Infortuni sul lavoro in Puglia: dati e prevenzione
Intervista all’esperto di formazione sulla sicurezza sul lavoro per imprese italiane
Il primo articolo della Costituzione italiana recita che “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” eppure a quasi 80 anni dalla sua entrata in vigore, queste fondamenta non smettono di aver bisogno di essere puntellate.Uno dei temi che obbligano a tenere alta la guardia sono gli infortuni sul lavoro che, nonostante gli sforzi, continuano ad essere troppi.
Solo in Puglia, nei primi sei mesi del 2026, sono state registrate 10.312 denunce di infortunio in occasione di lavoro, esclusi i casi degli studenti: 424 in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con un aumento del 4,3%. La regione si colloca al settimo posto in Italia per numero assoluto di queste denunce. È quanto emerge dai dati provvisori INAIL, ripresi dall’Ufficio statistico della Regione Puglia.
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| (Mappa della Puglia: 10.312 denunce di infortunio in occasione di lavoro nel primo semestre 2026, +424 e +4,3% sul 2025. Settimo posto per numero assoluto; studenti esclusi. Dati provvisori INAIL) |
Un andamento che richiama ancora una volta l’attenzione sulla necessità di mettere la prevenzione al centro della cultura del lavoro.
Quali criticità restano da affrontare? E su quali aspetti è necessario lavorare meglio perché la formazione contribuisca concretamente a riconoscere e prevenire i rischi?
Ne parliamo con Gianfranco Minervini, fondatore di Corsi Sicurezza Lavoro Web: una delle più solide realtà italiane nel campo della formazione aziendale e della sicurezza sul lavoro, radicata nel territorio pugliese.
La condizione pugliese
Nel 2025 si sono registrate oltre 20.000 denunce di infortunio che hanno coinvolto lavoratori e lavoratrici. Quali sono Gianfranco i problemi più ricorrenti?Purtroppo questi dati non ci sorprendono, ma ci impongono una riflessione profonda. Nella mia esperienza quotidiana sul campo, sia come RSPP che come consulente per diverse realtà aziendali, vedo che i problemi più ricorrenti che portano a questi infortuni si possono riassumere in quattro macro-aree:
- la fretta e la pressione produttiva: è il nemico numero uno. Spesso i ritmi serrati portano i lavoratori a "scorciatoie" pericolose come il mancato utilizzo dei DPI (Dispositivi di Protezione Individuale) o la disattivazione temporanea di un sistema di sicurezza su un macchinario per non interrompere il ciclo produttivo.
- La carenza di formazione "reale": i lavoratori spesso conoscono la teoria, ma non percepiscono il rischio effettivo della routine quotidiana.
- Il fattore generazionale e il turn-over: da un lato abbiamo lavoratori esperti che, per eccesso di confidenza e abitudine ("ho sempre fatto così e non è mai successo nulla"), abbassano la guardia. Dall'altro, l'inserimento di lavoratori giovani o interinali senza un adeguato affiancamento iniziale (il cosiddetto "periodo di inserimento").
- La mancata manutenzione e l'ergonomia: spesso riscontriamo attrezzature obsolete, layout aziendali che favoriscono scivolamenti e cadute (che restano tra le primissime cause di infortunio), o una scarsa attenzione ai rischi legati alla movimentazione manuale dei carichi e allo stress lavoro-correlato.
I settori più a rischio
Quali settori e contesti produttivi vedi oggi più esposti al rischio infortuni (costruzioni, logistica, manifattura, agroalimentare, lavoro agile, appalti e subappalti) e perché?Oggi non esiste un settore completamente immune, ma le criticità maggiori si concentrano dove la catena del valore si frammenta o dove i ritmi sono dettati da algoritmi e scadenze asfissianti. Se devo fare una mappatura basata sulla mia esperienza, vedo questi settori e contesti:
Costruzioni (uno dei settori a più alta pressione):
Nelle costruzioni scontiamo ancora l'effetto dei forti incentivi fiscali degli ultimi anni, che hanno visto nascere imprese improvvisate dall'oggi al domani e una cronica carenza di manodopera qualificata. Si lavora in quota, spesso di corsa.
Il buco nero di Appalti e Subappalti: Questo è il vero amplificatore del rischio, trasversale a quasi tutti i settori. Quando un lavoro viene subappaltato a cascata, spesso si assiste a una deregolamentazione di fatto. Le aziende subappaltatrici sono a volte più piccole, meno strutturate e con meno risorse da investire in sicurezza. Il coordinamento (il famoso DUVRI o PSC) diventa spesso solo un adempimento burocratico e si perde il controllo reale su chi c'è in cantiere o in fabbrica.
La logistica:
Nella logistica, il boom dell'e-commerce ha esasperato i ritmi. Qui il rischio è legato alla movimentazione merci e all'investimento di pedoni da parte di carrelli elevatori. Il tempo è denaro, e quando il driver o l'operatore di magazzino è pressato dal cronometro, la sicurezza passa in secondo piano.
Manifattura e Agroalimentare (L'interazione uomo-macchina):
Nel manifatturiero il problema principale resta il contatto con gli organi in movimento dei macchinari, spesso dovuto a manomissioni dei sistemi di protezione per "andare più veloci".
Infine, non dobbiamo sottovalutare il Lavoro Agile (Smart Working). Lì il rischio non è il trauma fisico da cantiere, ma l'isolamento, il tecnostress, la mancata separazione tra vita privata e lavorativa e l'ergonomia della postazione domestica, spesso inadeguata. È un rischio "invisibile", ma che impatta pesantemente sulla salute a lungo termine.»
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| (Collage di quattro contesti lavorativi: cantiere edile, linea di produzione, magazzino logistico e postazione di lavoro da casa) |
La cultura della sicurezza
In che misura il problema oggi è tecnico (norme, DPI, procedure) e quanto invece è culturale cioè legato a una bassa percezione del rischio da parte di lavoratori, preposti e datori di lavoro?
Se dovessi fare una proporzione, direi che oggi il problema è per il 20% tecnico e per l'80% culturale.
Dal punto di vista tecnico e normativo, in Italia abbiamo una delle legislazioni più avanzate d'Europa (il D.Lgs. 81/08). I DPI moderni sono performanti, le procedure si possono scrivere e le tecnologie per rendere sicuri i macchinari esistono.
Il vero scoglio, la vera sfida quotidiana che vedo nelle aziende, è l'applicazione di tutto questo. Ed è qui che entra in gioco la cultura della sicurezza, che purtroppo è ancora troppo bassa a tutti i livelli della scala gerarchica:
- i Datori di Lavoro: spesso vedono ancora la sicurezza come un costo fisso o un mero adempimento burocratico da delegare al consulente per "stare tranquilli con le carte" in caso di controllo. Manca la percezione che investire in sicurezza aumenti la produttività e riduca i costi indiretti di un infortunio.
- I Preposti e i Manager: sono le figure più schiacciate. Hanno la responsabilità della vigilanza ma su di loro grava anche la pressione della produzione e dei budget. Spesso tollerano le piccole violazioni dei lavoratori ("tanto è solo per cinque minuti") perché l'obiettivo principale resta consegnare la commessa in tempo.
- I Lavoratori e le Lavoratrici: qui subentra l'abitudine e l'eccesso di confidenza. Il rischio non percepito è il rischio più pericoloso. Frasi come "ho sempre fatto così" o "a me non succederà mai" sono i primi segnali di un infortunio imminente. C'è una forte tendenza a considerare i DPI o le procedure come un fastidio che rallenta il lavoro, anziché come una salvaguardia per la propria vita.
Le barriere linguistiche e culturali
Nei settori a maggior rischio (penso all’agricoltura in Puglia ma anche settori come l’edilizia o la logistica) c'è una significativa presenza di manodopera straniera.Come si eroga una formazione realmente efficace quando ci si scontra con barriere linguistiche e concezioni culturali del rischio diverse?
Questo è uno dei nodi centrali della sicurezza moderna, e qui in Puglia, specialmente nell'agroalimentare e nell'edilizia, lo viviamo ogni giorno in prima persona. La presenza di manodopera straniera è strutturale, e affrontarla con i vecchi metodi significa fallire in partenza.
L'errore più grave che un'azienda o un consulente possa fare è l'approccio "formale": mettere in un'aula trenta lavoratori che masticano appena l'italiano, proiettare slide piene di articoli di legge e far firmare il registro delle presenze.
Quella non è formazione, è solo burocrazia che mette a rischio delle vite. Prima di avviare il corso va verificato che i lavoratori comprendano la lingua utilizzata e vanno adottate modalità che rendano comprensibili i contenuti. È un obbligo previsto dalla normativa e non una cortesia.
Per scavalcare le barriere linguistiche e, soprattutto, le diverse concezioni culturali del rischio, come società di consulenza applichiamo un modello basato su tre pilastri tecnici e operativi:
- la formazione visuale ed esperienziale: dobbiamo eliminare il testo e usare le immagini, i video e la pratica. Utilizziamo la cartellonistica basata su pittogrammi universali e la scomposizione delle procedure in pillole video. Ma la chiave di volta è l'addestramento pratico sul campo: mostrare fisicamente come si aggancia un'imbracatura o come si aziona il blocco d'emergenza di un macchinario agricolo vale più di mille parole.
- La figura del "Mediatore di Sicurezza" o lavoratore-chiave: All'interno delle squadre identifichiamo e formiamo in modo approfondito i lavoratori stranieri storici, che hanno una buona padronanza dell'italiano e che godono di autorevolezza all'interno della loro comunità. Diventano i nostri "ambasciatori della sicurezza". Il loro ruolo va ben oltre la traduzione letterale. Traducono il concetto di rischio, spiegandolo ai connazionali con le giuste sfumature culturali.
- La decostruzione dei bias culturali sul rischio: in alcune culture il concetto di fatalismo o una diversa percezione della gerarchia aziendale portano il lavoratore a non segnalare un pericolo per paura di contrariare il datore di lavoro, o ad accettare il rischio come parte inevitabile del guadagno. Qui la formazione deve toccare le corde dell'empatia e degli affetti. Spesso facciamo leva sul nucleo familiare: l'obiettivo della sicurezza non è far contento l'RSPP, ma fare in modo che tu possa tornare a casa sano dalla tua famiglia stasera.
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| (Un lavoratore spiega a un collega l’utilizzo di un macchinario durante una sessione di formazione pratica in officina) |
Tuttavia, c'è un aspetto fondamentale che va ribadito con chiarezza: la sicurezza è un canale a doppio senso. Da parte dei lavoratori e delle lavoratrici straniere deve esserci una reale collaborazione e il massimo impegno nel rispettare le nostre normative.
L'accoglienza e l'integrazione passano anche attraverso la condivisione delle regole del nostro Paese. Le norme di sicurezza italiane, a partire dall'articolo 20 del D.Lgs. 81/08, parlano chiaro: ogni lavoratore deve prendersi cura della propria salute e sicurezza e di quella delle altre persone presenti sul luogo di lavoro, secondo la formazione ricevuta, le istruzioni e i mezzi forniti dal datore di lavoro.
Ciò significa che, una volta messi nelle condizioni di capire, i lavoratori hanno il dovere morale e legale di collaborare. Devono partecipare attivamente alla formazione, indossare i DPI senza fare storie e segnalare i pericoli. Non possiamo tollerare atteggiamenti di chiusura o il rifiuto di seguire le procedure aziendali giustificandoli con ad esempio le abitudini del proprio Paese d'origine. Chi entra a far parte del nostro tessuto produttivo deve accettare che la tutela della vita umana sul lavoro, in Italia, è un valore non negoziabile.»
La commoditizzazione della formazione sul lavoro
In questi anni è tornato più volte il concetto di “discount della formazione” sulla sicurezza: quali sono, Gianfranco, i segnali più evidenti di una formazione trattata come commodity e quali impatti ha sui rischi reali in azienda?
Il fenomeno del “discount della formazione” è una delle piaghe più dolorose del nostro settore e, lo dico chiaramente, è un moltiplicatore di infortuni.
Quando la sicurezza viene ridotta a una commodity, a un prodotto da comprare al prezzo più basso solo per "mettersi a posto con le carte", le conseguenze si pagano in cantiere o in fabbrica.
I segnali più evidenti di questo approccio low-cost sono sotto gli occhi di tutti i professionisti seri:
- i corsi "lampo" al ribasso d'ore: piattaforme online o enti che promettono di rilasciare attestati validi riducendo drasticamente le ore effettive di lezione o permettendo di cliccare "avanti" senza alcuna verifica reale dell'apprendimento.
- Modalità assolutamente non valide: Penso sempre a tutti quei corsi che circolano sul Web per i quali la normativa CHIARAMENTE richiede la presenza FISICA e che invece vengono proposti interamente online…
Gli impatti sui rischi reali in azienda sono devastanti. Il primo è l'effetto "falsa sicurezza": il datore di lavoro è convinto di essere tutelato perché ha il cassetto pieno di attestati e il lavoratore pensa di sapere cosa fare.
In realtà, si genera un analfabetismo di ritorno sui rischi.
Inoltre, una formazione scadente non modifica minimamente il comportamento delle persone. I lavoratori tornano in reparto e continuano a commettere le stesse imprudenze, perché nessuno ha spiegato loro il perché profondo di una procedura.
Il risultato? Quando accade l'infortunio, l'organo di vigilanza verifica anche l'adeguatezza della formazione. Se emergono violazioni degli obblighi formativi, il datore di lavoro può risponderne penalmente anche se possiede gli attestati. E queste violazioni possono essere sanzionate anche prima che si verifichi un infortunio.
Il "risparmio" iniziale si trasforma in un dramma umano e in un disastro economico per l'impresa. Come dico sempre ai miei clienti: se pensate che la formazione di qualità costi cara, provate a calcolare quanto vi costa un infortunio grave.
La sicurezza su misura
Il Rapporto INAIL-Regioni pubblicato nel 2025, nel focus sulle cadute dall’alto in Puglia, evidenzia anche carenze nella valutazione dei rischi e nella formazione dei lavoratori.
Quali elementi non possono mancare in un percorso formativo sulla sicurezza che voglia essere efficace: dall’analisi iniziale dei bisogni fino alla scelta di metodologie e casi pratici?
Per trasformare la formazione da obbligo burocratico a strumento di prevenzione reale, dobbiamo progettarla seguendo una vera e propria architettura della sicurezza.
Un percorso formativo serio non si improvvisa e deve poggiare su tre elementi imprescindibili:
- l'analisi dei bisogni "sartoriale" (il sopralluogo): non si può fare formazione senza conoscere i reparti. Il punto di partenza non è il catalogo dei corsi, ma l'analisi del DVR (Documento di Valutazione dei Rischi) unita all'osservazione diretta sul campo. Dobbiamo intercettare i quasi-incidenti (near miss), analizzare la storia infortunistica di quella specifica azienda e parlare con i preposti per capire dove si annidano le cattive abitudini. La formazione deve essere un abito su misura, non un prêt-à-porter.
- L'uso di casi pratici reali e incidenti storici: niente attiva l'attenzione quanto la realtà. Portare in aula la ricostruzione di un infortunio accaduto realmente in quel settore – o magari proprio in quell'azienda anni prima – analizzandone le cause profonde (l'albero delle cause), ha un impatto emotivo e cognitivo enorme. Smonta immediatamente il "tanto a me non succede".
- La verifica dell'efficacia a medio termine (il follow-up): la formazione non finisce quando si spengono le luci dell'aula e si firma il registro. Il vero test avviene nei mesi successivi. Un percorso efficace prevede che il datore di lavoro, con il supporto dell’RSPP, dei consulenti e dei preposti, verifichi sul campo se i comportamenti sono cambiati. Se dopo il corso i lavoratori continuano a non usare i DPI o a saltare le procedure, significa che quel corso è fallito, a prescindere dal voto del test finale in aula.
Progettare la formazione in questo modo richiede più tempo e più investimenti, ne siamo consapevoli. Ma è l'unico modo per essere certi che ogni ora passata in aula sia un'ora spesa per salvare una vita.
Il ruolo della formazione a distanza
Che ruolo possono avere oggi e-learning e formazione a distanza nei percorsi sulla sicurezza, e dove invece ritieni imprescindibile la presenza fisica e l’addestramento pratico?
La formazione a distanza (FAD), che comprende sia l’e-learning sia le lezioni in videoconferenza in diretta, offre ottimi strumenti, ma vanno usati come alleati strategici e non come scorciatoie. La pandemia ci ha insegnato a digitalizzare molti processi e questo è un bene, ma nella sicurezza sul lavoro il confine tra utilità e rischio è molto sottile.
Ecco come divido i due mondi nella mia attività di consulenza:
- dove l’e-learning e la FAD funzionano (il sapere): La formazione a distanza è straordinaria per la parte teorica, normativa e di aggiornamento. È perfetta per la formazione generale dei lavoratori, per illustrare i concetti giuridici del D.Lgs. 81/08, per i moduli organizzativi dei Dirigenti o per i rinfreschi teorici periodici. Permette al lavoratore di gestire i propri tempi e all'azienda di non bloccare interi reparti produttivi. Inoltre, se le piattaforme sono interattive e fatte bene, con quiz e video simulazioni, il livello di attenzione resta alto.
- Dove la presenza fisica e l’addestramento sono imprescindibili (il saper fare): Non si può imparare a salvare una vita o a proteggere sé stessi limitandosi a guardare un video. La formazione specifica dei lavoratori a rischio medio e alto può svolgersi anche in videoconferenza sincrona. L’addestramento richiede invece prove pratiche ed esercitazioni, effettuate da una persona esperta e sul luogo di lavoro, anche con tecnologie di simulazione in ambiente reale o virtuale. Parlo dell'addestramento all'uso dei DPI di terza categoria (come le imbracature anticaduta), dei corsi per spazi confinati, dell'antincendio, del primo soccorso o della conduzione di macchinari complessi come carrelli elevatori e gru.
C'è però un punto fermo su cui non transigo: proprio perché oggi abbiamo a disposizione questi potenti strumenti digitali, non dobbiamo commettere l'errore di trascurare la qualità e il rigore della formazione, specialmente in modalità e-learning.
La tecnologia deve essere un'opportunità per fare formazione meglio, non un pretesto per farla meno o con meno impegno. Il fatto che un corso sia fruibile da remoto non significa che debba diventare un sottofondo passivo mentre si fa altro o, peggio, un "click-truffa" per ottenere un pezzo di carta.
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| (Due persone consultano insieme un computer portatile, con un quaderno aperto sul tavolo durante una sessione di eLearning) |
Anche dietro a uno schermo, il lavoratore deve essere stimolato, monitorato e messo in condizione di assimilare davvero i concetti. E l'azienda ha il dovere di vigilare e garantire il tempo necessario affinché questo avvenga seriamente.
Se usiamo la tecnologia per svuotare di valore la sicurezza, stiamo solo digitalizzando il rischio.
Gli strumenti cambiano, ma la responsabilità di salvare vite umane resta identica.
3 consigli per migliorare
Se potessi suggerire tre cambiamenti concreti a livello di normativa, controlli o incentivi economici per migliorare la qualità della formazione sulla sicurezza in Italia, quali sarebbero?Se avessi la possibilità di incidere direttamente sulle regole del gioco, punterei su tre pilastri cardine, ribaltando l'approccio attuale che è spesso troppo focalizzato sulla carta e poco sulla sostanza:
- a livello normativo: sfoltire la burocrazia per pretendere la concretezza. Oggi le aziende e noi professionisti siamo soffocati da adempimenti formali, registri e scartoffie che non salvano mezza vita sul campo. La normativa deve cambiare marcia: meno testi sacri e più spazio alla progettazione pratica ed esperienziale. Dobbiamo premiare i percorsi flessibili che si adattano ai reali rischi aziendali e al livello di comprensione dei lavoratori (pensiamo alle barriere linguistiche), riducendo il peso della burocrazia formale a favore dell'efficacia dell'addestramento sul campo. Dobbiamo pretendere che la verifica dell’efficacia, già prevista dalle regole, risponda alla domanda “cosa sa fare il lavoratore per salvarsi?”, non solo “quante ore ha passato seduto?”.
- Il vero problema oggi è la certezza del diritto. Assistiamo alla pubblicazione di testi normativi infiniti, dove l'intenzione del Legislatore viene letteralmente sepolta dalla burocrazia e dal linguaggio tecnico. Ma l'aspetto più grave, che riscontro quotidianamente, è il muro di gomma istituzionale: persino quando interpelliamo formalmente gli enti preposti a fare chiarezza, le risposte non arrivano o sono del tutto evasive.
- A livello di controlli: monitorare la filiera della formazione e stanare i "furbi". Gli organi di vigilanza non devono limitarsi a verificare se nel cassetto c'è l'attestato firmato. I controlli devono andare a ritroso per verificare chi ha erogato quella formazione, come è stata fatta e se le competenze sono state davvero trasferite. Dobbiamo pretendere una vigilanza severa che sanzioni duramente gli enti che svendono "pezzi di carta" e, al contempo, un sistema ispettivo che funzioni da stimolo costruttivo, incentivando sia le imprese che i lavoratori a rispettare le regole non per paura della multa, ma per convinzione.
- A livello di incentivi economici: premiare chi investe sulla vita e sulla prevenzione reale. Lo Stato deve smetterla di considerare le spese per la sicurezza come semplici deduzioni fiscali standard. Servono incentivi economici mirati, strutturali e snelli (come un potenziamento del modello OT23 dell'INAIL o crediti d'imposta dedicati) per tutte quelle aziende che scelgono di andare oltre il minimo di legge. Dobbiamo finanziare la tecnologia applicata alla sicurezza, i simulatori, la consulenza di alto livello e i progetti di welfare aziendale legati alla salute. Chi ogni giorno si impegna attivamente per rendere il mondo del lavoro più sicuro non deve essere lasciato solo con i propri costi, ma va sostenuto economicamente dal sistema Paese.
Finché la sicurezza sarà vista come una tassa da pagare o una sanzione da evitare, non risolveremo il problema. Dobbiamo far sì che essere sicuri e fare formazione di qualità sia conveniente, eticamente e finanziariamente.»
La formazione trova la sua espressione più importante quando il corso finisce e si torna al lavoro. È lì, nelle condizioni che le aziende creano e nelle scelte quotidiane di chi lavora che la prevenzione deve diventare concreta. Perché le fondamenta di una Repubblica fondata sul lavoro si rafforzano proteggendo le persone che, ogni giorno, la tengono in piedi.




