non solo i pazienti con malattie rare sono vulnerabili, ma vi sono molte altre patologie, in certi casi più debilitanti, che sono trascurate mentre necessiterebbero di ogni attenzione e di ogni terapia, senza attendere i lunghi tempi delle liste d’attesa, che ormai è diventata normalità in quasi tutto il Paese.

I frequenti spostamenti dal luogo di residenza a quelli di accertamento o di terapia, complicano ancora di più le situazioni, pregiudicando e trasformando la vita di intere famiglie e imponendo frequenti spostamenti con le relative conseguenze.

Non passa giorno che, illustri luminari della medicina, in interviste a giornali e TV, danno notizie di scoperte di nuove apparecchiature, di nuovi metodi di ricerca e di terapie, ma all’atto pratico tutte queste belle cose sono difficili da raggiungere, perché disponibili solo in alcuni centri o perché vi sono le “solite” lunghe liste d’attesa, quindi si deve fare solo ricorso al privato o trasferirsi altrove.

Quindi “è necessario - secondo Mattarella - uno sforzo corale, tenendo sempre aperto il dialogo tra i grandi istituti di ricerca e i centri indipendenti, sollecitando le case farmaceutiche ad affrontare le patologie rare”, ma alle quali vanno aggiunte tutte le istituzioni politiche ed ospedaliere ad interessarsi seriamente delle altre patologie, non meno importanti di quelle rare, come il grande capitolo dei tumori, che non sono da meno delle malattie rare, ma che coinvolgono numerose famiglie, spesso ignorate e abbandonate al loro destino dalle istituzioni pubbliche.