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martedì, aprile 25, 2017

"Salvaguardare il folklore pugliese", l'appello dello studioso Mario Contino

di MARIO CONTINO - La Puglia è una regione molto antica, il cui stesso nome è avvolto nel mistero e nella leggenda ed il cui vasto territorio racchiude tradizioni millenarie degne della più ampia divulgazione possibile. Da diversi anni mi occupo del folklore pugliese, percorrendo la regione da Nord a Sud, visitando castelli, antiche masserie, chiese e cripte, grotte, tutti luoghi che conservano leggende e misteri, dal fantasma di questa o quella dama, ai segni del miracolo del Santo o del Beato di turno.

Non mancano neppure i riferimenti al simbolismo massonico esoterico, alcune volte giusto accennato e celato tra i capitelli del Barocco, altre volte ostentato con fierezza, soprattutto sulle antiche cappelle di alcuni dei cimiteri più antichi della nostra regione Bitonto o Lecce, giusto per citarne due.

Sono stati scritti diversi libri sulla nostra bella regione, sui suoi monumenti, sull'architettura, sulle bellezze naturali e culinarie ma, soprattutto, sul mistero e sul folklore, poichè è da questi che l'intera cultura regionale trae origine, da credenze, leggende, storie che sono proprie della tradizione contadina.

Ho pubblicato molti articoli giornalistici e ne produrrò ancora, descrivendo questi insoliti ma importanti aspetti culturali spesso sottovalutati e sminuiti dalla "reale" ignoranza di molte istituzioni che cercano le ricchezze del territorio calpestando i suoi veri diamanti.

Viviamo in una regione ricchissima, i tanti critici d'arte dovrebbero osservarla nell'insieme e giudicarla come uno dei capolavori artistici più belli del mondo, la cui autrice è addirittura "madre natura", aiutata da un popolo umile ma dai saldi principi morali.

Eppure, chi come me prova a descrivere e divulgare questi aspetti, si ritrova spesso mal giudicato, forse deriso e sicuramente ostacolato da chi, forte di un potere illusorio e subordinato al popolo che di tal potere investe i suoi governanti, si permette di giudicare senza conoscere né i motivi che spingono uno studioso del folklore a richiedere le autorizzazioni necessarie per approfondire una data leggenda, né l'eventuale sfruttamento economico che egli potrebbe ottenere da tali studi.

In altre nazioni, infatti, dal folklore si è creata l'economia alla base della società, divulgando contemporaneamente le bellezze artistiche, architettoniche e letterarie del territorio. Lo studio del folklore, se correttamente intrapreso, è utile soprattutto a salvaguardare beni storico architettonici, grazie all'accrescimento dell'interesse collettivo sugli stessi.

Quello che si propone di fare il portale pugliafolklore.it, del quale sono gestore e che fortunatamente conta migliaia di visite di persone serie, colte, ed interessate. Ho deciso di andare avanti con gli studi personali su tali materie solo a seguito del successo del mio libro "Puglia Misteri & Leggende", che mi ha aperto gli occhi sulla necessita di riavvicinare le persone a queste tematiche, argomenti che fanno parte del nostro vissuto, della vita dei nostri nonni e bisnonni, del nostro DNA.

Nei prossimi mesi saranno organizzati diversi convegni pubblici nei quali saranno discussi proprio questi interessanti argomenti, con serietà ed onestà intellettuale, nei quali spero che coloro che decidano di partecipare siano partecipi e protagonisti, dialogando con il sottoscritto.

In tal modo potremmo tutti riunirci, se pur per minima parte, alle nostre origini, ritrovare noi stessi, apprendere insieme leggende che sono quasi dimenticate e salvaguardarle preservandone le memorie.

Lo studioso del paranormale Mario Contino
Perchè dunque il folklore è così importante? Il termine folclore, o folklore dall'inglese folk (popolo) e lore, (sapere), si riferisce all'insieme della cultura popolare, intesa come (sapere popolare), conoscenze tramandate spesso oralmente e riguardanti usi e costumi, miti e leggende, con riferimento a una determinata area geografica ed una determinata popolazione.

L'origine del termine  viene attribuita allo scrittore inglese William Thoms (1803-1900) che, con lo pseudonimo di Ambrose Merton, pubblicò nel 1846 una lettera sulla rivista letteraria londinese Athenaeum, allo scopo di dimostrare la necessità di un vocabolo che si riferisse a tutti gli studi sulle antiche tradizioni popolari inglesi.

Il termine fu accettato dalla comunità scientifica internazionale dal 1878, per indicare tutte quelle espressioni culturali comunemente denominate "tradizioni popolari".

«Le storie antiche sono, o sembrano, arbitrarie, prive di senso, assurde, eppure a quanto pare si ritrovano in tutto il mondo. Una creazione “fantastica” nata dalla mente in determinato luogo sarebbe unica, non la ritroveremmo identica in un luogo del tutto diverso». (Claude Lévi-Strauss)

Il folklore, in particolare i miti ed i loro intrinsechi significati, furono oggetto di studio del famoso antropologo Claude Lévi-Strauss, da cui la citazione sopra riportata. In particolare nella sua opera “Mito e significato”, l'antropologo francese non considera i miti esclusivamente come“elementi primitivi”, un prodotto della superstizione, egli ci vede qualcosa di estremamente più importante.

A mio modesto parere, lo studio delle antiche tradizioni, conservate dalla saggezza popolare e tramandate in differenti modi e con differenti linguaggi, rappresenta un tesoro inestimabile.

Quante popolazioni hanno camminato sul suolo che oggi chiamo Puglia?
Quanti racconti, questi uomini, hanno narrato ai loro figli?
Quali speranze avevano per il futuro?
Quali erano le loro aspettative per la razza umana?
Come intendevano rapportarsi con la natura?
Queste ed altre domande, tantissime altre, sono proprio la base sulla quale oggi si erge il folklore, facente riferimento proprio a tentativi di dar risposta a tali quesiti.
Cosa ci insegna il folklore?

A quanti riescono a percepire il suo mistero al di la del suo fascino, il folklore insegna a vivere su questo pianeta accettando la condizione umana, spiegando come questa possa raggiungere livelli elevati o precipitare nel baratro più oscuro.

Il folklore lascia una traccia di vita vissuta, una registrazione che solo le menti più aperte possono riprodurre. Quando ciò accade, l'uomo si ritrova catapultato “indietro nel futuro” (citando una battuta del noto film “Ritorno al futuro”), si ritrova cioè in epoche che solo apparentemente rappresentano il passato, in quanto raggiungendole successivamente alla loro comprensione, decodificazione simbolica, esse rappresentano effettivamente un futuro.

Questo articolo non è casuale, non mera pubblicità ma una dichiarazione sincera, una richiesta alle istituzioni ed ai pugliesi tutti. Alle istituzioni perchè comprendano l'importanza delle tematiche appena descritte.

Ai pugliesi, perchè non dimentichino mai che ogni dottore proviene da un umile ed onesto contadino che alle storie oggi disprezzate e derise credeva fermamente.

lunedì, aprile 17, 2017

Fantasmi e fate a Porto Selvaggio

di MARIO CONTINO - Molte leggende hanno la loro ambientazione in boschi isolati o cascine abbandonate. La leggenda metropolitana che oggi riporterò è nata proprio all'interno del bosco di Porto Selvaggio, località turistica del Sud Salento, meta molto ambita da turisti provenienti da ogni angolo del mondo.

Da qualche anno sono nate diverse leggende su questo bosco incontaminato che si affaccia sul mare donando uno spettacolo unico nel suo genere, alcune di queste citerebbero sfere luminose più volte viste aggirarsi tra gli alberi. A divulgare questa voce sono stati avventori notturni, amanti della natura che hanno deciso di pernottare nel bosco in tenda o semplicemente trascorrere una serata alternativa all'insegna del relax e lontani dai caotici centri turistici come Otranto o Gallipoli, che offrono invece una fervida movida tra arte, spettacoli e mercatini.

Le sfere luminose sarebbero state avvistate da più di un testimone: queste sembrerebbero non avere movimenti casuali ma movenze precise, come se si nascondessero tra la vegetazione o danzassero tra gli alberi.

Proprio questi movimenti hanno creato la leggenda secondo la quale il bosco sarebbe abitato da fate o esseri simili. Alcuni avrebbero anche dichiarato di aver udito risate fanciullesche in concomitanza con gli avvistamenti.

Lo studioso del paranormale Mario Contino
Oltre a questa leggenda che, tutto sommato ritengo essere molto curiosa, ne esiste una abbastanza inquietante. Sembrerebbe che il bosco sia abitato dallo spirito di una donna che terrorizzerebbe chiunque si trovi sulla sua strada. Questo spirito vagherebbe per i boschi senza avere una precisa meta, non si sa quale possa essere la sua origine ma l'ultima testimonianza ci giunge per bocca di due pescatori amatoriali.

I due stavano percorrendo uno dei numerosi sentieri che, attraversando il bosco, scendono verso la scogliera e dunque il mare. Improvvisamente si sarebbero accorti della presenza di una donna vestita di bianco che a passo svelto gli andava incontro.

Quando la figura arrivò a circa 10 – 15 metri da loro, poterono notare un particolare inquietante: era semitrasparente e non aveva i lineamenti del volto. A quel punto udirono un urlo straziante, lasciarono tutto per terra e fuggirono via terrorizzati, continuando a correre anche quando furono certi che lo spirito non era più presente nelle vicinanze.

Cosa dire, un vero "Bosco dei misteri". Anche in questo caso è difficile esprimersi sull'autenticità delle testimonianze che, in assenza di prove, possono comunque essere considerate nell'ambito del folklore popolare.

venerdì, aprile 14, 2017

Il fantasma del monacello nel centro storico di Foggia

di MARIO CONTINO - Quando mi è stato riferito che a Foggia si vocifera di un fantasma a spasso per il centro storico, e che questo viene chiamato "manacello", ho immediatamente associato questa figura al noto folletto campano, citato soprattutto nelle leggende napoletane e salernitane.

Anche a Napoli "O Manaciell'" sarebbe uno spirito di bassa statura vestito in abiti monacali, solo che a differenza del quasi omonimo foggiano lui sarebbe un folletto.

Nel centro storico di Foggia, esattamente presso Vico D'Angiò, stretta via che prende il nome dall'antica famiglia che in loco abitava, sono in molti ad essere a conoscenza della leggenda del monaco fantasma, e tra questi, una buona parte sostiene che ci sia un fondo di verità, strani avvistamenti che poco avrebbero di razionale.

La via in questione Parte da Vico Pietà e costeggia le mura della "chiesa dei Morti", termina poi in un tratto senza uscita conosciuto come vico San Leonardo.

Lo studioso del paranormale Mario Contino
Il leggendario monaco apparirebbe dall'aspetto tozzo, con saio e corda ben visibile sulla pronunciata pancia, di bassa statura ma non tanto piccolo da aver potuto creare l'idea del folletto, ciò a differenza dello spirito campano sopracitato.

Secondo la leggenda il frate fantasma viveva a Foggia e fu tentato dalla bellezza delle ragazze che più volte si era fermato ad osservare dalle finestre del monastero. Tentò quindi di fuggire dal palazzo per dar sfogo alle sue tentazioni, forse non pienamente convinto della sua vocazione religiosa. Scelse però una via di fuga rischiosa, si intrufolò nello sfiatatoio del camino senza tener conto della sua taglia. Il mattino seguente i frati lo ritrovarono morto, soffocato all'interno dello sfiatatoio stesso.

Un religioso che tradisce la sua fede è considerato un traditore che tradisce Dio, macchiato dunque dello stesso peccato di Lucifero. Quanto detto, unito alla violenta morte dell'uomo e ad un contesto culturale abbastanza chiuso, hanno certamente contribuito alla nascita del fantasma, ossia dell'anima del peccatore rifiutata dal Paradiso e costretta a vagare in un'eterna dannazione.

Anche questa è una storia poco divulgata; mi è stata raccontata da diversi amici, alcuni l'avrebbero appresa come narrazione popolare, quindi in contesti colturali locali, altri invece su giornali o riviste.

Ciò che conta è che la leggenda esiste, è certamente tra le più affascinanti della Puglia e merita di essere divulgata.

mercoledì, aprile 12, 2017

Fantasma autostoppista a Nardò

di MARIO CONTINO - Le più belle leggende sui "fantasmi", usiamo pure questo termine improprio ma attinente se si resta in ambito folkloristico, non sono quelle sulle infestazioni di questo o quel castello ma, a mio parere, quelle sui presunti spettri autostoppisti. Si tratta di leggende che citano fantasmi intenti a fare proprio l'autostop, chissà poi per quale motivo. Se il discorso fosse circoscritto al solo territorio italiano, allora potrei azzardare che il prezzo della benzina li spinga a chiedere un passaggio per risparmiare. Sarcasmo a parte, queste leggende sono presenti in tutto il mondo ed alcune testimonianze sono veramente degne di nota, presenti nei libri più autorevoli legati al folklore ed alla tradizione, spesso studiate da ricercatori di fama internazionale.

Anche il Salento ha diverse leggende legate all'argomento; abbiamo già citato lo spettro autostoppista di Brindisi, oggi ci spostiamo nel Sud Salento, precisamente a Nardò. Non si conosce molto sull'identità dei soggetti interessati, ma la leggenda metropolitana, ormai conosciuta anche all'estero, cita più o meno quanto segue, con alcune varianti tra racconto e racconto.

In una calda ma piovosa serata d'estate, nel Salento sono frequenti i temporali estivi con relativi acquazzoni. Un ragazzo si dirigeva in auto verso il suo paese: Nardò. Vedendo una ragazza in attesa sul ciglio della strada, sotto la pioggia, decise di accostare e chiedere se avesse bisogno di un passaggio. La ragazza accettò volentieri e si accomodò in auto, per giunta aveva come destinazione lo stesso paese dell'autista, quindi non vi furono problemi per il ragazzo nell'aiutarla.

Di poche parole, non fu facile per i due instaurare un dialogo, che si limitò in saluti e risposte semplici relative alle informazioni sul luogo di destinazione della ragazza. Giunti a Nardò, la fanciulla chiese di essere lasciata nei pressi del cimitero, disse di abitare poco distante e questa risposta non destò alcuno stupore poichè effettivamente non era per niente improbabile.

Lo studioso del paranormale Mario Contino
Scese dall'auto e salutò l'uomo, ringraziandolo in maniera molto educata, chiuse lo sportello e l'uomo si accorse che la passeggera aveva dimenticato sul sedile la sua agenda. Scese dall'auto per chiamarla ma si rese conto che la donna era letteralmente sparita, pur essendo uscita solo da qualche secondo.

Il ragazzo raccolse l'agenda e notò che vi era un indirizzo, quindi decise di recarsi sul posto all'indomani per restituire l'oggetto. Giunse nei pressi di una modesta abitazione, suonò al campanello ed aprì una signora anziana che, appena ascoltò la storia e vide l'agenda, scoppiò in lacrime e chiese al ragazzo di accomodarsi.

È questa la ragazza? Chiese la donna mostrando una foto tra un singhiozzo e l'altro. Si, rispose l'uomo che a questo punto iniziava ad avvertire una certa tensione. Gli è successo qualcosa? L'ho accompagnata ieri sera in paese, aggiunse. La donna allora disse: "Si, è mia figlia ma non è possibile che tu l'abbia accompagnata, non è possibile, mia figlia è morta 10 anni fa in un incidente d'auto, quell'agenda è stata seppellita con lei". A questo punto, il ragazzo, in preda a terrore e confusione, lasciò l'abitazione e non si fece più vedere.

In linea di massima questa è la leggenda relativa al fantasma autostoppista di Nardò, una trama affascinante degna dei migliori romanzi, ciò che conta però è, ancora una volta, la grande diffusione che questa ha avuto in tutta Italia. Probabilmente, sempre più persone riconoscono nelle leggende e nel folklore qualcosa di proprio, di fisicamente importante, una parte di se stessi che ingiustamente è stata messa da parte dal mondo dell'informazione e dell'istruzione.

lunedì, aprile 10, 2017

Fantasmi in una palazzina a Ruvo di Puglia

di MARIO CONTINO - Continua il nostro viaggio tra le leggende metropolitane pugliesi, relativamente nuove ma dal gusto antico e misterioso. Questa volta ci sposteremo a Ruvo di Puglia, da qualche anno oggetto di una leggenda che reputo degna di menzione, anche se già citata in numerosi portali web e sopratutto conosciuta da molti pugliesi residenti nel Nord barese.

Si tratterebbe non della classica casa infestata così come generalmente la si potrebbe immaginare, non una vecchia masseria fatiscente o un antico palazzo nobiliare ma, udite udite, un'intera palazzina a più piani.

Si vocifera sia sita in Via Madonna delle Grazie, un palazzo che ormai si troverebbe in stato di semi abbandono e del quale nessuno sembrerebbe volersi occupare. Pare che il proprietario dell'immobile lo abbia fatto sgombrare come conseguenza ai ripetitivi mancati pagamenti degli affitti da parte degli inquilini. Successivamente l'immobile sarebbe stato messo in vendita ma senza trovare la giusta domanda, ergo ora giacerebbe li in quello stato forse non meritato.

Lo studioso del paranormale Mario Contino
Alcuni dichiarerebbero che la palazzina sia stregata, di aver visto gli infissi chiusi la sera ed aperti il mattino dopo, essendo certi che nessuno potesse occupare, neanche abusivamente, gli appartamenti.
Certo, ci chiederemmo tutti da cosa possa scaturire tale certezza, anche perchè difficilmente supponiamo che questi testimoni abbiano avuto il coraggio di bussare alla porta degli immobili in questione.

Tralasciando queste testimonianze che, come dimostrato, sono assolutamente discutibili in assenza di studi appropriati in loco, ritengo molto più interessanti le leggende che traggono origine da chi in quella palazzina ci abitò effettivamente. Alcuni di questi avrebbero raccontato che ogni qual volta si tentava di stendere il bucato, le robe venivano puntualmente gettate per terra, senza che ci fossero spiegazioni razionali per un simile evento.

Altri raccontano di oggetti, anche pesanti, spostati in punti diversi da quelli nei quali avrebbero dovuto trovarsi. Altri ancora citano finestre e cassetti trovati aperti senza spiegazione.

Che si tratti di storie vere, di pura immaginazione o addirittura di trame create a tavolino per suscitare spavento e scoraggiare gli avventori ad entrare nell'immobile, ciò che sorprende è la rapida divulgazione che la leggenda metropolitana ha avuto. Passando di bocca in bocca, da un portale web all'altro, modificandosi ad ogni passaggio, oggi pochi si chiedono quanto di vero possa esserci in tutta la questione, tutti sembrerebbero invece non avere alcun dubbio sull'autenticità delle testimonianze.

Personalmente sono pronto, in caso di necessità, a portare avanti uno studio appropriato in grado di verificare, o smentire, la leggenda in questione.

domenica, aprile 09, 2017

Fantasmi sulla strada Surano-Ruffano

di MARIO CONTINO - Sono numerose le leggende che, in tutto il mondo, citano fantasmi che apparirebbero sul ciglio di questa o quella strada, poco importa se di campagna o provinciale; ciò che ne deriva è sempre stupore e terrore per il testimone o i testimoni di turno.

Nel Salento una di queste "strade maledette", o interessanti in base ai punti di vista, è la statale Ruffano – Surano, percorso stradale che sembrerebbe essere interessato da numerosissime segnalazioni, alcune veramente degne di nota.

Una testimonianza che ormai ha dato origine ad una vera e propria leggenda metropolitana, citerebbe una strana figura tra il ciglio della strada e gli alberi di ulivo, la testimone (una ragazza che tornava da Lecce in orario serale) non avrebbe avuto alcun dubbio nel considerare quella figura un fantasma, qualcosa che nulla poteva avere a che fare con l'umano.

Avrebbe altresì dichiarato di essere stata colta da un grande freddo che sarebbe perdurato per un po' insieme a tanta, e lecita, inquietudine.

Lo studioso del paranormale Mario Contino
Il giorno dopo, ripercorrendo quella strada, avrebbe prestato maggiormente attenzione per sincerarsi che qualche palo della luce o altri fattori non abbiano potuto generare quella particolarissima visione ed ovviamente non è riuscita a rilevare nulla di simile.

Certo è che quel tratto stradale conserverebbe numerose testimonianze che citerebbero spiriti, soprattutto ritenuti femminili, forse perchè descritti come "immagini evanescenti che sembrerebbero indossare un lungo abito bianco", altri chiacchiericci descriverebbero sfere luminose tra gli ulivi e suoni inspiegabili, sordi e molto bassi.

Che il "paranormale" esista sembrerebbe essere scontato, soprattutto nell'ottica di fenomeni sconosciuti, non compresi e probabilmente sottovalutati dal mondo accademico per via dei troppi ciarlatani che ogni giorno si impegnano a distruggere quel poco di credibilità che ricercatori seri tentano di apportare a questo campo di studio.

Sulle leggende appena descritte non posso esprimermi, non fin quanto non porterò a termine uno studio adeguato in merito.

giovedì, aprile 06, 2017

Fantasma al cimitero di Brindisi

di MARIO CONTINO - I cimiteri sono spesso stati associati al mondo del paranormale, a luoghi spettrali nei quali le anime farebbero capolino per terrorizzare i vivi. Ovviamente questa visione non ha alcuna logica neppure da un punto di vista religioso, ciò in quanto, in base a religione cristiana, l'anima umana disincarnata dopo la morte del corpo non resterebbe in questo mondo ma migrerebbe verso Dio o comunque nell'aldilà.

Qui sarebbe sottoposta al primo giudizio e destinata già nell'Inferno, nel Purgatorio o nel Paradiso, in attesa del secondo ed ultimo giudizio, quello universale in cui Dio, appunto, giudicherebbe sia i vivi che i morti.

Bisogna però considerare l'enorme mole di leggende che saturano il folklore locale, soprattutto quello pugliese, di presunti spettri avvistati proprio nei cimiteri o nei pressi di questi. Oggi vi racconterò della leggenda che ha per protagonista il fantasma di una graziosa fanciulla che apparirebbe presso il cimitero di Brindisi.

L'origine della leggenda sarebbe da ricercare in una tragedia che nel 2001 scosse le vite dell'intera comunità brindisina, per un fatale incidente dovuto a distrazione per cui persero la vita due giovani donne, madre e figlia rispettivamente di 50 e 20 anni. Le due si trovavano nei pressi della banchina di Costa Morena in un’auto, la madre si esercitava per poter riprendere padronanza della guida dopo anni di astinenza dalla stessa, la ragazza invece le dava lezioni.

A causa di una manovra errata, l’auto finì nelle acque del porto e le due donne morirono annegate. Due anni dopo il tragico evento, uno strano episodio avrebbe dato il via alla leggenda ormai citata su diverse riviste on-line e testate giornalistiche. La leggenda, o fatto vero che sia, narra che in una serata invernale, una coppia di brindisini si sarebbe trovata a Costa Morena e avrebbe notato la presenza di una bella ragazza dai capelli lisci e lunghi.

Lo studioso del paranormale Mario Contino
La coppia si sarebbe avvicinata alla ragazza senza minimamente sospettare su ciò che da li a poco avrebbe vissuto. Questa avrebbe chiesto loro di accompagnarla in città in quanto, a seguito di un litigio, il suo ragazzo l'avrebbe abbandonata in quel posto. Avrebbe chiesto di essere lasciata vicino al cimitero, cosa che non destò grande stupore nei testimoni.

Arrivati a destinazione, però, la ragazza sarebbe scesa dall’auto dirigendosi senza esitazione verso il piazzale antistante il "luogo dell'eterno riposo", o almeno così dovrebbe essere. La coppia al volante si soffermò qualche minuto per sincerarsi sulla sicurezza della ragazza, in quanto le abitazioni distano un po' dal luogo in cui si era fatta lasciare.

Proprio per questo motivo, seguendo con gli occhi il tragitto della giovane, avrebbero visto che questa si sarebbe diretta verso l'ingresso del cimitero, entrando nel "campo santo" dopo aver attraversato il cancello perfettamente chiuso. La tragedia dell'incidente era successa da poco tempo, quindi i due avrebbero immediatamente collegato i due eventi, provando un forte e naturale senso di paura ed angoscia misti a naturale incredulità.

Che fosse realmente lo spirito della povera ragazza defunta qualche anno prima? Di questo non possiamo esserne certi, di sicuro c'è il fatto che da allora questa leggenda è entrata nelle storie, e negli incubi, di molti pugliesi. Sta di fatto che l'incidente alla base di questa leggenda è relativamente giovane, che due donne hanno tragicamente persero la vita e che il dolore è certamente ancora vivo nella comunità.

Ergo, da ricercatore, da studioso del folklore, vorrei invitare a riflettere, perchè se è giusto divulgare una leggenda e studiarne eventualmente l'origine al fine di comprendere quanto possa esserci di vero, è altrettanto giusto concedere pace a coloro che soffrono e rispettare l'altrui dolore, facendo un passo indietro e, se nel caso, restando al proprio posto.

Mi piacerebbe proprio incontrare questi presunti testimoni citati nella leggenda per capire quanto possa esserci di vero in tutta questa storia, sperando che non siano proprio loro i fantasmi della vicenda.

venerdì, marzo 24, 2017

Il pianto del bambino fantasma a Leuca

di MARIO CONTINO - Sono molte le leggende legate al mare, anzi ai mari pugliesi, spesso derivanti da storie vere di cronaca, altre volte originate nella notte dei tempi e tramandate verbalmente nell'intenso folklore regionale.

Quella che oggi riporterò a galla appartiene senza dubbio alla seconda delle categorie sopra riportate ed ha per protagonista un fantasma, un bambino che piangerebbe disperato in cerca di risposte che probabilmente non potrà mai ricevere.

Nel basso Salento, precisamente nel Capo di Leuca, sono molte le scogliere a picco sul mare, queste rendono la zona più collinare che pianeggiante.

Mario Contino
Durante le burrasche dovute al forte vento che spesso spazza la nostra regione, il mare schiaffeggia gli scogli e l'atmosfera diventa surreale, magnificamente spettrale, in grado di suscitare sentimenti contrastanti e misti tra la meraviglia ed il terrore.

Si narra che, in un non ben specificato punto nel territorio di Leuca, una giovane donna si innamorò di un Saraceno, giunto nel Salento durante uno dei frequenti assalti che insanguinavano la nostra penisola.

La donna, che divenne presto motivo di vergogna per la sua comunità, partorì il banbino che aveva in grembo e lo lanciò in mare per lavare quel "peccato", forse per amore stesso, per impedire che quel piccolo vivesse in un mondo non suo, che lo avrebbe odiato e non accettato, che lo avrebbe condannato senza possibilità di replica.

Da quel momento però, durante le notti tempestose, molti affermano di aver sentito le urla, i pianti strazianti di un neonato, ancora in cerca di un perchè.

giovedì, dicembre 08, 2016

Tricase, la leggenda del Principe Vecchio di Palazzo Gallone

di MARIO CONTINO - Fra i monumenti più belli della nostra Puglia occorre citare il famoso Castello dei Principi Gallone di Tricase, attualmente sede del Municipio e proprietà del Comune.

Questo imponente palazzo principesco è costituito da tre elementi principali: la Torre, il Torrione e il Corpo principale dell'edificio.

La Torre ed il Torrione rappresentano le strutture più antiche e conservano ad oggi le caratteristiche architettoniche del Trecento; Il nucleo centrale dell'edificio fu costruito nel 1661 da Stefano II Gallone, primo Principe di Tricase.

Come tutti i castelli feudali di quel tempo, l'edificio fu trasformato in abitazione dalla Famiglia Gallone. La tradizione vuole che Stefano II Gallone abbia voluto fare tante stanze quanti i giorni dell'anno, e una sala detta "del trono", tanto grande da contenere più di mille persone. Negli anni cinquanta il Palazzo fu comprato dal Comune di Tricase.

A questo edificio è legata l'antica leggenda che di seguito citerò. Si narra che tanto tempo fa nel palazzo Gallone vivesse un principe molto crudele che aveva dei legami di amicizia con il demonio in persona.

L'uomo sarebbe stato così in amicizia con Satana che ogni suo desiderio veniva immediatamente esaudito. Essendo questo principe molto avanti con gli anni, venne denominato dal popolo: Principe Vecchio.

I cittadini di Tricase erano soliti assistere ai fantastici prodigi che il Diavolo compiva per ordine, o su richiesta, del principe ed intimoriti da ciò decisero di scoprire in che modo il signore del palazzo riuscisse a comunicare o a farsi ubbidire dal demonio.

In cerca di risposte, due uomini si introdussero nel maniero sfruttando l'oscurità notturna, ebbero quindi occasione di vedere il principe dirigersi verso una stanza segreta del castello. In essa, all'interno di un grosso e robusto baule, era custodito un libro rosso che il principe prese e posò su un leggio, lo aprì e farfugliò alcune misteriose parole.

Improvvisamente, tra calde folate di vento e bagliori rossastri come il fuoco, apparve il diavolo che, rivolgendosi all'uomo, disse: "Comanda ed io ubbidirò".

Il principe chiese a Satana che le acque del mare invadessero la piazza del paese, nel giorno seguente, forse per capriccio, forse per sete di vendetta.

I due uomini, presi da forte paura ma intenti a salvare la piazza, aspettarono che il principe si allontanasse e poi riaprirono il libro e chiamarono nuovamente il diavolo.

Il Signore delle tenebre riapparve e rivolgendosi ai due chiese stizzito il motivo della convocazione. Uno dei due, il più furbo, decise di fare una richiesta tanto assurda da essere di per sè irrealizzabile (qui la leggenda cita varie richieste).

Ciò che avvenne in seguito fu che Satana, impossibilitato ad esaudire quella richiesta e sentendosi beffato, scomparve insieme al libro per sempre. Grazie a quel gesto, il mare non invase la piazza di Tricase ed il Principe Vecchio non poté più avere rapporti con il diavolo.

Antiche leggende che spesso vengono ricordate solo quali “favole” per calmare i fanciulli, sono a mio avviso parti di un'antica tradizione che andrebbe salvaguardata e custodita gelosamente.

lunedì, novembre 14, 2016

La Processione dei misteri di Taranto

di MARIO CONTINO - La processione dei Misteri è uno dei rituali più interessanti ed antichi d'Italia, tra i più suggestivi, uno dei momenti che più meritano di essere citati nel folklore religioso pugliese.

I rituali del periodo pasquale partono nel primo pomeriggio del Giovedì Santo, quando inizia il pellegrinaggio dei “Confratelli del Carmine” nei “Sepolcri”, ossia gli altari allestiti in ogni chiesa della città. Escono in coppia, a piedi nudi e incappucciati, percorrendo le vie cittadine sostando in ogni sepolcro lungo il loro percorso.

Sono i perdoni, in tarantino chiamati “perdune”, e simboleggiano i pellegrini che si recavano a Roma in cerca del perdono di Dio, la salvezza per l loro anima macchiata dai peccati terreni.

Le “poste” (così chiamate le coppie dei confratelli in cammino) impiegano diverse ore a compiere il tragitto designato perché avanzano con un dondolio lento e ritmico che i tarantini chiamano “a nazzecate” (piccoli passi eseguiti con un contemporaneo dondolio del corpo, destra/sinistra, che rende il cammino simile ad una danza).

L’ultima coppia di confratelli che abbandona la Chiesa del Carmine viene chiamata “u serrachiese”, in quanto ha il compito di “chiudere - serrare” le chiese.

Quando le coppie di confratelli si incrociano lungo la strada, viene fatto“u salamelicche”, una sorta di saluto nel quale i perdoni si tolgono il cappello e posano i rosari ed i medaglieri contro il petto, un segno di rispetto.

Tutti i perdoni devono rientrare alla Chiesa del  Carmine entro la mezzanotte del Giovedì quando, dalla Chiesa di San Domenico, parte la Processione della Madonna Addolorata che si conclude solo il pomeriggio del Venerdì Santo alle 17:00 per consentire l’inizio della seconda processione, quella “dei Misteri”, che parte dalla Chiesa del Carmine per farvi ritorno alle 7:00 del mattino del Sabato. Durante questa processione per la città sfilano le statue rappresentanti la passione di Cristo.

A capo di entrambe le processioni c’è sempre il troccolante, a cui spetta l'incarico di chiudere i riti il Sabato mattina. Questi giunge “nazzicando” davanti alla Chiesa del Carmine e bussa tre volte con la punta del suo bastone chiamato “bordone”) su una delle ante chiuse.

La nascita delle due processioni si ebbe nel 1703, quando Don Diego Calò ordinò a Napoli le statue del Cristo Morto e della Madonna Addolorata. Da allora Don Diego Calò, e per tutti gli anni a seguire i suoi eredi, radunò le confraternite di Taranto per la processione del Venerdì Santo che all’epoca si limitava soltanto al Gesù Morto e all’Addolorata. Nei secoli successivi si aggiunsero alla processione altri simulacri raffiguranti i momenti più importanti della Passione di Cristo.

Certamente questo articolo non rende giustizia al fascino dell'evento che viene seguito da tutto il mondo, nel quale si vive un'atmosfera quasi surreale, emozioni vive, avvertite a pelle, in grado di colpire fedeli e non.

Il mio consiglio è quello di visitare Taranto durante questi giorni ed unirsi alla folla, vivendo pienamente l'evento con fede o curiosa attenzione, nel rispetto però di quanti profondamente sentono la processione come momento di vicinanza a Dio.

Ciò che più affascina dei rituali pasquali tarantini è l'unione che si crea tra tutti i partecipanti, non importa del ceto sociale, del livello culturale, dell'ideale politico ecc.. Tutti in rispettoso silenzio si uniscono in un unicum di idee in grado, a mio avviso, di compiere il vero miracolo.

martedì, novembre 08, 2016

Puglia Folklore, al via il turismo del mistero

BARI - Inaugurato un nuovo portale web che si prefigge lo scopo di divulgare in tutto il mondo il meraviglioso folklore pugliese. Il folklore è l'insieme delle credenze popolari, leggende ed antiche tradizioni, facenti parte della cultura contadina propria delle varie zone di appartenenza; una mole di informazioni da studiare, raccogliere, preservare e divulgare al fine di far conoscere la vera “anima” territoriale.

Pugliafolklore.it (www.pugliafolklore.it), questo il nome del sito internet ideato e gestito da Mario Contino, studioso ed esperto del folklore mondiale, fondatore dell'Associazione Italiana Ricercatori del Mistero (www.associazioneairm.it) e del blog “universo del Mistero”, autore di diverse pubblicazioni librarie e di molti articoli giornalistici presenti anche su riviste di settore di importanza nazionale quali: “Misteri d'Italia”, “Enigmi”, “Italia Misteriosa” ecc.

Alla domanda “Perchè ha ideato il portale pugliafolklore”, Contino dichiara: A mio avviso il folklore, non solo pugliese, dovrebbe essere introdotto nelle scuole. È una materia ricca di fascino, mistero, magia a volte, ciò che stuzzica l'immaginazione e l'ingegno dei giovani studenti, rendendo le ore di lezione più leggere.

A differenza dei romanzi fantasy, però, il folklore racchiude in sè verità storiche che contribuiscono ad arricchire la società di nozioni spesso difficili da ricordare in relazione ai normali canoni di studio. Ho deciso di creare il portale “pugliafolklore.it” al fine di far conoscere un lato della mia Puglia poco noto, meritevole di attenzione, in grado di richiamare un turismo culturale attento e destagionalizzato, a di là del classico turismo da “movida” estiva o da spiaggia".

Allora ben venga il folklore, lì dove è inteso come Contino ha spiegato e trattato con serietà di intenti, al di là dei troppi usi ed abusi che molti gruppi di pseudo ricercatori e trasmissioni radiotelevisive fanno di questa materia.

Come già accade in Scozia, nel Regno Unito, negli Usa ed in tante altre parti del mondo, il folklore può realmente lanciare un turismo diversificato e destagionalizzato in grado, forse, di risanare sia l'immagine che parte dell'economia della nostra Puglia.

Siamo certi che con Mario Contino, tra i pochi veri esperti di folklore pugliesi, il portale “pugliafolklore” possa diventare un vero punto di riferimento in ambito nazionale, e non solo, per tutti gli appassionati della materia.

lunedì, agosto 29, 2016

Il Bafometto, un mostro nel cuore di Lecce

di MARIO CONTINO — Passeggiando tra i magnifici palazzi leccesi, godendo della vista dello sfarzoso Barocco, delle imponenti chiese, delle cripte e dei cunicoli che celano antichi ma vivi misteri, non ho potuto non notare, tra simbolismi vari e soprattutto iniziatico-massonici, la figura del dio barbuto che tanto fece discutere in ogni tempo: Baphomet, da molti descritto come un "mostro" o addirittura "il diavolo".

Bafometto è un idolo pagano, della cui venerazione furono accusati i Cavalieri Templari o, Pauperes commilitones Christi templique Salomonis ("poveri compagni d'armi di Cristo e del tempio di Salomone").

Questa figura, ricorrente nella letteratura occultista, viene descritta in vari modi:
Una testa con due facce,
Un idolo-gatto,
Una testa barbuta.

Con il tempo, il Bafometto è stato associato alla figura di Satana, ma ciò non è certo una novità, sono molti gli idoli pagani ai quali è toccata simile sorte nell'azione distruttiva attuata dalla Chiesa, in più la Santa Inquisizione, conosceva certamente metodi di tortura in grado di far confessare, anche ad un ateo, la venerazione per un qualsiasi dio.

Non è ben chiara l'origine del termine, secondo Idries Shah - famoso scrittore britannico autore di molte pubblicazioni inerenti tematiche quali stregoneria, magia etc. - Baphometde riverebbe dal sostantivo in arabo: “Abu fihama”, traducibile con: "padre dell'ignoto", e associato al sufismo, ossia una ricerca a carattere mistico propria della cultura araba.

Interessante è questa definizione in merito alle teorie occultiste secondo le quali la parola “amen” pronunciata spesso nella liturgia cristiana, deriverebbe non dalla lingua latina ma dal termine “Amon” riferibile ad un antichissima divinità spesso identificata come: “Il Celato”, tra quest'ultima definizione e "padre dell'ignoto" potrebbero sussistere numerosi collegamenti.

Eliphas Lévi, probabilmente il più famoso studioso di esoterismo dell'ottocento, almeno a livello commerciale, fa riferimento diverse volte al Bafometto.

Lévi lo raffigura, nella sua opera “Dogma e rituale dell'alta magia” 1855-56, come un capro alato ed umanoide, con il seno femminile ed una torcia tra le lunghe corna, al centro della fronte vi era inciso un “pentacolo”.

Quanta confusione e quanto mistero celati dietro questo affascinante simbolo, confusione in quanto si è spesso accostato il Bafometto al satanismo, non dimentichiamoci che una testa di capro all'interno di un pentacolo rovesciato è uno dei simboli occasionalmente adottati proprio da quest'ultima realtà.

In relazione al possibile significato di “Padre dell'Ignoto”, a mio avviso, sarebbe come riconoscere l'esistenza di una realtà definita ed una indefinita, e dunque riconoscere se stessi in questo "tutto" naturale del quale, spesso, non ci accorgiamo neppure.

La figura del Dio barbuto, del capro umanoide, è facilmente riconducibile al Dio Pan e non è detto che Bafometto non ne sia una diretta derivazione.

Nella mitologia greca il Dio Pan era una divinità che viveva al di fuori della cerchia degli dei olimpici, se così possiamo dire. Metà uomo e metà capro con una folta barba e lunghe corna, figlio del Dio Ermes e della Ninfa Driope.

Un Dio associato alla natura selvaggia ma anche al “tutto”, volendo vedere in questa assoluta totalità la forza creatrice naturale nella sua massima espressione e completezza.

Secondo la mitologia, durante un epica battaglia, gli Dei furono quasi sconfitti da Tifone e si nascosero tutti in Egitto assumendo le sembianze di animali vari. Pan trasformo solo la sua parte inferiore in pesce e si rifuggiò in un fiume, quando Zeus stava però per essere sconfitto, Pan lanciò un terrificante urlo, tanto potente da spiazzare il nemico e permettere così la vittoria di Zeus. Il padre degli Dei lo ringraziò ponendo nel cielo la costellazione del capricorno, ad onore di un potentissimo e coraggioso Dio.

Secondo alcuni studiosi Pan era assimilato anche a Phanes o Fanes, dal greco antico Phanês con significato di “Luce”, il primo vero Re dell'universo che cedette il suo potere solo perché stanco di governare.

Luce?
Portatore di luce?
Che sia forse un riferimento a Lucifero?
Ai posteri l'ardua sentenza.
Dunque una Divinità primordiale molto potente potrebbe celarsi dietro al simbolo del Bafometto – Pan?

Non posso ne confermarlo ne smentirlo, è certamente un ipotesi da non scartare a priori.

Vi è la possibilità che i Cavalieri templari avessero adottato questa divinità successivamente a scoperte fatte in terra santa e basate sullo studio di antichi testi sacri?

Studi e verità scomode potrebbero proprio aver firmato la loro condanna, ma questa è un altra storia che merita certamente un capitolo a se stante.

Un mostro, un'antica divinità, un richiamo alla natura selvaggia, nessuno conosce il vero significato del Bafometto, che ad oggi ha realmente ragione per esser considerato "il celato", proprio per questa ignoranza che circonderebbe la sua figura.

Potremmo descriverne i significati alchemici, ma l'ermetismo che dovremmo citare renderebbe troppo faticosa la lettura di questo articolo alla maggior parte dei curiosi.

Vorrei solo che, nel momento in cui osserverete un Bafomet sulla facciata di un palazzo o sulla colonna di una chiesa, o in qualsiasi altra parte, vi ricordaste di non considerarlo come semplice maschera apotropaica. Questo idolo cela forse uno dei misteri più grandi della storia dell'uomo... O forse no.

venerdì, agosto 26, 2016

Massafra, culla del folklore pugliese

di MARIO CONTINO — Massafra, in provincia di Taranto, è uno dei paesi pugliesi più misteriosi che io abbia visitato, un luogo che conserva un fortissimo legame con la tradizione folkloristica tipica della cultura del Sud Italia e, purtroppo, quasi forzata all'estinzione.

Nei secoli scorsi Massafra è stata molto famosa per via dei suoi "Masciari", termine dialettale traducibile con "mago", colui che esercita l'arte della "Masciaria" ossia "magia".

Questi personaggi erano noti soprattutto per la loro abilità di confezionare "Fascinazioni", magie di legamento e filtri d'amore, un tempo molto richiesti non solo dagli abitanti di Massafra ma da molti uomini, e soprattutto donne in cerca di marito, provenienti da diverse zone limitrofe.

Alcuni posti in città richiamano tutt'ora quegli anni di mistero e magia: la grotta della "maciaredda", il corno della strega e tanti altri luoghi legati alla storia esoterica el posto.

Tra i "luoghi del mistero", certo non posso non nominare l'imponente Castello di cui documenti storici fanno menzione già nel lontano, per quanto relativamente vicino, X sec.

Il maniero ebbe una storia movimentata e passò sotto diversi "padroni" che di volta in volta apportarono differenti modifiche. La costruzione più significativa è la torre ricostruita nel 1700 circa dagli Imperiali. La sua forma ottagonale ha dato origine alla leggenda secondo la quale sia stata voluta da Federico II in persona, che sia stata fatta per omaggiare i cavalieri templari e che abbia custodito il Sacro Graal, poi spostato presso Castel del Monte. Ovviamente sono ipotesi più fantasiose che veritiere, in quanto il regno di Federico II era ben antecedente all'edificazione della torre.

É credenza che nel maniero esistesse una "stanza delle torture" denominata "muta pensiero" e che questa si trovasse nella torre ottagonale.

Questa stanza non fu mai rinvenuta e, a mio modesto parere, non esiste affatto, infatti l'ottagono è un simbolo spesso legato a luoghi di evoluzione spirituale, meditazione, posti in cui l'evoluzione che deriva dal processo spirituale dovrebbe, appunto, mutare il pensiero.

Questa è una mia personale interpretazione, non voglio certo sostituirmi agli storici ma ritengo sia doveroso non tralasciare tale possibilità.

Anche in questo maniero si celano leggende più o meno note sulla presenza di spettri, e addirittura di una strega in grado di apparire e scomparire a suo piacimento. Come presidente dell'Associazione Italiana ricercatori del Mistero (www.associazoneairm.it), spero di poter presto iniziare uno studio serio all'interno di questo affascinante Castello.

Massafra merita a pieni voti il titolo di Città magica pugliese.

domenica, agosto 14, 2016

Fantasmi nel Castello di Bisceglie, fantasia o verità?

di MARIO CONTINO — Pochi giorni fa ho avuto il piacere di visitare la caotica e graziosa cittadina di Bisceglie, in provincia di Bari. La mia sorpresa è stata grande potendo notare, tra i vialetti del centro storico, un simbolismo esoterico e religioso tanto evidente, ancor di più sono stato colpito dall'imponenza del castello normanno svevo che domina l'aria donandole un fascino unico.

Proprio per il castello mi ero recato in paese, per indagare su alcune leggende ad esso legate, segnalatemi da alcuni abitanti del posto.

Questo sito è stato per anni trascurato, fino a quando i restauri hanno restituito al mondo un capolavoro storico architettonico degno delle migliori recensioni e, soprattutto, di essere visitato, compreso, apprezzato.

Gli storici lo datano intorno al 1050 e originariamente la struttura era costituita dal solo torrione maestro, alto ventiquattro metri. Solo in epoca federiciana, il torrione maestro venne integrato in un sistema difensivo più complesso: un recinto fortificato quadrangolare munito di quattro torri agli angoli e circondato da un fossato, anche se nell'elenco ufficiale delle dimore federiciane in terra di Puglia, di questo castello non si fa menzione.

Del periodo angioino si riconoscono diversi interventi strutturali, come quelli apportati al lato del castello posto a sud-est che fu inglobato, con la relativa torre, in un bastione a pianta pentagonale di cui oggi non resta molto.

Nel XIX sec. l'edificio venne sottoposto a numerose trasformazioni con l'edificazione al suo interno, sul lato sud, di un edificio che ingloba parte del Palatium medioevale e della torre sud-est. Le modifiche strutturali continuarono fino agli anni Cinquanta, periodo in cui furono avviati i primi restauri.

Cenni storici più completi su questo edificio possono essere reperiti facilmente in rete o su differenti libri a carattere storico sul sito, ciò che a me interessa raccontare in questo contesto è la leggenda che si anniderebbe tra le sue mura, se pur relativamente "giovane".

Alcuni abitanti del posto avrebbero segnalato strane ombre all'interno del maniero e voci, a detta loro, insolite.

A mio avviso, abituato a non dare mai nulla per scontato ma, comunque, a restare con i piedi per terra, il sito potrebbe essere meritevole di attenzione, magari oggetto di ricerche atte a stabilire se nel maniero possa manifestarsi o meno attività solitamente definita "paranormale".

L'Associazione Italiana Ricercatori del Mistero (www.associazioneairm.it) sta procedendo per gradi nello studio di quello che ad oggi potremmo definire solo "chiacchiericcio del quartiere" ma che, a seguito di un eventuale indagine sul luogo, potrebbe assumere ben altra importanza.

Del resto la città di Bisceglie non è estranea alla leggenda: ci tengo a ricordare quella che ha per oggetto la particolare forma dialettale dei suoi cittadini: Sembrerebbe che quando San Nicola Pellegrino giunse a Bisceglie per diffondere il Vangelo, gli abitanti lo scacciarono via in malo modo tra sbeffeggiamenti vari. San Nicola allora, per punire i biscegliesi, chiese a Dio di distorcere la loro lingua al fine di rendere difficile la loro comunicazione. Oggi gli abitanti di Bisceglie vengono chiamati "vòcche stourte" (bocca storta) dagli abitanti dei paesi limitrofi che con la leggenda giustificarono il differente dialetto.

Come studioso del folklore non posso che restare stupito ed affascinato al cospetto di questa vivace cittadina ed i suoi tanti misteri.

sabato, luglio 09, 2016

Bari, la leggenda dell'ex fabbrica di materassi

di MARIO CONTINO — Saranno vere le storie secondo le quali un edificio molto noto nella zona di Bari e dintorni sarebbe in realtà infestato da “spettrali” presenze?

Non sarò certamente io a rispondere a questo quesito ma la leggenda è certamente meritevole di menzione, in quanto divenuta in pochi anni tra le più note della Puglia.

Parlare di spiriti e fantasmi, che ricordo non essere sinonimi, non è mai semplice, spesso però nascono leggende metropolitane che proprio a queste figure farebbero esplicito riferimento, una specie di meccanismo inconscio che tende a ricordare all'essere umano, ormai sempre più presuntuoso, il suo ruolo di semplice osservatore nei confronti di fenomeni inspiegabili ed incontrollabili.

Forse proprio quest'ultima caratteristica alla base dell'innato timore per l'ignoto, l'uomo che tende a controllare tutto e tutti, arrogantemente, è posto difronte a fenomeni che esulando dal suo controllo e che fanno crollare il suo muro di certezze fondato sull'acqua.

Oggi citeremo la leggenda che è sorta, recentemente, sulla famosa “fabbrica di materassi” sita al n.322 di corso Alcide de Gasperi, nei pressi dello svincolo della tangenziale (Bari Carassi – Carbonara).

La leggenda narra che il primo proprietario dell'antico edificio sia la causa della presunta infestazione del posto, fenomeno che avrebbe causato il trasferimento, nel corso degli anni, di tutti gli inquilini dell'immobile, aziende e privati.

Alcuni citerebbero fenomeni quali: voci, urla, ombre che si muoverebbero furtivamente, condensazioni nebbiose che interesserebbero solo quello specifico edificio e non il circondario.
Utilizzo il condizionale in quanto, ovviamente, ogni leggenda metropolitana deve essere considerata tal quale, soprattutto quelle relativamente giovani.

Ciò che sorprende realmente è l'enorme diffusione che la storia ha avuto sui social network ed in generale su internet, sintomo di una mancanza di valori che sfocia nella ricerca di un ignoto che, in fin dei conti, appare più vicino di quanto ci si aspetti.

venerdì, aprile 08, 2016

Presunti spiriti nel Castello di Acaya

di MARIO CONTINO — Sabato 9 Aprile 2016, l'Associazione Italiana Ricercatori del Mistero (www.associazioneairm.it) visiterà il famoso Castello di Acaya (Vernole – Le) per studiarne le leggende che ormai da molti anni sono ad esso legate.

Nel 1294 Carlo II D'Angiò donò Segine (antico nome di Acaya) a Gervaso di Acaya, valoroso capitano la cui discendenza mantenne per oltre tre secoli il possesso del feudo. Nel 1506 Alfonso di Acaya costruì il nucleo più antico del Castello mentre le mura di cinta furono fatte innalzare nel 1535 sal suo discendente Giangiacomo.

Nel 1575, il feudo di Acaya passò al Regio Fisco e successivamente, nel 1608, ad Alessandro De Montibus che la fortificò ulteriormente per timore delle incursioni turche. Verso la fine del 17^ secolo il feudo tornò alla Corte Regia che nel 1688 lo vendette ai De Montibus-Sanfelice i quali, nello stesso anno lo vendettero ai Vernazza.

Questi ultimi non vi apportarono alcuna modifica strutturale e passò così indenne attraverso il barocco conservando la sua struttura tipica di rocca rinascimentale.

L'edificio  si presenta come un quadrilatero ai cui vertici si innestano i bastioni, di forma bassa e robusta, adatti alla difesa\attacco contro armi da fuoco. L'impianto bellico risulta opera dell'architetto militare Gian Giacomo dell'Acaya,  tra i più noti architetti militari del XVI secolo, per conto di Carlo V.

La fortezza risulta tra le più innovative e meglio curate di tutto il "Vice Regno di Napoli".
Il castello non ebbe solo funzione difensiva e di controllo del territorio salentino, un esempio su tutti è la sala Ennagonale, della torre Nord – Est, arricchita da pregevoli fregi.

Diverse sono le sepolture rinvenute nei pressi e all'interno del Castello di Acaya, probabilmente alla base di numerose, se pur poco note, leggende riguardanti spettrali apparizioni nel maniero, che hanno convinto i ricercatori dell'associazione A.I.R.M. ad effettuare lo studio.

Infatti un Castello che non ha bisogno di leggende su spiriti e fantasmi per attirare turismo è certamente considerato più idoneo allo studio (ricerca del presunto fenomeno paranormale con metodica, nel rispetto degli standard richiesti dalla parapsicologia classica) rispetto a tante altre fortificazioni che sulla base del folklore hanno innalzato la propria economia.

Nel corso di una recente ristrutturazione, dal lato nord dell'antico maniero, sono affiorate le tracce di una costruzione di epoca medioevale poi rivelatasi una piccola chiesa bizantina e sotto di essa alcune sepoltura purtroppo già violate.

Il 25 gennaio 2001, durante gli scavi nei pressi delle mura e nelle vicinanze delle scuderia, sono state riportate alla luce una serie di tombe con ossa umane maschili, forse soldati caduti in una delle tante battaglie disputate nella zona.

Che i citati spettri appartengano a questi soldati? L'associazione Italiana Ricercatori del Mistero, tenterà almeno di stabilire se il fenomeno possa sussistere o se la suggestione dovuta alla magnificenza dell'edificio abbia contribuito a creare la leggenda.

Per il risultato occorrerà attendere alcune settimane e saranno rese note dagli organi e sui canali della stessa associazione.

domenica, febbraio 21, 2016

Paranormale: il fantasma del Castello di Trani, Sifridina o Armida?

di Mario Contino, fondatore AIRM - La leggenda del presunto fantasma di Armida, che dimorerebbe nell'affascinante Castello di Trani, è ormai nota in tutta Europa grazie al potente mezzo di comunicazione quale è in realtà Internet e le molte pubblicazioni giornalistiche e librerie che ne riportano la tradizione.

Qualche anno fa si occupò del caso l'Associazione Italiana Ricercatori del Mistero (A.I.R.M.) che allora utilizzava il nome di GHP Ghost Hunters Puglia, poi abbandonato in quanto ritenuto poco serio in relazione alla tipologia di ricerca portata avanti.

I ricercatori, tra i quali Fisici, Biologi, Storici, Tecnici audio-video ecc., indagarono nel maniero alla ricerca di prove che potessero, nel caso, accreditare la leggenda di Armida ma alcuni malintesi, dovuti a menzognere dichiarazioni pubblicate da alcune testate giornalistiche, fecero cessare anticipatamente gli studi, ed il materiale audiovisivo registrato non venne mai pubblicato.

Da quanto la storia ufficiale ci racconta delle vicissitudini del Castello Svevo di Trani, sembrerebbe che tale Sifridina, contessa di Caserta, fu tenuta prigioniera, dal 1268 al 1279, in una segreta del castello, punita per aver segretamente cospirato contro gli Angioini. 
La donna morì dopo qualche anno nella torre del maniero e secondo alcune interpretazioni mai verificate l'eventuale spettro potrebbe appartenere a questa donna e non ad Armida, mai menzionata nei documenti ufficiali del Castello.

Pur basandoci sulla più popolare delle teorie, secondo la quale il “fantasma” altro non sarebbe che lo “spirito” dell'uomo che, sopravvissuto alla morte del corpo fisico, si materializzerebbe per questo o quel motivo, non sarebbe giusto negare la possibilità dell'esistenza dello spettro all'interno del maniero né tanto meno bollare come impossibile l'associazione del nome Armida alla presunta manifestazione.

La leggenda così come oggi è narrata può essere riassunta come di seguito:

“Il fantasma di Armida apparirebbe con indosso un vestito grigio scuro, con il viso ben riconoscibile nella sua giovinezza ed i capelli lunghi e nerissimi; i suoi occhi sarebbero di un azzurro penetrante, brillanti a detta di alcuni presunti testimoni. Sarebbe uno spettro avvezzo al contatto con l'uomo che, di tanto in tanto si avvicinerebbe ai fortunati, o ai malcapitati in relazione alle reazioni personali di ognuno, per osservare e farsi osservare, come se fosse alla ricerca di un antico contatto con l'essere umano.
La sua storia narra che Armida si innamorò di un cavaliere,ma venne scoperta da suo marito che impiegò poco tempo per pugnalare il suo giovane amato. Non parco delle sue azioni e in presa alla follia, rinchiuse Armida in una cella nei sotterranei del castello e lì la povera e bella donna si lasciò morire. Da allora il suo fantasma vaga per il castello alla ricerca di quell'amore”.

Ovviamente, come detto, non è storicamente accertata la leggenda appena citata, ergo o si tratta realmente di un allegoria per far sì che la storia della Contessa Sifridina potesse venir tramandata, come io sospetto, o c'è sotto dell'altro.

In Internet sono poi reperibili moltissime testimonianze, o presunte tali, che eviterei di riportare in quanto non sarebbe comunque possibile accertarne l'esatta origine. Ciò non nega la possibilità di un osservazione alla base della leggenda, ma perché Armida? Non è citato un racconto secondo il quale lo “spettro” si sarebbe auto nominato con quel nome.

Armida è un nome citato nel poema epico di Torquato Tasso “La Gerusalemme liberata” e nel contesto trattasi di una maga musulmana. Il poema si data attorno al 1560, periodo nel quale il Castello di Trani doveva risentire del dominio spagnolo sotto Carlo V. Apparentemente Tasso inventò di sana pianta il nome del suo personaggio ma alcune fonti  lo considerano una contrazione di Ermenfrida o di Armelinda.

Altre teorie vorrebbero il nome Armida di origini greche ed è curioso evidenziare che il nome sia attestato anche in Spagna. Il nome potrebbe anche avere origini celtiche, da “Armis”con il significato di: “Colei che è adatta” oppure, con riferimento a possibili origine germaniche: “Donna forte e combattiva”.

Conoscendo la storia di Sifridina, vissuta sotto una torre fredda e umida, malnutrita, per diversi anni e senza mai tradire i suoi principi, è chiaro che proprio di una donna forte e combattiva si stia discutendo, quindi il collegamento con il nome Armida non è affatto improbabile sotto tale ottica.

Quindo vi è la possibilità che l'appellativo sia non il nome proprio di una donna vissuta e morta nel maniero ma un nome utilizzato per descrivere il carattere di Sifridina e tale concezione troverebbe un riscontro storico ed una affascinante, ed interessantissima, similitudine tra la storia della prigionia della contessa e quella della leggendaria Armida.

Si potrebbe ora diffidare della descrizione dell'aspetto del presunto spettro in contraddizione di quello che poteva essere l'aspetto della Contessa Sifridina, non proprio una fanciulla.

Restando sulla teoria popolana dello spirito umano, non è forse vero che questo non invecchia? Così vorrebbe la teoria, ergo in tal senso ogni obiezione sarebbe vana.

Ipotesi che potrebbero essere approfondite con ricerche atte a stabilire se le leggende sulle presunte apparizioni spettrali di Armida/Sifrifdina possano avere un fondo di verità e che, come Presidente dell'Associazione Italiana Ricercatori del Mistero (www.associazioneairm.it) spero di poter presto portare avanti con la serietà che contraddistingue la nostra organizzazione.

venerdì, febbraio 19, 2016

La misteriosa “Collina delle Ninfe e dei Fanciulli” a Giuggianello

di Mario Contino, fondatore AIRM - Mistero è magia, oggi più di ogni altra cosa l'uomo ha necessità di ritrovare se stesso e la sua spiritualità, di guardare le stelle con gli occhi del fanciullo, di chiedersi dove ha origine l'arcobaleno, di ricercare il mistero più grande di questa vita: “se stesso”. In quest'ottica nascono le mie ricerche che oggi mi portano a descrivervi la magnifica leggenda legata al paese di “Giuggianello” nel basso Salento.

La “Collina delle Ninfe e dei Fanciulli” a Giuggianello, a due passi dalla Grotta di San Giovanni, è oggetto di leggende ancora vive nel folklore locale e che, a mio avviso, meriterebbero ben altri riconoscimenti.

Nella zona sono presenti numerosi Dolmen e Menhir, che l'antica sapienza non costruiva a casaccio ma in terreni riconosciuti sacri e custodi di ancestrali energie di cui al giorno d'oggi si è persa memoria. Luoghi in cui si narra che dimorerebbero fatine, folletti, orchi, demoni, streghe e chissà, se l'antica osservazione di alcuni fenomeni ritenuti misteriosi, abbia originato tali leggende in relazione all'impressione più o meno positiva del testimone di turno.

Lo scrittore Nicandro di Colofone nel II sec. a.C.  così scriveva del logo: “Si favoleggia che nel paese dei Messapi presso le cosiddette “Rocce Sacre” fossero apparse un giorno delle ninfe che danzavano e che i figli dei Messapi, abbandonate le loro greggi per andare a guardare, avessero detto che sapevano danzare meglio. Queste parole punsero sul vivo le ninfe e si fece una gara per stabilire chi sapesse meglio danzare. I fanciulli, non rendendosi conto di gareggiare con esseri divini, danzarono come se stessero misurandosi con delle coetanee di stirpe mortale. Il loro modo di danzare era quello, rozzo, proprio dei pastori; quello delle ninfe, invece, fu di una bellezza suprema. Esse trionfarono dunque sui fanciulli nella danza e rivolte ad essi dissero: “Giovani dissennati, avete voluto gareggiare con le ninfe e ora che siete stati vinti ne pagherete il fio”. E i fanciulli si trasformarono in alberi, nel luogo steso in cui stavano, presso il santuario delle ninfe».

Da quanto sopra descritto l'origine del nome e dei vecchi ulivi che sembrerebbero contribuire all'incanto del posto e, per quanti ricordano l'antica leggenda, fungono da monito mettendo in guardia gli stolti dal voler sfidare il divino. Fino a qualche decennio or sono, i contadini della zona vietavano severamente ai figli di recarsi presso la collina: si credeva, infatti, che le fate potessero apparire loro sotto le mentite spoglie di bellissime fanciulle per stregarli, riservando loro la terribile sorte toccata ai ragazzini messapi.

In altre versioni invece era una vecchia e folle strega (Macara o Striara nel dialetto locale) a lanciare sugli sprovveduti la sua terribile maledizione (“la macaria” nel dialetto locale).

Non si contano le storie legate “all'inquietante” presenza dello “Scazzamirrieddru”, il dispettosissimo folletto salentino che proprio in quella zona vanterebbe un gran numero di avvistamenti.

Sfere luminose sarebbero più volte state avvistate tra gli alberi e la ricca vegetazione, così come inspiegabili canti e pianti fanciulleschi, per alcuni solo voci lontane portate dal vento, per altri un prezioso richiamo ad un passato tanto vicino ma sufficientemente lontano per esser smarrito.

All’ombra dei massi sacri, dove un altra leggenda vorrebbe che Ercole abbia intrapreso  parte di una delle sue dodici fatiche contro i giganti Leuterni, non si potrebbe far a meno di aguzzare la vista e tentare di scorgere quella magia che solo a pochi eletti è dato di intravedere...
Riservata a coloro che ancora sorridono, cercando i folletti sotto folti cespugli.

giovedì, febbraio 04, 2016

Spiriti e misteri della Grotta dei Cervi


di Mario Contino, fondatore AIRM - Le grotte, soprattutto quelle di origine naturale, sono da sempre ritenute luoghi magici e misteriosi, custodi di antichi tesori, porte per misteriosi regni fatati e chi più ne ha più ne metta. La Puglia ospita molte grotte sul suo territorio, molte delle quali abbastanza interessanti sia dal punto di vista storico-archeologico che simbolico-esoterico.

É quest'ultimo il caso della misteriosa Grotta dei Cervi, una grotta naturale costiera, sita sul litorale salentino in località “Porto Badisco”, non accessibile al pubblico ed il cui nome deriva da alcuni pittogrammi in essa ritrovati (circa 3000), più precisamente dalla raffigurazione di una scena inerente la caccia ai cervi.

Scoperta il 1º febbraio del 1970 da cinque membri del Gruppo speleologico salentino "P. de Lorentiis": I. Mattioli, S. Albertini, R. Mazzotta, E. Evangelisti e D. Rizzo, custodisce il complesso pittorico Neolitico più imponente d'Europa.

Si suddivide in tre corridoi percorsi da varie pitture:
Il primo corridoio è lungo circa 200 metri e comprende una sorta di bivio nel suo percorso. In esso furono ritrovati 2 scheletri.
Il secondo corridoio, anch'esso lungo 200 metri, si allarga sul finale dando accesso a due sale successive. Verso la metà del cunicolo è presente un laghetto naturale e un deposito di guano adoperato dall'uomo neolitico per dipingere.
Il terzo corridoio, sempre lungo 200 metri è accessibile da una bassa apertura nel secondo corridoio
La grotta è accessibile da due versanti, uno orientale che da accesso a tutti e tre i corridoi interni ed uno occidentale che si immette solo nel primo corridoio
Uno occidentale, che si immette solo nel primo corridoio;
Uno orientale, che dà accesso a tutti e tre i corridoi.

Secondo gli studi ufficiali, i pittogrammi, in guano di pipistrello e ocra rossa, raffigurano forme geometriche, umane e animali ma a mio parere gli stessi potrebbero rappresentare l'esposizione di conoscenze magico-esoteriche già possedute dagli uomini neolitici.

Uno dei “disegni” più frequenti nella grotta è quello della spirale, il più usato nella tradizione celtica  rappresenta il percorso che conduce alla conoscenza del mondo e dell'esistenza, un po' come il simbolo del labirinto. Secondo altre interpretazioni potrebbe simboleggiare il centro, inteso come polo terrestre, ed il movimento concentrico intorno ad esso.

Uno dei simboli tra i più conosciuti è la celebre figura della scimmietta o sciamano, anche detta divinità danzante, presente nel corridoio 2 della grotta. Probabilmente non ha nulla a che fare con uno sciamano inteso in senso letterale, anche perché una coda ben visibile ci dà l'informazione necessaria ad interpretare il dipinto quale immagine dell'animale.

Bisogna però ricordare che le scimmie furono e sono considerate sacre da molte teosofie e che dunque è possibile ricondurre il tutto a rituali magico religiosi. Nella religione egizia il babbuino era sacro al Dio lunare Djhuti, che è talvolta raffigurato sotto tale forma. Nella mitologia indù Hanuman, che aiuta l’eroe Rama, è un Dio delle Scimmie.  Secondo una leggenda ebraica, uno dei tre uomini che costruirono la torre di Babele fu trasformato in scimmia da Jahweh.

Potrei continuare a descrivere i pittogrammi più misteriosi ma sarebbe un ardua impresa vista la grande mole di raffigurazioni, così ho voluto portare alla luce una leggenda da pochi conosciuta e che merita sicuramente attenzione, giuntaci da una delle persone forse più affezionate alla Grotta dei Cervi: la signora Rosanna Albertini, moglie dello scopritore Severino Albertini, che ho avuto l'onore di intervistare:

1) Signora Rosanna, come e' stata scoperta la grotta?

“La grotta e' stata scoperta la notte dell' 1-2-1970 da mio marito Severino Albertini, Mattioli Isidoro, Remo Mazzotta, Enzo Evangelisti e Daniele Rizzo. Successivamente mio marito ha chiamato un fotografo, Pino Salamina e Nunzio Pacella del Gruppo Speleologico 'De Lorentis' di Maglie. L'1-2-1970 alle ore 4 del mattino mio marito insieme ai suoi compagni si recarono sul pianoro di Badisco per continuare le ricerche in quanto precedentemente proprio su quel pianoro avevano avvistato allo stato erratico molte schegge di selci lavorate e cocci. Tutto lasciava intendere che poteva esserci un insediamento preistorico. Ma dove? C'era il nulla!Nnon una cavita', ne' un anfratto, ne' una dolina. Mio marito si isolo' per un bisogno personale (fare la cacca) e alzandosi' noto' che il “fumo” delle feci, poiché' faceva freddo,  invece di salire in alto veniva risucchiato dal terreno. Il fenomeno fu fatto notare anche agli altri (poveretti per la puzza) i quali decisero di spostare le feci e sotto di esse notarono che c'era un buco dal quale improvvisamente sbuco' una vipera. Iniziarono a spostare terra e pietre per circa 20 metri lineari e 26 metri di profondità', dopo quasi 10 ore di lavoro, arrivarono, strisciando, in una cavità.

2) Ha mai sentito di leggende legate a quella grotta?

Subito dopo aver avvistato la vipera, comparve alle loro spalle una vecchia signora con uno scialle nero che disse loro: ''figli miei, se avete trovato la vipera, avete trovato il tesoro''. Il tempo di girarsi e la donna non c'era più'. Sempre nello stesso luogo, sempre gli stessi personaggi, entrando in un anfratto iniziarono a sentire un tam-tam che aumentava di forza e ritmo man mano che loro si avvicinavano. Guardando in fondo, al buio, videro sbucare due macchie rosse che sembravano due occhi. Tutti e cinque scapparono a gambe levate.

3) Secondo lei si verificò attività paranormale quindi?

Da sempre secondo noi e' stata svolta un'attività' paranormale, ce lo dicono molto chiaro i 3000 pittogrammi fra i quali si puo' notare una donna con le pinne, l'uomo scudo, l'uomo uccello e a detta di Peter Colosimo (studioso di ufologia) addirittura una rampa spaziale. Le attività' paranormali sicuramente erano conseguenti all'attività dello sciamano ben raffigurato in un pittogramma e sicuramente nella grotta si svolgevano rituali magici.

4) Cosa si aspetta dai gestori della grotta?

Da circa 46 anni, cioè' dal giorno della scoperta fino ad ora, il gestore ''Sovrintendenza Archeologica di Taranto'' ha pensato bene di chiuderla ma poco ha divulgato e niente ha fatto per valorizzarla, anche se alcuni studiosi sono entrati e poco hanno pubblicato, soprattutto sulle miriadi di reperti trovati in grotta e in antigrotta.

5) Vuole lanciare un messaggio ai nostri lettori?

Il messaggio che io lancio e che era quello degli scopritori (oggi defunti) e' quello di ricostruire in copia fedele le grotte, preservando quelle originali, in modo che tutti noi possiamo godere della visione delle stesse e nello stesso modo creare attrazione turistica e quindi lavoro per i nostri figli come e' stato già' fatto in Francia e in Spagna.
Messaggio, questo, scritto sulle rocce dai nostri antenati per noi.

Ringraziando la Signora Rosanna per il tempo dedicatoci non mi resta che immaginare, come spero vogliate fare tutti voi, quali siano state le speranze, le emozioni e le delusioni degli scopritori della grotta.

Vi lascio con un interessante quesito:
“Se avete trovato la vipera avete trovato il tesoro”, chi era la misteriosa donna poi scomparsa nel nulla? Per mio conto, credo possa essere stato uno spirito che, visti i nobili propositi degli uomini lì presenti, ha pensato bene di dar loro un piccolo suggerimento.

L'Associazione Italiana Ricercatori del Mistero (www.associazioneairm.it) non abbasserà mai la guardia su questo fantastico e misterioso sito archeologico.

mercoledì, gennaio 13, 2016

La misteriosa Chiesa del Purgatorio a Monopoli


di Mario Contino, fondatore AIRM - Nella bella ed antica città di Monopoli, tra gli stupendi monumenti che conservano una movimentata storia che ben si amalgama ad una caotica movida turistica contemporanea, è presente con la sua particolare struttura artistico-architettonica la Chiesa del Purgatorio (S. Maria del suffragio).

La struttura si presenta in stile barocco, dotata di 5 altari, di cui quello maggiore in pietra leccese. Al suo interno è custodito, tra le altre opere artistiche, un dipinto di Paolo Da Matteis, “La Madonna del Suffragio”, donato alla chiesa dall’abate Palmieri,  è presente altresì un magnifico organo settecentesco  realizzato dal Maestro Felice Scala.

Già dall'esterno è possibile notare vari riferimenti all'importante tema della morte ormai sottovalutato, forse per timore, da parte dell'odierna società che sembra aver dimenticato che per ogni nascita si preannuncia una morte. L'imponente portale in legno datato 1736, nella sua parte centrale, colpisce il visitatore con le raffigurazioni di due scheletri e che rappresenterebbero l'uguaglianza sociale e sostanziale “donata” dalla morte ad ogni uomo, teschi ed ossa incrociate sono presenti in maniera abbastanza ricorrente sia all'esterno che all'interno della Chiesa.

Se già l'architettura è abbastanza singolare e colpisce il turista, a volte incuriosendolo, altre volte spaventandolo, è all'interno che la Chiesa conserva uno dei richiami più importanti in relazione al culto della morte: mummie.

Sono presenti delle teche in vetro e legno che mostrano 8 confratelli mummificati, vestiti dei loro abiti prestabiliti dalla confraternita stessa ed oltre a questi la mummia di una bambina (unica in Puglia) che conserva ancora tutti i tratti somatici quasi intatti.

Non è dunque un caso che attorno a questo edificio siano nate numerose leggende che ancora oggi incuriosiscono e spaventano soprattutto i più piccoli. Alcuni abitanti del luogo narrano di ombre che nottetempo sarebbero state viste sia all'esterno che all'interno della struttura, a tal punto che molti cittadini, in passato, evitavano di passare nella strada adiacente alla Chiesa se non per stretta necessità.

Un luogo stupendo che meriterebbe ben altra visibilità, soprattutto perché è solo comprendendo il mistero della morte che l'uomo potrebbe realmente rispettare la vita, questo un tempo era chiaro a tutti, oggi invece questa mancanza di valori contribuisce a peggiorare giorno dopo giorno le condizioni di una società già malata e forse moribonda.

La morte non è soltanto un passaggio fondamentale nella filosofia religiosa ma anche del pensiero esoterico. È proprio attraverso la morte, il “Nigredo”, che gli alchimisti compiono la “Grande Opera”.

La chiesa del Purgatorio di Monopoli potrebbe insegnare tanto a quanti avessero voglia di visitarla con la giusta umiltà d'animo ed attenzione.