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mercoledì, febbraio 23, 2011

Stop ad aumenti dei pedaggi su autostrade: annullato dal TAR del Lazio il Dpcm

LECCE. Il Tar del Lazio con la sentenza 1566/11 emessa dalla prima sezione ha annullato il decreto ministeriale che stabiliva l'aumento dei pedaggi “a forfait” per autostrade e grande raccordo anulare in gestione diretta dell'Anas, compreso il Grande Raccordo Anulare di Roma.
“La norma va disapplicata perché contrasta con i principi comunitari dal momento che determina forfettariamente la maggiorazione per le classi di pedaggio a prescindere dall’effettivo uso dell’infrastruttura e, dunque, senza tenere conto della distanza percorsa dall’utente“. Gli aumenti erano stati decisi lo scorso anno.
Con la sentenza di oggi, il Tar accoglie il ricorso della provincia di Roma e dichiara illegittimo e nullo il Dpcm 25 giugno 2010 con cui la presidenza del Consiglio dei ministri ha individuato le stazioni di esazione relative alle autostrade a pedaggio assentite in concessione che si interconnettono con le autostrade e i raccordi autostradali in gestione diretta dell’Anas dove applicare la maggiorazione tariffaria forfettaria prevista dall’articolo 15, comma 2, del Dl 78/2010.
Secondo Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti” questa sentenza è stata una vittoria dei cittadini contro una tassa iniqua che avrebbe colpito in modo indiscriminato soprattutto i lavoratori e la filiera delle imprese in un momento di grave crisi economica".

giovedì, febbraio 17, 2011

Immigrazione: qualcosa è cambiato grazie alla direttiva comunitaria del 2008

di Maria Teresa Lattarulo
Nuove garanzie per gli immigrati, derivanti dal diritto europeo, stanno conducendo i nostri giudici a disapplicare una delle disposizioni più contestate del Testo Unico sull’immigrazione e cioè quella che prevede l’arresto e la detenzione fino a cinque anni degli immigrati che si trattengano nel territorio dello Stato in violazione dell’ordine di allontanamento dell’autorità amministrativa. In pratica, l’Unione europea ha adottato nel 2008 la c.d. direttiva rimpatri, la cui finalità è proprio quella di assicurare che l’espulsione degli immigrati irregolari avvenga nel rispetto dei diritti umani e senza ricorrere a restrizioni della libertà personale, salvo il caso della permanenza per un breve periodo nei centri di identificazione ed espulsione. Tale direttiva richiedeva di essere attuata, con l’adozione di leggi interne, entro il 24 dicembre 2010, termine scaduto senza che il nostro Stato adottasse alcun provvedimento. Molti giudici, pertanto, hanno applicato il principio per il quale una direttiva non attuata produce comunque effetti quando le sue norme abbiano un contenuto completo e, sulla base della preminenza del diritto comunitario, hanno ritenuto che la direttiva rimpatri non consenta più di applicare l’art. 14 comma 5 ter e quater del Testo Unico sull’immigrazione che prevede il reato di inosservanza dell’ordine di allontanamento dal territorio. Le autorità giudiziarie della nostra regione, che è particolarmente interessata dall’immigrazione irregolare, si sono dimostrate sensibili alle esigenze di rispetto del diritto comunitario e dei diritti umani: in particolare la Procura di Lecce ha disposto, con una circolare del 10 febbraio scorso, che non sia esercitata l’azione penale né si proceda all’arresto per il reato di cui all’art. 14 comma 5 ter e quater.
In conclusione, la normativa comunitaria impone al nostro ordinamento di abbandonare l’impostazione criminalizzante e sanzionatoria adottata sinora nella materia dell’immigrazione, ma rivelatasi poco proficua, senza trascurarne i costi per la collettività in termini di spese giudiziarie (per i processi, per le traduzioni e per le difese di ufficio) e di incremento della popolazione carceraria. Molto più produttive potrebbero essere una politica preventiva attraverso aiuti ai Paesi di provenienza ed una politica di integrazione e stabilizzazione sociale.

martedì, febbraio 15, 2011

Immigrazione: la Corte Europea, nel Cie stesse garanzie che in carcere

di Maria Teresa Lattarulo
Una recente condanna della Corte Europea nei confronti dell’Italia ha ampliato la tutela degli immigrati irregolari estendendo alla permanenza nei centri di identificazione ed espulsione (c.i.e.) le stesse garanzie previste per la detenzione in carcere.
Nella decisione Seferovic c. Italia dell’8 febbraio 2011 veniva in considerazione il caso di una donna di etnia Rom proveniente dalla Bosnia-Erzegovina che viveva a Roma senza documenti nel campo nomadi Casilino 900. All’epoca del conflitto nella ex-Iugoslavia la donna aveva chiesto il riconoscimento dello status di rifugiata, ma la sua domanda era stata respinta per irregolarità formali. Nel settembre 2003 la signora Seferovic aveva dato alla luce un bambino il quale però, dopo alcuni mesi, si era ammalato ed era stato quindi portato in ospedale, dove era successivamente morto. In tale occasione, la donna era stata accompagnata alla polizia perché trovata senza documenti ed era stata tradotta in un c.i.e. in attesa di essere espulsa. Il Tribunale di Roma aveva dapprima confermato la misura, ma, successivamente, ne aveva ordinato il rilascio perché, in base all’art. 19 del Testo Unico in materia di immigrazione del 1998, non può essere disposta l’espulsione di una donna prima del decorso di sei mesi dalla data del parto, indipendentemente dal fatto che il figlio sia in vita. A questo punto la signora Seferovic aveva cercato di ottenere una riparazione per l’illegittimo trattenimento nel c.i.e., ma, nel nostro ordinamento, può essere riparata solo la illegittima privazione di libertà personale a seguito di un processo penale. Investita di un ricorso sulla questione, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha dato ragione alla ricorrente ed ha condannato l’Italia per violazione dell’art. 5 n. 5 della Convenzione in quanto, nel nostro ordinamento, non è prevista una riparazione per illegittimo trattenimento in un c.i.e.
E’ nota la polemica che ha accompagnato l’istituzione dei c.i.e. Considerati, nella migliore delle ipotesi, “non-luoghi” – secondo la nota definizione dell’antropologo francese Marc Augé -, essi assumono spesso il carattere di veri e propri centri di detenzione per l’espiazione di un unico reato: quello di essere extracomunitario. Sebbene la Corte non abbia ritenuto illegittimi i c.i.e. in sé e per sé, essa però ha chiarito inequivocabilmente come la permanenza in tali centri sia una restrizione di libertà e non un “soggiorno” in un luogo di ospitalità e ricovero, come spesso viene eufemisticamente definito.

sabato, gennaio 08, 2011

Ragionevole durata dei processi: interviene la Corte europea

di Maria Teresa Lattarulo
Il problema endemico della ragionevole durata dei processi nel nostro ordinamento ha dato luogo a ben 475 condanne nei confronti dell’Italia pronunciate dalla Corte europea dei diritti dell’uomo con un’unica sentenza che ha riunito tutti i ricorsi: la decisione Gaglione e altri c. Italia. A parte il dato rilevante costituito dall’elevato numero di condanne simultanee, la sentenza si segnala anche per il fatto che costituisce una condanna per irragionevole durata “al quadrato”: difatti i ricorrenti lamentavano l’eccessiva durata del procedimento che, in base alla c.d. legge Pinto, avrebbe dovuto fornire una riparazione … all’eccessiva durata dei propri giudizi di merito! In particolare, essi lamentavano un ritardo nel pagamento della riparazione che oscillava tra i 9 e i 49 mesi dal deposito in cancelleria delle decisioni fondate sulla legge Pinto. Inoltre, in quasi il 65% dei ricorsi il ritardo era uguale o superiore a diciannove mesi.
La Corte ha ricordato che il diritto a un giudice, ai sensi dell’art. 6 § 1, include il diritto all’esecuzione di una sentenza definitiva e vincolante e che l'esecuzione deve essere considerata parte del "processo".
Essa ha poi ribadito una precedente giurisprudenza per la quale, se è accettabile che le autorità abbiano bisogno di un certo periodo di tempo per effettuare un pagamento, tuttavia, trattandosi di un rimedio compensativo per riparare le conseguenze della eccessiva durata dei procedimenti, questo lasso di tempo non dovrebbe generalmente superare i sei mesi dal momento in cui la decisione di concedere il risarcimento diventa esecutiva. Inoltre, l'autorità statale non può addurre la mancanza di risorse per non onorare un debito fondato su una decisione giurisdizionale.
La Corte ha rilevato che il periodo di sei mesi dal momento in cui le decisioni risarcitorie erano diventate vincolanti era stato quindi ampiamente superato, con conseguente violazione dell’art. 6 § 1 della Convenzione.
Nella sentenza si sottolinea il carattere strutturale dell’inadempimento, rilevando come, al 7 dicembre 2010, pendano più di tremilanovecento ricorsi contro l’Italia per ritardo nella esecuzione delle decisioni di condanna ai sensi della legge Pinto. Questa situazione, secondo la Corte, rischia di paralizzare il suo stesso funzionamento e l’intero meccanismo di garanzia della Convenzione europea. Di qui l’appello al Governo italiano a modificare la legge Pinto per renderla più efficace e a prevedere stanziamenti di bilancio adeguati per il pagamento della indennità.
Se si pensa che le somme pagate a titolo di indennizzo ai sensi della legge Pinto sono passate da 3.873.427 euro nel 2002 a più di 81.000.000 euro al 31 dicembre 2008, appare particolarmente urgente una riforma dell’ordinamento giudiziario che assicuri una ragionevole durata dei giudizi di merito non solo per tutelare il diritto alla tutela giurisdizionale, ma anche per evitare un aumento considerevole della spesa pubblica che potrebbe rischiare di creare una situazione di crisi.

domenica, dicembre 19, 2010

Corte europea, violenza domestica: quando le minacce continuano

di Maria Teresa Lattarulo
Una recente sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo ha riguardato un caso di violenza domestica e si segnala perché ha ampliato la tutela delle donne dai casi di violenza attuale a quelli di semplice minaccia. Si tratta della pronunzia Hajduová c. Slovacchia nella quale la ricorrente lamentava di aver subito aggressioni sia verbali che fisiche da parte di A., suo ex marito. Piuttosto che imporre una pena detentiva, il giudice aveva ordinato, come raccomandato dagli esperti, che A. fosse trattenuto per un trattamento psichiatrico in quanto affetto da un grave disturbo di personalità.
L'ospedale non aveva però effettuato il trattamento di cui egli aveva bisogno, né la Corte distrettuale aveva verificato che la sentenza fosse eseguita. Al momento del rilascio, A. rinnovava le sue minacce contro la sig.ra Hajduová e il suo avvocato che presentavano nuove denunce penali e informavano la Corte distrettuale di conseguenza. In seguito a tale episodio, A. veniva arrestato dalla polizia e accusato di reato e la Corte distrettuale provvedeva finalmente per il suo trattamento psichiatrico in ospedale.
La sig.ra Hajduová ha quindi fatto ricorso alla Corte europea lamentando che la Corte distrettuale non fosse riuscita a garantire che il marito fosse collocato in un ospedale ai fini del trattamento psichiatrico subito dopo la sua detenzione, esponendola alla minaccia di nuove aggressioni che si erano, infatti, verificate, con conseguente violazione del suo diritto al rispetto della sua vita privata e familiare di cui all’art. 8 della Convenzione.
La Corte ha ricordato che dall'articolo 8 discendono obblighi positivi che possono comportare l’adozione di misure che regolino i rapporti degli individui tra di loro.
Essa ha rilevato che il ricorso in questione si distingue dai casi in materia di violenza domestica con conseguente morte (i casi Kontrová c. Slovacchia e Opuz c. Turchia). Le ripetute minacce di A. dopo il suo rilascio dall'ospedale, infatti, non si erano effettivamente concretizzate in atti di violenza fisica. Nonostante ciò, la Corte ha ritenuto che, dati i precedenti di violenza da parte di A., eventuali sue minacce avrebbero suscitato nella ricorrente un fondato timore che potessero essere attuate. Questo, secondo l’opinione della Corte, sarebbe stato sufficiente a pregiudicare l’integrità psico-fisica della ricorrente con conseguente violazione degli obblighi positivi che l’art. 8 impone agli Stati a causa della mancanza di sufficienti misure adottate dalle autorità in reazione al comportamento di A.

Per informazioni: studiolegalelattarulo@alice.it

sabato, dicembre 11, 2010

Corte europea, anche l'uomo ha diritto ad un equo congedo parentale

di Maria Teresa Lattarulo
Una recente sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo ha riguardato la questione della fruibilità dei congedi parentali per entrambi i sessi. Si tratta del caso Konstantin Markin c. Russia, del 7 ottobre 2010; al sig. Markin, un militare divorziato con tre figli conviventi, era precluso un congedo parentale di tre anni sulla base della motivazione che esso può essere concesso solo a personale militare femminile. In primo luogo, la Corte ha respinto le eccezioni di irricevibilità avanzate dal governo russo, sottolineando che i congedi parentali “coinvolgono una importante questione di interesse generale che la Corte non ha ancora esaminato”.
La Corte ha poi considerato anche questo caso alla luce del parametro dato dall'articolo 14 in combinato disposto con l'articolo 8.
Sebbene l'articolo 8 non includa il diritto al congedo parentale, la Corte ha sottolineato che se uno Stato ha deciso di creare un regime di congedo parentale, deve farlo in modo non discriminatorio. Promuovere l'uguaglianza di uomini e donne è oggi uno dei principali obiettivi fra gli Stati membri del Consiglio d'Europa e motivi molto gravi devono essere addotti prima che una disparità di trattamento tra i sessi possa essere considerata compatibile con la Convenzione.
La Corte non è stata convinta dalla tesi della Corte costituzionale russa che il diverso trattamento del personale militare maschile e femminile in materia di congedo parentale è giustificato dal particolare ruolo sociale delle madri nell'educazione dei figli. A differenza del congedo di maternità, principalmente destinato a permettere alla madre di riprendersi dalla fatica del parto e ad allattare se lei lo desidera, il congedo parentale relativo al successivo
periodo è stato destinato a permettere al genitore di accudire il bambino a casa. Per quanto riguarda questo ruolo, entrambi i genitori sono in una posizione analoga.
Nel corso dell'ultimo decennio, la situazione giuridica per quanto riguarda il congedo parentale si è evoluta. In una maggioranza assoluta degli Stati membri del Consiglio d'Europa la normativa prevede ora che il congedo parentale possa essere preso da madri e padri. La Russia non poteva quindi invocare la mancanza di uno standard comune tra i paesi europei per giustificare tale disparità di trattamento. La Corte ha dunque concluso nel senso di una violazione dell’art. 14 in combinato disposto con l’art. 8.

IN ITALIA - In Italia i padri usufruiscono solo dell’astensione facoltativa dal lavoro che è il diritto di assentarsi dal lavoro nei primi 8 anni di vita del bambino, per un periodo complessivo tra i due genitori non superiore a 10 mesi, aumentabili a 11, fruibili anche contemporaneamente. Il congedo parentale spetta in particolare al padre lavoratore dipendente per un periodo continuativo o frazionato non superiore a 6 mesi, elevabile a 7 se egli si astiene dal lavoro per un periodo continuativo o frazionato non inferiore a 3 mesi.

L’astensione obbligatoria è invece fruibile solo in presenza di determinati presupposti. In particolare, esso spetta al padre 3 mesi dopo il parto o per la parte residua che sarebbe spettata alla lavoratrice, in caso di morte o di grave infermità della madre ovvero di abbandono, nonché in caso di affidamento esclusivo del bambino al padre.

E’ stata presentata una proposta di legge che introdurrebbe un congedo di paternità di alcuni giorni. Inoltre, il mese scorso, è stata approvata dal Parlamento europeo una normativa che prevede un congedo di paternità interamente retribuito di due settimane. Ad essa dovrà essere data attuazione nell’ordinamento italiano.

Per informazioni: studiolegalelattarulo@alice.it