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venerdì, settembre 19, 2014

Sms offensivi, può sussistere il reato di estorsione all’ex che minaccia la moglie chiedendo di rinunciare alla casa

LECCE - Sms offensivi. Può sussistere il reato di estorsione all’ex che minaccia la moglie via sms chiedendo di rinunciare alla casa coniugale. Punito penalmente ex articolo 629 Cp chi usa «la rivendicazione formale» allo scopo di distruggere moralmente e psicologicamente la vittima

È un atteggiamento comune e che si verifica di frequente tra genitori separati o divorziati, ma il comportamento di chi invia messaggi minacciosi sul cellulare del coniuge chiedendo di rinunciare alla casa è considerato reato. È sostanzialmente questo, rileva Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, il principio stabilito dalla Corte di cassazione che, con la sentenza 38559/14, depositata oggi dalla sezione feriale penale. Nel caso in questione la sezione penale della Suprema Corte boccia il ricorso di un imputato, condannato dalla Corte d’appello di Milano a scontare la pena di giustizia per il reato di tentata estorsione e ingiuria ai danni della coniuge, perché con una serie di messaggi inviati al cellulare della donna chiedeva di rinunciare alla casa coniugale. Depositato in Cassazione, il ricorso è respinto dagli “ermellini”.

A nulla rileva il fatto della presunta inutilizzabilità dei messaggi, a giudizio dell’imputato, operata dalla persona offesa e non dalla compagnia telefonica. I giudici di merito hanno, come rileva la Corte suprema, hanno fondato «l’affermazione di responsabilità dell’imputato sulla base delle dichiarazioni della persona offesa, valutandone positivamente l’attendibilità, pur in mancanza di una trascrizione completa di tutti i messaggi in entrata e in uscita dall’utenza della donna, che, ove espletata, avrebbe fornito oggettivo riscontro alle dichiarazioni della donna in ordine agli sms che le erano stati inviati dal marito». 

Ma v’è di più: «il delitto di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alla persona e quello di estorsione si distinguono non per la materialità del fatto, che può essere identica, ma per l’elemento intenzionale che, qualunque sia stata l’intensità e la gravità della violenza o della minaccia, integra la fattispecie estorsiva soltanto quando abbia di mira l’attuazione di una pretesa non tutelabile davanti all’autorità giudiziaria: nel primo, l’agente persegue il conseguimento di un profitto nella convinzione ragionevole, anche se infondata, di esercitare un suo diritto, ovvero di soddisfare personalmente una pretesa che potrebbe formare oggetto di azione giudiziaria; nel secondo, invece, l’agente persegue il conseguimento di un profitto nella consapevolezza della sua ingiustizia».

Nella fattispecie, la Corte territoriale esclude che l’imputato abbia agito nella convinzione in buona fede di avere diritto a quanto richiesto, ma ha utilizzato «la rivendicazione formale allo scopo distruggere moralmente e psicologicamente la vittima, deducendo l’elemento intenzionale dal tenore di uno specifico messaggio e dalla circostanza che egli rimase contumace nel giudizio di divorzio, in tal modo manifestando che il suo unico scopo era terrorizzare la moglie». Non resta che pagare, anche le spese del procedimento.

sabato, novembre 09, 2013

UniCons: disservizi e bollette gonfiate per l'apparecchio Webcube

BARI - UniCons lancia l'allarme per i disservizi, segnalati da numerosi utenti con Webcube, l’apparecchio H3G da inserire in una presa telefonia per navigare in internet senza limiti. Lo rende noto l'associazione in una nota.

Il contratto di abbonamento del gestore 3 per il Webcube - si apprende nella nota - prevede che a fronte di un canone fisso mensile, l’utente possa navigare senza limiti in modalità senza fili. Purtroppo però gli utenti stanno riscontrando che l’apparecchio indirizza verso siti a pagamento, e si trovano loro malgrado, a ricevere fatture “gonfiate” di diverse centinaia di euro.

Un ennesimo tentativo di far pagare agli utenti somme diverse da quelle previste dal contratto, afferma il presidente di UniCons, Avv. Francesco Saverio Del Buono, che invita gli utenti a contestare queste fatture, rivolgendosi all'associazione al numero 3480086073 ed all’indirizzo email uniconspuglia@hotmail.it , per avviare le procedure di storno o di rimborso di queste somme illegittimamente richieste agli utenti.

mercoledì, ottobre 30, 2013

Mediazione: convegno a Bari, "Punti a garantire alle parti già in fase pre-processuale una valutazione tecnica"

BARI - La nuova mediazione civile non è più concepita come un mero tentativo di pace, ma punta a garantire alle parti già in fase pre-processuale una valutazione tecnica e il più possibile giusta della propria posizione giuridica. Se n’è parlato oggi nella sala consiliare della Provincia di Bari in occasione del  convegno “Dove, come e quando Mediare: le novità introdotte dalla L. 98/2013”, promosso dal coordinamento per la Puglia dell’Anpar (Associazione Nazionale per l’Arbitrato e la Conciliazione). Il convegno ha esaminato le novità in tema di Mediazione civile attraverso un confronto tra gli operatori del settore, all’indomani dell’entrata in vigore della L. 98/2013 di conversione e modificazione del Decreto del Fare. Ha ospitato interventi sulle tematiche della reintroduzione della obbligatorietà, della competenza territoriale, dell’incontro di programmazione tra il mediatore e le parti, del nuovo ruolo del Giudice e dei costi e degli aspetti fiscali della procedura. “I cittadini con il ritorno dell’obbligatorietà della mediazione - ha spiegato il presidente dell'Anpar, Giovanni Pecoraro - devono capire l’importanza di questo strumento ed imparare ad utilizzarlo. L’accordo tra le parti non ha più e solo la funzione di trascrivere una soluzione partecipata, condivisa e autodeterminata, ma è garanzia di una valutazione tecnicamente giusta già in fase pre-processuale. Oggi inoltre siamo arrivati al giusto coordinamento tra l’attività svolta dinanzi al mediatore, bravo, serio e competente, e l’attività eventualmente svolta dinanzi al magistrato”. “Con la nuova mediazione – ha aggiunto la coordinatrice Anpar per la Puglia, Marisa Cataldo -  il legislatore ha voluto porre in pratica un nuovo concetto di giustizia, ampliando la direzione della mediazione con l’intento di garantire ai cittadini un concetto più esteso di tutela”. “L’approccio alla nuova disciplina  della mediazione civile e commerciale introdotta con il decreto “del fare”  non può prescindere – ha sostenuto il formatore Anpar, Maurizio Rossi - dalla presa d’atto che il legislatore,con una clamorosa inversione di tendenza, abbia introdotto un rigido criterio di territorialità per la scelta dell’Organismo di Mediazione, sovvertendo il precedente criterio di prevenzione che pure era stato analiticamente spiegato come originaria opzione nella Relazione Illustrativa al DLgs. 28/2010. Altra sostanziale novità è poi rappresentata dall’introduzione dell’incontro di programmazione che rappresenta il vero e proprio snodo dell’iter procedimentale (per il resto ispirato al principio della massima informalità)  messo a disposizione delle parti sia per l’eventuale assolvimento della condizione di procedibilità, sia per l’opzione di gratuità di tale adempimento”. “Chi giudica ha invece a disposizione i mezzi processuali che possono permettergli secondo il giudice onorario del Tribunale di Bari, Domenico Lenoci - di  evitare, se usati con buon senso e “sensibilità”, una sentenza divisiva e di condurre le parti ad una soluzione della controversia. In tale prospettiva il giudice assume così un nuovo ruolo in tema di mediazione endoprocessuale”.  Tra le varie novità introdotte dalla nuova disciplina ci sono anche quelle relative al ruolo dell’avvocato: “Le nuove norme – spiega il consigliere referente per la Mediazione e l’Arbitrato dell’Ordine degli Avvocati di Bari, Giovanni Stefanì  – prescrivono all’avvocato due modi diversi di accostarsi alla mediazione. Da un lato l’avvocato mediatore, ope juris di diritto appunto, dall’altro il dovere per lo steso avvocato di assistere il suo cliente nella mediazione in tutte le controversie per cui la mediazione è prescritta come condizione di procedibilità. Le due condizioni sono distinte, comportano un diverso atteggiarsi della prestazione professionale richiesta all’avvocato, destinate però a incontrarsi ovvero a confrontarsi nell’ambito delle regole deontologiche forensi. L’avvocato mediatore deve essere dotato di una adeguata e specifica competenza in materia di mediazione, con l’obbligo di aggiornarla costantemente”. “Al mediatore quindi – ha chiarito la mediatrice civile, Rosa Digiulio - il legislatore continua a richiedere professionalità, competenza e quindi formazione. Formazione  teorica  e  pratica, ma  soprattutto "tirocinio assistito" quale  momento  di  incontro delle pluralità di competenze”. La nuova formulazione della mediazione è infine “uno strumento utile e opportuno anche  per le imprese, con – ha concluso il presidente della Commissione Arbitrato, Conciliazione e Mediazione dell’Ordine dei Commercialisti e degli Esperti Contabili di Bari, Francesco Ricci -  le previste misure agevolative di carattere fiscale ed il sistema del credito d’imposta”.
Nel convegno sono stati diffusi alcuni dati di rilievo sulle mediazioni presentate all'Organismo dell'Anpar. Dati – è stato spiegato – che parlano di forte crescita e di un quadruplicarsi del numero di mediazioni. Sull'intero territorio nazionale a partire dal 20 Marzo 2011 sono state 5147. In particolare nel periodo di non obbligatorietà (21 Ottobre 2012 - 20 Settembre 2013) il totale delle mediazioni presentate è stato di 1205 (39 in Puglia), con una media mensile di 110. Nel primo periodo di obbligatorietà (20 marzo 2011 - 20 Ottobre 2012) il totale delle mediazioni presentate è stato di 3680 (175 in Puglia), con una media mensile di 193; nel secondo periodo (21 Settembre 2013 - 21 Ottobre 2013) il totale è stato di 262 (13 in Puglia).
L’incontro è stato aperto dall’ex magistrato ed assessore provinciale alla tutela dell’ambiente, Giovanni Barchetti, che ha portato i saluti del presidente della Provincia di Bari, Francesco Schittulli, secondo cui “la mediazione civile è un importante strumento di giustizia sociale che può concretamente contribuire a rendere più snello il sistema giudiziario italiano. Attraverso questo convegno la Provincia di Bari si è fatta promotrice di tale strumento nella consapevolezza che il ripristino della sua obbligatorietà ci mette in linea con l’Europa e consente al nostro Paese un’importante evoluzione civile e culturale”. Il convegno “Dove, come e quando Mediare: le novità introdotte dalla L. 98/2013” è stato promosso dal coordinamento per la Puglia dell’Anpar in collaborazione con il Circolo Ricreativo dell’Amministrazione Provinciale di Bari (Crap) e la Banca del Tempo - I Solidali nel Tempo. All’incontro sono intervenuti anche il presidente del Crap, Corrado Sellini, ed il presidente della Banca, Angelo Bovino. La partecipazione ha garantito crediti formativi agli iscritti all'Ordine degli Avvocati di Bari e all’ordine dei Commercialisti e degli Esperti Contabili di Bari.

Il figlio può ottenere la dichiarazione giudiziale di paternità anche se la madre frequentava più uomini all'epoca del concepimento

BARI - Chi cerca di sfuggire alla propria responsabilità di genitore non sempre riesce nell’intento specie se non si sottopone alla prova che potrebbe esonerarlo da tanto.

Sembra questo, rileva Giovanni D'Agata, fondatore dello “Sportello dei Diritti”, il principio affermato dalla prima sezione civile della Corte di cassazione che, con la sentenza 24361 del 29 ottobre 2013, ha rigettato il ricorso di un presunto padre contro la decisione della Corte d'appello di Ancona che ne aveva confermato la paternità naturale.
Peraltro, non è sufficiente sostenere di aver avuto una frequentazione amorosa senza rapporti sessuali per scampare alla dichiarazione di paternità, soprattutto nel caso in cui il presunto padre si era rifiutato di eseguire l'esame ematologico e anche se la madre, all'epoca del concepimento aveva frequentazioni molti uomini.

La Suprema Corte allineandosi con la Corte del capoluogo delle Marche, ha precisato che «ai fini dell'accertamento della paternità naturale può essere utilizzato ogni mezzo di prova (art. 269 Cc), circostanza da cui correlativamente discende che il giudice del merito può correttamente basare il proprio giudizio in ordine alla fondatezza della richiesta avente a oggetto l'effettiva esistenza di un rapporto di filiazione, anche su risultanze di valore probatorio soltanto indiziario».
Per gli ermellini, infatti, è ingiustificato il rifiuto dell'uomo di sottoporsi all'esame del Dna e, unito all'ammissione di avere avuto solo una “frequentazione amorosa” (anche se, a suo avviso, senza rapporti sessuali) con la madre, avvalora l'erroneità della linea difensiva e conferma la paternità. Ma v’è di più. A nulla rileva la circostanza che il ricorrente affermi che la donna, all'epoca del concepimento, frequentasse anche “altri”.

mercoledì, settembre 18, 2013

Escalation di furti di cellulari, alcuni consigli in caso di furto

BARI - Numeri da capogiro. L’anno scorso risultavano essere circa centoottantamila, una media di quindicimila al mese i telefonini rubati o anche semplicemente smarriti. Basti pensare che la polizia americana ha rilevato una media di 113 cellulari persi o oggetto di furto ogni minuto, per un totale di 162 mila al giorno. Ma nel corso degli ultimi tempi, con l’acuirsi della crisi è stata denunciata una vera e propria escalation di tali furti nel Paese dei telefonini, l’Italia, con una particolare predilezione per smartphone e cellulari d’ultima generazione.

Tra ladri occasionali che, notato un telefonino dimenticato, se ne impossessano quasi ingenuamente, alla criminalità che utilizza i telefonini rubati per essere sempre meno rintracciabili, il fenomeno non conosce sosta nonostante le precauzioni individuate o proposte dalle case produttrici tipo l’applicazione “Trova il mio Iphone” o  il software della Endoacustica Europe che s’installa sul dispositivo e permette di ricevere su un altro smartphone predefinito (chiamato pilota) la posizione GPS dello stesso.
Sono centinaia, infatti, ogni giorno le denunce che arrivano alle forze dell’Ordine per furti di telefoni cellulari anche perché oltre alla perdita del bene materiale deve registrarsi anche l’elevato numero di dati personali contenuti nei dispositivi e che spesso vengono irrimediabilmente persi a seguito del ladrocinio. La perdita di queste informazioni, infatti, potrebbe arrecare danni ben superiori rispetto alla sottrazione stessa del cellulare come numeri di conto corrente, password varie ed entrare nella disponibilità di soggetti quasi mai raccomandabili che gli utilizzano per i loro loschi scopi.

Il sito della Polizia di  Stato fornisce alcuni utili consigli in caso di furto del proprio telefono cellulare che Giovanni D'Agata, fondatore dello “Sportello dei Diritti” ritiene utile meglio specificare di seguito.

La prima cosa da fare è contattare il servizio clienti del proprio gestore al fine di bloccare l'utenza telefonica ed eventualmente chiedere la sostituzione della scheda per mantenere il proprio numero telefonico.

In seguito, bisognerà recarsi presso il più vicino ufficio di Polizia per denunciare l'accaduto, portando con sè un documento di identità valido ed il codice IMEI del telefono cellulare. Il codice IMEI è il numero che contraddistingue un cellulare da un altro. Esso è composto da 15-17 numeri ed inscritto di solito sul telefono (sotto la batteria), sulla scatola del telefono, e di tanto in tanto sulla batteria. Questo codice è disponibile anche digitando “* # 06 #” sulla tastiera del telefono.
Per questo motivo è importante trascrivere e conservare con cura il codice IMEI del proprio telefono riportato sulla confezione di acquisto o comunque indicato nel vano batteria dell'apparecchio stesso.

La denuncia all’autorità giudiziaria è necessaria per l'eventuale restituzione in caso di rinvenimento del cellulare, o per il perseguimento penale di terzi che se ne siano appropriati o lo usino indebitamente.

Una volta sporta la denuncia è utile comunicare il codice IMEI al proprio operatore, che attraverso il suo database lo disattiverà presso tutti gli altri operatori italiani (il cellulare non sarebbe più utilizzabile in qualsiasi modo).
A riferirlo in una nota lo 'Sportello dei Diritti'.

venerdì, settembre 06, 2013

Redditometro: "Nessuna norma stabilisce la retrodatazione degli scostamenti ad annualità prescritte"

LECCE - L'applicazione del nuovo e temuto redditometro sta creando, com’era prevedibile, non pochi problemi applicativi. Ecco perché Giovanni D’Agata presidente e fondatore dello “Sportello dei Diritti” suggerisce la lettura dell’articolo scritto a due mani dai due tributaristi avvocati Maurizio Villani e Francesca Giorgia Romana Sannicandro di seguito riportato e pubblicato in anteprima sul sito www.sportellodeidiritti.org, in particolare circa la carenza di connessione tra vecchia disciplina e nuova, specie per ciò che concerne gli scostamenti con le annualità prescritte. In particolare, è possibile verificare che in assenza di una norma transitoria, per l’anno 2008 gli uffici fiscali non possono notificare gli accertamenti in base alla vecchia normativa, in quanto l’anno 2007 risulta essere prescritto (salvo l’omessa dichiarazione).

Lecce, 06 settembre 2013
Giovanni D'Agata


Non era difficile immaginare che le problematiche sottese al redditometro si moltiplicassero alla luce delle nuove disposizioni che non sono mai state connesse con la vecchia disciplina, ancora applicabile  per le annualità ante 2009.
La vecchia formulazione dell’art. 38 del D.P.R. n. 600/73 (ovvero quella in vigore fino al periodo 2008), prevedeva che:
“L'ufficio, indipendentemente dalle disposizioni recate dai commi precedenti e dell'articolo 39, può, in base ad elementi e circostanze di fatto certi, determinare sinteticamente il reddito complessivo netto del contribuente in relazione al contenuto induttivo di tali elementi e circostanze quando il reddito complessivo netto accertabile si discosta per almeno un quarto da quello dichiarato. A tal fine, con decreto del Ministro delle finanze, da pubblicare nella Gazzetta Ufficiale, sono stabilite le modalità in base alle quali l'ufficio può determinare induttivamente il reddito o il maggior reddito in relazione ad elementi indicativi di capacità contributiva individuati con lo stesso decreto, quando il reddito dichiarato non risulta congruo rispetto ai predetti elementi per due o più periodi di imposta.”.
Il D.L. 31.05.2010, n. 78, art. 22, conv. con modif. con L. 30.07.2010, n. 122,  ha modificato la citata norma ai commi 4,5,6,7 ed 8; infatti la nuova formulazione della norma prevede che:
“L'ufficio, indipendentemente dalle disposizioni recate dai commi precedenti e dall'articolo 39, può sempre determinare sinteticamente il reddito complessivo del contribuente sulla base delle spese di qualsiasi genere sostenute nel corso del periodo d'imposta, salva la prova che il relativo finanziamento è avvenuto con redditi diversi da quelli posseduti nello stesso periodo d'imposta, o con redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte a titolo di imposta o, comunque, legalmente esclusi dalla formazione della base imponibile.
La determinazione sintetica può essere altresì fondata sul contenuto induttivo di elementi indicativi di capacità contributiva individuato mediante l'analisi di campioni significativi di contribuenti, differenziati anche in funzione del nucleo familiare e dell'area territoriale di appartenenza, con decreto del Ministero dell'Economia e delle Finanze da pubblicare nella Gazzetta Ufficiale con periodicità biennale. In tale caso è fatta salva per il contribuente la prova contraria di cui al quarto comma.
La determinazione sintetica del reddito complessivo di cui ai precedenti commi è ammessa a condizione che il reddito complessivo accertabile ecceda di almeno un quinto quello dichiarato.”
Dette modifiche entrano in vigore per gli accertamenti relativi ai redditi per i quali il termine di dichiarazione non è ancora scaduto alla data di entrata in vigore del D.L. 78/2010 (cioè per le annualità dal 2009 in poi). Vi è,  pertanto,  un periodo di necessaria coesistenza delle due discipline. Dal 2005, (annualità in scadenza ai fini accertativi, salvi i casi di raddoppio dei termini e l’ipotesi dell’aumento di un anno in caso di omessa dichiarazione, al 31/12/2010) al 2008 compreso troverà applicazione l`articolo 38 del D.P.R. 600/73 nella versione precedente, dal 2009 in poi invece il redditometro e l’accertamento sintetico verranno disciplinati sulla base delle nuove disposizioni.
Fatta questa necessaria premessa, si vuol prendere spunto dall’articolo riportato sul quotidiano “Il sole24ore” del 03.09.2013, a firma di Dario Deotto, per formulare alcune osservazioni ed eccepire il grossolano errore in cui si incorrerebbe prendendo per effettivo quanto in esso riportato.
Infatti, risulta evidente che, a seconda delle annualità che saranno oggetto di accertamento da parte dell’amministrazione, ci troveremo a dover seguire una diversa disciplina sia in termini di calcolo che in termini di vero e proprio funzionamento dello strumento.
Il problema sollevato nell’articolo in questione riguarda la ricostruzione induttiva del reddito relativamente agli anni d’imposta 2007 – 2008, anni che seguono la vecchia disciplina, sia in termini di calcolo dello scostamento (pari al 25%) sia in relazione alla tempistica che segue questo scostamento (nella vecchia formulazione la norma dice: “quando il reddito dichiarato non risulta congruo rispetto ai predetti elementi per due o più periodi di imposta”).
E’ importante subito chiarire che, per quanto riguarda il 2007, il periodo a disposizione dell'Amministrazione finanziaria per effettuare un accertamento sulle dichiarazioni presentate si è prescritto nel 2012, mentre per quanto riguarda il 2008 potranno ancora essere esperiti gli accertamenti fino al 31.12.2013.
Quello che lascia perplessi è che nella nota divulgata dal Sole 24 Ore, non si tenga conto del dettato normativo, ovvero della consecutività prevista dalla norma di cui all’art. 38, così come formulata ante 2010;  infatti, nell’articolo si paventa l’idea di un legittimo accertamento relativo all’anno 2008, sulla base di presupposti presenti in una dichiarazione presentata nel 2007, anno orami prescritto ai fini dell’accertamento e, pertanto, non più sindacabile fiscalmente.
Questo per tre ordini di motivi:
1.         La consecutività richiesta ai fini dell’accertamento effettuato con la vecchia disciplina, prevede, nel caso de quo, il verificarsi, per due o più annualità, di uno scostamento; nel caso di specie ci si riferisce  al 2007, che ormai fiscalmente è chiuso;
2.         In mancanza di tale consecutività e con riferimento alla vecchia disciplina (applicabile esclusivamente fino al 2008), non vi possono essere accertamenti induttivi il cui presupposto riguardi uno scostamento di un solo anno d’imposta ( perché di questo si tratterebbe, visto che soltanto al 2008 è applicabile la vecchia disciplina);
3.         Non da ultimo, non vi è nessuna norma che disciplini il raccordo tra la vecchia e la nuova disciplina, anzi, la circolare 24/E del 31 luglio 2013, ribadisce e scandisce il momento applicativo della nuova formulazione del redditometro: “ai fini dell’applicazione delle nuove regole è sufficiente uno scostamento più ridotto rispetto a quello previsto dalla disciplina applicabile fino agli accertamenti relativi alle annualità precedenti al 2009 (pari al 25%); è, inoltre, sufficiente lo scostamento per un solo periodo d’imposta e non più biennale”.
Risulta, pertanto, oltremodo temerario, da parte dell’autore, dare una interpretazione di questo tenore – in termini di contenuti e di assenza di riferimenti normativi – in relazione alla “non congruità retrodatata”, perché non può essere effettuato un accertamento sulla base di un presupposto  relativo ad un anno d’imposta fiscalmente prescritto e che, per di più, non preveda la possibilità per il contribuente di potersi difendere, come previsto dalla normativa.
Infatti, soprattutto nei casi degli accertamenti da redditometro (e lo vediamo con l’introduzione del contraddittorio obbligatorio nella nuova formulazione), il contribuente deve essere sempre messo nella condizione di poter dimostrare la provenienza dei redditi presuntivamente accertati; se l’accertamento sull’anno 2008, si basasse (come scritto nell’articolo in questione) sui presupposti di un annualità prescritta, vi sarebbe una grave lesione del diritto di difesa del contribuente, che non potrebbe usufruire dell’unico potere che ha a disposizione in un sistema impositivo ormai continuamente invasivo e anticostituzionale.
Per completezza, si fa presente che, l’unico caso in cui, il presupposto potrebbe allinearsi con la vecchia disciplina, e quindi nel caso del 2008 risulterebbe accertabile induttivamente unitamente al 2007, riguarda il solo caso di omessa presentazione della dichiarazione, diversamente non sarà esperibile il redditometro sulla base di una normativa che non ha mai espresso nulla in relazione al passaggio tra vecchia e nuova disciplina.
Al fine di non creare ulteriori questioni di incostituzionalità, è importante ribadire che la non congruità per il 2007, in quanto anno prescritto, non potrà e non dovrà consentire l’accertamento anche per il 2008, perché nessuna norma lo prevede e perché sarebbe grossolanamente leso il diritto di difesa del contribuente costituzionalmente garantito.

Avv. Maurizio Villani      Avv. Francesca Giorgia Romana Sannicandro

giovedì, settembre 05, 2013

Multe scontate del 30% a chi paga entro 5 giorni: lo Sportello dei Diritti segnala il vademecum del Ministero degli Interni

BARI - Il Decreto del Fare, com'è ormai noto ai più, ha introdotto dopo le modifiche apportate all’articolo 202 del Codice della Strada, convertito dalla legge 98/2013, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale 194/13, la facoltà della possibilità del pagamento in misura ridotta del 30 % delle sanzioni pecuniarie. Ovviamente il termine decorre dal giorno dopo la contestazione se immediata, o da quello della notificazione del verbale in caso di differimento della stessa.É però una circolare del Ministero degli Interni ad illustrare alcuni punti ancora non completamente chiariti. Insomma, una sorta di vademecum per agenti accertatori e enti, ma che per Giovanni D’Agata presidente e fondatore dello “Sportello dei Diritti” offre importanti spunti anche agli automobilisti ed utenti della strada ai fini di una maggiore conoscenza di come comportarsi in caso di verbale, oltreché per contestare le multe che non presentano i requisiti indicati.Come ripetuto, la modifica al codice consente al trasgressore e all’obbligato in solido il pagamento della sanzione amministrativa pecuniaria in misura ridotta di circa un terzo se il versamento risulta effettuato entro cinque giorni dalla contestazione o dalla notificazione del verbale, invece che nei canonici sessanta giorni. L'agente accertatore ha l'obbligo di avvertire il trasgressore in sede di contestazione e comunque informare gli interessati, compreso l’obbligato in solido, tramite il verbale notificato in caso di impossibilità di contestazione immediata.Al momento della riscossione della somma nella misura del 30 %, sottolinea il Ministero, l’operatore dell’ufficio verbali deve controllare la presenza dei dati della contestazione nel sistema informatico della sezione della Polizia stradale, in base alla copia dell’atto esibito dal cittadino, e poi procedere alla verifica del rispetto del termine di cinque giorni dalla contestazione o, se più favorevole, dalla notificazione del verbale. Il termine, ricorda la circolare, decorre dal giorno successivo la contestazione su strada: per il verbale redatto il giorno 21 del mese, ad esempio, il termine utile di pagamento è il giorno 26. E se tale termine cade in un giorno festivo slitta a quello feriale successivo. In caso di pagamento su strada, inoltre, gli agenti non possono servirsi del Pos: solo contanti, quindi. Si ricorda, inoltre, che la riduzione non si applica alle violazioni per le quali è prevista per la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida o della confisca del veicolo e per le infrazioni ove non è ammesso il pagamento in misura ridotta, oltre che per quelle sì connesse alla circolazione stradale, ma la cui disciplina non è riferita al codice della strada, salvo che nelle relative norme non vi sia un rinvio ad hoc al Cds. A riferirlo in una nota lo 'Sportello dei Diritti'.

mercoledì, settembre 04, 2013

Street Control: nulle le multe dei divieti di sosta con le sole riprese televisive

LECCE - Dopo i trionfalistici proclami della Polizia Municipale di Lecce che annunciavano al mondo intero l’imminente utilizzo della Police Cam o Street Control che dir si voglia, come se fosse l’assoluta novità in tema di strumenti tecnologici per la rilevazione elettronica delle infrazioni, in particolare le vetture in divieto di sosta o in doppia fila, abbiamo atteso che venisse messa all’opera per verificare le prime lamentele dei cittadini anche per poter prendere atto se eventualmente un po’ di tolleranza in casi particolari venisse attuata anche in ragione della normativa sulla contestazione delle infrazioni che richiede, comunque, l’obbligo dell’immediatezza. Ma ancora una volta siamo costretti a smentirci dopo che alcuni cittadini hanno segnalato allo “Sportello dei Diritti” la scena di anziani e ammalati che venivano accompagnati dentro i laboratori di analisi dai familiari costretti a lasciare l’auto in doppia fila a causa dell’assenza di posti liberi per il parcheggio, mentre implacabile passava l’autovettura della Municipale con l’apparecchio sul cruscotto intento ad accertare ogni infrazione gli capitasse a tiro e i vigili, ovviamente, in auto.

Ed allora, Giovanni D’Agata presidente e fondatore dello “Sportello dei Diritti” ricorda che il maggio dello scorso hanno il Ministero aveva bocciato questo sistema di accertamento delle infrazioni, tanto che a questo punto, anche alla luce delle segnalazioni ricevute, pare si abbia avuta la conferma che non si tratti di un modo per tutelare la città da automobilisti indisciplinati, ma del solito e odioso sistema per “far cassa” a danno dei cittadini e gli agenti della Polizia Municipale quali semplici certificatori delle multe rilevate dall’apparecchio.

Per giustificare la mancata contestazione immediata dei divieti di sosta, occorre che la pattuglia dei vigili urbani verifichi personalmente anche la mancanza del trasgressore e del proprietario del veicolo in prossimità del mezzo. Lo strumento in questione era nato per ovviare a tale lacuna. La pattuglia della polizia municipale viene infatti dotata di una telecamera portatile in grado di immortalare i trasgressori con un semplice passaggio in una strada trafficata. In ufficio vengono ricercati i dati dei trasgressori e le multe vengono spedite per posta evidenziando la causa di mancata contestazione contenuta nell'art. 201/1-bis, lett d) del codice della strada, ovvero la mancanza di qualunque persona a bordo del mezzo.
Ma secondo il Ministero dei trasporti questa pratica, molto funzionale per portare un po’ di euro nelle casse comunali, non è rispettosa della norma. Infatti con il parere n. 2291 del 3 maggio 2012 che lo “Sportello dei Diritti” porta nuovamente all’attenzione, il Ministero ha chiarito mettendole al bando che le sole riprese televisive per accertare i divieti di sosta non bastano.

Il codice stradale infatti ammette la notifica postale anche del semplice verbale per divieto di sosta, ma solo in assenza del trasgressore e del proprietario del veicolo. Questa condizione non è verificabile da una semplice registrazione video. In pratica solo la presenza degli agenti sul posto permette di accertare se effettivamente il veicolo sia senza conducente o senza intestatario della carta di circolazione. Da ora non bastano le sole telecamere per accertare le violazioni della sosta in modalità seriale. Da ora in poi gli operatori della polizia municipale saranno obbligati a verificare, veicolo per veicolo, l'assenza del trasgressore, anche per evitare che vengano sanzionati cittadini nei casi come quelli segnalatici. Lo riporta in una nota lo 'Sportello dei Diritti'.

martedì, settembre 03, 2013

Diritto: Facebook é un occhio del mondo assolutamente indiscreto che inchioda l'ex

BARI - É proprio vero che Facebook é un occhio del mondo, assolutamente indiscreto, sulle nostre vite e le decisioni giurisprudenziali che hanno a che fare con il social network ormai si susseguono una dopo l'altra, tanto da farlo divenire addirittura uno strumento micidiale per procurarsi delle prove. Questa volta, Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, sottolinea come valga la pena segnalare un decreto pubblicato dalla prima sezione civile del tribunale di Santa Maria Capua Vetere in materia di separazione ma che é oltremodo interessante per come viene motivata la parte in cui ritiene utilizzabili anche in un giudizio i contenuti pubblicati sul social network Una donna, infatti, é stata letteralmente inchiodata in tribunale dall'ex marito che ha dimostrato come la stessa, dopo la separazione si sia legata ad un professionista, tanto che sul suo profilo risulta chiaro e senza alcun filtro per la privacy: «Impegnata con N.B.».

Ove la N. sta per “Nino”, diminutivo di Gaetano, per l'appunto il professionista. E le immagini pubblicate sono altrettanto inequivocabili e poiché postate sul social network risultano alla mercé di tutti gli altri utenti diventano pubbliche e utilizzabili in giudizio. Quindi, anche dall’ex che non ha difficoltà a produrle in tribunale così evitando la modifica delle condizioni di separazione, nonostante il fatto che la donna sia stata nel frattempo licenziata dal posto di lavoro. La relazione con il professionista, infatti, le consente un tenore di vita corrispondente se non superiore a quello goduto in costanza di matrimonio.  Nel caso di specie, il Tribunale campano ha respinto il ricorso della signora, nonostante la stessa abbia perso il posto dopo tredici anni di servizio. Intanto, non risulta provato dalla donna che da quando é stata licenziata si sia data da fare per trovare un nuovo lavoro. Ma é proprio Facebook ad inchiodare la ex moglie.

Rileva il collegio che le fotografie e quindi i documenti postati sul social network possono essere acquisibili ed utilizzabili: "é noto, infatti, che il social network "Facebook", si caratterizza, tra l'altro, per il fatto che ciascuno degli iscritti, nel registrarsi, crea una propria pagina nella quale può inserire una serie di informazioni di carattere personale e professionale e può pubblicare, tra l'altro, immagini, filmati ed altri contenuti multimediali; sebbene l'accesso a questi contenuti sia limitato secondo le impostazioni della privacy scelte dal singolo utente, deve ritenersi che le informazioni e le fotografie che vengono pubblicate sul proprio profilo non siano assistite dalla segretezza, che al contrario, accompagna quelle contenute nei messaggi scambiati utilizzando il servizio di messaggistica (o di chat) fornito da social network; mentre queste ultime, infatti, possono essere assimilate a forme di corrispondenza privata, e come tali devono ricevere la massima tutela sotto il profilo della divulgazione, quelle pubblicate sul proprio profilo personale , proprio n quanto già di per se destinate ad essere conosciute da soggetti terzi, sebbene rientranti nell'ambito della cerchia delle c.d. "amicizie" del social network, non possono ritenersi assistite da tale protezione, dovendo, al contrario, essere considerate alla stregua di informazioni conoscibili da terzi".

Ma v'é di più motivano i giudici che "nel momento in cui si pubblicano informazioni e foto sulla pagina dedicata al proprio profilo personale, si accetta il rischio che le stesse possano essere portate a conoscenza anche di terze persone non rientranti nell'ambito delle c.d. "amicizie" accettate dall'utente, il che le rende, per il solo fatto della loro pubblicazione, conoscibili da terzi ed utilizzabile anche in sede giudiziaria".Nella fattispecie, come per milioni di persone che hanno deciso di pubblicare la loro vita su Facebook, la signora ha diffuso foto che la riguardano nella propria vita personale ed in particolare la ritraggono con il nuovo compagno in vari momenti dell’anno, anche durante le vacanze.Potere di Facebook, insomma.
A riferirlo in una nota lo 'Sportello dei Diritti'.

lunedì, settembre 02, 2013

Sicurezza stradale: è otto volte più pericoloso andare in bici o piedi che in macchina


BARI - Strade più sicure ma non per tutte le categorie di utenti della strada. A confermarlo é l'interessante Rapporto sulla sicurezza stradale di Allianz, che Giovanni D'Agata, presidente e fondatore dello “Sportello dei Diritti", ritiene utile commentare e portare all'attenzione nell'attività di costante impegno a tutela di chi percorre le strade ed in particolare le categorie più esposte.
Secondo i dati che emergono dalle conclusioni contenute, negli ultimi decenni la circolazione in Italia e negli Stati dell'UE è diventata più sicura: una parabola ascendente in termini di sicurezza che però non riguarda tutti gli utenti della strada. Perché nel Nostro Paese, come in Europa e nel resto del globo la maggior parte delle vittime della strada sono pedoni e ciclisti, con una percentuale superiore al 27% nel Vecchio Continente. L'uso di dispositivi di protezione per i ciclisti, in particolare il casco per chi circola in bicicletta può essere un rimedio efficace per diminuire le vittime della strada come andiamo ripetendo noi dello Sportello dei Diritti da anni.
Per giungere a tali dati e conclusioni l'ultimo Rapporto sulla sicurezza stradale del Centro Tecnologico Allianz (Allianz Zentrum für Technik, AZT) ha preso in considerazione dettagliatamente la categoria degli utenti non motorizzati e non protetti. E dalle statistiche é emerso che pedoni e ciclisti costituiscono un terzo delle vittime di incidenti con conseguenze mortali. Il rischio più sottovalutato secondo lo studio sarebbe quello degli incidenti ciclistici senza il coinvolgimento di terzi, per lo più cadute.
Incroci e piste ciclabili costituiscono i maggiori pericoli per i velocipedisti. L'errore più frequente di questi è l'uso improprio delle strade, come la circolazione contromano nelle vie a senso unico o sulle piste ciclabili. La gravità degli incidenti è maggiore soprattutto al di fuori dei centri abitati. Peraltro, le lesioni al capo di un ciclista in seguito a una collisione con un'auto sono dovute molto più spesso all'impatto col suolo che all'urto con il veicolo.
Inoltre, quasi il 40% dei sinistri che vedono coinvolti ciclisti nell'Area Ue, si verifica in prossimità di un incrocio o nel punto di immissione di una strada. Seguono per pericolosità le piste ciclabili, solo apparentemente più sicure.
Mentre si diffonde sempre più la tendenza a far utilizzare la bicicletta anche ai bambini che in alcune parti d'Europa costituisce la normalità, dal punto di vista della sicurezza, spiega il rapporto, questo mezzo di locomozione è quello meno indicato per andare a scuola. Perché? Sono le statistiche a dircelo: per i più piccoli usare la bici per recarsi nel proprio plesso scolastico è dalle cinque alle sette volte più pericoloso che andare in scuolabus o a piedi.
Negli incidenti ciclistici gravi e mortali, le parti del corpo più spesso colpite sono la testa e il viso. Nei Paesi Bassi, ad esempio, si è constatato che un terzo dei ciclisti gravemente feriti ha riportato lesioni alla testa e al cervello: una percentuale che, per gli incidenti contro un veicolo a motore, aumenta sino ad arrivare al 47%. Il rischio di lesione alla testa raddoppia per i giovani dai 6 ai 16 anni e può anche decuplicare per gli anziani. Ecco perché l'uso del casco anche in bici può veramente salvare la vita o ridurre drasticamente il pericolo di gravi lesioni perché per chi non lo indossa la probabilità di riportare una lesione al cervello è doppia rispetto a coloro che lo portano.
Anche il tema della sicurezza dei pedoni costituisce una dolente nota del Rapporto perché nonostante i miglioramenti degli ultimi decenni, anche i pedoni sono ancora più a rischio rispetto a coloro che circolano in auto. I pericoli principali, in tal senso, non si corrono di notte sulle strade fuori città, ma nelle vie cittadine meta dello shopping tardopomeridiano. In UE il 90% degli incidenti che vedono coinvolti pedoni e veicoli avviene nei centri abitati e le persone maggiormente a rischio sono gli ultra sessantacinquenni. E lo studio della multinazionale delle assicurazioni sfata peraltro la credenza secondo cui gli incidenti subiti da chi si sposta a piedi solo raramente sono dovuti a colpa dei pedoni: infatti, nella gran parte dei casi la responsabilità è da attribuire ai conducenti dei veicoli a motore.
Sul punto il Rapporto sulla sicurezza stradale che prende in considerazione anche i comportamenti irregolari degli utenti non protetti (in particolare lo stato di ebbrezza, l'uso del telefono, il mancato rispetto delle precedenze o la guida in contromano in bicicletta), arriva alla conclusione che in proporzione pedoni e ciclisti sono responsabili degli incidenti in misura minore rispetto agli utenti motorizzati e contano un numero maggiore di vittime.
Un ultimo aspetto di rilevante importanza é se rendere l'uso del casco per i ciclisti obbligatori o meno. I crash test di Allianz in tal senso sono evidenti: l'obbligo del casco è una questione che va ridiscussa. Anche se il Centro Tecnologico Allianz si dichiara propenso a un uso facoltativo del casco, tuttavia in virtù  dei risultati dei test di sicurezza condotti, richiama l'attenzione sulla necessità di discutere nuovamente l'obbligo del casco valutandone l'introduzione come ultima ratio, poiché l'uso del casco costituisce indiscutibilmente un elemento di sicurezza.
Dal 1990 al 2010, il numero di pedoni e ciclisti che hanno perso la vita in un incidente stradale è aumentato a livello mondiale di oltre il 60% (WHO Global Burden of Disease Project). Rispetto ai chilometri percorsi, il rischio di perdere la vita in un incidente stradale è, per un ciclista, otto volte superiore rispetto a quello di un automobilista e nove volte per un pedone.
Lo riferisce in una nota lo 'Sportello dei Diritti'.

sabato, agosto 31, 2013

Sì al danno esistenziale per chi riporta una grave invalidità a causa del sinistro stradale

BARI - Sì al danno esistenziale per chi riporta una grave invalidità a causa del sinistro stradale. Inversione di rotta della Cassazione che conferma il ritorno al vecchio orientamento in tema di danno alla vita di relazione che costituisce una componente del pregiudizio psico-fisico che dev'essere risarcita

Una sentenza di grande portata sancisce una nuova inversione di rotta della Corte di Cassazione in tema di danno alla vita di relazione che sancisce, nei fatti, un ritorno al vecchio orientamento in materia di danno esistenziale. Per la Suprema Corte con la sentenza n. 19963 del 30 agosto 2013 dev'essere risarcita tale voce di danno a causa di una vita di relazione compromessa il grave infortunato a seguito di un sinistro stradale. Nella fattispecie, i giudici della terza sezione civile, hanno accolto il ricorso di un uomo, che in qualità di terzo trasportato a seguito di un brutto incidente stradale aveva riportato una grave invalidità che aveva compromesso in modo irreparabile la sua vita di relazione. Ribaltata cosi la decisione della Corte d'Appello di Venezia, poiché gli ermellini hanno ritenuto più corretto inquadrare questa voce di danno come componente del danno biologico.

La conseguenza più rilevante, al di là della singola decisione che rende giustizia al caso umano, é per Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, la riapertura di nuovi importanti orizzonti in tema di danno esistenziale per una più ampia tutela dei danneggiati a seguito di gravi infortuni. Ma ritornando al caso di specie, la vicenda prende spunto da un grave incidente stradale nel quale l'autista del veicolo affrontando una curva della strada a velocità non moderata, perdeva il controllo del mezzo che si ribaltava più volte finendo contro la banchina stradale. In conseguenza del drammatico sinistro il trasportato subiva gravissime lesioni tanto da riportare un’invalidità totale. Quest'evento ha causato un peggioramento delle condizioni di vita, in soggetto cranioleso, emiplegico e con paresi facciale sinistra, non autosufficiente e che necessita di diuturna assistenza, tale da determinare la integrale ed equa rideterminazione del danno.

«Su tale punto – rilevano i giudici del Palazzaccio - la motivazione appare alla evidenza illogica e insufficiente e lesiva del diritto al risarcimento integrale del danno da perdita della vita di relazione che è una componente del danno biologico ma che appartiene anche alla esplicazione della vita attiva e sociale, che viene a essere totalmente disintegrata».

Tale significativo assunto, che come detto comporta una brusca frenata da parte della più autorevole giurisprudenza che aveva in precedenza limitato i risarcimenti con decisioni che non rendevano giustizia alle vittime di gravi infortuni, spiega Giovanni D'Agata, ci porta a ravvivare e continuare la battaglia dello "Sportello dei Diritti" alla ricerca di una più equa e ampia tutela delle vittime della strada e più in generale di tutti coloro che hanno subito gravi danni, come da anni continuiamo a fare nelle vertenze che sono  sottoposte alla nostra attenzione. Lo riporta in una nota lo 'Sportello dei Diritti'.

Partitella con gli amici e infortuni? Risponde delle lesioni subite dal giocatore il gestore del campo di calcio


BARI - L'infortunio per la partitella con gli amici del fine settimana sarà più tutelato dopo la sentenza 19998 del 30 agosto 2013 della Corte di Cassazione? Di certo rileva Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, dovranno prestare più attenzione il gestore o il proprietario del campo di calcio, i quali sono da ritenersi responsabili del danno subito dal giocatore se non provano l’inesistenza del nesso tra cosa ed evento, anche perché solo il caso fortuito può esentare da ogni responsabilità il custode. Nel caso di specie i giudici della sesta sezione civile hanno rigettato il ricorso del gestore di un campo da gioco avverso la decisione della Corte d’appello di L’Aquila che lo ha ritenuto responsabile per le lesioni subite da un giocatore durante una partita di calcetto.

La Suprema Corte, quindi, conferma la decisione della Corte di merito che ha riconosciuto la responsabilità in base all’evidenza del nesso casuale tra la conformazione della cosa (il palo metallico che sorreggeva la struttura del campo da gioco) e l’evento lesivo. In tal senso, gli ermellini hanno rilevato che la responsabilità per le cose in custodia statuita  dall’art. 2051 del codice civile, ha natura oggettiva e necessita, per la sua configurabilità, del mero rapporto eziologico tra cosa ed evento, tale da prescindere dall’accertamento della pericolosità della cosa stessa e da sussistere in relazione a tutti i danni da essa cagionati, sia per la sua intrinseca natura, sia per l’insorgenza in essa di agenti dannosi, essendo esclusa solo dal caso fortuito, sia pure a condizione dell’intervenuta prova del nesso causale tra queste ultime e il danno, ossia del fatto che l’evento si è prodotto come conseguenza normale della particolare condizione, potenzialmente lesiva, posseduta dalla cosa.

In virtù di tale principio, il proprietario o gestore di un campo di gioco è responsabile degli infortuni occorsi agli utenti, ove non dimostri l'inesistenza del nesso di causalità tra la cosa (il campo) e l’evento (l'infortunio), quale può aversi, in un contesto di rigoroso rispetto di eventuali normative esistenti o comunque di una concreta configurazione della cosa in condizioni tali da non essere in grado di nuocere normalmente ai suoi fruitori, nell’eventualità di accadimenti imprevedibili e ascrivibili al fatto del danneggiato stesso, tra i quali una sua imperizia o imprudenza, o di terzi. Lo riferisce in una nota lo 'Sportello dei Diritti'.

giovedì, agosto 29, 2013

"L'abolizione dell'Imu e la nascita della 'Service Tax' colpisce sempre i più deboli"


BARI - Le associazioni UniCons – Unione tutela dei cittadini e consumatori e l'Unione tutela degli inquilini giudicano negativamente l'abolizione totale dell'IMU sulla prima casa e la nascita della service tax, tributo che entrerà in vigore dal prossimo anno comprendendo vari servizi comunali, quali rifiuti, illuminazione, ed altri ancora, da quest'anno inclusi nella TARES, e tramite la quale i Comuni dovranno incassare anche gli introiti che derivano dall'IMU.

Infatti la nuova imposta colpirà tutti i cittadini indistintamente, siano essi proprietari o meno di immobili, gravando così ancor di più sulle fasce più deboli, cioè coloro che vivono in abitazioni in affitto, cittadini che prima non erano in alcun modo toccati dall'IMU, afferma l'Avv. Francesco Del Buono presidente dell'associazione Unione tutela degli inquilini.

In realtà c'è un doppio inganno: l'IMU cambia semplicemente nome e si fa pagare a tutti, redistribuendo sui ceti meno abbienti il peso di una tassa che potrebbero pagare semplicemente coloro che hanno un reddito alto e sono proprietari di appartamenti.
A riferirlo in una nota congiunta UniCons e Unione tutela dei cittadini e consumatori Unione tutela degli inquilini.

Info: tel 348 0086073 / tel 345 9799863 email: uniconsbari@gmail.com email: unionetuteladeglinquilinibari@gmail.com

mercoledì, agosto 28, 2013

"A un paziente su 100 prescritto il farmaco sbagliato per non dire controindicato": lo dice uno studio svizzero

BARI - Non sempre una medicina aiuta a guarire dalla malattia per cui pensavamo fosse prescritta ed anzi può essere addirittura dannosa. A confermarlo è uno studio commissionato dalla Federazione dei medici svizzeri (FMH) e Santésuisse portato all’attenzione del pubblico italiano da Giovanni D’AGATA, presidente e fondatore dello “Sportello dei Diritti”.
Su 3,13 milioni di Svizzeri, infatti, circa 42’000, pari all'1,3%, hanno fatto uso nel 2010 di medicinali controindicati. Tra gli ultra settantenni la percentuale sale al 4%.
Tra gli oltre 20'000 studi medici gli esperti dell'istituto basilese "Clinical Epidemiology and Biostatistics" hanno rilevato che 457 di essi hanno tendenza a prescrivere ai loro pazienti una combinazione di medicinali definiti inadatti che possono provocare effetti nocivi.
La professione medica è un mestiere difficile, questo è un dato di fatto, ma queste cifre dovrebbero stimolare gli operatori sanitari a fare sempre più attenzione nella prescrizione dei farmaci a tutela dei propri pazienti per evitare conseguenze negative se non addirittura letali. Lo riporta in una nota lo 'Sportello dei Diritti'.

Spionaggio industriale in crescita dell'800%: danni per 50 miliardi solo in Germania

BARI - Un clima da “guerra fredda” spira sul sistema industriale nazionale ed europeo. Sembra, infatti, di essere ritornati agli anni 80, questa volta non per il dominio sul mondo da parte delle due superpotenze dell’epoca, ma per i segreti delle aziende, piccole o grandi che siano e per mettere le mani sui sistemi di produzione e l’originalità dei prodotti attraverso l’acquisizione di dati relativi a brevetti e processi industriali.

Non lo diciamo noi, ma già l'osservatorio nazionale per la sicurezza informatica di Yarix con sede vicino Treviso ha potuto appurare che gli attacchi informatici ad aziende e privati in tutto il mondo sono in continuo aumento ed in molti si stanno attrezzando per proteggersi: tra bonifiche ambientali in azienda, strumenti di videosorveglianza e miglioramenti degli apparati di sicurezza informatici. E   proprio in data odierna il Ministro degli Interni Federale della Germania, Hans-Peter Friedrich, nel corso di una conferenza economica a Berlino ha sottolineato come attraverso lo spionaggio industriale nella sola Germania, secondo stime, l’economia riporterebbe una perdita annuale di circa 50 miliardi di euro.

Inoltre, secondo quanto rilevato dall’Osservatorio veneto per la sicurezza informatica, la sottrazione di informazioni strategiche ai danni delle sole aziende del settore produttivo con sede nel nord-est italiano, nel corso dello scorso anno, è aumentata di oltre l’800%.

Tali attacchi, e questa è un’ipotesi condivisa tra gli esperti del settore, sarebbero permessi dal fatto che molte imprese sono mal equipaggiate contro le intrusioni esterne.

Tra le cause più significative che contribuirebbero alla crescita delle attività di spionaggio industriale vi è la crisi globale ormai permanente nella quale i soggetti economici sono impegnati a sottrarre al concorrente quanto più possibile al fine di incrementare, anche di poco, i propri profitti.
E per fare ciò tutto ogni strumento è utile: dalle microspie impiantate in accessori comuni, software spia installati di nascosto sui cellulari dei concorrenti, videocamere nascoste, attacchi informatici e chi più  ne ha più ne metta.

È noto che lo spionaggio industriale rappresenti un reato che esiste da sempre ma, come detto, proprio a causa della crisi sembra essersi acuito, anche in ragione dell’aumento di numerosi casi di infedeltà del personale interno alle aziende. Il timore di licenziamenti facili o di provvedimenti di mobilità mettono a dura prova anche i dipendenti che, sentendo sottostimate le proprie competenze o in alcuni casi per vendetta nei confronti dell’azienda, utilizzano la possibilità di accedere a dati ed informazioni importanti per poterli rivendere o sfruttarli ai propri scopi. Un'altra ragione nella crescita sta nella relativa facilità con cui possono essere sottratti dati dai sistemi informatici attraverso opere di hackeraggio. In tal senso, le autorità di sicurezza tedesche hanno precisato come la maggior parte degli atti di spionaggio industriale provenga da Russia e Cina.
Se però la Germania, come annunciato dallo stesso ministro tedesco si sta attivando per coadiuvare una strategia di protezione contro gli attacchi di spionaggio insieme a Governo federale e organizzazioni che si occupano di sicurezza entro il 2015, Giovanni D’AGATA, presidente e fondatore dello “Sportello dei Diritti”, rileva come in Italia non ci si stia  preoccupando del problema attraverso un’opera d’intervento sistemico di affiancamento e sostegno delle imprese da parte del governo che potrebbe limitare i danni contro questa  piaga che potrebbe sottrarre le ultime risorse disponibili in termini di idee e know how alle nostre imprese già stremate dalla crisi e dalla concorrenza spietata degli altri paesi.
A riferirlo in una nota lo Sportello dei Diritti.

martedì, agosto 27, 2013

Sassi dal cavalcavia: torna il terrore dei "killer dei cavalcavia " degli anni novanta.


BARI - Come in un thriller ad episodi, ritorna la paura sulle strade. E non si tratta di fatti isolati, ma le cronache sembrano ripercorrere quelle degli anni novanta, quando decine e decine erano stati i casi, molti letali ed eclatanti, di lancio di sassi dai cavalcavia. All’epoca si scoprì che non si trattava solo di stupidi scherzi di bambini, ma del più violento dei “passatempi” di mitomani senza alcuno scrupolo e coscienza. Anche oggi, nel 2013 una serie di fatti documentano che il fenomeno si sta ripresentando da Nord a Sud del Paese, tant’è che di recente il celeberrimo pubblico ministero di Torino, Raffaele Guariniello, ha aperto un’indagine, al momento senza ipotesi di reato né indagati, sulla sicurezza della tangenziale di Torino dopo che il presidente dell'Ativa, società che gestisce il percorso autostradale aveva presentato una denuncia per 36 episodi di lancio di sassi nella tratta di propria competenza. Per comprendere i numeri della recrudescenza di tali comportamenti criminali, è opportuno segnalare uno studio dell'Asaps (Associazione sostenitori amici polizia stradale) che nel corso del 2012 ha contato 54 episodi di lancio di sassi dai cavalcavia della rete viaria nazionale (20 in autostrada e 34 su statali e provinciali) con ben sedici feriti.

Quattro persone sono state arrestate, 42 sono state fermate. Di questi, 33 sono minorenni coinvolti in 16 episodi. Ventisette episodi sono avvenuti al Nord, 13 al centro e 14 nel sud Italia. Giovanni D’AGATA, presidente e fondatore dello “Sportello dei Diritti”, rileva che una delle migliori soluzioni per arginare il fenomeno sono rappresentati dagli apparati di videosorveglianza che dimostrano una forza dissuasiva anche superiore alle recinzioni metalliche poste sui cavalcavia.

Per tali ragioni, prima di esser costretti a prendere atto dell’ennesima tragedia, oltre che colpire nella maniera più dura possibile i colpevoli di fatti così riprovevoli, lo “Sportello dei Diritti”, invita i gestori delle strade ad aumentare gli strumenti di videosorveglianza nei tratti più a rischio e ad innalzare il più possibile le recinzioni specie su quelli relativi ai percorsi meno trafficati ed isolati.

sabato, agosto 24, 2013

Dare della battona ad una escort è reato

Ora anche gli uomini più indisciplinati dovranno stare più attenti ad usare frasi colorite rivolte alle escort. Dare infatti della "battona" a una accompagnatrice é un reato - quello di ingiuria - e se accade in pubblico scattano le aggravanti. E' quanto afferma la Cassazione nelle motivazioni della sentenza con cui alcuni mesi fa ha confermato la condanna di un imprenditore che nell'ottobre 2010 aveva insultato un'accompagnatrice 40enne a una festa in una villa a Roma, all'Olgiata. Lo rende noto l'avvv. Gianluca Arrighi, legale della donna. L'uomo era stato condannato a mille euro di multa dal giudice di pace penale e al risarcimento dei danni in sede civile. "L'espressione 'battona' proferita dall'imputato è lesiva dell'onore della querelante - scrivono i giudici - a nulla rilevando la circostanza, peraltro ammessa dalla stessa persona offesa, dell'effettivo esercizio da parte di quest'ultima del lavoro di escort e accompagnatrice".

Ausiliari degli incidenti e della viabilità: lo “Sportello dei Diritti” chiede stralcio proposta d’innovazione Codice della Strada

BARI - Tra le più importanti novità per il codice della strada, sarebbe stata paventata la possibilità per gli organi stradali di affidare ad ausiliari appositamente abilitati, il rilievo degli incidenti stradali senza feriti e i servizi di viabilità in occasione di sinistri, lavori, depositi, fiere o altre manifestazioni.
Ebbene, Giovanni D’Agata, presidente e fondatore dello “Sportello dei Diritti” ritiene che la proposta sia da stralciare immediatamente perché le mansioni di cui si parla dovrebbero essere sempre affidate a operatori di polizia stradale ancor più preparati e pronti, e non a soggetti improvvisati e non sempre all’altezza della situazione anche perché provvisti di ridotte funzioni di polizia.
In particolare, il momento dei rilievi relativi a sinistri stradali assume una  particolare importanza ai fini della determinazione dell’esatta dinamica e delle precise responsabilità e richiede una preparazione tecnica della quale solo organi veramente competenti sono in possesso.
Ed anzi, sono anni che lo “Sportello dei Diritti” lamenta una generalizzata riduzione della formazione professionale degli agenti di tutte le forze di polizia stradale, che non solo mortificati nelle proprie funzioni ridotte troppo spesso a quelle di semplici redattori di verbali per recuperare risorse per gli enti di appartenenza, a causa dei tagli alla spesa pubblica sono quasi sempre costretti ad autoaggiornarsi su normative quali quelle connesse al codice della strada e alla circolazione stradale che cambiano con altissima frequenza e non sono sempre dotati delle necessarie strumentazioni ai fini dei rilievi tecnici. A riferirlo in una nota lo Sportello dei Diritti.

domenica, agosto 11, 2013

Patenti taroccate facili da acquistare su internet

BARI - Non solo i contrassegni falsi delle assicurazioni Rcauto, che come lo “Sportello dei Diritti", ha più volte segnalato, sono ormai troppo spesso oggetto di "scoperta" da parte delle forze di polizia stradale di tutto il Paese, ora un altro fenomeno ha preso piede agevolato dalla semplicità con cui sarebbe facile acquistare tramite la rete: le patenti false su internet.

Online, infatti, si possono reperire appositi siti, quasi tutti americani dove chi ha bisogno di una patente o un permesso internazionale di guida può agevolmente acquistarlo via internet e ricevere a domicilio a modiche cifre ossia ad un prezzo attorno ai 75 dollari Usa, circa 56 euro. Una propria foto in formato digitale, un pagamento online, un click e via e la patente dopo qualche giorno arriva con il corriere a casa.

Di recente, solo per fare un esempio nella sola zona di Parma sono stati sequestrati tre documenti simili, ma di questi fatti che riguardano in particolare cittadini stranieri fermati dalla polizia stradale  o dalle municipali se ne segnalano un po' in tutta Italia anche perché il passaparola ha fatto presto a diffondersi sia per la semplicità con cui é possibile ottenere questi documenti che per l'offerta a bassissimo costo che ovviamente appare assai allettante a chi ha bisogno della patente ma non é riuscito a prenderla sia per le difficoltà con la lingua italiana che per gli alti costi dei corsi di guida. Ovviamente per tutti scatta il deferimento in Procura per guida senza patente e poco dopo arriva la condanna ad una pesante ammenda, di solito con apposito decreto penale.

Il crescente numero di denunce di questo tipo, fa propendere per definire quello delle patenti taroccate un fenomeno forse più pericoloso dei contrassegni falsificati della Rcauto perché a differenza di quest'ultimo gli automobilisti beccati alla guida potrebbero essere completamente inesperti e non conoscere anche le più elementari regole della circolazione o comunque non essere pronti per la guida in UE.

É ovvio che pur in assenza di numeri certi, spiega Giovanni D'Agata, presidente e fondatore dello “Sportello dei Diritti" solo l'intensificarsi di controlli sulle strade potrà evitare che questi soggetti improvvisati alla guida possano causare danni gravi e vittime, ma é attraverso un'opera di informazione specie fra le comunità degli immigrati anche per il tramite delle associazioni di volontariato, gli uffici stranieri delle questure e le Prefetture che si potrà prevenire il fenomeno comunicando i rischi per sé stessi in termini di conseguenze penali per guida senza patente e possesso di documenti contraffatti e soprattutto per gli altri in merito alla sicurezza stradale.
A riferirlo in una nota lo Sportello dei Diritti.

venerdì, luglio 26, 2013

Mobbing: spetta la reintegra e il danno morale per il lavoratore che reagisce anche violentemente contro il capo che lo mobbizza

BARI - Non solo non può essere licenziato il dipendente che aggredisce il superiore minacciandolo con una sbarra metallica, dopo aver subìto sistematiche e continue vessazioni tali ledere la capacità di autocontrollo, ma dev’essere anche risarcito per il danno morale.
A stabilirlo la sezione lavoro della Corte di Cassazione con la significativa sentenza 18093/13, pubblicata il 25 luglio che, come rileva Giovanni D’Agata presidente e fondatore dello “Sportello dei Diritti”, ha preso in esame il fatto, non raro sui luoghi di lavoro nostrani, del capo che mobbizza il sottoposto mentre l’aggressione del dipendente avviene a seguito di una sistematica condotta di bossing che l’azienda conosce e non impedisce.
Nel caso in questione preso in esame dalla Suprema Corte che ha confermato la sentenza della Corte d’Appello di Torino nella quale erano state decisive le testimonianze dei colleghi del licenziato acquisite in sede penale sulle continue vessazioni alle quali l’incolpato risulta sottoposto dal suo responsabile, tant’è che era stato ritenuto correttamente sproporzionato il provvedimento espulsivo adottato nei confronti del dipendente “incensurato”, che si ispira al principio di buona fede nell’esecuzione del contratto di lavoro. Per di più, quindi, oltre alla reintegra, sul posto va anche dato atto del riconoscimento del danno morale per le violenze subite dal lavoratore per cui l’azienda è responsabile ai sensi dell’art. 2087 del codice civile anche se la sentenza d’appello è stata cassata con rinvio alla stessa corte di merito in diversa composizione per quantificare l’aliunde perceptum del lavoratore che va detratto dal risarcimento.
Se viene accolto come unico motivo di ricorso dell’azienda la questione di quanto percepito dal lavoratore nelle more del giudizio, infatti, per il resto i giudici di legittimità hanno confermato integralmente la sentenza d’appello che aveva ordinato la reintegra e il risarcimento al dipendente per il licenziamento illegittimo oltre che la rifusione del danno morale liquidato in via equitativa. Dev’essere specificato che a causa del mobbing verso il sottoposto, il superiore era stato già condannato in sede penale in entrambi i gradi di giudizio per il reato di maltrattamenti di cui all’articolo 570 del codice penale. È evidente, quindi, il quadro probatorio che era emerso in sede penale a seguito delle testimonianze degli altri dipendenti con il malcapitato licenziato descritto come un elemento preparato e gioviale, tecnicamente preparato ed esperto nel suo lavoro. Ed il capo, forse proprio per tali ragioni, l’aveva preso di mira con continue mortificazioni professionali e umane, oltre offese gratuite. In poche parole il ”boss” aveva reso la vita impossibile al sottoposto che un giorno aveva reagito (per disperazione) brandendo una sbarra. Il licenziamento, quindi, si era rivelato alla stregua di un provvedimento eccessivo e sproporzionato se si fosse tenuto in debito conto i torti subiti dall’incolpato “non potendosi ritenere la reazione avuta …costituisse elemento di per sè idoneo e sufficiente ad inficiare irrimediabilmente il rapporto fiduciario da tempo esistente …Ciò nell’ottica della correttezza e della buona fede alla luce delle quali andava letta ed interpretata la dinamica di un rapporto contrattuale quale quello in esame”.
Non vi sono dubbi,  quindi, neanche per la Suprema Corte che nel caso di specie si possa configurare il mobbing nella condotta del datore di fronte a una persistente persecuzione e emarginazione del dipendente: il prestatore d’opera si ritrova leso nella sua sfera personale e lavorativa. Il tutto in violazione dell’articolo 2087 Cc che impone al datore di garantire la sicurezza sul lavoro. E nessun dubbio che sia lo stesso datore a dover rispondere anche in termini di risarcimento per il bossing posto in essere dal suo dipendente con incarico di responsabilità: a nulla vale il tardivo intervento di pacificazione da parte dell’azienda. Nella fattispecie, non può far finta di niente dato che il lavoratore denuncia il mobbing del capo anche nelle giustificazioni presentate nell’ambito del procedimento disciplinare.
A riferirlo in una nota lo Sportello dei Diritti.