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martedì, settembre 10, 2013

La russa Danilova miss Motors International 2013

VENEZIA - Miss Motors Russia, Anna Danilova, è miss Motors International 2013. La nuova Ambasciatrice mondiale della sicurezza stradale è stata proclamata sabato sera all’Hilton Molino Stucky di Venezia nell’ambito del Gold Party organizzato nello Skyline Rooftop per la chiusura della 70esima Mostra internazionale d’Arte Cinematografica.

Ventiquattro anni, cantante e ballerina, Anna Danilova, dell’agenzia di Ashot Khachatryan, è stata scelta tra quaranta concorrenti provenienti dai cinque continenti da una giuria composta da personaggi di caratura internazionale, presieduta dal pittore statunitense Kevin Berlin.

Alla presenza del direttore generale dell’Hilton, dottor Alessandro Cabella, la fascia alla Danilova le è stata consegnata dal manager F&B del Molino Stucky, dottor Riccardo Bombaci (nella foto con la neo-miss).

All’evento, realizzato sul red carpet, è stato ospite in consolle il dj ufficiale della Mostra del Cinema, il salentino (di Gallipoli, Lecce) Francesco Trizza, e hanno preso parte alcuni attori internazionali presenti in questi giorni a Venezia.

“Anna Danilova sensibilizzerà l’opinione pubblica di tutto il mondo sul tema della sicurezza stradale. Il nostro auspicio è che possa contribuire a salvare vite umane, specie in una grande nazione come la sua”.

E’ il commento di Bruno Dalto, ceo di Miss Motors International, il concorso di bellezza mondiale che lega il fascino delle donne e la grinta dei motori al tema della sicurezza stradale.

“Desidero rivolgere un ringraziamento particolare per l’ospitalità a Jesolo. Abbiamo riscontrato una cultura dell’accoglienza unica e ricevuto proposte che stiamo già valutando per tornare il prossimo anno: credo sia la risposta per ciò che abbiamo realizzato durante il tour”.

Anna Danilova ha vinto un assegno da 3mila dollari e sarà la protagonista della prossima opera di Kevin Berlin, per la sua personale dal titolo “Alien invasion”.

Gloria anche per un’italiana dell’agenzia calabrese “Komunicare srl” di Cassio Caracciolo. Fiorella Stoia, studentessa 23enne di Amantea, in provincia di Cosenza,vincitrice lo scorso anno di Miss Motors Italy durante le finali disputate a Molfetta, si è aggiudicata l’ambita fascia di miss Motors Model.

Durante la finale mondiale sono state assegnate altre fasce: Sissy Papatsory (Grecia) è miss Motors Fashion, Francisca Adhiambo (Kenya) è miss Motors Bikini, Ashiie Munro-Smith (Australia) è miss Motors National costume, Azbileg Enkhbor (Mongolia) è miss Motors Talent, Julia Frison (Paraguay) è miss Motors Bike, Fiorenza Lekstacaj (Albania) è miss Motors Friendship, Nian-Yu Yu (Taiwan) è miss Motors Media, Ebru Sertbay (Turchia) è miss Motors Fitness.

Il tour di Miss Motors International è stato ripreso da due troupe televisive, italiana ed estera, in onda prossimamente nel circuito delle tv private italiane e straniere: per l'Italia i servizi sono stati realizzati da Alfonso Zambrano e Vanessa Parisi, miss Motors Italy Elegance 2012, mentre per l'estero da Katerina Fedosejeva.

Il prossimo appuntamento organizzato dalla “Royal Events” e della “Working Up” di Bruno Dalto è in programma nel Salento: il 12 e il 13 settembre si svolgeranno le finali nazionali di Miss e Mister Motors al Grand Hotel dei Cavalieri a Campomarino.
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domenica, settembre 08, 2013

Festival di Venezia, premiata la critica alla modernità

Dal nostro inviato Francesco Greco
(GUARDA VIDEO) – Ha vinto la critica alla realtà, alla modernità, le sue infinite contraddizioni, le asprezze, i deliri, le patologie. La formazione culturale e politica del presidente della giuria, il regista Bernardo Bertolucci (“Novecento”, “L’ultimo imperatore”) deve essere stata decisiva nell’assegnazione dei premi.

   L’Italia interrompe così il trend negativo degli ultimi anni (a mani vuote da Berlino, Cannes, Locarno, oltre che dagli Oscar) e porta a casa tre premi che inaugurano una sorta di “nouvelle vague“ proprio nel momento in cui la politica decide di rifinanziare i Fus (Fondo unico dello spettacolo), prosciugati da Berlusconi.

   Il primo, curiosamente, a un documentario (genere ammesso per la prima volta in concorso). Leone d’oro a “Sacro Gra”, di Gianfranco Rosi, che intercetta sette personaggi ai margini di Roma raccontando le loro storie, la quotidianità, rabbie, paure, rassegnazioni. Shooting intenso, lieve, felliniano. “Il verdetto è stato unanime – sorride Bertolucci stanco ma soddisfatto del lavoro – abbiamo premiato un film sorprendente, direi francescano…”.

   Erano 15 anni (ultimo Gianni Amelio con “Così ridevamo”, 1998) che il riconoscimento non andava a un regista italiano: “Non me lo aspettavo – afferma confuso Rosi – lo dedico ai personaggi del film che mi hanno permesso di scavare nelle loro esistenze…”.

   Il secondo (Coppa Volpi per la migliore recitazione) a un’attrice 82enne, Elena Cotta, protagonista del secondo film italiano in concorso, “Via Castellana Bandiera”, dell’esordiente Emma Dante (attrice e regista provengono dalla dura scuola del teatro).

   Se il format adottato è questo, cioè la denuncia degli aspetti violenti, i nodi gordiani del XXI secolo, ci si chiede perché tener fuori il terzo, il bellissimo, poetico “L’intrepido”, di Gianni Amelio, con un superbo Antonio Albanese. Ma anche “Lech Walesa” (L’uomo della speranza), del maestro Andrzej Wajda meritava di più, inclusa Maria Rosaria Omaggio nei panni ispidi di Oriana Fallaci che intervista il leader operaio polacco.

   Da condividere, invece il Leone d’argento a “Miss Violence”, del regista greco Alexandros Avranas (che fu accolto tiepidamente), metafora della Grecia del default, dove la coscienza atomizzata dell’Europa, la sua memoria lacerata, le radici culturali recise, la povertà stratificata provocano l’orrore (un nonno orco sospeso fra pedofilia, incesto e violenza: peraltro la storia è vera). Coppa Volpi come migliore attore all’interprete Themis Panou.

   Gran premio della giuria a “Jiaoyou” (Stray Dogs), bellissima favola di Tsai Ming-Liang (Taiwan). Altro premio speciale della giuria a “Die Frau das Poliziesten” (La moglie del poliziotto), storia di un femminicidio, giusto per tenere il cinema agganciato alla cronaca, di Philip Gronig.

   “Philomena”, con una deliziosa Judy Dench, dell’inglese Stephen Frears, regista-cult inglese premiato per la migliore sceneggiatura (frimata da Steve Coogan e Jeff Pope) e col leone d’oro della critica italiana. A Jyi Sheridan il premio “Mastroianni” come migliore attore per “Joe”, di David Gordon Lee e “Nuovi Orizzonti” a Uberto Pasolini (romano, è anche produttore, vive a Londra) per il poetico”Still Life”, storia di morti che reclamano dignità.

   Tutto sommato Venezia 70 ha proposto opere di qualità, nonostante sia mancato il capolavoro che fa fare “ohhhh!”. Con uno sguardo al passato (opere restaurate e altre, tipo “Che strano chiamarsi Federico”), sospeso in un delicato “come eravamo”, e uno al futuro, ha evidenziato il delirio in cui viviamo, l’urgenza di fermarsi e riflettere prima che le nostre stesse contraddizioni ci tirino giù nei gorghi limacciosi di una contemporaneità sempre più brutale e meno decifrabile.

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sabato, settembre 07, 2013

Festival di Venezia, vince Miss Violence. Tre premi per Italia

VENEZIA - Il Leone d'argento alla Mostra di Venezia è andato a MISS VIOLENCE di Alexandros Avranas. Gran Premio della Giuria a JIAOYOU (STRAY DOGS) di Tsai Ming-Liang.

La Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a THEMIS PANOU di Miss Violence. Il Premio Marcello Mastroianni ad un attore emergente a TYE SHERIDAN per Joe. Premio per la migliore sceneggiatura a STEVE COOGAN e JEFF POPE per Philomena di Stephen Frears. Premio speciale della Giuria a DIE FRAU DES POLIZISTEN di Philip Groening.

Ma a Venezia 70 l'Italia torna a vincere. Il Leone d'oro a Sacro GRA di Gianfranco Rosi innanzitutto e poi la Coppa Volpi per la migliore interpretazione a Elena Cotta protagonista di Via Castellana Bandiera di Emma Dante. Terzo premio tricolore è Orizzonti per la migliore regia, a Uberto Pasolini per Still Life.

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Walesa, “l’uomo della speranza” in un mondo migliore

Dal nostro inviato Francesco Greco
VENEZIA – C’è sempre grande curiosità e interesse quando il cinema incontra la Storia, sfoglia avidamente le sue pagine per rileggere fatti, personaggi, avvenimenti. Non sembri esagerato né blasfemo l’accostamento, ma se la psicoanalisi un secolo fa ha consentito anche di ridefinire le personalità dei grandi protagonisti (da Alessandro Magno a Cesare, da Carlo Magno a Napoleone), il cinema oggi ci svela gli eventi dell’ultimo secolo usando una password polisemica (cioè includendo anche Freud).

   Con Giovanni Paolo II e Gorbaciov, Lech Walesa (a fine mese avrà 70 anni) è stato un protagonista indiscusso dell’ultimo scorcio dell’altro secolo, quello “breve”, degli “ismi”. Senza di loro, che hanno rimesso in discussione gli equilibri politici usciti dal secondo conflitto mondiale e sanciti da Yalta, oggi la geopolitica sarebbe profondamente diversa.

   E a una personalità così sfaccettata, solo un grande come Andrzej Wajda (87 anni) poteva accostarsi, non fosse altro che per una comune appartenenza antropologica e formazione culturale. “Lech Walesa (Men of Hope)” (l’uomo della speranza) è stata applaudito a lungo. Peccato che sia fuori concorso. Non era d’altronde la prima volta: nel 1981, lo stesso regista firmò “L’uomo di marmo” (Palma d’oro a Cannes).

   Operazione riuscita. La parabola vincente dell’elettricista che si fece leader politico fondando un sindacato non di regime, Solidarnosc, ostacolato dai sovietici per paura del “contagio” (Radio Mosca chiamava i suoi compagni “caporioni”) è ben raccontata, senza enfasi, con uno stile narrativo piano quanto efficace e coinvolgente. Wajda ammette in conferenza-stampa: “La cosa più difficile è stata integrare la fiction col materiale di repertorio”.

   Ma un maestro della sua caratura ci è riuscito alla grande. Così vediamo Walesa che indice uno sciopero dietro l’altro nei cantieri di Danzica, i licenziamenti, l’arresto. Wajda è abile nel rendere il momento in cui il modesto sindacalista intuisce che dalla nicchia in un cantiere della Polonia deve uscire in mare aperto e farsi protagonista del suo tempo, perché quando la Storia chiama un uomo deve rispondere.

   Merito anche dell’attore scelto per il ruolo principale, Robert Wieckiewicz, che aderisce al personaggio con estremo realismo avendolo studiato a fondo. Ma anche di Maria Rosaria Omaggio, bravissima, calata nel ruolo non facile (e infatti in tanti glielo hanno sconsigliato, ma ha fatto bene a non impaurirsi) della giornalista Oriana Fallaci, che intervistò Walesa. Il regista polacco l’ha scelta perché da quando la reporter fiorentina è morta lei legge in giro i suoi testi. “La prima volta che andai in Polonia indossai la pelliccia della Fallaci”, sorride l’attrice napoletana, che per meglio calarsi nel personaggio è riuscita a trovare, sul web, le sue stesse sigarette, ora fuori mercato. Chiediamo a Wajda quale pubblico vorrebbe intercettare con questo suo film “il più difficile di quelli che ho fatto”. Risponde: “Vorrei che fossero i giovani a vederlo: ignorano questo protagonista del nostro tempo”.  

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Omaggio di Scola a Fellini, genio visionario

Dal nostro inviato Francesco Greco
VENEZIA – “Fellini? E’ come l’olio…”: ipse dixit Roberto Benigni in morte del grande regista romagnolo, vent’anni fa. Cioè, Fellini è un’icona che si sovrappone al Paese, che lo ha incarnato con i suoi sogni, le visioni, le allucinazioni. La sua arte ha segnato il Novecento, tanto da far dire in un’intervista all’attore-regista pugliese Sergio Rubini : “Se fosse ancora vivo, avremmo qualche brutto film e qualche libro inutile in meno. Anche la politica sarebbe meno degenerata”.

   Fellini dunque è l’Italia. Un caleidoscopio che racchiude vizi e virtù, passioni e ossessioni, deliri e desideri. Che egli ha riversato nei suoi alter ego (su tutti Marcello Mastroianni). E che ciò abbia valore di postulato lo dimostra anche la presenza, ieri sera al Palazzo del Cinema di Venezia, stra-blindato, la presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e gentile signora Cloe per la prima di “Che strano chiamarsi Federico”, firmato dall’amico e sodale Ettore Scola.

   Il film scorre sul filo esile della memoria, della nostalgia, lieve e poetico, modulato sul “come eravano” appena ieri e che Fellini, con i suoi film, ha spiegato con la sua affabulazione barocca, densa di graffianti e tenere allegorie, inventandosi un’estetica tutta sua sublimata poi nell’aggettivo “felliniano” (gli piacerebbe un sacco il Carnevale estivo in calendario in laguna il 22 settembre).
   Scola lo ha costruito con una solida architettura, attingendo a materiali di repertorio in equilibrio con quelli della finzione, del plot narrativo. La memoria scorre impetuosa in un viaggio (quello di G. Mastorna) che egli non riuscì a compiere (o compì morendo a in quel dolce, tiepido fine ottobre del 1993). Spezzoni di film miracolosamente emersi da oscuri magazzini, retroscena di storie, backstage, aneddoti a non finire, frammenti illuminanti, disegni.

   Tutto concorre a ripensare un uomo, e ad abbozzare un’epoca. Si parte dal 1939, quando un Fellini magro e allampanato arriva a Roma e bussa alla porta del giornale satirico “Marcaurelio”. I primi film (“Lo sceicco bianco”) in cui delinea la sua poetica e quelli che lo consacrano “maestro” del cinema mondiale, di tutti i tempi, un classico vivente: “La dolce vita”, “8 e 1/”, “Amarcord”, “E la nave va”, “La città delle donne”, ecc.

   C’è anche uno Scola 16enne che lo incontra e diviene amico di una vita, sullo sfondo di una vivida complicità intellettuale. Oltre a un Rubini (nell’87 girò “Intervista”) nel ruolo di un madonnaro con cui il grande regista parla di arti visive e di estetica, tipico archetipo felliniano. Affettuosa standing-ovation finale, con commozione di Napolitano (i due furono amici) e signora. Il “tribute” di Scola è anche quello di un Paese riconoscente al genio nato a Rimini nel 1920, alla sua possente immaginazione, alla sua arte onirica, visionaria. Si, aveva ragione Benigni: “Fellini è come l’olio…”.

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“Sacro Gra”, girone dantesco di varia umanità

Dal nostro inviato Francesco Greco
VENEZIA – Un girone dell’Inferno dantesco, dove la sola regola vigente è l’assenza di regole, l’anarchia totale, l’inventarsi la vita ogni mattina dei suoi abitanti borderline. Scagliato fuori dal tempo e dallo spazio. Senza altra preoccupazione che svegliarsi anche l’indomani, che alla fine si trasfigura in una forma di esistenza, con un suo codice ed estetico accidentalmente trovato e poi coltivato.

   Ecco il Grande Raccordo Anulare, un anello di 64 km. che cinge Roma, e che ha ispirato il docu-film (è la prima volta che la Mostra li accetta e li mette in concorso) “Sacro Gra” firmato da Granfranco Rosi, che è stato accolto con simpatia dalla critica e il pubblico, quasi tutto di ragazzi (anche qui il trend sono gli occhiali a specchio) che hanno messo via i risparmi per essere al Lido, molte le ragazze appassionate di cinema arrivate da tutta Italia (e che vorrebbero lavorare nel cinema: come Matelda studentessa di Farmacia di Firenze, attrice e Ludovica, milanese, aspirante costumista, a Venezia con la mamma). La sera tornano col vaporetto alle loro stanzette dal costo accessibile con lo sguardo sognante.
   Se a Londra incontri il barbone che ad Hyde Park sale su un bidone e recita Shakespeare, a Roma il suo equivalente è l’homeless che dà lezioni al mondo, strologa contro i politici (ci vuol poco!) e ha la ricetta per salvare il pianeta, basta essere disposto ad ascoltare qualche minuto.

   La specie antropologica “on the road” vivacchia fra la puzza delle auto e l’asfalto perennemente arroventato. Scacciata dalla vita, si è inventata un nuovo format per sopravvivere senza cedere alla facile rassegnazione, o alla follia. Questo spirito di adattamento non li ha incupiti, ma li trova sereni ogni mattina al risveglio.
   Il contadino, il pescivendolo (“anguillaro”), il nobile in rovina (citazione del Conte Mascetti, Tognazzi “Amici miei”, Mario Monicelli), il botanico che combatte per salvare le palme aggredite dal punteruolo rosso, l’infermiere dal cuore d’oro che assiste la vecchia madre.  

   Personaggi che sembrano usciti da un film di Fellini tanto sono stralunati, insonni, schizzati.
Disegnati da Dorè. Con una loro grazia nei modi e una dolcezza interiore. Una filosofia di vita. La società li ha rifiutati e loro se ne sono fatta una ragione. Non ce l’hanno con nessuno. E’ l’umanità dolente che ha messo via i sogni e che si sbatte per campare avendo trovato dentro di loro un fuoco, un’energia strana, un mood.

   La modernità li spalma ovunque sul pianeta (effetto globalizzazione della povertà): a Roma vivacchiano anche sul Gra con una dignità e una quiete interiore che stupirebbe il manager di successo, il tycoon, l’operatore in Borsa, il docente univesitario, il politico da intrallazzo. Rosi è stato abile nel cogliere i loro sorrisi naif, gli sguardi sinceri, puliti, la compostezza dei modi, l’eloquio senza eccessi né volgarità. Da oggi in poi ci fermeremo ad ascoltarli qualche minuto interrompendo le nostre giornate frenetiche. Abbiamo molto da imparare.

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Venezia, si elegge Miss Motors International

VENEZIA - Lì dove un tempo c’era un attivissimo mulino oggi c’è un moderno capolavoro veneziano, l’Hilton Molino Stucky di Venezia.

E’ qui che sabato sera sarà proclamata la vincitrice dell’edizione 2013 di Miss Motors International, il concorso di bellezza mondiale che lega il fascino delle donne e la grinta dei motori al tema della sicurezza stradale, organizzato dalla “Royal Events” e dalla “Working Up” di Bruno Dalto.

All’evento, organizzato in occasione della chiusura della 70esima Mostra internazionale d’arte cinematografica, saranno presenti alcuni attori che hanno calcato il red carpet.

Ospite in consolle, invece, sarà il dj ufficiale della Mostra del cinema, il salentino (di Gallipoli, Lecce, nella foto) Francesco Trizza, che ha curato le selezioni musicali per i party privati più esclusivi: da Madonna a James Franco, da Caroline di Monaco a Claudia Cardinale e tanti altri.


Durante la serata sarà proclamata l’Ambasciatrice mondiale della sicurezza stradale: al Gold Party parteciperanno le prime dieci classificate del concorso di bellezza.

In cinquanta sono arrivate in Italia già da lunedì scorso e nei giorni successivi hanno visitato Piazza San Marco a Venezia e Lido di Jesolo, nei pressi del quartier generale.

Un tour itinerante che ha consentito alle miss di visitare a San Giorgio della Richinvelda le Cantine Ronco Margherita, dove hanno potuto degustare il vino italiano.

La finale di Miss Motors International sarà presentata stasera alle ore 21 a “Casa Paloma” dalla modella lettone Katerina Fedosejeva, vincitrice dell'edizione 2011 del concorso.


Sempre stasera, alle ore 19, si terrà il meeting Ducati Dark Club Italia in piazza Venezia a Lido di Jesolo. Il tour di Miss Motors International è ripreso da due troupe televisive, italiana ed estera, che cureranno gli speciali trasmessi nel circuito delle tv private italiane e straniere: per l'Italia i servizi saranno realizzati da Alfonso Zambrano e Vanessa Parisi, miss Motors Italy Elegance 2012, mentre per l'estero da Katerina Fedosejeva.

La finale mondiale sarà trasmessa in diretta su ginandjuiceradio.com, sito sul quale si eleggerà miss Motors International Web.
Le concorrenti saranno anche le protagoniste del calendario 2014 di Miss Motors International dedicato alla sicurezza stradale: gli scatti saranno realizzati da Fabio Berg.

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venerdì, settembre 06, 2013

Chi ha paura dell’aliena Scarlett?

Dal nostro inviato Francesco Greco
VENEZIA – Mantide religiosa, amazzone, “femen” in carriera: ecco gli archetipi che reggono la donna “liberata” del XXI secolo. Ora è anche un’aliena che arriva da pianeti sconosciuti per rimodulare il suo ruolo di domani nel mondo e rapportarsi all’uomo che intanto è rimasto frastornato dal suo protagonismo storico e dialettico che Henry Carthier-Bresson (maestro del fotografo canadese che ci ha scelti come soggetto) ha fotografato e storicizzato con i suoi clic.

   Tratto dal romanzo omonimo di Michel Fabler, “Under the skin” (Sotto la pelle), di Jonathan Glazer, si regge sul carisma della protagonista, la bellissima Scarlett Jhoansson, attrice-cult (dopo “Match Point” di Woody Allen). Accolto con freddezza, potrebbe essere la sorpresa di questa edizione della Mostra, grazie appunto all’interpretazione di Scarlett, bionda diva 29enne (sul red-carpet, abito Versace, collier Bulgari, in conferenza–stampa più casual) a cui il regista ha ficcato una parrucca scura per renderla, chissà perché, più credibile.

   Non è un film di genere, nel senso che lo stesso regista ha difficoltà a catalogarlo: fantascienza? giallo? horror? psicologico? Questa assenza di password nuoce alla percezione dello spettatore. Di sicuro c’è l’innovazione tecnica: Glazer ha sparso telecamere ovunque in una cittadina scozzese dove arriva, da universi misteriosi, la protagonista a caccia di uomini da dominare, da relativizzare, se vogliamo da ridicolizzare dimostrando la loro inadeguatezza esistenziale e sessuale. L’uomo usa e getta che una volta posseduto, spremuto finisce sciolto in un blob disgustoso. Una specie di gatta sul tetto che scotta che vaga per la Scozia con un pulmino puntando uomini in fondo intimamente disprezzati.
   Le premesse estetiche c’erano (forse anche nel romanzo): la donna che intende riscrivere il confronto con il maschio dopo le asprezze dei conflitti alla “io sono mia”. Purtroppo tutto resta nelle intenzioni, è sviluppato male, in modo confuso.
   “Ho guardato il mondo attraverso lo sguardo di un’aliena – si giustifica Glazer – dando forma a una storia come la sente lei dentro di sé”. L’attrice difende, d’ufficio, il regista e il film: “E’ stata come una terapia: scopro la mia identità piano piano… Ero credo la sola ad aver letto la sceneggiatura”. Cara Scarlett, la prossima volta fatti dire di che storia si tratta al primo ciak, eviterai di vagare per un’ora e mezzo come un’aliena che ne combina d’ogni sorta, in attesa di tornare nel suo mondo fra le stelle…  

   L’uomo è quello che è, femminicidi e stragi inclusi, ma se la donna gli parlasse relazionandosi diversamente, invece di ribaltare il format che egli usa (la donna oggetto), sarebbe già un buon modo di ripartire.

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"Mmelato forever", emozionante tribute all'attrice

di Nicolò Montesano. VENEZIA - Raffinata ed elegante presentazione del testo "MMelato forever" il 3 settembre alle ore 16,30 nello Spazio della Regione del Veneto, settimo evento veneziano realizzato dal Centro Studi di Psicologia dell'Arte e Psicoterapie Espressive con la consulenza artistica di Manuel Laghi, Art Dealer che nella vita è stato anche produttore cinematografico, con la collaborazione di AGIScuola, CONSCom, GSA, Verdissime.com, testo a cura di Paola Dei per Edizioni Falsopiano (Alessandria), copertina di Fabio Mazzieri, prefazione di N. Borrelli, contributi di Pupi Avati, la partecipazione di Salvatore Ferragamo, Mauro Marrucci e Giulio Manfredi, Oriella Dorella, Massimo Ghini, Giancarlo Giannini, Massimo Ranieri, Franca Valeri, Lina Wertmuller e AGIScuola, Massimiliano Cocozza, Roberto Iacomucci, Maurizio Porro, Callisto Cosulich, Paolo Rausa, Manuel Laghi, Graziella Arazzi, Maurizio Lozzi, Adriana Migliorini, Alessia Chielli, Cristina Bruscoli, Ivo Fasiori, opere, disegni, foto di: Massimo Barbaglia, Anna Camerlengo, Paola Crema, Paola Dei, Irene Guarducci, Emanuela La Marca, Sergio Manni, Toty Ruggieri, Fabio Mazzieri, Antonio Sodo. Poesie di Alda Merini, Sponsor: Salvatore Ferragamo, Unicoop Senese- Centro Italia.

Hanno preso parte alcuni autori e collaboratori fra cui il regista Massimiliano Cocozza, vincitore per due volte del Premio Ilaria Alpi DOC RAI che nel 2013 si è aggiudicato il meritato riconoscimento con una pellicola dedicata ai tumori dal titolo: "Come un palloncino" e che è stata presentata a Venezia Lido lo stesso giorno. Accanto a lui Roberto Iacomucci, musicista di fama internazionale.

Per l'Associazione Mariangela Melato è intervenuta Giovanna Guida, per anni collaboratrice della grande attrice e attualmente aiuto regista di Gabriele Lavia che ha ricevuto il Premio istituito da Verdissime,com, libera Associazione costituitasi a Busseto, realizzato dal  designer Giulio Manfredi, un gioiello in oro 18 carati e argento con un un topazio incastonato.
La motivazione è riassunta nel concetto: 35 donne nell'arte ad una donna dell'Arte.
Il Maestro Antonio Sodo (leccese) ha invece donato alla stessa Associazione un busto dell'attrice in terracotta tracciandone i profili per l'eternità ed ha commosso i partecipanti con una accorata e sincera spiegazione sulla realizzazione.
La copertina di Fabio Mazzieri, delicata e deliziosa interpretazione di una simbolica figura di donna, ci accompagna fra le pagine del testo augurando a tutti una buona lettura.


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Gilliam: “Il web? Come il Grande Fratello”

Dal nostro inviato Francesco Greco
VENEZIA – E’ possibile, al tempo di Internet, la piazza virtuale su cui tutti siamo affacciati e che determina la Storia (basti pensare al ruolo del social network nelle primavere arabe), fare un film in cui adombrare il web come una sorta di volgare tirannia? E ci si può spingere fino a transustanziarlo nel Grande Fratello di George Orwell? E si può, magari a livello di provocazione intellettuale, considerare il mouse con cui ci affacciamo su queste piazze metafisiche, citazioni di De Chirico, lo strumento con cui ci omologhiamo, come persone e luoghi, ci livelliamo, diventando dei cloni?
   Il cinema di Terry Gilliam è sempre stato “politico”: dall’opera prima “Brazil” a questa presentata a Venezia, “The zero theorem” interpretata dalla bellissima Mélanie Thierry e girato in Romania perché all’Est costa quattro volte meno e le troupe lavorano anche nel weekend. Una favola amara contro un feticcio della modernità in cui siamo immersi come in una sorta di liquido amniotico: la virtualità. Una storia ben raccontata, grazie anche a una possente sceneggiatura firmata da Pat Rushin.

   In conferenza-stampa il regista ha spiegato com’è nato il film: “La sceneggiatura mi ha intrigato per le idee esistenziali racchiuse in un racconto filosofico (“la vita è come un virus che infetta la perfezione della morte”: una delle frasi più toste colta nel film). E mi sono domandato che cos’è che dà valore alla vita, cosa ci procura gioia. Si può essere soli nel nostro mondo sempre più connesso e ristretto?”.

   La domanda contiene la risposta, ed è il nucleo intimo della storia che Gilliam racconta. Una fine speculazione contro la scienza e la tecnologia, ma anche la comunicazione (lui, da cineasta indipendente, dissacrante, le chiama Corporation) che partendo da un input condiviso, migliorare la qualità e le relazioni della nostra vita, finiscono col limitare le nostre
scelte, castrando il libero arbitrio: il Grande Fratello orwelliano.

   Si potrebbe indovinare una punta di snobismo tutto anglosassone (Gilliam è un americano che vive nel Regno Unito) in tutto ciò (e proprio questa dimensione  potrebbe intrigare la giuria: il film potrebbe uscire vincitore dal Lido). E tuttavia, che le nuove tecnologie telematiche abbiamo modificato la nostra vita, al punto che non le gestiamo più e forse si stanno rivoltando contro è una riflessione come dire solare, quasi una ovvietà. “Il futuro ci ha resi tutti prigionieri”, chiosa il regista bevendo l’aperitivo seduto sotto i gazebo dell’Excelsior mentre guarda le ragazze cinesi fare il bagno a tutte le ore e dal piano-bar arrivano vecchie cover anni ‘60. “Sappiamo tutto oggi ma conosciamo  sempre di meno…”. Un sospetto che ci era venuto, che il regista ci conferma. Il web in sostanza diffonde una subcultura di massa, chiamiamola pure ignoranza trasversale: basti dire che parliamo con meno parole, la nostra affabulazione quotidiana si desertifica.

   “Oggi, chi fa troppe domande è visto male e rischia di perdere il lavoro… Ormai per essere accettati occorre essere simili a un dio…”, aggiunge. La sera è ancora lontana ma un rivolo di gelo ci corre nelle spalle. Arriva la protagonista del film: “Non ho profili Facebook e non sto su Twitter…”, confida dolcemente Mélanie Thierry che ha bellissimi occhi azzurri. Magari sarà il trend dei prossimi anni: fuga dal web, dai social network (soggetto per un altro film). Riflette ancora Gilliam: “Le fedi del passato non funzionano più: oggi la sola fede accettata è la tecnologia e il pc è un’arma ambigua…”.

   A questo punto guardiamo con sospetto il pc su cui stiamo scrivendo questo pezzo vicino a Cà Foscari. Ci distrae dalla tentazione di buttarlo in mare la compilation di lucchetti attaccati al ponte (un asiatico li vende a 5 €). Per oggi è salvo, domani è un altro giorno, si vedrà…

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giovedì, settembre 05, 2013

“L’intrepido” di Amelio tra Voltaire e Chaplin

Dal nostro inviato Francesco Greco
VENEZIA – Delicato, poetico, toccante. Ma anche ben calato nel XXI secolo, nelle sue viscere oscure, nel sottosuolo della modernità. Al tempo di una crisi spaventosa che provoca povertà e precarietà, fa perdere diritti che parevano acquisiti per sempre. Il default sospeso all’orizzonte delle nostre vite, la spending- review che insidia le nostre quotidiane certezze e ci scuote come un vento infido. Mentre, convitato di pietra, la politica, lontana, indifferente, è rapita nell’estasi sudicia dei suoi rituali castali.  
 
Con “L’intrepido” Gianni Amelio, calabrese, si candida prepotentemente a un premio alla 70ma edizione della Mostra del Cinema. Il film è piaciuto alla critica e al pubblico: dieci minuti di applausi. Intriga la sua cifra politica che corre in parallelo con quella lirica, leggera, che corre sottotraccia.
 
Un film bellissimo, di un maestro del cinema. In cui un superbo Antonio Albanese, smessi i panni della satira politica sui vizi degli onorevoli (si fa per dire), veste quelli del precario disoccupato che sbarca la vita inventandosi mille lavori (muratore, spazzino, addetto ai grandi magazzini, ecc.) e che quindi non ha tempo da perdere. Lo chiamano “rimpiazzo”, come chi frequenta uffici di collocamento ben sa. Uno si assenta per malattia o altro e subito c’è da coprire un vuoto in organico.
 
Albanese non si inacidisce pensandosi inadeguato o sprecato. E’ uno di quei personaggi che incontriamo nell’autobus alle ore più strane, che ci siede accanto sulla metro. Silenzioso, dignitoso. E dallo sguardo colmo di luce si direbbe anche felice. O che comunque non incuba alcun tipo di risentimento o di velleitarismo verso il mondo. Magari in cuor suo aspetta tempi migliori. Ma se non verranno non ne farà una malattia.
 
E’ un personaggio modernissimo, sospeso fra l’ingenuità del Candido di Voltaire e la levità dello Charlot di “Tempi moderni” o del “Monello”. La storia raccontata da Amelio offre una chiave d’accesso a chi oggi non si adegua, non si mette in discussione ogni mattina, chi calato in una dimensione d’attesa senza confini, aspetta di fare quello per cui ha studiato e non capisce che bisogna adeguarsi, senza però rinunciare ai propri sogni. E’ il tempo della flessibilità. “E’ un film sulla dignità”, ha detto il regista in conferenza-stampa. Ha fatto eco l’attore pugliese (di Foggia), grato a Gianni Amelio per averlo chiamato: “Mi piaceva raccontare l’oggi in maniera diversa. Il tema vero sono i rapporti, lo sguardo pieno di speranza nel futuro…”. Nonostante tutto, il suo personaggio resta umano, non diviene torvo, cattivo, resiste alla tentazione di rinchiudersi in se stesso, ha lo sguardo aperto e franco, pieno di dolcezza. Non rassegnato, si badi: ma cosciente che la vita è un’avventura bellissima che chiede anche spirito di adattamento. Se verranno tempi migliori – ci dicono Amelio e Albanese - bene, altrimenti l’asprezza del rimpianto non rovinerà i giorni che ci sono toccati in sorte. E quel che più conta, avremo conservato la nostra dignità.
 
Il film contiene una denuncia sottintesa alla pseudocultura dei talent-shows che corrompono migliaia di persone. Meglio, pare dire Amelio, sistemare scatoloni al centro commerciale che morire in attesa di fare gli attori o pigiarsi come tonni al casting del Grande Fratello vivendo di illusioni e attese vane. Condiviso!  

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Sodo conquista Venezia col busto della Melato


Dal nostro inviato Francesco Greco
VENEZIA – E’ stato un “Melato-day” molto intenso, a tratti commuovente. A pochi mesi dalla scomparsa, l’attrice Mariangela Melato, “dea alchemica”, è stata ricordata al Lido di Venezia (negli spazi della Regione Veneto) negli eventi collaterali della 70ma Mostra Internazionale del Cinema che, inaugurata il 28 agosto, andrà avanti sino a domenica.

   All’Excelsior il ricordo della protagonista di tanti film e commedie teatrali di successo si è materializzato per un’ora con una tale corposità che ha fatto venire i brividi. L’input: la presentazione di “Mmelato forever” (Editore Falsopiano, Alessandria), con la prefazione di Nicola Borrelli, curato da Paola Dei (scrittrice, psicologa, psicoterapeuta), una raccolta di post-it di persone di varia formazione e interessi che hanno incrociato la loro vita con quella dell’attrice, da Callisto Cosulich a Giancarlo Giannini, da Massimo Ranieri a Pupi Avati, da Lina Wertmuller a Massimo Ghini, da Franca Valeri a Maurizio Porro, hanno donato un piccolo ricordo, un “come eravamo” appena ieri, una foto inedita, un disegno buttato giù d’impeto, uno scampolo di memoria recuperato dall’inconscio e messo a nuovo e affidato al tempo insonne.

   Davanti ai suoi ammiratori rapiti, come in un sogno, sono così apparsi come per magia i momenti più belli della parabola della Melato, che hanno segnato in profondo il cinema e il teatro italiano. Si è persino materializzata, catturata da un android, la sua voce mentre leggeva una poesia di Alda Merini (“Era, una Medea Moderna”, “Le più belle poesie / si scrivono sopra le pietre (… ) / sei sceso nel limbo / dove aspiri l’assenzio”…), proposta dal regista e autore di reportage per la Rai Massimiliano Cocozza.

   Modulato sul format della memoria, l’evento è scivolato via con leggerezza, e ogni parola, ogni sguardo evocava “La Musa” e la sua presenza si aggirava quieta fra i saloni dell’Excelsior. “La musa sorride / e s’accascia / tu fosti leggiadra / sua veste / danzante /generosa…” (Paola Dei). Commosso il ricordo dell’attrice romana Giovanna Guida (presidente dell’Associazione Mmelato Forever), che l’ha avuta come amica e maestra per ben 15 anni e a cui alla fine è stato assegnato  il premio Verissime.com (un gioiello creato dal designer Giulio Manfredi).

   L’evento è stato impreziosito dal busto della Melato (nella foto di Antonio Verri) realizzato dallo scultore Antonio Sodo, che in un intervento appassionato ha spiegato quale password ha utilizzato per “entrare” in una personalità così complessa e sfaccettata come quella dell’attrice, attraverso vario “studi” (una ventina) e passaggi. “Ogni foto della Melato propone una donna diversa”, ha spiegato l’artista, che alla fine ha catturato l’intimità della sua essenza vagheggiandola in una sconfinata giovinezza. Lo scultore si è commosso quando ha confidato che a un certo punto, durante l’esecuzione del lavoro in terracotta (ora diventerà un bronzo) ha sovrapposto i lineamenti della Melato a quelli della moglie Teresa scomparsa qualche anno fa. Il livello inconscio di ogni opera porta i grandi artisti a realizzare un’opera diversa da quella immaginata.
   Sodo è nato a Lecce (la patria di Vittorio Bodini, Carmelo Bene, Tito Schipa, oltre che del barocco con le sue pietre bruciate scagliate al cielo in tutte le forme). Ha preso confidenza con i materiali nella bottega del padre e del nonno, a loro volta scultori. Dopo il diploma alla Istituto d’Arte di Lecce, ha insegnato “figura” al Liceo Artistico di Busto Arsizio. A rafforzare la sua “vocazione” un corso per l’abilitazione all’insegnamento condotto da Bruno Munari.

   Per 20 anni ha dipinto e scolpito l’uomo alle prese col male in tutti i suoi echi, scannerizzazioni e contaminazioni. Intorno al 2000 la sua arte ha cambiato canoni e Sodo ha preso a speculare su tematiche essenzialmente mistiche, riflettendo su un misticismo insonne e barocco, sulle contraddizioni della Chiesa (“La fabbrica dei Santi” è del 2001), vagheggiando un ritorno alle radici oggi teorizzato da Papa Francesco. Riflessioni che finiranno in un libro, titolo “Il mio Vangelo”, a cui Sodo sta lavorando col giornalista Francesco Greco.

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martedì, settembre 03, 2013

Harry Potter a Venezia, magie a colazione


dal nostro inviato Francesco Greco.
VENEZIA - Povero Daniel! L'essere stato 8 volte "maghetto" lo cristallizza in un'immagine e un ruolo a vita. Anche a 24 anni, quando ti guardi intorno e decidi cosa vuoi fare da grande. Ma lui ha scelto da tempo: il cinema. I fans ti vedono sempre Harry Potter, anche perchè in un transfert proiettano la loro vita in quella del personaggio e dell'attore con cui sono cresciuti, sino a sovrapporli. Quando l'attore e il personaggio diventano icone...

+ Storia di una 'ferita' nel cuore di Venezia di F.Greco

Bagno di folla al Lido (spazio Disaronno, accanto all'Hotel Excelsior) per Daniel Radcliffe, che presenta "Kill Your Darlings", opera prima di John Krokidas (Sezione indipendente delle Giornate degli Autori, in Italia dal 17 ottobre, 200 copie distribuite dalla "Notorius"), si è fatto notare al Sundance Festival. "L'ho scelto anche per il suo senso dell'umorismo", spiega il regista.
 
Storia di iniziazione e formazione culturale e politica di poeti "maledetti", quelli americani della beat generation (Ginsberg, Corso, Kerouac, Burroughs, Ferlinghetti) negli anni in cui studiavano alla Columbia University. Droga, omosessualità, ricerca di un'identità.

Daniel vicino lo stand Maserati, in cui si è tenuto un evento 'top secret'
 
L'attore londinese trova un pubblico di ragazze sotto il sole violento di una Venezia che risuona di mille lingue. Si dimena fra una selva di taccuini e cellulari, sorride, firma autografi in quantità industriale. Radcliffe è accompagnato da mamma e papà: fatto che provoca il delirio delle ammiratrici, che lo immaginano single e con lo sguardo adorante immaginano una qualche magia.
 
Il ragazzo però resta fedele alla sua immagine: albagia all London e divagazione intellettuale: "Amo i bei film e i bei libri", sorride. Si dice appassionato dei versi del poeta John Keats e ammette candidamente che di Allen Ginsberg, il poeta ebreo del New Jersey che interpreta nel film, sapeva poco e niente, appena qualche verso.

L'attore britannico accolto dai fans in visibilio
 
Gli chiediamo del rapporto con i fans, che immaginiamo complicato: sorride rassegnato: "Dura da quando avevo solo 11 anni, col tempo ho imparato a gestirlo senza troppe complicazioni".

Altra domanda: Vivi ancora con i tuoi, che rapporto è? "Meraviglioso!", afferma convinto. E non lo dice perchè la madre se lo coccola con lo sguardo, ma ne è convinto davvero. Lei ricambia tanto affetto filiale: "Siamo contenti per lui". Meno male... Il sole feroce della controra non scoraggia le fans, che restano deluse quando con l'ultima magia Daniel scompare aiutato dalla monumentale guardia del corpo. Si infiltrano nei corridoi, si spingono sino alla spiaggia, ma con una magia Daniel non c'è più...
 
Daniel ostenta sicurezza dinanzi ai flash, ma l'aria da bravo ragazzo e un pò di timidezza gli rimangono perennemente stampate sul viso

Tra una festa improvvisata e l'altra (incontriamo una collega cinese che promuove il cinema di Pechino in Europa e una ragazza leccese, Irene, che organizza eventi, oltre a falangi di aspiranti attrici, scenografi, registi), ieri sera intanto altro evento allo spazio Maserati, tutto top secret: la sicurezza non ne sa nulla, ci può dire solo che ci saranno i coreani, forse l'ambasciatore.

Avranno deciso di comprare l'Excelsior? Un vecchio reporter canadese ci immortala accanto a una fiammante Maserati. Non siamo accreditati, per cui dobbiamo accontentarci... Noblèsse oblige!    
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Storia di una “ferita” nel cuore di Venezia


Dal nostro inviato Francesco Greco.
VENEZIA – Storia di un fallimento. Politico, imprenditoriale. Nel mitico Nord-Est delle partite-Iva. Che screzia un po’ l’immagine di Venezia, calli e campielli sotto gli occhi del mondo tutti i giorni. La città di Casanova, il suo sogno di dominare l’Europa dei Lumi, e le alcove, finito nel carcere dei “Piombi” (sott’acqua). La Serenissima si veste di celluloide, di fiaba, di cinefili “portoghesi”, accreditati da riviste, cartacee e on-line, che conoscono solo loro, eventi a ogni angolo, feste notturne: la ragazza che suona il violino al Ponte di Calatrava opera criticata dell’ex sindaco Cacciari) è sempre quella, come i barboni e i ragazzi che chiedono ai turisti di portare i loro bagagli. Immutata la struggente bellezza di una città sull’acqua, meltin pot di razze.

   Primo impatto al Ponte di Rialto: prezzi immutati. Il vaporetto costa sempre 7€. Con 20€ fai un pranzo completo: lasagna al forno, bistecca con contorno di patatine fritte, acqua, frutta e caffè. I vecchi cinefili ti dicono dove puoi lasciare il bagaglio gratis e un convento di suore dove dormire per pochi €: non è una leggenda metropolitana, un luogo metafisico, lo cerchi e lo trovi davvero zona piazza Roma. Nessuno ci crede ma Venezia non è cara…

   Dopo l’esordio con George Clooney e Sandra Bullock, l’italiana Emma Dante e il Leone d’oro alla carriera al regista William Friedkin (ricordate “L’esorcista”?), ieri il ministro della Cultura il leccese Massimo Bray (che ha rifinanziato i Fus) ha spiegato come uscire dal cinema in crisi e il ministro dell’integrazione Cecile Kyenge ha parlato del cinema che affratella i popoli. Intanto radio-gossip è per la madrina, l’algida Eva Riccobono: è single? No, appaiata. E chi è l’uomo? Si fa le vascate al Lido con un vestito rosa confetto. Ma soprattutto per la dea Monica Bellucci, appena separata da Vincent Cassel e il miliardario russo (immobiliari). A Bari (1991) girò “La riffa” di Francesco Laudadio.

   Ottobre 2007: Monica girava a Lecce “No Te Retourn Pas” (“Non ti voltare”), regia della parigina Marina De Van, contributo dell’Apulia Film Commission, con Sophie Marceau. Il film andò male. Conferenza-stampa di fine riprese: arrivò puntale, salutò tutti noi giornalisti con la vocina. Timida, modesta. Un ragazzo leccese le regalò un mazzo di boccioli rosa. Lei arrossì. La intervistai. Aveva la pelle bianchissima, le mani enormi, ma quel che lasciava senza respiro era lo sguardo profondissimo. Il Comune le regalò un collier, un assessore glielo mise al collo, arrossì ancora: “Lo metterò alla prossima serata di gala…”, sorrise bloccandolo.

   Torniamo al fallimento, una “ferita” profonda, che fa tornare con i piedi per terra anche una maga Circe come Venezia. In laguna, un buco enorme, uno scavo (formattarono un’immensa pineta) dove doveva nascere il nuovissimo Palazzo del Cinema da 2400 posti. Se lo inventarono per contrastare Roma, che col suo festival attentava alla leadership storica (questa corrente è la 70ma edizione). E’ diventato un boomerang, che ne ferisce l’immagine: una storia tutta italiana di sprechi, ritardi, burocrazia acefala, politici cialtroni.

   Nel 1999 misero la prima pietra: il ministro Rutelli, il sindaco Cacciari, il governatore del Veneto Galan. E solo quella è rimasta. Le ruspe scavarono e trovarono amianto, rifiuti velenosi: il costo della bonifica era di 32 milioni di € (“tutti sapevano che lì sotto c’era amianto”, dice l’ambientalista Fabio Cavolo che incontro al Lido). Sinora ne sono stati spesi 43: per un monumento postmoderno al nulla cioraniano. Buono per la Biennale (zona Ponte dei Sospiri). Comune e impresa misero mano alle carte bollate. I politici dissero: ce la faremo per primavera 2011 (per festeggiare 150 anni storia patria). Parole al vento umido che soffia dalla Laguna. Vedendo fallire il megaprogetto, rilanciarono: allora facciamone uno da 700 posti. Che era già una sconfitta, nella città della Serenissima e dei Dogi dove Hemingway corteggiava la ricca dama Adriana Ivancich (“Di là dal fiume tra gli alberi”) e Thomas Mann credette di afferrare la giovinezza facendo innamorare il suo alter ego di Tazio bellissimo ragazzo slavo.      

   Altra follia: cercarono di vendere l’ospedale del Lido per finanziare il Palazzo del Cinema. Come il ragno intrappolato nella sua stessa ragnatela. E infatti, accortisi dell’incartamento, si dissero: e se ristrutturassimo il vecchio Palazzo del Cinema? Poche idee, alla Flaiano, ma belle confuse. Scatto d’orgoglio: per il mega-Palazzo ce la faremo entro il 2009, affermarono con tono tonitruante, come direbbe  Montanelli. Solo che nel frattempo la filosofia italiana era diventata l’asprezza della spending-review. Pare la sceneggiatura di un film di Rosi, commedia agrodolce dell’Italia che cerca di fuoruscire dal berlusconismo. Mentre da un momento all’altro, la sera, hai paura che dalla laguna buia esca il suo fantasma (dell’opera) per una proroga di altri vent’anni…  E non c’è nemmeno un Sordi o un Risi a farci su una commedia di successo. E manco un Tinto Brass a mostrare il lato b dei politici. Venezia, oh cara…
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sabato, agosto 31, 2013

Mostra Venezia, il cartoon di Giovanni Allevi alla mostra del cinema di Venezia in un corto d'animazione


VENEZIA - Dall’ultimo album di successo di Giovanni Allevi, “Sunrise”, prende vita la composizione “Symphony of Life” con un cortometraggio animato dalle atmosfere gotiche e surreali, diretto dal regista Marco Pavone, cartoonist e vignettista, diplomato all’Accademia Disney e disegnatore per Topolino (regista, tra gli altri, di  videoclip di animazione per Daniele Silvestri, Caparezza, Tre Allegri Ragazzi Morti, Subsonica, La Crus, Edoardo Bennato, Luca Carboni, Coolio, Ekow e Snoop Dogg).

Il corto sarà presentato in anteprima assoluta durante la 70esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia il 5 settembre nello spazio della Terrazza Maserati.

Con soggetto e musiche di Giovanni Allevi, “Symphony of life – il cortometraggio” ha per protagonista il doppelganger animato dello stesso compositore in continuo conflitto/amore con la sua ‘Strega Capricciosa’, la Musica.

“Il cortometraggio - afferma Marco Pavone - mette in scena l'eterna rincorsa dell'uomo verso l’ideale di Perfezione. Una rincorsa che a volte presenta delle difficoltà perché spesso questo ideale assume delle sembianze ostili, sembianze che ci fanno dubitare della validità delle nostre scelte. Ma se sapremo riconoscere le nostre vere inclinazioni riusciremo a sentire una gioia profonda”. “Ho usato come metafora della vita il mondo di un artista completo: filosofo, compositore, pianista e direttore d'orchestra; - prosegue il regista - un mondo fatto di note e tasti bianchi e neri, di una intensa sensibilità poetica che lo porta a seguire, con forza e passione, pur attraverso molti ostacoli, la propria strada, ispirato dalla sua “Strega Capricciosa”, la Musica. Tutti possiamo immedesimarci nella sua “rincorsa”, perché ognuno di noi insegue a suo modo il proprio ideale pur senza riuscire mai ad afferrarlo davvero”.


Nicolò Montesano


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