Vittorio Polito, il cronista innamorato del suo dialetto

(Foto: V.Polito)
di GRAZIA STELLA ELIA —  Per più di un secolo si è guardato con angoscia (da parte dei sostenitori della cosiddetta “lingua materna”) alla decadenza e sottovalutazione dei dialetti. Oggi possiamo dire che i dialetti non solo resistono, ma si rinnovano. Ben lungi dallo scomparire, come temeva Pasolini, soppiantato dall’italiano regionale, il dialetto è diventato una risorsa ed è salito, dalla considerazione di mezzo espressivo sottoproletario, al rango di lingua letteraria.

Ha detto chiaramente Tullio De Mauro: “Il fiorentino dantesco, prima di essere italiano, era fiorentino, cioè un dialetto”.

Per quanto riguarda il dialetto barese, si può dire che il cronista Vittorio Polito ne è un difensore e sostenitore accanito. Le sue opere, infatti, tutte pubblicate con Levante editori, mirano a rivalutare tanti lavori letterari di autori dialettali baresi. Citiamo ad esempio il volume ‘ Baresità, curiosità e…’, con prefazione di Corrado Petrocelli.

Un lavoro ponderoso, di oltre quattrocento pagine, che comprende molti capitoli, di cui alcuni sono di autori che hanno inteso dare la propria collaborazione per un libro che tutti dovrebbero apprezzare, possedere, custodire e tramandare. Una fatica che l’autore, nei suoi versi introduttivi, definisce un’esplosione di scintille, una sorella dell’opera precedente.

Nel capitolo “Baresità, curiosità e…”Vittorio Polito si esprime con dovizia di particolari e sfoggia una completa conoscenza di notizie relative a San Nicola e alla Cattedrale; inoltre disserta dello scoglio “Monte Rosso”, della tramvia Bari–Barletta, dei comizi in dialetto, della banda dei ‘fichi secchi’, ecc. Tante pagine di “curiosità” corredate di poesie in vernacolo di vari autori, non accompagnate, purtroppo, dalla traduzione in lingua.(Non una lacuna, ma un grido di dolore, intriso di sensibilità, che lo porta ad escludere dall’appartenenza tutti coloro che snobbano il vernacolo!).

Nelle circa 100 pagine del capitolo le curiosità sono davvero tante e tutte descritte con la perizia di chi ha dedicato tempo e impegno alla ricerca.

Nel capitolo “Le Barise e…”di Felice Alloggio, copioso di pagine come il precedente, fa spicco, con la grazia che la distingue, la poesia “Amòre di marenàre”di Michele Scorcia.

Segue la descrizione di mercati e piazze baresi, con articoli di ogni genere, compreso note interessanti su “La Gazzetta del Mezzogiorno” e “Fiera del Levante”.

È poi la volta dei luoghi di evasione, specialmente vicini al mare, dove i cittadini portano, fra le tante bontà, anche la gustosissima focaccia barese, a cui sono dedicate pagine di meritata apologia.

Si prosegue con la trattazione dei giochi a carte e a biliardo, per finire allo sport che accomuna tutti i tifosi che sono passati dallo stadio ‘Della Vittoria’ al faraonico ‘San Nicola’ con immutata passione e fede nei mitici colori bianco e rosso.

Il capitolo “La Baresità al femminile”non poteva non essere scritto da una donna; ne è infatti autrice Linda Cascella, la quale rivisita le produzioni poetiche di validi autori baresi, per trarne testi relativi alla donna, naturalmente in dialetto barese. Si leggono così, in queste pagine, notizie importanti sulle donne, dalle umili “tabacchine”, alle grandi Isabella d’Aragona e Bona Sforza, il cui “fascino” rimane, per l’autrice e non solo per lei, davvero “irresistibile”.

Eccoci al capitolo “Teatralità del dialetto barese” di Franz Falanga, l’architetto-scrittore, ottima forchetta e grande consumatore di “cialdella”, che considera il dialetto barese “un formidabile strumento da poter utilizzarein una scuola di teatro”.

Ed ecco di nuovo Vittorio Polito con “La baresità di Giovanni Panza”, “L’Università di Bari”, “l’Aula Magna e la baresità”, “I proverbi”, “Magia e superstizione”, “Il gioco del lotto e i Baresi”, “Le feste in Italia e a Bari”, “Isoprannomi”, capitoli densi di tradizioni, usi e costumi, peculiarità proprie della gente di Bari: un lavoro di indagine e ricerca senza dubbio encomiabile, se si pensa che il tempo, laddove non vi fosse una registrazione scritta, spazzerebbe tutto, gettandolo nell’oblio.

Ultimo capitolo è “Dedicato a Vito Maurogiovanni”,un omaggio al grande commediografo, instancabile cantore della propria città.

Ma non è tutto. Il libro si chiude con una sorta di appendice, una rassegna di fotografie dal titolo “Sul filo dell’ironia”, a cura di GioCa. Si tratta di foto che evidenziano aspetti architettonici della città di Bari, frontespizi di libri, personaggi…

Un libro importante, dunque, questo di Vittorio Polito, che considera la sua Bari un mare magnum da esplorare e cantare in tutte le sfaccettature, con l’amore di un figlio grato e devoto.

L’intento precipuo e costante di Vittorio Polito è quello di far ritenere il dialetto un mezzo linguistico ricco di importanti contenuti storici ed etici, identitari di chi ci ha preceduti e quindi di noi stessi.

Non è dato sapere se Polito abbia praticato il pugilato, lo sport senz’altro dato il possente fisico atletico conservato nel tempo, ma sicuramente ha amato il grande pugile Alì, recentemente scomparso, e il suo modo di lottare nella vita tanto che ha fatto sua, come stile di vita, una frase di Muhammad che recita “…dentro a un ring o fuori, non c’è nulla di male a cadere. È sbagliato rimanere a terra.” Da ex giornalista Polito non ha messo gli ‘altri’ al tappeto, ma li ha lasciati a ‘terra’, lui volando per altre terre secondo il famoso detto universale che per l’occasione ‘vestiamo’ di dialetto barese: “Ognebèneda la tèrrevène”’.

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