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martedì, febbraio 14, 2017

La legge Basaglia e certe sue conseguenze

di VITTORIO POLITO – Grazie alla legge 180/1978, cosiddetta Basaglia, che consentendo la chiusura degli ospedali psichiatrici e non avendo provveduto alla istituzione delle case-alloggio a sufficienza o un adeguato servizio dei Dipartimenti di salute mentale, ha di fatto contribuito notevolmente ad incrementare i delitti da parte di malati abbandonati al loro destino. Non passa giorno che la cronaca non riporti fatti di tale gravità.

La predetta legge, infatti, non ha tenuto per nulla conto della precedente n. 36 del 1904, il cui principale obiettivo era la tutela della società e quindi la custodia negli ospedali psichiatrici di tutte le persone affette da malattie mentali. Il concetto di pericolosità del malato è stato completamente disatteso e capovolto dai politici e da qualche psichiatra, i quali non hanno tenuto conto che la schizofrenia, ad esempio, è descritta nei trattati odierni esattamente come in quelli di parecchi decenni fa. Secondo Carlo Fiordaliso, della UIL-Sanità, rappresenta “la follia di trasfondere in una legge l’impostazione di una scuola, in maniera totale e rigida”, ed il riferimento è a quella universitaria del Basaglia.

La legge 833/1978, istitutiva del servizio sanitario nazionale, recependo i presupposti della 180, affermava una nuova visione della malattia mentale come una normale malattia che escludeva tutele differenziali (?). La stessa Commissione del Senato che condusse l’indagine tra il 1996 e il 1997, affermava nella relazione conclusiva che il sondaggio ha dimostrato la perdurante incapacità e la mancanza di volontà di dare attenzione al modello di tutela della salute mentale che informava la legge 180.

Non parliamo poi dell’iter burocratico previsto nelle urgenze, per un ricovero coatto per tali soggetti, tra l’altro di soli 7 giorni rinnovabili. Il malato deve essere visitato dallo psichiatra che deve richiedere il ricovero, quindi necessita il parere di un secondo psichiatra che deve confermare la diagnosi, infine serve la convalida del provvedimento da parte del sindaco. Tutto ciò ogni volta che l’insano di mente si mette nella condizione di aggredire e disturbare il prossimo con il suo comportamento schizoide.

Il prof. Vittorino Andreoli, psichiatra, in una intervista al periodico “Famiglia Cristiana”, di un decennio fa, ipotizzava “...la possibilità di avere in ogni Regione delle piccolissime strutture che si occupino dei trattamenti prolungati: dei luoghi dove sia possibile tenere sotto controllo i casi più difficili per cinque, sei mesi”.

Certamente indietro non si può tornare, ma a distanza di 40 anni le strutture alternative previste dalla stessa legge non sempre sono state realizzate, per cui il pericolo dei malati di mente sta raggiungendo picchi elevati. Sta di fatto che spesso questi soggetti compiono delitti di una ferocia unica, e poi con l’infermità mentale si salva il colpevole ed i giochi son fatti.

Alla luce di quanto sopra, appare evidente che non siamo tutelati adeguatamente dai pericoli di questi soggetti e dalle loro improvvise ire (chi non ricorda il caso Labriola?), mentre la cronaca quotidiana ci dà ragione, per cui farebbero bene legislatori, medici, amministratori e sindaci, ad adottare seri e definitivi provvedimenti nei confronti dei malati di mente. O qualcuno ritiene forse che “è meglio un uomo sano in una bara che un insano di mente in ospedale psichiatrico”?
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venerdì, febbraio 10, 2017

OPINIONI. Sanremo tutto l’anno

(ANSA)
di FRANCESCO GRECO - Mi giunge un sms virale: boicotta il Festival di Sanremo. Al suo presentatore Carlo Conti danno 650mila euro: è una vergogna, condivido (dice che li darà ai terremotati, campa cavallo…). Ma nessuno ormai si scandalizza più di nulla, come direbbe Neruda “si sono rotte le cateratte del cielo”.
 
Tuttavia, non è solo colpa sua, ma anche di chi gli staccherà l’assegno chiedendo a noi 2 euro per ricostruire le scuole di Amatrice e dintorni (tanti si chiedono perché i denari sono fermi). E non siamo neanche così scemi da credere alla favola che la signora Maria De Filippi la dia gratis alla Rai per una settimana.

Conti-De Filippi: un acconto delle larghe intese che ci aspettano: da noi sono peripatetiche, la gente l’ha capito e perciò porterà Grillo al potere.

Ma in un paese come il nostro, dove impera il darwinismo sociale, il basso impero da dove ormai tutti scappano, ogni ascensore sociale è rotto e prevale il darwinismo più turpe, dove ci sono pensioni d’oro da 600mila euro l’anno e poi quelle di invalidità all’80% di 280 euro mensili, e dove i pensionati sociali – dopo una vita di lavoro - frugano nella spazzatura dei mercatini rionali per mettersi qualcosa nella pancia, abbiamo metabolizzato da tempo il senso dello scandalo.
 
E comunque, per quel che mi riguarda, è dai tempi de “La prima cosa bella” di Nicola Di Bari e di Sandro Ciotti alla radio che bypasso Sanremo. E sfido chiunque a ricordare chi ha vinto l’edizione del 2015 e a canticchiare il refrain sotto la doccia.
 
Il serraglio ha aperto le sue gabbie, gli animali sono in cattività. Ma il Festival di Sanremo non è più da tempo la vetrina della canzone italiana e se Luigi Tenco e Dalida l’avessero saputo non si sarebbero suicidati, mezzo secolo fa lui, un po’ dopo lei, e neanche il passionale Claudio Villa si sarebbe fatto sangue acido accusando il patron Ravera per averlo squalifica. Non ne valeva la pena. L’apertura con Tiziano Ferro che imita Tenco è stata il massimo dell’ipocrisia italica: lo ha celebrato il sistema che lo uccise.
 
Così Sanremo s’è trasfigurato in altro da sé: l’icona di un paese culturalmente agonizzante, clinicamente morto, sovrastruttura del nulla. Così è percepito extra moenia. Gli altri hanno avuto Woodstock e l’Isola di Wright, noi Arisa e Clementino. Miseria (retroattiva) del presente. O tempora, o mores!
 
E’ una parata di volgarità, le canzoni, brutte, sono solo un punto di partenza per perdere tempo e spettegolare una settimana. Infatti per farsi guardare e fare audience chiamano le star straniere e quest’anno Maurizio Crozza con le sue imitazioni.
 
Visto come siamo ridotti, con la tv ormai preda del gossip e del rubbish, del feticismo e del finto giornalismo, proponiamo di fare Sanremo tutto l’anno, posto che, a nostra insaputa, la classe politica non lo mandi già in scena tutti i giorni. Renzi premier non sfilava quotidianamente come sul palco dell’Ariston, fra la claque presa da Cinecittà?

Ecco la nostra modesta proposta: dopo Sanremo vintage con le cover, pensiamo a gennaio anteprima Sanremo, febbraio aspettando Sanremo, marzo gli esordienti di Sanremo, aprile le vecchie glorie di Sanremo, maggio Sanremo a piacere (ognun canta quel che gli pare: da “Finché la barca va” a “Semo gente de borgata”), giugno le star straniere, luglio le hit, agosto i cantautori, settembre le band, ottobre i vip, novembre charity a Sanremo, dicembre i presentatori storici e le vallette, da Nunzio Filogamo a Chiambretti e la Marini.

Caro Conti, ti piace l’idea? Anche se sei in uscita (arriverà Bonolis?)te la diamo aggratis, per la causa…  

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mercoledì, febbraio 08, 2017

MEMORY. Quando Mammì fece sognare tutto il Meridione

(Wikipedia)
di FRANCESCO GRECO - Pallidi, palpitanti ricordi dell’infanzia in b/n ormai perduta. Nell’altro secolo, nel tempo che fu, quando andavamo in 500 e compravamo il primo frigo a rate e a “Tutto il calcio minuto per minuto” c’erano Enrico Ameri e Sandro Ciotti.
 
Una domenica d’inverno, il 30 gennaio 1972, pioggia da Diluvio Universale, avvenne qualcosa che la stampa dell’epoca chiamò “leggenda” (“Vittoria da 4 punti!”, Corriere dello Sport).
 
A Catanzaro scende la Juventus, con la protervia dei ricchi, l’aria di una fastidiosa incombenza ai confini degli imperi pallonari, un protocollo veloce veloce. E’ la Vecchia Signora di Morini, Furino, Spinosi, Causio, Capello, Anastasi, che poi vincerà il 14mo scudetto.
 
Ma il calcio è anche follia, la dea Eupalla sommamente capricciosa: ce lo ha insegnato il maestro Gianni Brera. La partita sta scivolando verso la fine, incatenata come l’audace Prometeo sullo zero a zero.
 
Già sarebbe eccezionale, ma un pallone malizioso fende la muraglia d’acqua da naufragio omerico, da Apocalisse now. Un ometto timido si avventa con coraggio e incoscienza e lo mette in rete, consegnandosi in tal modo agli almanacchi, e alla Storia: si chiama Angelo Mammì, astuzia e fortuna, oltre agli astri, gli furono favorevoli: il Sud ne avrebbe tanto bisogno: in quel tempo, oggi, domani, sempre.
 
Juve matata, risultato finale, ce lo disse il grande Enrico Ameri alla radio e la sera Emanuele Giacoia a “90mo minuto” in bianco e nero di Maurizio Barendson e Paolo Valenti: Catanzaro batte Juventus 1 a 0 (la domenica prima aveva fatto 0-0 col Milan di Nereo Rocco). Non era un refuso, un abbaglio. Molti di noi possono dire: “Io c’ero!”. Calabria in festa, Sud alle stelle dai Nebrodi al Vesuvio, come sempre quando i miliardari sono umiliati dalla classe operaia, fosse in Calabria, Sicilia, Puglia, Campania, Abruzzo, Marche.
 
Falangi macedoni di anti-Juve ibridati fra interisti, milanisti, romanisti, laziali, napoletani e quant’altri fanno festa. Come la sera di domenica 15 gennaio 2017, Fiorentina-Juventus 2-1. E’ il cuore: si tifa anche contro, tifo trasversale, irrazionale, anche ridicolo, ma genuino, vero. Come paradossali sono i tifosi delle squadre del Nord che vivono a Bari, Messina, Potenza, Lecce, Napoli, Reggio Calabria: una forma di colonialismo sottinteso, invisibile, suicida.
 
Canovaccio che si ripeterà mercoledì 8 febbraio 2017, allo “Ezio Scida”, recupero della penultima di campionato: Crotone-Juventus. Corsi e ricorsi, G. B. Vico docet: il Mammì potenziale stavolta, 47 anni dopo, si chiama Diego Falcinelli. Tutta l’Italia anti-Juve e tutto il Mezzogiorno, il Regno delle Due Sicilie da Trapani alla Terra di Lavoro, il Sud povero ma bello, tifa per lui: pioggia, neve, vento, gelo che sia.
 
Il calcio nel frattempo ha smarrito quell’alone romantico di un tempo, dei miti resta poco oggi che i vivai sono soffocati e le squadre sono piene – è il trend perverso - di brocchi stranieri: sognare è molto più difficile, purtroppo per noi meridionali deboli di cuore. Ma al Sud il tempo ha una modulazione pigra, lenta, sensuale: non ce ne siamo manco accorti. Questione di dna.
 
Perciò, forza Crotone, forza Falcinelli, fateci sognare: la Storia vi aspetta, è ciclica, come diceva il grande Gabriel Garcìa-Màrquez, “il tempo gira in tondo”, e come aggiungeva Eduardo Galeano, buonanima, “giro il mondo per vedere una bella giocata”.  
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sabato, gennaio 28, 2017

OPINIONI. Virginia, figlia di un dio minore

di FRANCESCO GRECO - Ma Virginia Raggi è figlia di un dio minore? A dar credito alla violenta, “chirurgica” aggressione mediatico-giudiziaria in progress dal giugno 2016, quando vinse il ballottaggio con Roberto Giachetti (Pd), si direbbe che è l’opzione più verosimile.

Pare una “crociata” di natura corporativa, nel senso che chi ha il potere – i partiti e le lobby in comunione di interessi - non si rassegna al fatto che potrebbe anche perderlo. E di stampo reazionario, controrivoluzionario, si sarebbe detto un tempo.
 
In un’Italia fintatonta in cui tutti tengono famiglia, “dì che ti mando io” e tutti raccomandano tutti e tutti corrompono tutti, Raffaele Marra avrebbe intrigato per una promozione al fratello Renato. E’ stato arrestato per faccende di case risalenti a qualche anno fa, quando la Raggi non faceva politica. E’ stato fatto cavaliere dal presidente emerito Giorgio Napolitano, ma il take è stato minimizzato, nascosto nelle pagine.

Quand’è che Marra è caduto in disgrazia? Perché è accaduto? Se nulla accade per caso, sarebbe curioso stabilire quando gli astri gli sono diventati sfavorevoli.
 
Come sarebbe divertente notare come il format che ha funzionato con i sindaci precedenti la Raggi (lo spoil-system) oggi non sia più considerato trendy. Appena eletto, un primo cittadino chiama i suoi collaboratori di fiducia. Deve farlo, circondarsi di persone di fiducia, che condividono il suo progetto politico, il programma, uno straccio di “visione”. Specie oggi che l’elezione è diretta, che fai, ti metti in casa un cavallo di Troia?

Chiamarono “ad personam” i sindaci di sinistra Veltroni, Rutelli, Marino e prima ancora (prima repubblica, col proporzionale) Vetere, Argan, Petroselli, Carraro, ecc. Panem et circenses. La Raggi si è ritrovata al Comune i Marra, ma non può coinvolgerli in alcuna responsabilità. Anomalia tutta italiana. Trump non sta mettendo ai posti di comando i suoi uomini fidati? E se Paola Muraro è un’autorità nel settore dei rifiuti, perché non doveva chiamarla, per affidarsi a un raccomandato che combina guai?

Se la restaurazione ha molte facce, questa è la più volgare e stupida. L’aggressione non è una novità. Era già cominciata per una piccola collaborazione della Virginia all’Asl di Civitavecchia. C’è chi vive di ideologia annunciando rivoluzioni sempre abortite, e chi deve alzarsi alle 5 del mattino, pigiarsi nella metro con la bocca amara e portare il pane a casa almeno per le bollette.
Poi i moralisti da bar sport hanno opinato sul fatto che faceva pratica nello studio legale di un conoscente di Cesare Previti (che ha detto più volte di essere solo un professionista sul mercato, senza tessere di partito), come se fosse un’infamia e non si andasse a lavorare dove capita, specie con questi chiari di luna.

Poi sul fatto che la Raggi non poteva candidarsi perché aveva firmato un codice etico con il M5S (faccende private, cavoli suoi, lo ha detto anche il magistrato). Altra bolla di sapone.

Poi uno scoop a posteriori ha annunciato l’arrivo probabile di un avviso di garanzia a Natale, arrivato con un mese di ritardo (le poste private non sono più quelle di una volta).

Poi la malastampa, che canta le gesta della malapolitica, in perfetta simbiosi d’intenti (e di interessi), con altri scoop (e autointerviste) ha assicurato che presto ci sarà un “rito abbreviato”. Non si capisce bene di quali reati la Raggi è accusata e comunque non ha chiesto nulla.
 
A colmare una misura già colma, il postfascista Maurizio Gasparri in veste di Catone censore dice che chi governa oggi la Città Eterna è “inadeguato”. Dall’Esquilino a Torbellamonaca, a Roma anche i sanpietrini sanno che il camerata Gianni Alemanno da sindaco svuotò le sezioni del Msi da Acca Larentia a Sommacampagna dove campeggiano il cranio del Duce e la svastica di Hitler per assumere i nazi e i fasci negli uffici dell’Atac (che aveva bisogno di autisti), affossandola.

A pensar male si fa peccato ma, come direbbe Andreotti, si indovina sempre. C’è un pregiudizio grande come la montagna sacra di Jodorowskj contro la Raggi eletta da circa 800mila romani. Il pregiudizio è un sentimento squallido, perciò da combattere. E’ bene che se ne prenda atto prima che arrivi il plotone d’esecuzione.

E allora, cosa può fare la povera Virginia figlia di un dio minore per fermare il fango? A’ la guerre comme à la guerre: vada in archivio e tiri fuori tutti i nomi di quelli chiamati, nei decenni scorsi, da Veltroni, Rutelli, Alemanno, Marino, ecc. per lavorare nelle loro giunte (e che hanno lasciato una zavorra di 13 mld). Nel silenzio complice di chi oggi fa scoop preventivi. E li dia all’Ansa.

Magari veda anche chi c’è dietro le “partecipate”. Può darsi che sono tutti da Nobel, gigli di campo odorosi di poesia, cavalieri senza macchia e senza paura, Parsifal dal petto sfolgorante di virtù. Ma se così non fosse? Forse è tutto prescritto, ma anche nella cacca che si rovescia addosso alla gente ci vorrebbe un pò di par condicio, il minimo sindacale.   
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martedì, gennaio 24, 2017

OPINIONI. L’eterna fuga dalle responsabilità: il nostro dna

di FRANCESCO GRECO - Inquieti, smarriti abitanti di un paese surreal-demenziale, senza regole né autorità, ogni volta facciamo esercizio di ipocrisia, manifestando uno stupore ciclostilato, posticcio. E’ invece la sequenza di un film interminabile, già visto, ormai trasfigurato in “cultura”, dna, che sinceramente ha stufato.

Forse è dovuto al background, alla nostra storia: dopo Roma, tanti popoli ci hanno dominati e noi li abbiamo serviti (“Franza o Spagna purché se magna”, “serva Italia di dolore ostello”). E’ la sorte di chi non ha autostima. E così, per non assumerci una parvenza di responsabilità, abbiamo delegato le decisioni dei nostri destini ai peggiori, i più arroganti, ricchi, volgari, violenti, cialtroni, fregnacciari: ieri Papi e Re, oggi Mussolini, Berlusconi, Renzi e quant’altri si affacciano all’orizzonte, leggendoli spesso come “messia”, unti del Signore, dotandoli di un’aura quasi mistica, del tutto falsa.

Cartoline dall’Abruzzo, inverno 2017: la neve cade sulle macerie del terremoto, nel cuore della notte gelida, una slavina a 100 km orari si abbatte su un albergo di lusso, vista sul Gran Sasso, un sopravvissuto chiama col WhatsApp: è una tragedia, correte. In quelle montagne lacerate, dove sono andati a illuderli: “Non vi lasceremo soli…”, “Dite quello che vi serve…”, le parole sono nude, vuote di senso e di eco, e intanto muoiono uomini, animali, popoli, etnie, civiltà, speranze.

Eppure dall’altro capo del filo qualcuno non crede alla catastrofe, ai “dispersi” che spesso lo sono per sempre. Il redivivo insiste e cosi gli passano l’altro ufficio, dove magari “il dottore è fuori stanza”, o davanti al termosifone, che gli passa un volontario (il volontariato non peloso è la sola cosa viva, da salvare, in questo miserabile, indecente paese) a vedere se casomai è qualche mitomane che soffre d’insonnia, stanco della playstation o di navigare nell’artificio del web dove tutti sono giovani, belli, buoni, giusti.

A migliaia prendono lo stipendio, ma tocca al volontario spalare la neve. E’ già tanto che non gli abbiano risposto: “Albergo distrutto? Sarà una bufala! Pensa alla salute!”. Siamo un popolo che pensa sempre alla salute, la nostra, quella altrui chissenefrega? Uno spaventoso darwinismo. Poi si scoprirà che l’amministratore dell’albergo aveva chiesto a Provincia, Comune, Polizia provinciale e Prefettura di liberare la strada dalla neve, per far partire i turisti. Magari sono ancora lì a dire: devi farlo tu, no tocca a te…

Intanto il “Rigopiano” è diventato una bara bianca. E si sapeva quando, dove e quanta neve sarebbe arrivata. C’è anche l’atout elegante e sudicio dei politici che fanno passerella appropriando dei sopravvissuti, scambiandosi sms: da noi è sempre derby. Ecco reincarnata l’eterna, secolare fuga dalle responsabilità.

I partiti e le mafie hanno colmato le istituzioni di furbetti del cartellino, di gente che tira il 27, che se vede qualcosa che non va si gira dall’altra parte, mi faccio i fatti miei, tengo famiglia e poi chi me lo fa fare? Basta simulare la presenza per incassare lo stipendio, mentre i migliori, “i cervelli”, disgustati, che non accettano la volgare pantomima, non si prestano alla farsa, se ne vanno all’estero, e fanno bene.

Sappiamo come vanno le cose: timbrano (qualcuno in mutande) e se ne vanno in spiaggia, dall’estetista, al bar o si fanno timbrare il budge dal collega, ricambiando il favore il giorno dopo. Tanto con un buon avvocato la si fa franca alla faccia delle leggi: l’inganno si trova prima della legge. Forse quell’albergo non doveva star lì, sotto la montagna.

Quindi fuga dalle responsabilità retroattiva: anche di chi firmò la concessione edilizia a suo tempo. Che continua. Da noi, se chiami un ente pubblico ti fanno sentire tutta l’opera di Mozart e pure qualcosa di Chopin.

Puntano sulla desistenza: pensano che ti stanchi e lasci perdere. Fuga applicata all’epoca del 2.0: loro scrivono quel che vogliono, ma ti dicono “noreply”, cioè, quel che pensi tu non ci interessa, accetta per fede quel che diciamo noi.

Cittadini dimezzati, come il famoso visconte: non hai doveri e qualche diritto, sei sempre uno che rompe le palle, che disturba il presepe dello stipendio rubato e dei posti di lavoro comprati tramite le mafie, politiche e mafie vere e proprie. Così siamo diventati un paese e un popolo “minore”, e come tale percepito e sbeffeggiato ovunque. Che fa la vittima, che se la prende con la Merkel, con Trump, con Grillo. Fummo il paese di Caravaggio e Fellini, siamo il paese di una ministra menzognera e di Luca Lotti, zero voti.

La tragedia finisce sempre in farsa e a stracci volanti. I media tengono bordone: raccontano il declino e loro stessi lo incarnano. Non è mai colpa di nessuno: il colpevole o è la sfortuna, il destino cinico e baro, o risale a 3 secoli prima, o è morto, o è troppo potente e se lo indagano “crolla tutto” (come dicono i pentiti di mafia per lucrare i benefici di legge), o è un metafisico Grande Vecchio sull’iperuranio, oppure, alla fine uno lo si trova: il poveraccio che passa per strada in questo momento e che non avendo i mezzi per pagarsi un avvocato non può che essere il “mostro” su cui scagliare il livore del popolo e dei forcaioli.

Ma alla fin fine il Grande Vecchio siamo tutti noi. E tutto per non finirla col complesso di Peter Pan e assumerci, prima o poi, uno straccio di responsabilità dinanzi a noi stessi e alla Storia. Disfatta l’Italia, non c’era bisogno di disfare gli italiani: non siamo mai stati un popolo, ma “pecore anarchiche” (Montanelli).

E ora, disfatta l’Europa costruita sulla retorica, una mitologia fasulla e una moneta ladra della ricchezza dei poveri, non c’è bisogno di disfare gli europei: mai stati popolo. Così l’UE è affondata nel Mediterraneo, fra migranti, barconi, gommoni, passerelle politiche, mafie. Deo gratia!
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mercoledì, gennaio 18, 2017

OPINIONI. Uomini o caporali?

di FRANCESCO GRECO - Arriva sempre un giorno in cui nella propria parabola esistenziale e politica occorre decidersi: uomini o caporali, direbbe Totò? Guai a non capirlo: ci si dà la zappa sui piedi.
 
Il governatore di Puglia Michele Emiliano non l’ha ancora capito. Così su è smarcato dalla decisione del centrosinistra di dare a Lecce un candidato alla successione del “gradito” Paolo Perrone, due legislature a sindaco di una città che è all’undicesimo posto di gradimento al mondo. Uomini o caporali?
 
Il background è sui giornali ogni mattina: correnti, potenti, satrapi l’un conto l’altro armati, dozzine di nomi di prime, seconde e terze file “bruciati”. Ora si cerca un “prestanome” nella società civile, l’associazionismo, il non-profit, i salotti bene, i club di bridge e canasta in una città dov’è ben presente storicamente la Massoneria, trasversale a destra e sinistra. Uomini o caporali?
 
Mentre il candidato del centrodestra Mauro Giliberti è in campagna elettorale già da mesi (esattamente da novembre, da quando, inviato di “Porta a Porta” andò nel villaggio dov’è nata Melania Trump, nuova first lady d’America).
 
Qualche big guns del Pd dà già per persa la partita, facendo balenare l’idea di un inciucio, un “biscotto”, come si dice nel calcio, un accordo sotterraneo destra-sinistra per lasciare Lecce alla destra, dove sta per arrivare, cioè, salire sul carro del vincitore, l’Udc: della serie “Và dove ti porta il cuore” (e il potere, che i raffinati con studi a Eton chiamano “visibilità”). Uomini o caporali?
 
Quindi il Pd cerca un agnello sacrificale da immolare, una controfigura, un vaso di coccio. Se i leccesi naso fino sentono odor di inciucio, chissà come potrebbero reagire: magari votando in massa il candidato del M5S Enrico Valente, magari mandandolo al ballottaggio con Giliberti.

Al capezzale di Lecce accorrono corrucciati da tutta Italia: dal sindaco di Bari Antonio Decaro all’ex primo cittadino di Milano, Giuliano Pisapia, che si è appena fatta la sua nicchia: “Campo progressista”.
 
Tutta questa platea un nome in tasca pare ce l’abbia: Dario Stefàno, già assessore regionale all’Agricoltura e poi senatore e presidente della giunta delle immunità nel Prodi-bis.

Solo che l’otrantino è di vecchia scuola Dc (“molto è stato fatto, ma molto resta ancora da fare”), in provincia si sente sprecato, sacrificato: Papa Francesco gode di buona salute, alla Casa Bianca per i prossimi quattro anni l’inquilino è stato appena eletto e da poche ore, purtroppo per Stefàno, Antonio Tajani è Presidente del Parlamento Europeo.

Insomma, come minimo ambisce a fare il ministro. Hic sunt leones. E dunque a Lecce cercasi candidato disperatamente. Come la rockstar Madonna cercava Susan anni addietro.
 
Emiliano è giunto a Lecce e davanti a questo labirinto viscido si è tirato indietro, ha scagliato la palla in tribuna. Ammettendo in modo oggettivo che non è un leader ma un caporale di giornata.
 
E’ stato magistrato, sindaco di Bari città-regione, segretario regionale del Pd, ambisce alla segreteria nazionale e non è capace di espugnare Sagunto, scomodandosi per dire: “Sbrigatevela da soli”. Siamo uomini o caporali?

La speranza è che il take non finisca nella rassegna-stampa di Matteo Renzi, che ha appena arruolato nella direzione nazionale del Pd lo scrittore Gianrico Carofiglio (anch’egli magistrato: il target del Pd, che continua a militarizzare le istituzioni). Altrimenti come aspirante segretario nazionale il governatore pugliese si è bruciato con le sue stesse mani, dandosi un colpo dove non batte il sole. Fatale Lecce, a uomini e caporali.   
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domenica, gennaio 15, 2017

Distrutta targa in ricordo di Matteotti: così la memoria va in frantumi


di PIERPAOLO DE NATALE - Roma, giovedì 12 gennaio: la polizia rende noto che la targa posta sul lungotevere Arnaldo da Brescia, in memoria di Giacomo Matteotti, è stata distrutta. Sulla vicenda è al lavoro la squadra del commissario Villa Glori e i responsabili, prima o poi, pagheranno le conseguenze di questo vile gesto. Opera di teppisti? O gesto firmato da quei giovani romani che, con un pizzico di orgoglio, si battezzano neofascisti?

Se la violenza avesse una matrice politica, bisognerebbe rifarsi a quei gruppi che, a turno, fomentano odio e violenza per le strade della Capitale, nei confronti dello straniero o del "diverso". Si tratterebbe di individui magari provenienti dagli stessi ambienti dei sette adolescenti del Fronte della Gioventù, ieri arrestati da Carabinieri e Digos. Il gruppo è finito in manette per aver compiuto "atti idonei diretti in modo non equivoco a cagionare la morte di un minore, colpendolo ripetutamente al capo e al volto con calci, pugni, colpi di casco, di cintura e di catena, nonchè facendolo più volte bersaglio della loro ira e colpendolo con due fendenti con un'arma da taglio".

Ben più grave sarebbe, invece, se il gesto fosse la spacconata di qualche branco di balordi, ignari dell'origine di quella targa e del ruolo storico ricoperto dall'uomo nel cui ricordo fu eretta. Era il 10 giugno del 1924 quando Giacomo Matteotti fu rapito mentre stava camminando sul lungotevere. L'onorevole era diretto a Montecitorio, per tenere il discorso che avrebbe rivelato uno scandalo finanziario avente per protagonisti il duce e suo fratello Arnaldo. Solo pochi giorni prima, il 30 maggio, Matteotti balzò agli onori della cronaca politica per aver accusato di brogli elettorali il nascente governo/dittatura di Benito Mussolini.

Ebbene, distruggere senza alcun ritegno questa targa in foto, significa mandare in frantumi la memoria di un uomo rapito e ucciso dal braccio armato del totalitarismo italiano. Ridurre il tutto ad una semplice bravata, vuol dire cancellare il sacrificio di un uomo assassinato per aver difeso e propugnato la democrazia, insieme alle libertà di parola e di pensiero.

Chi è il vero responsabile del gesto? Gli autori materiali della violenza o una società che, invece di tener vivi i valori costituzionali, cancella e non tramanda eventi cruciali della nostra storia? Simili azioni non vanno sottovalutate, nè giustificate. Certe azioni andrebbero stigmatizzate.
«Uccidete pure me, ma l'idea che è in me non l'ucciderete mai» (G. Matteotti)
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sabato, gennaio 14, 2017

Emergenza neve, ad Emiliano non piange il telefono

di NICOLA ZUCCARO - "Si può dare il proprio numero di telefono. Lo dico a tutti i politici del Mondo. Tant'è che nel resto d'Europa, permane il colloquio telefonico, quale contatto diretto fra il cittadino e le istituzioni ". Non si è fatta attendere la risposta di Michele Emiliano, indirizzata a coloro che nei giorni scorsi, in occasione della nevicata che ha coperto l'intera Regione Puglia, lo avevano criticato per la pubblicazione sul suo profilo Facebook del proprio recapito telefonico.

Un sistema comunicativo che - come ha aggiunto il Governatore regionale - è stato da egli stesso già utilizzato durante il suo mandato di Sindaco di Bari e che nella fattispecie dell'emergenza neve si è rivelata - così ha rivelato Emiliano alla stampa - determinante per soccorrere una famiglia con seri problemi di salute, nella Provincia di Foggia.

Ragion per cui, nella settimana più surreale della recente storia della Puglia, apertasi il 9 gennaio con quello che sarebbe dovuto essere l'89mo compleanno di Domenico Modugno, nel ricordo parafrasato di uno dei suoi tanti brani musicali, per Michele Emiliano non piange il telefono.
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giovedì, gennaio 12, 2017

MASSONERIA. L’eterna Italia dei Broccoletti

di FRANCESCO GRECO - A una prima, superficiale lettura, pare una “guerra” tutta interna alla Massoneria italiana. Evergreen contro emergenti. Per il resto, tutto uguale all’eterna, immortale Italia dei Broccoletti e dei Bisignani. Paesaggio italiano.
 
Ieri le barbe finte, armate di forbice e colla ritagliavano dai giornali il pettegolezzo, accreditandolo di chissà quale semantica. Oggi infettano i pc con lo spam e il malware, così sanno i cavoli tuoi ancora prima di te.
 
Tutto da copione, stupori inclusi. Vuoi che Bergoglio, Trump, Putin e tutti i potenti della terra non sappiano di essere spiati? Sorprende però la meraviglia di Fabrizio Cicchitto, Ncd, che nella prima Repubblica comparve nella lista della P2 di Licio Gelli, che aveva intenti eversivi e annoverava vertici militari, direttori di testate, giornalisti, ecc. In tutto un migliaio.
 
Davanti all’arresto dei fratelli Occhionero cadono tutti dalle nuvole e fanno “oh!” come i bambini della famosa canzone. Ma c’è un filo rosso che lega gli “spiati”: sono a loro volta massoni. Lo ha scritto, senza smentita, il massone dissidente Giole Magaldi in un saggio (“Massoni”, Società a responsabilità illimitata, La scoperta delle Ur-Lodges) edito da Chiarelettere nel 2014. Il primo dei tre annunciati.
 
Renzi, Monti, Draghi (che pare sia “fratello” in più logge), ma anche Enrico Letta e Ciampi. Mancano solo D’Alema e Napolitano.
 
Altra opzione possibile: che i fratelli Occhionero, Giulio e Francesca Maria siano stati usati e scaricati, “venduti” alla Polizia Postale, che, detto per inciso, potrebbe anche occuparsi delle migliaia di link a luci rosse presenti sul web e accessibili anche ai bambini.
 
Ora ognuno cercherà di farne un uso politico, come al solito, puntando l’indice a destra e a sinistra per ammantarsi di virtù, illuminarsi eticamente d’immenso. Anche questo prevede il copione.
 
E tutto per non ammettere che il cyberspionaggio è anche il prodotto di una cultura politica pregna di ambiguità.
 
Negli anni Ottanta, per indagare sulla P2 nacque una Commissione Parlamentare d’inchiesta guidata dall’on. della Dc Tina Anselmi (morta nel 2016). Quindi gli italiani si convinsero dell’idea che le massonerie oggi sono pericolose, perché hanno intenti destabilizzanti.

Se è la decodificazione giusta, dobbiamo convenire che le logge vanno dichiarate fuorilegge. Cosa che non è mai stata fatta e che andrebbe fatta alla svelta.
 
Altra anomalia tutta italiana: il silenzio dei media che quando qualcosa non piace tacciono. E’ vero che molti giornalisti indossano il grembiulino, ma non si può far finta di niente: il libro di Magaldi ha venduto bene, lo trovavi anche nei centri commerciali, e quindi ogni italiano sa come stanno le cose. Ma avete mai sentito un giornalista italico chiedere a Renzi, Draghi, Monti ecc. cosa ci fanno nella Massoneria?
 
Anche per questo lo stupore di oggi non convince e ci relega a oscura provincia del pianeta: siamo e saremo sempre l’inquietante paese dei Broccoletti.    
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mercoledì, gennaio 04, 2017

OPINIONI. Aspiranti dittatori dello Stato libero di Bananas

di FRANCESCO GRECO - Aspiranti dittatori dello Stato libero di Bananas cercasi. Come nel celebre film di Woody Allen. Ci provano ormai da anni, ma senza fortuna: l'UE, Laura Boldrini e co. Ultimo tal Giovanni Pitruzzella, un burocrate – non certo neutro – che si è autoassegnato il ruolo di Catone 2.0: vorrebbe infatti controllare l'etica della Rete, le virgole incendiarie, i sottintesi sovversivi. Coprire le gambe dei tavoli come faceva la mitica Regina Vittoria. E' come voler imprigionare il mitico Sarchiapone di Walter Chiari.
 
Come se si potesse domare il pixel, un fiume in piena, senza esserne travolti. La tragedia di uomini ridicoli. Così i censori moderni si sono inventati la locuzione “post-verità” (che, si dice, ha spinto Donald Trump alla vittoria), da noi tradotto rozzamente in “bufale”.

E vogliono trovare un algoritmo che scatta e mette il bavaglio ai post politcally uncorrect (che spesso veicolano news e analisi altrove censurate) e li cancella in automatico per farci vivere nel Medioevo prossimo venturo immaginato da Roberto Vacca.
 
Magari inventandosi l'ennesima authority, o una surreale commissione parlamentare d'inchiesta che castra le idee, che da noi non si nega a nessuno. Come se censurare fosse facile e il mezzo, al contrario, non offrisse infinite possibilità di respingere la mamma del cretino che si sa è sempre gravida. E poi, cara Boldrini e caro Pd, se la rete non vi piace, non dovete far altro che uscirne, non potete impedire a noialtri di usarla: volete che accendiamo il fuoco sfregando due sassi?
 
A tradire il fastidio e il nervosismo per la libertà del web, il Pd, partito conservatore, che forse ancora non sa cos'è un link, un data-base, un pdf: che cos'è la comunicazione moderna, prendendo il consenso, i voti, dalle lobby, e attribuendo quello del M5S al web, come se 9 milioni e rotti, molto rotti, di italiani, fossero dei cretini patentati che si fanno lavare il cervello e si abbeverano acriticamente a quel che leggono su un blog povero di mezzi ma evidentemente ricco di contenuti, facendosi menare al pascolo come bestiame brado, senza marchio.
 
Quindi, secondo i censori, se a commento di un post da qualche parte qualcuno scrive che il Pd ha 135 indagati, è una “bufala”, una “post-verità”, che l'algoritmo cancellerà d'imperio.

Facendosi sponda con Pitruzzella, il presidente del Pd, Matteo Orfini (riflessi pavloviani), col solito soave sarcasmo del naufrago alla deriva della storia, ha detto a Grillo che il web va controllato, pensando di condannare i pentastellati all'isolamento, alla marginalità, e quindi alla sconfitta.
 
Come il becco è l'ultimo a sapere delle avventure della moglie, così Orfini forse non si accorge che è invece proprio il Pd a vivere una decadenza ontologica, inarrestabile, una crisi identitaria, di idee e di mission, ed è candidato all'estinzione, avendo ormai da tempo esaurito il suo ruolo storico, essendo un partito di vertice, di nomenklatura, scollegato dai territori, che non emoziona più i cuori e non folgora le menti, oltre che incarnare interessi di parte.

Renzi in fondo in fondo forse è solo l'esecutore testamentario, il commissario liquidatore della “ditta”.

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martedì, gennaio 03, 2017

OPINIONI. Obama avvelena i pozzi, Trump ringrazia

di FRANCESCO GRECO - A volte gli dèi danno pessimi consigli a chi vogliono scaraventare nel fuoco della Geenna ove è pianto e stridor di denti. Soltanto uno spiritello demoniaco può infatti aver suggerito a Barack Obama, con gli scatoloni già pronti per sortire dalla Casa Bianca, di scacciare 35 diplomatici russi dichiarandoli “spie”, accusandoli di aver tramato per far vincere, nel “tuesday” di novembre, Donald Trump con la loro presunta azione di hackeraggio.
 
Se non bastavano a coprirsi di ridicolo quelli che ancora stanno contando le schede nel Vermont e a Pasadena, ecco un'altra performance destabilizzante, poco patriottica, perché gioca contro l'immagine degli USA, ed è un invito a nozze per gli speculatori. Tutto grasso che cola per Trump, che l'ha capito, e infatti ha subito giocato di sponda, twittando: “Putin è intelligente”. Della serie: se il nemico del mio nemico è un cretino, io me la spasso un mondo.
 
Qualcuno dovrebbe suggerire a Obama di darsi una calmata, di finirla di avvelenare i pozzi (dopo la gaffe con Israele e in attesa della prossima), perché si sta dando la zappa sui piedi, per almeno tre motivi. Primo: dà l'idea di un'inferiorità tecnologica e scientifica degli USA rispetto alla Russia, cosa che farà godere da matti Putin.

Secondo: con tutto questo agitarsi, fa dimenticare l'Obamacare che aveva dato la possibilità di curarsi a 20 milioni di americani poveri condannati a morire giovani.

Terzo: gela le presunte speranze di candidatura, fra quattro anni, della consorte Michelle, stando ai rumors della stampa progressista USA (la stessa che dava Trump alle pezze e Hillary Clinton alla Casa Bianca).
 
Ma siccome gli déi di cui sopra accecano coloro che vogliono perdere come fecero con Edipo che giacque con la madre, il presidente uscente ha aggiunto, vantandosi come noialtri al bar sport delle conquiste di donne, che contro Trump lui avrebbe vinto, dando della poco di buono (in senso politico) a Hillary e aprendo altre lacerazioni nel Partito Democratico.
 
L'Europa dovrebbe preoccuparsi per la “liason” di Putin e Trump. Che sinora hanno fatto capire che per i prossimi quattro anni intendono confinarla a ruolo marginale, regionale, scenografico. Luogo ameno di vacanze intelligenti per russi e americani con ricche carte di credito e avidi di ruderi e shopping. E a crocerossina premurosa che accoglie i migranti dei sud del mondo e li sfama, li svezza.
 
Anche perché Putin è così “intelligente” non solo da dare le carte in Siria, ma anche da aver aperto una linea  di credito (e forse non solo in senso metaforico) con tutti, o quasi, i populismi europei (Salvini in primis), nel tentativo evidente di destabilizzare ulteriormente l'UE, così impara a fare sanzioni suicide.
 
Fossimo i 20mila euroburocrati che vivono di ideologia misurando cetrioli col righello e banane col goniometro, e svernano da nababbi fra Strasburgo e Bruxelles, cominceremmo a preoccuparci, metterci al vento, inviando curriculum a destra e a manca. Anche a Putin e a Trump: chissà, avranno bisogno di hackers.
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giovedì, dicembre 29, 2016

OPINIONI. Ma la pietà è un diritto di tutti

DI FRANCESCO GRECO - Poggia su presupposti errati il dibattito che si è acceso a Grumo Appula: messa si, messa no per Rocco Sollecito. E' una querelle dal sapore datato: non diciamo medievale poiché quell'epoca ebbe anche il suo splendore: si diffuse il Cristianesimo, nacquero i monasteri, le cattedrali, ecc. E forse proprio quel sentimento dettato dalla pietas cristiana (che per i Lumi è anche laica) la password con cui si potrebbe - uscendo dal massimalismo che ormai impregna la questione – risolverla. Per cui, la domanda da porsi dovrebbe essere questa: la pietà è un diritto? E vale per tutti? Se si allora la messa di suffragio per Rocco Sollecito si deve celebrare senza se e senza ma. Al di là del suo curriculum criminale, perché la morte formatta tutto e di quello dipinto come un boss ucciso in Canada restano solo le spoglie mortali che non si possono precipitare nella Geenna: sarebbe un arbitrio. Perché noi non abbiamo i titoli per farlo, noi comunità, ma anche noi Chiesa Universale. Se credente, le sue colpe Sollecito le dirà a Dio, se non credente non avrà bisogno del suo giudizio non avendolo cercato, né temuto in vita. Chi siamo noi per giudicare? Noi che viviamo in una società dove talvolta la processione si ferma davanti ai boss perché magari mettono qualche soldo per la festa del patrono? Noi che abbiamo avuto pontifici che hanno ricevuto dittatori sanguinari? Giovanni Paolo II Pinochet, Francesco Fidel Castro. E dovevano farlo per tentare di redimerli, di farli ritornare indietro dal loro cammino perverso. La messa in suffragio di Rocco Sollecito dunque deve essere celebrata, e non alle 6 del mattino, in omaggio a una falsa morale. Chi vuole andarci ci andrà, ma questo non vuol dire condividere i suoi delitti, bensì nutrire quel minimo di pietà senz la quale noialtri saremmo più mostri di quelli che giudichiamo assisi su troni fatti di ambiguità, tanto – come ci ha insegnato Dostoievskij ma anche Stevenson del dottor Jackyll e mr. Hyde - è misterioso l'animo umano.
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domenica, dicembre 25, 2016

NATALE 2016. Panettone? No, grazie! Abbiamo le nostre pìttule

di FRANCESCO GRECO - Panettone? No, grazie! In Puglia abbiamo le nostre “pìttele”, o “pìttule” a seconda dell'area geografica. A Bari le chiamano “pèttole”. Ma, si sa, noi leccesi consideriamo i baresi degli antidepressivi antropologici.

Le “pìttele” sono nate in Salento, ma siccome i baresi sono stati capaci persino di rubarsi un santo - e non avendo un protettore hanno nominato tale San Nicola di Mira, patrono dei single - ci hanno sottratto anche quelle. Pazienza! Tranquilla, Bari: a noi i calzoni e le sgagliozze non interessano punto: troppo grassi, bombe per il colesterolo.

Tira dunque una brutta aria per panettoni e pandori: proprio quando gli inglesi li hanno scoperti, qui al Sud li guardiamo indifferenti. Il ragazzo del centro commerciale del rione – gestito da due sorelle belle toste - si lamenta: le pile quest'anno restano intonse, o quasi. C'è una fuga, forse è la crisi che rende tutti più oculati, o forse ci si rifugia nel passato. La classe media non è poi così alle pezze e per far vedere che al riguardo si scrivono un sacco di amenità, ordina in pasticceria il panettone/pandoro artigianale, ingredienti a km. zero. Noialtri precari della vita aspettiamo i saldi dopo le feste per portarne a casa ai bambini 2 al prezzo di 1. Li useranno per la colazione. Le “pìttele” sono dunque il trend 2016: cosa sono? Ce lo spiega lo storico Gino Meuli ne “I dialetti del Capo di Leuca”, Grafiche Panico, 2004: “Frittelle di pasta a forma di pallina, fatte con farina lievitata, condite a volte con miele, mangiate sotto le feste natalizie”. Esse sono il “manifesto”, la trasfigurazione del momento storico confuso che attraversiamo. Siamo nel pantano: la crisi da derivati e finanza creativa è alle spalle, il futuro non si vede: buffo, no?

Le “pittele” forse significano bisogno di identità, di memoria, ancoraggio alle radici relativizzate dalla globalizzazione, ma anche di passato, quello migliore, odori (olio che frigge), sapori antichi.

Nel rione dove vivo, alle Muraje (Muraglie, forse i cinesi l'hanno copiata da qui dove a sud-est si vede l'Albania e le isole greche, Corfù e Fanos), è rimasta qualche vecchia che la vigilia di Natale le fa come ai vecchi tempi.

Nel rione vicino, Terra du Mulu (che guarda a sud, al Capo di Leuca), però, sono più brave: ci sono due vecchie (a loro piace essere chiamate così) che sono famose in tutto il circondario, perché la Givoannina e la Vittoria (che sono cognate) le fanno come una volta già all'Immacolata e ricevono ordinazioni anche da lontano. L'aria del rione è impregnata dell'olio della frittura, extravergine d'oliva, ovvio, pure quest'anno che la stagione è stata avara (produzione giù del 40%).

Le “pittele” sono un rito arcaico, coinvolgevano ogni componente delle famiglie numerose, patriarcali di un tempo. La mattina della vigilia si preparava la pasta, si metteva il lievito e si lasciava riposare tutto sotto una coperta calda.

A sera si accendeva il fuoco, si impastavano e si friggevano. Al fuoco hanno tutto un altro sapore. Oltre che col miele, come dice il maestro Meuli, si condivano con cavoli, cicorie, rape, alla pizzaiola (con cappero e pomodoro), il peperone, il baccalà. O anche senza niente dentro quando tutto questo si esauriva e c'era ancora pasta. Vanno mangiate bollenti, croccanti, appena uscite dalla pentola. Senza le “pìttele” non è Natale.

E nemmeno senza i film in bianco e nero di Totò, di Charlot, le commedie di Eduardo che ti facevano respirare l'aria del Natale: oggi le tv non li programmano più, grondano rubbish anche, soprattutto sotto le feste. Un segno dei tempi. Comunque la pensiate...

AUGURI AI LETTORI DEL GDP!
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venerdì, dicembre 23, 2016

OPINIONI. L'Islamismo e la banalità del Male

di FRANCESCO GRECO - C'è del metodo nella follia? O è barbarie allo stato puro, istinti irrazionali, bestiali, datati sull'orologio della Storia, nel mondo liquido e globale? C'è un disegno politico e culturale complessivo di una Spectre nascosta nelle sabbie dei deserti o si tratta di ferocia gratuita di belve assetate di sangue che sparano nel mucchio e che abbiamo accolto e integrato, ma tali sono rimaste?

C'è una centrale del terrore che muove le fila, che arruola “martiri” catechizzandoli, oppure è un terrorismo do-it-yourself, difficile da affrontare, che ci costa migliaia di morti e miliardi di dollari?

Vogliono disarticolare la nostra civiltà e quotidianità, o è solo un modo di reagire alla marginalità culturale cui il loro mondo si è condannato, e non certo per colpa nostra, anzi, noi siamo le vittime?

La banalità del Male è perfida, ha molte facce, si dispiega su più livelli: una passeggiata sul lungomare, lo shopping di Natale, una partita di pallone, la metropolitana, la stazione ferroviaria, un concerto rock, ecc.

I killer li conosciamo bene e hanno profili multipli, sfuggenti: sono quelli che urtiamo camminando per strada, li vediamo ai giardinetti con i bambini, sono i vicini di casa che trafficano per siti fanatici ansiosi di indottrinarsi per farsi saltare in aria e avere le loro vergini. E, strano a dirsi, colpiscono i Paesi più aperti e con comunità arabe numerose e integrate (Francia e Germania).

Nel profondo del loro cuore ci odiano, e non capiamo perché. Non siamo musulmani, ma non tutti gli occidentali sono cristiani (noi poi siamo ormai secolarizzati) se è una guerra di religione, posto che occorre replicare le Guerre Sante mille anni dopo. Abbiamo altri valori, fra cui la tolleranza e il rispetto della diversità ideale: l'Europa non è forse cosparsa di moschee mentre l'Oriente ha pochissime chiese?

Che cosa vogliono questi assassini malati, perduti al mondo, la vita , se stessi? Se la politica delle “porte aperte” dà questi risultati, lo sanno che potremmo chiudere le frontiere e non accogliere più nessuno come minacciò Donald Trump, subito sbeffeggiato?

Non militarizzeremo le nostre vite, non tratteremo sui nostri antichi valori, non cederemo la nostra identità, rifiuteremo le loro visioni escatologiche.

Una cosa è la guerra dichiarata, un'altra questa violenza diffusa, pulviscolare, subdola. Lo sappiano, gli assassini, i loro “maestri”, ma anche o soprattutto i nostri governi pavidi e impotenti: la pazienza dei popoli è finita. Non vogliamo più essere scudi umani. Contare i morti sull'asfalto. Basta il pietismo delle classi dirigenti, il favoreggiamento (nell'epoca dei droni e dei satelliti non abbiamo intelligence serie che interagiscono fra loro per la prevenzione).

Basta Europa in fuga dalla problematica, basta accoglienza indiscriminata, trattati e “carte”, basta soldi per ospitarli, basta boss che ingrassano sul mercato dei gommoni, basta leggi tolleranti (che loro ben conoscono), basta con i Cara.

Chi vuol venire venga pure, ma non troveranno crocerossine premurose, né volontari pronti ad accudirli, sfamarli, posti per ospitarli, ONG che chiedono donazioni: come abbiamo fatto noi emigrando dal 1860 a oggi, se la sbrighino da soli.

Dobbiamo difenderci: non ci suicideremo a causa del patrimonio dei nostri valori, costati sangue e rivoluzioni, libertà e democrazia non sono stati aggratis, regali dei sovrani, ma conquiste che loro sfruttano per annientarci.

Non possiamo tollerare che uccidano i nostri bambini davanti a una bancarella di dolciumi, le nostre ragazze (Fabrizia Di Lorenzo l'ultima), in discoteca (Valeria Solesin), per strada (Giulio Regeni), né i nostri figli che prendono la metro. Che prevalga l'istinto di sopravvivenza, che ognuno si assuma le proprie responsabilità dinanzi alle proprie comunità e la Storia. E alle proprie reticenze, vigliaccherie, aberrazioni.
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mercoledì, dicembre 21, 2016

OPINIONI. Ma Poletti non può emigrare

di FRANCESCO GRECO - Zio Dana è la memoria storica del sud Salento. Gli piace così tanto raccontare che noi nipoti lo chiamiamo “Omero”. Ha una memoria infallibile. Si ricorda quando qui al villaggio arrivò la ferrovia, l'acqua, la corrente elettrica, il primo televisore. La gente lo guardava con sospetto e paura. Nonna Lucrezia ne diede una definizione: “E' la finestra sull'inferno”. Fu profetica visto il livello della spazzatura di oggi, dalla D'Urso alla Parodi. Un tempo sotto Natale facevano i film di Totò e Charlot, le commedie di Eduardo (“Natale in Casa Cupiello”, “te piace o presepio?”). Oggi sempre lo stesso rubbish.

Era il 1954, ma sua zia Chicca, buonanima (“Contadino, scarpa grossa, cervello fino”) già anni prima ascoltando la vecchia Radiomarelli aveva predetto: “Fra qualche anno vedremo quelli che parlano in questa scatola...”.

Zio Dana ricorda anche le cose dei secoli passati, per averle ereditate dalla memoria popolare, dall'affabulazione dei vecchi. In piazza c'erano le fosse per nascondere il grano dalle incursioni dei Turchi (“Mamma, li Turchi!”). Ricorda tutti quelli partirono alla prima e alla seconda guerra e mai tornarono. Ma anche storie di briganti.

Noialtri ascoltiamo in silenzio. Quando i “culacchi” sono già noti, qualcuno sbuffa, ma io gli dò di gomito per non offenderlo e ascolto curioso come se fossero inediti. Ci piacciono in particolare le storie di emigrazione, dacchè lo zio partì in Svizzera a 19 anni, fece il contadino in una masseria. Quello sapeva fare da secoli: governare le bestie, pulire il letame, spaccare la legna. Poi divenne operaio in un'impresa di costruzioni. Uno step di cui va molto orgoglioso, poiché lo investì di grandi responsabilità.

Partire non fu facile, mancava sempre un certificato. Al Comune l'impiegato chissà perché non glielo voleva dare. Da un angolo di piazza San Rocco qualcuno osservava in silenzio la scena: ogni giorno il ragazzo se ne tornava a casa a piedi (abitava in campagna), mortificato. Un giorno lo sconosciuto, vedendolo uscire senza certificato, lo chiamò e gli disse: “Torna, oggi te lo dà...”. Così fu. Era il mafioso del paese. Una lezione di socio-antropologia più efficace di mille saggi in materia.

Zio Dana ricorda che non tutti potevano partire, molti erano scartati. C'era una prima scrematura a Maglie (Lecce): i rachitici causa fame non erano idonei: ritornavano a casa a zappare la terra dei baroni. A Milano altre visite mediche e altro scarto: i malaticci dal colore della calce se ne tornavano tristi alle loro terre “tumare” (sterili). Visite anche in Svizzera e persino dopo che la ditta che ti aveva preso potevano cacciarti. Insomma emigravano i migliori.

Vecchie storie di emigrazione, le cui dinamiche interne sfuggono a ogni trattato in materia ma non alla memoria dei vecchi (con i risparmi lo zio si è fatto la casa e comprato la terra che coltiva), ci sono venute alla mente come iceberg insidiosi leggendo le parole del ministro del lavoro Giuliano Poletti: “I giovani se ne vanno? Meglio non averli tra i piedi...”.

Gaffe che fa il paio con quella dell'altro giorno: “Faremo le elezioni pur di non fare il referendum sul Jobs Act”. Ha quindi sconfessato la sua stessa “creatura”: è infatti il teorico massimo di una riforma il cui unico effetto è stato di precarizzare anche il lavoro a tempo indeterminato. Senza la barriera sociale dell'articolo 18 siamo alla leggi della foresta. Quindi ha ragione chi dice che il Jobs Act è stato scritto da Confindustria, sponsor anche del Gentiloni 1 (o Renzi bis).

Poletti è dunque l'icona, il testimonial di un governo di cloni, dove c'è una ministra che ha mentito sui suoi studi, un'altra, la Boschi, promossa dopo la sconfitta di una legge che portava il suo nome, e una parlamentare anche lei in gramaglie promossa ministra, la Finocchiaro. Tutto ciò è pedagogicamente devastante sull'immaginario degli italiani e dei ragazzi che studiano. Ci insegnano sin da piccoli a non dire bugie.

E' l'ordalia, l'orgia del potere. E ci viene in mente anche una “Puntura di spillo” del grande Montanelli, anni fa, sulla prima del suo “Giornale”. Un politico francese forse fuori di testa aveva presentato una proposta di legge per sopprimere i disabili. Montanelli gli diede ragione e sarcastico com'era il suo stile chiosò: “Sono d'accordo, basta che cominciamo da lui...”.

Caro Poletti, se anche lei volessi emigrare, sicuro che potrebbe farlo? Che supererebbe tutti quegli esami e visite mediche cui fu sottoposto e superò alla grande zio Dana mezzo secolo fa?
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martedì, dicembre 20, 2016

VISIONI. Non ci resta che andare su Marte

di ALFREDO DE GIUSEPPE - A vedere certi documentari, a leggere certi articoli pare, che la tecnologia dominerà le nostre vite, molto di più di quanto non lo faccia già.
 
Auto che corrono senza autista (mancano solo le prove finali sulle nostre strade), robot che fanno tutti i lavori manuali, telefonini integrati nel nostro orecchio che ci segnalano di tutto, pure dove e quando fare la pipì, diagnosi dei nostri malanni in diretta con operazioni sempre meno invasive, e poi entro dieci o vent’anni potremo andare su Marte, addirittura come turisti alla modica cifra di duecentomila euro cadauno.
 
Lì, su quel pianeta ora inutilmente deserto, prima o poi riusciremo a creare un’atmosfera adatta al nostro corpo, forse rifaremo un mare azzurro, faremo piovere e quindi potremo piantare alberi, girasoli e rape.
 
Per essere paragonati al Dio creatore di tutte le religioni ci mancherà davvero poco, forse solo inventare in Italia un governo che sappia governare.
 
Insomma, stiamo andando verso strade sconosciute, verso mète mai pensate nei secoli precedenti, la scienza avanza, la tecnologia applicata è ormai parte del nostro pensare quotidiano.
 
Alla fine di questo anno, definito per pura convenzione storica come 2016, potremo guardare al futuro con maggiore speranza, in una visione ottimistica della scienza al servizio dell’uomo?
 
Intanto partiamo dalla situazione attuale, analizzando due soli dati: le guerre e le povertà. Basta scrivere su Internet “Conflitti attualmente in corso” e si rimane sbalorditi dall’enormità di guerre e guerriglie che ci affliggono: in Africa sono coinvolti 29 Stati e ben 215 gruppi combattenti differenti, in Asia 16 Stati e 169 gruppi armati, ma anche l’Europa dell’Est non scherza con 9 Stati e 80 gruppi, e poi c’è l’eterno Medio Oriente.
 
In totale, in questo momento nel mondo ci sono 67 Nazioni coinvolte dentro le quali si contano 735 unità combattenti (eserciti, milizie, guerriglieri, terroristi, anarchici, ecc). Guerre di indipendenza, guerre di religione, guerre di territori, ma soprattutto guerre per il potere economico, per lo sfruttamento delle risorse energetiche.
 
Se invece cerchi in Rete “Equità sociale nel 2016” puoi capire come tutte le analisi convergono su un unico punto: i ricchi sono sempre più ricchi e non superano il 2% della popolazione mondiale, mentre i quasi poveri, i veri poveri e i miserabili sono quasi 4 miliardi di persone.
 
Secondo il rapporto annuale dell’Unicef entro il 2030 (data conclusiva degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile), 69 milioni di bambini sotto i 5 anni moriranno per cause prevalentemente prevenibili, 167 milioni di bambini vivranno in povertà, 750 milioni di donne si saranno sposate da bambine e oltre 60 milioni di bambini fra i sei e i dieci anni saranno esclusi dalla scuola.
 
Sembrerebbe che il nostro pianeta stia andando verso due posizioni contrapposte: da un lato una scienza sempre più invasiva e coinvolgente, dall’altro l’avanzamento di una povertà diffusa con largo uso di guerre per risolvere i perenni problemi della sopravvivenza.

Il tutto aggravato dall’espansione demografica di alcune aree geografiche e la costante denatalità di altre, che comunque secondo l’ONU porterà entro il 2050 la popolazione mondiale dagli attuali 7,3 a oltre 11 miliardi di individui.
 
Quindi grandi flussi migratori e importanti mutamenti socio-economici, quasi tutti complessi da gestire e programmare, specie in presenza di una politica miope che al massimo guarda ai prossimi due anni. Nel futuro molto prossimo, continuando tutti i trend cui abbiamo accennato, potremmo avere un élite economica/politica formata da persone super ricche, che disporrà di tutti i beni materiali, di tutte le chiavi decisionali per procedere spedita verso nuove ricchezze, potrà andare su Marte, comprarsi l’intero sport mondiale e tutti i motori di ricerca.
 
Ci sarà una classe media che si arrabatterà sempre di più, piccoli imprenditori che non potranno più salire alcun gradino, operai sempre più in competizione con nuovi poveri, impiegati che non potranno far studiare i propri figli, laureati che tenteranno fino alla vecchiaia di trovare la giusta collocazione.    
Categorie sfruttate e alienate ma che in fondo potranno mangiare, rosicchiando ogni giorno qualcosa all’altro, potranno scommettere alla lotteria più ricca o al poker-on line, guardare lo sport, possedere e giocare con l’ultimo giocattolo telematico.
 
I poveri invece aumenteranno a dismisura, schiere di uomini, donne e bambini sempre più schiacciati nelle terre più guerreggiate e disastrate, anche all’interno di Stati tradizionalmente ricchi. Rifiutati dall’altra metà della popolazione, trattati come inutile ingombro sulla via del progresso, comunque indispensabilmente poveri per non far salire il consumo di CO2 oltre il limite tollerabile della sopravvivenza del pianeta Terra.
 
Questo è lo scenario verosimile, anche se crudo. Se qualcuno, oltre a inutili referendum di giornata, vuole impegnarsi a sovvertire questo triste destino, c’è ancora spazio e un po’ di tempo. Mi chiedo però: a iniziare da me stesso, c’è oggi l’ottimismo per lottare ancora contro chi dissennatamente corre in questa direzione assurda?

C’è un gruppo capace di analizzare e lottare per risolvere questi problemi enormi? Potremmo farcela, con impegno, calma e raziocinio.
 
Se invece corriamo dietro ai Trump, ai Le Pen e ai vari trombettisti dell’isolazionismo felice, siamo davvero in un oceano di guai. Non ci resta che sperare nell’atmosfera di Marte. 
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domenica, dicembre 18, 2016

OPINIONI. Ma le toghe non devono entrare in politica

di FRANCESCO GRECO - Cara Virginia, mai sentito parlare di spoil-system? Negli USA è la regola. E' vero che non potevi conoscere tutti i 23mila dipendenti del Comune, ma sinora ti ha detto male, come dicono a Val Melaina, dando fiducia ai peggiori: 6 dimessi, 2 indagati, uno arrestato. Che bisogno c'è di riciclare i “fasci” di Alemanno, che ti mettono nei guai con le loro polpette avvelenate? Non sono mica dei Nobel. A vedere poi le facce sui giornali, Lombroso ti sarebbe stato un sacco utile.

Ora la bufera montaliana pare passata, ma per il futuro, benedetta ragazza, vedi che puoi fare: magari esamina i curricula di gente nuova, fresca. Fra i tanti “cervelli” che partono a Londra o Berlino, ne troverai pure qualcuno che fa al caso tuo? Al limite c'è Linkedin.

E mentre Confindustria chiede una classe dirigente vera (quella di Alemanno che ha assunto tutti i “fasci” di Roma negli uffici dell'Atac? A quando una legge sulla responsabilità soggettiva degli amministratori? Senza copertura finanziaria pagano loro chi assumono), all'attacco il partito trasversale di Mafia Capitale, delle lobby e i poteri forti, destra e sinistra (il Pd dei 135 indagati) in sinergia, Carminati e Buzzi, e i moralisti della prima e ultima ora (perfino Saviano accusato di plagio), chiedono le tue dimissioni per cose avvenute nel 2013 quando stavi ai gazebo.

E' una boutade, un'opzione strumentale, paradossale: sanno bene che se si tornasse alle urne i tuoi consensi raddoppierebbero. Ma tu devi “resistere, resistere, resistere”. Il nuovo ha molte facce: la freschezza, l'ingenuità, anche gli errori, ma non gli orrori dle passato. Da qui a riconsegnare Roma alle vecchie mafie e ai politici che l'hanno uccisa facendo ideologia e propaganda, ce ne corre.
Diciamolo: se la Raggi governasse un secolo farebbe meno danni di tutta questa canea che da destra a sinistra strepita come il tossico in astinenza.

A Grillo viene attribuito di tutto, di più. Il comico la faccia ce la mette da sempre. E' una vittima, non un carnefice e farebbe un grosso errore se togliesse il simbolo alla Raggi: la politica cederebbe quel minino di illusione di libero arbitrio che ancora conserva e che la Magistratura non ha surrogato. E' intelligente, non lo farà: Roma non è Parma e la Raggi non è Pizzarotti.
Ma il discorso è più vasto e politico, polisemico di quanto non lo si voglia leggere nelle cronache dense di pettegolezzo e di livore giustizialista anti-M5S (mentre a Milano Sala viene santificato).

Non sappiamo se il sindaco di Milano, e Raffaele Marra, capo del personale al Comune di Roma, saranno giudicati colpevoli. O innocenti. Una certezza però c'é: il clamore mediatico.

Cui podest? Ai magistrati che sentendo odor di elezioni hanno aperto la campagna elettorale? Lo sferragliare di manette è musica per le orecchie delle tante tricotèuse accovacciate sotto la ghigliottina, che invocano la forca, per gli altri.

Ormai lo spacciatore del quartiere lavora tranquillo: se lo ingabbi finisci su uno smilzo trafiletto. I magistrati puntano ai pesci grossi. Così l'apertura di tg e giornali è automatica. E anche la popolarità. Usando la quale un magistrato ha fondato un partito etico, poi morto perché arruolò la peggio feccia. Altri sono diventati presidenti della Camera (Violante), ministri o vice-ministri (Mancuso e Mantovano), governatori (Emiliano, De Magistris), parlamentari (Casson, Nordio, D'Ambrosio, ecc.). Da destra a sinistra.

Una patologia. Negli USA e in Gran Bretagna, dei processi giornali e tv pubblicano i fumetti: niente telecamere, nessuno conosce le loro facce. Lì la civiltà giuridica è cosa terribilmente seria. Qui sono delle star, invaghite di se stesse. Non si discute della lotta alla corruzione, sacrosanta, ma quando, negli anni Novanta, usarono la “finta rivoluzione” (copyright di Craxi) di Mani Pulite per proporsi come “supplenza” del potere politico (ricordate il pool scamiciato e barba lunga dinanzi alle telecamere?), si è in presenza di qualcosa di diverso, di inquietante, che non accade manco in Bielorussia. “Ho fatto qualche errore...”, dice oggi Di Pietro. Errore? Alcuni indagati si sono suicidati, partiti storici estinti.

I magistrati non pagano mai per i loro errori (Tortora, Muccioli, ecc.), responsabilità civile zero. Uno dei miei maestri di politica un giorno mi disse: “In un Paese come il nostro dove tutto è corrotto, vuoi che la Magistratura sia sana?”. Calcio, politica, imprenditoria, pa: tutto è corrotto. Solo le toghe sono pure?

La politica fece un grosso errore strategico quando, sotto l'infuriare di Tangentopoli, si fece “commissariare” dalla Magistratura. Dopo il “lavoro” (per il pool stesso “inutile”, Davigo) doveva rientrare nei ranghi. Ci voleva una legge per impedire il loro passaggio in politica usando la popolarità delle inchieste. Non è mai arrivata e si è preferito lasciare la forca in piazza. E' avvenuto per un sudicio calcolo: la destra per usare il moralismo contro la sinistra, e viceversa. Ma il giustizialismo può essere una stagione, non trasfigurarsi in cultura tenendo la ghigliottina sempre ben oliata in piazza per impiccare il “nemico”. Anche perché poi possono farne uno strumento di dialettica politica. Anche per questo Grillo è al 30% e il Pd al 28%.

Così, dal 1992 siamo nello stagno della barbarie del diritto. Un avviso di garanzia in apertura del tg è già sentenza definitiva. Il processo non interesserà a nessuno: carriere e vite distrutte. E siccome come cesellatori del nulla siamo imbattibili, siamo finiti nella patologia: gli avvisi di garanzia (alla Raggi) oggi li mandano i giornalisti, che fanno scoop su quelli inesistenti, sollecitandoli. Quindi la Raggi deve dimettersi preventivamente, per un “avviso” che forse verrà. Più barbarie di questa... Ma debbono farlo, pro domo loro, per salvarsi il culo: nel programma del M5S infatti c'è l'abolizione dei sussidi ai giornali.

Grillo è un “animale” politico, ha intuito che il gioco è duro. “Siamo sotto attacco”, dice, e ha ragione, è così. Intendono omologare il M5S a tutti gli altri (la notte tutte le mucche sono grige) per poter dire: son peggio di noi, e far fallire la rivoluzione gentile e pacifica in corso, gelare ogni speranza che gli italiani si sono dati. Ora tutto l'armamentario mediatico-giudiziario stanno per scagliarlo contro il M5S come fecero con la Dc e il Psi 25 anni fa. Basta leggere la koinè usata: “faida nel M5S”, “resa dei conti”, ecc.

Ma siamo solo agli inizi della stagione del fango: dopo il baccano sulle firme false (non su quelle del Pd a Siracusa) e Marra (cose del 2013), ogni opzione è aperta in un degrado incalzante, una decadenza “globale”. Da Caravaggio al bunga-bunga, da Fellini a “stai sereno”, da Moro a De Luca, fra poco i servizi deviati magari faranno trovare la “maria” in casa dei parlamentari grillini. Chi non vuol perdere il potere adotterà Machiavelli: “Il fine giustifica i mezzi”.
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venerdì, dicembre 16, 2016

OPINIONI. Nazareno kaputt: il crepuscolo degli dèi

di FRANCESCO GRECO - Dio li fa e poi li accoppia. O li accoppa: fate voi. Un dicembre da libro di Storia ci accompagna alla fine di un anno bisestile che più ostile non avrebbe potuto essere. Ci hanno lasciato i grandi: da Umberto Eco a Dario Fo, poi Marco Pannella, David Bowie, Bud Spencer, Prince, Ettore Scola, Silvana Pampanini. Donald Trump è presidente degli USA nonostante oroscopi, fattucchiere, sondaggisti e media contrari. Al mercato nero i nostri account mail sono stati venduti a 10 cent, Aleppo è una città fantasma. Agli europei in semifinale con la Germania ci siamo fatti male da soli con la pantomima un sacco provinciale dei rigori di Pellè e co.

Fine d'anno col botto, tipo bomba Maradona anni fa. Ci stanno lasciando anche i presunti grandi, spacciati per tali dalla loro claque.

E' una svolta epocale, l'Apocalisse, la fine di una civiltà, politica e finanziaria. Come l'Impero Romano, i barbari sono riapparsi all'orizzonte. Non ci saranno rimpianti, semmai brindisi di festa: domani è un altro giorno, si vedrà: Franza o Spagna purché se magna. La scolorina per sbianchettare i curricula è pronta.

Il 60% di “No” al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 ha travolto un governo che, fra l'altro, ha riempito l'Italia di balle. E di consulenti: il 6 dicembre, a risultato già acquisito, Renzi ne ha assunti 350, che oziano al bar della Galleria Sordi a lumare le squinzie. Occorre una “manovra” per pagarli fino al 2018.

Un meridionale su 2 è povero, il welfare è distrutto (meno male per la famiglia), 11 milioni di italiani non possono curarsi, non hanno i soldi per il ticket. Condannati a morire. Il governo del “noi le tasse le abbassiamo” ha regalato 55 miliardi di imposte, decentrate. Il debito pubblico è aumentato di 105 miliardi (Bankitalia).

Il “No” ha travolto e seppellito il prestigiatore che faceva vedere la luna nel pozzo. Che sta rimestando nel torbido per tornare premier. Da segretario lo farà fuori il suo stesso partito. La mission ricevuta dai poteri forti, distruggere la sinistra, è fallita.

Renzi a Palazzo Chigi non entrerà più, non ci saranno congiunzioni astrali favorevoli. Potrà accadere solo con un golpe. Lo attende l'azienda di famiglia. Il naufrago di Rignano delira di rivincite e tira giù il sopravvissuto di Arcore (pronti da tempo i coccodrilli). L'altro sodale del “Nazareno” è sotto attacco dei raider francesi di Vivendi. Che oggi sono sprezzati ma tutti tacquero quando scalarono Telecom, risero quando De Benedetti tentò di sbarcare in Belgio e applaudirono quando la Fiat portò il brain-group extra moenia. Non fu B. a spingere Alitalia fra le braccia di Klm per sottrarla ai francesi, dopo che lo Stato la ricapitalizzò?

E poi, che senso ha fare la guardia al bidone e urlare al “capitalismo cannibalesco” (Marina Berlusconi) se di italiano ormai c'è poco e niente? La grande distribuzione, loghi storici dell'eno-gastronomia, le griffe della moda e del made in Italy più prestigiose, non sono tutte in mani straniere? Come le banche. E i cinesi non si sono comprata l'Africa e un pò di USA? Oltre all'Inter e quasi il Milan?

Ma accade anche il contrario: Fiat ha preso la Chrisler senza che gli USA facessero baccano, Luxottica fa shopping in tutto il mondo (anche se produce in Asia e Portogallo). La globalizzazione obbliga alla concentrazione: fra un po' pochi gruppi avranno tutto.

Grandeur francese? Campagna d'Italia napoleonica che però dura da anni? Sarà, ma Parigi ha capito che può fare scorribande perché qui la politica è morta (han visto i ministri e le ministre del governo Gentiloni in gramaglie?), è una farsa, che le istituzioni sono insudiciate e piegate a interessi piccini, di parte. Dove sta un Cesare che respinge e doma i Galli?

Vincent Bollorè (in costume d'epoca da Carlo V) oggi ha il 20% di Mediaset: basterebbe per opporsi in caso – improbabile - il Biscione volesse fare operazioni di grande respiro strategico, investimenti (ormai Gerry Scotti ha rotto), ma punta al 30%, perché l'appetito vien mangiando. Parigi nega, ma dietro c'è la politica (Le Pen?): nulla accade per caso, a pensar male...

Ora Berlusconi (che ha qualche quinta colonna in famiglia), per contrasto dovrà mettere mano ai gioielli di famiglia o finirà a fare le fotocopie o a leggere le previsioni del tempo a Ret4. Le eventuali (B. non gode di buona fama nei tribunali zeppi di toghe rosse e senza potere politico anche i cancellieri vanno al bar) inchieste (aggiotaggio, manipolazione del mercato) saranno bolle di sapone: il liberismo è selvaggio per sua stessa etimologia, come la globalizzazione: un giorno ti dice bene, l'altro meno. Non ci sono buoni o cattivi, sono tutti cattivi: è la legge della foresta. Il bon-ton è un optional. D'altronde a primavera 2016 l'ex Cavaliere vestito da magliaro di provincia (“Chi si lamenta è provinciale”, l'Avvocato) o padrone delle ferriere, non tentò di ammollare a Bollorè la bollita Mediaset Premium che vende abbonamenti in aree scoperte dal segnale con conti che qualcuno definì “taroccati”? E quando 30 anni fa portò la tv delle mortadelle in Spagna e Francia qualcuno menò scandalo?

E' il contrappasso dantesco, dolcezza. C'est la vie!

Tappeti rossi dunque a Vivendi (che siede nel board di Mediobanca tramite le Generali), siamo orgogliosi che le nostre aziende con così poco glamour per gli investitori stranieri, una volta tanto abbiano appeal e porteranno sviluppo e occupazione. La tragedia del nostro capitalismo famigliare è il nanismo: non ha reti commerciali planetarie, il marcato indigeno è ristretto, asfissiato, e pensa più alla proprietà (“la roba” diceva Bossi di noi del Sud, e la loro?) tipo dinasty che alla crescita e al progresso.

Anche per questo si è clamorosamente “convertito” al proporzionale. Capito che non guiderà più i cosiddetti moderati e che la partita è persa (si andrà allo scontro Grillo-Pd), vuole un partito, Fi, al 10% per condizionare, contare ancora, che nel suo lessico vuol dire difendere i propri interessi. Sta per avverarsi la profezia di D'Alema anni '90: “Voglio vederlo chiedere l'elemosina nelle vie del centro di Roma”. Poi, lunatico, cambiò idea e Mediaset divenne “patrimonio del Paese” (come dice oggi il governo: corsi e ricorsi): la crostata del consociativismo acconciata da Maddalena Letta cuoceva indorandosi nel microonde.

Gli dèi dunque crollano. E' come la celebre poesia di Costantinos Kavafis: “Il dio abbandona Antonio”. Fino a due settimane fa era tutto immobile, impensabile, fantapolitica. Assistevamo annoiati ai siparietti di Renzi: w Ancona, w l'Italia. I poteri forti erano schierati col “Si”, il terrore sparso a ogni angolo del Belpaese, Renzi si è spalmato in ogni interstizio mediatico: un morbo pestilenziale, più micidiale del Rondup.

Il solo potere forte della Storia però è il popolo. Che si prepara a replicare col referendum sul Jobs Act, che maldestramente vorrebbero scippargli votando a Capodanno: ma il popolo dei voucher è già in subbuglio.

Nazareno kaputt, gli déi franano fragorosamente nella polvere. Berlusconi & Renzi uniti nel crepuscolo diretti all'Ade: hanno la monetina fra i denti. Conoscendo gli italiani e il loro opportunismo genetico (Longanesi, Flaiano, Montanelli li hanno scorticati a sangue), scommettiamo che fra poco non si troverà più un berlusconiano o un renziano? In cartoleria la scolorina va a ruba: passeremo Natale a ritoccarci i cv. Renzi, chi? Berlusconi? Not remember...
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mercoledì, dicembre 14, 2016

OPINIONI. Il gattopardismo governativo

di NICOLA ZUCCARO - Nulla cambia perchè tutto o quasi tutto resti, come nel caso del Governo Gentiloni. In attesa di ottenere la fiducia dalle Camere, dell'Esecutivo che ha giurato lunedì sera al Quirinale di nuovo c'è poco, se non nulla. Eccezion fatta per gli ingressi di Minniti agli Interni e della Finocchiaro ai Rapporti con il Parlamento, per il resto si è assistito ad un semplice trasloco da un Dicastero all'altro.

E' il caso di Alfano che lascia il Viminale per la Farnesina, così come per Maria Elena Boschi (il suo nuovo incarico corrisponderebbe ad una bocciatura) che lascia il Ministero delle Riforme istituzionali per il sottosegretariato alla Presidenza del Consiglio. Di contro, si registra una "promozione" che per quanto precedentemente menzionato rappresenta una staffetta a Palazzo Chigi, con Claudio De Vincenti che approda al Dicastero per la Coesione territoriale e competente (chissà perchè non si ha il coraggio di comunicarlo) anche per le questioni del Sud Italia.

Se a quest'ultima nomina si aggiunge anche quella di Luca Lotti a Ministro dello Sport e all'Editoria (già sottosegretario del relativo Ministero), ci sono anche gli elementi per sostenere che questo Esecutivo al quale è demandato il compito di scrivere la nuova Legge elettorale e di proseguire il percorso sulle riforme, di progressista ha ben poco, non solo per le staffette precedentemente menzionate, ma anche per il ritorno di alcuni Ministeri e per i tempi con cui è nato (tanto da scrivere di crisi-lampo), assomiglia ad uno di quei classici Governi della Prima Repubblica - dove - il verbo "rimpastare" faceva quasi sempre rima con il verbo "traslocare" per poi "conservare".
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martedì, dicembre 13, 2016

OPINIONI. Destra, sinistra e centro: tre facce della stessa medaglia

di VITTORIO POLITO - Per politica si intende l’attività svolta dal governo di uno stato, il modo di governare, l’insieme dei provvedimenti con cui si cerca di raggiungere determinati fini. Politica è anche l’attività di chi partecipa direttamente alla vita pubblica, come membro del governo, del parlamento, di un partito, di un sindacato, di un movimento, particolare modo di agire, di comportarsi in vista del raggiungimento di un determinato fine. Ma è anche linea di condotta accorta e astuta al tempo stesso, talvolta unita a una certa dose di opportunismo. Proprio quello che è avvenuto recentemente in Italia a proposito del referendum: tutti contro tutti ed ognuno pensa per sé. La politica è un’attività scivolosa: c’è chi fa buoni affari (gli amministratori) e chi ci rimette (il popolo).

Nell’Enciclica “Gaudium et spes”, si legge, tra l’altro, che “Per instaurare una vita politica veramente umana non c’è niente di meglio che coltivare il senso interiore della giustizia, dell’amore e del servizio al bene comune e rafforzare le convinzioni fondamentali sulla vera natura della comunità politica e sul fine, sul buon esercizio e sui limiti di competenza dell'autorità pubblica”. Per Nikita Krusciov (1894-1953), “Il politico non è colui che si arricchisce costruendo ponti, ma colui che promette di costruire ponti anche dove non ci sono fiumi”.

Alla luce di quanto sopra, credo sia arrivato il momento di zittire su quanto è avvenuto e sta avvenendo oggi in Italia. Sono fatti che si ripetono nel tempo, con tutti i governi, con tutte le realtà politiche, con tutti i partiti, con tutti i segretari, con tutti coloro che dicono di rappresentarci, ma di fatto fanno solo i propri comodi e pensano esclusivamente ai loro interessi, alle loro malefatte. Non se ne può più di tutte queste storie, da qualunque colore politico provengono. Ormai abbiamo in memoria tutto. Quindi basta Movimento 5 stelle, Forza Italia, Lega, PD e tutto quel che resta. Basta con Renzi, Salvini, Berlusconi, Grillo, Boschi, D’Alema & C. State pur certi che sono tutti tirapiedi e certamente non pensano affatto al popolo o a chi li ha votati. E noi caschiamo come pere mature, credendo alle chiacchiere che ci propinano: ripeto nessuno escluso, sono fatti della stessa pasta.

Destra, sinistra o centro sono tre facce della stessa medaglia, nelle quali si divide il mondo moderno e che servono a gabbare gli elettori. Non si può che concordare con Aristotele che era del parere che “L’uomo è per natura un animale politico”.
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