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Può una convenzione negoziale prevedere una penale di natura contrattuale?

(CUsai/Pixabay)

VINCENZO NICOLA CASULLI -
Tralasciando la natura di clausola penale negoziale oggetto di convenzione accessoria e integrativa rispetto al rapporto pubblico di concessione di occupazione di area pubblica, occorre interrogarsi sulla validità di quest’ultima.

Orbene, tale tipo di convenzione è stata ritenuta pienamente ammissibile poiché validamente conclusa ed operante tra le parti sulla base dell'adesione al regolamento comunale formulata con l'istanza di concessione.

L’ammissibilità di siffatte pattuizioni si ricollega alla natura complessa della fattispecie della concessione-contratto, con la quale la Pubblica Amministrazione, sia pure sulla base di un proprio provvedimento, attribuisce ad un soggetto privato la facoltà di svolgere un'attività che di regola si accompagna al trasferimento di funzioni pubblicistiche.

Inoltre, data la posizione di supremazia dell’Amministrazione, essa dispone oltre che dei pubblici poteri, anche dei diritti e delle facoltà che nascono comunemente dal contratto, tra i quali può essere previsto anche quello di esigere dalla controparte il pagamento di una penale in caso d'inadempimento degli obblighi posti a suo carico.

In questo caso, dunque, la penale svolge la duplice funzione di sanzione per l'interesse pubblico violato e quella più squisitamente civilistica di determinazione preventiva e consensuale della misura del risarcimento del danno derivante dall'inadempimento o dal ritardo nell'adempimento.

Pertanto, ne discende che l’obbligo negoziale avente ad oggetto la previsione di clausole penali non può trovare il proprio fondamento nella mera adesione unilaterale a clausole contenute nel regolamento e non trasfuse in un testo contrattuale, in quanto, ponendosi in stretta correlazione con lo specifico provvedimento concessorio al quale si riferisce, deve necessariamente rispettare il requisito della forma scritta, pena la dichiarazione di nullità per difetto di forma.

Su tal fronte, alcuni autori propendono per la nullità per difetto di forma della convenzione integrativa del rapporto di concessione derivante dall'adesione del concessionario al regolamento comunale, in virtù dell’assenza di un espresso consenso in un testo contrattuale formato e approvato contestualmente dal privato interessato e dalla Pubblica Amministrazione.

Viceversa, la tesi maggioritaria riconosce l’idoneità di una siffatta adesione a perfezionare validamente la convenzione integrativa sull’assunto secondo cui le penali in discussione sono previste da un regolamento comunale, vale a dire un atto amministrativo con valore ufficiale che, come tale, è ovviamente espresso in forma scritta ed è sottoscritto dagli organi competenti dell'ente locale.

In conclusione, riconosciuta l’ammissibilità di una convenzione negoziale tra un ente locale e una società concessoria che preveda penali di natura contrattuale, il relativo requisito della forma scritta può ritenersi soddisfatto anche in caso di espressa adesione scritta del concessionario alle previsioni di un regolamento dell'ente locale riguardante penali di carattere negoziale, accessorie al rapporto concessorio, considerando tale modalità di stipulazione non estranea alle previsioni di cui all'art. 17 della legge di contabilità di Stato alla luce della nozione "funzionale" delle forme negoziali che si va ormai affermando in giurisprudenza.

Risoluzione del mutuo fondiario: si applica l'interesse di mora o l'interesse legale

(qimono/Pixabay)
VINCENZO NICOLA CASULLI
- In tema di mutuo fondiario è stato a più riprese ribadito dalla giurisprudenza di legittimità che l'esercizio, da parte dell'Istituto di credito mutuante, della condizione risolutiva prevista dall'art. 15 del D. P. R. n. 7 del 1976 nell'ipotesi di inadempimento del mutuatario, determina la risoluzione del rapporto di mutuo, con la conseguenza che il mutuatario deve provvedere, oltre al pagamento integrale delle rate già scadute, alla immediata restituzione della quota di capitale ancora dovuta, ma non al pagamento degli interessi conglobati nelle semestralità a scadere, dovendosi invece calcolare, sul credito così determinato, gli interessi di mora ad un tasso corrispondente a quello contrattualmente pattuito, se superiore al tasso legale, secondo quanto previsto dall'art. 1224, primo comma, c.c.

Tale meccanismo, fondato sulla periodica variazione del tasso di interesse moratorio convenzionale applicabile al rapporto di mutuo fondiario, secondo modalità direttamente ancorate all'oscillazione stabilita dalle autorità centrali dello Stato, non consente di individuare un valore fisso da applicare, a decorrere dalla risoluzione del rapporto in avanti.

A tal proposito, infatti, l’art. 1224 c.c. stabilisce che “sono dovuti dal giorno della mora gli interessi legali” mentre il secondo comma fa salvi, anche per il periodo successivo, gli eventuali interessi convenzionali superiori al saggio legale, contrattualmente dovuti “prima della mora”.

Con particolare riferimento a quest’ultima espressione, è stato chiarito che intenzione del legislatore era quella di ricomprendervi tutto il periodo anteriore alla mora e, dunque, alla risoluzione del rapporto negoziale.

Inoltre, in ossequio al principio di autonomia negoziale riconosciuto alle parti, queste sono libere di prevedere l’applicazione di un tasso convenzionale, fisso o variabile, per gli interessi di mora, ed ancorare la variabilità dello stesso ad elementi esterni al contratto, come nel caso del “rendistato” pubblicato dalla Banca d’Italia.

Pertanto, quando le parti non abbiano espressamente stabilito che, in ipotesi di costituzione in mora del debitore inadempiente, o di risoluzione del contratto per inadempimento del medesimo, si debba applicare al periodo successivo a detti eventi un tasso convenzionale prestabilito, non è possibile fare applicazione del secondo comma dell'art. 1224 c.c., a causa dell'impossibilità pratica di stabilire in che misura fossero stati stabiliti gli interessi convenzionali "prima della mora".

In tale ipotesi, dunque, per il periodo successivo alla risoluzione sono dovuti gli interessi moratori al saggio legale, in applicazione della regola generale di cui al primo comma dell'art. 1224 c.c.

La minorata difesa nel reato commesso in tempo di notte

VINCENZO CASULLI - In tema di circostanza aggravante della c.d. minorata difesa, si sono pronunciate le Sezioni Unite della Corte di Cassazione sostenendo che “ai fini dell'integrazione della circostanza aggravante della c. d. "minorata difesa", prevista dall'art. 61, primo comma, n. 5, c.p., le circostanze di tempo, di luogo o di persona, di cui l'agente ha profittato in modo tale da ostacolare la predetta difesa, devono essere accertate alla stregua di concreti e concludenti elementi di fatto atti a dimostrare la particolare situazione di vulnerabilità, oggetto di profittamento, in cui versava il soggetto passivo, essendo necessaria, ma non sufficiente, l'idoneità astratta delle predette condizioni a favorire la commissione del reato”.

A tal proposito, il massimo Consesso ha disegnato un percorso valutativo che prende le mosse dalla massima di esperienza secondo cui, di notte, cala l'oscurità e le strade sono poco illuminate, le persone sono dedite al riposo, la maggior parte delle attività cessa e, di conseguenza, le strade e gli uffici sono molto meno frequentati; inoltre la vigilanza pubblica è meno intensa ed è quindi più difficile ricevere soccorso.

Ne consegue che si tratta di un tempo astrattamente idoneo ad inibire le possibilità di difesa della vittima; ciò, tuttavia, non è sufficiente per riconoscere l'aggravante di cui all'art. 61, comma 1, n. 5), c.p., in quanto occorre accertare altresì che, in concreto, si sia realizzata un'obiettiva agevolazione dell'azione del reo, verificando diverse circostanze, quali:

- l’effetto di ostacolo alla pubblica o privata difesa derivato dalla commissione del fatto in tempo di notte; - circostanze ulteriori, di qualunque natura, atte a vanificare il predetto effetto di ostacolo; - se il soggetto agente abbia profittato di quella obiettiva situazione di vulnerabilità in cui versava il soggetto passivo, verifica soggettiva che ben può essere limitata alla constatazione dell'inevitabile consapevolezza dell'avere agito in tempo di notte, in condizioni di effettiva minorata difesa per la vittima e le pubbliche autorità.

Il fondamento dell'aggravante è stato, infatti, ravvisato nel maggior disvalore che la condotta assume nei casi in cui l'agente approfitti delle possibilità di facilitazione dell'azione delittuosa offerte dal particolare contesto in cui quest'ultima viene a svolgersi. E solo un accertamento in concreto, caso per caso, delle condizioni che consentono di ritenere effettivamente realizzata una diminuita capacità di difesa, sia pubblica che privata, è idoneo ad assicurare la coerenza dell'applicazione della circostanza aggravante con il suo fondamento giustificativo.

Ne discende che l'interprete, ai fini della configurazione dell’aggravante in esame, sarà chiamato a considerare, in concreto, lo specifico contesto spazio-temporale in cui si sono verificate le vicende storico-fattuali.

Dunque, in conclusione, è possibile affermare che la commissione del reato in tempo di notte può configurare la circostanza aggravante della minorata difesa di cui all’art. 61, comma primo, n. 5 c.p. a condizione che sia raggiunta la prova che la pubblica o privata difesa ne siano rimaste in concreto ostacolate e che non ricorrano circostanze ulteriori, di natura diversa, idonee a neutralizzare il predetto effetto.

La circostanza aggravante dell'utilizzo del metodo mafioso

(Pixabay)
VINCENZO NICOLA CASULLI -
L’aggravante ad effetto speciale di cui all’art. 7, L. 203/1991 prevede l’aumento di pena da un terzo alla metà per i delitti punibili con pena diversa dall'ergastolo commessi avvalendosi delle condizioni previste dall'art. 416 bis c.p. ovvero al fine di agevolare l'attività delle associazioni previste dallo stesso articolo.

Tuttavia, la predetta disposizione è stata abrogata dalla nuova formulazione dell’art. 416 bis.1 c.p., così come introdotto dal D.Lgs. 1 marzo 2018, n. 21, art. 5, che, inserendosi in un quadro di continuità normativa, ha lasciato immutati gli elementi costitutivi della circostanza aggravante ad effetto speciale.

Da un punto di vista strettamente esegetico, avvalersi del metodo mafioso ovvero delle condizioni previste dall’art. 416 bis c.p. significa utilizzare la forza intimidatrice del vincolo associativo e la condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva.

L’aggravante di cui all’art. 7, infatti, è stata inserita nell'ordinamento per contrastare le forme di criminalità promananti da soggetti in grado di intimidire e coartare le vittime, che sono forzate ad accontentare spontaneamente i loro aggressori, non tanto per la loro fama criminale, ma soprattutto per la caratura proveniente dall’ambiente consortile in cui si muovono, ritenuto idoneo a suscitare paura di rappresaglie tramite complici, affiliati e soggetti contigui.

In altri termini, per la sussistenza dell’aggravante nella forma evocata è sufficiente che la condotta assuma veste tipicamente mafiosa e cioè che l’agente ponga in essere, nella commissione del fatto a lui addebitato, un comportamento minaccioso tale da richiamare alla mente ed alla sensibilità del soggetto passivo quello comunemente ritenuto proprio di chi appartenga ad un sodalizio del genere anzidetto.

Dunque, la struttura della circostanza aggravante dell'utilizzo del metodo mafioso non presuppone necessariamente l'esistenza di un'associazione ex art. 416 bis c.p., nè che l'agente ne faccia parte, essendo sufficiente, ai fini della sua configurazione, l’analisi concreta della condotta tenuta dal soggetto agente e il ricorso a modalità della condotta che evochino la forza intimidatrice tipica dell'agire mafioso.

Tuttavia, nella prassi sembra consolidarsi l’elaborazione di un c.d. principio di territorialità mafiosa, in particolare in quelle zone ad alta densità mafiosa ove si tenderebbe a dare per presunta la concretizzazione circostanziata delle condotte di agevolazione e di utilizzo del metodo mafioso, per il sol fatto che il soggetto agente si faccia forte dell’egemonia sul territorio del gruppo di appartenenza.

Tale “principio di territorialità” non può, però, determinare un mero automatismo tra il dato oggettivo del territorio con presenze mafiose, nell’accezione di cui all’art. 416 bis c.p., e la conseguente configurabilità dell’aggravante speciale.

Pertanto, si evince che la contestazione dell’aggravante dell’utilizzazione del “metodo mafioso”, prevista dal D.L. 13 maggio 1991, n. 152, art. 7 (conv. in L. 12 luglio 1991, n. 203), non presuppone necessariamente un’associazione di tipo mafiosa costituita, essendo sufficiente che la violenza o la minaccia assumano veste tipicamente mafiosa.

Il volontariato: aspetti amministrativi


VINCENZO CASULLI
- Spetta al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali verificare l’attuazione della normativa sul volontariato, anche attraverso la realizzazione di protocolli d’intesa e accordi di programma con enti pubblici, privati e del privato sociale e in collaborazione con le Regioni. Il Ministero si occupa della gestione amministrativa dei contributi erogati a favore di associazioni di volontariato ed Onlus e del finanziamento dei progetti sperimentali delle Organizzazioni di volontariato. Al Ministero fanno capo inoltre le collaborazioni con organismi europei e internazionali del volontariato e del Terzo Settore. Altro strumento predisposto è l’Osservatorio Nazionale per il Volontariato, che provvede al censimento delle organizzazioni e, più in generale, contribuisce alla promozione e allo sviluppo del volontariato stesso. Il Ministero è, infine, responsabile dei rapporti con i Comitati di Gestione del Fondo speciale per il volontariato e collabora con i Centri di Servizio per il Volontariato.

In generale, le amministrazioni pubbliche si impegnano a promuovere la cultura del volontariato, in particolare tra i giovani, anche attraverso iniziative da svolgere nell'ambito delle strutture e delle attività scolastiche, universitarie o extrauniversitarie, valorizzando le diverse esperienze ed espressioni di volontariato, anche grazie al coinvolgimento delle organizzazioni di volontariato e di altri enti del Terzo Settore nelle attività di sensibilizzazione e di promozione. Ai fini del conseguimento di titoli di studio, le Università possono riconoscere crediti formativi agli studenti che abbiano svolto attività di volontariato certificate nelle ODV o in altri enti del Terzo Settore e che siano rilevanti per la loro crescita professionale e l'arricchimento del curriculum degli studi.

La legge tra curiosità e proverbi


VITTORIO POLITO
- Con il termine “legge” si possono indicare due cose diverse, a seconda del linguaggio che impieghiamo, tecnico e specialistico in un caso, e comune e generico nell’altro. In questo secondo caso, esso sta per diritto e indica tutte le regole giuridicamente obbligatorie che vigono in un determinato Stato.

Secondo il Vocabolario Treccani la “legge” «è in generale, ogni principio con cui si enunci o si riconosca l’ordine che si riscontra nella realtà naturale o umana, e che nello stesso tempo si ponga come guida di comportamenti in armonia con tale realtà».

Vi sono leggi emanate dagli organi che esercitano il potere legislativo (Parlamento); quella naturale, l’insieme dei principî e sentimenti di giustizia che si ritiene che l’uomo abbia in sé connaturati; vi è quella morale, regola d’azione che l’uomo trova nella propria coscienza e che gli serve da guida per discernere il bene dal male; quella divina, la somma dei principî religiosi dati da Dio all’uomo mediante la Rivelazione; la legge umana, in senso generico, il complesso delle norme stabilite dagli uomini per la conservazione e l’ordine della società civile.

Abbiamo vari tipi di legge: costituzionale, che si riferisce agli istituti fondamentali dell’ordinamento dello Stato e che, secondo la Costituzione vigente in Italia, può essere emanata, modificata o abrogata soltanto con particolari procedure; la legge delega, con cui il parlamento incarica il governo di definire una data materia; la legge eccezionale, destinata a restare in vigore per un periodo limitato di tempo; la legge elettorale, che indica le modalità di svolgimento delle elezioni; la legge finanziaria, che definisce anno per anno le entrate e le uscite del bilancio dello stato; la legge ordinaria, che può essere modificata o abrogata da una legge successiva; la legge ponte, che tratta una determinata materia in modo provvisorio (in attesa, cioè, di una legge definitiva); la legge provinciale, emanata da una provincia; la legge quadro, che definisce una determinata materia in termini generali; la legge regionale, emanata da una regione ecc.

Infine c’è la “giurisprudenza” che è la scienza del diritto. La Facoltà universitaria in cui tale materia viene studiata finalizzata a conoscere l’insieme delle leggi e delle sentenze degli organi giurisdizionali di uno Stato.

E i proverbi cosa dicono?

La legge è legge. Dalla legge non si può derogare: la legge, infatti, presuppone il principio secondo il quale deve essere rispettata sempre e comunque, pena una sanzione, altrimenti non si configura come legge ma è solo un consiglio.

Dura lex, sed lex. “Legge dura, ma legge”. Espressione tuttora molto viva per mettere l’interlocutore di fronte ad una necessità, di qualsiasi natura, che non ammette altra soluzione. Si usa anche per schiacciare la resistenza e la protesta di chi deve sottomettersi senz’altro alla volontà e comunque alla sopraffazione.

La legge è una strada dritta e storta. La legge è una indicazione chiara e semplice, ma nell’interpretazione e nella sua applicazione può avere vie oblique e tortuose che permettono di fare una cosa e il suo contrario, stravolgendone il significato, il senso e lo spirito.

Meglio cattiva legge che nessuna legge. Meglio una legge, anche di scarsa efficacia, piuttosto che l’arbitrio: è comunque una regola di riferimento.

Fatta la legge, trovato l’inganno. Non appena si promulga una legge, cercando di eliminare un abuso, subito si trova il modo di eluderla, la scappatoia per aggirarla.

Legge senza pena, campana senza battacchio. La legge che non commina una sanzione per chi non l’osserva è un semplice consiglio di nessuna efficacia.

Curiosità

Nel mondo vi sono anche leggi strane e assurde: eccovene alcune.

In Inghilterra, apporre un francobollo capovolto sopra una lettera è considerato tradimento. Quindi per spedire una cartolina con “baci da Londra” bisogna essere attenti e precisi.

In Francia, non puoi chiamare il tuo porcellino Napoleone.

Nel sud-est del Brasile vige l'obbligo di far indossare al proprio animale da soma un pannolino, quando si passa con il bestiame in città.

Nel Kansas è vietato bere vino in una tazza da tè al posto del calice.

Gli abitanti del Colorado sono tenuti alla pulizia e all’ordine: è infatti illegale avere erbacce nel proprio prato.

Nello Stato del Sud-Africa è vietato sculacciare (anche delicatamente) il proprio bambino quando fa i capricci.

A Singapore nel 1992 è stata promulgata una legge che proibisce la vendita e il consumo di gomme da masticare, perché causava danni all’ambiente e ai cittadini. Quindi è meglio se ti porti delle caramelle o degli snack anziché il solito pacchetto di gomme.

Nel Parlamento britannico è proibito morire. Se ti capitasse di morire lì, ti dovrebbero seppellire con tutti gli onori, come se fossi un membro della famiglia reale.
(hergueux/Pixabay)
In Tailandia appoggiarsi alle porte è offensivo, perché… è lì che, secondo la credenza locale, stanno le divinità.

E in Italia che succede?

L’articolo 121 del T.U.P.S. del 18 giugno 1931, terzo comma, vieta il mestiere di ciarlatano.

In Veneto e precisamente ad Eraclea, in provincia di Venezia, non si può vagare per la spiaggia senza maglietta, non si può neanche costruire castelli di sabbia, raccogliere conchiglie e prelevare sabbia.

A Lerici (Spezia) non si può circolare per la cittadina indossando esclusivamente un costume, anzi questo scandaloso abbigliamento non può essere sfoggiato neanche per stendere gli asciugamani fuori dai balconi e dalle finestre.

A Sirolo, un meraviglioso borgo della Riviera del Conero nelle Marche, non si occupa il posto in spiaggia lasciando un asciugamano, non solo perché non è buona educazione ma anche perché si rischia di essere totalmente fuori legge.

Chi pensava di mangiare un panino o di calzare un paio di zoccoli a Capri o a Positano deve toglierselo assolutamente dalla testa. Non è possibile!

A Sorrento, un’ordinanza vieta di sostare nello stesso posto per più di quindici minuti: 500 metri più in là sono sufficienti.

A Brescia sulle gradinate dei monumenti storici non si può sostare. Qualche turista ha già subito le conseguenze per aver osato sostare sui gradini: multe salatissime.

Il volontariato: aspetti economico-giuridici


VINCENZO NICOLA CASULLI -
Al volontario possono essere rimborsate dall'ente solo le spese effettivamente sostenute e documentate per l'attività prestata, entro limiti prestabiliti. Sono in ogni caso vietati rimborsi spese di tipo forfettario. Le spese sostenute dal volontario possono essere rimborsate anche a fronte di un'autocertificazione, purché non superino un modico importo prefissato e purché le tipologie di spese e le attività di volontariato per le quali è ammessa questa forma di rimborso siano decise dall'organo sociale competente. Da questa disciplina sono in ogni caso escluse le attività di volontariato relative alla donazione di sangue e di organi.

Il ruolo di volontario è incompatibile con qualsiasi forma di rapporto di lavoro subordinato o autonomo e con ogni altro rapporto di lavoro retribuito con l'ente di cui il volontario è socio o associato o tramite il quale svolge la propria attività volontaria.

Queste disposizioni non si applicano, però, ad alcune categorie come gli operatori volontari del Servizio Civile Universale o il personale impiegato all'estero a titolo volontario nelle attività di cooperazione internazionale allo sviluppo, nonché agli operatori del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico.

Le organizzazioni che si avvalgono di volontari devono assicurarli contro gli infortuni e le malattie connessi allo svolgimento dell'attività di volontariato, oltre che per la responsabilità civile verso i terzi. Le predette organizzazioni possono assumere lavoratori dipendenti o avvalersi di prestazioni di lavoro autonomo o di altra natura esclusivamente nei limiti necessari al loro regolare funzionamento o a qualificare e specializzare l'attività svolta. In ogni caso, il numero dei lavoratori impiegati nell'attività non può essere superiore al 50% del numero dei volontari.

Inoltre, le ODV possono trarre le risorse economiche necessarie al loro funzionamento e allo svolgimento della propria attività da varie fonti come quote associative, contributi pubblici e privati, donazioni, lasciti testamentari, rendite patrimoniali ed attività di raccolta fondi. Per l'attività di interesse generale prestata, le ODV possono ricevere soltanto il rimborso delle spese effettivamente sostenute e documentate. (2. Continua)

Il volontariato: aspetti giuridici


VINCENZO NICOLA CASULLI -
Con questo articolo si intende introdurre una serie di tre articoli focalizzanti l’attività del volontariato, indagandone gli aspetti giuridici, economici e amministrativi. Gli aspetti giuridici rappresentano una tematica di fondamentale importanza.

L'attività di volontariato si sostanzia nel contributo prestato in modo personale, spontaneo e gratuito dal volontario, tramite un'organizzazione di cui fa parte. Tale attività viene prestata senza perseguire alcun fine di lucro, ma contraddistinta esclusivamente dal desiderio di solidarietà.

Le organizzazioni che svolgono le predette attività sono definite "Organizzazioni di volontariato" e sono enti del Terzo Settore costituiti in forma di associazione riconosciuta o non riconosciuta, con non meno di sette persone fisiche o tre organizzazioni di volontariato, per lo svolgimento, soprattutto in favore di beneficiari terzi, di una o più attività per le quali viene impiegata l’opera prevalente dei volontari associati. La disciplina è contenuta nel Codice del Terzo Settore (Decreto legislativo 3 luglio 2017 n.117), che tratta organicamente la disciplina che riguarda tutti gli enti impegnati nel settore di cui sopra. Il provvedimento de quo aggiorna e armonizza anche la normativa relativa al volontariato, che aveva come principale riferimento la Legge Quadro sul Volontariato (L.266 del 1991).

Gli enti del Terzo Settore sono tenuti a iscrivere in un apposito registro i volontari che svolgono la loro attività in modo non occasionale. Il volontario è una persona che svolge, liberamente, attività in favore della comunità e del bene comune, anche tramite un ente del Terzo Settore, mettendo a disposizione il proprio tempo e le proprie capacità in modo personale, spontaneo e gratuito, senza finalità di guadagno, ma esclusivamente per fini solidaristici. (1. Continua)

Diritto Internazionale Umanitario e Diritti Umani

(Bru-nO/Shutterstock)
VINCENZO NICOLA CASULLI - Le differenze tra Diritto Umanitario e Diritti Umani sono così schematizzabili: a. mentre il diritto internazionale dei conflitti armati tutela principalmente due categorie ben definite di persone, ossia i civili ed i militari usciti dal conflitto, i diritti umani, invece,si applicano a qualsiasi individuo, senza alcuna restrizione o eccezione; b. mentre all’interno del diritto internazionale umanitario vige il principio dell’extraterritorialità, ossia lo stesso si applica ovunque vi sia un conflitto armato internazionale o internazionalizzato, nel caso dei Diritti Umani, invece, gli stessi devono essere garantiti dallo Stato a tutti gli individui che si trovano all’interno del suo territorio o di qualsiasi altro territorio sul quale detto Stato esercita la sua giurisdizione; c. infine, mentre il diritto umanitario è applicabile solo in tempi di guerra, i Diritti Umani vanno garantiti tanto in tempo di guerra che di pace.

Il punto di incontro tra i predetti diritti deve individuarsi nel fatto che tanto il Diritto Umanitario, quanto i Diritti Umani, hanno come scopo primario quello di tutelare i diritti fondamentali e, perciò, inderogabili dell’uomo. Differentemente dai Diritti Umani, tuttavia, il Diritto Umanitario ha il particolare scopo di predisporre strumenti normativi adatti a far sì che anche all’interno di contesti particolari, quali i conflitti armati, ove le azioni di guerra sono spesso necessarie, questo non comporti un sacrificio dei diritti inviolabili dell’uomo, ad eccezione del caso in cui detto sacrificio è, oltre che legittimo, strettamente necessario e rappresenta l'unico mezzo di raggiungimento della pace rappresentando, così, il Diritto Umanitario il ruolo di Lex Specialis rispetto ai Diritti Umani.

Trinitapoli: dal Sole 24 Ore riconoscimento studio legale anno '22 all'Avv. Francesco Di Natale


MICHELE MININNI
- Grande soddisfazione per lo Studio Legale di Natale dell' avv. Francesco Di Natale che ha ottenuto il riconoscimento di Studio Legale dell’Anno 2022 dal quotidiano nazionale “Il Sole 24 ore”. Sono circa 384 gli studi legali segnalati, la ricerca si basa sulle segnalazioni da parte di avvocati. Sono stati invitati a partecipare quasi 40 mila avvocati su tutto il territorio. Segnalati due studi legali della provincia di Barletta Trani Andria tra questi proprio lo Studio di Francesco Di Natale. 


"Questo prestigioso titolo ci dice l'avv. Francesco - di cui l’autorevole quotidiano ci ha insignito è il frutto dell’intenso lavoro condotto in questi anni con professionalità ed impegno al fine di garantire un’assistenza sempre più qualificata e specializzata per la nostra clientela. Ringrazio – continua il legale - moglie Stefania per il suo intenso e scrupoloso lavoro, i miei collaboratori e tutti i clienti che ci hanno sostenuto".

Diritto Internazionale Umanitario e ruolo dello Stato


VINCENZO NICOLA CASULLI
- La concretizzazione del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e del Patto Internazionale sui Diritti economici, sociali e culturali, ha consentito di introdurre le prime due generazioni di Diritti fondamentali rappresentati dai diritti civili e politici, da un lato, finalizzati a proteggere l’autonomia personale dall’ingerenza dello Stato e a garantire la partecipazione degli individui alla vita e alle decisioni politiche dello Stato stesso e, dall’altro, dai diritti economici, sociali e culturali, i quali prevedono non solo obblighi di non ingerenza da parte dello Stato ma anche un intervento attivo da parte dello stesso tramite legislazioni specifiche, al fine di garantire il godimento di uguali diritti a tutti i cittadini.

A tali categorie di diritti si aggiunsero, successivamente, i diritti relativi alla solidarietà sociale, alle categorie di persone vulnerabili (bambini, anziani, migranti, portatori di handicap, ecc.), oltre che al diritto alla pace, allo sviluppo, all’assistenza umanitaria e alla protezione dell’ambiente. Anche nel caso di questi diritti, oltre al divieto di ingerenze, è previsto un ruolo attivo dello Stato al fine di attuarne una effettiva tutela.

Per queste ragioni furono istituite le Corti Internazionali, con competenza a ricevere anche ricorsi individuali. In Europa, nel 1959, venne istituita la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, la quale si occupa di garantire il rispetto e l’applicazione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo del 1950, mentre nel 1969 fu costituita la Corte interamericana dei Diritti Umani, a tutela della Convenzione americana dei Diritti Umani, ed infine, nel 1981, la Corte Africana dei Diritti dell’Uomo e dei Popoli preposta alla tutela della Carta Africana dei Diritti dell’Uomo e dei popoli.

A questo punto, è possibile delineare la linea di demarcazione tra Diritto Umanitario e Diritti Umani. (3. Continua)

Consulta: stop al solo cognome del padre ai figli

ROMA - La storica decisione della Corte costituzionale ha stabilito che, salvo diversa decisione congiunta dei genitori, i figli assumeranno i cognomi di entrambi, nell'ordine da loro indicato. L'attribuzione automatica di quello del padre, per la Consulta, è discriminatoria.

Secondo la Corte sono illegittime, per contrasto con gli articoli 2, 3 e 117 della Costituzione, le norme italiane che non consentono ai genitori, di comune accordo, di attribuire al figlio il solo cognome della madre e quella che, in mancanza di accordo, impone il solo cognome del padre, anziché quello di entrambi i genitori. 

La Corte ha ritenuto discriminatoria e lesiva dell'identità del figlio la regola che attribuisce automaticamente il cognome del padre.

Nel solco, quindi, del principio di eguaglianza e nell'interesse del figlio, entrambi i genitori devono poter condividere la scelta sul suo cognome, che costituisce elemento fondamentale dell'identità personale. Pertanto, la regola diventa che il figlio assume il cognome di entrambi i genitori nell'ordine dai medesimi concordato, salvo che essi decidano, di comune accordo, di attribuire soltanto il cognome di uno dei due.

In mancanza di accordo sull'ordine di attribuzione del cognome di entrambi i genitori, resta salvo l'intervento del giudice in conformità con quanto dispone l'ordinamento giuridico.

Aspetti del Diritto Umanitario Internazionale

VINCENZO NICOLA CASULLI - Occorre fare una doverosa precisazione con riferimento al Diritto Umanitario Internazionale, riguardante il Diritto Internazionale dei conflitti armati, al fine di evitare di confondere concetti che potrebbero sembrare simili, ma che afferiscono a materie nettamente distinte.

Orbene, il Diritto Umanitario è definito Ius in bello (“diritto nella guerra”) per evidenziare che si applica all’interno dei conflitti armati e che gli Stati applicano quando il conflitto armato è iniziato e gli stessi ne sono già coinvolti.

Da ciò si differenzia lo Ius ad bellum (“diritto di guerra”) che è, invece, l’insieme delle norme e dei principi che gli Stati hanno l’obbligo di rispettare prima di iniziare un conflitto armato o, comunque, di prender parte ad uno già in corso, al fine di evitare il più possibile la nascita o l’evoluzione di conflitti illegittimi o non strettamente necessari.

Concetto ancora differente è quello dei Diritti Umani che vengono riconosciuti all’uomo per il solo fatto di appartenere al genere umano, garantendone il riconoscimento delle libertà e dei diritti fondamentali indipendentemente dalle sue origini, appartenenze o luoghi ove si trovi. L'esigenza di tali Diritti fu ravvisata al termine della Seconda Guerra Mondiale con la necessità di prevedere strumenti che fossero in grado di garantire i diritti umani inviolabili.

Così nel 1948 nacque la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo da parte delle Nazioni Unite cui poi si aggiunsero, nel 1966, il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e il Patto Internazionale sui Diritti economici, sociali e culturali, entrati in vigore dieci anni più tardi e aventi efficacia vincolante per gli Stati firmatari. (2. Continua)

Le origini del Diritto internazionale umanitario

(Drop of Light/Shutterstock)

VINCENZO NICOLA CASULLI -
La nascita del Diritto Internazionale Umanitario avviene nella metà dell’Ottocento quando Henry Dunant, padre fondatore del Comitato Internazionale della Croce Rossa, sentì la necessità di stabilire delle comuni regole internazionali che fossero valide in tempo di guerra per limitare il più possibile le stragi e i crimini bellici. Tali regole, però, non avevano una disciplina armonica poiché le prime codificazioni avvennero nel ventesimo secolo.

In proposito, i principali strumenti del diritto umanitario sono le quattro Convenzioni di Ginevra nate nel 1949 e i loro due protocolli aggiuntivi del 1977, dei quali, ad oggi, sono 196 gli Stati firmatari.

Le Convenzioni e i loro protocolli trovano applicazione all’interno di conflitti internazionali o internazionalizzati, ossia all’interno di conflitti di guerra che coinvolgono Stati fra loro diversi o che, seppur nati all’interno di un singolo Stato, hanno poi superato i confini nazionali coinvolgendo altre Nazioni.

Si deve considerare, però, che anche i conflitti interni ricevono dalle Convenzioni una tutela finalizzata a perseguire i più gravi crimini di guerra.

La finalità del Diritto Internazionale Umanitario è, appunto, quella di circoscrivere l’uso della violenza durante gli scontri al fine di evitare il coinvolgimento di tutti coloro che non partecipano al conflitto come, ad esempio, bambini, donne, civili in generale, ma anche soldati feriti o prigionieri di guerra.

Ulteriore scopo del Diritto Umanitario consiste nel limitare l’uso della violenza anche tra militari, in quanto il principio fondamentale sancito dal diritto dei conflitti armati è quello di garantire una proporzione tra la carica e la violenza della battaglia e il vantaggio militare ottenibile, mentre è vietata e perseguita ogni superflua azione di guerra. (1. Continua)

Serena Triggiani eletta nuova presidente dell'Ordine degli Avvocati di Bari


BARI – L’Ordine degli Avvocati di Bari ha una nuova presidente: il Consiglio dell’Ordine ha eletto l’avvocata lavorista Serena Triggiani. Sarà lei, vicepresidente durante la presidenza dell’avvocato Stefanì, a ricoprire la massima carica del foro barese sino alle nuove elezioni del Consiglio, in programma nel gennaio 2023.

“Sarà un mandato in continuità rispetto al passato e con quanto fatto negli ultimi anni dal Consiglio dell’Ordine – dichiara Serena Triggiani, prima presidente donna nella lunga storia dell’Ordine degli Avvocati di Bari -. Continueremo a batterci sul principale problema del nostro foro, quello dell’edilizia giudiziaria, nell’auspicio che si possa assistere a concreti passi in avanti prima che termini questo mandato. Nel breve periodo, ci preme la riorganizzazione degli uffici giudiziari e il superamento delle limitazioni nell’accesso agli uffici giudiziari, legate al periodo pandemico. E poi proseguiremo il lavoro sin qui fatto sulla valorizzazione della figura dell’avvocato: forte, credibile e autorevole anche nel rapporto con gli altri protagonisti della giurisdizione in un sincero confronto collaborativo”.

Premiata la volontà elettorale anche per quanto riguarda la carica di vicepresidente dell’Ordine, che sarà ricoperta dall’avvocato civilista Antonio Bellomo, terzo candidato più suffragato nelle elezioni del 2019 alle spalle di Stefanì e Triggiani.

Processo civile telematico e coronavirus


VINCENZO NICOLA CASULLI - 
L’emergenza pandemica che ha investito il nostro Paese (come tutto il resto del pianeta) ha portato ad una estensione dell'applicazione del processo civile telematico. Con l’emanazione del Decreto legge 8 marzo 2020, n. 11, lo scenario relativo al processo civile telematico è destinato ad essere implementato, seppur in modo provvisorio a causa della situazione contingente. Fino a poco tempo fa, infatti, il processo civile telematico si basava sul regime di facoltatività per gli atti introduttivi e di obbligatorietà per quelli endoprocessuali, quantomeno per quel che concerne il rito ordinario. Di conseguenza, fino al periodo pre-pandemico era possibile decidere se iscrivere a ruolo un procedimento ordinario per via telematica o per via cartacea. A tale regola corrispondeva, però, l'obbligatorietà del regime telematico per i procedimenti monitori (ricorsi per decreto ingiuntivo) o per i processi esecutivi.

Con l’emanazione del Decreto legge 8 marzo 2020, n. 11, lo scenario è cambiato, anche se temporaneamente; l’art. 1, comma 6, della norma in questione prevede infatti che “dalla data di entrata in vigore del presente decreto e fino al 31 maggio 2020, negli uffici che hanno la disponibilità del servizio di deposito telematico anche gli atti e documenti di cui all’articolo 16-bis, comma 1-bis, del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179, convertito dalla legge 17 dicembre 2012, n. 221, sono depositati esclusivamente con le modalità previste dal comma 1 del medesimo articolo”. L’art. 1-bis del comma 16 bis d.l. 179 del 2012 contempla proprio tutta la categoria di atti e documenti soggetti al regime di deposito facoltativo, che ora e sino al 31 maggio 2020, per effetto della norma sopra citata, non è possibile.

La facoltatività dell’introduzione del processo per via telematica veniva sfruttata dagli operatori del diritto soprattutto nei casi di fascicoli molto complessi e con una mole di documenti cartacei la cui scannerizzazione avrebbe determinato lungaggini organizzative e difficoltà di lettura per il magistrato ed in tutti quei casi in cui non era consentito il deposito telematico di file particolari. A tal riguardo, occorre segnalare che il processo civile non consente la produzione per via telematica di nessun formato audio o video, neppure se aperto o non proprietario, e di nessun formato collegato alla generazione di documenti nell’ambito della diagnostica clinica e tale criticità resta anche in questa fase contingente in cui, laddove una parte avesse necessità di produrre in causa un documento avente formato “non consentito”, dovrebbe comunque recarsi in cancelleria per depositare un cd-rom (o altro supporto) contenente le predette produzioni o ottenere espressa autorizzazione giudiziale al deposito telematico.

Ciò, peraltro, in evidente contrasto con la finalità di assicurare il cosiddetto “distanziamento sociale”, indicato dal mondo sanitario come strumento di maggior efficacia per rallentare la diffusione del COVID-19. Sempre in tale ottica (utilizzo del digitale al fine di assicurare il distanziamento sociale), l’art. 2, comma 2, lett. f) del d.l. 8 marzo 2020, n. 11 ha previsto “lo svolgimento delle udienze civili che non richiedono la presenza di soggetti diversi dai difensori e dalle parti mediante collegamenti da remoto individuati e regolati con provvedimento del Direttore generale dei sistemi informativi e automatizzati del Ministero della giustizia”.

A garanzia dei diritti delle parti si è, altresì, previsto che “lo svolgimento dell’udienza deve in ogni caso avvenire con modalità idonee a salvaguardare il contraddittorio e l’effettiva partecipazione delle parti. Prima dell’udienza il giudice fa comunicare ai procuratori delle parti ed al pubblico ministero, se è prevista la sua partecipazione, giorno, ora e modalità di collegamento. All’udienza il giudice dà atto a verbale delle modalità con cui si accerta dell’identità dei soggetti partecipanti e, ove trattasi di parti, della loro libera volontà. Di tutte le ulteriori operazioni è dato atto nel processo verbale”.

Con provvedimento del 10 marzo 2020, inoltre, il Direttore generale dei sistemi informativi e automatizzati del Ministero della giustizia ha comunicato che gli strumenti utilizzabili a fini di cui sopra sono “Skype for Business” e “Microsoft Teams". Tale fase emergenziale, quindi, può determinare l'occasione per testare l'effettiva funzionalità di un sistema che può determinare lo snellimento e la massimizzazione di tempi e risorse di tutti gli operatori del diritto, potendosi rivelare una vera e propria svolta ed uno slancio nel futuro della giustizia digitale.

A Bari convegno su Mediazione civile e commerciale


BARI - ‘2022. Lo strumento della Mediazione nella Riforma Cartabia, da alternativo a complementare’ è il titolo del convegno che si terrà domani, martedì 22 marzo, a partire dalle ore 15, all’Hotel Excelsior di Bari, promosso dall’ANPAR, Associazione Nazionale per l’Arbitrato e la Conciliazione, in occasione della XII edizione de ‘La giornata della Mediazione – Giovanni Pecoraro’ e organizzato in collaborazione con l’Ordine degli Avvocati di Bari, che lo ha accreditato ai fini formativi.

Il convegno si propone di aprire un confronto tra gli operatori di Giustizia sulla legge delega nr 206 dello scorso 26 novembre, che attribuisce al Governo la facoltà di intervenire su molteplici aspetti del processo civile. Proiettato verso una Giustizia complementare e ‘sostenibile’, il legislatore pone l’attenzione sugli strumenti di risoluzione alternativa delle controversie (ADR), mettendo a disposizione una significativa dotazione finanziaria.

Posta in secondo piano la finalità della riduzione del contenzioso, si va verso l’estensione dell’obbligatorietà del tentativo di conciliazione. Significativi gli interventi previsti per incrementare la qualità della mediazione attraverso adeguati strumenti di formazione rivolti oltre che al mediatore, anche al difensore e al giudice, e che debbono trovare spazio sin dai primi anni degli studi universitari. 

La sinergia tra giudice, mediatore, avvocato, notaio e mondo accademico rappresenta il primo presupposto per un uso più mirato della Mediazione, atta a determinare l’aumento del numero complessivo di accordi, tenendo conto delle aspettative, non solo legali, delle parti coinvolte.

Modererà i lavori Marisa Cataldo, avvocato del Foro di Bari e coordinatrice dell’Anpar per la Puglia.

Il programma prevede l'introduzione di Eliana Pecoraro, neopresidente dell’ANPAR e gli interventi di:
Laura Fazio, giudice del Tribunale di Bari, su ‘La riforma orizzontale. La CTM e la sua produzione in giudizio. La valutazione del giudice’;
Roberto Voza, direttore del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Bari su ‘La formazione del giurista nel processo e oltre il processo’;
Maurizio Rossi, avvocato del Foro di Salerno e formatore dell’Anpar su ’L’estensione della obbligatorietà della mediazione ai contratti di durata’;
Emma Chicco, notaio in Polignano a Mare, su ‘Il ruolo del notaio nel procedimento di mediazione’;
Giovanni Stefanì, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Bari, su: ‘La deontologia dell’Avvocato in mediazione’;
Marco Ligrani, dottore commercialista e componente del comitato scientifico dell’ANC Bari, su: ‘La mediazione tributaria. La Giustizia sostenibile, incentivi e agevolazioni fiscali’.

Seguirà dibattito. La partecipazione è gratuita ed è prevista sia in presenza sia da remoto.

Per informazioni: avv.mariacataldo@libero.it

Diritto di visita in tempi di pandemia: riflessioni

(Ezequiel_Octaviano /Pixabay)
VINCENZO NICOLA CASULLI - La terribile emergenza sanitaria che ha invaso l'intero pianeta ha propagato i suoi effetti anche sul piano dei rapporti familiari, soprattutto con riferimento al diritto di visita tra figli e genitori separati non collocatari. In proposito, la pandemia non può e non deve essere utilizzata al fine di ledere il diritto dei minori alla bigenitorialità, diritto fondato sull’art. 30 Cost. e sull’art. 8 CEDU. La continuità del rapporto genitore/figlio, esplicitata con il diritto di visita, è un baluardo essenziale proprio al fine di garantire il diritto alla salute ed il diritto al benessere psicofisico dei bambini, che trovano suffragio nell'art. 32 Cost.. Infatti, proprio a seguito dei vari provvedimenti nazionali emessi al fine di contrastare il contagio da Covid-19, con riferimento espresso al diritto di visita del genitore non collocatario della prole, già in data 10.03.2020, il Governo, attraverso il proprio sito istituzionale - governo.it - ha chiarito che "gli spostamenti per raggiungere i figli minorenni presso l’altro genitore o comunque presso l’affidatario, oppure per condurli presso di sé, sono consentiti, in ogni caso secondo le modalità previste dal giudice con i provvedimenti di separazione o divorzio".

Ne discende, quindi, che i decreti ministeriali non abbiano sospeso i provvedimenti in punto di regolamentazione dei tempi di permanenza dei figli presso ciascuno dei genitori. Analizzando alcuni orientamenti di merito, in proposito, si rileva che il Tribunale di Milano ha chiarito che le disposizioni limitative degli spostamenti per effetto del Coronavirus non sospendono il calendario dei tempi di frequentazione genitori/figli, che dunque deve proseguire con le modalità previste dai provvedimenti di separazione/divorzio, contemperando le modalità di esercizio del diritto di visita con le disposizioni generali ed alla luce del buon senso, da sempre elemento imprescindibile di ogni rapporto umano e troppo spesso ignorato.

Differente è l'orientamento del Tribunale di Bari che, con ordinanza del 26 marzo 2020, ha accolto l’istanza di un genitore, ritenendo che gli incontri del figlio con il genitore dimorante in un Comune diverso da quello di residenza del minore, non rispettassero le condizioni di sicurezza fissate dagli ultimi D.P.C.M. e finalizzati al contenimento del contagio da Covid-19. Per tali ragioni, il Giudice adito ha sospeso le visite genitoriali, che saranno riprese al momento della cessazione dell’emergenza epidemiologica, disponendo, altresì, che, nel frattempo, i contatti tra padre e figlio potranno essere esercitati mediante videochiamate che divengono il mezzo alternativo di tutela della bigenitorialità.

Pertanto, l’eventuale sospensione del diritto di visita dovrà essere compensata con maggiori contatti fra genitore/figlio e non dovrà essere intesa, dall’altro genitore, come una sospensione totale del diritto di visita. Occorre ribadire con grande forza che la quarantena non possa essere strumentalizzata per impedire la frequentazione del genitore non collocatario con i figli, creando evidenti sofferenze anche a questi ultimi a cui, ingiustificatamente, viene sottratta una figura genitoriale. Vale il caso di ricordare, infatti, che la Corte di Cassazione, riguardo alla posizione del genitore collocatario, ha stabilito che, tra i requisiti di idoneità genitoriale, rileva anche la capacità di preservare la continuità delle relazioni parentali con l’altro genitore a tutela del diritto del figlio alla bigenitorialità e alla crescita equilibrata e sana. L'assenza di tale requisito potrebbe indurre a formulare un giudizio di inadeguatezza genitoriale, incompatibile con la scelta di genitore collocatario, se non, in via subordinata, con l’affidamento condiviso.

La locazione come paradigma sociale di crisi in tempo di Coronavirus


VINCENZO NICOLA CASULLI
- La pandemia che sta imperversando su tutto il territorio mondiale sta creando una crisi profonda nell'economia nazionale e non. Una delle domande che vengono rivolte maggiormente agli operatori del diritto è rappresentata dalla possibilità, per il conduttore di un immobile, di sottrarsi al pagamento del canone di locazione.

A tal proposito, occorre fare chiarezza in quanto, gli interventi governativi, in materia locatizia, ad oggi, si sono limitati a concedere agevolazioni fiscali in favore degli esercenti la cui attività di impresa è stata sospesa a seguito delle misure restrittive “anti coronavirus”.

Con il “decreto CuraItalia” è stato concesso un credito d'imposta pari al 60% del canone di locazione di negozi e botteghe (immobili appartenenti alla categoria catastale C/1) pagato per il mese di marzo 2020, riguardante solo alle attività ritenute “non essenziali”, mentre sono state escluse tutte le attività che non hanno dovuto sospendere il proprio servizio in virtù delle imposizioni governative.

La possibilità di modificare il canone di locazione è, quindi, interamente demandata alle parti, indipendentemente dalla destinazione dell’immobile, sia essa ad uso abitativo, sia ad uso diverso ed indipendentemente dalla tipologia di contratto (canone libero, convenzionato, etc.) o il regime fiscale (tassazione ordinaria o cedolare secca).

Ma quali sono le norme che permetterebbero al conduttore di “pretendere” una riduzione del canone?

L’art. 1464 del codice civile, per i contratti in generale, prevede che nel caso in cui la prestazione di una delle due parti del contratto sia divenuta parzialmente impossibile, l’altra parte ha diritto ad una corrispondente riduzione della prestazione da essa dovuta.

Ergo, se il proprietario non è in grado di far godere oggettivamente il bene locato in maniera piena e senza restrizioni, il conduttore potrebbe aver diritto alla proporzionale riduzione del canone di locazione.

Ai sensi dell'art. 1258 c.c., in caso di impossibilità parziale di adempiere alla prestazione dovuta (corrispondere il canone), il debitore (il conduttore) si libera dall'obbligazione eseguendo la prestazione per la parte che è rimasta possibile e, quindi, pagando un canone proporzionato al godimento concessogli del bene locato. Occorre precisare, però, che, al termine del periodo di sospensione, dovranno comunque essere corrisposti i canoni arretrati, per intero. Differente è la situazione che riguarda i contratti ad uso abitativo, seppur temporanei. A differenza del contratto ad uso commerciale, i contratti ad uso abitativo, anche temporanei (ad esempio, i contratti per studenti e simili), riscontrano maggiore difficoltà nella configurazione di impossibilità sopravvenuta, poiché il bene mediato è disponibile e fruibile e la prestazione è possibile. Si potrebbe intervenire in taluni casi invece sul profilo della onerosità sopravvenuta. Una soluzione temporanea al problema potrebbe essere ravvisata nella possibilità di compilare un apposito modulo per i contratti rimodulati, che consentirebbero al locatario di segnalare la minor entrata e pagare quindi meno imposte sul contratto in essere, ed al locatore di poter beneficiare, anche per un periodo limitato, di uno sgravio sul proprio canone.

Mediazione penale e giustizia riparativa: parte il primo corso in Puglia


BITONTO (BA) - Formare professionisti esperti in mediazione penale e giustizia riparativa. È l’obiettivo del corso di formazione partito ieri pomeriggio a Bitonto (Ba), all’interno dell’ex Istituto “Maria Cristina di Savoia”, e che durerà fino al prossimo 6 febbraio 2023. 

Il corso, della durata di 200 ore (sia teorico che pratico) è organizzato dalla Cooperativa Sociale “Eughenia” di Bitonto, sede degli studi, e Aps “Officina dei Legami” di Bari, promosso dal CI.ME.PE., Centro Interdipartimentale di ricerca sulla mediazione pedagogica, dell'Università degli Studi “Aldo Moro” (i tre dipartimenti sono: Scienze politiche, Scienze dell’Educazione, Formazione e Dipartimento Ionico di Taranto). 


La parte teorica si svolgerà da marzo a giugno, su piattaforma online dedicata e si concluderà con un congresso in presenza; mentre da settembre a febbraio 2023 si svolgerà in presenza, all’interno della sede della cooperativa Eughenia: qui sarà a disposizione il polo professionale di ascolto e mediazione “Il faro”. Saranno 21 i docenti tra professori universitari, magistrati, avvocati e mediatori dei conflitti formatori, con esperienza nel campo della mediazione penale e internazionale. 

La lectio magistralis d’avvio, “Dal ciclo della hybris all’accoglienza dell’ascolto: immagini e lessico della colpa e del perdono”, è stata affidata al filologo Francesco Colafemmina. Gli iscritti sono 15 (99% donne) tra avvocati, assistenti sociali ed operatori del terzo settore provenienti da diverse città e province della Puglia.
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