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Perla Longo: "Lecce e il problema del dissesto stradale"

di MARIO CONTINO - Negli ultimi anni Lecce, città stupenda dal punto di vista storico-artistico ma evidentemente poco attenta ai disagi dei suoi cittadini, ha dovuto affrontare un grave problema legato ad incidenti causati da disservizi sulla gestione e la manutenzione degli spazi pubblici. Ci riferiamo a “buche” sul manto stradale o dossi dovuti al cattivo rifacimento dell’asfalto a seguito di lavori pubblici, o ancora a marciapiedi dissestati e via discorrendo. Quanta colpa, però, ha il comune in caso tali anomalie causino danni a persone o cose?

Lo abbiamo chiesto a Perla Longo, Account manager di una società che gestisce sinistri per conto delle pubbliche amministrazione convenzionate, con l'obiettivo fondamentale di garantire il risparmio del denaro pubblico su base tecnico giuridica in fase stragiudiziale. La Longo, che tra l’altro risulta essere candidata alle prossime elezioni comunali nelle liste di “Coscienza Civica” a sostegno del candidato Sindaco “Carlo Salvemini”, proprio per la sua professione direttamente legata al mondo dei sinistri tra privato e pubblica amministrazione, ci ha concesso un’intervista che certamente riuscirà a chiarire i vostri dubbi e le vostre perplessità in merito al problema sopra esposto.

D: Sempre più spesso si parla di dissesti del manto stradale o marciapiedi rotti o dissestati, ma tecnicamente di cosa parliamo?
R: Una buca presente sul manto stradale, la presenza di materiale pericoloso sull’asfalto, i marciapiedi o i percorsi pubblici sconnessi, tombini rotti o dissestati, il crollo improvviso di alberi o pali, sono tutti pericoli che un utente della strada può incontrare sul suo cammino, tecnicamente definite “insidie”, possono causare danni a cose o persone. Esse possono essere determinate da vari fattori: a partire dalla mancata o cattiva manutenzione delle strade e dei luoghi adibiti al pubblico transito da parte della competente Amministrazione Pubblica o privata che sia, ma anche conseguenza dirette della manomissione del suolo pubblico ad opera di ditte incaricate dalla P.A. o dalle ditte incaricate dai gestori dei sottoservizi relativi alla fornitura delle opere di urbanizzazione come acqua, luce, telefono e gas.

D: La sola presenza di una “insidia” quindi può dare seguito ad un risarcimento? La responsabilità della Pubblica Amministrazione come viene configurata in tal senso?
R: In generale, il risarcimento viene riconosciuto se l’anomalia riveste le caratteristiche di un pericolo occulto, non visibile e non evitabile nel momento in cui l'anomalia si trova su una strada  apparentemente normale e che rivesta in sé le caratteristiche di un pericolo occulto, oggettivamente non visibile e non evitabile (paradossalmente una buca molto grande potrebbe essere meno pericolosa dato che più visibile di una di dimensioni più contenute) nonché soggettivamente non prevedibile. Il richiedente difatti deve provare di essersi trovato di fronte a una "insidia" o "trabocchetto", definita tale se ricorre in presenza dei citati presupposti. Se un'anomalia sulla strada è visibile e prevedibile, allora l'utente ha la premura di evitarla e adottare l'ordinaria diligenza richiesta al fine di evitare, o contribuire ad evitare, l'avverarsi del pregiudizio, anche in ottemperanza al c.d. "principio di auto responsabilità", gravando su esso l'onere di fornire la prova in merito all'evento dannoso lamentato ed alla sua esatta riferibilità al bene pubblico in custodia. Sulla natura della responsabilità della Pubblica Amministrazione per le insidie stradali un tempo si riteneva che la stessa dovesse rispondere per colpa in base al principio cd. del “neminem laedere” enunciato dall’art. 2043 del codice civile. In seguito la giurisprudenza si è orientata anche nel ricondurre questi casi nell’alveo della colpa del custode prevista dall’art. 2051 del codice civile. La Pubblica Amministrazione può superare la presunzione di colpa se dimostra il c.d. “caso fortuito” o semplicemente dimostrando che la situazione di pericolo è stata provocata dagli utenti o da una improvvisa e imprevedibile alterazione dello stato dei luoghi.

D: L’alterazione dello stato dei luoghi determinato dai lavori come si configura in termini di responsabilità?
R: Diversi sono i casi da tenere in considerazione: i danni cagionati da dissesti derivati da responsabilità di terzi, a seguito dell’esecuzione di lavori, da parte di ditte designate da specifici appalti pubblici oppure commissionate dai gestori dei sottoservizi o da privati. Le imprese che eseguono i lavori tramite contratto d’appalto sono tenute ad eseguire le opere secondo quanto sancito nel relativo capitolato d’appalto. La manomissione del suolo pubblico può essere effettuata a condizione che tale lavorazione venga eseguita a perfetta “regola d’arte”. In parole povere, l’impresa esecutrice dei lavori deve consegnare le opere in modo che la strada o il marciapiede ritorni in perfetto stato, anche in seguito la conclusione dei lavori e, durante l’esecuzione degli stessi, deve garantirne la sicurezza stradale e l’incolumità pubblica. Dunque, in termini di responsabilità, ogni danno derivato e derivante dall’esecuzione di tali opere, andrà di volta in volta imputata all’autore materiale dell’azione o dell’omissione produttiva dell’evento dannoso. 

D: Parlando invece dei gestori dei sottoservizi e dei lavori da loro commissionati, in termini di responsabilità, come si colloca quella della Pubblica Amministrazione? 
R: Gli utenti della strada spesso si trovano di fronte a tombini sottoposti, sovraesposti, o con copertura rotta o mancante. I gestori dei sottoservizi sono custodi e/o proprietari dei manufatti insistenti sul suolo pubblico e sono tenuti alla relativa gestione e manutenzione, come previsto anche da specifiche convenzioni regionali che ne delineano le linee guida. In alcuni casi specifici, si sono anche sottoscritte appositi protocolli d’intesa tra il gestore e l’amministrazione locale sulla regolare esecuzione dei lavori di manutenzione e dunque sulla manomissione del suolo di competenza comunale.

"Il cutting? Un’emergenza sociale", parla la psicologa Giuliana Cazzato


di FRANCESCO GRECO - Vedi alla voce “cutting” e scopri un mondo insospettato, irrazionale, che naviga carsicamente, fatto di sofferenza fisica e psichica, di famiglie devastate, di adolescenti che si fanno del male. Sapevamo dell’anoressia, la bulimia, la ludopatia, di ragazzine che mangiano i loro stessi peli, ma che c’è chi si procura dei tagli con le lamette o il coltello lo ignoravamo.

Pare che il fenomeno (in prevalenza femminile) sia  molto diffuso nella realtà anglosassone, mentre da noi colpisce le classi abbienti, colte: il mondo istituzionale, accademico, ecc.

La psico-antropologa e psico-terapeuta Giuliana Cazzato (info: 380-6809288) ha in cura alcuni pazienti affetti da tale patologia e in questa intervista svela le dinamiche e il background del cutting.

DOMANDA: Dottoressa Cazzato, che cos’è esattamente il cutting?
RISPOSTA: "Con il termine "cutting" (dall' inglese cut), si intende un particolare comportamento autolesionistico atto a procurarsi ferite sul corpo con un qualsiasi oggetto contundente come lametta, rasoio, matita appuntita, taglierino o coltello.
Questa patologia è da annoverarsi tra i "disturbi del discontrollo degli impulsi" e la caratteristica principale è data dall'elevato livello d' impulsività trattata nello specifico nel DSM-IV (manuale dei disturbi mentali) come disturbo della condotta.
Il cutting, nella sfera più ampia dei comportamenti autolesivi o autolesionistico, è caratterizzato da intenzionalità, ripetitività e assenza di volontà suicida".

D. Come si manifesta?
R. "Ha un esordio graduale, che inizia solitamente con un graffio o una ferita accidentale, ma insolitamente dona e determina una sensazione di immediato sollievo allertando e invitando il soggetto a ricercare e riprovare la stessa sensazione.
È così che l'azione tipica del cutting viene ad essere reiterata nel tempo dando luogo ad una vera e propria condotta autolesiva.
Tra le condotte autolesive viene annoverata, oltre al cutting, la tricotillomania (tendenza a strapparsi i capelli, peli o sopracciglia), l'ingestione di sostanze tossiche e la mania di procurarsi sul corpo ustioni, sia lievi che gravi".

D. Cosa vuol comunicare al mondo chi si pratica il cutting?
R. "Abbiamo detto che il cutting è, nello specifico, un disturbo della condotta creato dall'impulsività che a sua volta può essere definita predisposizione manifestata attraverso una rapida reazione non premeditata, a fronte di stimoli endogeni (interni) o iatrogeni (esterni), senza valutazione delle conseguenze negative implicite derivanti.
Detto ciò, colui che assume tali condotte comportamentali, di solito non predetermina nessun messaggio in quanto l'atteggiamento, se non per poche accezioni, non volge al coinvolgimento sociale ma al contrario alla ricerca del puro anche se effimero piacere personale.
L'eccezione alla regola in questo caso è data dall'esigenza di catturare l' attenzione altrui, comunicando all'alterità che il soggetto in questione è vivo ed è in grado di provare sensazioni anche forti, come il dolore, il disprezzo per la paura e la sofferenza e cosi via.
Di contro, il rovescio della medaglia che restringe il campo nell'intima sfera, ci suggerisce che l' autolesionista in realtà ha bisogno di provare sensazioni che gli possano ricordare il provare stesso ed aggrapparsi così all'idea di esistere.
In analogia il dolore diviene gioia di vivere ed il sangue che scorre a piccoli fiotti, il giusto prezzo da pagare per sentirsi allineati con il mondo e confortati".

D. E’ vero che non si prova dolore ma piacere e che ci si cura da soli?
R. "Come in tutti gli esseri viventi, un trauma, seppur epidermicamente localizzato, procura dolore, questo è un fatto acclarato data la natura morfologica e bioneurologica del nostro organismo.
La sostanziale, seppur sottile differenza, consiste nella non sola accettazione del dolore, ma addirittura, paradosso, nella continua ricerca di questa condizione, volta all'espiazione di fattori contingenti di natura psicotica dei soggetti.
In altre parole, il dolore diviene condizione necessaria per ogni significativo riscatto personale. Estinta e soddisfatta l'esigenza, si torna nella normofase dove si genera una presa di coscienza che porta a preoccuparsi del proprio stato di salute, subentrando così la necessità di curare le ferite autoinflitte.
In realtà, nella maggior parte dei casi, questi atteggiamenti non hanno come fine ultimo la soppressione della propria esistenza, ma come su detto, volgono alla ricerca del piacere e del compiacimento personale".

D. Lei cosa consiglia come cura?
R. "Saper osservare e comprendere il quadro clinico e le sue sfumature non è semplice, tuttavia è fondamentale, data la varietà di schemi terapeutici di questi disagi, che oltre alla dimensione impulsiva, comprendono talvolta elementi affettivi o psicotici che sfociano in maniera cormobide in disturbi della personalità.
L'impulsività, fattore primordiale e scatenante, va istantaneamente identificato e valutato, assicurandosi ed escludendo dal caso (quando il cuning ce lo permette) fattori di rischio  come condotte suicidarie o altamente lesive, acclarato ciò, si potrà procedere con terapia psicoanalitica associata a strategie di tipo cognitivo comportamentali.
Nei casi tuttavia in cui l'impulsività fa parte di un quadro clinico dove coesistono elementi disforici (stato depressivo) o ipomaniacali, sarà utile ricorrere all'ausilio di un'adeguata tanto personalizzata terapia farmacologica comprendente stabilizzatori dell'umore, come i sali di litio o la carbamazepina.
Il tutto, ovviamente, non potrà trovare riscontro o epilogo positivo contro la volontà ineluttabile di ciascun paziente".

'Passione Ferrari': intervista a Fabio Barone


LECCE - "Passione Ferrari". Intervista a Fabio Barone, presidente di 'Passione rossa', il più importante sodalizio di clienti Ferrari e pilota di livello internazionale a cura di Edoardo Giacovazzo. Montaggio video a cura di Daniele Martini.

Bari '19, Corciulo (Sud al Centro): "Ho deciso di scendere in campo per aiutare chi è in difficoltà"

BARI - Intervista del Giornale di Puglia al medico nefrologo Roberto Corciulo, candidato al Consiglio comunale di Bari con la lista 'Sud al Centro'.

D: Di solito nelle nostre interviste partiamo con la più classica delle domande: quali i motivi della sua candidatura e cosa ha da dare Roberto Corciulo alla politica? 
R: Ho sempre guardato con interesse alla politica anche se non da attivista e ora per me sono maturate le condizioni per "scendere in campo" perché sono convinto che, per entrare in politica, occorra avere l’esperienza e la capacità di rappresentare le proprie idee nel rispetto di se stesso e di chi si rappresenta. 

D: Cinque anni di Antonio Decaro: cosa lascia in eredità alla città di Bari questa amministrazione? 
R: Il sindaco Decaro lascia in eredità tanti interventi positivi (la bonifica dell’ex gasometro, la bonifica dell’ex Fibronit, il Parco Carrante a Poggiofranco, il Parco Troisi a Japigia, il Parco Tridente a San Pasquale, il water fronte a San Girolamo, venti chilometri di piste ciclabili, e tanto altro ancora) e tante altre idee sono in cantiere. Penso però che lasci come eredità più importante la volontà di far cambiare il modo in cui i baresi percepiscono il bene pubblico. C'è maggior rispetto per la città ed il senso civico è cresciuto e questo non potrà che essere di aiuto per la nuova amministrazione per ambire a traguardi ancora più lusinghieri. 

D: Perché ha scelto la lista “Sud al Centro” per la sua candidatura? 
R: Ho deciso di candidarmi come consigliere comunale con la lista “Sud al Centro”, che sostiene come candidato sindaco Antonio Decaro, perché questo movimento è attento alle esigenze delle persone in difficoltà. Ho lavorato e lavoro con passione come nefrologo nell’ambito dell’assistenza ospedaliera e, da unico medico della lista, vorrei intervenire su problematiche di ordine sanitario e sociale della nostra città. 

D: Quali i punti basilari del suo programma amministrativo? 
R: Penso che si debba continuare con la riqualificazione urbana della nostra città che necessita di spazi verdi, di miglioramento del waterfront a sud, di grandi contenitori culturali come il teatro Piccinni, il teatro Margherita, del polo bibliotecario del Rossani, ma anche di una migliore mobilità urbana. Inoltre, e questo nasce soprattutto dalla mia esperienza di medico che ha sempre vissuto le difficoltà di persone ammalate, vorrei occuparmi di chi è più sfortunato per restituirgli dignità e fiducia. 

D: Secondo il suo punto di vista, oggi nella politica prevalgono più le idee o l’opportunismo? 
R: Nella politica, purtroppo, spesso l’opportunismo e l’interesse personale rappresentano la spinta che anima molti candidati. Spero invece che le idee siano il riferimento unico per chi si affaccia alla gestione del bene pubblico. Guardo alla politica come ad un “concorso di idee” per migliorare la città e la sua vivibilità. Ognuno degli eletti dovrebbe contribuire, con le proprie e diversificate capacità professionali, per raggiungere livelli più alti di efficienza dell’amministrazione pubblica e dare agli elettori riscontro diretto del suo operato. 

D: In caso di vittoria della sua coalizione, quali gli interventi primari per migliorare questa città? 
R: Proseguire e completare le opere e gli impegni previsti già dal primo mandato di Decaro. Dal punto di vista dell’impegno sociale, che mi è molto a cuore, vorrei che si venisse incontro efficacemente alle esigenze dei cittadini più fragili e rendere la vita degli anziani e degli ammalati più serena. Immagino sistemi di trasporto agevolato per chi ha difficoltà a raggiungere ambulatori e ospedale, il completamento dell’abbattimento delle barriere architettoniche, numeri verde dedicati ai cittadini anziani o con difficoltà motorie per prenotare visite ambulatoriali o per svolgere pratiche amministrative, assistenza domiciliare per i non autosufficienti, consegna pasti e farmaci a domicilio, telesoccorso, terapia iniettoria domiciliare e quanto, in sostenibilità per un’amministrazione comunale, possa essere utile e realizzabile per non lasciare solo chi è già solo per la malattia, per la non autosufficienza o per povertà. 

D: Cosa si aspetta da questa campagna elettorale? Ma soprattutto, viste le tante forze pronte a scendere in campo, che campagna elettorale sarà? 
R: Ogni campagna elettorale ha la sua storia perché i contesti sono mutevoli. Ma se al termine di questa campagna elettorale i baresi avranno preso atto del buon lavoro svolto fin qui dall'amministrazione Decaro nonché dei programmi da portare a compimento nei prossimi cinque anni, sono convinto che darà ancora fiducia all'amministrazione uscente. 

D: La competizione sarà dura, soprattutto con l'avanzare del centrodestra su scala nazionale. Quanto la sua coalizione crede nella possibilità di tornare a Palazzo di Città? E, quindi, vota Roberto Corciulo perché? 
R: La tendenza del dato nazionale non sempre influisce sul voto amministrativo dato che a livello locale ci sono altre logiche e si deve sempre giudicare l’operato dell’amministrazione uscente. I risultati dell'amministrazione Decaro sono un ottimo biglietto da visita per credere nella possibilità di una riconferma, anche al primo turno, a Palazzo di Città. Roberto Corciulo perché votarlo? Perché è una persona onesta, ha ottenuto dalla vita quello che aveva desiderato, fare il medico e dedicarsi a chi aveva bisogno, non cerca visibilità né ha interessi personalistici, ha accumulato esperienza e ha idee personali non barattabili e soprattutto non è influenzabile da logiche di partito se sono contro la sua etica personale e professionale. 

Mi auguro di avere la possibilità di mettere la mia esperienza al servizio della collettività ma se non dovessi avere questa opportunità sarei in ogni caso soddisfatto di aver contribuito alla riconferma di Decaro perché è davvero il miglior sindaco che la città possa avere in questo momento. 

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Rita 'Berté' Perago: "Loredana Berté è una donna vera, giustizialista e non scende a compromessi"

di DANIELE MARTINI - È una vera forza della natura, un vulcano di energia: stiamo parlando di Rita Perago. È una donna che già porta dentro sentimenti e grande carica di simpatia ed emotività positiva. Rita ha deciso di raccontare a noi la sua grande passione, il suo grande amore per una delle cantanti più brave e famose degli ultimi 40 anni: Loredana Berté.

D. Com'è nata la tua passione per la musica?
R. La mia passione per la musica è nata fin da piccola, perché ho sempre ascoltato la musica, cantato con mio fratello che è un bravo chitarrista e, soprattutto, mi è sempre piaciuto cantare.

D. Come mai ti sei ispirata a Loredana Bertè?
R. Mi sono ispirata a Loredana Bertè perché la mia voce naturale si è sempre avvicinata a quella di Loredana e poi perché il suo stile mi ha sempre affascinata, l'ho sempre seguita.

D. Cosa ti colpisce di Loredana Berté? L'hai mai conosciuta di persona?
R. La Berté mi colpisce perché è una donna vera, giustizialista e non scende a compromessi. Purtroppo, non ho ancora avuto il piacere di conoscerla.

D. Qual è la canzone di Loredana Berté che più ti rappresenta?
R. La canzone di Loredana Bertè che mi colpisce di più è "Il mare d'inverno", perché c'è un punto che è lacerante, incisivo e coinvolgente. Inoltre, dato che abito in una zona marittima, il mare mi appartiene.

D. Qual è il complimento più bello che hai ricevuto nelle tue esibizioni?
R. Il complimento più bello ricevuto durante le mie esibizioni è quello che canto la Bertè ma non la imito, perché la mia voce è naturale.

D. Cosa ne pensi dei talent show? Hai mai pensato di partecipare?
R. I talent show sono dei punti di partenza importanti, in cui puoi esprimere il talento che ti possono lanciare nel mondo della musica. Ho pensato di partecipare, anche se nel frattempo ho gareggiato a gare nazionali, alle quali mi sono attestata ai primi posti.

D. Che consiglio dai a chi vorrebbe intraprendere la carriera nel mondo della musica?
R. Per chi vuole intraprendere la carriera nel mondo della musica io consiglio pazienza, umiltà e costanza ma, soprattutto, molto allenamento.

D. Progetti per il futuro?
R. Per il mio futuro, oltre che l'incisione di un mio inedito, è quello di duettare con la Berté su un palco nazionale.

CONTACTS:
https://www.facebook.com/RITANA2017/
https://www.instagram.com/ritaperago/

Nicolò Targhetta, la star del web presenta il libro 'Non è successo niente'

MILANO -  Da una semplice pagina facebook a diventare il nuovo fenomeno della rete, conquistando il giovane pubblico degli utenti. Nicolò Targhetta, il 16 maggio, pubblicherà l libro tratto dal blog fenomeno del web ''Non è successo niente'' edito da BeccoGiallo. Una raccolta di storie veloci, corrosive, da leggere sulla metro o nella pausa pranzo. Un concentrato di ironia che si prende gioco dei nostri tic, delle nostre paure, delle nostre inadeguatezze.

Un mix esilarante di dialoghi alla Joe R. Lansdale e situazioni alla Woody Allen, conditi con abbondanti dosaggi di Monty Python, Pif, Stefano Benni e Guido Catalano, racconta le avventure comiche e surreali dei trentenni Nicolò, Sergej e Primo. Pubblicate ogni giorno a mezzogiorno sulla pagina facebook del blog, le puntate di Non è successo niente sono diventate un immancabile appuntamento quotidiano per 90.000 fedelissimi lettori, tanto da convincere Becco Giallo a raccogliere gli episodi migliori in questo libro.

Dal blog, oltre al libro, è stato tratto un omonimo spettacolo teatrale che – dopo i primi appuntamenti sold out in Veneto, terra natale dell’autore – farà tappa a Bologna (23 maggio), Torino (27 maggio), Milano (28 maggio), Roma (19 luglio). In programma ci sono anche Firenze e Napoli e speriamo che faccia un salto anche nella nostra meravigliosa Puglia.

Da star del web a scrittore. Com'è nata questa idea? 
Evidentemente qualcuno, da qualche parte, ha sbattuto la testa fortissimo.

Non ti aspettavi tutto questo successo in rete? 
No, assolutamente. D'altra parte è una pagina Facebook dove o leggi o te ne vai. Non sono un esperto, ma ho la sensazione che questo non sia il modo più efficace per sbancare sui social.

Come nasce il libro? 
Un amico mi ha segnalato a BeccoGiallo che a sua volta mi ha contattato. “Abbiamo letto quello che scrivi, perché non facciamo un libro?” Ovviamente ho capito subito che erano degli squilibrati e ho deciso di sfruttare la cosa a mio vantaggio.

Che ricordi conservi della tua infanzia? 
Beh, quasi tutti. Ho ancora il Piccolo Mago Ravensburger sulla mensola del… ah, tu intendevi i ricordi in senso più… ho capito. Vediamo, quando avevo sette anni sono rimasto incastrato con un braccio dentro un bidone per la raccolta delle pile. Hanno chiamato i pompieri. Nessuno ti piglia per il culo come un pompiere. Quell'esperienza mi ha insegnato due cose molto importanti su me stesso: che sono molto curioso, ma che sono anche molto stupido. Da lì, scrivere mi è sembrata la direzione più logica.

Sei diventato 'popolare' grazie alla tua pagina Facebook che ha ottenuto ottimi consensi. Cosa consiglieresti ai tuoi coetanei che vorrebbero intraprendere il tuo stesso percorso?
Costruitevi una voce, che sia originale e che siate in grado di gestire. Rimanete il più possibile coerenti. E in qualsiasi modo decidiate di comunicare, sforzatevi di dire la verità su di voi e su quello che raccontate. E, per carità di dio, non ascoltate i consigli di uno che a 33 anni vanta un blog su Facebook.

Nicola Brienza (intervista) "Il reddito di cittadinanza non è la risposta giusta per contrastare la povertà e la mancanza di lavoro"


di MARIO CONTINO - Nicola Brienza, imprenditore pugliese che ha fatto della Cina la sua seconda patria, ma sempre indissolubilmente legato alla sua terra natia, tanto da aver espresso – circa un anno fa - interesse nell'acquisto della squadra di calcio del Bari, ci rilascia una sua intervista su alcuni dei temi scottanti della politica italiana.

Oggi Nicola Brienza è candidato dal Partito democratico nella Circoscrizione meridionale delle Europee, ergo il suo parere ha un'elevata importanza in quanto, da imprenditore risiedente all'estero, egli può fornire un punto di vista differente su molte delle questioni che flagellano il Sud Italia, e soprattutto la nostra Puglia.

Diverse volte ha esposto, nel corso degli ultimi mesi, il perché della sua scelta politica, dettata principalmente dalla sua identità da "moderato di centro", speranzoso nella nascita di un nuovo e grande partito di "centro". 

Senza dunque ripeterci in domande facenti riferimento a questioni già ampliamene trattate in altri contesti, poniamo a Brienza solo tre quesiti, forse i più sentiti e discussi dal popolo pugliese.

D: Nicola Brienza a suo parere il governo giallo-verde ha operato correttamente nelle sue scelte sulla questione dell'ex ILVA di Taranto, da molti ritenuta la fabbrica dei tumori in Puglia?
R: "Per quanto riguarda l’Ilva di Taranto l’obiettivo è tutelare i cittadini anteporre le ragioni della salute a quelle del profitto chiudendo le fonti inquinanti e pensando ad una riconversione economica. Il governo giallo-verde non è riuscito a coniugare la questione del lavoro con quella dell’ambiente tradendo le promesse fatte. È importante imprimere un forte cambiamento tecnologico al complesso siderurgico con la decarbonizzazione ovvero il maggior utilizzo del gas al posto del carbone per produrre l’acciaio. I produttori di acciaio non prendono in considerazione la decarbonizzazione perché è troppo costosa, ma l’Unione europea è pronta a finanziare chi inquina meno. Non sono contro l’industria, ma voglio che si rispetti la legalità, la salute e l’ambiente e se uno stabilimento fa questo ha diritto di funzionare, in caso contrario i suoi impianti vanno fermati fino a che non vengano messi a norma".

D: Secondo lei lo Stato ha affrontato correttamente l'epidemia di Xylella che, partendo dal Salento, ha devastato intere colture di ulivi e, tutt'oggi, minaccia l'intero territorio pugliese se non addirittura l'intero territorio nazionale?
R: "Negli ultimi anni l’agricoltura pugliese è stata danneggiata dalla Xylella. Questo batterio non ha colpito soltanto l’economia, ma anche il cuore delle nostre terre. Servono 500 milioni di euro da investire per salvare il paesaggio del Salento. Il territorio pugliese ha bisogno del supporto e della solidarietà del governo nazionale e della commissione europea. Occorrono norme che consentano di velocizzare l’espianto degli oliveti infetti e la loro sostituzione con piante immuni o resistenti. Il monitoraggio delle aree infette è importante per avere un quadro certo della diffusione dell’infezione. Pretendiamo attenzione dal governo per salvare il paesaggio, l’economia, l’ambiente e la storia stessa della Puglia. Il presidente della regione Puglia, Michele Emiliano, sta combattendo a fianco degli olivicoltori affinché vengano supportati e non lasciati soli in questa battaglia".

D: Ritiene che le misure messe in atto dal governo, come il Reddito di Cittadinanza, siano utili a porre un freno alla crescente povertà sociale, legata principalmente all'assenza di lavoro?
R: "Il reddito di cittadinanza non è la risposta giusta per contrastare la povertà e la mancanza di lavoro. Ci sono diversi punti deboli, innanzitutto non sono state considerate le differenze territoriali. Erogare lo stesso contributo quando il costo della vita è diverso, come nel Nord Italia o nel Mezzogiorno, non risponde a un principio di equità. 
C’è poi un ulteriore elemento: non si tiene conto della multidimensionalità della povertà. Spesso, purtroppo, le persone in stato di necessità non hanno solo bisogno di un lavoro, ma soprattutto di una formazione professionale, infatti una scarsa preparazione rende la persona poco «attraente» per il mercato lavorativo e anche un debole livello di istruzione, diventa un ostacolo per inserirsi nel mondo del lavoro. Serve accompagnare le persone per sollevarle dalla miseria e per ridare loro la dignità. I servizi sociali comunali con le competenze specifiche e preposti al compito di prendere in carico le persone in stato di disagio sono tagliati fuori dalla misura. 
Infine c’è un ultimo aspetto. Il reddito di cittadinanza serve per sostenere le persone nel tempo di ricerca del lavoro. Tuttavia, in un periodo di debole occupazione e senza una reale visione per la crescita del Paese, la misura rischia di diventare mero assistenzialismo, un lusso che non ci si può permettere".

Denis Nesci (intervista): "Europa fondamentale per difendere i diritti della gente comune"


di LUIGI LAGUARAGNELLA - “Ho l’opportunità di rimettermi in gioco, grazie alla fiducia della gente che, come me, si impegna ogni giorno per far conoscere e tutelare i diritti dei cittadini delle persone comuni; in qualche modo cercherò di essere il loro porta bandiera”. Esordisce così Denis Nesci, candidato alle europee con Fratelli d’Italia, durante l’incontro “La democrazia è qui” organizzato da alcuni candidati consiglieri comunali della Lista Di Rella all’Hotel 7 mari a Bari. 

Il giovane calabrese nel suo intervento si sofferma sui motivi della sua candidatura europea: “Il politico italiano approda in Europa, come premio di un fine carriera. Invece occorre uno spirito combattente per valere i diritti dell’Italia in Europa perché da lì che poi arrivano finanziamenti che possono permettere lo sviluppo al nostro sud”.

Successivamente Nesci parla del reddito di cittadinanza, che, a suo parere, non è impostato correttamente, ma è uno strumento che favorirebbe solo il consenso politico. Molte di queste risorse, invece, potrebbero essere sfruttate per la sanità, le infrastrutture. In un contesto nazionale di crescita zero con lo spettro dell’aumento dell’Iva l’impegno maggiore di Denis Nesci sarà quello di continuare a far tutelare le leggi per le persone che non conoscono a pieno i loro diritti e, soprattutto, un’attenzione particolare verrà data alla formazione per le progettualità che i Comuni e i cittadini possono avviare in modo da saper intercettare i finanziamenti europei.

Al termine dell’incontro il candidato, attuale presidente dell’EPAS, ha risposto ad alcune domande, a partire proprio dai punti da lui evidenziati.

D: Qual è il cammino professionale su cui si basa la tua candidatura europea? 
R: "Da sempre ho svolto attività rivolte alla tutela dei diritti dei cittadini, degli utenti e dei consumatori fondando un’associazione di consumatori (l’U.Di.Con.) che per numero di associati è la seconda in Italia per rappresentatività. Proprio la mia attività mi ha portato a conoscere direttamente le problematiche e le esigenze degli utenti e quindi, tentando di farlo con l’attività politica".

D: Qual è la spinta maggiore che ha portato la sua candidatura politica? 
R: "La spinta è arrivata proprio dal valore che attribuisco all’Europa: l’Unione Europea credo sia l’istituzione più importante, da qui si decide il futuro degli stati membri, oltre che le linee economiche che i paesi devono adottare; è fondamentale, ma bisogna anche cambiarla. Il nostro intento è portare una folta pattuglia di euro deputati da Fratelli d’Italia per provare a far ciò".

D: A che fetta di popolazione è rivolto il suo impegno? 
R: "Alla gente comune, che si sente più sola e indifesa che ha bisogno di un punto di riferimento ed essere tutelata e assistita. Mi rivolgo, inoltre, agli indecisi, a tutti quelli che non vogliono andare a votare".

Il suo impegno in progetti e laboratori per determinate fasce sociali mette in luce la centralità per la promozione sociale.  Per questo come considera il Terzo settore in questo periodo? 
R: "Per me è il faro che ha guidato la mia professione. Con l’assistenza sociale rivolta agli anziani, ai bambini, soprattutto ai disabili. Abbiamo realizzato tanti progetti nelle scuole sui temi del bullismo, dell’educazione stradale, della ludopatia, della tossicodipendenza. Tutto perché ritengo importante porre attenzione alle generazioni future, al mondo che verrà che i giovani e i nostri figli rappresenteranno".

D: Pensa sia in pericolo il Terzo settore rispetto al contesto che stiamo vivendo? 
R: "Il Terzo Settore deve essere considerato strategico. Le associazioni lo sono realmente nel tessuto sociale. Spesso si sostituiscono alle istituzioni in tantissimi servizi. Non considerarlo determinante nel sistema sociale del Paese significa non conoscere i suoi bisogni e quelli della gente".

Masha Diatchenko (intervista): "Il violino su di me ha un effetto ipnotico"


di PIERO CHIMENTI - Masha Diatchenko, ragazza prodigio del violino e figlia d'arte di settima generazione di musicisti, ha iniziato la sua carriera da violinista in tenera età, diplomandosi a soli 12 anni al Conservatorio Statale di Genova, per poi 'spiccare' il volo col suo violino, per incantare tutto il mondo con la sua maestria.

La baby prodigio russo, ma italiana ormai d'adozione, si è raccontata nella nostra intervista.

D: Hai iniziato la tua carriera musicale suonando anche il pianoforte: come mai hai poi deciso di dedicarti completamente al violino? Quali emozioni ti dà rispetto al pianoforte? 
R: "Ho iniziato a 4 anni con lo studio del pianoforte per lo più per una questione di praticità: infatti è uno strumento ideale per imparare le note, i toni/semitoni e in generale per approcciarsi alla musica. Ma il mio cuore è sempre appartenuto al violino, perciò dopo pochi mesi cambiai strumento. La ricchezza di suoni, colori, sfumature ed effetti su di esso sono interminabili e per me ipnotici. È come paragonare le matite pastello al violino e i pennarelli al pianoforte. Continuai comunque a suonare il pianoforte fino a 7/8 anni, completando l’esame di pianoforte complementare, obbligatorio in tutti i conservatori. Rimane però sempre uno strumento che adoro ascoltare, assolutamente non meno del violino".

D: Hai suonato il Violino di Stradivari del 1687 nel concerto di Tagliacozzo. Quali sensazioni hai vissuto avendo tra le mani un pezzo così importante della musica classica?
R: "Ho suonato con quel Stradivari per un anno intero: mi ha fatto crescere moltissimo, ma non era il primo strumento storico che suonavo. Avevo già avuto esperienza con un Pietro Guarnieri per qualche mese, e provato altri Stradivari in occasione di altri concerti (tra i miei preferiti ricordo il Toscano del 1690). Lo Stradivari del 1687 che suonai l’anno scorso mi ha cambiato e mi ha ‘istruito’, facendomi capire cosa vuol dire avere a che fare con un pezzo di liuteria del genere. Ogni strumento è un nuova anima da domare, e spesso questi ‘cavalli da corsa’ sono più selvatici e complicati, perché hanno una storia alle spalle e spesso sono loro che ne sanno più di te. Ma una volta che si è conosciuti e capiti a vicenda è un’esperienza dalla quale è difficile tornare indietro. Vorrai continuare ad avere a che fare con loro. Adesso suono uno splendido Guadagnini del 1748, strumento che avrò la possibilità di suonarlo per parecchio tempo. Quando lo vidi la prima volta mi affascinò la sua tenebrosità di suono e i suoi colori scuri, caldissimi e ipnotici: dopotutto cosa importantissima è trovare quel strumento che rispecchia ciò che sei. Ad esempio lo Stradivari di prima era molto brillante, elegante e femminile: meraviglioso, ma lontano dai miei pensieri. Con questo Guadagnini sento di aver trovato la mia metà interpretativa-musicale.

D: C'è un compositore che suoni più volentieri di altri? 
R: "Pur cresciuta in Italia, i miei genitori sono russi. Adoro perciò tutti i compositori russi che sento vicinissimi a me, in particolare Shostakovich e Stravinskij. Ancora, non posso non nominare Brahms. E Paganini, da bambina ero proprio in fissa perché è un compositore così solare e romantico, come l’Italia".

D: Con la tua classe e la tua musica, hai ottenuto molti riconoscimenti, tra cui suonare davanti al Papa Benedetto XVI. Quale altro risultato vorresti raggiungere? 
R: "Ho avuto la fortuna di conoscere personaggi di fama mondiale, e suonare per e con musicisti con alle spalle una carriera internazionale leggendaria. Spero di poter continuare così, di conoscere altri musicisti e di suonare concerti in sale sempre più importanti. Continuare a costruire ciò che sto già costruendo. Mi piace farmi ispirare e spero un giorno di far ispirare anche io qualcuno".

D: Quali sono i tuoi hobby o le tue passioni lontano dal palcoscenico? 
R: "Il mio hobby più grande è lo sport: ho provato veramente di tutto e praticato alcune discipline in maniera seria. Come ad esempio il nuoto, l’atletica leggera, la mountain bike e il pattinaggio, sia su ghiaccio che a rotelle. Ora continuo a praticarle per conto mio: la corsa tutto l’anno quando non sono in giro per concerti, la mountain bike d’estate e qualche volta d’inverno pattinaggio su ghiaccio, per fortuna dove vivo in questo momento, a Maastricht, ce ne sono in città. Diciamo che se non avessi fatto musica nella mia vita mi sarei sicuramente dedicata a qualche disciplina sportiva! Altra mia passione è la musica non classica, che mi piace appunto ascoltare sempre quando faccio sport o in viaggio. Mi piace di tutto, in particolare il rap, ma il mio gruppo preferito sono senz’altro i Coldplay. Un altro grande amore sono i miei cani e il mio gatto: sono considerabili come passioni? Per me si, perché non saprei davvero come fare senza di loro. Quando non mi viene un passaggio sul violino e sono arrabbiata, stringo le orecchie del miei cani che fungono da antistress e tutto passa. A parte gli scherzi sono davvero adorabili".

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Guido Fejles (intervista): "Il diritto non fa per me, scelgo la cucina"

di CARLOTTA CASOLARO - Da quando è approdato nella cucina di Masterchef 8, conquistando uno dei venti grembiuli disponibili, Guido Fejles ha suscitato scalpore, tra profonde stime e sottili invidie. Guido Fejles, classe 1986, ha origini piemontesi. Vive a Cambiano e, prima dell’esperienza tra i fornelli del talent più celebre d’Italia, era un praticante avvocato. Profonda la sua passione per la cucina; in ogni piatto Guido si è espresso al massimo del suo potenziale, valicando “pressure test” estremamente complessi e giungendo fino alla semifinale. 

D: Parliamo quindi della sua esperienza a Masterchef ottava edizione. Cercando sul web salta all’occhio il suo praticantato di avvocato: quando è entrato a Masterchef, aveva già le idee chiare? Voleva già lasciare il lavoro di avvocato? Oppure è entrato non sapendo, in futuro e dopo questa esperienza, che velleità portare avanti?
R: La verità è che, a me, fare l’avvocato proprio non piace. Lo sapevo già prima di entrare a Masterchef, in realtà. Aver ottenuto il famigerato grembiule è stata solo la conferma.

D: Quando ha ricevuto il grembiule, cosa ha provato? Quali sono stati i primi pensieri, le prime sensazioni nel sapere di essere entrato nella cucina del Talent più celebre d’Italia? 
R: Le emozioni che ho provato non si possono descrivere, né racchiudere in una sola parola. Lì ero andato completamente in palla, non capivo cosa stesse realmente succedendo intorno a me. Indossare il grembiule è stata un’esperienza pazzesca. Se proprio dovessi individuare un’emozione in quella miriade, parlerei di estrema gioia. 

D: Abbiamo avuto modo di notare che i giudici sono molto severi. Lei ha subito molto questo loro lato un po’ “paterno”, per così dire?
R: Non particolarmente perché, essendo una persona molto obiettiva, prendevo i consigli e i “giudizi” come un modo per crescere e uno sguardo tecnico sui piatti, non come un’offesa personale o ai miei sacrifici. 

D: L’abbiamo vista emozionarsi particolarmente in certi momenti della competizione. Le va di descriverci i tre momenti nei quali si è sentito maggiormente felice e realizzato all’interno della cucina di Masterchef?
R: Dunque, il primo che ricordo con gioia è sicuramente il momento del grembiule. Sul secondo momento più emozionante, direi che è stato il mio piatto della semifinale, con quel risotto che è stato un successo. Ricordo con estremo piacere anche il momento in cui sono dovuto uscire dalla cucina. Il mio è stato comunque un traguardo e, nella mia ultima puntata, ho coronato la mia esperienza rimanendo sempre me stesso.

D: Con chi si sente di aver stretto rapporti particolarmente importanti a Masterchef?
R: La prego di tener presente l’esempio di una classe che va spesso in gita e si ritrova mesi insieme, isolati dalla realtà esterna. Sono fortunato ad aver trovato questi compagni di avventura; ho stretto rapporti particolarmente importanti con Virginia (Fabbri ), con Salvatore (Cozzitorto), Alessandro (Bigatti) e Federico (Penzo).

D: E con Gilberto?
R: Gilberto non è cattivo, ma ha un modo di fare tutto suo. Ha molta tecnica nel cucinare e sicuramente lo ricordo come uno dei concorrenti più agguerriti. Io forse ho un modo diverso di cucinare rispetto a lui, cucino con meno tecnica e più d’istinto, ma va bene così. 

D: Guido, ci lasci con una sua aspirazione dopo Masterchef. Ci permetti di continuare a sognare insieme a lei. Ha intenzione di lavorare come chef in qualche ristorante o di aprirne uno proprio?
R: Vorrei sfatare questo mito. Fare master chef non vuol dire che sei un cuoco o un ristoratore! Mi piacerebbe tanto aprire un locale serale in cui prodigarmi nel cucinare panini gourmet di qualità e mi auguro di riuscirci. 

Francesca Rodolfo (intervista): «Telenorba è la mia famiglia, Magistà il mio maestro»

di NICOLA RICCHITELLI – La sua, oramai, è una presenza fissa nelle case dei pugliesi e non – che sia all’ora di pranzo o a cena, che sia nelle prime ore del mattino, o la sera tardi – da qualche anno a questa parte infatti, dagli studi del Tg Norba24, racconta la Puglia, dal Salento alla Capitanata: «Non solo Puglia, il bello di Telenorba è che essendo una tv interregionale, con redazioni in tutta Italia, è che arriva ormai un po’ ovunque, da Nord a Sud! Dal punto di vista umano è sempre come se fosse la prima volta, nel senso che l’emozione è sempre in agguato davanti le telecamere. Sai di entrare nelle case della gente a pranzo o a cena, quindi in momenti intimi e privati e senti quasi di far parte di quelle famiglie. Loro ti accettano in casa, tu gli offri la migliore informazione possibile, cercando di entrare in punta di piedi…». 

Dalla laurea in Lingue - russo e francese - conseguita all’Università di Bari, quindi il Master a Siena in Traduzione letteraria e editing dei testi russi, fino ad arrivare alle prime esperienze giornalistiche nelle tv locali di Blu tv e Studio 100, prima che si aprissero le porte del TgNorba: «La redazione giornalistica si stava ampliando con nuove sedi e telegiornali. Come si fa in genere, sai, mandi il curriculum così, giusto per... e invece quell’invio come tanti mi ha cambiato la vita». 

Come avrete ben inteso, l’ospite di quest’oggi arriva proprio dalla redazione del Tg Norba 24. Diamo il benvenuto sulle pagine del nostro giornale alla giornalista Francesca Rodolfo. 


Francesca, ogni giorno entri nelle case dei pugliesi per raccontare la Puglia dagli studi del TgNorba 24. Dal punto di vista professionale e umano che peso assume per te questo momento? 

R:«Non solo Puglia, il bello di Telenorba è che essendo una tv interregionale, con redazioni in tutta Italia, è che arriva ormai un po’ ovunque, da Nord a Sud! Dal punto di vista umano è sempre come se fosse la prima volta, nel senso che l’emozione è sempre in agguato davanti le telecamere. Sai di entrare nelle case della gente a pranzo o a cena, quindi in momenti intimi e privati e senti quasi di far parte di quelle famiglie. Loro ti accettano in casa, tu gli offri la migliore informazione possibile, cercando di entrare in punta di piedi, con garbo e gentilezza. Di conseguenza anche - e soprattutto -professionalmente provo a dare sempre il massimo. Bisogna essere preparati e piacenti. D’altra parte le notizie le raccontano tutti e oggi il telecomando offre un ventaglio ampio di canali. Devi fare in modo di far rimanere i tuoi telespettatori “incollati” al tuo tg». 

I telegiornali si chiudono sempre con un "dallo studio è tutto", ma quali sono i momenti che precedono la messa in onda di un telegiornale? 
R:«Un nostro telegiornale dura in media 30 minuti. Immagino che la prima cosa che si faccia a casa è guardare come sei vestita, come sei pettinata, come sei truccata. D’altronde siamo immagine. Ma non tutti sanno che dietro quei 30 minuti, c’è il lavoro impegnativo di tante persone, che lavorano nelle nostre redazioni da Milano a Lecce, per dare il meglio ai nostri telespettatori. Filmati da tagliare, notizie e servizi da scrivere e montare. Scalette, titoli e sommari! Insomma c’è un bel lavoro di squadra, niente affatto facile e scontato». 

In tanti anni di carriera quale è stata la notizia più difficile da dover dare ai pugliesi? 
R:«Non dimenticherò mai il disastro ferroviario avvenuto tra Andria e Corato il 12 luglio 2016. La collisione fra due treni causò la morte di ventitré persone e il ferimento di oltre cinquanta passeggeri. Credo si tratti del più grave disastro ferroviario mai avvenuto in Puglia. Ecco, questa è stata la notizia più difficile, più passavano le ore, più scoprivamo che altra gente non ce l’aveva fatta, ognuno con la propria storia, i propri sacrifici, le proprie speranze. Noi siamo stati in diretta da subito, coprendo la notizia a 360 gradi con uomini e mezzi, dando la possibilità a chi ci seguiva da casa di vivere da vicino la situazione terribile». 

La notizia che non avresti mai voluto dare? 
R:«Quella del ritrovamento del corpo di Sarah Scazzi. E poi tutto ciò che si è scoperto, tra bugie e verità non dette. Una storia che mi ha lasciato l’amaro in bocca e nel cuore». 


Che significa oggi essere giornalisti? 

R:«Significa aggiornarsi, essere sul pezzo, nei posti, tra la gente, per informarsi prima di informare, verificando le notizie e appurando la veridicità di quanto si divulga. Si lo so, si è sempre fatto. Ma oggi il lavoro del giornalista è diventato più complesso e indispensabile per la pluralità dell’informazione proveniente dalla rete che molto spesso genera delle fake news». 

Soprattutto, quanto è difficile esserlo? 
R:«Non è difficile essere giornalista se ami il tuo lavoro. Forse è sacrificante se, come me, lavori a 110 km da dove vivi e copri tutti i turni di redazione. Dalla mattina alla sera, fino al turno di notte/alba. E poi se hai una bimba di 7 anni come nel mio caso, le cose certo si complicano. Ma amo il mio lavoro. E non mi pesa, almeno per ora!». 

Quando hai capito che il giornalismo sarebbe stata la tua strada? 
R:«Quando dopo la laurea all’Università di Bari in Lingue (russo e francese) conseguita con il massimo dei voti e la lode, e dopo il Master a Siena in Traduzione letteraria e editing dei testi russi, ho scoperto per caso il mondo dorato della tv. Non ci avevo mai pensato prima, ma tornando da Siena in Basilicata dai miei dove si apriva la prima tv del metapontino, ricordo di essere rimasta affascinata da questi mega manifesti che ne annunciavano apertura e casting… e così non ho resistito, ho fatto il provino e la mia vita ha preso di colpo tutta un’altra direzione». 

Una lucana che racconta la Puglia. Qual è stato il percorso che ti ha portata nella redazione del Tg Norba? 
R:«Dopo aver lavorato in quella piccola tv (“Blu tv” di Scanzano Jonico) - mi hanno presa subito! - sono approdata a “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Poi la proposta in una tv di Taranto (Studio 100), dove ho lavorato per pochi mesi. L’ambizione mi ha fatto mandare in una fredda sera di gennaio del 2007 un curriculum al direttore del TgNorba, che ammiravo sin da piccola. La redazione giornalistica si stava ampliando con nuove sedi e telegiornali. Come si fa in genere, sai, mandi il curriculum così, giusto per... e invece quell’invio come tanti mi ha cambiato la vita». 


Che peso ha avuto la famiglia di Telenorba nella tua crescita professionale e umana? 

R:«Determinante, rilevante. Telenorba è la mia famiglia, il direttore Magistà il mio mentore, il mio maestro, la mia guida, colui che più di ogni altro è riuscito a tirar fuori le mie potenzialità e a valorizzarle. Ha creduto in me, affidandomi in brevissimo tempo anche la conduzione del telegiornale, coronando così il mio sogno più grande. Cresco ogni giorno con loro, umanamente e professionalmente». 

Ma, soprattutto, che spazio si è ritagliata questa realtà imprenditoriale nell'arco di questi anni sul nostro territorio? 
R:«Telenorba è leader. Non lo dico io. Lo dicono i dati e i numeri. E io sono orgogliosa di far parte di questo progetto vincente, dando il mio contributo». 

Francesca, hai mai pensato un futuro aldilà della famiglia di Telenorba? 
R:«In tutta sincerità, no. Sto bene, sono felice, mi sento realizzata. Poi nella vita, mai dire mai... e quella mail di quella fredda sera di gennaio 2007 ne è una bellissima prova». 

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La comunità russa in Puglia


BARI - "La comunità russa in Puglia". A cura di Edoardo Giacovazzo e Veronica. Montaggio video a cura di Daniele Martini.

Joe Marzetto: «Prostituzione, sporchi giri d’affari e mezzi uomini: vi presento il mio nuovo brano 'Half Men'»

di NICOLA RICCHITELLI – E’ uscito lo scorso 11 febbraio “Half Men”, il nuovo brano scritto e prodotto dall’artista andriese Joe Marzetto – al secolo Giuseppe Casafina – interpretato da Vivian Darkangel e Darken Intranova: «E’ un brano che vuole dire NO alla prostituzione, NO alla violenza sulle donne NO alla malavita e agli sporchi giri d’affari che girano attorno a locali quali discoteche ecc…».

“Half Men” arriva a distanza di due anni dal brano “Nuage” -  pubblicato nella compilation Hit Mania Dance Special Edition e Hit Parade Dance – progetto che aprì la strada alla collaborazione tra l’artista andriese e la “sexy music star”, Vivian Darkangel.

Parliamo di 'Half Men': un brano sicuramente attuale e che racconta una realtà sporca e triste diffusa tra le strade, i locali e le case delle nostre città. Da dove nasce l'esigenza di affrontare un argomento così forte?
R:«Ho pensato subito ai protagonisti della canzone, avendo tutti una certa immagine forte nei modi di fare e costumi artisticamente parlando, ho abbinato un tema sociale attuale molto forte come un “No alla violenza sulle donne”».


Oltre a raccontare, quale messaggio vuole lasciare questo brano a chi lo ascolta?
R:«E’ un brano che vuole dire NO alla prostituzione, NO alla violenza sulle donne NO alla malavita e agli sporchi giri d’affari che girano attorno a locali quali discoteche ecc…».

Il video – ricordiamolo – è stato girato a Modena, in un night per l’appunto. Cosa rappresentano questi luoghi per la società attuale?
R:«Altro non sono che luoghi di sballo e poco educativi per gli adolescenti di oggi, ci si diverte usando il sesso nella maniera più spiccata e volgare».

Quanto è stata importante la presenza e la personalità artistica di Vivian Darkangel in questo brano?
R:«L’immagine di un artista è tutto o quasi nel mondo d oggi, una cosa importante per Vivian è avere un fisico che le permette di svolgere qualsiasi scena sexy o scene in maniera spinta, come il ruolo della prostituta in Half Men».

Oltre a voi due chi ha collaborato alla realizzazione di questo progetto?
R:«Maurizio Intranova in arte Darken, rapper stratosferico, anche lui pugliese. La dinamicità delle sue strofe cantate permette al brano di viaggiare a ritmi elevati».

Quanto c'è di questo brano nelle realtà che viviamo tutti i giorni?
R:«Gli uomini a metà, ovvero Half men, vengono definiti nella canzone uomini deboli, uomini che non usano ormai nemmeno più il cuore ma solo il gioco sporco del sesso».

Mai come in questo caso la musica diventa quasi uno strumento di denuncia, uno strumento che racconta. Come sei riuscito ad abbinare una tematica così forte al contesto della musica dance?
R:«La musica dance, come il rap, è l’unica cosa che può trasmettere enfasi in questi "giocosi" desideri. Non a caso è la più lanciata nei night o discoteche».

Quale altro argomento ti piacerebbe affrontare e musicare in futuro?
R:«La vita dei giovani d’oggi è un argomento che mi affascina, il loro vivere la loro adolescenza rispetto alla nostra di 20 anni fa».

Joe Marzetto e Vivian Darkangel: un binomio che si conferma vincente anche questa volta così come fu nel 2016 con il brano "Nuage". Ci sono le basi in futuro per un album di inediti?
R:«Al momento siamo concentrati su questa uscita, in futuro, perché no, potremmo lanciare un bel brano estivo girato sulle spiagge o in qualche località di neve nelle più alte montagne d’Italia».

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Mons.Filippo Salvo: «L’immagine della Madonna dello Sterpeto ha da sempre rappresentato il punto di riferimento per tante generazioni»


di NICOLA RICCHITELLI – “Andiamo a prendere la Madonna”: per Barletta e, soprattutto per i barlettani, il giorno del 1° maggio ha un peso e un significato molto importante e rappresenta il ritrovarsi con la propria Mamma, con la Patrona della città, con la Madonna dello Sterpeto.

“Andiamo a prendere la Madonna” rispondono i barlettani a chi chiede loro mentre si recano - il pomeriggio del 1° maggio - a piedi su via Trani per raggiungere il Santuario dello Sterpeto, un giorno che lo si inizia ad attendere sin da quel mercoledì di luglio che chiude i festeggiamenti della festa patronale, spesso con le lacrime agli occhi. Le si dà l’arrivederci: “Stett bon, Madonna mai, cré matein 'ng vdeim, c' nen' 'ngì vdeim cha ngì vdeim all'Eternità”.

“Andiamo a prendere la Madonna”, dunque, in questo cammino immaginario che inizia oggi e che si materializzerà il giorno del 1 maggio, camminiamo assieme a Mons.Filippo Salvo - Vicario Episcopale di Barletta e Parroco della Parrocchia Spirito Santo – per vivere a parlare di devozione e dei tanti momenti che scandiscono questo giorno così importante per la città di Barletta.

Mons. Salvo, le dò il consueto benvenuto quest’oggi sulle pagine del nostro giornale, e approfitto della sua presenza per parlare di questo giorno – il 1° maggio – che qui a Barletta ha un valore molto particolare, e quindi non solo legato alla Festa dei lavoratori.  In questo giorno – da secoli – si rinnova l’antichissima tradizione che vede i tanti devoti barlettani correre al Santuario della Sterpeto “per andare a prendere la Madonna”. Come spiega - ancora oggi - l’intensità con cui i barlettani vivono questo giorno e i tanti momenti legati all’arrivo della Sacra Effigie in città?
R:«L’immagine della Madonna dello Sterpeto è cara al cuore dei barlettani, nel tempo e nella storia ha rappresentato il punto di riferimento per tante generazioni che, attraverso la preghiera, hanno chiesto la sua intercessione, grazie particolari e hanno potuto contare sulla sua materna protezione. Per questo, ogni anno, si ripete l’antico e sempre nuovo pellegrinaggio di fede che vede il popolo barlettano accorrere al Santuario per poi accompagnare la Madre nella città di Barletta. La religiosità mariana e la devozione alla Madonna dello Sterpeto a Barletta sono una realtà plurisecolare che trova le sue radici negli eventi del terremoto del 1700. In seguito il voto da parte del Capitolo della Cattedrale e poi, l’opera svolta dai Padri Giuseppini del Marello presso il Santuario dello Sterpeto tesa ad accrescere la devozione dei barlettani verso la Madonna».

Ha un suo personalissimo ricordo legato a questo giorno che ha piacere di raccontare?
R:«I ricordi possono essere tanti: da piccolo, accompagnato dalla mia famiglia, mi sono recato al Santuario dello Sterpeto, poi ho partecipato a piedi a diversi pellegrinaggi per l’accoglienza dell’Icona della Vergine nel primo giorno del mese Mariano. Negli anni di formazione quando sono stato lontano da Barletta, ogni qual volta che ho fatto ritorno a casa, non è mai mancata una visita al Santuario dello Sterpeto punto di riferimento della città.
Il silenzio del Santuario, l’attrazione di fede che esso esercita nella vita del credente, fanno di quel luogo uno dei ritrovi dello spirito. Pertanto, il vivere il pellegrinaggio annuale nel primo giorno del mese mariano è per me “un’esigenza dell’anima”. Vorrei ripeterlo, ma non quale fatto emozionale che non serve se riduce il tutto a religiosità spicciola, ma è l’accogliere Colei che da sempre si configura con la storia del nostro popolo.
Ho visto tanti volti che stringevano fra le mani corone del rosario consumate dal tempo, la preghiera semplice fatta di un rincorrersi di Ave Maria, unico modo di saper pregare, quel lanciare un bacio ripetutamente verso l’immagine sacra della Madonna, quel bacio, che ha il sapore della sacralità. Sono pagine meravigliose di una spiritualità mariana scritte nella storia degli anni. In futuro si potranno scrivere altre pagine di religiosità popolare mariana solo imitando le virtù di Maria con un cammino umano e di fede che ci fa entrare nelle sofferenze e nelle gioie del nostro popolo, mettendoci accanto ai poveri, ai giovani, alle donne, agli bambini ed anziani con grande dedizione e passione evangelica».

Mons. Salvo, perché il barlettano sente questo bisogno di avere la Madonna dello Sterpeto qui in città?
R:«Credo non sia facile rispondere a questa domanda perché è solo questione di fede. E’ chiaro che se vogliamo dare una risposta unicamente razionale, perderemmo gran parte del valore di fede. Se si vuole misurare la religiosità del nostro popolo e comprenderne l’autenticità, è necessario riferirsi alla Vergine dello Sterpeto che per Barletta rappresenta il segno più alto di una presenza, che si fa protezione, affidamento, permettetemi che dica, si fa “preghiera popolare”, nel senso più alto del termine, cioè preghiera viva di un popolo che sa su chi contare».

Aldilà dei vari avvenimenti storici in cui la Madonna dello Sterpeto ha fatto sentire la sua presenza, quale la sua spiegazione dinanzi a questo forte legame che lega la città di Barletta alla Madonna? R:«Partirei da alcuni particolari dell’Icona che fermano l’attenzione di ogni fedele. La dolcezza della immagine. La maternità di Maria ha uno sguardo affettuoso, ci imbattiamo in un viso sereno di Gesù e i due che sembrano immobili, quasi a fermare una storia che inesorabilmente si ripete, ma nel contempo presenti nell’oggi del nostro popolo.
La mano destra della Madonna è posata sul Bambino che riceve sicurezza da quell’abbraccio, quella mano che tanti di noi hanno avuto sulla loro spalla nel momento delle necessità, mano che si è fatta protezione, conforto, guida.
A quell'icona, un quadro antichissimo di molti secoli, si rivolgono gli occhi e il cuore dei barlettani. Come è dolce pensare alle tante generazioni che, prima di noi, l’hanno invocata nella preghiera, nella richiesta di grazie, nella protezione. Un tempo lungo, quello della storia, ma una sorta di catena che ci unisce ai tanti che, davanti a quell’icona, hanno sostato oranti.
Si pensi alla galleria degli ex voto presente presso il Santuario dello Sterpeto. Sono le tante testimonianze di segni che la Madonna dello Sterpeto non ha mai fatto mancare al popolo barlettano. Segni visibili della protezione che il popolo di Barletta ha sentito da parte della Madonna dello Sterpeto.
Un sano orgoglio porta i barlettani a sentire e vivere un amore profondo e profondamente filiale per la Madre di Dio. Tutto questo è sfociato nel maggio del 2009 quando l’Arcivescovo S. Ecc. Mons. Pichierri, su istanza del Sindaco e del Consiglio comunale, ha dichiarato Barletta “Civitas Mariae”, vale a dire “città di Maria”, a dimostrare il fortissimo attaccamento dei cittadini alla Madonna».

Nel lunghissimo corteo che da Via Trani alla Cattedrale accompagna la Madonna, vi è la presenza di persone di ogni età. Non mancano i giovani: cosa chiedono alla Madonna dello Sterpeto? Cosa chiede invece Barletta e i barlettani al passaggio della Sacra Effigie tra le strade della città?
R:«La presenza dei giovani è quella che più colpisce nello snodare del pellegrinaggio mariano. I giovani sono attori di un tempo non sempre facile, caratterizzato soprattutto dalla mancanza di ampi orizzonti che rassicurano l’animo rispetto al futuro. Sono coloro che portano, rispetto alla nostra generazione, i segni della provvisorietà, della mancanza di lavoro. Ci sono tra loro anche quelli che tornano dai diversi luoghi dove hanno trovato opportunità di occupazione e c’è chi è segnato dalla sofferenza della malattia.
Credo che la preghiera di tutti costoro diventi supplica, richiesta di vicinanza e conforto. Tocca dentro il vedere qualche volto rigato dal pianto dei giovani al passaggio dell’icona della Vergine. Il pianto non è quasi mai semplice emozione, quanto espressione che esprime un bisogno, un bisogno che può essere ascoltato solo dall’alto.
L’altra immagine che desidero riportare è quella della presenza delle famiglie con i bambini piccoli che sono tanti. In quella immagine della famiglia credo che si racchiuda il segreto di una città chiamata a credere ancora in uno dei valori più grandi che costituiscono il tessuto umano del nostro vivere. Spero che Barletta, al passaggio della Effigie, sappia chiedere quanto si chiede nella preghiera che quotidianamente si recita al termine di ogni liturgia. Che si conservi il dono della pace nelle nostre famiglie, il dono del lavoro fatto di campagna, di mare, di opifici; che venga concessa la salute e la presenza di Maria accanto a noi nell’ora del passaggio all’Eterno. Sotto la nicchia che custodisce la venerata Icona della Madonna, i fedeli barlettani hanno voluto incidere le parole della Sacra Scrittura: “Io proteggerò questa città e sarò per voi una difesa”. È la testimonianza di una protezione promessa, mantenuta e sperimentata in tante circostanze».

Maggio, il mese dedicato alla Madonna, il mese dedicato alla Madre di Gesù. Perché il popolo cristiano ha sentito e sente il bisogno di dedicare questo tempo a Maria? In che modo bisogna vivere questo mese dedicato a Maria?
R:«Un mese durante il quale la sacra Effigie della Madonna sosta nella concattedrale dove i fedeli barlettani vivono il mese mariano come un tempo dell’anima, nella celebrazione dell’Eucaristia quotidiana, il sacramento della Riconciliazione quale occasione preziosa per ritornare alla vita di grazia e vivono l’abbandono fiducioso nelle braccia della Madre che porta a Gesù.
La recita quotidiana del rosario con lo sguardo rivolto verso l’Icona, in un’autentica contemplazione del volto della Vergine e del Bambino, accompagna i momenti del silenzio dove non si necessita di parole, quanto più di moti dell’animo.
Dal primo mattino, dalle diverse zone della città, si muove un popolo che giunge nel Borgo di Santa Maria, un popolo che si mette in cammino per prendere parte alla prima messa della giornata celebrata alle 6.00. E’ una città intera che “trova il tempo” per Maria, che va a trovarla per un dialogo di amore che non si è mai interrotto.
Quante candele sono state accese dinanzi alla immagine della Madonna, mentre le lacrime scendevano lungo le guance sofferenti di tanti volti a cui era rimasta solo la speranza di credere che un giorno tutto sarebbe cambiato.
Maria non ha deluso questa comunità ed oggi esaltiamo ancora il dono del suo amore».

Vivere ai nostri giorni nel nome di Maria. Quale la strada da seguire? R:«La strada del ritorno a Dio tramite Maria. Credo che sia tutto qui il grande segreto della fede. Maria è la porta privilegiata che ci porta a Dio, a Gesù. Certo se la devozione mariana terminasse il 31 maggio o fosse unicamente direzionata a Maria dimenticando il centro della fede che è Gesù rimarrebbe un fatto sterile.
Il “miracolo” è possibile in noi, uomini di fede, quando abbiamo il coraggio di accogliere l’esortazione di Maria ed obbedire alle parole di Gesù. Quando ascoltiamo Maria ed obbediamo a Gesù: è il momento in cui Maria si manifesta come Madre, per farci comprendere quanto Gesù sia importante per la nostra vita e come la Sua Parola possa produrre nel nostro cuore una grande azione di fede, speranza e carità.
L’incontro con Maria ci avvia sulla strada del Maestro e della conoscenza di Gesù, perché è la Sua parola che ci permette di crescere nella fede, di comprendere il nostro essere Chiesa.
Siamo alla scuola di Maria, perché è lei che ci insegna il silenzio, l’ascolto, la preghiera, indicandoci Gesù, come la fonte della Grazia che ci salva, attraverso il miracolo di trasformare la nostra vita, stupendoci con la forza del Suo amore misericordioso.
Silenzio, ascolto e preghiera diventano le virtù fondamentali per un itinerario di crescita ecclesiale con Maria, con l’invito a prendere in profonda considerazione le parole di Gesù.
Il mio augurio: che questa comunità cittadina sappia vivere l’amore cantato e vissuto da Maria, quell’amore capace di cambiare il cuore dell’uomo, sollevandolo dalle sofferenze e restituendogli quella dignità persa con il peccato. Ancora oggi, questa comunità cittadina si affida alla Vergine perché protegga le nostre famiglie e soprattutto i figli di questo popolo».

Valerio Scanu (intervista): ''Mi piacerebbe condurre un programma mio, magari un one man show''


ROMA - Un artista a tutto tondo, un talento che va oltre la musica. Valerio Scanu si è fatto conoscere dal vastissimo pubblico italiano, non solo per i suoi successi, anche per la sua ironia e la capacità di catturare la telecamera. Tale e Quale Show, L’isola dei famosi, Ballando con le stelle sono tra le trasmissioni in cui l'artista sardo, si è messo in gioco ed è riuscito ad arrivare alla gente. 

Adesso Valerio è tornato al suo primo amore, la musica: infatti è arrivato in tutte le radio il nuovo singolo 'Affrontiamoci', scritto da Giulia Capone, Davide Papasidero e Niccolò Verrienti. Il 5 ottobre 2018 scorso, Valerio ha festeggiato i suoi 10 anni di carriera con un nuovo album di inediti intitolato “Dieci” che ha visto la partecipazione di giovani autori di grande talento tra cui Tony Maiello, Simonetta Spiri, Davide Sartore, Niccolò Verrienti ed Emilio Munda. Adesso si prepara per il tour estivo che lo porterà in giro per tutta l'Italia dove festeggerà insieme al suo pubblico, i dieci anni di carriera tra successi e nuovi brani.

Cosa racconta il nuovo singolo?
"Affrontiamoci" è uno stimolo al confronto tra noi stessi e le nostre vite. È un invito a guardarci un pò più da vicino per scoprire che lasciando andare via i propri fantasmi è più facile ripartire e che è proprio da un momento di dolore che tutto può assumere un nuovo senso.

Quali sono i 'fantasmi' che hai lasciato alle spalle? 
I fantasmi? Al momento non ricordo... (ride, ndr).

Dall'inizio del tuo percorso artistico fin ad ora, quali sono stati i cambiamenti nella tua vita e nel modo di fare musica? 
Tanti. Si cresce. Ho iniziato molto giovane, col tempo si cerca di migliorare e accrescere il proprio patrimonio artistico insieme all’età. 

Cosa pensi dell'attuale scena musicale?
Non mi piace la trap ma rispetto chi lo fa! La musica italiana è apprezzata in tutto il mondo, ce la invidiano tutti e noi che facciamo? Imitiamo quella straniera.

Un artista con cui ti piacerebbe collaborare? 
Non penso sia il momento giusto. Ho bisogno di affermarmi ancora come singolo.

Dove ti rivedremo in tv? 
Per il momento non ci sono programmi imminenti, sicuramente ritornerò in tv per la promozione del mio quarto singolo che ci terrà compagnia per tutta l’estate.

In quale programma ti ci vedresti come conduttore? 
Oddio, dovrei pensarci... forse in qualche format musicale ancora non visto e magari un giorno poter realizzare un programma tutto mio, tipo un one man show.

Cosa ci puoi anticipare del tour? Toccherai anche la Puglia? 
Sarà un vero e proprio spettacolo in cui ripercorrerò e festeggerò con il mio pubblico i miei dieci anni di carriera. Un lungo percorso umano ed artistico raccontato con i brani del mio repertorio ma non solo, duetti, gag, aneddoti. Ovviamente verrò anche in Puglia come potrei non ritornarci visto la calorosa accoglienza dello scorso anno.

Dario Ballantini: «La mia vera anima? È un misto di tutte le mie attitudini»

di NICOLA RICCHITELLI – Un nome, ma soprattutto tante anime: «La vera anima è un misto di tutte le mie attitudini… ho sempre convissuto con questi molteplici aspetti del mio essere». L’ospite di quest’oggi arriva dallo studio 14  di Cologno Monzese - Centro di produzione Mediaset – o forse sarebbe più giusto dire da Piazza Montecitorio, lì dove da tanti anni con le sue innumerevoli imitazioni ha fatto il verso ai tanti politici che hanno albergato alla Camera dei Deputati, lì dove per tanti anni ha visto il potere da una prospettiva molto particolare: «Persone che badano molto all’efficacia di ciò che dicono, intendo l’efficacia mediatica. Mi sembra che la sostanza, invece, come conoscenza della politica, sia diminuita molto».

Ospite quest’oggi del nostro spazio dedicato alle interviste l’attore, imitatore e pittore toscano, Dario Ballantini.

Dario, ti dò il benvenuto, seppur virtuale, nella nostra Puglia, e quindi nel nostro spazio dedicato alle interviste del nostro giornale. Un nome ma tante anime, imitatore, pittore, attore, insomma, qual è la vera anima di Dario Ballantini?
R:«La vera anima è un misto di tutte le mie attitudini… ho sempre convissuto con questi molteplici aspetti del mio essere».

Dario, cosa significa per te imitare?
R:«Significa mettersi nei panni dell’altro e annullarsi».

Quali gli elementi dell’arte dell’imitazione che ti attraggono?
R:«La somiglianza degli stessi personaggi con altre persone che ho conosciuto nella vita in modo che io possa crearne un carattere che conosco».

Quali sono gli aspetti che in particolar modo cerchi di portare alla luce nei personaggi che poi decidi di imitare?
R:«Mi piace mettere alla luce l’aspetto debole tenero, goffo e buffo del personaggio».

Spesso ti ci si vede dalle parti dei palazzi di potere vestendo i panni del politico del momento. Dario com’è il potere visto da dietro ad una maschera?
R:«Persone che badano molto all’efficacia di ciò che dicono, intendo l’efficacia mediatica. Mi sembra che la sostanza, invece, come conoscenza della politica, sia diminuita molto».

È mai capitato che una tua imitazione abbia dato fastidio? O per lo meno che qualcuno non abbia gradito?
R:«No, quasi nessuno. Forse ai tempi di re Vittorio Emanuele che imitai insieme ad Alvaro vitali che a sua volta imitava la moglie».

Il prossimo personaggio che hai deciso di imitare?
R:«Al momento non c’è perché sia Conte che Salvini sono molto di attualità».

Vi è uno che non sei riuscito a vestire?
R:«Ce ne sono alcuni non riusciti tanti anni fa: tentai Marta Marzotto e Riccardo Scamarcio, tentai anche la Boschi… poi ci sono altre che sono durate troppo poco, penso a Napolitano e Mattarella».

Che ricordo hai del tuo primo incontro con Antonio Ricci?
R:«Con Antonio Ricci ho un rapporto di vecchissima data, iniziato ad un concorso televisivo in cui lui era in giuria ed io ero un giovane talento - era il 1989 - da allora il rapporto si è intensificato, specialmente da quando sono finalmente approdato a Striscia nel 1994, ed è aumentato l’affetto e la voglia di far bene le cose dato anche da un perfezionismo che ci caratterizza».

Quanto ha dato un programma come “Striscia la notizia” alla tua carriera artistica?
R:«Striscia mi ha dato molto perché fa parte della mia vita da oltre 25 anni».

Come spieghi la longevità di questo programma?
R:«Striscia è una macchina perfetta, perché ogni giorno si rimette in discussione con confronti in regolari riunioni molto minuziose, fatta da lavoratori instancabili ed attenti. Poi è sempre stata un tipo di tv avanti, una tv che sa come far affezionare il proprio pubblico tenendo conto della credibilità unità ad una non “seriosità“».

Parliamo un po’ di pittura. Qual è il tuo rapporto con essa?
R:«La mia pittura viene dall’espressionismo e viene dalla mia città, Livorno, una città piena di pittori. Con i miei quadri voglio raccontare l’essere umano con tutti suoi tormenti».

Che Dario emerge dai tuoi quadri?
R:«Emerge soprattutto l’essere umano con tutti i suoi tormenti, come ho detto prima».

Chiudo con il futuro: quali progetti bollono in pentola?
R:«Progetti al momento sono soprattutto teatrali con il mio ultimo lavoro Ballantini&Petrolini ed è in preparazione una grande mostra».

SOCIAL:
https://www.facebook.com/DarioBallantini/
https://www.instagram.com/darioballantini_official/

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