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domenica, marzo 26, 2017

Finto latte Made in Italy: il formaggio e la mozzarella sono 'italiani', il latte è straniero

LECCE - Prosegue imperterrita la farsa dei finti prodotti Made in Italy spacciati per italiani. E interessa qualsiasi settore merceologico. Questa settimana, per esempio, sono state sequestrate dai militari del Comando Regione Carabinieri Forestale Puglia e del Coordinamento Territoriale Carabinieri per l’Ambiente del Parco Nazionale “Alta Murgia” di Altamura, formaggi che venivano realizzati con le cagliate industriali, idem per le mozzarelle etichettate “con Latte della Murgia Barese”. Ma in realtà i formaggi venivano realizzati con latte proveniente dell’Ungheria. Sull'etichetta era riportata la dicitura "latte fresco italiano".

Nello specifico a Bari e Santeramo è stata accertata la vendita di mozzarelle formaggi con etichette non corrispondenti alla realtà sulla provenienza del latte, mentre in diverse ditte situate nelle città di Andria, di Gioia del Colle e di Fasano, inoltre i Carabinieri hanno sequestrato oltre 1500 Kg di prodotti caseari privi del sistema di tracciabilità inerente l’origine del latte utilizzato, in violazione a quanto previsto dalla specifica normativa di settore sulla sicurezza degli alimenti. Sui tali prodotti non risultavano infatti riportate le fondamentali indicazioni attestanti il giorno di produzione e le materie prime utilizzate.

Nel settore alimentare un classico della contraffazione è il formaggio ed in particolare un suo derivato, la mozzarella, osserva Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”. Prodotta con latte di importazione e messa in commercio come se fosse italiana. Nel frattempo, per fortuna, i sequestri fioccano. Secondo gli esperti del settore agroalimentare, una significativa parte delle mozzarelle “italiane” in realtà non sono prodotte con latte italiano ma con latte proveniente per oltre il 50% da Belgio, Francia, Lussemburgo e Ungheria ed è semplicemente la punta di un iceberg, una vera e propria piaga del settore agroalimentare del nostro Paese. Piaga che costituisce una grave forma di raggiro ai danni del consumatore, ma non solo. È anche un caso clamoroso di concorrenza sleale che danneggia tutti quei produttori che mettono in commercio mozzarelle e formaggi realmente italiani. A scorrere gli scaffali di supermercati e negozi di alimentari sembra che la gran parte del latte e dei formaggi che compriamo siano al 100% italiani. Peccato solo che il 50% del latte usato in Italia per produrre formaggi non sia latte italiano ma latte straniero di importazione.

Nel solo 2015 “sono arrivati ben 1,8 miliardi di chili di latte in cisterna e 530 milioni di litri già confezionati, tra cui 1,3 miliardi di litri di latte sterile e UHT”, con una stima di “86 milioni di chili di cagliate e 130 milioni di chili di polvere di latte, di cui circa 10 milioni di chili di caseina utilizzati in latticini e formaggi all’insaputa dei consumatori e a danno degli allevatori. La conclusione è che tre cartoni di latte a lunga conservazione su quattro sono stranieri senza indicazione in etichetta e la metà delle mozzarelle sono fatte con latte o addirittura cagliate straniere all’insaputa dei consumatori.

Un inganno che sta mettendo a rischio 40.000 stalle italiane, quasi 200.000 occupati e oltre 22 miliardi di euro di valore generato dalla filiera nel settore lattiero caseario, che rappresenta la voce più importante dell’agroalimentare italiano e che vanta anche 43 formaggi tipici a Denominazione d’origine”. Ce ne dovremmo uscire da questa situazione con l’imminente entrata in vigore del Decreto, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n.15 del 19 gennaio 2017, inerente l’obbligo di “indicazione dell’origine in etichetta della materia prima per il latte e i prodotti lattieri caseari, in attuazione del regolamento (UE) n. 1169/2011.

venerdì, marzo 24, 2017

Svizzera, primo decesso per morbillo

ZURIGO - Dal mese di gennaio 2017 è stato registrato un preoccupante aumento del numero di casi di morbillo in Italia. Ora il caso di un giovane che è morto in febbraio in Svizzera, a causa di questa malattia anche se era vaccinato, deve fare alzare il livello di guardia, per garantire la piena realizzazione degli obiettivi del recente Piano nazionale di prevenzione vaccinale e per riguadagnare rapidamente le coperture vaccinali che si sono abbassate pericolosamente nel corso degli ultimi anni. Il caso svizzero è stato segnalato oggi dall'Ufficio federale della sanità pubblica (UFSP). Era dal 2009 che ciò non avveniva in Svizzera.

Il giovane è deceduto in un reparto di terapia intensiva a causa di problemi polmonari. Aveva la leucemia e seguiva una cura che metteva a dura prova il suo sistema immunitario. Il vaccino contro il morbillo, che gli era stato somministrato, non è stato in grado di proteggerlo adeguatamente. Nel 2009 a Ginevra era morta una ragazzina francese di 12 anni sempre per questo virus. Il nuovo caso,rileva Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, dimostra quanto sia importate estirpare il morbillo in Italia.

Molte persone non sono vaccinate contro questa malattia per motivi di salute o non hanno sviluppano una protezione adeguata malgrado la vaccinazione. In Italia a fronte degli 844 casi di morbillo segnalati nel 2016, dall’inizio dell’anno sono già stati registrati più di 700 casi, con un incremento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, in cui si erano verificati 220 casi, di oltre il 230%. La maggior parte dei casi sono stati segnalati da sole quattro Regioni: Piemonte, Lazio, Lombardia e Toscana. Più della la metà dei casi rientra nella fascia di età 15-39 anni. Sono stati notificati anche diversi casi a trasmissione in ambito sanitario e in operatori sanitari.

giovedì, marzo 23, 2017

Diritto al veganesimo, Tar: "Non è possibile che il Comune neghi il menu vegano ai bimbi senza motivarlo"

BARI - Una decisione che farà senz'altro discutere perchè riguarda un tema sempre più scottante in quanto concerne il diritto o meno dei genitori di allevare i figli secondo un'alimentazione vegana che si va a scontrare con le prassi e le regolamentazioni di una società e delle istituzioni ancorate al valore delle diete tradizionali. Ed è il Tar della sezione autonoma di Bolzano a sentenziare l'ok al menu vegano per il bambino che va a scuola dell’infanzia.

E lo motiva con il principio secondo cui il Comune non può negare la dieta senza carne, pesce, uova, latte e derivati al bambino che l’ha seguita fin dalla nascita senza una motivazione circa le «ragioni giuridiche» del diniego. Nè l'amministrazione comunale può limitarsi a indicare l’elenco tassativo dei quattro menu alternativi a quello standard che offre ai bimbi dei suoi asili: ogni provvedimento dell’Amministrazione deve infatti essere motivato e mai essa «è libera di agire secondo arbitrio».

La sentenza 107/17 costituisce una significativa vittoria di una mamma altoatesina che aveva deciso di proporre ricorso al tribunale amministrativo producendo, peraltro, un certificato medico del pediatra che consigliava di escludere gli alimenti indicati dalla dieta del bambino perché potrebbero avere «effetti non favorevoli», dato che in famiglia il bambino è stato cresciuto seguendo questo tipo di alimentazione. Il provvedimento del comune è stato così annullato per carenza di motivazione perché a fondamento del rifiuto non risulta posta alcuna previsione normativa o regolamentare.

Anche in sede giurisdizionale l'ente non è in grado di motivare il diniego: è non ha alcun valore la circostanza che l’amministrazione invochi la delibera della Giunta, limitandosi ad affermare di non avere «alcun obbligo di fornire un menu vegano ai bambini iscritti nei suoi asili» senza indicare alcuna norma o atto: «tanto basta a rendere illegittimo il provvedimento», evidenzia la corte. Anche se la decisione si rifà alla legge regionale del Trentino Alto Adige, il principio applicato è sostanzialmente identico alla normativa nazionale sull’obbligo di motivazione dei provvedimenti amministrativi: l’ente «deve sempre operare secondo la legge», altrimenti non può provvedere esercitando il suo potere.

Ovviamente rileva Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, non sta a noi stabilire o meno la correttezza della scelta della famiglia, ma resta il fatto che alle amministrazioni comunali, in assenza di specifiche norme e regolamenti in materia, resta preclusa la proibizione della somministrazione di diete vegane o vegetariane anche ai bambini.

mercoledì, marzo 22, 2017

Tumori, diminuiscono i decessi in Italia: -1134 morti nel 2013

BARI - Per la prima volta diminuiscono in Italia i decessi per tumore: 1.134 morti in meno registrate nel 2013 (176.217) rispetto al 2012 (177.351). Migliore adesione ai programmi di screening, efficacia delle campagne di prevenzione e nuove armi stanno evidenziando risultati significativi.

Passi in avanti ottenuti anche grazie all’oncologia di precisione che determina una vera e propria rivoluzione del modo di “pensare” il cancro: l’obiettivo è individuare le singolarità genetiche dei diversi tipi di tumore, per impostare la cura in rapporto alle esigenze di ogni paziente. A questo nuovo approccio l’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) dedica un convegno nazionale che si svolge oggi al Ministero della Salute. “In diciassette anni (1990-2007) i cittadini che hanno sconfitto il cancro nel nostro Paese sono aumentati del 18% (uomini) e del 10% (donne) - afferma il prof. Carmine Pinto, presidente nazionale AIOM -. Oggi sappiamo che non esiste ‘il’ tumore ma ‘i’ tumori e che la malattia si sviluppa e progredisce diversamente in ogni persona. Perché il paziente possa ricevere una terapia di precisione sono necessarie una diagnosi accurata e una definizione del profilo molecolare della malattia con test specifici. La diagnosi può essere garantita attraverso il lavoro di laboratori di qualità in grado di fornire risultati standardizzati che supportino il lavoro dei clinici. L’oncologia di precisione cambia anche il concetto di appropriatezza, diventa cioè necessario verificare se il paziente riceva il test molecolare e la terapia indicati.

In questo modo si possono ottenere risparmi notevoli per il sistema evitando trattamenti inutili e le conseguenti tossicità per i pazienti”. Oggi sono disponibili terapie mirate per alcuni dei tumori più frequenti (colon-retto, seno, polmone e stomaco). “All’identificazione di un fattore molecolare con ruolo predittivo deve far seguito una terapia mirata, perché questo è l’unico modo di migliorare l’aspettativa di vita dei malati – sottolinea la prof.ssa Paola Queirolo, Responsabile del DMT (Disease Management Team) Melanoma e Tumori cutanei all’IRCCS San Martino IST di Genova -. Un caso esemplare è quello del melanoma che fa registrare ogni anno nel nostro Paese quasi 14mila nuovi casi. In questo tumore della pelle funzionano trattamenti a bersaglio molecolare che agiscono su specifiche alterazioni a carico del DNA della cellula tumorale. In particolare circa il 50% dei pazienti presenta la mutazione del gene BRAF-V600. Prima dell’arrivo di queste armi innovative, la sopravvivenza mediana in stadio metastatico era di appena 6 mesi, con un tasso di mortalità a un anno del 75%. Queste nuove molecole hanno aperto un ‘nuovo mondo’ non solo in termini di efficacia e attività ma anche di qualità di vita per la bassissima tossicità e la facile maneggevolezza”.

L’AIOM ha costituito un tavolo di lavoro permanente con la Società Italiana di Anatomia Patologica e Citopatologia (SIAPEC-IAP) per la caratterizzazione molecolare delle neoplasie in funzione terapeutica. “Da più di 10 anni - continua il prof. Paolo Marchetti, Direttore dell’Oncologia Medica all’Ospedale Sant’Andrea di Roma - abbiamo unito gli sforzi per redigere le raccomandazioni che permettono di definire con precisione le caratteristiche biologiche di cinque tipi di cancro: al seno, al colon-retto, al polmone, allo stomaco e il melanoma. La collaborazione tra oncologo e patologo è fondamentale per realizzare un approccio personalizzato alla cura del paziente. Ciò che l’anatomopatologo scrive nel referto diventa infatti uno dei pilastri fondamentali delle successive scelte terapeutiche”. La qualità dei test molecolari nel tempo è molto migliorata proprio grazie all’impegno delle due società scientifiche. “Abbiamo promosso controlli di qualità nazionali dei centri di patologia molecolare – continua il prof. Pinto –. Si tratta di un passaggio fondamentale per garantire nell’intero territorio la possibilità di accesso a test molecolari validati. Uno dei requisiti indispensabili per la reale istituzione delle reti oncologiche regionali è rappresentato proprio dalla identificazione dei laboratori di riferimento per i test di biologia molecolare. Come evidenziato in un editoriale pubblicato su una famosa rivista scientifica, il New England Journal of Medicine, abbiamo solo cominciato a parlare delle potenzialità della medicina di precisione e siamo ben lontani dal raggiungimento dell’obiettivo finale”. Una delle caratteristiche di questo approccio è la multidisciplinarietà.

“La collaborazione fra diversi saperi è un fattore essenziale per governare la complessità che deriva dal considerare ogni paziente come potenzialmente unico - spiega il dott. Claudio Cricelli, presidente della Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG) -. Inoltre i tumori stanno diventando sempre più patologie croniche con cui i pazienti possono convivere a lungo, questo si traduce in una presa in carico crescente da parte dei medici di famiglia. L’oncologia di precisione deve affrontare la sfida della complessità: lo studio di ogni singolo paziente nella sua peculiarità porterà a un aumento esponenziale dei dati, sia qualitativo sia quantitativo. I medici di famiglia possono offrire un supporto fondamentale agli specialisti nel ‘governare’ questa mole di informazioni, un’esperienza che la SIMG ha sviluppato da tempo grazie al database Health Search”. Per la prima volta l’AIOM dedica all’oncologia di precisione un progetto nazionale, con la distribuzione in tutte le oncologie italiane di un opuscolo strutturato come un dialogo fra il presidente Pinto e Jorge Lorenzo, per cinque volte campione del mondo di motociclismo.

“Abbiamo deciso con entusiasmo di sostenere il progetto dell’AIOM - conclude il dott. Luigi Boano, General Manager Novartis Oncology Italia – che avrà un impatto positivo per i pazienti e per il sistema sanitario. Novartis è da anni impegnata nell’Oncologia di Precisione, per sviluppare farmaci sempre più efficaci contro il cancro, che migliorino la sopravvivenza dei pazienti e la loro qualità della vita, nel rispetto della sostenibilità del sistema”.

martedì, marzo 21, 2017

"Salvato da un tumore alla Santa Maria", paziente scrive ad Emiliano

BARI - La diagnosi precoce, all’Ospedale Santa Maria, lo salva da un carcinoma maligno:  un paziente scrive una lettera di ringraziamento al presidente della Regione Puglia

"Caro Presidente, organizzazione eccellente, professionalità e dedizione verso il malato mi hanno salvato la vita: anche al Sud esiste la buona sanità”

L’equipe di Chirurgia generale dell’Ospedale Santa Maria di Bari – guidata dal Prof. Giuseppe Piccini – ha avuto il merito di trattare in maniera tempestiva il caso di un paziente – Nicola Valenzano di 54 anni - affetto da una patologia oncologica del colon, ancora nella fase iniziale, ma che – se non presa in tempo - si sarebbe evoluta di lì a poco in un carcinoma maligno.

Dopo l’assistenza ricevuta, il Sig. Nicola Valenzano ha voluto esprimere pubblicamente la propria soddisfazione e gratitudine scrivendo direttamente al Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano.

“Non per piaggeria ma perché lo ritengo doveroso da cittadino – scrive il paziente nella sua missiva -   esprimere pubblicamente tutta la mia soddisfazione e compiacimento per la perfetta organizzazione, professionalità, dedizione verso il malato e trattamento che ho ricevuto presso l’Ospedale Santa Maria di Bari”.

Il paziente – dopo una serie di diagnosi poco chiare su disturbi all’intestino - si è rivolto all’Ospedale Santa Maria – struttura privata accreditata SSN - dove ha eseguito nel giro di pochi giorni una colonscopia che ha evidenziato la presenza di un polipo intestinale di dimensioni significative.

“Abbiamo riscontrato un adenoma villoso con displasia di alto grado del colon di destra di dimensioni tali da non permettere la resezione per via endoscopica – spiega il Prof. Piccinni - quando si parla di displasia si intende il  momento in cui le cellule si stanno evolvendo in maniera anomala, cioè trasformando per dare origine al carcinoma. Per questo – trattandosi di una forma iniziale, quindi benigna, di tumore – abbiamo avviato immediatamente il paziente ad un intervento chirurgico”.

La diagnosi tempestiva invece ha consentito di pianificare subito l’intervento eseguito in laparoscopia, una tecnica di chirurgia mininvasiva che ha evitato l’apertura dell’addome e consentito al chirurgo, attraverso piccole incisioni, di procedere alla asportazione dell’adenoma.

“L’approccio mininvasivo - aggiunge il Prof. Piccinni - ci consente di fare chirurgia maggiore con un minor insulto chirurgico sui pazienti che non perdono sangue,  grazie anche ai tagli che sono talmente  e perfettamente regolati che l’organismo reagisce in maniera positiva. La risposta immunitaria del paziente è migliore  e la ripresa funzionale nel post operatorio, immediata”.

Il paziente è stato infatti dimesso dopo qualche giorno e ha ripreso a svolgere tutte le normali funzioni della vita quotidiana, compreso il suo lavoro. Circondato dall’affetto della sua famiglia, ha potuto riacquistare serenità.  “Dal primo istante i cui ho messo piede nell’Ospedale Santa Maria non mi sono sentito un problema ma accolto e “coccolato” con una cortesia e gentilezza che mi hanno fatto dubitare di essere a Bari – conclude l’uomo nella sua lettera - grazie a loro il mio problema è stato risolto, e per lo più in convenzione con la struttura pubblica. Per questo, secondo me, quello della Santa Maria è un esempio da seguire altrove”.

Riportiamo di seguito il contenuto integrale della lettera inviata dal paziente Sig. Nicola Valenzano:

Buongiorno Signor Presidente Emiliano,
non per piaggeria ma perché lo ritengo doveroso da cittadino, desidero segnalare alla Sua cortese attenzione ed esprimere pubblicamente tutta la mia soddisfazione e compiacimento per la perfetta organizzazione, professionalità, dedizione verso il malato e trattamento che ho ricevuto presso la Clinica Santa Maria di Bari.
Mi sono rivolto a questa struttura perché improvvisamente nella mia frenetica vita mi sono ritrovato con una seria diagnosi su cui avevo poco da scherzare per cui, dopo aver appreso delle interminabili liste degli ospedali pubblici, su consiglio di qualche collega sono arrivato a questo mondo a me sconosciuto.
Dal primo istante i cui ho messo piede nella Clinica Santa Maria non mi sono sentito un problema ma accolto e “coccolato” con una cortesia e gentilezza che mi hanno fatto dubitare di essere a Bari.
Per brevità ho eseguito qualche accertamento a pagamento ma il grosso del problema è stato risolto in convenzione con la struttura pubblica.
Mi sono convinto che la macchina organizzativa della Clinica Santa Maria è talmente perfetta e precisa che dovrebbe essere presa ad esempio per il buon funzionamento in economia degli altri ospedali.
All’organizzazione si affianca una professionalità e umanità del personale medico, paramedico ed impiegatizio che non ha eguali, gente di spessore instancabile, dopo ore di intenso lavoro sempre pronta ad ascoltare ed aiutare.
Un pubblico e immenso grazie poi ad un chirurgo speciale, Il Prof. Giuseppe Piccinni, professionista di grandissimo livello dall’impareggiabile umanità, un uomo che fa onore alla classe medica.
Signor Presidente in estrema sintesi una nota positiva che da cittadino sento il dovere di sottolineare.
Io non conosco la proprietà ed il management della Clinica Santa Maria ma mi sono convinto che è un ottimo esempio da seguire.
Grazie al superbo Prof. Piccinni ed al suo staff, alla Caposala ed a tutti gli infermieri, grazie al personale impiegatizio.
Grazie alla Clinica Santa Maria.
Cordiali saluti.

"Troppi batteri nei campi in erba sintetica: salute a rischio, si intervenga"

ROMA - I campi in erba sintetica sono un ricettacolo di batteri potenzialmente pericolosi per la salute. E’ quanto ha dimostrato uno studio condotto dall’Università di Catania che per la prima volta ha evidenziato la presenza rilevante di agenti patogeni, tra cui Escherichia coli e stafilococchi in impianti sportivi frequentati giornalmente da migliaia di persone.

“L’indagine è stata condotta su quattro diversi impianti sportivi catanesi - afferma la prof.ssa Cinzia Randazzo, docente di Microbiologia Agroalimentare, dell’Università di Catania e coordinatrice della ricerca -. Per valutare il livello di contaminazione abbiamo prelevato campioni di manto erboso, su svariati punti di differenti campi di calcio, che abbiamo sottoposto ad analisi microbiologiche. I risultati hanno evidenziato una carica microbica totale pari a 20.000 unità formanti colonie (ufc) per cm2, presenza di stafilococchi (pari a 4.000 ufc per cm2), di Escherichia coli (pari a 100 ufc per cm2), di Pseudomonas spp (pari a 6.000 ufc per cm2) e di enterococchi (pari a 400 ufc per cm2). La presenza di tali microrganismi può essere correlata a contaminazioni di origine umana, gocce di sudore, sputi, abrasioni dei giocatori ma anche a escrementi di volatili o di altri animali. Nel nostro Paese si calcola che esistono oltre duemila campi in erba sintetica e il loro numero è in forte crescita. Le scarse condizioni igienico-sanitarie possono portare problemi alla salute di chi frequenta questi luoghi”.

La ricerca dell’Ateneo catanese ha inoltre studiato l’efficacia di possibili soluzioni per garantire la salubrità degli impianti sportivi in erba sintetica. “Ad oggi in commercio è presente un solo prodotto che ha ricevuto l’Attestazione di Detergente Sanificante dalla Commissione Impianti Sportivi in Erba Artificiale della L.N.D.-F.I.G.C. (C.I.S.E.A.). Si tratta del detergente alcalino denominato Lavailcampo, che ad una concentrazione del 20%, per un tempo di contatto di 20 minuti, ha portato ad un abbattimento totale degli agenti patogeni - prosegue la prof.ssa Randazzo -. In particolare si è azzerata la presenza di batteri pericolosi come Escherichia coli, Pseudomonas e stafiloccocchi, così come richiesto dalle leggi italiane in tema di igiene pubblica”.

“Solo in questo modo è possibile ottenere l’inibizione totale di tutti i gruppi microbici nocivi per l’organismo umano e la ricerca ha evidenziato l’efficacia del detergente igienizzante Lavailcampo quale soluzione per garantire la qualità igienico-sanitaria degli impianti sportivi a tutela della salute dei frequentatori. Il studio ha evidenziato inoltre che l’effetto igienizzante dura a lungo nel tempo e dopo un mese la carica batterica presenta ancora valori contenuti e accettabili”. “E’ necessario - conclude la prof. Randazzo - che le Autorità prendano atto e si occupino di questo problema, al fine di tutelare la salute di chi frequenta gli impianti sportivi”.

lunedì, marzo 20, 2017

RiNascita, nuovi programmi di cura per le pazienti oncologiche pugliesi

BARI - Si celebra oggi in tutto il mondo la giornata della felicità.  Ed è proprio per ridare un sorriso alle pazienti oncologiche pugliesi che è nato RiNascita, il progetto, presentato stamattina a Bari, ideato da ACTO BARI (Alleanza contro il tumore ovarico) e dall’associazione di volontariato UI Together, in collaborazione con la Casa delle Donne del Mediterraneo e Nouvelle Esthétique Académie.

RiNascita è uno dei vincitori 2016 del bando ‘Orizzonti solidali’ promosso dalla Fondazione Megamark in collaborazione con i supermercati Dok, A&O, Famila e Iperfamila e con il patrocinio della Regione Puglia e del suo Assessorato al Welfare.

L’iniziativa è rivolta alle donne pugliesi affette da una neoplasia che potranno usufruire gratuitamente – a partire da domani -  di programmi finalizzati alla cura di sé e di percorsi di sostegno fisico e psicologico (corsi di make – up, supporto psicologico, trattamenti fisioterapici, piani alimentari personalizzati). E mentre le mamme si prenderanno cura di sé i bambini potranno divertirsi in uno spazio pensato per loro, un’area di baby care organizzata con servizio di baby sitting, attrezzature all’interno e giochi all’esterno.

Tutte le iniziative si svolgeranno nella Casa delle Donne del Mediterraneo, (all’interno del mercato di piazza Balenzano) un luogo riservato e fuori dalle mura ospedaliere. Gli interventi strutturali, l’allestimento e l’organizzazione degli spazi all’interno della Casa delle Donne del Mediterraneo sono stati resi possibili grazie al contributo della Fondazione Megamark e al sostegno di professionisti e aziende che hanno messo a disposizione consulenze, materiali e manodopera a prezzi scontati.

RiNascita rappresenta, per la prima volta in Puglia e nel Sud, un percorso innovativo, che risponde a un bisogno quasi totalmente negato alle donne che si ammalano di tumore. I pochi trattamenti eseguiti a carico del SSN all'interno degli ospedali, hanno lunghe liste di attesa, mentre quelli a pagamento hanno dei costi difficilmente sopportabili. 

domenica, marzo 19, 2017

Taranto, al via Settimana Prevenzione Oncologica. Testimonial Francesco Totti

TARANTO - Si tiene dal 18 al 26 marzo l’edizione numero 16 della Settimana Nazionale per la Prevenzione Oncologica, l’iniziativa istituita con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri nel 2005 e organizzata dalla Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori.

Lo scopo della campagna è quello di diffondere la cultura della prevenzione oncologica, attraverso la promozione dei corretti stili di vita, a cominciare dalla condotta alimentare. Quest’anno, alla Settimana Nazionale per la Prevenzione Oncologica hanno gratuitamente prestato la propria immagine il campione di calcio Francesco Totti e lo chef stellato Massimo Bottura, due fuoriclasse dell’alimentazione e, quindi, della prevenzione.

L’attenzione alla qualità e alla quantità dei cibi è un verbo costantemente praticato in terra tarantina anche dalla locale Sezione Provinciale della Lilt, che lunedì 19 e martedì 20 dispenserà consigli nutrizionali attraverso l’opera gratuita di una professionista convenzionata. Dalle ore 17:00 alle 19:00, infatti, presso la sede di piazzale Dante 31 (zona Bestat) a Taranto, la biologa nutrizionista dott.ssa Raffaella Trovato sarà a disposizione dell’utenza per consulti inerenti alla corretta alimentazione. Per tutta la settimana, inoltre, chi deciderà di associarsi alla Lilt di Taranto riceverà in dono una bottiglia di olio extravergine di oliva 100% italiano (sino ad esaurimento scorte), simbolo della campagna.

Il tesseramento, effettuabile presso la sede stessa o direttamente dal sito Legatumoritaranto.it, dà diritto ad accessi convenzionati a visite specialistiche e accertamenti diagnostici, per tutto il 2017

sabato, marzo 18, 2017

Tumori, il percorso oncologico pugliese riparte da Lecce

LECCE - Gestire la malattia oncologica in ogni sua fase per migliorarne il percorso all’interno della struttura sanitaria. E con effetti positivi sulla vita dei pazienti, dentro e fuori una corsia d’ospedale. E’ il progetto DMO Disease Management Optimization, ovvero ottimizzazione della gestione della malattia, realizzato da ARES Puglia, ASL Lecce e BIP Life Sciences, con il contributo di Roche, nell’Ospedale “Vito Fazzi”.

Un “laboratorio” ideale per disegnare un percorso omogeneo in cui prendersi cura dei pazienti oncologici, con i loro bisogni e patologie specifiche alle quali offrire risposte efficaci ed efficienti, migliorando allo stesso tempo la capacità delle strutture e delle professionalità sanitarie di gestire, in modo semplice e preciso, la complessità. Anche eliminando, o riducendo al minimo, sprechi, ridondanze e criticità.

Un anno di impegno, dal giugno 2015 al giugno 2016, per verificare e puntellare - partendo dal progetto-pilota di Lecce - la “spina dorsale” del Percorso Oncologico regionale. I cui primi risultati sono stati presentati giovedì scorso nel Polo Oncologico “Giovanni Paolo II”, fulcro operativo del progetto assieme alla Direzione Sanitaria della Asl Lecce, alla Chirurgia Toracica e alla Radioterapia del “Vito Fazzi”, sotto il coordinamento di Giovanni Gorgoni, direttore Ares Puglia, di Ettore Attolini, dirigente Programmazione Sanitaria Ares Puglia, e del direttore sanitario ASL Antonio Sanguedolce.

Fondamentali i dati raccolti ed elaborati che, a partire dal focus sul carcinoma del colon retto e del polmone, riflettono un quadro di graduale quanto effettivo miglioramento delle modalità con le quali la Sanità pugliese, e in particolare leccese, sta affrontando la lotta quotidiana contro la malattia oncologica.

Un confronto non sempre facile, ad esempio sul versante della crescita della quota di pazienti presi in carico tramite team multidisciplinare: 2,5% per il colon retto, 5% per il carcinoma polmonare. Numeri ancora limitati su cui bisognerà concentrare gli sforzi, ma che costituiscono l’humus su cui innestare il cambiamento in atto. Tendenza certificata, per il colon retto, da performance più marcate in termini di riduzione della degenza media per i pazienti operati (2,4 giorni, meno 15%), oppure nel tempo medio d’accesso alla chemioterapia, calcolato in 6,9 settimane, quindi entro il range di 4-8 previsto dalle linee guida, così come per la mortalità post-operatoria: inferiore al 2% nei 30 giorni successivi per interventi programmati e al 10% per quelli urgenti.

Numeri positivi confermati anche sul fronte del carcinoma polmonare, dove la mortalità post-operatoria è infatti inferiore al 2% e 3%, rispettivamente nei 30 e 90 giorni successivi all’intervento. Richiederà un maggiore impegno, invece, riuscire ad abbassare la degenza media dei pazienti in fase pre-operatoria: sono 2 (a Lecce) e 3 (in media in regione) le giornate ancora da “limare” per raggiungere la soglia attesa di 12 giorni. Più incoraggianti i tempi di ricovero connessi con un intervento maggiore programmato, che a Lecce non superano gli 8,3 giorni, quindi sotto la soglia fissata a 9, così come la riduzione del 60% del tempo medio trascorso tra il sospetto diagnostico e la prima visita specialistica (12 giorni nel 2015).

Analisi, monitoraggio e rimodulazione hanno riguardato anche i pazienti operati entro un mese dalla diagnosi, la cui quota è cresciuta costantemente. Ed è stata valutata positivamente la progressiva concentrazione delle attività nei centri regionali di riferimento, come avvenuto nella Chirurgia Toracica del “Fazzi”, reparto d’eccellenza con circa 200 interventi l’anno, mentre a livello regionale operano ancora diverse strutture con volumi di attività programmata inferiore alla soglia minima attesa di 65 casi l’anno.

Ad un livello più profondo rispetto alle cifre, va quindi letto l’approccio globale alla malattia oncologica, che mette in gioco le attuali modalità di gestione clinica ed assistenziale del paziente, identifica gli ambiti di miglioramento del percorso, approfondendo gli elementi epidemiologici, clinici, organizzativi ed economici e quindi generando elementi quantitativi in grado di supportare un confronto costruttivo all’interno del gruppo di lavoro regionale.

Il traguardo, indicato dal direttore Gorgoni, è già in vista: «Definire in modo condiviso le priorità di intervento per migliorare il percorso a parità di risorse. Abbiamo perciò tracciato le linee guida dell’iniziativa che fa di Lecce il punto di riferimento per un modello innovativo, perfettamente in sintonia con le direttive regionali, che ha come obiettivo principale la verifica, attraverso un modello scientifico, del percorso dedicato al paziente oncologico».

«Partire dai dati – ha sottolineato il dg Silvana Melli – è fondamentale per riorganizzare e ricalibrare i servizi in termini di terapia e di risultati finali: il Polo Oncologico del “Fazzi” è il luogo giusto e d'eccellenza per la presa in carico adeguata e continuativa del paziente». Linea condivisa dal direttore sanitario Antonio Sanguedolce, che a maggior ragione ha rimarcato «l’importanza di riallineare i dati amministrativi ed economici con quelli più squisitamente clinici, che insieme danno la misura e il valore del lavoro svolto all’interno del percorso oncologico». Una “strada” che ha trovato nell'esperienza di Lecce un test tanto attendibile da poter essere replicato su scala regionale.

Calamari al cadmio, scatta il ritiro

SPAGNA - Non buone notizie per il consumatore che crede nella genuinità dei prodotti facenti capo alla grande distribuzione. Ma non sono giorni buoni in generale per i consumatori italiani. Il Sistema rapido di allerta europeo per alimenti (RASFF), giorno 17 marzo, ha diramato una black list di prodotti alimentari provenienti dall’estero che non rispettano i nostri standard per quanto riguarda l’utilizzo di prodotti chimici e relativi residui.

Tutta colpa di una partita di calamari decongelati (Todarodes sagittatus) al cadmio provenienti dalla Spagna, scoperti dai controlli effettuati dal dipartimento di sanità pubblica e sicurezza alimentare nazionale, finiti nelle rivendite in tutta Italia. Il cadmio, utilizzato soprattutto nell’industria delle vernici e delle batterie, è un metallo estremamente tossico che provoca numerose patologie tra cui alcune letali come attacchi di cuore, cancro e diabete. Il cadmio sostituisce lo zinco in molti complessi metallo-enzimi e molteplici sintomi causati da tossicità da cadmio possono essere condotte di una carenza di zinco indotta da cadmio.

Si concentra nei remi, nel fegato in altri organi. È considerato più tossico sia del piombo che del mercurio. Pertanto Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, associazione ormai punto di riferimento per la sicurezza alimentare in Italia, consiglia alle ditte di prodotti ittici e ai titolari delle rivendite all’ingrosso di prodotti alimentari di bloccare la vendita di questo lotto. Il reato previsto è quello di commercializzazione di alimenti non conformi alla normativa vigente punito con una ammenda di 2580,00 euro.

La segnalazione diffusa dal Sistema rapido di allerta europeo, classificata come decisione di rischio grave, è stata inviata dal Ministero della salute italiano ma non pubblicata sul sito del nuovo portale dedicato alle allerte alimentari.

giovedì, marzo 16, 2017

Usa, batterio killer nella pizza surgelata

STATI UNITI - Attenzione, ai nostri connazionali che potrebbero trovarsi negli Stati Uniti, alla pizza surgelata "a rischio microbiologico". Il Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti d'America (United States Department of Agriculture, USDA) ha appena lanciato "l'allarme Listeria" nella pizza surgelata. Immediato il ritiro da parte dell'azienda produttrice RBR Meat Company, Inc. del lotto " Marketside Extra Large Supreme Pizza " preparato in data 23 febbraio 2017 nel formato da 50-60 once e confezionata in una scatola di cartone di colore verde.

Il prodotto è stato lavorato presso lo stabilimento di Vernon, California. Motivo del richiamo: possibile presenza di Listeria monocytogenes. Il provvedimento è stato comunicato oggi ai consumatori nella sezione "Avvisi di sicurezza" del sito dell'agenzia federale statunitense: «Il prodotto non deve essere assolutamente consumato. Se si possiede una confezione di "pizza surgelata extra large" Marketside intera o iniziata si prega di riportarla all'esercente». Questi prodotti sono stati spediti ai centri di distribuzione al dettaglio in California, Nevada, Utah e Washington. Il batterio in questione, evidenzia Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, può trovarsi in diversi alimenti dal latte crudo ai formaggi a pasta morbida, dalla carne sia fresca che congelata al pesce fino ai prodotti ortofrutticoli.

Può essere molto pericoloso in particolare per gli immunodepressi, per chi ha una malattia cronica e per le donne in gravidanza che rischiano aborti spontanei. I sintomi della listeriosi possono essere più o meno accentuati. Si va dalla forma più lieve e più diffusa caratterizzata da disturbi intestinali con diarrea che si manifesta poco dopo aver mangiato il cibo contaminato. Fino a quella più grave che porta a meningiti, encefaliti e sepsi. La Listeria è molto insidiosa perché può annidarsi in maniera silenziosa nell'organismo per parecchio tempo e manifestarsi anche dopo tre mesi dall'ingestione dell'alimento sotto accusa.

lunedì, marzo 13, 2017

Carcinoma mammario, congresso a Taranto

TARANTO - Nella giornata del 16 marzo 2017 presso la Sala Conferenze Ospedale San Giuseppe Moscati di Taranto, si svolgerà il Congresso IL CARCINOMA MAMMARIO: CONFRONTO DI ESPERIENZE DALLA REAL LIFE a cura del Dr. Salvatore Pisconti (Dirigente medico U.O. Oncologia di Taranto). Il tumore della mammella è oggi la prima causa di morte per patologia oncologica tra le donne.

Negli ultimi anni la mortalità per carcinoma mammario è diminuita considerevolmente, grazie ai molteplici trattamenti terapeutici disponibili e alla diagnosi precoce. Il tumore della mammella non è da considerare un'unica neoplasia ma deve essere distinta in sottogruppi differenti con implicazioni terapeutiche e prognostiche molto diverse.

La patologia mammaria Her-2 positiva è il sottogruppo in cui la disponibilità di nuovi farmaci ha cambiato drasticamente la storia naturale della malattia. La possibilità ad oggi di somministrare terapie target nella modalità sottocute ha ridotto i tempi di permanenza delle pazienti in ospedale e nel contempo incrementato la loro qualità di vita.

Nel sottogruppo di tumore mammario Her-2 negativo la letteratura recente impone una riflessione sulla sequenza delle terapie possibili e sui profili di tollerabilità. Sulla scorta di queste evidenze risulta strategico un confronto tra oncologi per focalizzare l'attenzione sulla gestione clinica della paziente affetta da carcinoma mammario alla luce delle evidenze della letteratura.

La partecipazione al congresso è totalmente gratuita e aperta a medici specialisti di: Oncologia, Medicina Generale, Farmacia.

Per la partecipazione al Congresso sono previsti n. 5,8 Crediti ECM. Per informazioni ed iscrizioni è possibile rivolgersi alla segreteria organizzativa: www.motusanimi.com

Oncologico Bari, tecniche di visualizzazione creativa a supporto della terapia medica

BARI - «Mai ricevuto un aiuto così prezioso per la mia preziosa vita». Sono storie di rinascita quelle che raccontano i pazienti coinvolti nel progetto “Tecniche di visualizzazione creativa e rilassamento a supporto della terapia medica in oncologia”, in piena attività presso l’istituto “Giovanni Paolo II”, prima in via sperimentale e poi come necessario e consolidato punto di svolta per gli assistiti.

Gli incontri in programma due giorni a settimana nella ludoteca dell’IRCCS barese sono rivolti, per il momento, ai soli ammalati di tumore alla mammella, affinché non si arrendano al destino della malattia. Un team di professionisti prende in carico una decina di pazienti per volta e, a supporto della terapia medica, attraverso tecniche di visualizzazione creativa e rilassamento, prova a trasformare la paura in atteggiamento vitale e propositivo.

Tra le attività poste in essere, il controllo delle reazioni emotive e lo sviluppo di un atteggiamento mentale fiducioso nei confronti delle terapie utile a mobilitare le risorse interne di guarigione e ridurre lo stress, il potenziamento dell’autostima e della convinzione di guarigione e un supporto concreto a fronteggiare l’ansia e a reagire meglio agli effetti collaterali dei farmaci.

«Da un po’ di tempo i sorrisi malinconici dei pazienti hanno cominciato ad accendersi qua e là di luce. I risultati finora ottenuti sono stati davvero soddisfacenti» spiega Franca Bari, coordinatrice degli ambulatori di oncologia medica, presenza attiva nel progetto insieme al docente Piero De Palma dell’associazione "E.CO. Ente per la Comunicazione Umana", dottorato in comunicazione e assertività.

 «Per rispondere meglio alle cure è fondamentale provare anche sollievo emotivo. Questo progetto è volto proprio a lenire le angosce con il balsamo di una forte componente motivazionale a reagire» aggiunge De Palma.

L’operatività della squadra di lavoro muove dalla volontà, condivisa dal Direttore Generale Antonio Delvino, di promuovere costantemente il miglioramento delle condizioni di vita degli assistiti. E le testimonianze di benessere sono numerose: «Stiamo riscoprendo potenzialità sconosciute che sono in ciascuno di noi- scrive una paziente- Ce le stanno estrapolando, portandole alla luce. Spero continui questo percorso per mantenere vivo il nostro cuore, la nostra anima e la nostra mente»; a farle eco l’entusiasmo di un’altra donna: «Inizio già a sentire i benefici, mi sento in recupero».

Una vagonata di consensi e attestazioni di stima che tracciano, in maniera ancor più marcata, la strada giusta da percorrere per mettere al centro il paziente.

sabato, marzo 11, 2017

Droga, consumare cannabis aumenta del 26% rischio ictus e del 10% scompenso cardiaco

STATI UNITI - Ogni volta che si fa uso di marijuana sembra che il rischio di avere un ictus possa aumentare del 26%. E ancora, sempre secondo quanto suggerisce un recente studio statunitense condotto da ricercatori dell'Einstein Medical Center di Philadelphia, il rischio di avere uno scompenso cardiaco arriva ad essere del 10%.

Nello specifico, nel momento in cui la cannabis prosegue verso la legalizzazione in più della metà degli Stati degli Usa, un ampio studio che Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti” ritiene necessario far conoscere anche nel nostro Paese per aumentare i livelli di consapevolezza tra la platea dei consumatori di "maria" e derivati che ha preso in considerazione i dati clinici relativi a 316'000 utilizzatori, getta nuova luce su come questa sostanza colpisca la salute cardiovascolare.

La ricerca ha incluso le cartelle cliniche dei pazienti ricoverati provenienti da più di 1000 ospedali (il 20% dei centri medici degli Stati Uniti). Sono stati esaminati in particolare i dati di pazienti di età compresa tra 18 e 55 anni dimessi dagli ospedali nel 2009 e nel 2010. L'uso di marijuana, all'epoca illegale nella maggior parte degli Stati, era segnalato nell'1,5% (316'000) dei 20 milioni di cartelle cliniche dell'analisi, ma non erano disponibili dati sulla quantità o la frequenza di uso. Confrontando i tassi di malattie cardiovascolari in questi pazienti con quelli di pazienti che non fumavano cannabis, i ricercatori hanno scoperto che l'uso di marijuana era associata ad un aumento del 26% del rischio di ictus e a un aumento del 10% del rischio di insufficienza cardiaca.

Risultati confermati anche "correggendo i dati per i fattori di rischio associati alla cannabis, come alcol, fumo e obesità", spiegano i ricercatori dello studio che sarà presentato a Washington nel corso del 66esimo congresso scientifico annuale dell'American College of Cardiology.

venerdì, marzo 10, 2017

Tumore al seno, in un anno +2000 nuovi casi ma mortalità in diminuzione

NAPOLI – In Italia aumentano i nuovi casi di tumore del seno. Nel 2016 sono stati 50mila, 2.000 in più rispetto al 2015. La mortalità però è in costante diminuzione, in particolare nella fascia d’età compresa fra 50 e 69 anni (-1,9% ogni anno), a cui è indirizzato lo screening mammografico. È la dimostrazione dell’efficacia di questi programmi che in alcune Regioni stanno coinvolgendo anche le over 45, estendendo così il target di riferimento.

Quando la malattia è individuata il fase precoce, infatti, le guarigioni superano il 90%. Sono questi alcuni dei dati emersi durante il convegno Breast Journal Clubl’Importanza della Ricerca in Oncologia che si apre oggi e che per due giorni vede riuniti a Napoli alcuni tra i più importanti esperti nazionali e internazionali sulla patologia. “Grazie alla mammografia e alle terapie innovative otto italiane su dieci colpite da cancro del seno riescono a sconfiggerlo - afferma la prof.ssa Stefania Gori Direttore dell’Oncologia Medica dell’Ospedale Don Calabria Negrar di Verona e Presidente Eletto dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) -. Il 45% delle italiane però non si sottopone ad esami in grado di diagnosticare precocemente la malattia. Forti sono le differenze tra le varie Regioni. Qui in Campania si registra una delle percentuali più basse di adesione e ben il 63% delle donne non esegue questo test salvavita. Rinnoviamo quindi il nostro appello affinché tutta la popolazione partecipi ai programmi di prevenzione secondaria del cancro”. Nell’evento, organizzato nella città partenopea, ampio spazio è riservato al tema dei nuovi trattamenti.

“Oggi, rispetto a soli pochi anni fa, conosciamo meglio i meccanismi biologici che sono alla base dei tumori - aggiunge il prof. Michele De Laurentiis Direttore U.O.C. Oncologia Senologica dell’Istituto Pascale di Napoli -. Le terapie sono sempre più mirate contro le cellule cancerogene e meno tossiche per il resto dell’organismo. Questi farmaci innovativi si aggiungono alle varie armi già a disposizione dell’oncologo come chemioterapia, radioterapia o ormonoterapia. In particolare nab-paclitaxel è un farmaco che sfrutta le nanotecnologie e che ha evidenziato un miglioramento della sopravvivenza del 20%. Per migliorare l’indice terapeutico dei taxani, che sono lo standard di cura nel trattamento del tumore della mammella, infatti, è stata utilizzata una tecnologia all’avanguardia: la nanotecnologia. E’ in grado di trasportare direttamente il farmaco al tumore sfruttando le proprietà di trasporto naturale dell’albumina. Piccolissime particelle, di questa proteina, vengono legate a paclitaxel in una forma solubile e iniettabile. Attualmente nab-paclitaxel è utilizzato nel trattamento del cancro del seno, pancreas e polmone”.

“Questi risultati sono ottenuti grazie alla ricerca scientifica - sottolinea il prof. Sabino De Placido Ordinario di Oncologia Medica presso l’Università Federico II di Napoli -. In Italia negli ultimi dieci anni sono state svolte 230 sperimentazioni cliniche in ambito oncologico. Ciò nonostante il sistema di ricerca nel nostro Paese è fortemente limitato da alcuni eccessi burocratici. Per esempio, occorrono 17 settimane per avviare uno studio clinico mentre nel Regno Unito ne bastano cinque. Inoltre, nella Penisola, sono attivi 96 Comitati Etici che devono esprimere un parere sulle sperimentazioni. Seppur in riduzione il loro numero è ancora il doppio rispetto alla media del Vecchio Continente. È quindi necessario rivedere le norme che regolano questo particolare ambito della medicina e, al tempo stesso, favorire il più possibile la ricerca clinica indipendente attraverso nuovi investimenti pubblici”.

Il tumore del seno è la patologia oncologica più frequente tra le donne italiane di ogni fascia d’età. “Il tasso di sopravvivenza, a cinque anni dalla diagnosi, nel 2016 ha raggiunto l’85,5% - aggiunge la prof.ssa Gori -. Come per altre neoplasie si tratta di un dato superiore alla media europea che si ferma invece all’81,8%. Siamo quindi di fronte all’ennesima dimostrazione dell’ottimo livello raggiunto dall’oncologia italiana che riesce a primeggiare nel Vecchio Continente nonostante sprechi, disorganizzazioni e lungaggini burocratiche che ancora contraddistinguono il nostro sistema sanitario nazionale”. “Esistono inoltre forti differenze tra le varie Regioni - prosegue il prof. De Laurentiis -. Ancora troppi italiani malati di cancro si spostano dal Sud al Nord per ricevere cure e assistenza. Questo avviene nonostante nel Mezzogiorno siano attivi alcuni centri di assoluta eccellenza. Una possibile soluzione a questo problema può essere la realizzazione e attivazione delle Reti Oncologiche Regionali e la definizione dei Percorsi Diagnostici Terapeutici Assistenziali”.

“Il lento ma costante e progressivo aumento della sopravvivenza dei pazienti oncologici pone tutta una serie di nuovi problemi che la comunità scientifica deve saper affrontare - commenta il prof. De Placido -. Si calcola che in Italia vivano oltre 692mila donne che hanno avuto una diagnosi di tumore del seno. E il loro numero è per forza destinato ad aumentare nei prossimi anni. La ricerca medico-scientifica dovrà essere sempre più indirizzata a garantire una buona qualità della vita anche dopo la malattia”.

“La nostra Azienda è lieta di contribuire alla realizzazione di un evento formativo così importante - conclude il dott. Federico Pantellini, Medical Affairs Director Oncology and Haematology Celgene -. Crediamo fortemente nella ricerca e innovazione in oncologia e per questo investiamo in questo settore risorse importanti. I numeri parlano da soli: 120 milioni di euro investiti in R&D (Ricerca e sviluppo), fino al 2016, da studi di fase I a quelli di fase III. Nell’ambito delle nanotecnologie, tra ricerca sponsorizzata e ricerca indipendente, sono stati condotti in Italia oltre 20 programmi di ricerca, arruolando oltre 300 pazienti nei soli studi Company Sponsored. Per il solo nab-paclitaxel sono stati investiti in ricerca circa 40 milioni di euro in questi anni in Italia. Con questo focus sulla ricerca Celgene risponde alla sua mission fondamentale: rendere disponibili per i pazienti oncologici farmaci innovativi in grado di migliorare sopravvivenza e qualità di vita”.

martedì, marzo 07, 2017

Tumori della mammella e dell'ovaio: a Bari nasce DIVA

BARI - Una D.I.V.A. in più nel mondo della ricerca per riconoscere con largo anticipo una eventuale predisposizione genetica allo sviluppo dei tumori della mammella e dell’ovaio.

Acronimo di Database Italiano Varianti BRCA1 e BRCA2, l’innovativo progetto D.I.V.A. nato grazie alla collaborazione tra sei Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (IRCCS) italiani, vede coinvolto il “Giovanni Paolo II” quale esclusivo Istituto meridionale.

L’obiettivo della rete che comprende anche il Centro di Riferimento Oncologico (CRO) di Aviano, l’AOU San Martino- Istituto nazionale per la ricerca sul cancro (IST) di Genova, l’Istituto Scientifico Romagnolo per lo Studio e la cura dei Tumori (IRST) di Meldola (FC), l’Istituto Nazionale Tumori (INT) di Milano, l’Istituto Oncologico Veneto (IOV) di Padova, con il fondamentale supporto del Consorzio Interuniversitario CINECA per gli aspetti informatici e gestionali, è di realizzare un database che raccolga e cataloghi i dati sulle varianti dei principali geni responsabili dello sviluppo ereditario di tumori della mammella e dell’ovaio (BRCA1 e BRCA2), allo scopo di promuovere la qualità e l’omogeneità dell’interpretazione dei test su questi geni con finalità cliniche e, contestualmente, accrescere e condividere le conoscenze a livello internazionale.

L’intenzione dei promotori di D.I.V.A. è quella di riuscire a realizzare un sistema virtuoso in cui i singoli operatori, di laboratorio e clinici, trovino un riferimento autorevole per dare risposte corrette alle donne che si sottopongono al test BRCA (i potenziali danni iatrogeni di una errata classificazione sono molto  importanti e non possono non essere considerati; si pensi, ad esempio, alla chirurgia profilattica mammaria e/o ovarica in donne sane, eseguita in assenza di una chiara evidenza di una predisposizione genetica) e possano nel contempo concorrere all’avanzamento delle conoscenze, anche se operano in centri periferici (ogni segnalazione di varianti rare è preziosa per arrivare ad una classificazione corretta).

Oggi sappiamo che le donne portatrici di alcuni tipi di varianti ereditarie dei geni BRCA1 o BRCA2 corrono un alto rischio di sviluppare, nel corso della propria vita, tumori della mammella e dell’ovaio. Poter riconoscere tale situazione di predisposizione genetica consente alle donne di prendere in considerazione, fin dalla giovane età, varie opzioni di riduzione del rischio per questi tumori.

«Il valore aggiunto che il nostro Istituto potrebbe apportare alla rete è l’identificazione di varianti legate alle popolazioni dei paesi del Mediterraneo che afferiscono al Centro Studi Tumori Eredo-Familiari del “Giovanni Paolo II” diretto dal dottor Angelo Paradiso» spiega la dottoressa Stefania Tommasi, referente del progetto D.I.V.A. per l’IRCCS barese.

È fondamentale comprendere se una data variante sia effettivamente in grado di conferire un alto rischio di tumore (si tratta di un rischio di sviluppare la patologia attorno al 60%, ovvero 5-10 volte superiore al rischio della popolazione generale). La comunità medico/scientifica internazionale sta affrontando queste problematiche attraverso la creazione di iniziative e consorzi che permettano la condivisione dei dati e la realizzazione di progetti specifici di ricerca, nell’ottica di fornire alla comunità medica strumenti validati per l’interpretazione del risultato del test BRCA a scopo di predizione del rischio.

Da qui discende che il progetto D.I.V.A. abbia tra le proprie finalità anche quella di favorire la promozione e la partecipazione a studi nazionali ed internazionali da parte dei centri oncologici italiani che si occupano di questa problematica, ed estendere successivamente il modello di lavoro anche ad altri geni di predisposizione ereditaria ai tumori della mammella e dell’ovaio.

La logica di rete che sottende il progetto è quella che porta avanti Alleanza Contro il Cancro, l’associazione tra IRCCS oncologici italiani nata nel 2002 per volere del Ministero della Salute, al fine di promuovere la ricerca clinica e traslazionale oncologica e consentire un più rapido e corretto inserimento nella pratica clinica degli avanzamenti delle conoscenze scientifiche nei settori della prevenzione, diagnosi e terapia dei tumori.

sabato, marzo 04, 2017

Usa, 11 bimbi muoiono per Escherichia coli

STATI UNITI - Dodici di cui undici bambini morti per sindrome emolitico-uremica, gravissima complicanza di un’infezione intestinale batterica caratterizzata da anemia emolitica microangiopatica (distruzione dei globuli rossi nei piccoli vasi sanguigni), piastrinopenia (ridotto numero di piastrine) e insufficienza renale. È successo tra gennaio e febbraio in cinque stati, Arizona, California, Oregon, Maryland e New Jersey, in America. Altri bambini erano stati ricoverati con gli stessi sintomi, ma si sono salvati. Il Centers for Disease Control and Prevention (CDC) ha poi reso noto che le infezioni sono state causate da un ceppo del batterio Escherichia coli (E. coli) che produce verocitotossina (VTEC), una tossina che aggredisce alcuni tipi di cellule.

La causa sembra essere di un burro vegetale di noci di soia della I.M. Healthy. La Food and Drug Administration (Fda) e il California Department of Public Health venerdì, tramite le principali testate americane ha reso noti i risultati delle analisi effettuate congiuntamente alle autorità sanitarie statali e federali sulle persone colpite da E.Coli a cavallo tra gennaio e febbraio di quest'anno. Tali risultati riconducono, quindi, al burro vegetale di noci di soia tra cui il muesli contenuto all'interno dei prodotti della SoyNut Butter IM Co., uno tra i principali retailers non solo in America e comprende i prodotti venduti anche in grandi catene alimentari e rivenditori. Stando a quanto rivela la FDA, tutti  i prodotti della I.M. Healthy potrebbero essere potenzialmente  contaminati.

Pertanto alla luce dei nuovi risultati delle analisi, venerdì la Food and Drug Administration (FDA) ha ampliato il ritiro dei prodotti alimentari, che ora include tutti gli articoli  Butter IM Co., tra cui muesli. Secondo il CDC nove vittime, per i quali le informazioni erano disponibili, avevano mangiato i prodotti SoyNut Butter prima di ammalarsi. Il Centers for Disease Control and Prevention (CDC) raccomanda ai consumatori, agli asili nido, scuole e alle altre istituzioni di non mangiare o servire i prodotti SoyNut Butter della marca IM o i muesli IM. Anche se il prodotto responsabile non è più in vendita, la Fda sostiene che il numero di persone intossicate potrebbe aumentare nelle prossime settimane, dato che le malattie trasmesse per via alimentare tendono ad impiegare più tempo per manifestarsi. I medici chiamati in causa hanno riferito che la specie di batterio in questione, ovvero E.coli O157,  potrebbe portare seri rischi alla vita delle persone. Il caso arriva sulla scia di un' altra epidemia di E. coli scoppiata nei ristoranti Chipotle.

Alla luce delle notizie provenienti dagli Stati Uniti sull'epidemia di E. coli, Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti", invita l'Istituto superiore di sanità che riceve dal Sistema sanitario nazionale tutte le segnalazioni di Sindrome emorragica uremica ed i carabinieri del Nas per individuare eventuali arrivi dagli Stati Uniti dei prodotti della SoyNut Butter IM Co., contaminati, anche se al momento attuale nel nostro Paese non sono stati segnalati casi dovuti a questo sierotipo dopo avere consumato il burro di noci di soia.

venerdì, marzo 03, 2017

Giornata Udito, Lorenzin: "Prevenzione per contrastare l’ipoacusia e abbattere i costi sociali"

ROMA - È stato il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, ad aprire i lavori della “II Giornata dell’Udito”, evento organizzato dall’associazione “Nonno Ascoltami!”, in occasione del “World Hearing Day”, indetto ogni 3 marzo dall’Oms, Organizzazione mondiale della sanità e presentata questa mattina a Roma, nella sede del ministero

Durante l’incontro, moderato dal giornalista Luciano Onder, il ministro Lorenzin ha acceso i riflettori sul tema della prevenzione, ribadendo l’importanza di un’azione mirata e tempestiva.

“L’ipoacusia è un fenomeno che investe ogni fascia di età - ha esordito - e per questo è importante intervenire immediatamente con una diagnosi precoce. Fare prevenzione, infatti, non solo ci permette di curare in maniera efficace la patologia, ma soprattutto consente di aiutare il Sistema sanitario nazionale, evitando poi successivi costi sociali elevatissimi per far fronte alle cure”.

I problemi di sordità trascurati, e quindi “non affrontati”, infatti ci costano ogni anno 750 miliardi di dollari nel mondo, per un totale di 360 milioni di persone che soffrono di disturbi uditivi. Un vero e proprio allarme sociale lanciato dall’OMS (Organizzazione mondiale della sanità), in collegamento da Ginevra grazie all’intervento della dottoressa Alarcos Cieza, un peso economico impressionante per numeri e portata, che fa schizzare la spesa socio-sanitaria di ciascun paese.

Numeri preoccupanti anche in Italia, dove sono 7 milioni le persone con problemi di udito, corrispondenti all’11,7% della popolazione.

«La diagnosi precoce è una delle armi che abbiamo a disposizione per opporci con successo all’insorgenza dell’ipoacusia - conclude la Lorenzin -. Per questo con la recente approvazione dei nuovi Lea (Livelli essenziali di assistenza), abbiamo predisposto un programma di screening uditivo neonatale diffuso su tutto il territorio nazionale, per identificare i neonati con perdita uditiva permanente, fin dai primi giorni di vita».

E per agire concretamente contro i disturbi uditivi, l’associazione “Nonno Ascoltami!” da sette anni scende in piazza ogni mese di ottobre per effettuare controlli gratuiti dell’udito, portando medici e ospedali in mezzo alla gente.

«La perdita uditiva comporta dei costi altissimi per l’intero sistema socio-sanitario - spiega Mauro Menzietti, fondatore di “Nonno Ascoltami!” - costi che potrebbero diminuire sensibilmente, grazie a una mirata azione di prevenzione. La nostra proposta di azione, dunque, da otto anni ormai porta nelle principali città italiane (oltre 35 piazze in 8 regioni), i controlli gratuiti dell’udito: l’ospedale scende in piazza e arriva in mezzo alla gente, grazie ai medici specialisti dei presidi ospedalieri, che si mettono a disposizione della cittadinanza».

“Nonno Ascoltami!”, che è sostenuto da un comitato scientifico di 24 specialisti del settore, ha toccato quest’anno la cifra record di 7 mila visite e per l’edizione 2017 mira a raggiungere quota 10 mila.

Nel corso della giornata, durante la quale è intervenuto in collegamento video anche il giornalista Bruno Vespa, sono state lanciate le nuove campagne di prevenzione curate dall’associazione, tra cui “L’Udito è uno strumento prezioso”, realizzata in collaborazione con il Cidim (Comitato nazionale italiano musica) e “Ascolta Responsabilmente”, dedicata alla prevenzione dell’ipoacusia negli adolescenti.

In Italia l’ipoacusia riguarda una persona su tre (tra gli over 65). Nel nostro paese solo il 31% della popolazione ha effettuato un controllo dell’udito negli ultimi 5 anni, mentre il 54% non l’ha mai fatto. Solo il 25% di coloro che potrebbero averne beneficio, usa l’apparecchio acustico, nonostante l’87% di chi ne fa uso, dichiari migliorata la propria qualità di vita.

Secondo i dati Oms, il 50% dei casi di ipoacusia, infatti, può essere prevenuto semplicemente con una maggiore informazione e con l’adozione di corretti stili di vita soprattutto per i più giovani (es. non abusare di cuffie o auricolari, oppure utilizzare sempre i tappi per le orecchie quando si frequentano luoghi di lavoro o di intrattenimento particolarmente rumorosi). Sono oltre 1 miliardo i giovani tra i 12 e 35 anni a rischio sordità. (www.giornatadelludito.it).

giovedì, marzo 02, 2017

Oncologia, a Brindisi il 1° Festival della prevenzione e innovazione. Ospite Flavia Pennetta

BRINDISI - La lotta ai tumori scende in piazza a Brindisi. La terza tappa del “Festival della prevenzione e innovazione in oncologia” si svolge proprio nel capoluogo pugliese. Un motorhome, cioè un pullman, sarà allestito per tre giorni, dal 3 al 5 marzo, in Piazza della Vittoria (dalle 10 alle 18), dove gli oncologi dell’AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) forniranno informazioni sulla prevenzione, sull’innovazione terapeutica e sui progressi nella ricerca in campo oncologico. Non solo. Domenica 5 marzo, alle 9.30, è in programma anche una “passeggiata in rosa” a cui darà il via la Sindaca Angela Carluccio (con partenza da Piazza della Vittoria), realizzata in collaborazione con l’associazione “Cuore di donna”. E domenica mattina ci sarà il cantante Al Bano Carrisi. Ospite della manifestazione anche la campionessa di tennis Flavia Pennetta.

L’obiettivo è portare ai cittadini un messaggio fondamentale: il cancro non va più considerato un male incurabile e contro questa malattia si deve giocare d’anticipo. “Lanciamo, sul modello dei festival della letteratura, il primo ‘Festival della prevenzione e innovazione in oncologia’ per spiegare agli italiani il nuovo corso dell’oncologia, che spazia dai corretti stili di vita, agli screening, alle armi innovative come l’immuno-oncologia e le terapie a bersaglio molecolare, fino alla riabilitazione, al reinserimento nel mondo del lavoro e al ritorno alla vita – spiega il prof. Carmine Pinto, presidente nazionale AIOM -. Grazie alla diagnosi precoce e alle nuove armi il 60% dei pazienti sconfigge la malattia, percentuale che raggiunge il 70% nelle neoplasie più frequenti”.

La manifestazione itinerante, resa possibile grazie al sostegno di Bristol-Myers Squibb, tocca 16 città con eventi che dureranno tre giorni. In Italia nel 2016 sono stati stimati 365.800 nuovi casi di tumore (189.600 negli uomini e 176.200 nelle donne), in Puglia 21.900 (11.600 uomini e 10.300 donne). E a Brindisi ogni anno si registrano circa 2.000 nuove diagnosi (1.054 uomini e 918 donne, Registro Tumori Puglia - Rapporto 2015). “Resta ancora molto da fare sul piano della prevenzione - continua il prof. Saverio Cinieri, tesoriere nazionale AIOM, Direttore del Dipartimento di Oncologia medica e Responsabile della Breast Unit dell’Ospedale Perrino di Brindisi -, se pensiamo che l’Italia destina solo il 4,2% della spesa sanitaria totale a queste attività, collocandosi negli ultimi posti per investimenti in prevenzione fra i 34 Paesi che fanno parte dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OECD)”.

Molti studi hanno dimostrato che il 40% dei tumori può essere evitato con uno stile di vita sano (no al fumo, attività fisica costante e dieta corretta), ma pochi italiani seguono queste regole. Anche in Puglia emergono dati preoccupanti (Report del sistema di sorveglianza PASSI 2012-2015): l’eccesso ponderale è superiore rispetto alla media nazionale, infatti il sovrappeso riguarda il 32,4% dei cittadini della Regione (31,6% Italia) e il 12,5% è obeso (10,4% Italia). Il 46,8% dei pugliesi consuma alcol ed il 40,3% è completamente sedentario (32% Italia). Migliori rispetto alla media nazionale i dati relativi al fumo: è tabagista il 25,9% (26,9% Italia). “Una monografia della Società Americana di Oncologia Clinica (American Society of Clinical Oncology) pubblicata a fine 2016 – continua il prof. Cinieri - ha analizzato la correlazione tra tumori e obesità: quest’ultima è diventata nel mondo occidentale la prima causa di rischio oncologico non solo per le patologie più diffuse (mammella, prostata, colon), ma anche per quelle meno frequenti (tumori del distretto testa-collo, endometrio, pancreas e stomaco). Ed è ormai ampiamente dimostrato che correggere comportamenti scorretti aiuta anche i pazienti con cancro avanzato a rallentare la progressione della malattia”.

Oltre alle nuove terapie, anche la diagnosi precoce grazie agli screening svolge un ruolo fondamentale nel miglioramento delle percentuali di guarigione. Ma nella Regione ancora pochi cittadini aderiscono a questi fondamentali programmi di prevenzione: nel biennio 2011-2012 solo il 55,9% delle donne pugliesi ha aderito all’invito alla mammografia, fondamentale per la diagnosi precoce del tumore del seno (60,9% Italia); il 30% ha eseguito il Pap test per la diagnosi iniziale del tumore del collo dell’utero (40,8% Italia) e il 36,5% dei cittadini ha eseguito il test per la ricerca del sangue occulto nelle feci per individuare in fase precoce il cancro del colon retto (47,1% Italia).

Interverranno al “Festival” testimonial sportivi che saranno presenti nel motorhome: venerdì 3 marzo dalle 17 alle 18 Carlo Molfetta, campione olimpionico di taekwondo; sabato 4 marzo, dalle 11 alle 12 la squadra Virtus Francavilla Calcio, e dalle 16 alle 18 la squadra della serie A di pallacanestro, New Basket Brindisi. Domenica 5 marzo parteciperà anche il dott. Giuseppe Pasqualone, Direttore Generale ASL Brindisi. Interverranno anche rappresentanti delle associazioni dei pazienti, tra cui A.N.D.O.S. (Associazione Nazionale Donne Operate al Seno).

Durante gli eventi saranno distribuiti ai cittadini opuscoli sulle principali regole della prevenzione oncologica e sulle nuove armi in grado di sconfiggere la malattia o di migliorare la sopravvivenza in modo significativo.

mercoledì, marzo 01, 2017

Tumori da solarium, in Usa costano 343 milioni l'anno

STATI UNITI - I lettini solari costano negli Usa 343 milioni di dollari l'anno solo per i costi diretti legati ai tumori della pelle, mentre se si tiene conto delle perdite economiche lungo tutta la vita dei pazienti la cifra arriva a oltre 127 miliardi. Lo ha calcolato la North Carolina University con uno studio pubblicato sul Journal of Cancer Policy. La ricerca si è concentrata su tre tipi di tumore, il melanoma cutaneo, il carcinoma a cellule basali e quello a cellule squamose, identificando i casi totali diagnosticati negli Usa nel 2015 e stimando quelli dovuti ai lettini sulla base della prevalenza nell'uso e sul rischio relativo.

Oltre 263mila tumori secondo gli autori sono attribuibili all'abbronzatura 'artificiale', che nel paese è praticata da 30 milioni di persone l'anno, mentre in Italia si stima che una persona su cinque li utilizzi. Da questo dato, sulla base delle spese per le cure, i ricercatori sono arrivati alla cifra di 343,1 milioni di dollari per i pazienti diagnosticati nel 2015. Gli stessi pazienti, nell'arco della loro vita, avranno invece una perdita economica di 127 miliardi di dollari. "I calcoli sono tutti conservativi, e quindi la stima è per difetto - sottolinea Hugh Waters, uno degli autori -. L'impatto potrebbe essere più alto. Speriamo che questi risultati aiutino negli sforzi per una riduzione dell'uso dei solarium ". Perciò questi dispositivi dal 1° gennaio 2015 sono stati vietati in Australia, con l'obiettivo di combattere il melanoma, tumore per il quale il Paese detiene il primato mondiale.

L'Australia è così il secondo Paese al mondo, dopo il Brasile, che ha adottato questa misura. Il divieto è scattato dopo che è stato scientificamente provato che, mentre un tempo le lampade UV si ritenevano più sicure del sole perchè si pensava che non emettessero i raggi ultravioletti di tipo B causa d scottature sulla pelle, oggi si sa che le lampade UV sono anche più pericolose del sole. Infatti le lampade solari emettono UVA (cioè onde di lunghezza corta che provocano tumori) e anche una piccola percentuale di raggi UVB dato che imitano le radiazioni del sole. Ma il rischio maggiore è la violenza dei raggi artificiali delle lampade solari: nelle lampade di ultima generazione, cioè le lampade UVA ad alta pressione a vapori di mercurio e alogenuri metallici, l’ intensità è fino a 15 volte superiore a quella del sole a mezzogiorno.

Questi apparecchi che garantiscono un’ abbronzatura rapida ed esposizioni brevi, hanno quasi del tutto soppiantato le classiche lampade solari a tubi fluorescenti per i lettini e le apparecchiature facciali. Il rischio principale oltre un invecchiamento precoce della pelle, è rappresentato dai tumori della pelle: si registra infatti un aumento di melanomi ed epiteliomi che compaiono anche in età precoce. Nel 2011 più di 2.000 australiani sono morti di cancro della pelle e la maggior parte di questi decessi sono attribuibile al melanoma. Inoltre l'uso del solarium prima dei 35 anni aumenta dell'87% il rischio di sviluppare melanoma. Nel Paese vengono diagnosticati ogni anno 11.000 casi, il tasso più elevato del mondo.

Non c'è nessun dubbio, osserva Giovanni D'Agata presidente dello “Sportello dei Diritti”, sul fatto che esista un legame tra l'uso regolare delle lampade abbronzanti ed il melanoma maligno i cui dati sono incontrovertibili. Anche secondo gli esperti dell’Istituto inglese Cancer Research l’uso regolare dei solarium sotto i 35 anni comporta un aumento del 75% del rischio. Tanto peggio se ci si espone da giovani.