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domenica, marzo 26, 2017

OPINIONI. L'Europa dei 27 compatta e a velocità unica?

di NICOLA ZUCCARO - Superate le riserve della Grecia, che chiedeva un impegno a tutela dei diritti sociali, l'Europa dei 27, nata dalla sottoscrizione dell'accordo concomitante con il 60mo anniversario della firma dei Trattati di Roma del 1957, marcerà sincronicamente a velocità unica? Più che una domanda di circostanza, alla luce anche delle buone intenzioni espresse negli interventi che si sono avvicendati nella mattinata di sabato 25 marzo 2017 nello stesso luogo dove 60 anni fa vi erano solo i rappresentanti dei 6 Paesi fondatori la Comunità Europea, è una perplessità polacca.

La Polonia dopo aver assunto e poi superato l'atteggiamento 'problematico' ha ugualmente firmato, pur contestando quell'Unione Europea che marcia a più velocità. Il dubbio espresso dal Governo di Varsavia, unitamente a quel 'la porta è aperta per chi vorrà aggiungersi dopo' (così come recita la bozza) induce a riflettere se - come auspicato da Antonio Tajani - con quel 'soltanto insieme, dobbiamo e possiamo aumentare la nostra sovranità, l'Europa dei 27 sarà sincronica e compatta , specie quando l'interlocutore- sottolinea il Presidente del Parlamento europeo e romano doc- corrisponderà agli Stati Uniti d'America. Ragione per la quale, retorica a parte, ciascun Paese membro dei 27 dovrà fare la sua parte ogni giorno e non solo in occasione delle ricorrenze.

sabato, marzo 25, 2017

OPINIONI. Europa, dall'inno alla gioia alla marcia funebre

di FRANCESCO GRECO - 60 anni, e li dimostra. Tutti. Bastano e avanzano per accompagnarla al più vicino sfasciacarrozze e rottamarla (anche con l'aiuto interessato di Putin a cui abbiamo fatto le sanzioni economiche, soluzioni barbariche, e di Trump, stanco di pagare il conto della Nato).
 
Almeno è morta l'idea di Europa verticistica, edificata sugli egoismi e gli appetiti delle caste assetate e delle lobby fameliche, lontana dai popoli e dai loro sogni e bisogni, che si vorrebbe incolpare della sua fine miserabile.
 
Dall'”Inno alla gioia” alla “Marcia Funebre”. Decrepita e sfatta, senza più coesione, un collante culturale e sentimentale che la tenga insieme, una mission, benché minima.
 
Ma non sono stati i 500 milioni di suoi cittadini a destrutturarla, svuotarla di senso. Anzi, essi si sentono traditi e dovrebbero chiedere i danni. L'hanno uccisa e asservita i burocrati, le banche, le sue classi politiche asservite. Che cosa ci fanno 22mila impiegati a guardia del bidone vuoto? Deliberano sulla lunghezza dei cetrioli e l'abbattimento degli ulivi secolari di cui ignoravano l'esistenza? Col silenzio-assenso dei politici che ci mandiano: attori disoccupati, cantanti mediocri, avvocaticchi di provincia, ecc.

Poteva andare diversamente? Si è costruita l'idea attorno a una moneta comune sul cui cambio molto ci sarebbe da dire, frutto di cecità e di approssimazione (e di interessi non chiari), visto che ci ha impoveriti tutti.

E sulle merci globalizzate, dimenticando l'uomo. Che invece chiede centralità, in un neo-Umanesimo delle radici da aggiornare al tempo 2.0, prima che i forconi invadano i Parlamenti.

E siccome il vuoto non esiste, la scena ora è occupata dagli Stati-Nazione e dai populismi, disprezzati, ma nati dal fallimento della politica dei professionisti, e dai popoli visti come l'ultima spiaggia contro l'egoismo delle élite.
 
L'Europa si disfa mentre festeggia assurdamente la sua fine con una retorica orripilante che ci invade, che entra nelle case e nella mente. Crolla sotto il maglio nazionalista e la spinta dei movimenti anti-euro e i fondatori ci subissano di melassa. Fingono di non vedere che c'è stata la Brexit e altre exit incalzano (Francia?).
 
Ma forse è meglio così, la fine è un nuovo inizio, come diceva Tiziano Terzani, e la fenice rinasce dalle sue stesse ceneri come la rosa di Cagliostro. Tutto ha un principio e una fine, l'alfa e l'omega.
 
Continuare ad adorare il vitello grasso, il feticcio, è roba da strizzacervelli di periferia. Come possono gli assassini ipotizzare una nuova vita del continente? Meglio lavorare all'Europa del domani, quella delle formiche che umilmente producono il reddito, non delle cicale che se lo divorano facendo poi la morale. Europa, oh cara!

OPINIONI. Agenzie stampa italiane, perchè scioperare oggi?

di NICOLA ZUCCARO - Agenzie di Stampa, perchè scioperare proprio oggi - sabato 25 marzo 2017 - data del 60mo Anniversario della firma dei Trattati europei del 1957 e nella giornata, altrettanto storica, dell'estensione a 27 Paesi membri dell'Unione Europea? E' la domanda che sorge spontanea non solo ai 'privati' e/o 'comuni' cittadini italiani, ma anche e soprattutto a coloro che operano, sin dal primo mattino e lungo il resto della giornata - in orari inconsueti - nell'informazione online.

Una scelta infelice sul piano della necessità di fornire, per il ruolo che essi svolgono, le dichiarazioni di 'prima mano'. Una scelta da rimandare per una figuraccia che, si auspica, resti solo 'europea' e che non si trasformi in 'mondiale' per gli appuntamenti del G7 di Bari e di Taormina.

mercoledì, marzo 22, 2017

XYLELLA. I produttori di olio verso la Spagna

di FRANCESCO GRECO - Destinazione Spagna. I loghi vecchi e nuovi dell’olio sono in stand-by: dal Salento alla Spagna. Tutta colpa della xylella, la pandemia che ha colpito le piante dal 2010 a oggi. E che continua ad avanzare sul territorio, a nord e a sud.

Un’altra tegola sta dunque per abbattersi su una terra già desertificata: vanno via i “cervelli” e anche i comuni mortali. Terre abbandonate, paesi vuoti, case e terre in vendita. Desertificazione materiale e umana. Quella annunciata potrebbe essere quella definitiva, nel senso che resteranno solo i vecchi e i bambini.

Gli industriali dell’oro giallo stanno quindi saggiando l’opzione delocalizzazione. In considerazione anche del divieto dell’Ue di reimpiantare la qualità di olivo più colpita dal morbo, il leccino. Potrebbero trasferirsi in Spagna per impiantare nuovi uliveti.

Non solo, ma porterebbero via anche i macchinari delle linee di produzione e di imbottigliamento del prodotto. Una tragedia che, non c’è bisogno di dirlo, significherebbe perdita di posti di lavoro nel settore, disoccupazione, impoverimento per tutta la filiera e l’intero indotto nel territorio: rimondatori, raccoglitori, venditori di concimi, officine di macchine agricole, negozi di attrezzature agricole, ecc.

Resterebbero solo i piccoli frantoi a conduzione famigliare, sempre che i costi di gestione aziendale siano sopportabili.

La xylella dunque ha vinto. Da Gallipoli che batteva il prezzo dell’olio in tutta Europa nel Cinquecento/ Seicento al deserto. Mentre i politici di destra, centro e sinistra sono avvolti nel perfido peplo delle chiacchiere e della propaganda e la scienza non riesce a dare risposte nel contrasto: delle infinite sperimentazioni annunciate (ultima il cultivar “Favolosa”) infatti poco si sa.

Ma tra i coltivatori e i produttori aleggia il sospetto che in un’epoca in cui la chimica è sovrana, qualcosa non quadra: possibile che non si riesca a sconfiggere il batterio-killer? E se da qualche parte si tenesse nascosta la formula? Sembra una spy-story con risvolti pulp…

sabato, marzo 18, 2017

L'Unità dimenticata per Roma 1957?

di NICOLA ZUCCARO - Il 17 marzo 1861 nasce il Regno d'Italia. La definizione della forma-Stato che dette nome alla penisola italiana fu dettata dall'unione dei vari regni in cui essa era suddivisa fino alla conclusione delle guerre risorgimentali e d'indipendenza. A 6 anni di distanza dal 150mo Anniversario che nella giornata di giovedì 17 marzo 2011 fu onorato con il rosso sul calendario a seguito di un decreto a firma del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, questa celebrazione non è stata più inserita nel ristretto novero delle solennità civili segnate in rosso sul calendario e solennemente celebrate lungo l'intera Penisola.

E' festa nazionale il 25 aprile (Liberazione), il 1 maggio ( Lavoro), il 2 giugno (Anniversario della fondazione della Repubblica) ma non il 17 marzo 1861, data nella quale, dopo 2 anni di guerra per l'Indipendenza, fu proclamata l'Unità d'Italia e furono poste le basi per il processo di unificazione nazionale che - secondo un parere espresso a maggioranza da autorevoli esponenti della Storiografia italiana - fu completato nel 1918, con la vittoria della Prima Guerra mondiale da parte delle forze armate italiane comandate dal Generale Armando Diaz.

Perchè in Francia si festeggia, ad esempio, il 14 luglio 1789 quale data fondativa della Nazione francese? E' la domanda alla quale, per una volta, dovranno rispondere le massime cariche dello Stato italiano troppo prese, in questi ultimi giorni, da quell'europeismo di facciata in vista del Sessantesimo Anniversario della firma dei Trattati di Roma, sabato 25 marzo 2017.

giovedì, marzo 16, 2017

OPINIONI. Pd, la crisi è d’identità

di FRANCESCO GRECO - Depurato da pregiudizi reciproci, personalismi devastanti, ormai patologici, “rottamazioni” e mancate legittimazioni, la questione Pd non è la scissione a freddo appena avvenuta, il congresso, la prevedibile deriva plebiscitaria del cantare nel coro, le primarie da gazebo a Piazza Venezia, il voto che definirà il suicidio.

Sono aspetti diciamo così ordinari, banali. Che resterebbero sullo sfondo ove Renzi avesse deciso di dare metà delle candidature alla cosiddetta “minoranza” di Bersani e D’Alema, Rossi e Speranza, anche se ancora non si sa con quale sistema di voto si voterà e si aspetta la legge elettorale per il Senato. Ma Renzi lo dicono un “anaffettivo”, anche così si è condannato alla fine.
 
Ciò che invece dovrebbe impegnare in una riflessione seria, non di facciata, demagogica, autoassolutoria (che magari si risolve nell’ennesimo anatema contro Grillo) il Pd dovrebbe essere l’identità, il chiedersi se ormai non sia esaurito il suo compito storico e avviarsi eventualmente nel cimitero ideologico della Storia.

Un dibattito che si sarebbe dovuto fare alla caduta del Muro di Berlino (1989), poi all’esplodere di Tangentopoli (1992), magari il 5 dicembre 2016, all’indomani della sconfitta (60% a 40%, 20 milioni contro 12) del governo e del Pd al referendum costituzionale.
 
Quella data è una svolta, uno snodo storico: ha decretato la morte politica di Renzi, del suo progetto politico che ha pensato di rilanciare al Lingotto con i turiboli fumanti: lo ha capito ma invaghito del proprio ombelico fa finta di nulla e punta a improbabili vendette.
 
Così si è intestato il 40% di “Si” fingendo di non vedere che l’altro 60% non è manco entrato nel merito delle riforme, ma ha ha votato contro di lui e la sua politica destroide.
 
Tutto questo tempo è stato invece dedicato alle invettive al M5S e a Roma: roba sociologica amplificata dai giornali embedded che lo aiutano a sbagliare coi loro turiboli. Così il partito s’è avvitato in una mesto cupio dissolvi, un harakiri. Forse il Pd è destinato all’estinzione: sono collassati imperi magnifici, si sono estinte splendide civiltà, popoli avanzatissimi sotto l’aspetto tecnologico e scientifico (si dice che Atlantide avesse l’energia atomica e i pc), religioni ben più complesse di quella cristiana. Non ci sarebbe nulla di strano: tutto ha un inizio e una fine, alfa e omega.
 
Oggi il Pd è sradicato dai territori e dai cuori della gente, il mitico “popolo” della sinistra non esiste più. Perde iscritti, militanti, simpatizzanti, elettori, parlamentari. Sopravvive perché ha dietro apparati, nomenklature, finanziatori (la politica non si fa con i fichi secchi), lobby.
 
Non ha identità, vive di rendita. Non è socialista, non è riformista, non è progressista: lo sa, ma nasconde tutto questo citando Clinton, Blair, Obama, ormai travolti dal populismo, il nazionalismo, il sovranismo. Invece di preparare incenso per le primarie e poi il congresso con la claque, di questo si dovrebbe discutere. Ma il condannato a morte è l’ultimo a sapere la sua sorte.
   

domenica, marzo 12, 2017

OPINIONI. La smania indecente delle 'larghe intese'

di FRANCESCO GRECO - Il consociativismo è la tragedia della nostra (sotto)cultura politica. Le “larghe intese” ce l’abbiamo nei cromosomi, l’inciucio plasma il nostro dna.
 
In questi giorni di (auto)candidature per le amministrative e le politiche, in cui uno vale uno (ma è rischiosa la democrazia parlamentare, figuriamoci quella diretta), chi si accosta alla politica lo sappia preventivamente, eviterà illusioni e delusioni, depressioni, valium, suicidi.
 
E se la semantica è applicabile alla politica, i segnali sono evidenti, senza bisogno di decodificazioni: si va verso le larghe intese, l’inciucio peripatetico già si respira nell’aria.  

Questo travaso di fregnacciari feticisti da Mediaset alla Rai è solo uno dei segnali. Cosa ci faceva la signora Maria De Filippi, sacerdotessa del rubbish, all’ultimo festival di Sanremo? Chi l’ha chiamata raccontandoci la favola del cachet a costo zero, a cui non ha creduto manco Pappacola?
 
I servi sparsi nella comunicazione a far marchette eseguono ordini non scritti, leggono nel pensiero dei loro “principi” (in questo caso Berlusconi e  Renzi) e si muovono di conseguenza. La fine delle ideologie ha gonfiato il super-io dei mediocri che in prima repubblica avrebbero fatto solo fotocopie.
 
Dallo spettacolo alla politica politici. Tutto il made in Italy è stato ”scalato”:  la moda, la grande distribuzione, i marchi nobili dell’enogastronomia, i brand più appetibili. Nessuno se n’è accorto, ha detto nulla: zitti e mosca.
 
E’ bastato che il francese Vincent Bollorè, Vivendi, si avvicinasse a Mediaset Premium perché il ministro Carlo Calenda, di un governo di sedicente centrosinistra si agitasse parlando di una legge ad hoc contro l’opa in progress, difforme dai parametri della legge-Gasparri (“abuso di posizione dominante”). Gliela sta scrivendo Berlusconi o non ce n’è bisogno?
 
Altro passaggio semantico: le primarie del Pd in itinere. Saranno uno scandalo, l’ennesimo, se potranno votare anche i non iscritti e quindi saranno l’apoteosi di Renzi, che potrà portarsi le sue truppe cammellate da destra e da sinistra.
 
Basta per capire che siamo infebbrati dalla smania di consociativismo, che nascondiamo sotto la voce “governabilità”, tanto per scaricarci i sensi di colpa?  Assolutamente no.

C’è un’ultim’ora: la mozione di sfiducia proposta dal M5S su Luca Lotti, ministro dello sport, giglio magico, è fissata in Senato al 15 marzo. Lotti trema perché non è parlamentare, non ha l’immunità, e quindi rischia le manette.
 
Non lo sapeva nessuno, Forza Italia voterà contro, ma ipocritamente dice che lo fa per ragioni di “garantismo”. Non avevano dubbi, lo salverà, poi passerà all’incasso, ai desiderata del capo, scuola “a Frà, che te serve?”. Il Pd fa il verginello, pudico come l’educanda di Cemak, dice che i voti di Berlusconi puzzano. Ma se serviranno li prenderà, start per il Nazareno bis.
 
La solita, vecchia Italia “di dolore ostello/ non donna di provincia, ma bordello” detestata da Dante.

mercoledì, marzo 01, 2017

OPINIONI. Se le istituzioni sanitarie e politiche 'dimenticano' gli ammalati

di VITTORIO POLITO - In occasione della “Giornata Mondiale delle Malattie Rare”, il presidente della Repubblica, nel suo messaggio, ha tenuto a sottolineare che “Nessun malato, ovunque, ma particolarmente nella nostra Repubblica, deve sentirsi invisibile o dimenticato. È da come una società affronta i problemi di chi è più fragile che si misura la sua civiltà e anche la sua vera forza. I pazienti di malattie rare sono vulnerabili più di altri”.

Com’è noto, tra gli obiettivi della Giornata, che costituisce l’appuntamento più importante a livello mondiale, è quello di far aumentare la sensibilizzazione nella società pubblica, tra i gli amministratori e le istituzioni su cosa siano le malattie rare e sul loro impatto nella vita dei malati rari e delle loro famiglie.

Il fatto grave è che gli ammalati in genere, non sono solo dimenticati, ma addirittura ignorati, come si evince dalla cronaca quotidiana.  Al Policlinico di Bari, ad esempio, non è attiva la radioterapia con annesso acceleratore lineare, la cui apertura viene annunciata da anni, ma ahimè nessuno fa niente, dal direttore generale dello stesso Policlinico, al presidente della Regione ed allo stesso assessore regionale alla sanità, e gli ammalati sono costretti a raggiungere sedi, anche lontane per sottoporsi alla terapie prescritte.

Non solo i pazienti con malattie rare sono vulnerabili, ma vi sono molte altre patologie, in certi casi più debilitanti, che sono trascurate mentre necessiterebbero di ogni attenzione e di ogni terapia, senza attendere i lunghi tempi delle liste d’attesa, che ormai è diventata normalità in quasi tutto il Paese.

I frequenti spostamenti dal luogo di residenza a quelli di accertamento o di terapia, complicano ancora di più le situazioni, pregiudicando e trasformando la vita di intere famiglie e imponendo frequenti spostamenti con le relative conseguenze.

Non passa giorno che, illustri luminari della medicina, in interviste a giornali e TV, danno notizie di scoperte di nuove apparecchiature, di nuovi metodi di ricerca e di terapie, ma all’atto pratico tutte queste belle cose sono difficili da raggiungere, perché disponibili solo in alcuni centri o perché vi sono le “solite” lunghe liste d’attesa, quindi si deve fare solo ricorso al privato o trasferirsi altrove.

Quindi “è necessario - secondo Mattarella - uno sforzo corale, tenendo sempre aperto il dialogo tra i grandi istituti di ricerca e i centri indipendenti, sollecitando le case farmaceutiche ad affrontare le patologie rare”, ma alle quali vanno aggiunte tutte le istituzioni politiche ed ospedaliere ad interessarsi seriamente delle altre patologie, non meno importanti di quelle rare, come il grande capitolo dei tumori, che non sono da meno delle malattie rare, ma che coinvolgono numerose famiglie, spesso ignorate e abbandonate al loro destino dalle istituzioni pubbliche.

OPINIONI. Trump vs Nixon: opzione impeachment?

di FRANCESCO GRECO - Domanda da 1 miliardo di $: riuscirà Donald J. Trump a portare a termine il primo mandato giungendo sano e salvo al 2020? Che il Dio di tutte le stelle, i pianeti, le galassie (quello di Giordano Bruno e Vanini) salvi il 45° presidente degli USA.

Rumors di impeachment agitano le acque di queste prime settimane di regno. Nel discorso di insediamento il 20 gennaio ha ribadito le coordinate del programma con cui ha vinto sulla candidata democratica Hillary Clinton.
 
Nessuna sorpresa, le linee-guida del Trump-pensiero erano già risapute: America first, compra USA, assumi USA, dazi sulle merci straniere, protezionismo, Obamacare da smontare perché pesa sulla classe media, il suo bacino elettorale di riferimento, guerra al terrorismo islamico, Nato da destrutturare, Europa sullo sfondo, dialogo con Putin in chiave anti-Europa, ecc.
 
Nel frattempo i sociologi hanno scoperto che nel mondo c'è desiderio di uomo forte, e ciò si materializza tramite il ritorno dei nazionalismi e i populismi, che prima di essere sprezzati andrebbero scansionati meglio nelle loro infinite articolazioni.
 
Trump che si mette a parlare di muri e di torture deve aver letto male questi report. Il decreto anti-immigrati (dagli ispanici agli arabi) forse nasce da qui, ma è folle non solo perché tutte le corti americane lo bocciano, ma soprattutto perché puzza di caccia alle streghe, se non di pulizia etnica. E' contro la Storia degli USA: forse ignora che il dna americano è multietnico? Lui stesso è di origine tedesca.
 
Di solito c'è un “prima” e un “dopo”. Il “prima” serve a conquistare il consenso, eccitare le folle, galvanizzarle. Il “dopo” a gestirlo senza farsene travolgere.
 
Trump invece si comporta come se la campagna elettorale continuasse, anzi, se avesse aperto quella per il 2020. Ha il passo del panzer, l'uomo solo al comando. Così andrà a sbattere. Non ha ancora stabilito una sintonia, una luna di miele con gli americani, e infatti nei sondaggi non decolla: è al 44% (persino Bush jr. un mese dopo l'elezione era al 53%).
 
Già la formazione del governo non tiene conto delle sensibilità, delle tante “anime” del suo stesso partito. Trump poi sta improvvisando una classe dirigente, infatti ha i dipartimenti vuoti, o quasi, a riprova che egli stesso non credeva nel successo di novembre.
 
Se davvero mette mano all'Obamacare trattandolo da priorità non inizia col piede giusto. Se poi si passa al muro al confine col Messico, che già c'è da anni e alle espulsioni-deportazioni, la comunità ispanica, nel Paese maggioranza, si agita e quella musulmana pure. Mentre rischia l'effetto-atomizzazione del paese: la California infatti vuole uscire dalla federazione, poi altri Stati verranno. Se si attaccano i media (“partito di opposizione”) leggendoli come untori, senza cercare un modus vivendi, una sintonia, si commette un altro errore. Se si tratta la Gran Bretagna da partner commerciale privilegiato si irritano gli altri mercati. Se si perseguono “chiusure” degli stranieri che andranno negli USA la marcia è sbagliata, perché poi i giudici tirano fuori la “green card” e il dollaro ne risente.
 
Guidare una Nazione non è come mandare avanti un'azienda: il decisionismo è cosa buona e giusta, ma l'istinto deve essere temperato dalla ragione. Se si cacciano i clandestini l'America crolla accartocciata su se stessa: perché vive del loro oscuro lavoro, sfruttandolo. E poi, che senso ha incrementare del 10% le spese militari, ricercare la premiership nucleare se già si hanno 5000 testate? Putin infatti è irritato e parla di “Guerra Fredda”.
 
Dal deserto del Nevada alla Silicon Valley, fino a Hollywood, il Paese è spaccato a metà: la campagna elettorale continua, stessi toni virulenti. Marce di protesta quotidiane, milioni di persone perennemente nelle piazze delle metropoli americane, Casa Bianca inclusa.
 
Trump ha il più basso indice di gradimento degli ultimi inquilini della Casa Bianca. Qualcuno dovrebbe dirgli che ora è presidente di tutti gli americani, non solo di quelli che lo hanno votato. Ma qualcun altro dovrebbe avvertire chi incendia con la protesta il Paese che così facendo scardina il principio su cui si regge la democrazia: il voto popolare, si attacca il suffragio universale.
 
E' vero che i voti del popolo avrebbero favorito l'avversaria, che ne ha presi circa 2 milioni in più, mentre Trump ha vinto con i delegati, ma valeva anche quando furono eletti due volte Clinton, altrettante Obama.
 
Concediamo a Trump la smania del neofita, del dilettante allo sbaraglio. L'inesperienza fa commettere errori, non ha un brain-group, si appoggia a persone inadatte, che poi lo abbandonano, una gaffe dietro l'altra.
 
Gli suggeriamo però una ripassata alla storia recente degli USA, diciamo gli anni Settanta, Watergate, dice niente? Due cronisti del “Washington Post”, Carl Bernstein e Bob Woodward, scoprirono le “cimici” fatte mettere dal Partito Repubblicano nel quartier generale del Partito Democratico, e da lì partì il procedimento di impeachment: durò due anni (1972-1974) e portò alle dimissioni di Richard Nixon, che non era un poveraccio.
 
La stampa ha avvisato Trump: non ci saranno sconti, né sul conflitto di interessi, né sul passato di tasse pagate all'italiana, né altre cosucce che dovessero emergere (in rete girano foto di orge) grazie a un giornalismo che ha una solida tradizione e non è accomodante come il nostro, ansioso di coccole. Anche se ha scelto il contatto diretto col popolo (e col suo stesso partito) attraverso i social, dove ha circa 40 milioni di followers, non può non tenerne conto a lungo senza pagare pegno.
 
Gli conviene cambiar passo, ascoltare le critiche, coinvolgere gli altri nelle scelte che farà, qualche compromesso: la politica è anche questo. Solo così potrà pensare a un secondo mandato. Continuando così rischia di non finire il primo.    

sabato, febbraio 25, 2017

OPINIONI. Raggi e i media, l'invidia del pene

di FRANCESCO GRECO - E' l'invidia del pene, non può che essere quella. Le asimmetriche, aspre relazioni fra il sindaco di Roma e i media con la loro narrazione devastante nasce anche dall'invidia del pene. Freud è utile per tentare di capire il cortocircuito fra Virginia Raggi e giornalisti sin dal giugno 2016, ballottaggio vincente, contro ogni oroscopo. Non le si perdona, e indirettamente anche al M5S, di aver fatto, e fare a meno dei giornali, le tv, le radio, gli opinionisti, attardati in un racconto datato (“alieni”, Corriere della Sera dell'11 febbraio 2017), una koinè deviata.

Nei paesi cattolici, guai a mostrarsi intelligenti: i mediocri te la fanno pagare cara, ti augurano le peggio cose, ti spingono verso la Geenna ove sarà pianto e stridor di denti. Senza cinghie di trasmissione mediatiche, con un misero blog, Grillo ha convinto della bontà della sua rivoluzione dolce 9 milioni di italiani: per gli unti dal Signore è peccato mortale. Ha creato dal nulla, come per incanto, dal 2009 a oggi, una suggestione, e una prospettiva di successo e di governo, come si permette, senza la loro benedizione? Non si perdona un algoritmo segreto.

Cosa e chi c'è dietro? Non resta che il fango. Tutto è letto col codice dell'antipolitica, e non si vuol capire che se la politica è la pantomima incedente, vuota e corrotta in uso, l'antipolitica è l'ultima spiaggia, la zattera cui aggrapparsi. Si sprezza tutto all'ingrosso, coll'epiteto di populismo, per non dire che può essere riempito di altra filologia, trasfigurarsi nella riappropriazione dello specifico politico da parte dei popoli 2.0, che lo espropriano ex abrupto alla casta dei professionisti della politica, alle logge, le oligarchie finanziarie e bancarie avide, le classi dominanti corrotte e senza spirito patrio, che fanno pagare i costi della crisi e la globalizzazione alla base della piramide che produce la ricchezza comune.

Sarebbe un fenomeno da studiare, decodificare, disaggregare: ma è troppo faticoso, meglio allora l'anatema, il pregiudizio, mantra, password più facile e accessibile ai più per la pigrizia intellettuale dei columnist italiettani abituati a legare l'asino dove vuole il padrone, servirlo e riverirlo, militare su ideologie morte, relativizzate, sconfitte dalla Storia: non immaginano un mondo di uomini liberi e pensanti ('Etienne de la Boétie, 1530-1563, “Discorso sulla servitù volontaria”, Chiarelettere, 2015). 

Così si assiste a uno spettacolo grottesco, semiserio: con le categorie culturali e politiche destrutturate e la bava alla bocca, elevano gossip da bar sport a dialettica politica. E non si accorgono che la spazzatura non tocca lo zoccolo duro del M5S, sempre costante: non insudicia la speranza di una via e una vita diversa, di uguaglianza, di giustizia sociale, di diritti reali, a 100 anni dalla rivoluzione d'ottobre: corsi e ricorsi, è l'infinitamente lontano che torna (Lao-Tzu).

Bene la proposta dell'abolizione dei vitalizi e bene lo stadio: non si può vivere di soli no, ma occorre affrontare le sfide e cercare di gestirle. Diciamolo: la gente non capisce di cosa è accusata la Raggi, cos'avrebbe fatto di male. Altro elemento da decrittare. Ma sarebbe una fatica di Sisifo, improba, scomoda, per i propri referenti politico-editoriali: poteri forti, assoluti. Basti dire che la Raggi è il primo sindaco donna della storia di Roma: chi tesse peana a Hillary Clinton non se n'è accorto?

Grillo ha messo su una macchina da guerra, che sarebbe perfetta se non fosse per lo scouting del personale: la rete s'è mostrata fallace, espone a errori, anche perché i media tirano trappole agli ingenui e lo costringe a rincorrere le dichiarazioni. E dunque, senza gruppi editoriali, case editrici, giornali, concedendosi controvoglia e a spizzichi e bocconi ai media, Grillo e i suoi sono prossimi alla conquista del Palazzo d'Inverno.

I corsivisti non lo avevano previsto e remano contro. L'invidia del pene o, se si vuole, l'ansia da prestazione. Non possono accettare la realtà, che li sovrasta, così la criminalizzano: i loro orizzonti culturali sono angusti, retrò: le opinioni qualunquiste e politicamente corrette inutili, non incanalano flussi di consenso, non spostano voti, non muovono simpatie (semmai le alienano).

Non resta che la demonizzazione dell'avversario, vecchia scuola staliniana. Non era mai accaduto nella storia politica, e non solo italiana. Col blog il M5S bypassa l'opinionismo italico, lo vanifica e parla direttamente alla pancia del paese reale, al sottosuolo vivo e vero, interroga gli iscritti quando deve prendere decisioni.

Mentre i partiti novecenteschi sono sempre strutturati in termini verticistici, di nomenklatura: decidono nelle segrete stanze, o se le fanno imporre dai poteri forti, e poi le fanno approvare dalla base, in un gioco ipocrita che la gente annusa e rifiuta. Un blocco reazionario-conservatore-restauratore, dall'asse mediatico-giudiziario (Tangentopoli), è schierato come falange macedone, ostacola il nuovo che non sia benedetto da lobby, oligarchie, caste. Ha carta bianca sulla tattica. Muovono le loro pedine senza alcuna etica, e non si avvedono che così spingono Grillo al 40%. 

Avviso ai giornalisti della black-list, quelli che cantano nel coro, origliano dal buco della serratura e non vedevano le orge di quelli che hanno distrutto Roma: se hanno davvero attributi, possono fare inchieste sui soldi in nero che B. ha nascosto nei paradisi fiscali (“Il Cavaliere nero”, Biondani-Porcedda, Chiarelettere 2013) e su Renzi in grembiule (“Massoni”, Gioele Magaldi, Chiarelettere 2014).

Per il resto nulla di nuovo sul fronte occidentale. Le inchieste sull'aria fritta tendono ad assimilare in modo soft il M5S a Mani Pulite, darne la stessa lettura filologica. E' il vecchio sogno delle toghe di selezionare il personale politico, di mostrarne l'indegnità morale e magari proporsi come surroga, fondare partiti sfruttando la popolarità delle inchieste, al limite sbarcare in Parlamento. Con questo format Cesare sarebbe un criminale. Anche perché poi le inchieste spesso sono bolle di sapone. Il che è una forzatura impudica, indecente. Ma questo è un altro discorso, porta lontano. Fermiamoci qui. 

Auguri, sindaca!

martedì, febbraio 14, 2017

La legge Basaglia e certe sue conseguenze

di VITTORIO POLITO – Grazie alla legge 180/1978, cosiddetta Basaglia, che consentendo la chiusura degli ospedali psichiatrici e non avendo provveduto alla istituzione delle case-alloggio a sufficienza o un adeguato servizio dei Dipartimenti di salute mentale, ha di fatto contribuito notevolmente ad incrementare i delitti da parte di malati abbandonati al loro destino. Non passa giorno che la cronaca non riporti fatti di tale gravità.

La predetta legge, infatti, non ha tenuto per nulla conto della precedente n. 36 del 1904, il cui principale obiettivo era la tutela della società e quindi la custodia negli ospedali psichiatrici di tutte le persone affette da malattie mentali. Il concetto di pericolosità del malato è stato completamente disatteso e capovolto dai politici e da qualche psichiatra, i quali non hanno tenuto conto che la schizofrenia, ad esempio, è descritta nei trattati odierni esattamente come in quelli di parecchi decenni fa. Secondo Carlo Fiordaliso, della UIL-Sanità, rappresenta “la follia di trasfondere in una legge l’impostazione di una scuola, in maniera totale e rigida”, ed il riferimento è a quella universitaria del Basaglia.

La legge 833/1978, istitutiva del servizio sanitario nazionale, recependo i presupposti della 180, affermava una nuova visione della malattia mentale come una normale malattia che escludeva tutele differenziali (?). La stessa Commissione del Senato che condusse l’indagine tra il 1996 e il 1997, affermava nella relazione conclusiva che il sondaggio ha dimostrato la perdurante incapacità e la mancanza di volontà di dare attenzione al modello di tutela della salute mentale che informava la legge 180.

Non parliamo poi dell’iter burocratico previsto nelle urgenze, per un ricovero coatto per tali soggetti, tra l’altro di soli 7 giorni rinnovabili. Il malato deve essere visitato dallo psichiatra che deve richiedere il ricovero, quindi necessita il parere di un secondo psichiatra che deve confermare la diagnosi, infine serve la convalida del provvedimento da parte del sindaco. Tutto ciò ogni volta che l’insano di mente si mette nella condizione di aggredire e disturbare il prossimo con il suo comportamento schizoide.

Il prof. Vittorino Andreoli, psichiatra, in una intervista al periodico “Famiglia Cristiana”, di un decennio fa, ipotizzava “...la possibilità di avere in ogni Regione delle piccolissime strutture che si occupino dei trattamenti prolungati: dei luoghi dove sia possibile tenere sotto controllo i casi più difficili per cinque, sei mesi”.

Certamente indietro non si può tornare, ma a distanza di 40 anni le strutture alternative previste dalla stessa legge non sempre sono state realizzate, per cui il pericolo dei malati di mente sta raggiungendo picchi elevati. Sta di fatto che spesso questi soggetti compiono delitti di una ferocia unica, e poi con l’infermità mentale si salva il colpevole ed i giochi son fatti.

Alla luce di quanto sopra, appare evidente che non siamo tutelati adeguatamente dai pericoli di questi soggetti e dalle loro improvvise ire (chi non ricorda il caso Labriola?), mentre la cronaca quotidiana ci dà ragione, per cui farebbero bene legislatori, medici, amministratori e sindaci, ad adottare seri e definitivi provvedimenti nei confronti dei malati di mente. O qualcuno ritiene forse che “è meglio un uomo sano in una bara che un insano di mente in ospedale psichiatrico”?

venerdì, febbraio 10, 2017

OPINIONI. Sanremo tutto l’anno

(ANSA)
di FRANCESCO GRECO - Mi giunge un sms virale: boicotta il Festival di Sanremo. Al suo presentatore Carlo Conti danno 650mila euro: è una vergogna, condivido (dice che li darà ai terremotati, campa cavallo…). Ma nessuno ormai si scandalizza più di nulla, come direbbe Neruda “si sono rotte le cateratte del cielo”.
 
Tuttavia, non è solo colpa sua, ma anche di chi gli staccherà l’assegno chiedendo a noi 2 euro per ricostruire le scuole di Amatrice e dintorni (tanti si chiedono perché i denari sono fermi). E non siamo neanche così scemi da credere alla favola che la signora Maria De Filippi la dia gratis alla Rai per una settimana.

Conti-De Filippi: un acconto delle larghe intese che ci aspettano: da noi sono peripatetiche, la gente l’ha capito e perciò porterà Grillo al potere.

Ma in un paese come il nostro, dove impera il darwinismo sociale, il basso impero da dove ormai tutti scappano, ogni ascensore sociale è rotto e prevale il darwinismo più turpe, dove ci sono pensioni d’oro da 600mila euro l’anno e poi quelle di invalidità all’80% di 280 euro mensili, e dove i pensionati sociali – dopo una vita di lavoro - frugano nella spazzatura dei mercatini rionali per mettersi qualcosa nella pancia, abbiamo metabolizzato da tempo il senso dello scandalo.
 
E comunque, per quel che mi riguarda, è dai tempi de “La prima cosa bella” di Nicola Di Bari e di Sandro Ciotti alla radio che bypasso Sanremo. E sfido chiunque a ricordare chi ha vinto l’edizione del 2015 e a canticchiare il refrain sotto la doccia.
 
Il serraglio ha aperto le sue gabbie, gli animali sono in cattività. Ma il Festival di Sanremo non è più da tempo la vetrina della canzone italiana e se Luigi Tenco e Dalida l’avessero saputo non si sarebbero suicidati, mezzo secolo fa lui, un po’ dopo lei, e neanche il passionale Claudio Villa si sarebbe fatto sangue acido accusando il patron Ravera per averlo squalifica. Non ne valeva la pena. L’apertura con Tiziano Ferro che imita Tenco è stata il massimo dell’ipocrisia italica: lo ha celebrato il sistema che lo uccise.
 
Così Sanremo s’è trasfigurato in altro da sé: l’icona di un paese culturalmente agonizzante, clinicamente morto, sovrastruttura del nulla. Così è percepito extra moenia. Gli altri hanno avuto Woodstock e l’Isola di Wright, noi Arisa e Clementino. Miseria (retroattiva) del presente. O tempora, o mores!
 
E’ una parata di volgarità, le canzoni, brutte, sono solo un punto di partenza per perdere tempo e spettegolare una settimana. Infatti per farsi guardare e fare audience chiamano le star straniere e quest’anno Maurizio Crozza con le sue imitazioni.
 
Visto come siamo ridotti, con la tv ormai preda del gossip e del rubbish, del feticismo e del finto giornalismo, proponiamo di fare Sanremo tutto l’anno, posto che, a nostra insaputa, la classe politica non lo mandi già in scena tutti i giorni. Renzi premier non sfilava quotidianamente come sul palco dell’Ariston, fra la claque presa da Cinecittà?

Ecco la nostra modesta proposta: dopo Sanremo vintage con le cover, pensiamo a gennaio anteprima Sanremo, febbraio aspettando Sanremo, marzo gli esordienti di Sanremo, aprile le vecchie glorie di Sanremo, maggio Sanremo a piacere (ognun canta quel che gli pare: da “Finché la barca va” a “Semo gente de borgata”), giugno le star straniere, luglio le hit, agosto i cantautori, settembre le band, ottobre i vip, novembre charity a Sanremo, dicembre i presentatori storici e le vallette, da Nunzio Filogamo a Chiambretti e la Marini.

Caro Conti, ti piace l’idea? Anche se sei in uscita (arriverà Bonolis?)te la diamo aggratis, per la causa…  

mercoledì, febbraio 08, 2017

MEMORY. Quando Mammì fece sognare tutto il Meridione

(Wikipedia)
di FRANCESCO GRECO - Pallidi, palpitanti ricordi dell’infanzia in b/n ormai perduta. Nell’altro secolo, nel tempo che fu, quando andavamo in 500 e compravamo il primo frigo a rate e a “Tutto il calcio minuto per minuto” c’erano Enrico Ameri e Sandro Ciotti.
 
Una domenica d’inverno, il 30 gennaio 1972, pioggia da Diluvio Universale, avvenne qualcosa che la stampa dell’epoca chiamò “leggenda” (“Vittoria da 4 punti!”, Corriere dello Sport).
 
A Catanzaro scende la Juventus, con la protervia dei ricchi, l’aria di una fastidiosa incombenza ai confini degli imperi pallonari, un protocollo veloce veloce. E’ la Vecchia Signora di Morini, Furino, Spinosi, Causio, Capello, Anastasi, che poi vincerà il 14mo scudetto.
 
Ma il calcio è anche follia, la dea Eupalla sommamente capricciosa: ce lo ha insegnato il maestro Gianni Brera. La partita sta scivolando verso la fine, incatenata come l’audace Prometeo sullo zero a zero.
 
Già sarebbe eccezionale, ma un pallone malizioso fende la muraglia d’acqua da naufragio omerico, da Apocalisse now. Un ometto timido si avventa con coraggio e incoscienza e lo mette in rete, consegnandosi in tal modo agli almanacchi, e alla Storia: si chiama Angelo Mammì, astuzia e fortuna, oltre agli astri, gli furono favorevoli: il Sud ne avrebbe tanto bisogno: in quel tempo, oggi, domani, sempre.
 
Juve matata, risultato finale, ce lo disse il grande Enrico Ameri alla radio e la sera Emanuele Giacoia a “90mo minuto” in bianco e nero di Maurizio Barendson e Paolo Valenti: Catanzaro batte Juventus 1 a 0 (la domenica prima aveva fatto 0-0 col Milan di Nereo Rocco). Non era un refuso, un abbaglio. Molti di noi possono dire: “Io c’ero!”. Calabria in festa, Sud alle stelle dai Nebrodi al Vesuvio, come sempre quando i miliardari sono umiliati dalla classe operaia, fosse in Calabria, Sicilia, Puglia, Campania, Abruzzo, Marche.
 
Falangi macedoni di anti-Juve ibridati fra interisti, milanisti, romanisti, laziali, napoletani e quant’altri fanno festa. Come la sera di domenica 15 gennaio 2017, Fiorentina-Juventus 2-1. E’ il cuore: si tifa anche contro, tifo trasversale, irrazionale, anche ridicolo, ma genuino, vero. Come paradossali sono i tifosi delle squadre del Nord che vivono a Bari, Messina, Potenza, Lecce, Napoli, Reggio Calabria: una forma di colonialismo sottinteso, invisibile, suicida.
 
Canovaccio che si ripeterà mercoledì 8 febbraio 2017, allo “Ezio Scida”, recupero della penultima di campionato: Crotone-Juventus. Corsi e ricorsi, G. B. Vico docet: il Mammì potenziale stavolta, 47 anni dopo, si chiama Diego Falcinelli. Tutta l’Italia anti-Juve e tutto il Mezzogiorno, il Regno delle Due Sicilie da Trapani alla Terra di Lavoro, il Sud povero ma bello, tifa per lui: pioggia, neve, vento, gelo che sia.
 
Il calcio nel frattempo ha smarrito quell’alone romantico di un tempo, dei miti resta poco oggi che i vivai sono soffocati e le squadre sono piene – è il trend perverso - di brocchi stranieri: sognare è molto più difficile, purtroppo per noi meridionali deboli di cuore. Ma al Sud il tempo ha una modulazione pigra, lenta, sensuale: non ce ne siamo manco accorti. Questione di dna.
 
Perciò, forza Crotone, forza Falcinelli, fateci sognare: la Storia vi aspetta, è ciclica, come diceva il grande Gabriel Garcìa-Màrquez, “il tempo gira in tondo”, e come aggiungeva Eduardo Galeano, buonanima, “giro il mondo per vedere una bella giocata”.  

sabato, gennaio 28, 2017

OPINIONI. Virginia, figlia di un dio minore

di FRANCESCO GRECO - Ma Virginia Raggi è figlia di un dio minore? A dar credito alla violenta, “chirurgica” aggressione mediatico-giudiziaria in progress dal giugno 2016, quando vinse il ballottaggio con Roberto Giachetti (Pd), si direbbe che è l’opzione più verosimile.

Pare una “crociata” di natura corporativa, nel senso che chi ha il potere – i partiti e le lobby in comunione di interessi - non si rassegna al fatto che potrebbe anche perderlo. E di stampo reazionario, controrivoluzionario, si sarebbe detto un tempo.
 
In un’Italia fintatonta in cui tutti tengono famiglia, “dì che ti mando io” e tutti raccomandano tutti e tutti corrompono tutti, Raffaele Marra avrebbe intrigato per una promozione al fratello Renato. E’ stato arrestato per faccende di case risalenti a qualche anno fa, quando la Raggi non faceva politica. E’ stato fatto cavaliere dal presidente emerito Giorgio Napolitano, ma il take è stato minimizzato, nascosto nelle pagine.

Quand’è che Marra è caduto in disgrazia? Perché è accaduto? Se nulla accade per caso, sarebbe curioso stabilire quando gli astri gli sono diventati sfavorevoli.
 
Come sarebbe divertente notare come il format che ha funzionato con i sindaci precedenti la Raggi (lo spoil-system) oggi non sia più considerato trendy. Appena eletto, un primo cittadino chiama i suoi collaboratori di fiducia. Deve farlo, circondarsi di persone di fiducia, che condividono il suo progetto politico, il programma, uno straccio di “visione”. Specie oggi che l’elezione è diretta, che fai, ti metti in casa un cavallo di Troia?

Chiamarono “ad personam” i sindaci di sinistra Veltroni, Rutelli, Marino e prima ancora (prima repubblica, col proporzionale) Vetere, Argan, Petroselli, Carraro, ecc. Panem et circenses. La Raggi si è ritrovata al Comune i Marra, ma non può coinvolgerli in alcuna responsabilità. Anomalia tutta italiana. Trump non sta mettendo ai posti di comando i suoi uomini fidati? E se Paola Muraro è un’autorità nel settore dei rifiuti, perché non doveva chiamarla, per affidarsi a un raccomandato che combina guai?

Se la restaurazione ha molte facce, questa è la più volgare e stupida. L’aggressione non è una novità. Era già cominciata per una piccola collaborazione della Virginia all’Asl di Civitavecchia. C’è chi vive di ideologia annunciando rivoluzioni sempre abortite, e chi deve alzarsi alle 5 del mattino, pigiarsi nella metro con la bocca amara e portare il pane a casa almeno per le bollette.
Poi i moralisti da bar sport hanno opinato sul fatto che faceva pratica nello studio legale di un conoscente di Cesare Previti (che ha detto più volte di essere solo un professionista sul mercato, senza tessere di partito), come se fosse un’infamia e non si andasse a lavorare dove capita, specie con questi chiari di luna.

Poi sul fatto che la Raggi non poteva candidarsi perché aveva firmato un codice etico con il M5S (faccende private, cavoli suoi, lo ha detto anche il magistrato). Altra bolla di sapone.

Poi uno scoop a posteriori ha annunciato l’arrivo probabile di un avviso di garanzia a Natale, arrivato con un mese di ritardo (le poste private non sono più quelle di una volta).

Poi la malastampa, che canta le gesta della malapolitica, in perfetta simbiosi d’intenti (e di interessi), con altri scoop (e autointerviste) ha assicurato che presto ci sarà un “rito abbreviato”. Non si capisce bene di quali reati la Raggi è accusata e comunque non ha chiesto nulla.
 
A colmare una misura già colma, il postfascista Maurizio Gasparri in veste di Catone censore dice che chi governa oggi la Città Eterna è “inadeguato”. Dall’Esquilino a Torbellamonaca, a Roma anche i sanpietrini sanno che il camerata Gianni Alemanno da sindaco svuotò le sezioni del Msi da Acca Larentia a Sommacampagna dove campeggiano il cranio del Duce e la svastica di Hitler per assumere i nazi e i fasci negli uffici dell’Atac (che aveva bisogno di autisti), affossandola.

A pensar male si fa peccato ma, come direbbe Andreotti, si indovina sempre. C’è un pregiudizio grande come la montagna sacra di Jodorowskj contro la Raggi eletta da circa 800mila romani. Il pregiudizio è un sentimento squallido, perciò da combattere. E’ bene che se ne prenda atto prima che arrivi il plotone d’esecuzione.

E allora, cosa può fare la povera Virginia figlia di un dio minore per fermare il fango? A’ la guerre comme à la guerre: vada in archivio e tiri fuori tutti i nomi di quelli chiamati, nei decenni scorsi, da Veltroni, Rutelli, Alemanno, Marino, ecc. per lavorare nelle loro giunte (e che hanno lasciato una zavorra di 13 mld). Nel silenzio complice di chi oggi fa scoop preventivi. E li dia all’Ansa.

Magari veda anche chi c’è dietro le “partecipate”. Può darsi che sono tutti da Nobel, gigli di campo odorosi di poesia, cavalieri senza macchia e senza paura, Parsifal dal petto sfolgorante di virtù. Ma se così non fosse? Forse è tutto prescritto, ma anche nella cacca che si rovescia addosso alla gente ci vorrebbe un pò di par condicio, il minimo sindacale.   

martedì, gennaio 24, 2017

OPINIONI. L’eterna fuga dalle responsabilità: il nostro dna

di FRANCESCO GRECO - Inquieti, smarriti abitanti di un paese surreal-demenziale, senza regole né autorità, ogni volta facciamo esercizio di ipocrisia, manifestando uno stupore ciclostilato, posticcio. E’ invece la sequenza di un film interminabile, già visto, ormai trasfigurato in “cultura”, dna, che sinceramente ha stufato.

Forse è dovuto al background, alla nostra storia: dopo Roma, tanti popoli ci hanno dominati e noi li abbiamo serviti (“Franza o Spagna purché se magna”, “serva Italia di dolore ostello”). E’ la sorte di chi non ha autostima. E così, per non assumerci una parvenza di responsabilità, abbiamo delegato le decisioni dei nostri destini ai peggiori, i più arroganti, ricchi, volgari, violenti, cialtroni, fregnacciari: ieri Papi e Re, oggi Mussolini, Berlusconi, Renzi e quant’altri si affacciano all’orizzonte, leggendoli spesso come “messia”, unti del Signore, dotandoli di un’aura quasi mistica, del tutto falsa.

Cartoline dall’Abruzzo, inverno 2017: la neve cade sulle macerie del terremoto, nel cuore della notte gelida, una slavina a 100 km orari si abbatte su un albergo di lusso, vista sul Gran Sasso, un sopravvissuto chiama col WhatsApp: è una tragedia, correte. In quelle montagne lacerate, dove sono andati a illuderli: “Non vi lasceremo soli…”, “Dite quello che vi serve…”, le parole sono nude, vuote di senso e di eco, e intanto muoiono uomini, animali, popoli, etnie, civiltà, speranze.

Eppure dall’altro capo del filo qualcuno non crede alla catastrofe, ai “dispersi” che spesso lo sono per sempre. Il redivivo insiste e cosi gli passano l’altro ufficio, dove magari “il dottore è fuori stanza”, o davanti al termosifone, che gli passa un volontario (il volontariato non peloso è la sola cosa viva, da salvare, in questo miserabile, indecente paese) a vedere se casomai è qualche mitomane che soffre d’insonnia, stanco della playstation o di navigare nell’artificio del web dove tutti sono giovani, belli, buoni, giusti.

A migliaia prendono lo stipendio, ma tocca al volontario spalare la neve. E’ già tanto che non gli abbiano risposto: “Albergo distrutto? Sarà una bufala! Pensa alla salute!”. Siamo un popolo che pensa sempre alla salute, la nostra, quella altrui chissenefrega? Uno spaventoso darwinismo. Poi si scoprirà che l’amministratore dell’albergo aveva chiesto a Provincia, Comune, Polizia provinciale e Prefettura di liberare la strada dalla neve, per far partire i turisti. Magari sono ancora lì a dire: devi farlo tu, no tocca a te…

Intanto il “Rigopiano” è diventato una bara bianca. E si sapeva quando, dove e quanta neve sarebbe arrivata. C’è anche l’atout elegante e sudicio dei politici che fanno passerella appropriando dei sopravvissuti, scambiandosi sms: da noi è sempre derby. Ecco reincarnata l’eterna, secolare fuga dalle responsabilità.

I partiti e le mafie hanno colmato le istituzioni di furbetti del cartellino, di gente che tira il 27, che se vede qualcosa che non va si gira dall’altra parte, mi faccio i fatti miei, tengo famiglia e poi chi me lo fa fare? Basta simulare la presenza per incassare lo stipendio, mentre i migliori, “i cervelli”, disgustati, che non accettano la volgare pantomima, non si prestano alla farsa, se ne vanno all’estero, e fanno bene.

Sappiamo come vanno le cose: timbrano (qualcuno in mutande) e se ne vanno in spiaggia, dall’estetista, al bar o si fanno timbrare il budge dal collega, ricambiando il favore il giorno dopo. Tanto con un buon avvocato la si fa franca alla faccia delle leggi: l’inganno si trova prima della legge. Forse quell’albergo non doveva star lì, sotto la montagna.

Quindi fuga dalle responsabilità retroattiva: anche di chi firmò la concessione edilizia a suo tempo. Che continua. Da noi, se chiami un ente pubblico ti fanno sentire tutta l’opera di Mozart e pure qualcosa di Chopin.

Puntano sulla desistenza: pensano che ti stanchi e lasci perdere. Fuga applicata all’epoca del 2.0: loro scrivono quel che vogliono, ma ti dicono “noreply”, cioè, quel che pensi tu non ci interessa, accetta per fede quel che diciamo noi.

Cittadini dimezzati, come il famoso visconte: non hai doveri e qualche diritto, sei sempre uno che rompe le palle, che disturba il presepe dello stipendio rubato e dei posti di lavoro comprati tramite le mafie, politiche e mafie vere e proprie. Così siamo diventati un paese e un popolo “minore”, e come tale percepito e sbeffeggiato ovunque. Che fa la vittima, che se la prende con la Merkel, con Trump, con Grillo. Fummo il paese di Caravaggio e Fellini, siamo il paese di una ministra menzognera e di Luca Lotti, zero voti.

La tragedia finisce sempre in farsa e a stracci volanti. I media tengono bordone: raccontano il declino e loro stessi lo incarnano. Non è mai colpa di nessuno: il colpevole o è la sfortuna, il destino cinico e baro, o risale a 3 secoli prima, o è morto, o è troppo potente e se lo indagano “crolla tutto” (come dicono i pentiti di mafia per lucrare i benefici di legge), o è un metafisico Grande Vecchio sull’iperuranio, oppure, alla fine uno lo si trova: il poveraccio che passa per strada in questo momento e che non avendo i mezzi per pagarsi un avvocato non può che essere il “mostro” su cui scagliare il livore del popolo e dei forcaioli.

Ma alla fin fine il Grande Vecchio siamo tutti noi. E tutto per non finirla col complesso di Peter Pan e assumerci, prima o poi, uno straccio di responsabilità dinanzi a noi stessi e alla Storia. Disfatta l’Italia, non c’era bisogno di disfare gli italiani: non siamo mai stati un popolo, ma “pecore anarchiche” (Montanelli).

E ora, disfatta l’Europa costruita sulla retorica, una mitologia fasulla e una moneta ladra della ricchezza dei poveri, non c’è bisogno di disfare gli europei: mai stati popolo. Così l’UE è affondata nel Mediterraneo, fra migranti, barconi, gommoni, passerelle politiche, mafie. Deo gratia!

mercoledì, gennaio 18, 2017

OPINIONI. Uomini o caporali?

di FRANCESCO GRECO - Arriva sempre un giorno in cui nella propria parabola esistenziale e politica occorre decidersi: uomini o caporali, direbbe Totò? Guai a non capirlo: ci si dà la zappa sui piedi.
 
Il governatore di Puglia Michele Emiliano non l’ha ancora capito. Così su è smarcato dalla decisione del centrosinistra di dare a Lecce un candidato alla successione del “gradito” Paolo Perrone, due legislature a sindaco di una città che è all’undicesimo posto di gradimento al mondo. Uomini o caporali?
 
Il background è sui giornali ogni mattina: correnti, potenti, satrapi l’un conto l’altro armati, dozzine di nomi di prime, seconde e terze file “bruciati”. Ora si cerca un “prestanome” nella società civile, l’associazionismo, il non-profit, i salotti bene, i club di bridge e canasta in una città dov’è ben presente storicamente la Massoneria, trasversale a destra e sinistra. Uomini o caporali?
 
Mentre il candidato del centrodestra Mauro Giliberti è in campagna elettorale già da mesi (esattamente da novembre, da quando, inviato di “Porta a Porta” andò nel villaggio dov’è nata Melania Trump, nuova first lady d’America).
 
Qualche big guns del Pd dà già per persa la partita, facendo balenare l’idea di un inciucio, un “biscotto”, come si dice nel calcio, un accordo sotterraneo destra-sinistra per lasciare Lecce alla destra, dove sta per arrivare, cioè, salire sul carro del vincitore, l’Udc: della serie “Và dove ti porta il cuore” (e il potere, che i raffinati con studi a Eton chiamano “visibilità”). Uomini o caporali?
 
Quindi il Pd cerca un agnello sacrificale da immolare, una controfigura, un vaso di coccio. Se i leccesi naso fino sentono odor di inciucio, chissà come potrebbero reagire: magari votando in massa il candidato del M5S Enrico Valente, magari mandandolo al ballottaggio con Giliberti.

Al capezzale di Lecce accorrono corrucciati da tutta Italia: dal sindaco di Bari Antonio Decaro all’ex primo cittadino di Milano, Giuliano Pisapia, che si è appena fatta la sua nicchia: “Campo progressista”.
 
Tutta questa platea un nome in tasca pare ce l’abbia: Dario Stefàno, già assessore regionale all’Agricoltura e poi senatore e presidente della giunta delle immunità nel Prodi-bis.

Solo che l’otrantino è di vecchia scuola Dc (“molto è stato fatto, ma molto resta ancora da fare”), in provincia si sente sprecato, sacrificato: Papa Francesco gode di buona salute, alla Casa Bianca per i prossimi quattro anni l’inquilino è stato appena eletto e da poche ore, purtroppo per Stefàno, Antonio Tajani è Presidente del Parlamento Europeo.

Insomma, come minimo ambisce a fare il ministro. Hic sunt leones. E dunque a Lecce cercasi candidato disperatamente. Come la rockstar Madonna cercava Susan anni addietro.
 
Emiliano è giunto a Lecce e davanti a questo labirinto viscido si è tirato indietro, ha scagliato la palla in tribuna. Ammettendo in modo oggettivo che non è un leader ma un caporale di giornata.
 
E’ stato magistrato, sindaco di Bari città-regione, segretario regionale del Pd, ambisce alla segreteria nazionale e non è capace di espugnare Sagunto, scomodandosi per dire: “Sbrigatevela da soli”. Siamo uomini o caporali?

La speranza è che il take non finisca nella rassegna-stampa di Matteo Renzi, che ha appena arruolato nella direzione nazionale del Pd lo scrittore Gianrico Carofiglio (anch’egli magistrato: il target del Pd, che continua a militarizzare le istituzioni). Altrimenti come aspirante segretario nazionale il governatore pugliese si è bruciato con le sue stesse mani, dandosi un colpo dove non batte il sole. Fatale Lecce, a uomini e caporali.   

domenica, gennaio 15, 2017

Distrutta targa in ricordo di Matteotti: così la memoria va in frantumi


di PIERPAOLO DE NATALE - Roma, giovedì 12 gennaio: la polizia rende noto che la targa posta sul lungotevere Arnaldo da Brescia, in memoria di Giacomo Matteotti, è stata distrutta. Sulla vicenda è al lavoro la squadra del commissario Villa Glori e i responsabili, prima o poi, pagheranno le conseguenze di questo vile gesto. Opera di teppisti? O gesto firmato da quei giovani romani che, con un pizzico di orgoglio, si battezzano neofascisti?

Se la violenza avesse una matrice politica, bisognerebbe rifarsi a quei gruppi che, a turno, fomentano odio e violenza per le strade della Capitale, nei confronti dello straniero o del "diverso". Si tratterebbe di individui magari provenienti dagli stessi ambienti dei sette adolescenti del Fronte della Gioventù, ieri arrestati da Carabinieri e Digos. Il gruppo è finito in manette per aver compiuto "atti idonei diretti in modo non equivoco a cagionare la morte di un minore, colpendolo ripetutamente al capo e al volto con calci, pugni, colpi di casco, di cintura e di catena, nonchè facendolo più volte bersaglio della loro ira e colpendolo con due fendenti con un'arma da taglio".

Ben più grave sarebbe, invece, se il gesto fosse la spacconata di qualche branco di balordi, ignari dell'origine di quella targa e del ruolo storico ricoperto dall'uomo nel cui ricordo fu eretta. Era il 10 giugno del 1924 quando Giacomo Matteotti fu rapito mentre stava camminando sul lungotevere. L'onorevole era diretto a Montecitorio, per tenere il discorso che avrebbe rivelato uno scandalo finanziario avente per protagonisti il duce e suo fratello Arnaldo. Solo pochi giorni prima, il 30 maggio, Matteotti balzò agli onori della cronaca politica per aver accusato di brogli elettorali il nascente governo/dittatura di Benito Mussolini.

Ebbene, distruggere senza alcun ritegno questa targa in foto, significa mandare in frantumi la memoria di un uomo rapito e ucciso dal braccio armato del totalitarismo italiano. Ridurre il tutto ad una semplice bravata, vuol dire cancellare il sacrificio di un uomo assassinato per aver difeso e propugnato la democrazia, insieme alle libertà di parola e di pensiero.

Chi è il vero responsabile del gesto? Gli autori materiali della violenza o una società che, invece di tener vivi i valori costituzionali, cancella e non tramanda eventi cruciali della nostra storia? Simili azioni non vanno sottovalutate, nè giustificate. Certe azioni andrebbero stigmatizzate.
«Uccidete pure me, ma l'idea che è in me non l'ucciderete mai» (G. Matteotti)

sabato, gennaio 14, 2017

Emergenza neve, ad Emiliano non piange il telefono

di NICOLA ZUCCARO - "Si può dare il proprio numero di telefono. Lo dico a tutti i politici del Mondo. Tant'è che nel resto d'Europa, permane il colloquio telefonico, quale contatto diretto fra il cittadino e le istituzioni ". Non si è fatta attendere la risposta di Michele Emiliano, indirizzata a coloro che nei giorni scorsi, in occasione della nevicata che ha coperto l'intera Regione Puglia, lo avevano criticato per la pubblicazione sul suo profilo Facebook del proprio recapito telefonico.

Un sistema comunicativo che - come ha aggiunto il Governatore regionale - è stato da egli stesso già utilizzato durante il suo mandato di Sindaco di Bari e che nella fattispecie dell'emergenza neve si è rivelata - così ha rivelato Emiliano alla stampa - determinante per soccorrere una famiglia con seri problemi di salute, nella Provincia di Foggia.

Ragion per cui, nella settimana più surreale della recente storia della Puglia, apertasi il 9 gennaio con quello che sarebbe dovuto essere l'89mo compleanno di Domenico Modugno, nel ricordo parafrasato di uno dei suoi tanti brani musicali, per Michele Emiliano non piange il telefono.

giovedì, gennaio 12, 2017

MASSONERIA. L’eterna Italia dei Broccoletti

di FRANCESCO GRECO - A una prima, superficiale lettura, pare una “guerra” tutta interna alla Massoneria italiana. Evergreen contro emergenti. Per il resto, tutto uguale all’eterna, immortale Italia dei Broccoletti e dei Bisignani. Paesaggio italiano.
 
Ieri le barbe finte, armate di forbice e colla ritagliavano dai giornali il pettegolezzo, accreditandolo di chissà quale semantica. Oggi infettano i pc con lo spam e il malware, così sanno i cavoli tuoi ancora prima di te.
 
Tutto da copione, stupori inclusi. Vuoi che Bergoglio, Trump, Putin e tutti i potenti della terra non sappiano di essere spiati? Sorprende però la meraviglia di Fabrizio Cicchitto, Ncd, che nella prima Repubblica comparve nella lista della P2 di Licio Gelli, che aveva intenti eversivi e annoverava vertici militari, direttori di testate, giornalisti, ecc. In tutto un migliaio.
 
Davanti all’arresto dei fratelli Occhionero cadono tutti dalle nuvole e fanno “oh!” come i bambini della famosa canzone. Ma c’è un filo rosso che lega gli “spiati”: sono a loro volta massoni. Lo ha scritto, senza smentita, il massone dissidente Giole Magaldi in un saggio (“Massoni”, Società a responsabilità illimitata, La scoperta delle Ur-Lodges) edito da Chiarelettere nel 2014. Il primo dei tre annunciati.
 
Renzi, Monti, Draghi (che pare sia “fratello” in più logge), ma anche Enrico Letta e Ciampi. Mancano solo D’Alema e Napolitano.
 
Altra opzione possibile: che i fratelli Occhionero, Giulio e Francesca Maria siano stati usati e scaricati, “venduti” alla Polizia Postale, che, detto per inciso, potrebbe anche occuparsi delle migliaia di link a luci rosse presenti sul web e accessibili anche ai bambini.
 
Ora ognuno cercherà di farne un uso politico, come al solito, puntando l’indice a destra e a sinistra per ammantarsi di virtù, illuminarsi eticamente d’immenso. Anche questo prevede il copione.
 
E tutto per non ammettere che il cyberspionaggio è anche il prodotto di una cultura politica pregna di ambiguità.
 
Negli anni Ottanta, per indagare sulla P2 nacque una Commissione Parlamentare d’inchiesta guidata dall’on. della Dc Tina Anselmi (morta nel 2016). Quindi gli italiani si convinsero dell’idea che le massonerie oggi sono pericolose, perché hanno intenti destabilizzanti.

Se è la decodificazione giusta, dobbiamo convenire che le logge vanno dichiarate fuorilegge. Cosa che non è mai stata fatta e che andrebbe fatta alla svelta.
 
Altra anomalia tutta italiana: il silenzio dei media che quando qualcosa non piace tacciono. E’ vero che molti giornalisti indossano il grembiulino, ma non si può far finta di niente: il libro di Magaldi ha venduto bene, lo trovavi anche nei centri commerciali, e quindi ogni italiano sa come stanno le cose. Ma avete mai sentito un giornalista italico chiedere a Renzi, Draghi, Monti ecc. cosa ci fanno nella Massoneria?
 
Anche per questo lo stupore di oggi non convince e ci relega a oscura provincia del pianeta: siamo e saremo sempre l’inquietante paese dei Broccoletti.    

mercoledì, gennaio 04, 2017

OPINIONI. Aspiranti dittatori dello Stato libero di Bananas

di FRANCESCO GRECO - Aspiranti dittatori dello Stato libero di Bananas cercasi. Come nel celebre film di Woody Allen. Ci provano ormai da anni, ma senza fortuna: l'UE, Laura Boldrini e co. Ultimo tal Giovanni Pitruzzella, un burocrate – non certo neutro – che si è autoassegnato il ruolo di Catone 2.0: vorrebbe infatti controllare l'etica della Rete, le virgole incendiarie, i sottintesi sovversivi. Coprire le gambe dei tavoli come faceva la mitica Regina Vittoria. E' come voler imprigionare il mitico Sarchiapone di Walter Chiari.
 
Come se si potesse domare il pixel, un fiume in piena, senza esserne travolti. La tragedia di uomini ridicoli. Così i censori moderni si sono inventati la locuzione “post-verità” (che, si dice, ha spinto Donald Trump alla vittoria), da noi tradotto rozzamente in “bufale”.

E vogliono trovare un algoritmo che scatta e mette il bavaglio ai post politcally uncorrect (che spesso veicolano news e analisi altrove censurate) e li cancella in automatico per farci vivere nel Medioevo prossimo venturo immaginato da Roberto Vacca.
 
Magari inventandosi l'ennesima authority, o una surreale commissione parlamentare d'inchiesta che castra le idee, che da noi non si nega a nessuno. Come se censurare fosse facile e il mezzo, al contrario, non offrisse infinite possibilità di respingere la mamma del cretino che si sa è sempre gravida. E poi, cara Boldrini e caro Pd, se la rete non vi piace, non dovete far altro che uscirne, non potete impedire a noialtri di usarla: volete che accendiamo il fuoco sfregando due sassi?
 
A tradire il fastidio e il nervosismo per la libertà del web, il Pd, partito conservatore, che forse ancora non sa cos'è un link, un data-base, un pdf: che cos'è la comunicazione moderna, prendendo il consenso, i voti, dalle lobby, e attribuendo quello del M5S al web, come se 9 milioni e rotti, molto rotti, di italiani, fossero dei cretini patentati che si fanno lavare il cervello e si abbeverano acriticamente a quel che leggono su un blog povero di mezzi ma evidentemente ricco di contenuti, facendosi menare al pascolo come bestiame brado, senza marchio.
 
Quindi, secondo i censori, se a commento di un post da qualche parte qualcuno scrive che il Pd ha 135 indagati, è una “bufala”, una “post-verità”, che l'algoritmo cancellerà d'imperio.

Facendosi sponda con Pitruzzella, il presidente del Pd, Matteo Orfini (riflessi pavloviani), col solito soave sarcasmo del naufrago alla deriva della storia, ha detto a Grillo che il web va controllato, pensando di condannare i pentastellati all'isolamento, alla marginalità, e quindi alla sconfitta.
 
Come il becco è l'ultimo a sapere delle avventure della moglie, così Orfini forse non si accorge che è invece proprio il Pd a vivere una decadenza ontologica, inarrestabile, una crisi identitaria, di idee e di mission, ed è candidato all'estinzione, avendo ormai da tempo esaurito il suo ruolo storico, essendo un partito di vertice, di nomenklatura, scollegato dai territori, che non emoziona più i cuori e non folgora le menti, oltre che incarnare interessi di parte.

Renzi in fondo in fondo forse è solo l'esecutore testamentario, il commissario liquidatore della “ditta”.