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domenica, novembre 17, 2013

Festival di Roma: ha vinto il cinema del reale

dal nostro inviato Francesco Greco.
ROMA - Ha vinto il cinema del reale. Il realismo è infatti il denominatore comune dei film premiati all'ottava edizione del Festival Internazionale del Cinema che prosegue oggi con le proiezioni di tutti i film vincitori. Lo sguardo aperto senza remore sulle asprezze della modernità, le sue assurdità, le interfacce a ogni angolo del pianeta dove gli uomini, i popoli, la natura sono aggrediti dalla malvagità e l'avidità di pochi.

   Nel solco di Venezia 70 (Leone d'oro a "Sacro Gra"), ecco il Marc'Aurelio d'oro "Tir", il secondo lavoro del documentarista friulano Alberto Fasulo. Un documentario dilatato a film magnificamente interpretato dal croato Branko Zavrsan. Identico l'input sociale ed estetico: lì i marginali della Roma di periferia, qui un autista che non riesce a tornare a casa, sbattuto per tutta l'Europa alla guida del suo Tir.

   L'attenzione alla realtà attraversa e impregna quasi tutte le opere premiate nelle varie sezioni. Dal premio "Doc Prospettive Italia" a "Dal profondo", di Valentina Pedicini (storia dei minatori del Sulcis) alla menzione speciale a "Fuoristrada", di Elisa Amoruso. Passando per il premio alla migliore regia per "Sebunsu Kodo" (Kiyoshi Kurosawa) alla menzione speciale per "Quot Erat Demostrandum", delicata opera sul comunismo in Romania all'epoca di Ceaucescu firmata da Andrey Gruzsniczk, incluso il cast femminile del film iraniano "Acrid" e il premio alla carriera, postumo, al grande cineasta russo Aleskej Jurevic German.
   
   Un momento storico in cui il cinema scandaglia il presente alla ricerca di una qualche risposta, un appiglio morale, un orizzonte da osare. In cui si denunciano le realtà centrali e periferiche del pianeta, le contraddizioni del XXI secolo, in cui nuovi protagonismi si affacciano, altre sensibilità premono ansiose di vita e di dignità. E si mettono le basi per le sfide che attendono l'uomo, ormai stanco di farsi scivolare addosso la vita, di farsela impoverire da politici senza etica. L'uomo intende tornare al centro dell'Universo, con la sua ricchezza interiore, i suoi bisogni, i sogni, le speranze.    

sabato, novembre 16, 2013

Roma, Festival del Cinema: è tempo di bilanci

dal nostro inviato Francesco Greco.
ROMA - E' già tempo di bilanci all'ottava edizione del Festival Internazionale del Cinema di Roma (8-17 novembre). Con lo sguardo rivolto al futuro, mentre si aspettano i premi, li hanno fatti in conferenza-stampa (sala Petrassi) il presidente della Fondazione Cinema per Roma Paolo Ferrari, il direttore artistico Marco Muller e il dg Umberto Mancini.

   Muller resta un altro anno, come da contratto. Intanto si cerca una password: festa popolare? festival? "La formula festival-festa è stata un pass-partout, ora và reinventata - osserva Muller, che ha diretto già quello di Locarno e la Mostra di Venezia - e si ricomincia a lavorare già da domani...". Con i fondi sempre più ridotti, hanno concordato tutti, ma "occorre fare di necessità virtù", osserva Mancini, che ha premuto sull'importanza della comunicazione sia nazionale (a Roma tanti non sanno che c'è il Festival) che internazionale. La collocazione temporale resta sempre a novembre, fra la Festa del Ringraziamento e l'American Film Market.

   E dunque ecco i numeri della fortuna: 150mila presenze, nonostante la pioggia abbia rovinato alcuni red-carpet e si sia dovuto rinunciare a due strutture del Parco della Musica, 402 proiezioni, 163 film da 39 Paesi (alcuni già usciti e altri in concorso in altre rassegne), 5 mostre di successo (Anna Magnani, Massimo Troisi, ecc.), più 20% i biglietti venduti, 5.500 i giornalisti accreditati (più 20% anche di studenti). Copertura mediatica: media giornaliera di 128 pezzi al giorno su giornali nazionali, totale 1154, 5170 i pezzi apparsi su testate web (media 574 al giorno), 254 i lanci di agenzia, 752 gli articoli usciti su testate internazionali. E ancora: casting per 1200 persone, 70 ore di diretta radio, buyers più 15%, boom del sito del Festival: più 40%, 182mila visitatori unici, più 37% su Facebook, app mobile più 48%, 113.619 pagine visitate (più 100%).

   Si è respirata un'aria frizzante di riscossa, di ripresa: il cinema si rilancia da Roma. Si mette la crisi (meno 20 milioni di biglietti in meno negli ultimi anni, chiusura di sale, ecc.) alle spalle. Muller dà una notizie: il produttore americano di "Hangar Games" (costato una quarantina di milioni di dollari), Jhon Kilik, ha annunciato che porterà a Roma il terzo episodio della saga fantasy. Buon segno!      

Sardegna "Capo e Croce": le ragioni dei pastori

dal nostro inviato Francesco Greco.
ROMA - "... perché prima c'è stata la pecora. Poi è venuto il pane" (Tore Concas, pastore). E dunque, le rivendicazioni dei soggetti sociali più deboli hanno avuto eco in questa ottava edizione del Festival del Cinema. I minatori del Sulcis, gli autisti dei Tir, i pastori sardi (c'è stata anche, giovedì scorso, la presenza del Comitato per il diritto alla casa che ha premuto ai cancelli dell'Auditorium).

   Due anni di riprese, uno per il montaggio, musiche di Giacomo Puccini reinterpretate da Mauro Palmas, ben 390 ore di materiale girato, circa due quelle finite in "Capo e croce" (Le ragioni dei pastori sardi), documentario in bianco e nero di Paolo Carboni e Marco Antonio Pani proposto con successo nella sezione "Prospettive doc Italia" al Festival Internazionale del Cinema di Roma.

   Il lavoro parte dalla rivendicazione di una categoria per dilatarsi poi su una dimensione antropologica, di appartenenza, di rivendicazione identitaria e culturale, di dignità senza la quale un essere umano non è tale. E' la sua dirompente forza semantica. Sconvolge, e non poco, la sordità, anzi, la fuga dalle responsabilità delle istituzioni (dai politici sardi a quelli nazionali): sconvolgente. Come se quei pastori trattati come delinquenti (forse i registi hanno premuto troppo sul fatto che molti sardi per sfuggire alla fame si arruolano nelle forze dell'ordine), avessero delle colpe quasi genetiche, e al contrario non fossero italiani, anzi, buoni italiani attaccati alla terra che ha dato da mangiare da millenni e oggi non più, stretti alle radici, fedeli alla memoria degli avi. E' la forza del lavoro, a cui il b/n dà maggiore incisività.

   "Più si aspetta, più si muore...". "Con un'azienda di 300 ettari non campo la famiglia". Il latte, il formaggio, la lana, la carne hanno prezzi stracciati, le aziende agricole chiudono. Chi resta lavora 12 ore al giorno, Equitalia li perseguita, le banche non fanno prestiti, perfino minacciati di sfratto per due soldi. Nell'Italia della corruzione politica diffusa. Il doc propone le lotte del Movimento Pastori Sardi partite nel giugno 2010 e continuate con successive manifestazioni, sempre con la stessa tensione ideale, incertezze, confronto. E' stato girato fra Roma, Civitavecchia, Olbia, Porto Torres e nelle campagne di Ollolai, Siliqua, Ruinas, ecc. Azzera tutta la visione oleografica e da acquerello a favore di un'asprezza che carica il film di ulteriore forza filologica e comunicativa. E' stato prodotto da Cineteca Sarda, Torrefilm e Istituto Etnografico della Sardegna.

   "Capo o croce" è un gioco d'azzardo: ogni giorno questi uomini decidono della loro vita e delle loro famiglie. I pastori sardi sembrano gli "invisibili" di Manuel Scorza, Perù, ma 50 anni dopo. La lotta per la dignità, a ogni latitudine, è ancora lunga...

'Another me': quando i fantasmi ci tormentano

dal nostro inviato Francesco Greco.
ROMA - L'adolescenza è un momento delicato, difficile. Lo sa bene Fay che fa brutti sogni (mentre attraversa il sottopassaggio una banda di bulli la aggredisce). La sua è una vita claustrofobica: in casa col padre che all'improvviso è costretto dalla sclerosi multipla su una sedia a rotelle e la madre, distratta dall'amante. Al college della ragazza (una splendida, intensa Sophie Turner, bella come le donne dei dipinti rinascimentali, assecondata da Gregg Sulkin, altra bellezza: entrambi sul red-carpet hanno conquistato i fans) si sta allestendo il "Mackbeth" e tutti vogliono avere un ruolo: c'è molta competizione. A una frastornata Fay è assegnato quella della protagonista, ma qualcuno la tormenta. Lei crede sia Claudia, per una questione di gelosia (anche lei voleva quel ruolo). E per un pò lo crediamo anche noi. Ma a un certo punto scopriamo che così non è: c'è dell'altro, al limite del paranormale...

   "Another me", di Isabel Coixet (in concorso), coproduzione fra Spagna (Nicole Carmen-Davis) e Gran Bretagna (Rebekah Gilbertson), girato tra il Galles (Cardiff) e Barcellona, è un thriller psicologico molto bello, con location deliziose e un ritmo che prende fino all'ultimo. Il tema è quello della convivenza con i nostri fantasmi quotidiani, siano essi i cari defunti che le persone a cui abbiamo fatto del male e con cui abbiamo un conto in sospeso. Quando Fay dice "è un'estensione di me" capiamo la svolta del film. La famiglia Delassey ha un segreto: la ragazza aveva una sorella omozigote, morta nel parto: si chiamava Layla.

   Evocata dal padre, che non si perdona di aver taciuto alla moglie Ann che fu la sua firma a decidere di sopprimerla con una firma (le vite delle tre erano a rischio dopo un'emorragia), il fantasma tormenta la famiglia. Nel sottopassaggio appare la scritta "I'm here", la vicina impicciona (una bel cammeo di Geraldine Chaplin) la vede prendere l'ascensore, il professore di recitazione (l'amante della madre, ulteriore motivo di conflitto per Fay) nei corridoi del college.

   E' una storia sullo sdoppiamento della personalità, sul passato che ci insegue (è tratta da un romanzo di una decina di anni fa, "la sceneggiatura è piaciuta molto alla scrittrice", svela la Coixet, che è francese), sui fantasmi che non riusciamo a esorcizzare e a cui diamo vita di continuo nei momenti più duri della nostra vita.

   "L'idea mi è venuta 4 anni fa - confida la regista - mentre ero sul volo Londra-Barcellona e leggevo il libro. Giunta a casa mi sono detta: questo è un film. Sa, anche io sono madre di un'adolescente...". La filologia della storia piacerebbe un sacco ad Agatha Christie, anche se la regista in conferenza-stampa aspetta che la veda Brian De Palma, e che gli piaccia.

Domanda: Signora Coixet, sinora si è pensato che il genere noir è solo maschile: ora scopriamo che non è così... 
Risposta: "Una donna ha un modo differente di fare film, perché il suo sguardo è diverso. Amo le donne, ma non sono lesbica (ride), mi piace comunque lavorare con gli uomini intelligenti, che hanno il senso dell'umorismo".
D. E' un film per un pubblico giovane, quindi di nicchia?
R. "Assolutamente no. Tutti conviviamo con i nostri fantasmi, col peso del passato, le persone che abbiamo amato, quelle con cui ci sentiamo in debito. La mia storia è una riflessione sul modo di integrare nella nostra vita di ogni giorno le persone amate che non ci sono più".
D. Pensa di essere stata fedele al libro?
R. "E' stato solo il punto di partenza. La mia impressione è che lo sono stata...".  

Su quel 'Tir' viaggia la nostra solitudine

dal nostro inviato Francesco Greco.
ROMA - Un apologo sulla solitudine, sull'impotenza, una critica feroce alla globalizzazione che ricaccia ai margini i lavoratori senza tanto potere contrattuale. Dopo i minatori e i pastori sardi, al Festival del Cinema sono sbarcati gli autisti dei Tir. Di primo impatto "Tir" (in concorso) pare una citazione di "Duel", il primo Spielberg. Lo firma il friulano Alberto Fasulo (1976, documentarista), produzione Nefertiti film, coproduzione Focus Media, Raicinema, Regione Friuli Venezia Giulia, Fandango.
   E' la storia di un insegnante sloveno (di Rijeka, interpretato dal bravissimo Branko Zavrsan: attore e film si candidano ai premi, come "Acrid" dell'iraniana Kiarash Asadizadeh) che ha lasciato il suo lavoro nella scuola per fare l'autista, mestiere con cui si guadagna il triplo. Parla al telefono con la moglie, vivono una loro quotidianità, sebbene sublimata.

   Tra un trasporto di mele e un altro di maiali, l'autista non riesce a tornare a casa. E non lo fa nemmeno quando la moglie gli dice di una lettera arrivata dalla scuola che lo chiama a sostituire un'insegnante in maternità. Nel frattempo lui diventa geloso, perché lei è rimasta con l'auto ferma e Goran, un giovane meccanico, l'ha rimessa a posto. E il figlio vuole una casa più grande e formatta tutti i risparmi di una vita: altra lite via cavo: la moglie si arrabbia perché è stata tenuta all'oscuro di tutto.

   Continua così l'odissea sulle strade d'Europa di Branko, sempre più rassegnato. Mentre il collega Maki riesce a conservare uno spirito di ribellione e pensa di cambiare lavoro, Branko è ormai troppo stanco e disilluso per riprendere in mano la direzione della sua vita fatta di docce alla meglio e cibi cucinati sul fornellino.

   Si trasfigura così, con un affollamento semantico, nell'autista l'uomo del terzo millennio, che non ha più alcun libero arbitrio sulla propria esistenza: è ridotto a un accessorio nelle mani del liberismo selvaggio che mette al primo posto la merce e all'ultimo gli affetti, la socialità, mentre la vita scorre e il tempo ci divora l'anima.

   Il lungo applauso finale alla proiezione (presenti produttori, sceneggiatori, il montatore giapponese, ecc.) fa capire che il pubblico ha colto nella storia questo nostro smarrimento epocale, una solitudine cosmica che ci avvolge come perfida gramigna. Il film forse pecca di eccessivo schematismo, ma alla fine proprio il taglio da documentario si trasforma nella sua forza affabulatoria che ci comunica tutto il disagio di vivere nel nostro tempo insonne.

   Smarriti, soli, impotenti, condannati a una vita che ci scivola addosso, che ci rende cattivi e ci lascia ben poco, lo siamo tutti. In attesa di un neo-umanesimo possibile che rimetta l'uomo al centro dell'universo.

'Volantìn Cortao', il Cile degli aquiloni perduti

dal nostro inviato Francesco Greco.
ROMA - I bambini del Cile fanno un gioco (ma anche quelli afghani): tagliano i fili che innalzano in cielo gli aquiloni. Partendo da questa bellissima metafora, i registi più giovani dell'ottava edizione del Festival del Cinema di Roma, i cileni Diego Ayala (24 anni) e Anìbal Jofrè (25) hanno emozionato il pubblico con il loro "Volantìn Cortao" (in concorso), un "graffiti" sul Cile di oggi uscito dalla tirannia che chiuse le Scuole di Cinema e causò l'aumento sconsiderato delle attrezzature per girare audiovisivi (ma adesso il nuovo corso ha riaperto le scuole e ha reso accessibili i costi di videocamere e pellicole) che vuole stare nel XXI secolo. "E' vero, il Cile oggi ha voglia di nuovo, di costruire una nuova società...", sorride la giovane produttrice Soledad Trejo Troncoso (Gallinazofilms).

   Il film è nato in ambito universitario, i registi si sono avvalsi della collaborazione del mondo accademico in termini di consulenza (gli insegnanti dei due registi). E' girato nei quartieri di Santiago, attori professionisti e non sono stati mescolati dopo un casting travagliato ("non riuscivamo a trovare la chimica giusta con gli aspiranti attori...").

"Tutto parte dall'osservazione della vita quotidiana a Santiago, nei suoi quartieri - spiegano i cineasti latinoamericani - da noi c'è molta solitudine, ognuno prende l'auto, l'autobus, il treno e pensa al mutuo da pagare, a come mandare avanti la famiglia: volevamo guardare dentro questa realtà... Non dare risposte, ma fare domande... La società cilena è molto frammentata: ogni classe sociale non comunica con l'altra, ma ci sono alcuni che sono a disagio in quella dove sono nati: noi, per esempio, abbiamo un'estrazione sociale medio-alta ma non ci riconosciamo nei suoi valori". Lo smarrimento del Cile di oggi è dunque nello sguardo di Manuel (ragazzo che si apre al mondo) e Paolina (assistente sociale): entrambi cercano la loro identità, il loro posto nel mondo.

   Domanda: Succede di rado che affrontando queste tematiche sociali lo la chiave di lettura non sia paternalistica...  
Risposta: "E' vero, il film parla di differenze sociali e di difficile integrazione, ma senza populismo, né pietismo".
D. E' ovviamente la condizione economica che determina questa divisione in scompartimenti stagni della società cilena?  
R. "Noi lo definiamo apartheid. Scuole, case, sanità, tutto è nelle mani dei privati. Non sul colore della pelle dunque ma sulla sua situazione economica si fonda questa frammentazione sociale. Questo Cile abbiamo voluto mostrare...".
D. Il girovagare di Paolina e Manuel è una metafora? 
R. "Sono loro gli aquiloni alla deriva della vita. Non riescono a inserirsi nella società, cercano la loro strada".
D. Volendo riferirvi al cinema che vi ha ispirati, quale vi sentite di citare?
R. "Il Neorealismo italiano".



Jennifer Lawrence (intervista): "Adesso basta parlare di diete"

dal nostro inviato Francesco Greco.
ROMA - Radiosa, diafana, bellissima: la "ragazza di fuoco" scivola leggera sul red carpet con la grazia di una farfalla. I body-guard la marcano stretta, le fans in delirio porgono pagine sgualcite per l'autografo. Sin dalla mattinata il Parco della Musica era stato preso d'assalto e le forze dell'ordine hanno dovuto sudare per contenere le falangi di adolescenti arrivate da tutta Italia (alcune con mamma e papà) per vedere Jennifer Lawrence. Qualcuna piange per l'emozione nella selva di flash, stordita dalle urla. "Sono stata in piedi per ben 13 ore - sorride Eleonora Tromba, studentessa 15enne romana - ma ne è valsa la pena... Ero vicinissima e Liam mi ha sorriso!". Sara, arrivata da Firenze, sul 217 che la porta a Termini, mostra orgogliosa le immagini della star ripresa col tablet.

   Con un incasso al botteghino Usa di 407 milioni, il colossal "The Hunger Games" (fuori concorso, regia di Francis Lawrence, con Liam Hemsworth e Josh Huthcerson), è il secondo film della saga fantasy che qualcuno accosta a "Guerre Stellari", e in quanto a effetti speciali non è da meno.

   "E' un film che parla della violenza del mondo - spiega la co-produttrice Nina Jacobsen (l'altro è John Kilik) elegantissima in t-shirt di seta nera - per questo secondo film sappiamo di avere addosso gli occhi di tutto il mondo. Non volevamo deludere chi ha letto il libro di Susan Collins, siamo stati fedeli alla sua idea che si potesse creare un nuovo mondo. Siamo felici del risultato, abbiamo assecondato la visione del regista...".
Jennifer con i due protagonisti maschili Hemsworth e Hutcherson e il regista Francis Lawrence (ANSA)
"Il premio Mastroianni per la recitazione alla Mostra del Cinema di Venezia è stata per me un'immensa emozione - sorride Jennifer Lawrence - ma devo dire che il Premio Oscar non m'ha cambiato la vita più di tanto... Vivo come prima, giorno dopo giorno...".

Domanda: Cosa pensa del personaggio che interpreta?
Risposta: "Vorrei essere più simile al mio personaggio. E' un modello per tutti i giovani che hanno bisogno di eroi positivi. Per cui mi sento addosso una grande responsabilità. Amo il cinema, è il mio lavoro".

D. Cosa la lega alla "ragazza di fuoco"?
R. "Crescere con i propri personaggi è un'esperienza molto interessante. Lei è stata costretta a uccidere, e ciò l'ha cambiata molto... Nel mio personaggio le ragazze trovano il coraggio, la forza, il desiderio di essere fedeli a un uomo".


D. Lei sente addosso la pressione di Hollywood ossessionata dalla magrezza delle star?
R. "In passato ho fatto molto sport, per cui non avevo bisogno di fare diete particolari. Da quando faccio questo lavoro, produttori e registi mi chiedono sempre di perdere peso. Per loro vive sempre il mito del corpo perfetto, irraggiungibile. Io credo che dobbiamo cambiare profondamente l'idea di bellezza. Non ne posso più delle diete...".


CONTACTS:

http://www.facebook.com/JenniferLawrence

giovedì, novembre 14, 2013

"Take five", i soliti ignoti mezzo secolo dopo

dal nostro inviato Francesco Greco
ROMA - I soliti ignoti mezzo secolo dopo. Aggiornati ai tempi. Niente pasta e fagioli dopo il "buco" ma una bella mattanza in salsa napoletana in Galleria. Niente poesia, umanità, ma solo ferocia, al passo con i tempi infami che attraversiamo. Tutto qui. "Take five", noir di Guido Lombardi (prodotto da Raicinema, Eskimo e Minerva Pictures), in concorso all'ottava edizione del Festival del Cinema di Roma è tutto qui.

   Affastellamento di luoghi comuni, citazioni dal genere (poteva mancare il femminiello?), pessimismo sul futuro di Napoli, prigioniera di se stessa, dei propri archetipi, da cui non vuole proprio uscire. Lo sguardo è rassegnato, cupo. Resterà vivo solo un bambino di 14 anni, Emanuele (Emanuele Abbate, esordiente), che non riesce a crescere in altezza, che arrafferà il bottino e si presume raccoglierà l'eredità dei criminali come se fosse una tara antropologia nel dna della "città di merda".

  Il film è stato applaudito, purtroppo, perché la storia ha delle amnesie filologiche evidenti. Siamo bei "bassi" della città di Eduardo, Natale è in arrivo, la città è triste, a tratti spettrale. E dunque uscito di galera 'O Sciomén (un carismatico, svaccato Peppe Lanzetta), depresso e anche gay, è sollecitato da Gaetano, un ricettatore con una sua etica (ai ragazzini che gli chiedono pistole risponde di continuare con gli scippi) a fare il colpo della carriera: nel caveau di una banca ci sono un sacco di gioielli. Un fotografo malato di cuore, che ha bisogno di soldi ("ci vuole uno scienziato") per un trapianto, un idraulico pasticcione, un pugile che ha quasi ammazzato un arbitro fanno parte della banda.

   Che urta la sensibilità di Ninnillo, il boss del quartiere che, in un perverso gioco di scatole cinesi, è controllato da un camorrista più potente, che vorrebbe mettere le mani sul bottino e che pare si sia cambiato i connotati facciali. Tutto avviene nelle fogne, tra vino troppo freddo e pizza, pistole nelle mani di chi non ha gli attributi per sparare e tentativi di mettersi in proprio. Anche il bambino, che all'inizio pare innocente, man mano si scopre già attaccato dal virus (gioca a poker e per comprare un negozio nuovo al padre che ha una bancarella di giocattoli punta alto e perde).

   Tutto qui. Non manca la citazione del boss illanguidito dalla musica (come nel "Padrino"). Ma Lombardi non è Coppola né Lanzetta Marlon Brando. A Napoli serve altro...  

Wes Anderson, omaggio Usa al cinema italiano

dal nostro inviato Francesco Greco.
ROMA - Tenero, commuovente "tribute" del cinema Usa ai "padri" del cinema italiano. Da Martin Scorsese a Francis Ford Coppola, i grandi cineasti americani non hanno mai nascosto la loro ammirazione e devozione per Fellini, Pasolini, Germi, De Sica, ecc. Le loro opere sono state studiate, analizzate, destrutturate con la passione dell'entomologo, e nutrono il loro immaginario, i loro capolavori.
   Ora quel sentimento prende corpo in una short-story (appena 8 minuti), "Castello Cavalcanti", firmato da Wes Anderson, girato a Cinecittà, prodotto da Roman Coppola per Prada (e infatti da poche ore si può scaricare sul sito della griffe), interpretato da Giada Colagrande e Jason Schwartzman e presentato in un'affollatissima conferenza-stampa (con visione in anteprima mondiale).
   Il corto dunque, sul filo della memoria, che si trasfigura in nostalgia, è composto da una serie di citazioni che dovrebbero essere un omaggio al grande cinema italiano ma anche una sorta di italian graffiti che contiene la nostra anima, dall'aspetto culturale, antropologico, sociologico, ecc. Questo elemento ha fatto storcere il naso a molti cinefili, che hanno parlato di luoghi comuni sull'Italia. Il rischio era davvero quello: ma la mano ferma di Anderson ha evitato lo scantonamento nel dozzinale: non perché gli Usa ci vedono così, ma perché in fondo il patrimonio genetico italian style è cattolico, passionale, sentimentale.
   Ecco allora il prete e il paparazzo, l'osteria e il caffè dove la barista è una citazione della tabacc0aia felliniana prosperosa di "Amarcord". La storia contiene la passione per le facce "anomale" di Fellini, il gusto per il popolo di De Sica, i visi intensi dei proletari di Germi, le borgate vitali di Pasolini in un gioco delizioso di echi e rimandi sul filo della memoria davvero intrigante. "Negli ultimi dieci anni siamo stati più volte in Italia, a Cinecittà - spiega Anderson - e abbiamo visto i film di Germi, Signore e signori ci è piaciuto tantissimo e di Fellini e gli altri grandi autori. L'idea è nata vedendo una scena di Amarcord. Abbiamo usato un pezzo della scenografia della Dolce Vita...". Aggiunge Roman Coppola: "Ci piaceva il fatto che Germi e Fellini passavano lunghi periodi con la gente che poi finiva nelle loro opere...".
   Il film italiano visto di recente? "Gomorra, ma adoriamo anche i film di Nanni Moretti". A quale progetto lavora? "Un film girato in Germania e in Polonia, la storia di un portiere ripresa dal romanzo di Stephen Zweig". Se dovesse rappresentare, chiediamo infine a Wes Anderson, l'Italia di oggi, che genere userebbe? "L'horror!", risponde d'istinto. Sala Petrassi viene giù dagli applausi di approvazione. Da Fellini e De Sica a Dudù e Brunetta: la decadenza è, come dire, solare, ontologica, delirante.

mercoledì, novembre 13, 2013

Natale a Parigi, bombe ai grandi magazzini

dal nostro inviato Francesco Greco.
ROMA - "Tutte le vigilie di Natale succedono tragedie": ipse dixit Stojil (delizioso cammeo di Emir Kusturica). E infatti al centro commerciale "Au Bonheur Parisienne" gli acquisti e il clima di festa è rovinato da strani incidenti, che comunque vanno avanti da 30 anni: bambini spariscono e bombe scoppiano lasciando a terra qualche morto. Gli investigatori puntano un Benjamin Malausséne, che ci lavora come "capro espiatorio", cioè è sbattuto al muro dall'ufficio-reclami quando arrivano i clienti a protestare per una lavatrice che scoppia, un letto che al primo collaudo di un ciccione cede, ecc.
   Applausi del pubblico per "Au bonheur des ogres", di Nicolas Bary, commedia divertente tratta dalla saga di Daniel Pennac (fuori concorso). Il terrorismo però non c'entra niente: altri sono gli input che armano la mano omicida: non c'è bisogno di cercare troppo lontano. E Stojil, che ci ha lavorato per anni come capo della sicurezza, lo aveva intuito. Come la giornalista d'assalto ("voi frugate nella merda") che si finge cleptomane per raccogliere materiale e che vuole sua nella collezione di amanti anche il "capro espiatorio".

   Il ritmo è quello della videoclip o se si preferisce della playstation. La famiglia di Benjamin è bella allargata, è il trend in Occidente: la moglie chissà dov'è, la madre è in giro per il mondo a far figli e lui si prende cura di due fratellini (uno fissato con le bombe) e due sorelle, una incinta senza marito e l'altra a fare le carte tutto il tempo e prevedere morti.

   Graffiante la critica al consumismo (una forma perversa di terrorismo che ci rende aggressivi e feticisti) e al capitalismo senza etica, da finanza creativa e subprime, che caratterizza e corrompe il XXI secolo. La "mente" del terrore è dentro al centro commerciale: il padrone, Sinclair, intende cambiare attività e ha venduto le azioni. Il vecchio padre lo aveva intuito e lo aveva quasi diseredato lasciandole al personale fidato.

   Sublime il cammeo finale di Isabelle Huppert nel ruolo dell'editrice che propone a Benjamin di fare il "capro" alla sua azienda per farsi attaccare al muro dagli aspiranti scrittori un sacco noiosi, sia pubblicati che inediti. Buona idea, visto che sono una falange macedone, quasi più numerosa dei registi qui al Festival...

martedì, novembre 12, 2013

'Romeo & Juliet', 2 secoli prima lo scrisse Bandello?

dal nostro inviato Francesco Greco.
ROMA - Quando il regista di "Romeo & Juliet" Carlo Carlei dice che forse un certo Giovanni Bandello la scrisse 2 secoli prima di Shakespeare, riprendendola dalla memoria popolare (come l'Odissea: la prima bozza risalirebbe intorno al 1200), i colleghi si scuotono dal torpore del pomeriggio in riva al Tevere. La collega dell'Ansa Francesca Pierleoni si precipita in sala-stampa e ci fa subito un lancio. E' una notizia con la enne maiuscola. Anche per la Puglia. Forse Giovanni Bandello è pugliese. Il cognome è molto diffuso al Sud (in Salento per dire): chiederemo a Google: loro sanno tutto. Carlei ha addirittura usato la parola "remake". Certo, non si può accusare William Shakespeare, il bardo, di plagio. L'avrebbe riscritta alla sua maniera, col suo tocco magico. Però...

  L'immortale storia d'amore fra i due ragazzini (per Shakespeare Giulietta avrebbe avuto 12 anni, Romeo 14) e la "guerra" fra Capuleti e Montecchi è stata ripresa più volte, dal teatro al cinema (basta pensare alla versione di Franco Zeffirelli). Perché è una love story con finale da tragedia greca divenuta un archetipo. L'amore adulto è filologicamente diverso. Girato a Mantova, la cripta però ricostruita ad Anagni, costumi sontuosissimi, il film è fuori concorso all'ottava edizione del Festival di Roma.

   E' stato prodotto, fra gli altri, da Nadja Swarovski per Swarovski Entertainment Ltd e da Rai Cinema. "Abbiamo lavorato molto per l'industria cinematografica fornendo pietre e diamanti - sorride la biondissima produttrice - da sempre sosteniamo la moda, il cinema, l'industria culturale. Siamo fieri di aver sostenuto questo bellissimo progetto  e continueremo a finanziare i progetti culturali che ci piacciono...". Fa eco Paolo De Brocco, Rai Cinema: "Anche noi siamo soddisfatti di aver sostenuto un classico rivisitato: un progetto internazionale in cui la Rai ha subito creduto".

   Incalzati dalle domande, si è poi scesi nello specifico. Carlei: "Questa storia mi intimidisce molto. Abbiamo cercato di esprimere l'innocenza di una storia d'amore senza tempo. Fare Shakespeare? E' un grande privilegio... Siamo stati rispettosi delle versioni precedenti, non volevamo essere spettacolari".

   Una faida tra famiglie, una liaison fra teen-ager al primo amore proposta a un pubblico giovane, e non solo: si è insistito molto sul fatto che è una storia raccontata a tutti, nata nel Medioevo italiano e scagliata nel tempo infinito, per un'emozione sempre viva. Giulietta è Hailee Steinfeld, Romeo Douglas Booth; da Damian Lewis (Lord Capuleti) a Paul Giamatti: un grande cast. Julian Fellowes, sceneggiatore del film che è ambientato nel Rinascimento: "E' stato un lavoro tremendo riportare dal testo teatrale al linguaggio per il cinema. Ogni generazione ha riscritto questa storia: pensi che nell'Ottocento cambiarono il finale con un happy end!".

Festival nazionalpopolare, tra cinefili e star

dal nostro inviato Francesco Greco.
ROMA - La passione per il cinema è un pezzo di pizza bianca mangiato seduta sotto la foto di Anna Magnani ("Roma città aperta", Renzo Rossellini, 1945). Martha Stairway mastica in fretta e beve a piccoli sorsi da una bottiglietta: la aspetta una conferenza-stampa e una proiezione. Non vuole perdersi nulla nemmeno Simona Montemurro, 23 anni, romana, "cinefila da quando sono nata...", che adora i pasticciotti leccesi ("boni!") la Puglia fa sempre trend un pò per tutto e ormai è identificata con la creatività, la bellezza, la poesia).

   Dicono che è un festival nazionalpopolare dando una semantica superficiale al termine. In realtà il popolo si riappropria della sua arte, gli autori riprendono l'autobus come consigliò Zavattini. La mattina arrivano all'Auditorium nidiate di scolaresche: si mettono in fila diligentemente. A ogni momento della giornata si fa la coda per acquistare i biglietti per le visioni. Si sa che molti di questi film non arriveranno in sala (al massimo passeranno in tv a tarda notte, purtroppo...), quindi il festival è una vetrina per gli autori e un'opportunità per gli spettatori.

   Famiglie, si, ma anche cinefili e filmaker che collaborano a riviste on-line. In sala-stampa si discute molto dei film appena visti. Alle conferenze-stampa c'è sempre qualche aspirante cineasta che ammolla una sceneggiatura a produttori, registi, attori. Con lo sguardo colmo di luce per esserci riusciti, poi si rilassano mangiando un tramezzino, incalzati da una proiezione. Tutto il giorno l'Auditorio pullula di aspiranti star: stivaloni di moda, abiti aderenti come un'altra pelle, capelli al vento. Si fanno le vascate casomai qualche produttore le notasse. Accadde tanti anni fa a Silvana Mangano.

   Ma ci sono anche le fans: assiepate davanti alle transenne, aspettano i divi e le dive sul red carpet. Non le scoraggia nemmeno la pioggia in questo autunno romano bizzarro: un pò piove, poi esce il sole che spacca le pietre, poi appaiono nuvole scure e fa freddo, poi passa a 23 gradi, poi... Si ritirano al coperto e poi tornano coi taccuini per l'autografo ai loro posti scostando riviste e giornali zuppi di pioggia. La sicurezza disciplina tutto questo traffico con maestri: lode all'organizzazione, gentile e premurosa, quasi austro-ungarica.

   I gridolini improvvisi annunciano l'arrivo dei divi: spesso però è un falso allarme. La rock-star prestata al cinema Jared Leto ha fatto strage di ragazzine. E' comparso anche Lapo Elkann biancovestito. La Golino ha fatto molti autografi, per giovedì è attesa Scarlett Johansson. Piacciono per la timidezza con cui sfilano gli sconosciuti di piccoli film d'autore scaraventati sul red-carpet, che guardano nel vuoto privi di malizia. Qui in sala-stampa le colleghe dicono che Marco Muller ha in serbo una sorpresa. In tutte le interviste ripete che è un anno di transizione, che il suo contratto scade nel 2014.

E un'edizione strana, curiosa, spiazzante: non si individua un motivo conduttore, una password complessiva di decodificazione. E' come se fossimo tutti in attesa di qualcosa di nuovo, come nel Paese: il cinema non è forse il suo specchio più fedele? (Foto: Repubblica.it)

lunedì, novembre 11, 2013

Il Sud disperato costretto a rubare "La Santa"

dal nostro inviato Francesco Greco.
ROMA - L'avessero saputo, che Santa Vittoria protegge i contadini, forse non avrebbero rubato la sua statua in chiesa. Profanando non solo un luogo sacro ma anche una cultura, un'identità, un'appartenenza, una memoria e scatenando una "guerra" antropologica. In cui la caccia ai "cani rabbiosi" è dichiarata da una collettività in blocco: donne, vecchi, bambini.
   Un Sud in bilico fra oleografia e rabbie giovanili, marginali, con scantonamento nel folklore quanto basta per tracciare un topòs culturale: muretti di pietre a secco, ulivi secolari, luminarie, facce scure di sole, l'immancabile "dicono..." della gente. E' quello del brindisino Cosimo Alemà ne "La Santa", in concorso al Festival del Cinema di Roma. Subito un particolare curioso: abbiamo assistito, oggi, alla seconda proiezione: non c'è stato un applauso. I colleghi ci dicono che forse alla prima...
   Il film è bello, ben girato, bellissima la fotografia, Gianna Nannini traccia la colonna sonora ("Scegli me"). Location giuste: un Sud 2.0 a più strati, il vecchio e il nuovo, il passato e il presente. Un Sud bello, selvaggio, creativo, dall'anima antica e profonda, dove i ricchi arrivano da tutto il mondo e si fermano comprando le masserie e i poveri invece devono scappare per sfuggire a un destino di precarietà illimitata. Dove i figli che hanno studiato per non fare il mestiere dei padri non riescono a trovare una strada, e comunque non vogliono ereditare il lavoro dei genitori, tracciando così una frattura generazionale, una ferita nello scorrere del tempo, una sciarada dura a essere spiegata. Intanto si immergono in un'attesa senza confini, la vita passa e per noia o per un pò di reddito devono muoversi al confine, off limits dai codici della civiltà codificata.
   Come accade alla banda di quattro emarginati (2 fratelli) che giungono in un paese del Mezzogiorno solidificato nel tempo, con i suoi riti e miti, per partecipare alla processione della santa patrona, in realtà per rubare la statua della santa colma di preziosi che sta sull'altare e che nessuno del paese tocca. Un Sud carnale, appassionato, fatto di piste di coca e seni opulenti, sesso selvaggio, animalesco, vecchie case umide e falesia rossa di cave abbandonate.
   Altro particolare curioso: la caccia all'uomo va avanti senza tregua e non si vede un carabiniere: il Sud è abbandonato a se stesso, ai suoi istinti peggiori, alla legge della foresta. Cupa metafora di Alemà, che peraltro smentisce il luogo comune per cui per avere successo un film deve far lavorare le star, come se il Neorealismo non avesse insegnato nulla. Le sue facce, alcune delle quali absolute beginners, funzionano benissimo.
   Un luogo a tratti spettrale, svuotato, cupo, triste, metafisico come una piazza di De Chirico. Ma anche un luogo di finzioni: a rubare la statua per darsi una possibilità, non ci avevano pensato solo i quattro balordi attesi da una triste fine, ma anche due donne: una 40enne parcheggiata da 7 anni nella vecchia casa della nonna da un uomo sposato che promette di abbandonare moglie e figli e una ragazza skizzata che vuole andarsene dal paese.  
   Nel film riconosciamo tre attori salentini: Ippolito Chiarello (Corsano, Lecce), che fa Santino, il fornaio disilluso ma dal gran cuore che nasconde uno dei braccati (quello sposato) regalandogli un pasticciotto leccese e le pucce e indicandogli la via per porsi in salvo, Tommaso Giuranno (di Racale, Lecce: uno dei cacciatori appostato nei campi dietro un muretto di pietre) e Donato Chiarello (Corsano), che sul tetto della casa di fronte alla chiesa uccide uno dei disperati, Agostino, che si stava confidando col prete, don Paolo, dopo un lunga elucubrazione mistica con le ragazzine e le suore tenute in ostaggio. Grande Salento, grandi interpreti. Ci hanno fatto venire la pelle d'oca...

"La vita invisibile" nel Portogallo inquieto

dal nostro inviato Francesco Greco.
ROMA - Scogliere ripide, mare di cristalli luccicanti, un veliero bianco scivola sulle onde: son le immagini oniriche dei super8 girati in gioventù da Antonio. Che l'amico Hugo vede e rivede cercando una password per entrare nella sua vita, i sogni in frantumi, le speranze abortite. Antonio è gravemente malato, deve subire una seconda operazione chirurgica, forse non ce la farà...

   E' l'incipit di "A vida invisivel", del portoghese Vitor Goncalves (Isole Azzorre, 1951), in concorso all'ottava edizione del Festival del Cinema di Roma. Una favola amara sul tempo che scorre, "panta rei" e sul senso della vita e della morte, il peso della malattia improvvisa, il valore dell'amicizia, il dovere delle responsabilità verso se stessi innanzitutto e poi verso la comunità, in un Portogallo inquieto, sospeso fra un passato che non passa e un futuro denso di interrogativi, mentre la vita fugge come sabbia fra le dita e si va su e giù in un palazzo di uffici che pare una citazione del castello kafkiano. In una Lisbona fotografata benissimo, dove il cielo è sempre livido, le nuvole gravide di pioggia e di freddo e i lavori della piazza vanno avanti a fatica.

   La chiave del film è psicanalitica, allegorie e metafore sparse qua e là nel racconto. Antonio e Hugo sono la borghesia del Paese, tormentata, ferma nel guado, rinchiusa in se stessa, in crisi di identità, incapace di decifrare il proprio tempo, di darsi un orizzonte. Viceversa, la classe operaia sa qual è il suo compito storico: lavorare per il bene comune, produrre ricchezza, contribuire all'avanzamento della civiltà. E infatti alla fine la piazza risplenderà, rimessa a nuovo. Nel frattempo Antonio è in clinica, per un intervento che si annuncia difficile. Hugo pensa se sia il caso di andare a trovarlo, di stare un pò con l'amico, immerso in una solitudine sconfinata, claustrofobica, nella vecchia casa avita abitata dai fantasmi della sua famiglia: una quotidianità fatta di forni a microonde, piatti sporchi e tv spazzatura.

   Da cui cerca di scuoterlo Adriana, che ha lasciato a metà Architettura per fare la hostess che fa base ad Amsterdam, ma quando fa scalo a Lisbona pensa a un futuro con Hugo. Intanto va avanti l'autoanalisi spietata con se stesso ("ho fatto cose sbagliate", "e se un giorno non mi ricordassi più di Antonio?", "in questa casa è come se non ci fossi mai stato, non fossi mai esistito"), il tempo dei bilanci ispidi, delle cose che non quadrano, del proiettarsi in avanti, ridiscutersi, coscienti che "la vita è un soffio" (Federico di Svevia) e che non ha senso ripensare al passato: è il segno che non si sa progettare il domani.

   Pochi applausi di cortesia del pubblico. Ma a noi il film è piaciuto per quel tormento insonne espresso così bene dagli interpreti e per la mano ferma del regista nel raccontare una parabola aspra che non è solo del Portogallo ma dell'uomo del nostro tempo chiuso in un labirinto minoico dentro e fuori di sé.

domenica, novembre 10, 2013

John Hurt (intervista): "Gli attori inglesi imparano dalla strada"


dal nostro inviato Francesco Greco.
ROMA - John Hurt è un attore-cult in Gran Bretagna. Il suo eclettismo lo ha fatto diventare un divo internazionale. Frequenta il cinema d'autore, registi indipendenti, ma anche le major. Ha lavorato con registi di nome (Jerzy Skolimoski, Lars Von Trier, Sam Peckinpah). Ma milita anche nel teatro intellettuale, quello che ha illustri "antenati": da Laurence Olivier ad Alec Guinness.

E' un uomo molto spiritoso, condisce le interviste con il classico humour british e ha un pubblico di inglesi che lo segue e lo adora.

   A Roma presenta il suo ultimo film, "Snowpiercer" (regia di Bong Joon Ho), genere fantascienza ma di denuncia sociale. Infatti, c'è un treno lanciato in una corsa folle, allegoria del nostro pianeta irrazionalmente spinto da forze oscure, politici inetti e corrotti, lobby fameliche...


   Domanda: Spesso nei suoi film lei interpreta la doppiezza: il saggio virtuoso e le forze del male... Come si trova?
Risposta: "Bene, grazie! Lo prendo come un complimento al mio lavoro...".

D. Quali sono i tratti specifici della scuola di recitazione inglese?
R. "I grandi attori inglesi non apprendono dagli stage ma dalla vita quotidiana, come si recita. La vita è il nostro maestro".

D. Se lei accende la tv si stanno dando un suo film le piace rivedersi? 
R. "Se si tratta di un buon film, certamente si...".

D. Ama lavorare con le major o con gli autori indie? 
R. "E' sempre molto difficile scegliere. Tutto è affidato alla sensibilità, alla freschezza, all'immediatezza della storia. Lavorare comunque è faticoso con entrambi".

D. C'è però molto cinema indie nella sua carriera...
R. "Mi piacciano i film esoterici, misteriosi, magari fatti con pochi soldi".
John interpreta il personaggio di Ollivander in 'Harry Potter e il Principe Mezzosangue' (2009)
D. In Elephant Man lei è quasi irriconoscibile, che effetto le ha fatto?
R. (ride) "Nonostante la maschera ero invece riconoscibilissimo. Non so quanti attori avrebbero accettato di trasformarsi così...".

D. E' difficile entrare nei personaggi che interpreta?
R. "E' un esercizio di immaginazione, di stile, di trovare la dimensione giusta. Non c'è un metodo preciso...".



CONTACTS: 

http://www.facebook.com/johnvhurt

sabato, novembre 09, 2013

Bray: "Il cinema torni eccellenza italiana nel mondo"

dal nostro inviato Francesco Greco. ROMA - Il cinema riflette su se stesso, fra duopolio asfissiante, sale che chiuderanno nel 2014 anche per la troppa pressione fiscale, nuova normativa europea in progress, pirateria, crownfunding, rilancio della tax credit, spettatori sempre costanti (100 milioni all'anno), l'idea dei contributi sugli incassi per le opere prime e seconde, ricavare fondi dalle lotterie per finanziare il cinema, nuove forme di distribuzione (oggi solo il 10 per cento di quel che si produce arriva al pubblico), ripensare la promozione (negli Usa assorbe metà budget), ecc.

   Agli Stati Generali il 5 scorso al Centro Sperimentale di Cinematografia, che ha visto allo stesso tavolo tutta la filiera produttiva che ruota attorno all'arte che ha raccontato il secolo scorso (Jean-Luc Godard), ha fatto seguito stamane la Conferenza Nazionale sul Cinema che ha presentato le interfacce di quelle riflessioni, e tracciato le linee di lavoro futuro affinché il cinema come industria torni a competere e si rilanci nel mondo globale.

   Presenti tutte le categorie di un'industria culturale che, contrariamente a quel che dichiarò qualcuno, porta reddito in modo orizzontale, occupazione, prestigio al logo Italia. Da noi l'audiovisivo muove 10 mld, contro i 12 della Francia e i 19 della Gran Bretagna. Tanto per dire.

   Ha aperto Nicola Borrelli (Mibac) che ha riassunto e scannerizzato quanto detto al CSC. Indice puntato (costante di molti interventi) sul "duopolio che ha un potere enorme sulla realizzazione di un progetto", aggiungendo che il sistema "è poco propenso all'innovazione" e che da dieci anni "il numero dei biglietti staccati è sempre quello...". Conclusione: "Il mercato italiano è piccolo e fragile rispetto alle enormi potenzialità".

   Un incipit di questo tenore non poteva che accendere gli animi. Per Agicom una delle questioni più urgenti è la pirateria, poiché anni anno 10 milioni di persone scaricano selvaggiamente i film dalla rete senza che ci sia una normativa a scoraggiare i pirati. Il prodotto audiovisivo quindi non è protetto, è alla mercé di siti, provider,  gestori di pagine, e ci si muove solo su segnalazione di parte, non d'ufficio. Urge quindi una normativa più rigorosa.

   All'Ue intanto si lavora la progetto "Europa Creativa", arco di tempo 2014-2020. Lo ha spiegato la parlamentare europea Silvia Costa, che fra l'altro ha detto di essersi battuta per far inserire il termine "indipendente" nel testo. A nome proprio die produttori indie, è intervenuta Marta Capello (l'anno che verrà sarà quello dedicato ai giovani produttori): "La tax credit va pensata anche per la distribuzione, le copie, l'esportazione, oltre che per la produzione. Agli imprenditori comunque andrebbe offerto di finanziare un pacchetto di film, il rischio sarebbe minore...".

   Riccardo Tozzi, produttore, non più giovane: "La tv ha dimezzato i fondi per le produzioni. Il sistema tv schiaccia il cinema e non considera che è un'opportunità". La pensa così anche l'associazione 100 autori: "Ci sono opportunità nuove da non lasciarsi sfuggire... Ma occorre ripensare la tax credit che finanzia film commerciali a scapito di quelli più difficili...".

   Ugo Gregoretti (Anac): "Il cinema ha bisogno di un nuovo habitat, un altro ecosistema, di ricreare una nuova creatività, di cineasti e di pubblico". Grido di dolore anche degli esercenti (Marcello Cerri), le sale chiudono oberate da troppa pressione fiscale, e invece occorre riqualificarle e così facendo anche la vivibilità di un territorio ne trarrebbe vantaggio. Stefano Rulli, presidente CSC: "Occorre ripensare la filiera in toto, partendo dalla formazione". L'attore Giulio Scarpati, a proposito di filiera, ha difeso la causa dei lavoratori del cinema, le maestranze, per una migliore qualità delle produzioni. Gli ha fatto eco Umberto Garretti, sindacalista che quei lavoratori rappresenta ("siamo demoralizzati, mortificati!"). Mentre per l'associazione dei produttori esecutivi occorre fare un "red carpet per gli investitori stranieri" e per Flavia Barca, assessore alla cultura del Comune di Roma "è necessario ricompattare la filiera". Dopo il grido di dolore degli organizzatori di festival e rassegne ("se il governo non rinnova il decreto entro l'anno, nel 2014 ne avremo il 70 per cento di meno"), degli esercenti delle sale d'essai ("che abbiano un ruolo più democratico"), delle Film Commission ("da razionalizzare, ripensare la funzione") e di Franco Serra (Cartoon Italia: per fare un cartoon ci vogliono 4 anni di lavorazione): "Lavoriamo per il pubblico di domani. Subiamo il sistema francese, da prendere a esempio...",  ha concluso il ministro Massimo Bray: "Il cinema, per tornare l'eccellenza che fu, deve intraprendere strade nuove, ha bisogno di mezzi, risorse, tecnologie". Applausi commossi. Finalmente un ministro che riconosce il valore dell'arte della celluloide sia come elemento caratterizzante l'identità di un popolo, che come strumento di dialogo e confronto e come industria che produce cultura, pil, prestigio.

Festival Internazionale Roma: 'Ultima ruota del carro', l'Italia riscopre la commedia

ROMA - Giovanni Veronesi presenta questa sera a Roma il suo ultimo film 'L'ultima ruota del carro', che aprira' l'ottava edizione del Festival Internazionale del Film di Roma.

Una pellicola, ottimamente interpretata da Elio Germano, Richy Memphis, Alessandra Mastronardi che segna il ritorno della grande commedia italiana degli anni '70 e '80.

La storia di Ernesto (Elio Germano), un uomo semplice che cerca di seguire le proprie ambizioni senza perdere mai i valori veri della vita.

Veronesi racconta una storia vera, di un uomo che percorre 50 anni di storia d'Italia, attraversando i momenti salienti del nostro Paese: dall'omicidio di Aldo Moro alla corruzione imperante nella prima Repubblica passando per il trionfo ai mondiali di Spagna del 1982, fino ad arrivare al ventennio berlusconiano.

"Ho sempre dichiarato il mio amore per la commedia di Scola, Risi e Monicelli e indegnamente ho cercato di seguire le loro orme - spiega Veronesi durante l'incontro con la stampa - questa volta ho fatto il sarto, ho cucito una storia vera inventando pochissimo. Ho raccontato la vita di Ernesto Fioretti, un autista di produzione romano poco piu' che sessantenne di cui sono diventato amico negli anni. Ho raccontato la vita di un uomo semplice, attraverso i suoi occhi - continua il regista - per questo motivo anche elementi politici, inevitabili quando si parla della storia d'Italia, non hanno alcuna connotazione polemica".

"Ernesto, per esempio, ha vissuto con fastidio il ritrovamento del corpo di Moro perche' e' stato costretto a rimanere chiuso in casa per tre ore. Una delle scene piu' belle del film - aggiunge - e' quella in cui Elio Germano cerca di imitare il sorriso di Berlusconi.

La scena provoca inevitabilmente delle risate, ma era proprio questa la forza dell'imprenditore che riusciva a far breccia sul popolo proprio attraverso quel sorriso e quell'ottimismo che gli altri partiti non riuscivano a dare". 'L'ultima ruota del carro', prodotto dalla Fandango e dalla Warner Bros.Italia uscira' in 350 copie il 14 novembre.

sabato, novembre 02, 2013

“Vade retro, Tortora!”. Festival di Roma, si apre con la polemica

Dal nostro inviato Francesco Greco.
ROMA – “Vade retro, Tortora!”. L’ottava edizione del Festival internazionale del film di Roma, in programma dall’8 (apertura con la cerimonia ufficiale, madrina Sabrina Ferilli) al 17 novembre, parte con una polemica italian style, un sacco provinciale, che mai si sarebbe vista a Cannes o a Berlino: il docu-film di Ambrogio Crespi, “Tortora, una ferita italiana”, non ha superato la preselezione, e non sarà in concorso e nemmeno nelle sezioni collaterali. Insomma, il Festival non lo vuole.
   Agli occhi di molti pare un ostracismo non tanto, o non solo al presentatore e giornalista che incappò in una vicenda giudiziaria e umana (arrestato in diretta tg, zoom sulle manette ai polsi) che lo fece ammalare di una malattia psicosomatica e lo portò alla tomba, ma anche un “niet” a discutere dei temi delicati della giustizia: un nervo scoperto del dibattito politico, e non da oggi. E proprio mentre il Presidente Napolitano ha proposto l’indulto o l’amnistia ricevendo un interesse tiepido, Berlusconi si proclama da anni “vittima” delle toghe rosse mentre il Senato si appresta a scacciarlo e il ministro Guardasigilli è finita nella bufera: avrebbe aiutato l’amica Giulia Ligresti che, finita in carcere, non gradiva il menù della casa (niente ostriche e champagne, manco à la carte e chef talentuosi).
   Sulla vicenda le opinioni sono diverse e sfaccettate. La politica si intreccia con l’estetica dell’opera e si ha l’impressione che si sia stati più lealisti del Re. “In questo film ci ho messo il cuore e l’anima” afferma il regista. Strano a dirsi, ma una volta tanto la politica che si accapiglia su tutto, dalla legge di stabilità all’Imu alla riforma elettorale, trova un punto di incontro nella difesa del film. 25 parlamentari del Pd, più il radicale Pannella e Daniele Capezzone (Pdl) hanno sottoscritto un documento in cui chiedono alla Presidente della Camera Laura Boldrini che il documentario abbia una proiezione “riparatrice” a Montecitorio e inoltre vogliono vedere gli atti ufficiali con la motivazione dell’esclusione dalla prestigiosa rassegna che richiama cineasti, produttori, attori, critici, buyers e cinefili da tutto il mondo. Uno schieramento trasversale in difesa dell’opera. Addirittura i presidenti delle Commissioni Cultura di Camera e Senato, Galan (Pdl) e Marcucci (Pd) e l’ex sindaco della città Gianni Alemanno chiedono al direttore della rassegna Marco Muller che sia ospitata ugualmente all’Auditorium Parco della Musica dove ha luogo il Festival nato per competere con la Mostra del Cinema di Venezia.
   Ma siamo solo alle prime schermaglie, perché il clima nei prossimi giorni, se non si abbassano un pò i toni, c’è da scommettere, si farà ancora più caldo. La vedova di Tortora, l’ex senatrice Francesca Scopelliti, alza il dito verso la Rai: “E’ triste e desolante osservare – detta alle agenzie – che Tortora spaventa la Rai tanto da scacciarlo pure da morto”. La replica del servizio pubblico è immediata: “Non abbiamo mai ricevuto proposte d’acquisto dei diritti del documentario”.
   La polemica è alimentata dai rumors all’interno dell’Auditorium che lo bolla come “inguardabile” e dallo stesso Crespi, che indirettamente lo ammette: “Il mio doc non sarà perfetto tecnicamente, ma a me interessa trasmettere la memoria di un uomo ucciso dalla malagiustizia 25 anni fa alle nuove generazioni”. Più che estetica quindi la chiave dell’opera è pedagogica. Si sa, gli shooting (incluso “Sacro Gra” che due mesi ha vinto la Palma d’oro a Venezia ‘70) non ambiscono certo a essere accostati alla finezza maniacale di Visconti o al parossismo narrativo di Ingmar Bergman: si nutrono del soggetto che li ha ispirati e dello sviluppo fresco e immediato. Ma ci sono altri elementi che ne fanno un “caso politico”. Nel film si attaccano i magistrati che sbagliano (parla perfino Corrado Carnevale “l’ammazzasentenze”). Crespi è inoltre fratello di Luigi, sondaggista (Datamedia) dell’home berlusconiana e fondatore di un settimanale culturale parafascista, “Il Domenicale” (tra Evola e Pound, ora defunto). Con un transfert si è rivisto in Tortora: anche lui in galera, 200 giorni, arresto all’alba, bambino di pochi mesi che strilla e accusa di associazione esterna di stampo mafioso e voto di scambio.
   Un fatto è certo: pare una “bolla mediatica” creata ad arte dall’ufficio-stampa del Festival per tenere avvinte le testate e costringerle a “sparare” titoli su 9 colonne. Finirà all’italiana, con un compromesso: lo daranno fuori concorso in una saletta appartata dell’Auditorium, a un’ora impossibile, come i film-cult selezionati da Enrico Ghezzi nelle notti dei cinefili di Rai3. Crespi avrà il suo quarto d’ora di celebrità citando Andy Warhol e noi l’indomani andremo in giro con occhiaie profonde e la bocca impastata in cerca disperatamente di un caffè ristretto/corretto.