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giovedì, ottobre 01, 2015

Una lezione morale e civile: tre uomini che hanno ascoltato le loro coscienze

di Alessandro Nardelli - Libertà e giustizia sociale, le coordinate, quanto nella politica, come nella vita civile ed economica che hanno contraddistinto la storia di tre italiani del Novecento, che par giusto rievocare per taluni aspetti che, nel degrado della modernità liquida, figurano da moniti educanti. Si tratta di “eredi” della tradizione libertaria dell’Ottocento e primissimi del Novecento,a vario titolo presenti nella lotta partigiana e nella ricostruzione dell’Italia post-bellica, Sandro Pertini, Enrico Mattei e Adriano Olivetti.A settant’anni di storia repubblicana meritano di essere ricordati per il loro decisivo contributo ed impegno sociale,politico, economico.

La giustizia sociale in uno Stato libero deve avere due essenziali obiettivi: il godimento delle più ampie libertà individuali garantite ad ogni cittadino, compatibilmente con quelle degli altri e, di pari importanza, l’uguaglianza sociale ed economica, con particolare attenzione ai meno avvantaggiati nella società, anche con forme premiali e garantiste. Tali obiettivi, devono poter essere favoriti, in modo che si possa ragionevolmente presumere che essi vadano nel senso dell’interesse di ognuno e che siano connessi ad impegni e responsabilità accessibili e comuni a tutti.

Alessandro Pertini, detto Sandro, partigiano, avvocato, giornalista e politico socialista ed antifascista, già Presidente della Camera e settimo Presidente della Repubblica Italiana, lo si può definire come un “combattente per la libertà”, eminente rappresentante delle istituzioni e simbolo di unità nazionale. Egli ha pagato con la prigionia e il confino, per far sì che si affermassero e trionfassero i suoi ideali di integrale libertà, giustizia sociale e pace.

Pertini nasce in provincia di Savona a Stella San Giovanni, il 25 settembre 1896 da Alberto Pertini, un proprietario terriero e Maria Muzio, la madre alla quale per tutta la vita, sarà intimamente legato. Durante gli studi liceali subisce l’influenza del suo insegnante di filosofia Adelchi Baratono, socialista, collaboratore della “Critica sociale” di Filippo Turati. Pertini consegue la prima di due lauree, quella in giurisprudenza, presso l’università di Genova avviandosi subito all’attività forense. La seconda la ottiene anni dopo in Scienze Politiche. Nel 1917, chiamato alle armi, viene inviato in qualità di sottotenente di complemento sul fronte dell’Isonzo e sulla Bainsizza un altopiano carsico a nord-est di Gorizia, tristemente noto all’esercito italiano per la disfatta di Caporetto. Il combattente Pertini, si disimpegna in maniera valorosa e temeraria, tanto da venire proposto per la medaglia d’argento al valor militare, per il suo fondamentale ruolo di guida durante l’assalto al monte Jelenik.

Al ritorno dalla guerra, inizia la militanza attiva nelle fila del partito socialista italiano. In quegli anni si trasferisce a Firenze ospite del fratello Luigi e nel 1924 entra a far parte del circolo delle personalità osteggianti il fascismo, che vedrà assieme a lui, i fratelli Rosselli, Guido Rossi e Gaetano Salvemini. Il 10 giugno 1924, data dell’assassinio di Giacomo Matteotti, lascia in Pertini una traccia indelebile che alimentano i suoi ideali: s’iscrive al Partito Socialista Unitario e per le sue idee, sempre professate, subisce il violento attacco e la distruzione dello studio professionale condiviso con l’avvocato Giovanni Pera.

Oggetto di continue rappresaglie squadriste, Pertini nel 1925, per volantinaggio sovversivo,viene tratto in arresto per un anno. Condannato l’anno successivo al confino per cinque anni sull’isola di Santo Stefano, per la sua opera di fiero e indomito oppositore al regime Fascista. Resosi irreperibile e sottrattosi alla cattura, egli prima si sposta a Milano, quindi fugge clandestinamente in Francia assieme a Filippo Turati, padre del partito dei lavoratori italiani poi Partito socialista italiano, con l’aiuto di Carlo Rosselli, teorico del socialismo liberale e di Adriano Olivetti.

Internato nel carcere dell’isola di Santo Stefano, dopo poco più di un anno di detenzione, il 10 dicembre 1930, Sandro Pertini è trasferito, a causa delle precarie condizioni di salute, alla “Casa Penale” di Turi, dove conosce, di persona, Antonio Gramsci. Nasce fra i due una grande amicizia e affinità intellettuale che si approfondisce con la comune condivisione delle sofferenze della prigionia.

Nel 1932 Pertini, a causa delle precarie condizioni di salute, viene trasferito al sanatorio giudiziario di Pianosa. Sua madre Maria, presenta domanda di grazia alle autorità. Mail figlio non riconoscendo l’autorità fascista e quindi il Tribunale che lo aveva condannato, si dissocia pubblicamente dalla domanda di grazia affermando: “la domanda di grazia in mio favore mi umilia profondamente”.

Il 10 settembre 1935, dopo sei anni di prigionia, viene trasferito a Ponza come confinato politico e il 20 settembre 1940, pur avendo ormai scontato la condanna, giudicato “elemento pericolosissimo per l’ordine nazionale”, viene riassegnato al confino per altri cinque anni, trascorsi prima alle Tremiti e poi a Ventotene, dove incontra Altiero Spinelli, Umberto Terracini, Pietro Secchia ed Ernesto Rossi.

Liberato dopo la caduta di Mussolini, il 25 luglio 1943 è a Roma, impegnato nella ricostruzione del Partito Socialista con Pietro Nenni e Giuseppe Saragat. Nella Capitale partecipa alla difesa contro i tedeschi a Porta San Paolo, motivo per il quale nel 1945, viene insignito della medaglia d’oro al valor militare.

Il 5 ottobre 1943 viene catturato dalla SS assieme a Saragat e condannato a morte per l’attività partigiana. La sentenza non viene eseguita, grazie all’intervento tempestivo delle “Brigate Matteotti”, che, il 25 gennaio 1944, rendono possibile la fuga di entrambi i condannati dal carcere di “Regina Coeli”, grazie all’intervento di Giuliano Vassalli.

Una volta liberato Pertini raggiunge Milano assieme all’amico Saragat e diviene segretario del Partito Socialista nei territori occupati dai tedeschi, partecipando attivamente alla Resistenza. Conosce così Carla Voltolina, staffetta partigiana, che sposerà con rito civile nel 1946.

Conclusa la lotta armata, nell’Italia ormai libera, si dedica alla vita politica e al giornalismo sulle colonne de’ “L’Avanti” da lui diretto dal maggio 1949 all’agosto del 1951.

Nel 1945 è nominato Segretario del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, carica che ricopre fino al dicembre dello stesso anno. Eletto alla Costituente, è poi senatore nella legislatura repubblicana (1948-1953) e riconfermato nel 1958. Più volte deputato, ricopre la carica di vice Presidente della Camera tra il 1963 e il 1968. Dal 5 giugno 1968 al 4 luglio 1976 è apprezzato Presidente dell’Assemblea di Montecitorio per il suo carisma super partes.

L’8 luglio 1978, Sandro Pertini viene eletto settimo Presidente della Repubblica Italiana, al sedicesimo scrutinio con 832 voti su 995, il più alto numero di preferenze mai ricevuto da un eletto. Svolge il suo incarico con grande equilibrio ed efficacia, guadagnandosi ampio consenso popolare e notevole considerazione internazionale. A pochi giorni dalla conclusione del suo settennato, precisamente il 29 giugno 1985, rassegna le dimissioni dalla carica presidenziale, nell’intento di facilitare l’elezione del successore. Da quel momento è Senatore a vita in qualità di ex Presidente della Repubblica. A seguito della complicazione per una caduta, muore a Roma nella notte del 24 febbraio 1990.

Altra figura di italiano eminente che ha contribuito a costruire l’Italia repubblicana è Enrico Mattei. Politico e imprenditore, si può parlare di lui come di un “capitalista etico”, che nelle sue alte responsabilità ha anteposto alla mera speculazione, l’impegno per l’indipendenza economica e il bene comune del Paese.Egli è stato influenzato fortemente dalla nuova teoria cristiano-sociale secondo la quale, l'imprenditore cristiano, deve svolgere una missione sociale, avendo conseguentemente responsabilità etiche economiche a vantaggio del popolo.Con un modo di operare a suo modo rivoluzionario, Mattei fin da subito,ha deciso di portare avanti, quella che sembrava essere una missione, sfidare gli interessi dell'industria privata in campo energetico, anche a costo di farsi inimicizie pericolose per la sua stessa vita, come infatti accaduto. 

Nasce nelle Marche ad Acqualagna di Pesaro nel 1906 dove vive fino al 1919, quando si trasferisce con la famiglia a Matelica, cittadina prospera e ricca di aziende. Impiegato in una conceria, a diciassette anni, da semplice operaio diviene nel giro di tre anni, direttore della stessa fabbrica.Sveglio e intelligente, molto incuriosito dai misteri della chimica fonda successivamente l’Industria chimica lombarda. Partecipa attivamente alla resistenza durante l’occupazione nazista, avvicinandosi come rappresentante DC nel comando militare del CLN, posto rimasto vacante dopo l’arresto di Galileo Vercesi. Finita la seconda guerra mondiale diventa vicepresidente della Federazione italiana volontari della libertà e ottiene la nomina a commissario straordinario dell’AGIP. Nel 1945 ne assume la carica di vicepresidente - fu in questo periodo che nasce il noto logo dell’azienda petrolifera con il cane a sei zampe - sviluppandone l’attività nella pianura padana, fino alla scoperta degli importanti giacimenti di Caviaga e Cortemaggiore.

Eletto deputato nelle liste della Democrazia cristiana nella prima legislatura (1948-1953), Mattei diviene presidente dell’ENI, e cerca di liberare l’azienda dalla morsa dalle grandi multinazionali statunitensi per gli approvvigionamenti, mosso da un interesse verso il bene comune, che lo porta a difendere quella che è di fatto la caratteristica più nobile e di valore dell’ENI: la sua natura pubblica. Viola dunque il regime di monopolio assoluto che imperava allora nel settore degli idrocarburi, riuscendo a concludere inizialmente, accordi con i paesi produttori: Iran, Marocco, Egitto ed Algeria, proponendo loro un margine di guadagno pari al 75%, concessione impensabile da parte delle 7 Sorelle. Per questo motivo, le grandi compagnie petrolifere, cinque americane e due britanniche, che si spingevano al massimo fino al 50% di profitto totale, vedono in Enrico Mattei e la sua politica antimperialista, una grave minaccia per la tenuta e la sopravvivenza stessa del loro monopolio. Il Presidente dell’ENI, con questa scelta vincente diviene così stimato interlocutore dei paesi produttori, esponendosi in prima persona, come nel caso della lotta per l’indipendenza algerina dalla Francia, da lui dichiaratamente sostenuta e finanziata e che gli valgono le minacce da parte dell’OAS, (Organisation Armée Secrète). Successivamente punta sull’Urss per stipulare importanti accordi commerciali, affrancandosi definitivamente dal giogo delle 7 Sorelle e divenendo un uomo troppo scomodo per i poteri forti che lo avrebbero preferito morto piuttosto che vivo.

L’onorevole Enrico Mattei, conscio che la sua vita è a rischio, parte per la Sicilia, il 26 ottobre 1962, salutando la moglie e confidandole che non era certo che sarebbe ritornato da quel viaggio.La sera del giorno dopo, il 27 ottobre, il Morane-Saulnier MS-760 Paris I-SNAP su cui viaggiava di ritorno da Catania, precipita nelle campagne di Bascapè (Pavia) provocando la morte di tutti gli occupanti: Mattei, il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista statunitense William McHale che doveva intervistarlo. Secondo alcuni testimoni, l’aereo sarebbe esploso in volo.

Infine, Adriano Olivetti,in questo trittico di italiani integerrimi che meritano partecipata riconoscenza,si caratterizza per la forte caratura imprenditoriale e sociale, che lo ha visto spendere il suo genio, per la costruzione definita da alcuni all’inizio “utopica” e “inattuale”, di un progresso umano saldamente fondato su pilastri di equità e solidarismo. Egli ha avuto l’ambizione di rivedere il concetto di società, ripensandola a partire dalla partecipazione dal basso, l’alternativa all’individualismo capitalistico.Avendo una motivazione religiosa di fondo nel suo pensiero, un Cristianesimo “altro”per il suo tempo che aveva come concetti fondamentali quello di “persona” e di “comunità”.

Olivetti nasce a Ivrea nel 1901, dove suo padre Camillo aveva fondato ai primi del secolo l'omonima fabbrica di macchine da scrivere. Dopo la laurea in chimica industriale al Politecnico di Torino, Adriano inizia a lavorare nell’azienda di famiglia come operaio. Dopo un soggiorno negli Stati Uniti nel 1925 introduce negli stabilimenti una nuova organizzazione del lavoro, che mettendo al centro del processo il lavoratore e le sue esigenze, rappresenta una novità assoluta in Italia: la produttività, per Olivetti, è strettamente legata al livello di motivazione dei lavoratori e alla loro partecipazione alla vita dell’azienda. L’impegno all’interno dell’azienda cresce - nel 1932 è direttore generale, nel 1938 presidente - e si moltiplicano le innovazioni e gli esperimenti: alla fine degli anni ‘40 l’orario di lavoro è ridotto di tre ore a parità di stipendio; nel 1948 crea il Consiglio di Gestione, organo lavoratori-azienda per finanziamenti a servizi sociali ed assistenziali. Negli anni ‘50 realizza con Luigi Cosenza la Fabbrica Olivetti a Pozzuoli, una sintesi di industria moderna e giardino mediterraneo. Accanto ai successi aziendali, l’azienda Olivetti diventerà una multinazionale, producendo sia la prima macchina da scrivere portatile (1932) sia il primo calcolatore elettronico italiani (1959). Olivetti è anche impegnato come editore (Edizioni di Comunità, la rivista Urbanistica) e uomo politico (è sindaco di Ivrea nel 1956 e deputato nel 1958). Muore improvvisamente nel 1960 in treno mentre ritorna da uno spostamento per lavoro.

Pertini, Mattei e Olivetti consideravano indispensabile per lo sviluppo di un Paese il rapporto costruttivo nella società con i giovani, vero capitale da spendere per un futuro di prosperità e crescita. Il dialogo, l’impegno e le prospettive politico-economiche e sociali, pur partendo da esperienze e storie personali differenti, li hanno accomunati in programmi e realizzazioni del buon governo, destinati ad aprire piste insperate e a suscitare entusiasmo e seguito d’ideali e di modelli nella ricostruzione post bellica con una lungimiranza e una capacità di precorrere i tempi profetica ma non per questo utopica. L’Italia di oggi deve a loro gratitudine per genialità, coraggio e fedeltà a ideali di libertà, giustizia sociale e ricerca del bene comune. Siamo davanti a personali esempi di onestà e rettitudine, nella vita pubblica e nel loro quotidiano vivere fra i contemporanei, da additare proprio come modelli di incisivo riferimento alle generazioni dei nuovi cittadini della nostra Nazione, in un tempo ancora difficile che è di forti contraddizioni e formidabili trasformazioni epocali.
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martedì, luglio 07, 2015

“La mia divertente (e stancante) giornata all’Expo”

di Andrea Stano - Sveglia presto, colazione abbondante, metropolitana. Nel mezzanino della fermata Rho-Fiera ritiro agevolmente e rapidamente il mio pass di giornalista che mi consentirà (fortunatamente) di saltare qualche fila e di ottenere guide private in un paio di padiglioni.
Alle ore 10 si aprono i cancelli; il numero di persone è incalcolabile e i tempi di ingresso sono snervanti. Come in aeroporto, infatti, i metal detector, doverosamente presenti, rallentano il cammino delle fiumane di uomini, donne e bambini pronti a rimanere sbalorditi dalle attrazioni dell’esposizione internazionale tanto attesa.

Mettiamo subito le cose in chiaro: ci sono oltre 140 padiglioni (non tutti sono Stati, per esempio c’è quello di Eataly o della Coca-Cola) in un’area di 1,1 milioni di metri quadri. Assistere a ogni stand visitando l’intera fiera in un’unica giornata è praticamente impossibile a meno che voi non siate Superman o Flash.

Personalmente in un arco di tempo di dieci ore circa sono riuscito a visitare ben undici padiglioni (pensavo peggio, nonostante fosse sabato). Al termine della giornata avrò percorso circa diciassette chilometri a piedi. Si cammina moltissimo, ma è anche comprensibile che sia così.
L’immensa fiera è divisa in sei settori, ciascuno dei quali raggiungibile col pullman che senza sosta raccoglie i visitatori scorrazzandoli per le fermate richieste. Dalla parte opposta dell’ingresso principale c’è il padiglione più interessante, o almeno uno dei più divertenti (non credete che ogni padiglione sia stupefacente, anzi): il Giappone. Ottanta minuti di coda prima di entrare nell’immenso stand dello stato orientale. Quattro stanzoni in cui immagini, specchi e giochi di luce ne fanno da padrona, fino all’ultima gigantesca sala interattiva che ricostruisce il ristorante del futuro. Ognuno dei visitatori siede al tavolo e viene fornito di bacchette e schermo touch screen col quale scegliere virtualmente il piatto da ordinare, il tutto accompagnato da uno spettacolino scanzonato organizzato dai nipponici composto da musiche, balletti e slogan tipicamente giapponesi, nello spirito e nella forma.
Il padiglione cinese
L’intera mattinata (ci vogliono addirittura cinquanta minuti per visitare solo il padiglione del Giappone) viene trascorsa nel paese del sushi. Esperienza senza dubbio suggestiva e consigliabile.

Delle delusioni cocenti, invece, Cina e Thailandia. Nel padiglione dello stato cinese, dal quale ci si aspettava molto di più, ma evidentemente l’Expo non ha suscitato granchè interesse da quelle parti, un tappeto di bambù illuminati e qualche accenno ad una sana alimentazione non bastano a garantire soddisfazione al pubblico così come il padiglione della Thailandia, interessata soprattutto a omaggiare e incensare il proprio re in un video francamente ridondante e decisamente fuori contesto.

Tutta un’altra storia è Palazzo Italia, dalla forma di un bellissimo nido bianco. Grazie al pass riesco a evitare una coda prevista di ben due ore. Cinque piani che raccontano le eccellenze italiane, dai suoi prodotti alimentari agli imprenditori più meritevoli di avere persino una propria action figure dedicata (il biologo Carmelo Fanizza è il rappresentante della regione Puglia). È un tripudio di specchi nello smisurato padiglione nostrano. In una fantastica sala vengono proiettate incantevoli immagini paesaggistiche che rimbalzano su ogni parete riflettente consentendo la piena immersione virtuale al visitatore. Poi è il turno delle bellezze architettoniche (ma alla guida squilla il cellulare proprio dinanzi ad una delegazione giapponese, con tanto di telecamera). Il giro si conclude con una stanza dedicata alle piante tipiche di ciascuna regione.
Giochi di specchi all'interno di Palazzo Italia
Una riproduzione di un bosco, con tanto di passeggiata, è stata allestita nel padiglione dell’Austria, anche questo da visitare, come quello del Marocco dove ogni stanza corrisponde a uno dei quattro climi che caratterizzano lo stato africano. Per i più temerari è possibile anche provare l’afoso, anzi, bollente vento desertico, ricreato ad hoc con un sistema di ventole. Inoltre sono disponibili tutti i sapori e odori dello stato esotico, spiegati anche con contributi audiovisivi (animazioni).

Expo Milano 2015 è dedicato, tuttavia, al cibo. Ogni padiglione promuove la sana alimentazione, soprattutto l’avveniristico e minimale stand della Corea del Sud che fa del suo punto di forza uno spettacolo con schermi robotizzati che illustrano l’apporto calorico di pietanze tipicamente locali.

La bellezza della fiera è rappresentata in particolar modo dall’architettura di ciascun padiglione. La vegetazione tipicamente vietnamita all’ingresso del padiglione dello stato asiatico, le forme morbide e ondulanti che ricreano le dune del deserto per il padiglione dell’Arabia Saudita.
Ancora dentro Palazzo Italia
Un’enorme sfera, che avvolge un albero con schermi al posto di frutti, è ben visibile nel padiglione dell’Azerbajan mentre una cascata d’acqua in grado persino di riprodurre intere frasi accoglie i visitatori del padiglione del Kuwait, che richiama nel design i Dhow, le tipiche imbarcazioni kuwaitiane. Al suo interno si possono conoscere i lavori sorprendenti che il paese conduce sul piano dell’energia sostenibile e dell’agricoltura.

Il padiglione più sorprendente (tra quelli da me visitati), più coraggioso e ficcante è senza dubbio, però, quello della Svizzera. I nostri cugini del Nord, aldilà delle sezioni dedicate ai prodotti tipici e ai punti di forza del territorio, hanno voluto sorprendere tutti col tema della sostenibilità delle risorse alimentari. Quattro torri di quattro piani (o piattaforme), ciascuno dei quali ospita casse di bicchieri (con la possibilità di riempirli d’acqua attraverso apposite fontane), caffè in polvere, mele disidratate e sale, tutti prodotti che ciascun visitatore può tranquillamente mettersi in tasca e portare via. La lezione è proprio sull’abbondanza apparente e sul rispetto nei confronti di risorse che, in futuro, potrebbero anche scarseggiare promuovendone il rispetto e la fruizione responsabile. Ogni piattaforma, svuotata di ogni prodotto, non è più accessibile al pubblico costretto dunque a visitare il piano inferiore. Il quarto piano, alla mia visita, era già prosciugato da qualche giorno.

Tra i padiglioni più divertenti, invece, c’è il Brasile che offre la possibilità di camminare su una rete a circa sei metri di altezza dal suolo prima di iniziare la visita vera e propria, uno spot a favore della pluralità culturale e agricola del Paese sudamericano.
Il simbolo di Expo 2015: l'Albero della Vita
Il fiore all’occhiello di Expo Milano 2015, tuttavia, è il fantastico Albero della Vita che dalle 21 in poi prende vita con lo spettacolo a cadenza oraria. Vortici di colori avvolgono questa fantastica opera d’arte fatta di legno e acciaio; le luci lo fanno brillare al tempo della musica potente e romantica che accompagna i getti mirabolanti delle fontane. La speranza è questa straordinaria creazione artistica di ispirazione rinascimentale e alta ben 37 metri, oltretutto piacevole alla vista anche di giorno, venga conservata adeguatamente anche in seguito alla chiusura di Expo 2015 (prevista per il 31 ottobre). L’area milanese in questione è distante dal cuore della città; smontarlo e riproporlo in aree centrali sarebbe una soluzione sicuramente gradita.

L’area della fiera offre fortunatamente innumerevoli stazioni di distribuzione gratuita di acqua fresca, sia liscia che gassata. Tra uno stand e l’altro sono presenti, poi, i cluster del riso, della cioccolata e del caffè relativi a più stati in una volta. Attrazioni poco accattivanti, si consiglia di non perderci molto tempo.

Alle 21 i padiglioni chiudono, ma i ristoranti no. Inoltre quattro giorni la settimana, nell’Open Theatre dell’Expo si esibisce il Cinque do Soleil col meraviglioso ed elettrizzante spettacolo “Alla Vita”, al quale ho fortunatamente assistito nonostante il fresco serale. La visione dello spettacolo degli acrobati più famosi del mondo è, però, concessa solo a chi è munito di biglietto.

Expo Milano 2015 è stata un’esperienza davvero entusiasmante, sicuramente da provare. Ci sono eventi ogni giorno, come, ad esempio, la cottura della pizza più lunga del mondo che ha conquistato il posto nel Guinness dei Record (1.5 chilometri). Il mio consiglio è quello di visitare la manifestazione in almeno due giornate, magari col biglietto serale in una tranche (soli cinque euro a partire dalle 19) e quello canonico il giorno successivo.
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martedì, febbraio 24, 2015

REPORT | Guerra in Ucraina: tutte le tappe della crisi

(Foto: EPA)
di Piero Chimenti - L'Ucraina ha raggiunto la sua autonomia politica nel novembre 1990 dopo il crollo dell'impero sovietico costituito dall'URSS, mantenendo comunque il controllo russo sopratutto dal punto di vista economico.  Il rapporto tra i due Paesi inizia ad incrinarsi nel novembre 2013, quando il leader ucraino Viktor Yanukovich rinvia ulteriormente l'accordo con l'Unione Europea per la libertà di circolazione che rappresentava per il Paese la possibilità di far circolare i propri prodotti senza il pagamento dei dazi doganali tra gli Stati dell'Unione, che voleva significare il via libera per un successivo ingresso ucraino a pieno titolo nell'Unione.

Le proteste, prima pacifiche, iniziano a prendere sempre più un carattere violento con ripetuti scontri con la polizia, accentuate dalla legge che limita le manifestazioni in piazza, tanto da rende vani gli aiuti moscoviti per salvare il Paese dalla crisi economica. Le continue manifestazioni in piazza, portano una crepa nell'ambito del governo del Paese: il presidente  ucraino decide di affidare l'incarico del governo all'opposizione, al fine di porre fine a questa escalation di violenze, il Parlamento concede subito l'amnistia per i manifestanti arrestati, ma questa decisione non ferma le violenze, tanto da spingere il Presidente alle dimissioni con conseguente fuga dall'Ucraina.
Tra le persone liberate c'è anche la Timoshenko, leader del partito europeista di destra L'Unione Pan-Ucraina "Patria", che nella sua reclusione denunciò di aver ricevuto violenze.

La crisi ucraina ha avuto i suoi effetti anche nell'ambito internazionale, infatti nel mese di marzo del 2014 la Russia lancia una controffensiva occupando la Crimea facendola tornare nell'orbita russa, dopo l'annessione all'Ucraina datata 1954. Stessa sorte per i territori ad est dell'Ucraina: infatti il palazzo governativo di Doneck viene occupato dai filorussi proclamando la città di Donetsk Repubblica Popolare, che, fondendosi con Lugask, ha dato vita alla nascita allo Stato federale della Nuova Russia. Le annessioni della Crimea e di Donetsk sono avvenute dopo la proclamazione di un referendum in cui i la larga maggioranza dei cittadini manifestava la propria volontà di essere governata dai sovietici. Ovviamente tale referendum non è stato riconosciuto dall'Ue e dal nuovo governo ucraino, che lo considera illegittimo.
(Foto: EPA)
La crisi tra l'Ucraina e la Russia degenera quando i mezzi sovietici invadono il territorio ucraino, (avvenimento negato dal Cremlino) ed il leader degli indipendentisti dichiara l'arrivo di armamenti da parte dell'alleato russo. La reazione dell'Unione e degli Usa non si è fatta attendere, inasprendo le sanzioni già vigenti (esponenti politici russi e ucraini col divieto dei visti ed il congelamento dei loro beni, per la durata di 6 mesi) colpendo il settore dell'energia, difesa e finanza col restringimento nel mercato dell'ingresso delle aziende produttrici di petrolio e di armamenti; provocando il blocco delle importazioni per un anno di molti prodotti europei come latticini, ortofrutta, carne e pesce (molti provenienti dall'Italia) da parte del Cremlino.

In questa escalation di eventi, a "spezzare" la tensione ci ha pensato il trattato di Misk, che pone le basi per porre fine ai bombardamenti tra i due popoli. L'accordo prevede il cessate il fuoco ed il ritiro per delle armi pesanti, obblighi che saranno monitorati dagli osservatori dell'Ocse, per garantire il rispetto del trattato.

Questa risoluzione di pace è una vittoria per tutti, per la Ue e gli Usa che, resistendo alle tensioni, hanno preferito il dialogo al via alle armi scongiurando così una guerra che alcuni erano pronti a ribattezzare Terza Guerra Mondiale; l'Ucraina che potrà contare su una nuova stabilità dell'esecutivo per governare nella sua nuova veste autonomistica e la Russia che ha fatto la parte da leone, ottenendo da parte di tutti il riconoscimento della sua superpotenza.

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domenica, febbraio 08, 2015

Reportage: Isis, oltre la minaccia

di Piero Chimenti - L'Isis (Stato Islamico dell'Iraq e Siria), rappresentata dalla bandiera nera con la scritta in islamico dal significato religioso "Non c'è nessun dio ma Dio, Maometto è il messaggero di Dio", è un califfato autoproclamatosi tra i territori iracheni e siriani guidato da Abu Bakr Al Baghdadi allo scopo di imporre la Sharia (legge divina, a cui l'uomo deve attenersi in cui ci si deve attenere sia nella sfera personale che sociale che prevede la pena di morte in caso di omicidio ingiusto di un musulmano, adulterio, bestemmia nei confronti di Allah, apostasia e in caso di omosessualità).

L'organizzazione nasce nel 2004 col nome di Organizzazione del Tawhid e del Jihad, per poi affiliarsi ad Al Qaida, fino al 29 giugno 2014, quando il califfo dichiara la nascita dello Stato islamico. Il califfato riesce a finanziarsi grazie ai giacimenti d petrolio conquistati in Siria e Iraq oltre alle bache saccheggiate durante il loro percorso di conquista del territorio islamico, oltre alla compravendita di ostaggi, anche se c'è il sospetto che il denaro possa provenire dai sunniti dell' Arabia Saudita e Kuwait.  E' accaduto però che alcuni Stati non siano stati disposti a cedere a ricatti e siano stati costretti a vedere i propri connazionali cadere in maniera brutale per mano di questi terroristi come gli ultimi casi del pilota giordano (arso vivo) e dei due giapponesi (a cui è stata tagliata la gola), e prima di loro tanti altri uomini rei di appartenere a Paesi uniti nella coalizione contro il lo Stato islamico. I Paesi Nato coalizzati contro questa forza terroristica  sono molteplici e comprendono non solo potenze occidentali ma anche asiatiche. Gli aiuti si dividono in fornitura di aerei e supporto militare in cui l'Italia è impegnata fornendo circa 2,5 mln di dollari in armamenti ed 1 mln di munizioni oltre ad aiuti umanitari che vedono coinvolti in prima linea Stati Uniti, Francia; fornitura di soli aiuti umanitari e di appoggio alla coalizione senza specifiche funzioni. Oltre agli Stati sono in forza  organizzazioni come la Lega Araba (Egitto, Iraq, Giordania, Libano, Arabia Saudita e Siria) e l'Unione Europea.
I due ostaggi giapponesi brutalmente uccisi dal Movimento
"Alleato" che si sta rivelando sempre più decisivo per i terroristi è il web, con cui riescono a comunicare  ed affiliare migliaia di musulmani che non sono riusciti ad integrarsi completamente nella realtà occidentale. Infatti in pochi anni il numero di combattenti si aggira ad 80 mila provenienti da molti Paesi europei. La guerra però non si svolge soltanto nei territori del califfato, infatti non si può dimenticare i giorni di terrori vissuti a Parigi per l'attentato della sede di Charlie Habdo, colpevole di realizzare vignette che irridono il profeta Maometto e le continue minacce che i Paesi  del vecchio continente simbolo del Cristianesimo subiscono, facendo innalzare la soglia di guardia. In Italia infatti oltre ad aumentare i controlli sui territori e monumenti considerati "sensibili", ha avviato una serie di espulsioni a chi è sospettato di avere delle simpatie anche tramite i social delle idee jihadiste.

Molti esperti interpellati per definire un'eventuale strategia vincente contro l'Isis nelle loro diverse politiche, trovano punto comune la necessità di trovare un'alternativa ai bombardamenti nei territori coinvolti in quanto potrebbe essere controproducente, rischiando di alterare la realtà dei civili che si trovano nei territori vicini al califfato, col il rischio di nuovi reclutamenti. E allora quali potrebbero essere le altre soluzioni? Le opzioni potrebbero essere quelle di impoverire l'organizzazione terroristica distruggendo i giacimenti di petrolio che sono fondi primaria di sostentamento per la milizia; la seconda prevede invece la diplomazia, confidando che i Paesi confinanti possano risolvere la situazione all'interno dei confini medio-orientali.
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giovedì, maggio 29, 2014

Sos in una shopping bag, arriva da campo di concentramento cinese

di Pierpaolo De Natale - 7 Maggio 2014, New York. Stephanie Wilson, australiana residente nella Grande Mela - terminati gli acquisti da Saks Fifth Avenue, grande magazzino newyorkese - nel sacchetto contenente la merce acquistata, ha rinvenuto un messaggio.
Datata 12 Giugno 2012 e ritrovata dopo circa due anni, la lettera è firmata da Tohonain Emmanuel Njong, uomo che in quell'anno era ancora prigioniero del regime comunista cinese e, pertanto, recluso in un "laogai".

"Help! Help! Help!", questa la scritta che campeggiava sul foglio (in foto) nascosto all'interno della borsa e questa è una parte del messaggio: "Siamo trattati come schiavi, maltrattati e ci costringono a lavorare più di tredici ore al giorno per confezionare queste grandi borse. La prego, mi aiuti".


Accortasi dell'importanza della questione, la donna ha subito contattato Harry Wu, dissidente che per primo ha reso nota al mondo l'occulta e drammatica realtà dei campi di concentramento cinese.
Wu e la Laogai Foundation hanno proceduto con la ricerca dell'autore della lettere, concludendo l'impresa con successo. Njong, arrestato nel 2010 per frode e rilasciato, dopo due anni di detenzione, per buona condotta e senza mai esser stato condannato, ha detto"Sono contento che almeno una della mie lettere sia stata trovata. [...] è stata la sorpresa più grande della mia vita".

IL PRECEDENTE - Caso analogo alla vicenda accaduta quest'anno si è verificato nel 2013. Julie Keith, cittadina dell'Oregon, rinvenne il seguente messaggio in una scatola di decorazioni per Halloween: "Signore, nel caso lei abbia acquistato questo prodotto, le chiediamo gentilmente di inviare questa lettere all'Organizzazione mondiale per i diritti umani". Nel messaggio si ribadiva anche che i detenuti sono spesso innocenti e incarcerati solo "perchè hanno un'opinione diversa dal partito comunista".

COSA SONO I LAOGAI - La parola Laogai significa "riforma attraverso il lavoro" e tale sistema, strettamente funzionale al regime totalitario cinese, è in azione da molti anni.
I campi presenti nella Repubblica Popolare Cinese sono in costante aumento e la Laogai Research Foundation ne pubblica periodicamente un catalogo, comprendente quelli che sono stati finora scoperti; l'ultimo Laogai Handbook, redatto nel 2008, riporta l'esistenza di ben 1422 campi di lavoro.
Il numero di detenuti è considerato dalla Cina "segreto di Stato", ma alcune stime fanno pensare ad un numero che oscilla tra i tre e i cinque milioni di persone.

FINI POLITICI ED ECONOMICI - I "gulag cinesi", come definiti da Harry Wu - presidente della Laogai Research Foundation e detenuto dal 1960 al 1979 - perseguono un doppio scopo. Tramite i campi di "riforma attraverso il lavoro", infatti, il regime ha costruito una forte macchina intimidatoria, efficace deterrente ai danni degli oppositori politici, e ha dato vita ad un'inesauribile forza lavoro, a costo zero, che pone il Made in China al di sopra dell'intero mercato mondiale.

CHI SONO I DETENUTI - Ad essere rinchiusi sono uomini e donne arrestati e, nella maggior parte dei casi, non ancora condannati alla reclusione. Crimine principale per cui si ottiene un biglietto di sola andata per il Laogai è la professione di una religione diversa dal Comunismo, pertanto vengono perseguitati Cristiani, Islamici, Buddhisti e credenti di ogni altra fede; altra causa di arresto è, come precedentemente detto, l'opposizione alla politica imposta dal regime.

CONDIZIONI DI VITA NEI LAOGAI - Conosciute le informazioni finora date, non è difficile immaginare in quali condizioni versino i prigionieri. Il libro di Harry Wu, intitolato "Laogai: i Gulag di Mao Zedong", raccontando quanto vissuto dal protagonista, offre uno spaccato della realtà celata dal governo cinese. Pare che l'orario di lavoro per ciascuno di loro arriva fino a 16 ore al giorno. Vengono descritti ambienti e condizioni di lavoro privi di sicurezza e igiene. I letti degli internati - come visibile da numerose foto e riportato dalle testimonianze presenti sul sito della Laogai Research Foundation - sono costituiti da nuda pietra e la fame fa da padrona, come ricorda Wu - il cibo, infatti, è proporzionato alla quantità di lavoro eseguito. Sono state, inoltre, riportate testimonianze di uso di violenza negli interrogatori. Come dichiarato da Manfred Nowak in un rapporto pubblicato il 10 Marzo 2006 - inviato dall'Alto Commissariato per i diritti umani dell’ONU, al termine di una visita in Cina durata dal 20 novembre 2005 al 2 dicembre 2005 - coloro i quali, durante il periodo nel laogai, non intendono confessare i crimini per cui sono stati imputati, vengono sottoposti a scariche elettriche, pestaggi, torture e sospensioni per le braccia; tra le punizioni vi è anche l'isolamento in celle di due metri cubi.


SORTE DEI PRIGIONIERI - Consumate le energie vitali dei detenuti, si procede con la loro eliminazione fisica. Secondo quanto riportato sul sito della Laogai Research Foundation Italia Onlus, ognuno di loro viene sottoposto all'esecuzione capitale; al macabro spettacolo vengono invitati i parenti del giustiziato (tenuti anche a pagare l'onere dell'esecuzione) e le scolaresche, così da insegnare a bambini e ragazzi cosa succede a chi non obbedisce e i corpi esanimi vengono infine, come raccontato da Roberto Saviano nella trasmissione "Quello che non ho", utilizzati per il traffico illegale di organi.

L'INTERVISTA - Per vederci più chiaramente, abbiamo intervistato Toni Brandi, Presidente della Laogai Research Foundation Italia Onlus. Ecco le sue risposte.


Qual è l'attuale posizione del governo italiano e dei governi stranieri nei confronti di quello cinese?
Allora è molto semplice. Nessuno e ripeto nessun rappresentante politico italiano, dell'Unione Europea o americano, ha avuto il coraggio di usare la parola laogai davanti ai Cinesi. Vanno in riunioni per semplici affari, senza menzionare nè fare nulla per i diritti umani che sono calpestati in Cina.

Cosa ha fatto nell'ultimo periodo l'Organizzazione delle Nazioni Unite?
Ci sono state delle dichiarazioni generali sulle esecuzioni capitali, sul traffico degli organi, ma sono solo dichiarazioni di intenti, non fanno nulla, perchè i poteri finanziari ovviamente comandano.

Quali sono le ultime notizie provenienti dall'interno dei laogai?
Sono più di mille il numero esatto dei campi e il numero esatto dei detenuti è detto segreto di stato, quindi non si possono avere informazioni. Abbiamo informazioni dai detenuti che ne escono e dalle famiglie dei detenuti e riteniamo che siano tra i tre e i cinque milioni. Per esempi ci sono due vescovi che sono caduti nelle mani della polizia uno nel 1997 e uno nel 2001, vescovi cattolici di cui non si sa assolutamente nulla.

Che tipo di lavoro svolge la Laogai Research Foundation in Italia? Quali obiettivi vi ponete?
Principalmente quello di cercare di far chiudere questi campi, ma i campi Laogai sono solo una parte di quello che avviene in Cina, perchè ci sono tra le cinque e le sei mila esecuzioni capitali l'anno, un florido mercato di traffico degli organi dei condannati a morte. Ci sono aborti forzati, sterilizzazioni forzate e purtroppo gli interessi finanziari delle multinazionali che producono in Cina sono molto più importanti per i nostri politici. Noi ne soffriamo perchè la delocalizzazione delle nostre imprese occidentali in Cina causa disoccupazione in occidente, indebitamento dei governi, aumento delle tasse e tutto ciò che ne segue.

La campagna di sensibilizzazione promossa dalla vostra associazione in Italia riscuote successo da parte degli Italiani?
Dagli Italiani sì, dal popolo sì; molti sono interessati. Sono i politici che, come si dice a Roma, fanno gli "gnorri".
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mercoledì, luglio 04, 2012

Reportage: Amsterdam Story


Amsterdam ha, da tempo, coniugato l'uso delle cosiddette droghe leggere con le profferte del distretto a luci rosse. Milioni di turisti giungono, ogni anno, attratti dalla possibilità di provare una trasgressione gestita come mai altrove. L'esperienza di chi vuole raccontare questa storia non ha tradita nessuna delle attese olandesi, vivendole in prima persona, andando al fondo delle storie altrui, per quanto bizzarre. Così che, per almeno qualche giorno e qualche notte, diventassero anche la mia storia.


di Alessandro Cusimano. Sui prati verdi della sera, le ragazze acconciano i capelli biondi e corrono in bicicletta, risucchiate dalla Luna e colpite al petto da un vento deciso. La sola ombra, al loro passaggio, dirotta la luce. Giovanissime gardenie, debolezze profumate, mele così rotonde che nessun serpente sarà mai in grado di incitare a lasciare il paradiso. E' tutto un farsi segni, sembrano vivere una vacanza provvisoria; una sorte naturale dove il tempo è assente o si perde nel respiro di tutte, concentrate sulla speranza di giungere a delle risposte e sugli atteggiamenti.

Sotto le stelle, che al mattino si erano coricate, il giorno finisce e si frammenta in attimi assolati che, come niente, si perdono nei loro occhi celesti. La Luna d'un sol colpo recide il Sole; carezza senza movimento, ora senza rintocco, fantasia senza discernimento, perdute ciascuna per il buon gusto di vivere insieme un'idea improvvisata.

Lo sguardo piega la notte; colori umidi, anatomie rinnovate. Forme sfacciate strizzano l'occhio e si muovono sul viale dei corpi dinamici. Colpi d'assaggio, cose che si possono toccare. Rossetto perfetto, preciso nel tratto, cremoso.

La virtù delle rose addolcisce le spine; d'estate la notte mette le sue piume colorate. A piazza Dam, il grande silenzio si sveglia e porta via lo strazio della noia. Il gemito di una rosa è il lamento notturno delle creature carnivore dalle bocche dolci che sfoggiano gole nuovissime, con il loro corpo multiplo, innumerevole e vincitore.

La notte possiede l'avvenire, perdona la colpa, moltiplica la luce fissa e riflessa, circonda la vaporosa selvaggina lungo i navigli. Ogni notte ad Amsterdam, si guarda e si misura il contenuto degli specchi, si slaccia un siparietto, va in scena l'inquietudine degli angeli, che hanno memoria, ricordano tutto.


Nell'oscurità di Rembrandt Platz, un incanto di ragazza, porta, in bicicletta, il suo fidanzato; un giovane così esile e dall'aspetto curioso, tanto da poter essere tranquillamente scambiato per un burattino. E gioca con lui. L'alto spazio convesso del suo appartamento appare turchino, come se tracciasse una linea sinuosa, dal perimetro sensuale, intrisa di vicende altrui. E' come il profilo di un'onda, figlia della più bell'acqua del mare. Come per magia, assicura la persistenza del blu nella sua piccola dimora.

In città il buio si diffonde con lentezza, l'onda sebra infrangersi regolare, lunga liscia, ha un effetto cangiante, attestandosi quasi come una serie di dipinti del miglior Van Gogh: distribuisce colore.

Le vibrazione che avverto sono perpendicolari, penetrano la mia pelle. La massa d'acqua dei canali si alza e si abbassa. E' femmina, può sopraffare lo spettatore con la franchezza dei suoi peccati, sotto una luce tenue, per non vedersi, per non vedere gli altri. C'è un riverbero, la visione è complessa, c'è una luce avvenente, una luce rossa. Il volume della musica dei locali si consuma, un colibrì dalla gola color rubino vola libero. Il turista segue il lungo raggio, l'immaginario raggiungibile, la parte sottostante i tavoli.

Acqua e acciaio depositano il grigio e l'azzurro del fiume Amstel nelle profondità degli sguardi più profondi. Il burattino testa di legno è seduto su se stesso, il volto è opalescente, trasformato, lusingato, ispirato da un melodramma felice, costruito sull'acqua.
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domenica, luglio 01, 2012

Reportage: Bienvenidos a Tijuana

Tijuana, Bassa California, Messico. Località balneare risucchiata dalla nuova capitale del narcotraffico internazionale, un'altra città messicana, Ciudad Juarez. Degrado e criminalità, una popolazione in balia degli eventi, a meno di un’ora da San Diego e dalla legalità.

di Alessandro Cusimano. Una leggenda dei combattimenti, il Mike Tyson di inizio millennio, Big Shot non si limitava, li sbranava se li mangiava vivi. Ma ora è tutto finito Big Shot è andato, è arrivato Autotreno.

Pittbull da combattimento, Rolex d’oro, stessa cosa; scommesse, pezzi di mala messicana. Delle vere adunate, anche 5000 dollari per una giocata. Un mucchio di soldi e di coca. “Sono nati per combattere è inutile farli diventare buoni”, ”quanto basta e, in tutto questo questo bordello, ragazze in longuettes aderentissime perizomi a vista belle e brutte, spocchiose o ridanciane trasparenti e ammiccanti, la storia della trasgressione che si taglia col coltello.

Il modello della bionda dell’Europa orientale va un sacco. Bellissime, occhi celesti, bianchissime, fredde e scatenate, marziali e austere, regine di un naziporno di periferia e maledette dalle “buone madri di famiglia”; è Tijuana: un supplì al cioccolato. Maschietti in jeans, camicia, canottiera, petti depilati. Gli sforzi di un anno in palestra o alla molazza del cantiere.

Non-storie accadono a non-personaggi e i colori accesi ci mettono lo sfondo giallo limone o bluette: “Tijuana non è la pattumiera di Ciudad Juarez ”, ma sono luoghi da passarci i pomeriggi, luoghi del sapere ascoltare le voci di quella profondità, ghetto comodo per ammirare la scomodità, una lingua di terra stuprata, sabbie frasche canneti qui Tijuana è due città.

Fiume, mare, terra, senza confine. Pescatori che non pescano, il rumore dell’acqua, un’orgia di legname affastellato in forma di alloggi. Un bambino qui non può subire alcun giudizio e i bambini qui giocano alla guerra contro la solitudine, un omino secco e lungo piegato sulla sedia guarda la tv. Il fetore fermenta con l’umidità, frantuma i muri e sguscia fuori con i topi e gli scarafaggi.

In fondo allo stradone d’ingresso, tre roulottes di zingari si lasciano alle spalle distributori di siringhe impiccati sui reticolati sbrecciati. Giovani nella loro naturale crudeltà, prostitute allegre, la massa inconsapevole, sogni premonitori e drammi condivisi all’osteria, quando la gente comunica.

Il melodramma rivive con la lacrima facile, ma è una tragedia asciutta che indugia in concessioni ruffiane a ruffiani paesaggio, in primi piani forti, sulle violenze. Racconti orali nella loro parlata vivente. Un’affabulazione visionaria, bambine con il rossetto, volti di Cristo che sbucano dalle magliette, telefonini, tatuaggi, gente sudata sporca che si vive addosso, che non capisce, che aspetta che succeda qualcosa.

Poi ognuno torna alle proprie storie, dopo un intervallo onirico-balneare, nello spazio instabile che è alcova, trattoria, ufficio, vuoto, pieno, grembo materno, contro il prossimo, la sensazione di soffocamento da sovraffollamento, di vuoto svuotato.

Al coprifuoco gli spacciatori salutano i macchinoni: camicie hawaiane, sigarette stop, catename d’oro, detenuti nell’ora d’aria. La prigionia è il sigillo ad un cosmo quasi equilibrato, la segregazione forzata dà una vita più aderente agli inganni quotidiani. Queste voci ignorano e annientano.

Uomini che cambiano faccia hanno ucciso il loro compagno di bottiglia; portano un veleno che si respira, per se e per gli altri. Femmine mal lavate vanno alla ricerca d'una sgridata, arrangiando tacchi a spillo e coltelli.

L'aria viva è maleodorante. Un ragazzo dalla mimica vivace e dalla candida villaneria cammina dritto. Delle donne corte lo ammirano, perchè imita quelli che promettono di migliorarsi la vita. Due sorelle, diversamente moleste, si muovono in parallelo, con l'ironia del temperamento, motteggiando fra alleanza e confronto. Le incursioni femminili si fanno smanceria, con il vezzo di dire delle cose ed altre tacere, la vergogna a volte si nomina, sfumando poi, senza traccia, quando il silenzio asciuga il rumore di un'occasionale debolezza.

Un gatto mira agli uccellini in gabbia, provocando un tintinnio stridente di corde metalliche. Il difetto di saccheggiare disegna le sue voglie interrotte e ne comincia a raschiare la scorza, ogni crepuscolo è fatto per le creature dalla lama facile che addentano un fatterello ben cotto, ma già gustato al sangue altrove.

Trascinandosi contro luce, i mendicanti continuano a guardare la che li ha traditi, che non gli ha dato niente, che non può prendere loro niente. Chiodi dalle facce arrossate in fila indiana, muovono strane forme amputate, ramificate, sul marciapiede.

Ed il ricordo, ben dipinto sui loro volti, ha il suono di un coro di voci e le voci muoiono nelle note più bestiali della loro umanità. A migliaia continuano a combattere per una verità alla volta, per una vita come un distributore automatico.
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mercoledì, luglio 27, 2011

IL REPORTAGE / La giornata di un rom a Barletta

di Nicola Ricchitelli
Ore 6:52 di un qualsiasi giorno di luglio. Il regionale proveniente da Foggia giunge puntuale sul primo binario. Dall'ultimo vagone escono fuori dei rom, mentre altri proseguono verso Bari. Per qualcuno, beccato senza biglietto dal controllore, il viaggio finirà anche prima, ma va bene così.
La giornata di un rom a Barletta inizia alle ore sette nella stazione. Ci fingiamo passeggeri in attesa di prendere il prossimo treno, ma in realtà siamo alla stazione per iniziare la nostra giornata da rom.
In meno che non si dica invadono l'angolo di stazione dove è ubicato il bar; alcuni si lavano il viso dinanzi alla fontanella, altri entrano nel bar sotto lo sguardo quasi sbigottito di alcuni studenti che talvolta la colazione non se la possono permettere, ed escono con sacchetti pieni di cornetti e cappuccini. Segue a ruota la distribuzione a destra e a manca della roba presa.
Le donne, nel frattempo, provvedono a rendere presentabili i bimbi più piccoli. Alcuni sono un po’ vivaci. Si avvicina un uomo con una busta, tira fuori quelle che all'apparenza possono sembrare delle normali pillole. Solo in un secondo momento inizieranno a calmarsi. Certo, hanno fatto la loro parte le consistenti dosi di percosse prese dalla mamma, ma comunque è chiaro che quelle pillole sono sonniferi o tranquillanti. Ci darà successivamente conferma il ragazzino con il braccio amputato, di cui non sappiamo quale sia il vero nome, perché ogni volta ce ne ha sempre dato uno diverso.
La sosta nell'ingresso della stazione dura all'incirca mezz'ora. Qualcuno ripartirà su uno dei tanti regionali che vanno e vengono verso Bari e Foggia, ma la gran parte di loro vivrà la giornata tra le vie di Barletta.
Tra le tante figure, ne individuiamo alcune che danno istruzioni ai più piccini, tra sguardi minacciosi e calde raccomandazioni. I ragazzini sembrano rispondere “obbedisco”.
Altri li vedi tirar fuori improbabili violini e fisarmoniche; fingono di provare, ma in realtà non sanno suonare quegli strumenti, anche se il loro fare da musicisti può trarre in inganno.
Poi la giornata ha inizio, l'esercito dei rom parte alla conquista della città. Ognuno prende direzioni diverse: alcuni ce li ritroveremo dinanzi ai semafori di via Foggia, altri vicino ai semafori del vecchio ospedale, altri ancora dinanzi ai semafori del Palazzo di città, o ai supermercati, o davanti all’ingresso delle chiese: insomma, ovunque e in ogni dove.
Decidiamo di seguire il ragazzino con il braccio amputato: è una nostra vecchia conoscenza; di lui sappiamo già tanto, compreso quel braccio perso per via di un camion che lo investì mentre chiedeva l'elemosina ad un incrocio di Foggia circa un paio di anni fa.
Lui finge di non sapere che lo stiamo seguendo, mentre noi fingiamo di non sapere che lui ci ha scoperto. Dai negozianti non tardano ad arrivare il "vai a quel paese".
La loro è un'invasione silenziosa nelle viscere di Barletta. Sembrano muoversi tra l’odio e il disprezzo della gente a cui rispondono con quel loro sorriso sornione, una via di mezzo tra l’irriverente e l’innocente.
La parola d’ordine è: soldi, soldi, soldi. Rifiutano qualsiasi forma di carità alternativa. Il ragazzino dal braccio amputato ci dirà in seguito che ognuno di loro deve racimolare durante la giornata per lo meno cento euro per evitare certi brutti quarti d’ora: ecco, quindi, che il panino con il prosciutto cotto che la signora gli ha gentilmente fatto fare dal salumiere del supermarket, dopo qualche morso, viene buttato in un cassonetto.
Non c’è bar che non passano a setaccio, così come non c’è supermarket che sfugga loro. Dal quartiere Sette frati, al quartiere Borgovilla, da Santa Maria alla 167. Non c’è incrocio e non c’è semaforo che non veda la loro mano tesa, mentre sui loro visi paiono intravedersi tracce di una vita fatta di passato e presente che non ha bisogno di libri e banchi di scuola. Il caldo mette a dura prova qualsiasi comune mortale che lavora onestamente, mentre per loro è solo un dettaglio. Nonostante tutto, riescono anche a sorridere fra di loro, sembrano avere poco o niente, sembra bastare quella vita fatta senza regole, almeno cosi pare.
La loro giornata prosegue tra i banchi di una chiesa, mentre il prete celebra la messa, tra gli ombrelloni di una spiaggia, tra i tavolini dei tanti bar assolati sotto il cielo della nostra Barletta.
Il sole, nel frattempo, ha deciso che per oggi la giornata può finire qui. Alcuni prendono la via del ritorno. Il ragazzino con il braccio amputato incontrerà un uomo che all’apparenza potrà avere all’incirca cinquant’anni: con l’unica mano rimasta tira fuori una busta piena di monete e gliela consegna. Stessa cosa faranno due donne che arriveranno dopo di lui: hanno in braccio i loro bambini che beatamente dormono, storditi dal sole e dai sonniferi.
L’uomo col primo treno diretto a Foggia se ne torna a casa, mentre il ragazzino dal braccio amputato rimane qui a Barletta a “godersi” la movida. Entra ed esce dalle pizzerie, ora con un pezzo di pizza ora con una porzione di patatine fritte: lui ne va ghiotto.

27/07/2011
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lunedì, giugno 20, 2011

“Storie di barlettani”: femminielli e viados, vittime e carnefici, la storia di Cindy e Nicola oltre lo sguardo di Eraclio

di Nicola Ricchitelli. Era il 21 Agosto 1999, su un anonimo Brindisi - Bologna un giovanotto pugliese di 26 anni, travestito per mestiere, femminiello nei subborghi di Parigi, cade prigioniero di un feroce branco – tra di loro un giovane barlettano di 19 anni – violentato, malmenato per oltre un ora, calpestato come una fornica mentre il resto dei passeggeri preferivano farsi i fatti propri. Cindy aveva documenti da uomo ma un profumo di donna, sequestrato e costretto a soddisfare le voglie di una decina di giovanotti senza mestiere di Barletta e Napoli che come bestie impazzite giocarono con la loro preda, prima deridendola e poi schiacciandola senza pietà. Cindy cercò di difendersi con le parole prima e le lacrime poi, pregandoli a lungo di lasciarla in pace: «Piangevo ma quelli non smettevano. Ho creduto di morire, più imploravo più si accanivano e mi deridevano». Su quell’Espresso Lecce – Bolzano, Cindy vi era salita da Fasano (Brindisi), alle 19 in punto. In stazione aveva conosciuto un ragazzo con i suoi stessi problemi, e con lui aveva preso posto in una carrozza di seconda classe. Tutto bene fino a Rimini, qualche chiacchiera, un pisolino, poi ancora il racconto di un pezzo della sua difficile vita passata sui marciapiedi parigini. Quasi una pellicola in bianco nero srotolata a bassa voce sotto la luce giallognola e fioca d’un treno triste. Alle tre erano tutti addormentati quando la città viaggiante, terra di nessuno, fu scossa dall’orda di barbari dei bassi napoletani e dei quartieri poveri di Barletta. Uno, quello che sembrava il capo, fece irruzione nello scompartimento cacciando in malo modo i passeggeri perchè facessero posto a una famiglia di conterranei. Poi, nota “Cindy” , il travestito, rannicchiato sul sedile, impaurito. Prima lo deride, poi chiama gli altri: per la poverina è stata la fine.
Tutti, a turno, approfittarono di lei. Nessuno, lì attorno, mosse un dito. Neanche il nuovo amico conosciuto sui binari. Tutti fecero finta di dormire, per quasi cento chilometri tutti finsero di non vedere, almeno fino alla stazione di Bologna, quando a treno fermo, Cindy ebbe il coraggio di invitare il direttore di quell’orribile orchestra ad appartarsi alla toilette, così da avere più intimità. E quello, presuntuoso, tra l’invidia dei compagni di sciagura abboccò. Ma “Cindy”, che alle brutture dei marciapiedi c'aveva fatto il callo, aveva già un piano per liberarsi: nel tragitto per il bagno scappò verso l’uscita del vagone menandosi per la porta come un fulmine. Sulla pensilina c’erano due poliziotti, gli corse incontro urlando e chiedendo aiuto. La fine dell’incubo, per lei, e l’inizio della caccia al ‘branco’. Tra il branco vi erano anche due balordi di Barletta, parlavano a stento l’italiano, uno non sapeva neppure leggere e scrivere. Non negarono di essersi divertiti, e si dettero addirittura degli imbecilli a vicenda per essersi fatti pizzicare.
Qualche anno dopo, - il 25 Gennaio del 2005 - a Milano il cadavere di un 36enne di Barletta, Nicola Caporusso, viene trovato semicarbonizzato alla periferia della città. Fondamentali le analisi delle impronte digitali del dito indice e del medio di una mano. Il confronto tra i rilievi degli agenti della Polizia scientifica della Questura con le impronte prese dagli uomini del commissariato di Barletta - che lo avevano fermato molti anni prima per un episodio di ricettazione e furto - da un nome a quel cadavere martoriato dalle fiamme scoperto da un passante in via Caio Mario, una strada alla periferia di Milano. L'uomo, che da una decina di anni aveva deciso di trasferirsi stabilmente in un centro alla provincia del capoluogo lombardo, per trovare un'occupazione fissa, era stato a Barletta in occasione delle vacanze natalizie. Al termine delle festività, era tornato al nord. Gli investigatori della Squadra mobile della Questura di Milano ipotizzarono che Caporusso fu strangolato e poi bruciato per un «fattaccio» maturato nell'ambiente della prostituzione dei transessuali. Alcuni «viados», fermati subito dopo il ritrovamento del cadavere, erano stati già stati interrogati dalla polizia nei giorni precedenti al ritrovamento, prima dell'identificazione della vittima.
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venerdì, luglio 30, 2010

Nasce in Puglia centro contro discriminazione razziale

Firmata intesa tra Regione e Unar. 

BARI. In Puglia sara' aperto un centro regionale contro le discriminazioni, per consentire di fare sistema alla rete che già opera in questo settore.E' l'obiettivo del protocollo di intesa siglato oggi tra Regione Puglia e Unar (Ufficio nazionale per la prevenzione e il contrasto di ogni forma di discriminazione). Le forme di discriminazione che il protocollo prevede di contrastare vanno da quelle razziali e sessuali fino a quelle nei confronti di persone con handicap.
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giovedì, luglio 29, 2010

IL REPORTAGE / Oltre l'orizzonte la speranza, la storia di Abdul

di Nicola Ricchitelli
Caricati sui barconi con la speranza di arrivare, perché la prima sfida è quella, che il viaggio dopo aver avuto un inizio abbia anche una fine. Basta un soffio di vento per far agitare le acque, e far finire quel viaggio tra le onde del mare che ti portano via per sempre.
Poi arriva l’alba, l’ennesima, ma questa volta non più dinanzi a sé solo le infinite distese acque di mare, ma quel lungo filo che tutti chiamano orizzonte oltre il quale tutti pensano che ci sia una vita dignitosa, oltre il quale tutti credono ci sia una vita migliore di quella che ci si è lasciata dietro. Poi, però, non è proprio tutto come qualcuno aveva raccontato, perché, oltre quella linea chiamata orizzonte, bisogna combattere.
Quei dettagli scaturiscono dal colore della tua pelle, perché il colore della pelle sa essere molto spesso un dettaglio davvero pesante, alimenta il pregiudizio, prima, e l’indifferenza, poi.
Finisce così che ti ritrovi tra le vie di una qualche città ad elemosinare, e a dormire in alloggi di fortuna.
In questo caso sono le vie della città di Barletta lo scenario di tutto questo, Barletta con le sue vie e i suoi quartieri, Barletta e la sua gente per bene, Barletta e il suo profondo senso di religiosità.
Il tutto avviene dinanzi agli occhi di persone che entrano ed escono da un supermercato, dinanzi a quelle stesse persone che sentono di dover andare a testa alta per il solo fatto di andare tutte le domeniche in chiesa e mettere quei dieci centesimi nel cestino delle offerte.
Soffermarci a guardare ciò che accade dinanzi ai nostri occhi tal volta può rivelarsi un inutile perdita di tempo, specie quando tra le strade della nostra città si vivono storie e realtà che per il solo fatto di non appartenerci in prima persona le ignoriamo, fingiamo di non vederle, perché ci fa comodo, perché farsi i fatti propri in fondo paga sempre.
Tra le vie di Barletta, Abdul, ragazzo di 27 anni proveniente dal Marocco, sembra non esistere, tutti fingono di non vederlo. Cerca vestiti e cibo tra i cassonetti della spazzatura quando cala il buio, in modo che nessuno possa vederlo. Non chiede la carità come fanno alcuni suoi connazionali davanti ai supermercati, dove la risposta più consueta da parte dei nostri concittadini è “andate a lavorare!”.
Abdul è solo, anzi, preferisce esserlo, poiché una delle alternative è quella che molti suoi amici gli propongono: la criminalità organizzata.
Abdul, è giunto a Barletta dopo un'odissea che dal Marocco lo ha portato in Libia, e di lì, per la cifra di 5000 euro, ha attraversato tutto il Mediterraneo. Durante la traversata gli scafisti gli hanno gettato il passaporto in mare insieme alla sua identità, finchè non è giunto a Messina, dove ha soggiornato per qualche tempo in un centro di accoglienza.
Da Messina, in clandestinità, Abdul giunge a Napoli dove per un anno viene reclutato per lavorare nelle campagne, sfruttato e sottopagato. Poi, l’arrivo a Barletta, in coincidenza con l’inizio della vendemmia, in una situazione non assai diversa da quella vissuta a Napoli.
La storia è sempre la stessa, una storia che vede protagonista lui e molti suoi concittadini, e quello che accade nelle campagne di Barletta è spesso ignorato da molti, o, forse, come detto prima, è meglio farsi i fatti propri.
Abdul spesso e volentieri viene portato nelle campagne da agricoltori barlettani per la vendemmia, dove lavora per molte ore, poi, qualche minuto prima della fine della giornata lavorativa, viene bruscamente allontanato con la minaccia di chiamare le forze dell’ordine, senza un grazie e naturalmente senza un centesimo.
Abdul non può ribellarsi, non può sporgere denuncia, non può far valere uno straccio di diritto, poiché lui è un clandestino. Tutto quello che si può fare è raccontare, perché come lui altri vivono la sua stessa situazione, e stiamo parlando di tutti quei ragazzi di colore che ci ritroviamo davanti ai supermercati a chiedere l’elemosina.
Sono gli stessi che alloggiano in capanne di fortuna dislocate nella pineta situata dalle parti della litoranea di ponente, o anche sulla spiaggia stessa; gli stessi che hanno affrontato il duro inverno in condizioni disumane. Aiutarli con i soli centesimi che ci avanzano dalla spesa o con qualche cappotto superfluo nell’armadio non basta e potrebbe non bastare.
Aiutare questi ragazzi a toglierli dalla strada non è solo un gesto di umanità o di carità cristiana, ma significa dimostrare di essere un paese che sa accogliere chi è in difficoltà, così come sono stati accolti i padri dei nostri padri quando emigrarono con le valigie di cartone nelle terre del Sud America, e degli Stati Uniti; significa anche toglierli dalla rete della criminalità organizzata che in loro spesso trova terreno fertile per le proprie attività illecite.
Significa avere coscienza che anche noi siamo stati immigrati e, perché no, potremo un giorno esserlo; significa non cadere in quel luogo comune dove le parole immigrato e colore sono sinonimo di diversità, perché, a quel punto, è bene tenere a mente certe frasi contenute in certe canzoni, "se pensi che il diverso sia da cancellare, tu spera solo di non dover emigrare".

23/06/2011
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