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lunedì, novembre 05, 2012

L'Anac Pupilles du Congo e l''Uomo che cammina per la Pace' (John Mpaliza)

FRANCAVILLA FONTANA (BR). 1600 km a piedi. E' questo il il percorso che ha segnato la marcia della pace per il Congo di John Mpaliza, giovane ingegnere informatico congolese partito il 29 luglio scorso da Reggio Emilia ed arrivato a Bruxelles il 22 settembre 2012. E l'associazione Anac era lì, nel quartiere Matongè di Bruxelles, a sostenere e supportare John nella tappa finale della sua marcia per sensibilizzare l'opinione pubblica e i politici europei rispetto alla guerra, alla violenza e allo sfruttamento del popolo congolese.

John, con le sue parole ed il suo grande coraggio, ha regalato a tutti emozioni fortissime. Non si poteva restare indifferenti, quindi, al suo impegno per il popolo congolese e proprio per questo motivo è stato fortemente voluto nelle case di tutti anche qui in Puglia. Ed è così che John Mpaliza, SABATO 10 NOVEMBRE ORE 10, al Liceo Classico “V. Lilla” di Francavilla Fontana, spiegherà a tutti i presenti le ragioni del suo importantissimo gesto. Ringraziamenti particolari vanno inoltre al dirigente del Liceo Professore F. Carone che ha subito concesso la sua disponibilità e collaborazione per l'organizzazione dell'evento.

La giornata proseguirà nel pomeriggio alle ore 15 con il torneo di calcetto a Castro (Le) organizzato dal Professore Luceri del Liceo Scientifico “Stampacchia” di Tricase  ed un altro intervento di John Mpaliza alle ore 20:30 c/o il Centro Culturale MUIMUNE di Leverano ( via Roma 25).
A riferirlo in una nota l'associazione 'Anac Pupilles du Congo'.

sabato, giugno 16, 2012

Diari da Kinshasa / C'est ta maison

di Barbara Musciagli. Un viaggio lungo, quasi interminabile... iniziato il giorno prima e finito il giorno dopo. Un viaggio strano, un viaggio diverso, forse sono io che sono cambiata... forse è realmente diverso.

Passo la notte in aeroporto ed ecco che l’Africa mi fa il primo meraviglioso regalo: un’amicizia quasi ormai persa viene rinsaldata. Arrivo a Bruxelles… ormai mancano solo altre sette ore di volo, mi guardo intorno e vedo tanti bianchi, tanti italiani... è la prima volta che accade; mi chiedo cosa sia cambiato, perché tanti bianchi in Congo?

Le ore di volo sono interminabili… gli ultimi minuti lunghissimi, inizia l'atterraggio e dal finestrino si riescono ad intravedere pezzi della mia Africa, terra, palme… non mi sembra vero… quando esco fuori dall’aereo il caldo mi avvolge e all’orizzonte un bellissimo paesaggio: il cielo africano, il tramonto rotto dagli alberi di palma. Un’immagine stupenda!

In quell'esatto istante mi dico: SONO A CASA!! Un bus mi porta fino all’entrata principale, niente 'Police' che tenta di sottrarmi qualsiasi cosa io abbia, compreso il passaporto, niente parole strane, solo ordine.

Per la prima volta supero la Dogana senza problemi. In 5 minuti sono finite le operazioni di identificazione, ora devo affrontare l’ultima parte… la più brutta! Aspettare per ore i bagagli in quella stanza sovraffollata... non succede neanche questo, in 10 minuti recupero i miei bagagli, la marea umana non c’è, in un ora sono a casa!

Per strada la polvere, lo smog, i fuochi, fiumi di persone e gli odori... l’odore tipico di Kin difficile da descrivere ma impossibile da dimenticare… (quell’odore che ancora una volta mi fa sentire a casa).

…C’EST TA MAISON, questa è la frase che mi son sentita dire appena arrivata a St Eloi. I miei occhi pieni di gioia… Una frase che non rappresenta solo parole ma realtà. Perché è così che mi sento e mi fanno sentire - A CASA!!!

L’accoglienza degli OMI (Oblati di Maria Immacolata) è un’ accoglienza attenta ma discreta, un’accoglienza che mi fa sentire veramente a casa e, non importa se va via la corrente, se il caldo è così torrido che il sudore continua a grondare, se nella mia stanza non c’è la corrente, manca l’acqua e le zanzare sono la mia ombra.

Ritrovare tutti gli amici qui è un piacere gran lunga più grande delle angustie e difficoltà che devo affrontare ogni mattina. A pochissime ore dal mio arrivo, incontro “Stefano”, un 'mundele' (bianco, ndr) come me. E’ li seduto nel ristorante mentre pranza. “Bonjour, ca va??“. Due o tre parole di rito prima di capire che siamo entrambi italiani e scoppiare in una grassa risata.

Trascorriamo qualche ora insieme, gli suggerisco qualche “dritta” per vivere alla meno peggio il soggiorno congolese ed il pomeriggio trascorre tra risate, scambi di opinioni, banane fritte e caldo asfissiante. Entriamo subito in confidenza, sembra che ci conosciamo da sempre, mai il minimo imbarazzo.

E poi arriva Jerry, un ragazzo stupendo, meraviglioso, generoso che si è subito reso disponibile, anche se non ci conoscevamo. L’averlo conosciuto per me è stata una vera ricchezza. Per questa nuova amicizia devo ringraziare il mio amico Paolo: un volontario pugliese, proprio come me, che trascorre la sua vita a metà, diviso tra la Puglia e il Congo, con la testa ed il cuore sempre in questo meraviglioso Paese e verso i suoi piccoli bambini, verso i suoi squisiti amici congolesi.

Ciò che ci accomuna non è solo l’amore per il Congo ma l’essere consapevoli che l’Rdc è una terra che ti regala tante, tantissime emozioni e nello stesso tempo ti toglie tanto, ma proprio tanto, di quella vita apparentemente perfetta e senza problemi che conduciamo in Italia.

Ogni partenza è un inizio e una fine… E' un punto alla vita europea, è un inizio di vita congolese e così ci ritroviamo a metà, divisi tra il Congo e l’Italia, tra gli affetti di sempre e i legami congolesi.

Poi ci sono tutti i miei amici, tutti lì, tutti sempre attenti e sempre vicini a me, felici di rivedermi, mi invitano nelle loro case e mi offrono quel poco che hanno. I congolesi sono così meravigliosamente generosi! Le mie giornate trascorrono velocemente per quanto il tempo possa scorrere veloce qui in Congo. Non sono mai sola e fatico a ritagliare un po’ di tempo per me.

Esco per strada è c’è il ragazzo che cambia i soldi che mi corre incontro per salutarmi, giro l’angolo e c’è qualcun altro che mi saluta così come viene a salutarmi il guardiano della parrocchia.

Qui nel quartiere Bon Marché come a Mpasa non subisco più gli sguardi diffidenti che si regalano allo straniero bianco, riesco anche a fare il giro del quartiere da sola senza che nessuno si avvicini tentando di scipparmi qualcosa.

Per tutti loro non sono più solo una mundele, ma sono la “LORO MUNDELE”, così quando arrivo all’orphelinat Mama Elena appena apro lo sportello della 4x4 mi saltano tutti addosso per abbracciarmi e darmi il benvenuto. In quel momento i 40 gradi con 70% di umidità non li avverto neppure più, perché finalmente sono tra loro e posso rivedere i loro occhi e i loro tristi sorrisi.

Bambini che sembrano non crescere mai, che sembrano consumarsi fino a diventare quasi trasparenti… Ogni volta sono più “piccoli” più “leggeri”… Continuo a sentirmi a casa anche quando il 2 giugno partecipo alla festa della Repubblica nella villa dell’Ambasciatore d’Italia.

Una festa dove ci sono tanti mundele, tanti ragazzi della mia età, tutti qui, tutti per lo stesso motivo: offrire un aiuto ai bambini congolesi. Uno sguardo qua e là ed ecco che i miei occhi incrociano gli occhi di Susanna una ragazza che ho conosciuto nel gennaio 2011 tra le strade sterrate di Bibwa.

E’ bello ritrovarsi a distanza di tempo come se questo non fosse passato, è altrettanto bello riconoscersi, ma è meraviglioso avere la certezza che a Kin abbiamo ed avremo il nostro posto per sempre.

giovedì, maggio 10, 2012

Congo: un paese ricco di terra ma povero di vita

di Christian Mavindi corrispondente dal Congo. I paesi ricchi si riconoscono dalle risorse umane, dal capitale e dalla tenuta della valuta finanziaria. Per capire la realta' congolese bisogna descrivere la vita quotidiana di questo bel paese: è una terra dove scorre tutto l'anno il fiume Congo, il terzo dal mondo; dove si trovano minerali preziosi: oro, diamanti, cromo, uranio, bauxite... e anche una terra fertile con una diversità di prodotti agricoli del tutto invidiabile. Quale incanto!

Purtroppo, però, la maggior parte della popolazione vive in condizioni molto precarie e di povertà. Si tratta di più di un centinaio di milioni di abitanti classificati come ''poveri'' nel proprio Paese: una vita precaria per più del 60% della popolazione che vive sotto la linea di povertà assoluta.

Nel paese, le risorse e le ricchezze prodotte sono distribuite in modo sfacciatamente diseguale. Al livello locale, tante organizzazioni dei diritti umani si impegnano costantemente a denunciare discriminazione, ingiustizie quotidiane sulle piazze pubbliche attraverso i media, anche se spesso ciò non basta a rendere un'idea della precarietà della vita di un congolese.

Il Congo, in conclusione, è un paese ricco alla costante ricerca della propria identità che solo trovando una leadership che ha davvero a cuore le proprie genti e di consolidata tradizione democratica riuscirà ad uscire dal buio morale e sociale di questi giorni.

mercoledì, maggio 09, 2012

Congo: una nuova tempesta di guerra in arrivo

di Christian Mavindi. Nel novembre scorso nella Repubblica Democratica del Congo è stato eletto il nuovo presidente Joseph Kabila. Il paese è da allora con forma di governo ispirata a democrazia ed ha anche delle istituzioni democratiche.
Da qualche giorno, tuttavia, una nuova aria di guerra si respira nell'est del Congo. Il territorio colpito dalla guerra è il Nord-Kivu, provincia situata all'est del paese, al confine con il Ruanda. I ribelli di Bosco Ntaganda commettono impunemente atti di violenza e di guerra senza alcuna omissione di colpa.
Tali atrocità sono difficile da immaginare. Il capo dei ribelli, Bosco Ntaganda, è stato raggiunto da mesi da un mandato di cattura della Corte penale internazionale; da tempo, infatti, c'era un piano organizzato dalle forze armate delle Onu (Monusco: Missione delle Nazioni Unite in Congo) e dalle forze armante congolesi per il suo arresto.
Ora, la situazione pare assai difficile per il nuovo governo eletto da qualche giorno. C'è infatti un emergenza per la popolazione del Nord Kivu costretta a lasciare le proprie case e a trovare asilo nel confine del Ruanda, dove non ci sono certo condizioni ottimali di vita.
Gli scontri, durissimi, fanno tante vittime, sopratutto tra i bambini. La complessità della situazione attuale è dura da affrontare da parte della popolazione inerme.

giovedì, maggio 03, 2012

Repubblica Democratica del Congo, un Paese dimenticato

di Barbara Musciagli. Quando parliamo di Africa, l’immaginario comune ci porta a pensare agli elefanti, alla savana, al caldo, ai baobab, ai meravigliosi orizzonti. Solo dopo una breve riflessione rammentiamo che l’Africa è anche povertà, miseria, malattia, morte, ma quanti di noi ricordano o sanno che molti paesi africani continuano ad essere teatro di scontri armati? E’ il caso della Repubblica Democratica del Congo, un Paese spesso dimenticato, dilaniato da una serie di guerre, le ultime delle quali avvenute non più di 20 anni fa. Parliamo della Prima guerra del Congo avvenuta nel non lontano 1996-97 ( il generale Kabila contro l’allora Presidente Mobutu Sese Seko), una guerra conclusasi con la vittoria del generale Kabila, che ha generato milioni di morti e di rifugiati; ci riferiamo, altresì, alla guerra mondiale africana avvenuta tra il 1998 e il 2003: uno scontro armato lungo 5 anni che ha visto coinvolti gli eserciti di almeno 6 Paesi per il controllo degli immensi giacimenti di Coltan, diamanti ed oro.
Un conflitto che ha generato due milioni e mezzo di vittime dovute anche alle morti, carestie e malattie generate dal conflitto; e, inoltre, come dimenticare gli ultimi episodi violenti avvenuti tra ottobre 2011 e gennaio 2012? E' strano, se non inaccettabile, che nessun mass-media abbia parlato della difficile situazione socio-politica che la Repubblica Democratica del Congo ha vissuto pochi mesi fa in vista delle seconde elezioni presidenziali.
Guerriglie, sangue, morte per poter esercitare un diritto. Quanta ansia in quei mesi, quante ore trascorse su internet nel tentativo di leggere qualche notizia sui siti congolesi, senza prestare troppa importanza ancorchè fossero scritti in francese, lingala o kikongo.
La comunicazione via cavo era difficile, così come era ostica quella via internet, ancora più difficoltosa del solito. Le compagnie telefoniche congolesi avevano ricevuto ordini di sospendere il servizio di messaggistica per evitare fughe di notizie. La Monusco è stata impegnata 24 su 24 sul territorio congolese in una grossa opera di mediazione.
Ma che sollievo riuscire a sentire la voce degli amici a telefono, sapere che nonostante tutto stavano bene e che la situazione era quasi sotto controllo - anche se c’era sempre l'ombra di un terribile scontro armato. Come dimenticare la voce di un amico una settimana prima del fatidico 28 novembre (giorno delle elezioni presidenziali): “Stiamo bene ma ci sono militari e carri armati in ogni angolo della città; sono arrivati anche a Mt. Ngafula, non possiamo uscire dalle nostre case, tutti gli uffici, università scuole e chiese sono chiuse, c’è il coprifuoco, Kin (Kinshasa, ndr) è una città fantasma si sente solo il rumore degli spari”. Come dimenticare gli scontri avvenuti nei campus universitari alcune settimane prima, con gente gambizzata, ferita, uccisa? La stessa situazione di paura, sangue e morte si è avuta anche nelle settimane immediatamente successive al 28 novembre, “case” incendiate, ancora disordini, scontri, morti, irruzione da parte dell’esercito nelle chiese del Paese per punire gli oppositori di Kabila.
Il Natale dei congolesi è stato ben diverso dal nostro: niente tavole imbandite, niente doni, niente giocattoli, le preghiere e le speranze di milioni di congolesi erano quelle di ritornare alla “normalità”, anche se la loro normalità è fatta di povertà, fame, malattia e morte. Come dimenticare questo Paese ormai dimenticato da tutti?

domenica, aprile 15, 2012

I mille volti dei bambini di Kinshasa

di Barbara Musciagli. Fino a qualche settimana fa in tv andava in onda uno spot pubblicitario volto a promuovere l’adozione a distanza dei bambini della Repubblica Democratica del Congo. Il piccolo schermo delle nostre case veniva rotto dagli occhioni di un bambino congolese che diceva “ vivo in un paese ricco perché povero”. Una frase assai toccante perché rappresentava in maniera sintetica e scarna la realtà della R.D.C, uno stato dell’Africa centrale dagli orizzonti e paesaggi stupendi della foresta equatoriale, del maestoso bacino del fiume Congo. Un Paese dalle grandi miniere d’oro, diamanti, coltan e rame; un Paese tanto ricco ma anche tanto povero, un Paese sottomesso ancora “schiavo” delle grandi potenze europee. Un paese dove la gente non ha sogni, non ha futuro perché i loro compagni di vita sono la povertà, la malattia, la fame. Un paese dove la parola délestage, il cui significato è “ oggi mangio domani no”,  riecheggia per le strade, perché nella RDC, come in altri paesi dell’Africa, mangiare è un lusso e riuscire a mangiare ogni giorno è impossibile.
Molti genitori scelgono di rinunciare alla loro porzione di cibo per far sì che i loro figli possano consumare un pasto che è sempre al di sotto del soddisfacimento dei bisogni nutrizionali di ogni essere umano. Ma la fame non è l’unica piaga di questo immenso Paese, che è sempre a metà tra il reale e l’irreale, tra il visibile e l’invisibile… usi, costumi e superstizioni popolari segnano il destino di milioni di bambini a poche ore dalla nascita; come, ad esempio, i bambini stregoni, i famosi enfant sorcier e/o Sheguè o, come dicono a Kinshasa, Ndoki,  letteralmente “rifiuto”, bambini da buttare, figli del diavolo. La loro sfortuna? Nascere ammalati, albini, epilettici, deformati o semplicemente iperattivi. A volte basta che si fulmini una lampadina al momento del parto ed il neonato viene considerato figlio del diavolo. Chi ha la “fortuna” di nascere in famiglie che hanno i soldi per chiedere aiuto ad un esorcista appartenente alle numerose sette presenti in Congo viene sottoposto ad una serie di torture; bruciature, mutilazioni, ferite ecc., per scacciare il demonio. Chi invece non ha questa “fortuna” viene buttato per strada. In ogni caso, a parte la morte dovuta alle ripetute torture, il destino di questi bambini è la strada! E’ qui che si riuniscono, si radunano in bande con una organizzazione gerarchica tipo militare, di giorno vivono di elemosina, piccoli espedienti e furti, di sera si nascondo nei boschi, nelle case abbandonate e nei cimiteri. Le bambine sono costrette a prostituirsi già all’età di 4-5 anni dai ragazzi più grandi. Sono le ragazze di strada. Bambine costrette a diventare adulte troppo presto, bambine giocattolo nelle mani di adulti, bambine a cui non è permesso giocare con le bambole, bambine che in tenera età conoscono il peggio della vita. Bambine buttate per strada perché nate in una famiglia numerosa e sfamare un’altra bocca in Congo è sempre un problema. Bambine a cui almeno uno dei due genitori è morto e il nuovo compagno del genitore vivente non le accetta perché sono un problema. Bambine vittime di soprusi e violenze costrette a prostituirsi per pochi franchi congolesi, per un tozzo di pane.
Ma il destino di milioni di bambini congolesi non è solo questo. Alcuni di loro sono bambini soldato, ragazzi al di sotto dei 18 anni affiliati a gruppi militari governativi e non a gruppi politici armati. I bambini soldato vengono educati alla morte alla distruzione, nella loro testa c’è solo il desiderio di uccidere per sopravvivere, vengono utilizzati per posizionare mine ed esplosivi di cui spesso restano vittime, essere utilizzati come esche, spiare, essere utilizzati come schiavi sessuali, bambini il cui primo giocattolo è stato un fucile, una pistola una mina.

sabato, marzo 10, 2012

Diari da Kinshasa / Valigie chiuse, cuore aperto


di Elena de Gironimo. Valigie chiuse. Valigie pronte, si parte. Le ho controllate mille volte, non manca niente. Sono strapiene. So già che al mio ritorno molte cose non saranno state mai usate. Che fa? Sempre, quando si parte, veniamo presi dall’ansia, da una strana eccitazione mista ad inquietudine.
Pregusto già il mio ritorno, i racconti che dovrò fare, le immagini che dovrò memorizzare.

Africa, ecco il mio primo viaggio intercontinentale! Ho sognato l’Africa tante volte, vedendo i documentari su leoni e zebre. L’Africa bellissima e misteriosa. Quante volte ho pensato come sarebbe stato bello vivere lì. Le valigie sono chiuse e rischiano di scoppiare. Manca poco alla partenza, solo alcuni minuti. Ci siamo. Sistemo i bagagli, spengo la luce, mi siedo sul divano, chiudo gli occhi e… continuo il mio viaggio con la mente, con le valigie piene di immagini del mondo che vedrò e di quello che ho vissuto.

Diamine, quanto è grande l’aereo. Ho la mente in subbuglio. I pensieri si affollano senza avere un senso, la mente accarezza mille emozioni. Io, che vado in Africa! Mi scappa un sorriso. E poi, vado a prendere mia figlia, un tuffo al cuore. Non so se mi sono assopita o se semplicemente ho continuato a fantasticare con la mente... Atterro. Che caldo! Strano ma non riusciamo mai ad immaginare il caldo quando è autunno, e la vista dell’acqua ci fa venire un brivido lungo la schiena. Fa caldissimo, tanto che mi sento mancare. È il 20 novembre. Il mio viaggio nello spazio è divenuto un viaggio nel tempo.

Precipito in un mondo mai descritto realmente, mai filmato, mai testimoniato; un mondo non razionale, fatto di strade caotiche e sporche, di respiro faticoso nell’aria umida e polverosa. Proseguo. Mi offende la violenza di quel mondo, violenza che in quel mondo è quotidiano. Mi manca un giubbino e le scarpe sono fuori moda – vengo da un mondo in cui conta sapersi vestire, ma viaggio in un mondo senza né acqua né pane. Conosci il proverbio: ogni giorno una gazzella si sveglia e sa di dover correre per non essere uccisa; c’è di più: ogni giorno un bimbo figlio della stessa terra si sveglia ed affronta la strada, per una guerra che non ha dichiarato; per non morire.

Kinshasa è una città devastata senza leoni né zebre, violentata e violenta. E mentre cammino per quelle strade, percorro un tragitto che porta dentro di me. E mi vergogno e ho paura. E faccio istintivi paragoni, fra qui e là, fra Kinshasa e la Puglia, l’Italia, l’Occidente. Qui e là. Domani bisogna uscire e fare la spesa. Il figlio piange e cade in crisi se non ha lo scooter. Quel bimbo davvero piccino scava nel cumulo di spazzatura, ha fame. Viaggio tra piante e fiori stupendi, in un verde incredibile, in mezzo a musica e colore. E mentre avanzo, pian piano, svuoto le valige della coscienza, mi inoltro in luoghi mai visitati prima.

Viaggio, ma non mi sento affatto migliore; ma il dolore mi ferisce e si fa più profondo, più vero; e mi chiedo perché ci siamo convinti che la nostra sofferenza sarebbe così speciale, perché l’unico pianto da consolare sarebbe il nostro. Attraverso gli slum che qualcuno ha chiamato città, per convenzione e ignoranza. La piazza degli artisti mi rapisce tra baracche e quadri, monili, maschere… mi incanto. Vorrei comprare tutto, portare via con me l’incanto di quel luogo, così pieno di turisti pronti a farsi imbrogliare felici. Mentre la mente vola, ecco dei bimbi che provano a rubarmi la borsa: sono sporchi, smagriti, con occhi così scuri e luminosi, così grandi che rischieresti di affogarci dentro. Non ho più paura, ma infinita pietà. Vorrei abbracciarli, coccolarli. Qualcuno li scaccia e loro, come passeri improvvisamente ritrovatisi in uno specchio d’acqua, ora volano via.

Continuo a camminare – forse a sognare – tra bimbi puliti che avranno un anno o poco più, vegliati e vezzeggiati, cuccioli protetti e accuditi con amore; ora viaggio – forse desta – tra scriccioli della stessa età, capaci però di correre, di frugare e di sopravvivere in questa città caotica che non vede, cieca di fame e di dolore, e mi sento impotente. In questo mio stranissimo viaggio due mondi si scambiano continuamente, si mescolano ambiguamente, fra sogno e realtà. Anche lì c’è un padre e il suo piccolo, miserelli, che l’ipocrisia appagata talvolta salva con un euro – sai come si dice: e lavi la coscienza. Eppure lì si è capaci di coccolare i figli, di proteggere e viziare; qui c’è un padre, violento affamato che non vede i suoi figli, non protegge ma sa danzare e vincere in guerra.

Viaggio. E mi accorgo che anche io fra i due mondi, adesso ho alla mano la mia piccola. Come è bella la mia bimba quando ride. Ha messo le mutandine che prima nemmeno conosceva, senza perdere l’innocenza. Ride e ci fa ridere senza un perché. Alza il vestitino leggero e pulito, mostra con candore la biancheria. Peccato non far vedere quel dono, non sa a che serve ma ne è felice. Corre col vestitino alzato e fa smorfie e chiacchiera nella lingua della sua terra. I proseguo con lei il mio viaggio. E so che non è un sogno. Nella strada dell’inferno senza legge né cuore, tra bimbi già vecchi ed infelici, ed io infelice con loro, viaggio e vorrei tornare, forse sfuggire a quella terra senza sogni e speranze. Anzi, no. Voglio tornare, non più fuggire. Avere il coraggio della memoria e lottare. E allora si torna.

Il torpore è finito. Accendo la luce e guardo le tante valige non aperte, le più belle, le più nuove, quelle dei buoni propositi, dei sogni, delle favole in cui il principe sposa la povera e bella. Il mio viaggio nel cuore per ora è concluso. Ripongo i ricordi e le mie fantasie, come si ripongono i libri in uno scaffale. Lascio chiuse le valigie per quel giorno pieno di coraggio in cui si apriranno.

lunedì, marzo 05, 2012

Adozioni Congo: l'Anac organizza un mini corso di lingala veloce

BARI. L'Anac Pupilles du Congo (Associazione Nazionale Adozioni Congo), da anni impegnata ad offrire ai bambini congolesi una vita più dignitosa ed un'alternativa alla miseria, ha rivolto la sua attenzione anche a tutti i futuri Congo-mamme e papà.

Proprio al fine di offrire un piccolo supporto a tutti i genitori in attesa, l’Anac organizza per le coppie residenti in Puglia un mini corso di lingala veloce, per consentire ai congo genitori di comunicare con i propri figli.

Un nuovo continente, nuove usanze e credenze ma anche una nuova lingua, difficile riuscire a comunicare con i propri figli, perchè molti congo bimbi non parlano nè il francese nè inglese ma una delle varie lingue locali. Nella sola Kinshasa, infatti, esistono 13 lingue diverse, la più diffusa è la lingua lingala.
Quale modo migliore per entrare subito in sintonia col vostro bambino?

Iscrizioni entro il 30 marzo.

Per info contattare Barbara
Tel: 3331808435
Mail: saporeevoglidafrica@gmail.com.

martedì, febbraio 07, 2012

Diari da Kinshasa / "TANTI" pezzi d'Africa


di Barbara Musciagli. Ogni volta che mi fermo a pensare, nella mia testa, si affollano tanti volti, tanti nomi, tanti luoghi... “TANTI” è la quantità di cose, emozioni, ricordi e persone che mi ha regalato l'Africa.

Ogni volta che preparo i bagagli per andare a Kin, le mie valigie sono pesantissime, piene di tutto ciò che può servire ai bambini: dai vestitini, alle medicine, alle pappine agli omogenizzati, alle caramelle ecc.; al ritorno, seppur leggeri, i miei bagagli sono stracolmi e ricchi di una moltitudine di emozioni e ricordi che l'Africa continua a regalarmi e che non restano confinati ad uno o più album di foto e souvenirs congolesi che hanno reso la mia casetta italiana un'appendice del Congo.

“TANTI” è il volto, il suono della voce del mio migliore amico congolese. Siamo nati lo stesso giorno e lo stesso mese, una storia familiare simile, la nostra naturale intesa... il ridere e lo scherzare, le notti in bianco tra caldo e zanzare, ma quanta fatica, quanto impegno, quanta parte di noi abbiamo dovuto mettere in gioco per riuscire a superare i nostri modi di essere e vivere totalmente opposti, intrecciare le nostre culture, senza che nessuno di noi si senta violato ed arricchirsi a vicenda.

“TANTI” è “mon ami méchant” (il mio amico antipatico), quante volte sono dovuta ritornare a Kinshasa prima di riuscire ad incrociare i miei occhi con i suoi, avere un suo sorriso, un suo abbraccio, semplicemente parlare con lui. Una persona sempre indaffarata, con lo sguardo rivolto altrove. Ero veramente convinta che fosse una persona antipatica, superba, con cui non sarei mai riuscita ad andare d'accordo... poi, un saluto “invadente” ed un po' di francese hanno abbattuto il muro tra me e lui e con piacevole stupore ho conosciuto una persona sensibile e disponibile.


“TANTI” sono gli occhi del ragazzo tutto fare, del guardiano notturno della missione e del grande Papa Jean, una persona con il sorriso e dagli occhi lucenti, nonostante tutti i problemi legati alla povertà. Sempre pronto a “coccolarmi”, a non farmi mancare niente, a svegliarmi la mattina con l'aroma del caffè ogni volta che c'è la corrente, addolcire il triste momento della mia partenza con un dolce congolese; è Kintambo, gli studenti, i professori, il giorno della festa, la Primus, le suore, gli alberi, le lucertole dalla testa rossa, la pioggia impetuosa, il caldo, il traffico...

“TANTI” è Mpasa, il quartiere dove sorge Mama Elena, le sue strade sterrate, la 4x4 insabbiata, la paura di andare a finire con l'auto su qualche bancarella; è la voce dei bambini del villaggio Santa Lucia che al mio arrivo intonano un ritornello: “Mundele, Mundele...”; è il volto di Mansur e della sua famiglia, gli occhi spenti di Papa Pio, una persona consumata dalla vita e dalla povertà.

“TANTI” è il mio piccolo “Simba Ngai”, un bambino denutrito di 4 anni che ho conosciuto al villaggio, il suo sguardo triste, il suo non sapersi difendere... un bambino che ogni volta che vado spero di poter rivedere perchè sono consapevole del fatto che in Congo la miseria ti toglie la vita.

“TANTI” è la voce della piccola Celine, i suoi occhi vispi, l'acconciatura africana; è la bambina del villaggio che ogni volta che mi vede mi chiama con la sua dolce vocina “Mundele, Mundele... bon bon” (in lingala “bianca le caramelle”) è la bambina che mi invita ad andare a casa sua; sono gli occhi ed il sorriso di Michel, un bambino di 5 anni che impazzisce per le foto ed i video: non esiste alcuna fotografia in cui non ci sia lui con “il triste sorriso appoggiato sui denti” ( In Africa di Memo Remigi).

“TANTI” è' il guardiano della Parrocchia di St. Eloi che, ancor prima del sorgere del sole, sveglia tre dei suoi figli e sistema un giaciglio di cartoni vicino alla fogna per farli chiedere l'elemosina. Una scenetta perfetta che mi ha commosso e che ogni mattina mi fa andare a portare qualcosa da mangiare a quei tre ragazzi.

“TANTI” è la maestosità del fiume Congo, il mercato, la gente per strada intenta a far qualcosa... cosa non sono ancora riuscita a capirlo; sono le donne che vanno a prendere l'acqua dal fiume, e' il suono del ragazzo che vende il pane, l'acqua o tanti disparati oggetti: a Kinshasa tutto ha un “suo suono”.

“TANTI” è lo sguardo cattivo ed impenetrabile della “Police”, i manganelli e i mitra, è la paura che ho provato la prima volta che ho messo piede a Kinshasa, la stessa paura che ho provato quando alcuni ragazzi di strada hanno tentato di rapinare me e Raffaele.

"TANTI” è il ragazzo che all'angolo della missione vende schede telefoniche e cambia i dollari in franchi congolesi ed aspetta con ansia il mio arrivo dall'Italia perchè per lui sono un modo per guadagnare.


“TANTI” sono le strade sporche della città, lo smog soffocante, ma è anche il piacevole venticello che ti accarezza sulla collina dove sorge il Museo Nazionale, lo splendido orizzonte con Brazzaville (capitale della Repubblica del Congo) sulla sinistra e Kinshasa (capitale della Repubblica Democratica del Congo) sulla destra divise da una sottile striscia d'acqua.

“TANTI” è il sapore della coca cola che, chissà perchè, a Kin è più buona; è alzarsi la mattina e sapere che il tempo può scorrere così lento che puoi trascorrere un'intera giornata senza far niente; è il suono delle campane, la messa mattutina, la musica dei ragazzi dell'Ista (Istituto superiore tecnica applicata), le caldi notti trascorse a chiacchierare e a bere una Primus, mentre le lucciole spuntano qua e la fra i fili d'erba con i loro flash di luce...

“TANTI” è il gallo che canta ogni mattina, le galline e i pulcini che raspano il terreno, uno vicino all'altro, uno dietro l'altro... immagini di fantasia ma che in Africa diventano reali.

“TANTI” è il mercatino degli artisti, con tutti i colori, le maschere i suoni e gli oggetti congolesi... si viene letteralmente ipnotizzati.

“TANTI” è il momento del pranzo o della cena... un momento di pura e reale condivisone in cui si ride per le cose semplici, un momento in cui riesci ad essere contento anche quando ogni sera, puntualmente, manca la luce e non riesci a vedere nè dove sta il piatto nè cosa ci sia nel piatto, e mentre gli amici congolesi hanno già iniziato a cenare, io e Valeria, Mwana Mundele (donne bianche), provenienti dall'Europa, ci industriamo con la luce fioca dei nostri cellulari attempati per tentare di vedere cosa c'è da mangiare, senza renderci conto che il cellulare e solo un impiccio perchè la sua luce è così debole che non serve.

“TANTI” è la moltitudine di zanzare che ti accompagna giorno e notte; è alzarsi la mattina presto e farsi la doccia con l'acqua fredda, è lo stupore nello scoprire che l'acqua che scorre dalla doccia è nera, come nero è il colore prevalente a Kinshasa.

“TANTI” è dedicare un solo giorno a fare una piccola gita per conoscere i posti belli del paese e trovare un taxi con il lunotto anteriore lesionato, i sedili con le molle di fuori e la ruota forata; è cambiare auto per arrivare a Lukaya e dover spingere la macchina per metterla in moto e dopo un pò doversi fermare perchè esce fumo dal motore.

“TANTI” è dover rinegoziare costantemente con me stessa il confine tra la mia cultura e la cultura congolese; è il dover rendermi conto che non tutto ciò che vedo corrisponde alla mia costruzione sociale della realtà tipicamente europea e a volte troppo beghina.

“TANTI” è rendersi conto che tutto questo, per quanto strano, per quanto scomodo e non appartenente alla mia cultura, mi è entrato dentro e non riesco a farne a meno.

sabato, febbraio 04, 2012

Una chiamata dal Congo... pronto Italia! Stop alla piaga dell'immigrazione clandestina

di Christian Mavindi corrispondente dal Congo. Il problema dell'immigrazione clandestina è molto diffuso in Europa e tocca anche la nostra Africa: nel Congo, nello Zaire, questa si rivela una soluzione di vita per tante persone. In Congo, ad esempio, si dice così: ''Dobbiamo andare all'estero, in Italia per vivere bene, per mangiare e anche per vivere da re...''.

Così, come affrontare questo problema così ''complesso''? C'è una soluzione? Gli italiani come vivono questa difficile situazione? Prima di parlarne, dovremmo riflettere e pensare sul futuro delle nostre terre.

A differenza di quanto si potrebbe pensare per i paesi del Terzo Mondo, l'immigrato non esce sconfitto ma anzi favorito. Ci sono diverse ragioni che avallano questa tesi: per la guerra, ad esempio, o per motivi di studio, di salute, di sicurezza, di matrimonio, di vita...
Anche la povertà tocca il cuore dei più deboli e non si può vivere in certe condizioni, bisogna trovare una terra per avere il ''meglio''.

E' proprio questo valore che tiene a mente l'immigrato. Oggi, le nostre genti vanno da un paese all'altro perchè pensano solo meglio... avere una vita perfetta. Certo, tutti preghiamo per arrivare in Europa, una terra di speranza. Tanti sono i quesiti, ma si deve risolvere la crisi per il bene e il futuro delle generazioni venture. Dunque da dove viene la soluzione? Dall'Italia o dall'Africa?

giovedì, gennaio 19, 2012

Congo: rivolta nelle piazze per contestare i brogli elettorali

dal corrispondente Christian Mavindi. Nessun popolo, nessun paese può accettare le condizioni delle elezioni in Congo. Avete visto tutti cosa sta accadendo nel nostro stato. Purtroppo, però, non è l'unico paese africano a vivere in una tale situazione. I vescovi cattolici delle 47 diocesi si sono incontrati per annunciare la loro posizione.
Nella settimane passate, il vescovo Lorenzo Monsegwo ha dichiarato apertamente: ''Le elezioni non sono veridiche e sono lontano delle voce della popolazioni''.

Dopo la pubblicazione delle risultati, c'erano scontri nelle strade della città (Kinshasa, ndr), poichè la popolazione invocava insistentemente alla commissione elettorale ed alla comunità internazionale più chiarezza delle elezioni. Oggi, la tensione rimane alta tra le forze politiche.

I protagonisti della pace combattono ancora per evitare i brogli. "Vogliamo la pace!": è lo slogan della popolazione congolese che vuole senza nulla alcun dubbio una pace fondata su dei risultati elettorali veri.

Uno stato di diritto è il sogno di tutti e noi chiamamo la comunità internazionale ad avere occhi sulla democrazia di questo giovane paese che ha conosciuto una lunga guerra.

martedì, gennaio 10, 2012

Diari da Kinshasa / Una proposta 'indecente'

di Barbara Musciagli. Quando Elena e Raffaele (coordinatori dell'ANAC, ndr), qualche anno fa, mi hanno chiesto di far parte dell’ANAC, ho subito risposto in maniera affermativa perché pensavo fosse lodevole il loro impegno per l’Africa e che fosse una di quelle associazioni “fantasma” che non richiedono impegno ma… così non è stato!
Oggi la chiamo 'fortuna', perché sono stata fortunata ad incrociare la mia strada con la loro per ben due volte.
La prima volta sono stata io che ho dato a loro: sono infatti riusciti a “rubarmi” una firma e pochi euro per la costituzione dell’associazione; la seconda volta, loro hanno dato qualcosa a me: mi hanno donato l’amore per l’ Africa, la loro amicizia e la loro famiglia.

Fine aprile 2010: arrivano nel mio ufficio, Elena mi dice: "Dobbiamo farti una proposta indecente! Parti in Africa al mio posto". La mia bocca si è mossa da sola e non so
per quale strano motivo abbia detto sì! Io che odio viaggiare, io che la sera voglio dormire nel mio letto, io che sono abituata alle comodità, io...

Da quel sì, è iniziato un esilarante conto alla rovescia: in appena un mese ho dovuto fare il passaporto e tutte le vaccinazioni. Io e Raffaele abbiamo rischiato di non partire perché il mio passaporto non arrivava... ma alla fine siamo riusciti a prendere l’aereo per Kinshasa, bagagli pesantissimi, un viaggio interminabile e la puzza dell’Ethiopian Airlines, un olezzo che ho portato con me per diversi giorni dopo il mio rientro in Italia e che non dimenticherò per tutta la vita.

Il 20 giugno 2010 sono rientrata in Italia con le valigie vuote ed il mio 'mal d'Africa'. Solo dopo un lungo periodo di “riadattamento” alla vita civile mi sono resa conto che a Kinshasa non ho lasciato solo cibo, medicine e vestiti ma anche testa e cuore.

giovedì, dicembre 15, 2011

Diari da Kinshasa / Il mio mal d'Africa

di Barbara Musciagli. Parlare dell'Africa significa entrare in contatto con se stessi, con le proprie emozioni, mettersi a nudo di fronte agli altri, perchè l'Africa è qualcosa che ti entra dentro e ti cambia.

Quante volte, prima di intraprendere questa bellissima esperienza, ho sentito parlare di “mal d'Africa”; inutile dire che non solo non ci credevo ma non potevo neanche capire cosa fosse.
Ricordo la sensazione che ho provato durante il mio primo viaggio in Africa: l'amore per la mia terra unito alla curiosità e alla paura di un continente per me sconosciuto, quella voglia irrefrenabile di tornare nella mia casa appena ho messo piede ad Addis Ababa e successivamente a Kinshasa, quel conto alla rovescia di giorni e ore che mi separavano dal mio rientro in Italia, e poi il tanto atteso volo verso il Belpaese...

Mentre l'aereo decolla mi sento stringere lo stomaco, una strana sensazione di nostalgia; e nella testa l'immagine di Kinshasa, lo sguardo delle persone che ho conosciuto ed il cielo, si quel cielo notturno africano così vicino a me che ho la sensazione di toccarlo; l'immagine limpida delle stelle e della luna. Eppure Kinshasa non ha niente a che fare con quei paesaggi bellissimi che si vedono in televisione: solo baracche, terra e aria nera... Ma per le successive 24 ore di viaggio continuo ad avere in mente immagini nitide dei fuochi notturni, delle lucciole, delle serate trascorse all'aperto, tra caldo e zanzare.

Non mi rendo subito conto che tutto questo mi manca. Torno in Italia, nella mia casa, tutto ciò che è sempre stato mio che ha costituito la cornice della mia vita mi sembra vuoto, lontano, superfluo e freddo.
E' strano per me poter lavare i denti con l'acqua corrente, farmi una doccia calda e avere la corrente elettrica, ci metto un bel pò di giorni prima di riabituarmi alla vita europea, piena di comodità e agi.

Passano i giorni e la mia testa è sempre a Kinshasa, la voglia di ritornarci è sempre più forte, così senza pensarci due volte, senza conoscere una parola di francese, inglese o lingala, ma solo con quella strana forza che ti dà l'amore e non ti fa rendere conto dei pericoli, a distanza di sette mesi ritorno in Africa.

Questa volta sono sola (il secondo viaggio in Congo della nostra Barbara, ndr), non c'è Raffaele (il presidente dell'ANAC) ad accompagnarmi: questo mi permette di immergermi totalmente nella vita congolese, 20 giorni indimenticabili, tra piogge torrenziali e il caldo asfittico! Quel caldo strano che però fa da cornice alla mia seconda bellissima esperienza di vita congolese.

La gente soffre la fame, la sete, prova dolore, non ha la luce elettrica, l'acqua corrente, muore ancora per colpa di una zanzara; vive in situazioni che vanno ben oltre la povertà, ma sorridono sempre e nei loro occhi c'è sempre quella luce strana che ti regala serenità e speranza.

A Kinshasa ho incontrato la “miseria“, quella vera, quella brutta, quella che ti toglie ogni forma di dignità e ti fa morire in mezzo alla strada nell'indifferenza totale.
La “miseria”, una condizione di vita che noi europei non possiamo neanche lontanamente immaginare perchè troppo lontano da noi, dal nostro tenore di vita, dalla nostra costruzione sociale della realtà.

Purtroppo, i giorni volano via, mi ritrovo nuovamente sull'aereo che mi riporta in Italia in men che non si dica, ma questa volta il distacco da Kin è “doloroso”, non voluto. Inizio ad essere agitata diversi giorni prima della partenza, somatizzo tutto: mal di testa, mal di pancia, colite. Una cosa è certa: non voglio tornare in Italia! Così, quando alcune ore prima della partenza, ricevo i primi saluti, i miei occhi si riempiono di lacrime.



Il pianto non è servito a farmi stare meglio; salgo sull'aereo che mi riporta a casa con un peso enorme sullo stomaco: nella testa ci sono gli occhi dei bambini del villaggio, le giornate trascorse con le suore a Kintambo, i loro canti, le loro preghiere, quelle ore infinite senza corrente, la calorosa accoglienza dei ragazzi dell'ISTA, la messa mattutina, il viso di tutta la gente che ho avuto la fortuna di conoscere, quella pace e quella serenità che da noi non esisterà mai.

Il rientro in Italia è stato a dir poco traumatico: mi sento un'estranea, tutto ciò che c'è intorno non mi appartiene e soprattutto non ha niente a che fare con l'Africa. Mi sveglio la mattina per andare a lavorare, ma intorno a me vedo un paesaggio freddo... artificiale, case perfette, negozi, strade asfaltate, segnali stradali, tutto è pulito, tutto è artefatto. Non riesco ad adattarmi perchè tutto quello che ho in Italia è troppo lontano dalla “Mia Africa”.

Non passano nemmeno 24 ore che già sono su internet intenta a trovare un volo in offerta per Kinshasa. Dopo appena un mese, chiamo il Presidente dell'ANAC chiedendogli di mandarmi nuovamente in Africa: mi risponde che sono pazza! E' infatti passato troppo poco tempo, sono ancora nel pieno della profilassi antimalarica.

A luglio 2011 ricevo la telefonata più bella della mia vita! E' Raffaele (il Presidente dell'ANAC, ndr) che mi chiede “vuoi partire”? I miei occhi diventano lucidi, il cuore va a mille e ho le farfalle allo stomaco, la mia bocca pronuncia 'SI' prima ancora che il mio cervello abbia elaborato la frase. Sono emozionatissima!

Telefonate, mail, in pochi secondi organizzo il mio viaggio, faccio il conto alla rovescia, finalmente arriva il giorno della partenza 30 luglio 2011.

Questa volta viaggio di giorno, quasi 24 ore di viaggio che volano in un secondo e finalmente sono nella mia amata Kinshasa, pronta a vivere una nuova bellissima esperienza.
Anche questa volta l'Africa mi ha regalato tanto, nuovi amici, la loro bontà d'animo, nuovi momenti di condivisione, quelle cene al buio indimenticabili, non per il cibo ma per la difficoltà a vedere cosa ci fosse nel piatto, la vita a Mt Ngafula, modi diversi di pensare e vivere.

In Africa ti accorgi che le stagioni non significano niente e che quella pioggia così impetuosa è una presenza importante e positiva; il tempo scorre così lento che ti permette di entrare in contatto con te stesso, di guardarti dentro e imparare. Puoi dedicare parte del tuo tempo alle relazioni umane che qui in Europa abbiamo quasi dimenticato a causa della fretta, dello stress e della frenesia quotidiana. Riscoprire la bellezza dello stare insieme, della condivisone.

In Africa il cielo non ti sovrasta, ti attraversa, l'aria non si respira, si assapora, il tempo scorre, non corre, la gente non t’incrocia, ti saluta. Tutto è vero, anche le cose spiacevoli, perché tutto è vita.

Il mal d’Africa è qualcosa che senti nella testa, nella pancia e nel cuore. E' quel male che ti fa imparare a perdere tempo dietro una grossa lucertola dalla testa gialla o rossa, è osservare la gente intenta ad accendere il fuoco, a spazzare la sabbia nera, è il cinguettio della moltitudine di uccelli congolesi che ti svegliano prima ancora del sorgere del sole, è emozionarsi davanti a un tramonto, è imparare a non innervosirsi...

Il mal d'Africa è quello strano e stupendo senso di malessere, difficile da spiegare a chi non ha avuto la fortuna di “incontrare l'Africa” nel suo cammino. E' una malattia senza guarigione. E' una cosa difficile da spiegare ai "non malati".

Soundtrack: "African skies" di Paul Simon

martedì, novembre 15, 2011

Diari da Kinshasa / Una 'pazza' idea

di Raffaele Ciracì. Molte volte mi é capitato di dover rispondere alla domanda: ma come é nata l'idea dell'A.N.A.C.?

Ebbene, tutte le volte che provo a rispondere in maniera ordinata a questa domanda, finisco per travolgere con un fiume di parole chi mi sta vicino, così grande è la motivazione che muove i miei pensieri e le mie azioni. Ma, facendo ciò, non posso mai chiarire veramente quel è stata la scintilla che ha messo in moto tutto, che ha permesso di realizzare la nostra associazione. E come se dovessi esprimere parole ineffabili che sono sepolte nel mio profondo, che non appartengono alla sfera del razionale, non fanno parte di un calcolo e non derivano dall’analisi, ma provengono dalle remote regioni del cuore, sgorgano spontaneamente dal centro vitale dei miei sentimenti, perché hanno la forza delle buone intenzioni e dei valori umani.

E infatti, a parole, non saprei proprio dire perché quella sera del 2002 rimasi attaccato al televisore e continuai a guardare il documentario sugli orfani del Congo, non so perché non cambiai canale, perché la loro sofferenza divenne mia. Spesso l'indifferenza è l’unica risposta istintiva di fronte a tanta sofferenza, il modo che l'uomo comune ha di sottrarsi all’immane disastro che alcuni popoli vivono, di rispondere alla propria impotenza, all’impossibilità di trovare soluzioni immediate a problemi così complessi e generali. Quel giorno, però, accadde che io rimanessi sveglio, accadde che sentissi forte il bisogno di far qualcosa. Sentì che a ognuno, anche all’uomo qualunque, é dato il compito di offrire il proprio contributo. Non potevo più rimanermene nel comodo rifugio della mia quotidianità. Non potevo più schermarmi con le armi dell’indifferenza per proteggermi dal sentimento di compassione che quel documentario aveva sollevato in me.





Mi trovavo, infatti, nel cuore della notte, e ascoltavo assieme a mia moglie, in silenzio, la tragica storia dei bambini-soldato nella Repubblica Democratica del Congo. Nel documentario si descriveva la storia di un grande paese africano soggiogato dalla violenza, governato dai signori della guerra, controllato attraverso antiche credenze tribali; una popolazione vittima dell’ignoranza e della superstizione. Il mattino dopo, io e mia moglie, che come me non aveva voluto “cambiar canale”, ci trovammo intenti a capire come muoverci. La domanda era: cosa fare? In mezzo a tanti dubbi, avevamo però una certezza: sottrarre da quell'inferno almeno un bambino. Iniziò così quel lungo e non meno doloroso iter per l'adozione internazionale. Non fu facile spiegare ai giudici il perché di quella decisione, come mai, pur essendo genitori di ben 5 figli, volevamo fortemente un bimbo, spiegare perché mai avremmo voluto tentare di adottare un bambino che non fosse il ‘nostro’. Questa parola, più di tante altre, mi fece pensare che il punto cruciale era proprio questo: i bimbi, tutti, sono un bene universale, che va accolto e difeso come prezioso patrimonio dell’uomo. Mia moglie ed io dicevamo: «I bambini, tutti, rappresentato il nostro futuro e la nostra speranza. Dietro ogni volto, bianco o nero, olivastro o giallo, si racchiude tutta la possibilità umana. Tutti quanti sono i nostri bambini. Appartengono a tutti e tutti dovremmo far qualcosa per difenderli».

Non sto qui a descrivere la valanga di emozioni e l'iter burocratico comune a noi e a coloro che decidono di adottare un bambino. Vale però la pena di raccontare che cosa accadde nel novembre del 2003 quando, finalmente giunti in Congo, abbracciammo la nostra bambina. Era tenuta in braccio da una suora che in lingua lincala le disse: questa é tua madre questo é tuo padre. Ma più di ogni parola, fu un gesto a stabilire il vincolo che ci avrebbe per sempre legati alla bambina. Fu un suo gesto, un suo dono: la piccola si aggrappò al mio collo fiduciosa, quasi fosse sempre stata in attesa di quel momento, quasi fosse stato un fatto abituale, naturale e famigliare. Quella bimbetta gracile e minuscola di 2 anni, in un istante e con un solo tenerissimo gesto, affidò la sua vita alle nostre mani, trasmettendo a noi quella forza e quel coraggio di cui aveva bisogno. Da allora, mia figlia Magda – così si chiama la nostra bambina – é la mia Africa, la mia memoria. È la promessa di un futuro di dignità e di speranza che trascende il nostro singolo caso, ma che si estende a tutti i bambini rimasti in quel villaggio e in quella terra abbandonata. E, infatti, poco prima di partire, un altro peso si gravava sul cuore, un’altra domanda veniva lanciata dai grandi occhi scuri ed espressivi di quei bambini magrolini e innocenti, lasciati lì ad attendere un padre ed una madre. Erano davvero un peso morale fortissimo. Come muoversi, allora, anche per loro?

Avevamo la ferma intenzione di fare qualcosa, non solo individualmente. In tanti, infatti, desideriamo fare del bene. Il problema e sapere il come? Decidiamo, allora, di contattatare alcuni Padri Oblati di Maria Immacolata, religiosi che operano nel Congo da ben 75 anni e che, sin dal primo momento, hanno condiviso con noi le motivazioni e gli obiettivi del nostro ambizioso progetto, e ci hanno aiutano a realizzare questa promessa. Inizialmente, non é stato facile affrontare la diffidenza incontrata. Non é mai semplice persuadere gli altri delle proprie buone intenzioni. Malgrado le tante difficoltà, mia moglie ed io riuscimmo infine a coinvolgere altre persone. I problemi venivano condivisi. Nacque l’idea di associarsi in un’organizzazione, per coordinare gli interventi e raccogliere le forze, morali ed economiche, grazie alle quali attivare iniziative per i bambini del Congo.

L’A.N.A.C. – Associazione Nazionale Adozioni Congo “Pupilles du Congo” nasce così: dal moto del cuore di una madre e di un padre che numerosi amici hanno voluto condividere; dall'intimo desiderio di aiutare i nostri figli lontani solo geograficamente; dalla speranza che altre mamme ed altri papà possano in seguito aiutarli; dalla volontà di garantire a quei bambini, nella loro terra di origine, le condizioni per vivere dignitosamente e in autonomia. Infine, dalla convinzione che tutto ciò che umano ci riguarda e che ciò che ci rende davvero uomini, in realtà, è proprio la compassione.
Tutto questo é avvenuto grazie anche all'aiuto di amici e collaboratori, che credono in questa idea.


Raffaele Ciracì, Presidente Anac

giovedì, ottobre 20, 2011

Diari da Kinshasa / Ngai Africa, la mia Africa

di Barbara Musciagli. Rieccomi qui, cari amici, in questa rubrica del Giornale di Puglia nuovamente impegnata a descrivere “un’emozione”... per me è sempre difficile raccontare e parlare di ciò che ormai definisco “la mia Africa”!

E' il 22 gennaio 2011, ore 07:30, arrivo all'aeroporto di Kinshasa, esco dall'aereo: il mix tra caldo e aria umida mi dà una strana sensazione... mi manca quasi l'aria. I vestiti che indosso sembrano sciogliersi. Il mio cuore batte all'impazzata perchè finalmente sono nella “mia Kinshasa”, e nuovamente potrò vivere i suoi odori e colori.
Padre Macaire mi attende nella sala d'attesa, anche se sono molto stanca. Senza attendere un minuto di più, decidiamo di andare all'orfanotrofio “Mama Elena”, poco distante dall'aeroporto.
Sono contentissima perchè finalmente potrò rivedere i bambini, tra cui “il nostro piccolo Simba Ngai” (uno dei ragazzi dell'orfanotrofio, ndr). Durante il tragitto, tuttavia, Padre Macaire mi prepara ad una possibile triste realtà: forse non avrei mai più rivisto Il piccolo “Simba”.

Nella RDC non è raro che i bambini vengano abbandonati per strada o che muoiano di fame o malattia o vengano utilizzati come mine per trovare oro e diamanti.
Per strada si incontra di tutto: bambini malvestiti che giocano nella terra, fiumi lenti di persone senza una meta, animali, bancarelle e come al solito un traffico indescrivibile di auto; ragazzi che tentano di vendere bustine di “Mayi” (acqua) e che per attirare l'attenzione emettono uno strano suono; persone che pur di avere un passaggio si aggrappano alla maniglia esterna dei camioncini, altre sui tettucci, nessun segnale stradale, nessuna strada... solo sabbia nera e tanti uomini senza una meta, senza una vera ragione di vita.


Ma per noi bianchi la vita a Kinshasa è difficile! Per loro siamo solo dei “mindele”, cioè degli “sporchi bianchi” pieni di soldi. I "kinios" sono convinti che è colpa nostra se per loro la vita è così difficile. Questo pensiero alimenta la loro rabbia e noi “mindele” siamo spesso vittime di furti ed episodi di violenza.
La vita di un bianco a Kinshasa è una vita sotto scorta. Nei 20 giorni a Kinshasa non
sono mai lasciata sola, ogni volta che usciamo prendiamo la macchina e mettiamo la sicura centralizzata con i finestrini chiusi.

Kinshasa è un paradosso: è il contrasto tra la ricchezza estrema e la povertà assoluta che a un certo punto si trasforma in miseria. Quella miseria che ti priva anche della dignità di essere umano e che ti fa morire sulla strada nell'indifferenza più totale.
Ma è anche un contrasto di emozioni sempre forti e vivide: è lo sguardo triste ed allo stesso tempo felice di un bambino perchè lo si è accarezzato, oppure lo si è fotografato o gli è stata elargita qualche caramella. E' la bontà d'animo della gente che ha imparato a conoscerti e che “ti considera una di famiglia”.

Kinshasa è il legame forte e inspiegabile che si crea con la gente. E' la “gioia” dei suoi abitanti quando si accorgono che non sei lì per “imporre l'Europa” ma che semplicemente perchè vuoi conoscere ed imparare la loro cultura.
Così treccine, qualche piatto di fou-fou, pondù e ngai-ngai (piatti tipici, ndr), insieme a qualche parola di lingala (lingua locale, ndr), sono stati gli ingredienti di una pozione magica che mi hanno regalato i loro sorrisi, la loro amicizia, un'altra casa e una grande famiglia.

Kinshasa è quel tempo “Malembe” (lento) che ti fa vivere in un’altra dimensione e ti propone un’altra ottica di vita, quasi magica, all'interno della quale, come afferma l'antropologo De Boeck, “l'invisibile che è sempre stato presente in Congo, annulla il visibile”.

Kinshasa è la presenza o assenza della pioggia, della corrente elettrica che sembrano quasi dominare e regolare la vita dell'uomo. Così, giorno dopo giorno, ho imparato ad apprezzare i momenti in cui il caldo fa da padrone ed i momenti in cui ti trovi a dover fare i conti con una pioggia torrenziale mai vista... A Kinshasa anche la pioggia prende vita!

Kinshasa è il cinguettio mattutino di una moltitudine di uccellini che augurano il buongiorno, è l'immagine bellissima e grandiosa del fiume Congo... è il suo magico cielo che prende vita per augurarmi, ogni sera, la buonanotte.

mercoledì, ottobre 05, 2011

Diari da Kinshasa / Il mio incontro con l'Africa

di Barbara Musciagli. Mi sembra doveroso ma è soprattutto un piacere spiegare ai nostri lettori il mio incontro con l’Africa e con la mia amata Kinshasa.

Tutto ha avuto inizio fra il 2002 ed il 2003 quando Elena e Raffaele (amici della nostra inviata, ndr) mi hanno proposto di entrare a far parte della loro associazione: l’A.N.A.C “Pupilles du Congo” (Associazione nazionale Adozioni Congo): ho risposto subito di sì, perché ho pensato che fosse lodevole il loro impegno per l’Africa e perché inizialmente ho creduto che si trattasse di una di quelle associazioni “fantasma” che non richiedono grande impegno… ma come mi sbagliavo!

Oggi, però, la chiamo fortuna: sì, sono stata fortunata ad incrociare sulla mia strada queste persone speciali per ben due volte.
C'è stato un reciproco e proficuo scambio sin dall'inizio della nostra collaborazione. La prima volta, infatti, sono stata io che ho dato qualcosa a loro: sono riusciti a “strapparmi” una firma e pochi euro per la costituzione dell’associazione; mentre la seconda sono stati loro a dare qualcosa alla mia persona: mi hanno regalato l’amore per l’Africa, la loro amicizia e la loro famiglia.

Ma facciamo ancora un salto nel tempo. Fine aprile 2010: i miei amici arrivano nel mio ufficio; ricordo ancora il volto e le parole di Elena: “Dobbiamo farti una proposta indecente! “…” Parti in Africa al mio posto!”.
La mia bocca si è mossa da sola e non so per quale motivo non ho dubitato nemmeno un istante nel dire di ! Io che odio viaggiare, io che la sera voglio dormire nel mio letto, io che sono abituata alle comodità, io che...

Ma da quel sì è iniziato il conto alla rovescia: in appena un mese ho dovuto fare il passaporto e tutte le vaccinazioni. Io e Raffaele abbiamo rischiato di non partire perché alcune carte non erano ancora pronte... ma alla fine siamo riusciti a prendere l’aereo per Kinshasa: bagagli pesantissimi, un viaggio interminabile, e quell’odore indimenticabile dell’Ethiopian Airlines! Un odore che ho portato con me per diversi giorni dopo il mio rientro in Italia.

Il 20 giugno 2010 sono rientrata in Italia con le valigie vuote ed il mio mal d'Africa… solo dopo un lungo periodo di “riadattamento” alla vita civile mi sono resa conto che a Kinshasa non ho lasciato solo cibo, medicine e vestiti ma anche testa e cuore... Questo è anche uno dei motivi per cui in 13 mesi sono ritornata a Kin per ben tre volte.

Non so se con le mie parole riuscirò mai a regalare a quanti leggeranno, ma anche ai miei amici, almeno una piccola parte di quella grande emozione che provo ogni volta che torno a Kinshasa perché come dico sempre: “L’Africa non si descrive ma è un'esplosione di colori ed emozioni da vivere!”.

giovedì, settembre 22, 2011

Diari da Kinshasa / Sapori e voglia d'Africa

di Barbara Musciagli. Con oggi sono 107 giorni che mi separano dal mio primo viaggio in Africa, eppure quando penso a Kinshasa mi sembra di non essere mai andata via di lì.
Riesco a ricordare ancora gli odori, la sabbia e l’aria nera, quella luce strana che ho visto negli occhi di ogni congolese che ho conosciuto e quel cielo così basso che di notte sembra voler abbracciarti per augurarti la buona notte.
Eppure il mio arrivo a Kinshasa è stato traumatico! Volevo solo rimettere piede nell’aereo e tornare in Italia. Un aeroporto fatiscente, pieno di poliziotti con manganelli e mitra, quelle parole strane, una lingua incomprensibile. Neanche il tempo di capire dove sia che mi ritrovo senza passaporto e senza bagagli. Vengo catapultata in una stanza piccolissima, piena di valige, alternate a galline e pulcini che fuoriescono da un piccolissimo buco e trasportate da un nastro trasportatore. Un girone dell’inferno dantesco!
Raffaele (amico e guida dell'inviata, ndr) continua a ripetermi: non guardare nessuno, non parlare con nessuno, non ridere, rimani attaccata a me e spera solo che riusciamo ad uscire da qui!
Dopo ore e ore di tensione e attesa, finalmente mi restituiscono il passaporto ed i bagagli, non prima di aver lasciato una lauta mancia ai poliziotti.
Un poliziotto ci scorta fino a fuori all’aeroporto dove ci aspetta padre Macaire. Il tragitto fino alla missione degli oblati è interminabile, strade inesistenti, nessuna regola di guida, nessun segnale stradale.
Automobili senza fari, senza frecce, senza finestrini, senza porte, senza sedili.
Un'enorme strada infinita su cui scorrono fiumi lenti di persone. Ai bordi chilometri di persone a piedi e tanti bambini che frantumano pietre, che puliscono scarpe, che vendono di tutto. Sembra un enorme mercato.

Bastano due alberi e un filo per mettere su una bancarella. La strada è un susseguirsi di baracche colorate, tutte decorate a mano.
In Congo tutto è diverso: il tempo scorre lento, tutto è regolato in base al nascere e al calare del sole, la gente è rassegnata ma, al tempo stesso, speranzosa. Niente di tutto quello che abbiamo in Italia si può “incontrare“ in Congo, neanche la frenesia quotidiana che caratterizza la nostra vita, che spesso non ci fa avere neanche il tempo di guardare chi si ha di fronte. Nei miei sette giorni di vita congolese questo non è mai successo, eppure loro avevano tanti motivi per non fermarsi ad augurarmi il buongiorno e chiedermi: come stai?
Non c'è tempo per i nostri pensieri di bianchi, per le nostre poverissime categorie logiche, non c'è spazio, qui che di spazio ce n'è tanto.
A Kinshasa la vita è difficile e non perché i sogni non si avverano, ma perché, per molti, il problema non è cosa mangiare, ma riuscire a mangiare!
Ed ecco che nei miei pensieri appaiono le immagini di alcuni bambini che mangiavano ciò che trovavano a terra, tra mosche, zanzare ed insetti, ammesso che ciò che c’era a terra fosse commestibile; oppure di quei bimbi che per placare la fame mangiavano la corteccia del bambù, e ancora quel ragazzo di appena 15 anni che in mezzo ad un traffico indescrivibile di persone, macchine, animali, caldo e inquinamento creato dalle auto che noi rottamiamo, trasportava a spalle quintali di legname e non aveva i soldi per comprare una bottiglietta d’acqua.
A Kinshasa spesso manca l’elettricità, l’acqua e niente di tutto ciò che abbiamo in Italia è lontanamente immaginabile. Ma ciò che è davvero intollerabile è che a Kinshasa non esistono “diritti”: non c’è il diritto di cittadinanza, il diritto alla salute, il diritto all’istruzione.
In Congo è tutto negato: spesso ai bambini viene negato anche il diritto a giocare e a sognare perché molti di questi bambini sono vittime di soprusi, abusi, violenze. A loro viene negata anche la loro infanzia!
Ma, paradossalmente, Kinshasa mi ha dato tanto… ed io oggi sono una persona molto più “ricca” rispetto alla mia partenza per il Congo, ho riscoperto il piacere delle cose semplici che spesso diamo per scontate.
Dal mio ritorno in Italia tante persone mi hanno chiesto di descrivere l’esperienza che ho vissuto, ma ogni volta incontro le stesse difficoltà. E’ difficile descrivere ciò che ho vissuto ma è ancora più difficile descrivere l’Africa perché l’Africa non è qualcosa che si può descrivere con le parole ma è l’esplosione di colori ed emozioni che provo ogni volta che penso a Kinshasa.

Per questa bellissima esperienza ringrazio Raffaele, Elena ed il Rotary