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Il direttore De Tomaso prenota da Mascellaro la storia della Gazzetta di… domani


LIVALCA - In una notte di fine luglio - avendo come unica compagna (sono rimasto fedele a questa scelta…’naturalista’) la dolorosa, lancinante sollecitazione che forze oscure fanno sulla mia disastrata colonna vertebrale - mi sono ricordato di aver letto la scorsa settimana il volume che quel garbato, affabile e raffinato signore all’anagrafe  Nicola Mascellaro, mi aveva portato con una dedica essenziale, sobria e garbata “A Gianni solo in ossequio all’onesta cordiale amicizia che ci lega”. 

Il libro in questione «La Gazzetta del Mezzogiorno dal 1887. Storia del quotidiano più longevo del Sud» è stato pubblicato dalla LB edizioni di Luigi Bramato, il quale con solo questo  libro si è già assicurato un posto nella Storia.  Con un eufemismo calcolato potremmo presumere che il giovane editore si sia appropriato di quelle ‘manifestazioni’ che un giovane Lucio Battisti chiamò “Emozioni”, ma il direttore Giuseppe De Tomaso in una prefazione tanto asciutta quanto vigorosa attacca:«Il prossimo primo novembre, la Gazzetta compie 130 anni. Li compie nella fase più drammatica per il Paese, per se stessa e per il Sud. Il coronavirus ha falcidiato i redditi e ha aggiunto povertà a povertà, incertezza a incertezza.

Il Mezzogiorno può reagire in due modi: o invocando più protezione o chiedendo più libertà; o invocando più assistenza  o chiedendo più decenza infrastrutturale. Una classe politica responsabile dovrebbe optare per la seconda strada, senza farsi sedurre dalle più melodiose sirene della prima. Ma…»  Preciso per i miei tanti lettori - spesso estimatori - che, i puntini dopo il ma, sono del direttore De Tomaso  entrato in Gazzetta, con Gaetano Campione, Enrica Simonetti, Michele Partipilo, Manlio Triggiani e altri,  non ricordo se sotto la direzione di Giacovazzo o Gorjux…al solito non trovo il libro (amico che, inconsapevolmente ti sei portato Gazzetta e volume, sappi che avevo annotato con un colore marrone di mio nipote  moltissime pagine…si tratta di colore insofferente alla ‘gomma’). 

Il  perentorio invito del direttore De Tomaso alla nostra classe politica, da sempre a parole pronta a cambiare il corso delle cose soltanto nelle intenzioni, mi ha richiamato  alla memoria una frase di Lev Tolstoi :«Tutti pensano a cambiare il mondo, ma nessuno pensa a cambiare se stesso» ( solo per la verità storica lo scrittore russo morto nel 1910 era figlio di una principessa e di un conte che lo lasciarono orfano da bambino;  il suo «Guerra e pace» lo stiamo ancora ‘studiando’ e «Anna Karenina» ‘interpretando’…dico questo perché i ‘sentimenti’ spesso possono essere valutati e giudicati partendo da opposte direzioni ‘convergenti’).  Vi  confesso che fino alla lettura del libro di Nicola ero convinto - caro Luigi Papa ti regalo un nuovo passaggio (assist) per demolire il mio piccolo ‘mito’ - che la storia de «La  Gazzetta del Mezzogiorno» partisse dal 1990.  Non invoco attenuanti, che pure (senza forse) ci sarebbero, e accetto il 1887 ( splendido numero che rappresenta la ‘creatività’, ma non posso dilungarmi) puntualizzando che è l’anno in cui nacque il pittore russo, naturalizzato francese, Marc Chagall (morto a 98 anni) e l’architetto svizzero, naturalizzato…francese, Le Corbusier ( il palazzo dell’ONU a New York  è un suo progetto, così come la famosissima poltrona Grand  confort che…il mio nonno paterno, maresciallo della Finanza, aveva realizzato con una sedia, uno sgabello e una coperta, ma non aveva ritenuto di ‘brevettare’). 

Nel primo trentaduesimo ( forse a pagina 25) Mascellaro afferma che fino ad un  lustro fa tutti erano convinti che il giornalista fondatore del quotidiano, Martino Cassano, fosse nato a Bari. Caro responsabile dell’Archivio ( potrei dirti che Nicola Mascellaro fino al 1990 tutti pensavano fosse nato a Bari ?) io con Modesti, Papandrea, Andrea Castellaneta e altri lo sapevamo e risultava scritto sul «Giornale del Levante» di Nicola Pascazio. Tu, in questo caso, da giornalista di razza - meriti acquisiti sul campo - precisi che era logico fosse nato a Trani, perché li aveva sede la ‘Corte d’Appello di Puglia’ e il padre era un noto avvocato civilista. Nicola tu ad un certo punto riveli  che fu Mario Gismondi a portare insieme a tanti altri il carissimo e poco fortunato Andrea Castellaneta  in «Gazzetta», io posso dirti che da Levante fu festa grande, quando fu assunto, perché tutti volevano bene a quel giovane conversanese con la passione del giornalismo.

Quante volte Andrea è venuto in azienda portandosi a rimorchio giocatori che militavano nella nostra Bari.  Pochi lo ricordano, ma Castellaneta  ebbe grande merito nel contribuire, alla morte di De Palo, a far entrare nella società sportiva Bari Antonio Matarrese.  Come faccio, Nicola, a parlare del tuo libro se dispongo  di  mille ricordi personali legati a quel palazzo di piazza Roma, maldestramente demolito,  che mi rendeva felice quando il genitore mi mandava a far inserire ‘in corsa’ una piccola notizia o necrologio…’Gianni che piacere vederti’ è per me un richiamo non della foresta ma della ‘tipografia’;  sento la voce di Sabino Quintavalle, Vito Gatta, Giovanni Cassano, Umberto Vittoria, Antonio Liguigli, Giovanni Comes, Fedele, Vito, Enzo e tanti altri formatisi da noi.   Non cito i giornalisti che ci frequentavano abitualmente perché l’elenco è lungo e i ricordi, pur vivi, il tempo ha velato di quella malinconia che si chiama ‘non ritorno, per viaggio solo andata’. 

Ho visto tutte le quattro ( forse tre, perché una vista due volte ?) rotative del giornale, ma quella che rimembro  meglio è la  stilizzata ‘astronave full color’ installata per i mondiali del 1990.   Otto anni prima nella notte di ferragosto andò giù, in piazza Roma-Moro, un edificio che oggi farebbe ancora la sua brava figura, ma non vorrei riaprire una  ferita-contesa con coloro che affermano che ora è tutto più bello in quella piazza, luogo che  a me ricorda l’arrivo dei ‘fuori-sacco’ dal lato Sud della stazione. Non sono in sintonia con Wilde «Il solo fascino del passato è che è passato», ma nessuno potrà ‘distruggere’ nella mia memoria la foto di un passato che meritava di esistere.  Fu Oronzo Valentini che assunse al giornale Pino Aprile da Gioia del Colle e Salvatore Giannella da Trinitapoli : entrambi hanno raggiunto mete eccelse lontano dalla loro terra natale, ma non dimenticano le giornate intense e istruttive passate, immagino, in via Scipione l’Africano. 

Nel 1979, Oronzo Valentini, giornalista con carriera tutta in Gazzetta, non ancora sessantenne, abbandonava quel giornale cui aveva dedicato la vita. Un giornalista-scrittore a me carissimo - oggi giustamente osannato e in questi giorni  festeggiato per un premio a lui intitolato e che è la dimostrazione più evidente che se vuoi che qualcosa venga ricordato  ad una donna devi affidarti - spesso temeva il giudizio pignolo del direttore che controllava ogni articolo con grande imparzialità-severità.  Nel libro l’uomo nato a Gravina in Puglia parla della storiella  denominata ‘posta pneumatica’ - notizie spinte da aria compressa che dovevano raggiungere in tempo reale coloro preposti a  rielaborare il testo…diciamo che vi era un 50% di errore nelle stazioni di ricevimento - che io andai a verificare nella sede del quotidiano perché un giovane ingegnere ci aveva proposto di adattarla ( in formato ridotto) alle nostre esigenze aziendali. Mio padre aveva già espresso il suo No categorico, per cui evitai di riferirgli la confidenza che mi aveva fatto un inobliabile amico che aveva apostrofato il tutto con la parola che ha reso famoso Paolo Villaggio e che Manzoni con più stile avevo esposto nel suo: «Non sempre ciò che viene dopo è progresso».

Da ragazzo mi vantavo con gli amici di conoscere Mario Gismondi, voce della trasmissione “Tutto il calcio minuto per minuto” ( che palestra è stato il suo «TuttoPuglia» distribuito alla stadio della Vittoria prima di ogni incontro in casa) e in seguito fondatore di quel quotidiano Puglia nel 1979, testata che è stata  grande scuola di tanti giornalisti : dall’attuale direttore a M. Triggiani, Losito, Summo, R. Lorusso, Ciccarese, Losito e tanti altri.  Inutile negare che i giovani di oggi non consultano il giornale e il libro di carta e non ci vuole un sociologo per capire che correre ai ripari sarà una sfida - allargata a tante altre professioni - che vedrà impegnate le migliori intelligenze in una particolare epoca storica in cui il futuro cambia mensilmente e non dopo lustri. Ma da quando i cinesi  (sempre loro!) intorno all’anno 100 inventarono un preparato di fogli sottili e flessibili che, imbevuti in acqua di fibre cellulosiche, davano l’idea di qualcosa che si potesse tramandare,vi sono stati molti passaggi; il tutto, oggi si direbbe ‘know how’, portato in Europa dagli arabi, divenne carta grazie ai maestri di Fabriano intorno al 1200; bisogna aspettare il 1799 per vedere concepita da parte di Louis Nicolas Robert una macchina ‘continua’ per fabbricare la carta. Il Governo francese avendo necessità di stampare soldi - quando si parla di soldi, siamo tutti della stessa religione (Voltaire?) - inviò il tipografo Robert nella cartiera di Essonnes per far aumentare la produzione e il nostro varò un modello che…; la storia è lunga, piena di colpi di scena e ricorso a vie legali,  vi dico che poi altri perfezionarono il tutto e il nostro inventore morì povero, facendo l’istitutore.

Vi voglio solo aggiungere che essendo Robert contemporaneo del Foscolo ( lui morto nel 1828, il nativo di Zante nel 1827) quando gli riferirono che l’autore dei “Sepolcri” aveva sentenziato «E’ meglio essere un uomo senza denari, che aver denari senza essere un uomo» abbia pensato al suo compatriota…Cambronne (non ho detto invocato!). 

Con queste spicciole notizie voglio solo dimostrare quanto sia immensa la mia-nostra ignoranza e quanta necessità vi sia di un quotidiano di carta e di un libro di carta (…per piacere non parlatemi del libro stampato in digitale, si fanno tre edizioni per complessive 200 copie; duecento era la quota minima dei libri Levante spediti in omaggio in tutto il mondo per la disperazione di mio padre, patriarca che ora, lo spero vivamente, starà pensando che quel figlio ‘strano’ un ricordo indelebile ha lasciato nei sentieri editoriali di cui il mondo ‘abbonda’ ) che ogni giorno accresca il sapere di tutti, con costanti piccole ‘pillole’ sotto forma di parole.

Premesso che avrei scritto volentieri una postfazione al testo di Nicola Mascellaro, fra poche ore manderò mia moglie in via De Rossi da Luigi per acquistare  copie dei  libri sulla storia della Gazzetta e di Campanella-Fizzarotti Selvaggi «Per amore della nostra Terra»: amare la Gazzetta e amare la Puglia sono due facce di una medaglia che portiamo al collo dalla nascita non per vanità, ma per necessità culturale. Giuseppe De Tomaso ha concluso il suo intervento con un augurio, che è anche la certezza di tutti coloro che ricordano la canzone di Sandie Shaw ‘Domani’; la “Gazzetta” è quella ragazza-signora senza età che fa innamorare tutti - direttori, giornalisti e maestranze che si sono avvicendati in 26 lustri - ma lei resta saggiamente in attesa di nuovi pretendenti, disposta ad ‘aprirsi’ e ‘concedersi’ in giusta misura; fermo restando che attende ogni mattina che qualcuno la sfogli e, magari, la ‘spogli’ solo per un  veloce cambio d’abito.

Il direttore ci invita a prenotare la storia di ‘domani’, sempre da Mascellaro, perché ci sarà un domani, poi un dopodomani sempre…