Intervista a Ghigo Renzulli: «Un assolo è l’espressione artistica di una persona»

di Nicola Ricchitelli – C’è tanta vita nella chiacchierata realizzata con lo storico chitarrista dei Litfiba, Ghigo Renzulli, ma soprattutto tanta musica e ricordi legati ad essa. Anche se è il rock il vero protagonista della chiacchierata con il musicista di Manocalzati – provincia di Avellino – nonché uno dei cofondatori della storica band che tutti i palchi ha fatto tremare, i Litfiba: «Certo che esiste! Ed anche tanto! Ma solo nell’underground e nelle sale prove…purtroppo nelle classifiche esiste solo il pop».

C’è soprattutto la vita che fu prima dei Litfiba: si va dai Cafè Caracas, band che nonostante avesse percorso pochi chilometri di musica annovera momenti importanti che meritano di essere ricordarti: «I Cafè Caracas in pochissimi mesi si fecero un grosso seguito. Il destino però ha deciso diversamente e Raffaele (RAF) preferì seguire, peraltro con risultati eccellenti, la sua vena pop. Io invece, dopo una bella litigata, continuai a testa bassa, tipo Ariete all’attacco, la mia strada rock».

D: Dunque, rieccoci a distanza di qualche tempo a dar vita ad una seconda chiacchierata tra te e la nostra testata. Ghigo visto che di rock si  parla, io partirei con una provocazione. Esiste ancora il rock in Italia?
R:«Bella domanda! Certo che esiste! Ed anche tanto! Ma solo nell’underground e nelle sale prove…purtroppo nelle classifiche esiste solo il pop».

D: Secondo te, qui in Italia, vi è qualche artista che in malafede spaccia la sua musica per musica rock?
R:«Si… ce ne sono diversi… ma il vero rock non è questo. Non vuol dire niente mettere le chitarre elettriche distorte e spacciare della musica annacquata per rock… per dirla come disse De Niro nel film“ Gli Intoccabili”: “Tutta chiacchiera e distintivo” . Il vero rock è  un'altra cosa. Parte dalle budella!».

D: Dai, creiamo lo scandalo… ”Dimmi il nome”?
R:«Mhhh… ho già sentito questo nome… era un brano di qualcuno… non mi ricordo di chi! Sai come è… l’età avanza e la memoria cala…».

D: Ghigo, ti saresti mai aspettato che quella cantina di via de’ Bardi 32 a Firenze diventasse addirittura un luogo di pellegrinaggio?
R:«No, decisamente no! Meno male che non sono un ecclesiastico, altrimenti sarebbe successo come i pellegrinaggi di qualche santo… Souvenir, miracoli, immagini, pezzetti di tonaca smerciati con tanto di effige e preghiera, etc. etc. Veramente un bel business!

D: Di sicuro i proprietari ancora ti staranno maledicendo per averti affittato quel locale…
R:«(ride) Povero Conte! Non so chi siano gli attuali proprietari. All’epoca io pagavo l’affitto al Conte Capponi Canigiani, discendente di Pier Capponi, quello che disse: “Voi suonerete le vostre trombe e noi suoneremo le nostre campane!”. Il Conte era un grande uomo… quando andavo da lui mi raccontava sempre le sue gesta eroiche in cavalleria durante la prima guerra mondiale e di come era la vita nei primi del ‘900… mi piaceva sentirlo parlare… mi ero affezionato a quel grande vecchio».

D: Ti è mai capitato di ripassarci negli ultimi tempi? Cosa ti colpisce di tutto questo? Che so, magari vi sarà stata una qualche frase o dedica che ha catturato la tua attenzione?
R:«Ci passo di media una volta all’anno. Le scritte cambiano di continuo… Nel passato, ogni tanto, i proprietari riverniciavano tutto, ma dopo poco tempo le scritte magicamente ritornavano… alla fine si sono stufati! E’ una grande riconoscenza da parte del pubblico, che ringrazio con tutto il cuore. Vorrei sapere chi è il furbacchione che si e’ fregato, diverso tempo fa, il numero civico 32, smurandolo dalla sua sede… Complimenti per il souvenir!».

D:La cantina di via dei Bardi ha visto l’evolversi di un'altra storia, quella dei Cafè Caracas. Hai immaginato se, per assurdo, la tua carriera musicale fosse continuata con loro?
R:«Poteva anche essere, non è così assurdo! I Cafè Caracas in pochissimi mesi fecero un grosso seguito… come poteva benissimo essere che l’avessi fatta a Londra, dove abitavo prima di ammalarmi e tornare in Italia… amavo troppo la musica ed avevo la capoccia dura… l'avrei fatta in ogni caso. Il destino però ha deciso diversamente e Raffaele (RAF) preferì seguire, peraltro con risultati eccellenti, la sua vena pop. Io invece, dopo una bella litigata, continuai a testa bassa, tipo ariete all’attacco, la mia strada rock».

D: Inoltre, dei Cafè Caracas musicalmente parlando conosciamo ben poco. Hai mai pensato di rendere onore alla storia di questa band magari tirando fuori qualche inedito?
R:«Ho la registrazione completa di un intero concerto al Banana Moon di Firenze, un mitico e storico locale del periodo. Ho postato recentemente un brano sul mio Facebook».

D: Tra l’altro quella band aprì un concerto dei The Clash, anche se stando alle informazioni raccolte le cose non andarono proprio bene…
R:«I tecnici dei Clash ci trattarono esattamente come un gruppo spalla del terzo mondo… non ci accesero neanche i monitor e suonammo senza sentirci su un palco enorme… fuori tennero il volume dell’impianto bassissimo, tipo radiolina. Il pubblico era incazzato con noi solo per il fatto che eravamo su quel palco, ritardando l’entrata dei Clash. Ci tirarono addosso tutto quello che  potevano tirare. Mi ricordo che a un certo punto ruppi una corda, la strappai dalla chitarra e continuai a suonare a cinque corde. Buttai la corda nel pubblico e la prese al volo un punk con la cresta che simulò un cappio con la corda, facendomi il gesto eloquente di andare a farmi impiccare…. Ahahah… Bei tempi!».

D: Proprio negli ultimi tempi Raf lo si è rivisto al Festival di Sanremo. Capita di tanto in tanto di risentirvi? In che rapporti siete rimasti? Tra l’altro si è vociferato di una sua possibile malattia…
R:«Ogni tanto ci siamo visti casualmente nelle manifestazioni pubbliche e ogni tanto ci siamo sentiti per telefono, anche abbastanza recentemente… ora i rapporti sono cordiali».

D: Ghigo nel rock l’età ha un suo peso?
R:«No… Per me il peso del rock lo da’ soltanto il modo in cui vivi la vita... non e’ una questione di età».

D: Se chiudi gli occhi per un momento, quale è l’assolo che ti viene in mente tra i tanti da te composti?
R:« Diceva un grande che ci ha lasciato da poco tempo che “Ogni scarrafone è  o’ bello e’ mamma sua”».

D: Un assolo che avresti voluto fosse tuo?
R:«Un assolo è l’espressione artistica di una persona… Io godo degli assoli degli altri, quando sono belli ed espressivi, ma non voglio essere nella loro personalità e preferisco essere me stesso e basta».

D: Ghigo negli ultimi tempi, specie tra gli artisti rock, spopola la moda delle esibizioni con tanto di orchestra di musica classica alle proprie spalle. Come si rapporterebbe la tua chitarra con violini e violoncelli?
R:« Veramente già spopolava negli anni sessanta e settanta… ti ricordi i Deep Purple con l’orchestra? E Frank Zappa? E tanti altri… Niente di nuovo sul fronte occidentale! Nel 2014 ho fatto delle registrazioni prodotte da Carlo Rossi, purtroppo recentemente scomparso in un brutto incidente stradale, insieme a un quartetto di archi. La mia chitarra si sposa benissimo con gli strumenti classici. Essendo un amante della melodia e delle belle armonie andiamo perfettamente d’accordo».

D: Vi è stato mai un momento durante questi trent’anni di musica in cui hai pensato di smettere?
R:«La musica per me è una funzione vitale! Non si smette di mangiare e di dormire!».

D: Però prima di un concerto ti sarà capitato di chiederti ma chi cazzo me lo fa fare?
R:«(ride) mi ricordo che me lo chiesi prima dell’ultimo concerto della vecchia band a Monza nel 1999… Prima del concerto arrivò un tipo che mi voleva riempire di botte perché pensava che fossi io l’artefice della fine della band… (Stolto!). Fu bloccato dal servizio d’ordine. Il pensiero mi passò velocemente per il capo, ma durò molto poco… la mia coccia dura e’ molto più forte dei disinformati e delle persone di cattivo animo».

D: Piccola curiosità: sul tuo corpo non passano inosservati i tuoi tatuaggi. Quale è quello che ha un significato particolare e quale quello che a rivederlo ti verrebbe di cancellarlo?
R:«Ne ho fatti tre in vita mia. Quello che non mi piaceva l’ho già cancellato coprendolo con uno più grosso e molto più bello. Un bel tribalone di stile misto Maori/Indiani d’America. Due popolazioni che mi hanno sempre affascinato.Ma il mio preferito emotivamente rimane il mio primo tatuaggio… L’aquila che vola nel sole… Due simboli fortissimi che ho sempre amato, sinonimo di forza, libertà, alte vette, calore,  fuoco ed energia».

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