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Intervista ad Ilaria Spada: «Con mio figlio cercherò di essere una madre meno ingombrante possibile»

di NICOLA RICCHITELLI – Dopo averla apprezzata nella fiction “La dama velata” ecco che la rivediamo al cinema in questi giorni nella commedia “Se Dio Vuole” – regia di Edoardo Falcone, con Alessandro Gasmann e Marco Giallini – nel ruolo di Bianca: «C’è stato un bel lavoro in realtà, costruire dei personaggi comici è un'operazione delicata, perché bisogna fare in modo che non si diventi macchietta».

Un personaggio quello di Bianca assai diverso dalla sua interprete, così come la stessa Ilaria tiene a precisare: «La sua leggerezza non è un tratto comune con il mio, nel senso che io sono molto positiva, mi definirei un carattere abbastanza estroverso e solare, però non ho quella inconsapevolezza di Bianca. Questa inconsapevolezza di Bianca non mi appartiene ed è una cosa per me positiva. Io sono decisamente all’opposto di Bianca, lei non si fa molte domande, io me ne faccio troppe».

Ma aldilà dell'Ilaria attrice non abbiamo mancato di parlare della Ilaria mamma e della madre che vorrebbe essere: «La maternità è un'esperienza che ti cambia la vita in meglio. Mio figlio è stato il regalo più grande che Dio mi abbia fatto. Per quanto riguarda lui, spero e mi auguro di essere capace di farlo sentire libero di agire come crede. Spero di essere una madre meno ingombrante possibile», e quindi dell’Ilaria figlia: «Io sono stata una figlia molto legata ai miei genitori. Per me è sempre stato bello stare con loro e mi sono sempre divertita in loro compagnia. Devo dire anche che sono stata una figlia molto presente, molto aperta e di grande complicità. Sono stata una figlia che cercava anche dei confronti sin da molto piccola e che cercava il dialogo a 360 gradi».

D: Ilaria, “Se Dio vuole” ha visto il tuo ritorno al cinema. Raccontaci un po’ questa esperienza e come ti sei preparata nell’interpretare questo ruolo?
R:«C’è stato un bel lavoro in realtà. Costruire dei personaggi comici è un'operazione delicata, perché bisogna fare in modo che non si diventi macchietta. Per cui sia io che il regista abbiamo deciso una linea, ci siamo confrontati, io ho fatto le mie proposte, lui aveva già ben in mente cosa voleva dal mio personaggio, per cui insomma in base a quelle che sono state le mie proposte abbiamo ad un certo punto trovato una linea comune».

D: In “Se Dio vuole”  sei Bianca, una ragazza una ragazza priva di idee, passioni ed interessi, quasi frivola... invece com’era Ilaria Spada adolescente?  
R:«Diciamo che Bianca più che essere una ragazza frivola è una ragazza poco consapevole, un po’ superficiale, ma frivola no, anche perché poi, in effetti, conduce una vita molto routinaria e molto quadrata. Si divide tra il marito e i giornali di make up. Non ha una attitudine intellettuale ma non può dirsi frivola, anzi… E poi lei vive questa situazione famigliare di un padre che non la fa sentire amata e accettata, il che francamente è molto lontano dal rapporto che ho io con mio padre. Quindi, ecco, tra me e Bianca non ci sono punti di contatto».

D: Vi è una qualche caratteristica del personaggio di Bianca che in qualche maniera ti appartiene?
R:«Francamente devo dire di no. Perché la sua leggerezza non è un tratto comune con il mio, nel senso che io sono molto positiva, mi definirei un carattere abbastanza estroverso e solare, però non ho quella inconsapevolezza di Bianca. Questa inconsapevolezza di Bianca non mi appartiene ed è una cosa per me positiva. Io sono decisamente all’opposto di Bianca, lei non si fa molte domande, io me ne faccio troppe».

D: Ilaria, padre italiano, madre tunisina, in questo fondersi di culture come cresce e come è stata la vita Ilaria Spada?
R:« Avere due genitori con due culture diverse è una ricchezza, chiaramente ti regala una apertura innata verso altri modi di vivere. Finchè ho vissuto con i miei genitori, passavo tre mesi dell’anno in Tunisia, ed era bello venire a contatto con questo mondo completamente diverso e allo stesso tempo molto affascinante. A me personalmente la diversità stimola e mi incuriosisce. Per altri invece la diversità impaurisce. Devo dire che mi sento appartenente a quella cultura. È stato un grande dono quello di aver vissuto tra due persone che avevano culture diverse».

D: Quindi possiamo dire che quanto sta accadendo in quel territorio, “Primavera araba” compresa non ti ha lasciato completamente differente?
R:« Basti pensare che i miei genitori ora vivono in Tunisia, a Tunisi, quindi la cosa ci tocca e ci preoccupa molto. Purtroppo quando ci sono stati gli ultimi attentati, sia io che la mia famiglia abbiamo vissuto momenti di grande paura. Vedere questa terra violentata in questo modo è un gran dolore, perché la Tunisia è una terra che per anni sfruttando la sua posizione neutrale le ha permesso di crescere dal punto di vista economico. La Tunisia fondamentalmente vive di turismo e di poche altre cose. Se la gente impaurita smette di scegliere la Tunisia per le sue vacanze avrà un importante problema economico oltre che politico. Purtroppo molti tunisini subiscono questa situazione, perché chiaramente non sono loro a insorgere in questo caso. Il terrorismo non è un problema solo tunisino, è un problema mondiale, globale che ha coinvolto anche loro».

D: Ilaria, nel 2002 partecipasti al programma “Veline”. Fossi diventa una velina come sarebbe stata la tua vita?
R:«Beh, stiamo parlando di quasi tredici anni fa. Ti dirò io penso che le cose succedono sempre per una ragione. Di solito quello che voglio lo ottengo, evidentemente era una cosa a cui non ero particolarmente votata. Non era il mio karma…».

D: Inoltre hai studiato per tanti anni danza classica. Quella di diventare ballerina era per caso una delle tue velleità?
R:«Più che velleità, quando studi danza classica per quattordici anni, lo fai con una grande serietà e con una grande professionalità. Entrai in questo mondo che ero molto giovane, il mio sogno era quello di entrare in accademia, in realtà poi quando si presentò l’occasione mi sono tirata indietro perché era un tipo di vita che in qualche maniera ti imponeva una chiusura con il mondo. Bisognava andare a Milano, mentre i miei genitori erano lontano. Non ho accettato quindi per tutta una serie di ragioni, ma come dico sempre se uno una cosa non la fa, vuol dire che non era quello che voleva davvero».

D: Vi è stato un momento critico nel corso del tuo percorso artistico? Come ne sei venuta fuori?
R:« In mestieri come i nostri, e quindi tutte quelle attività quali la libera professione, sia in campo artistico che non, ecco può succedere di avere questa sensazione. Ci sono anche dei cambiamenti di noi stessi che dobbiamo accettare e avere il coraggio di fare anche degli azzardi. Lasciare quindi dei lavori certi, dei lavori comodi se abbiamo la sensazione che quella cosa non ci rispecchia più. Quindi ci vuole anche un po’ di coraggio e un po’ di coscienza nel prendere delle decisioni».

D: Ilaria, come è cambiata la tua vita dopo essere diventata mamma?
R:«La maternità è un'esperienza che ti cambia la vita in meglio. Sono molto felice e soddisfatta della mia vita attuale. Come mamma cerco di ispirarmi a mia madre, cerco di essere una mamma presente, quindi diventa impegnativo se uno vuole essere madre, compagna e lavoratrice. Però è sicuramente straordinaria. È l’esperienza che ha dato un senso alla mia vita. Mio figlio è stato il regalo più grande che Dio mi abbia fatto».

D:Come riesci a conciliare maternità e lavoro?
R:«Ci vuole sicuramente un grande spirito organizzativo che di base non ho mai avuto fino a questo momento, ma con il tempo come tutte le cose ho dovuto imparare ad averlo. Il fatto di dover sviluppare il mio senso organizzativo è stato anche quella una grande occasione, visto che prima ero davvero un disastro in tal senso. Adesso sono migliorata molto, ecco questo è un altro aspetto positivo della maternità».

D: Tu Ilaria che figlia sei stata e come vorresti fosse tuo figlio?
R:«Io sono stata una figlia molto legata ai miei genitori. Per me è sempre stato bello stare con loro e mi sono sempre divertita in loro compagnia, uscire con i loro amici, ecco a volte mi divertivo più uscire con i loro amici che con i miei. Devo dire anche che sono stata una figlia molto presente, molto aperta e di grande complicità. Sono stata una figlia che cercava anche dei confronti sin da molto piccola e che cercava il dialogo a 360 gradi. Per quanto riguarda mio figlio spero e mi auguro di essere capace di farlo sentire libero di agire come crede. Mi auguro di essere una madre meno ingombrante possibile».

D: Il sogno fin qui realizzato e quello che credi non si possa mai realizzare?
R:« Sono soddisfatta di quanto fatto fino ad ora, poi ci sono tante cose che vorrei fare e farò in modo che le cose si realizzano. Poi chiaro, non deve mai mancare l’impegno, la dedizione. Io credo che nella vita nulla sia impossibile, quindi tutto dipende da noi, da quanto desideriamo una cosa e da quanto ci impegniamo affinché questa cosa si realizzi».

D: Nel corso degli anni ti abbiamo visto indossare molte vesti: quale quella che meglio ti sta addosso?
R:«Devo dire che mi divertono un sacco di cose, ho un carattere abbastanza versatile, anche se da oramai dieci anni mi dedico alla professione di attrice, il resto è un ricordo molto divertente. Per il momento continuerei a fare questo».

D: Qual è il tuo rapporto con la religione?
R:«Sono credente, praticante abbastanza, credo che l’essere umano debba sempre coltivare la propria componente spirituale di sè, che è una componente molto importante e molto grande che va nutrita. Per quanto mi riguarda, quando non do spazio alla mia spiritualità perdo il centro. Spiritualità che non significa solo andare in chiesa, ma semplicemente la si può vivere anche standosene seduti su di un prato a sentire i rumori e i suoni della natura. Ecco per me la spiritualità è anche questo; non per forza uno deve pregare, l’importante è stare con se stessi e in contatto con la natura e con il mondo».

D: Riesci ad immaginarti tra qualche anno?
R:« Guarda, se c’è una cosa che ho capito è che questa cosa del futuro è illusoria. È illusoria perché non disponiamo al cento per cento della nostra vita, visto che parte è decisa da noi e parte è decisa dal cosmo, da Dio, poi ognuno lo chiama come vuole. Quindi da un po’ di tempo evito di proiettarmi sia nel futuro che guardarmi indietro nel passato, ho imparato a guardare solo il presente».

Jo Penta: dopo 'The Voice' pubblica il singolo d'esordio 'Notte d'agosto'

BARI - Il cantante pugliese Jo Penta, dopo l'esperienza nel talent di Rai 2 The Voice dove arrivò tra i semifinalisti, pubblica il singolo d'esordio 'Notte d'agosto'. Il brano, prodotto dall'etichetta Alba Agency di Danilo Granata e Tempoxso, scritto da Giuseppe Citarelli e Andrea Sandri, racconta di amori, amicizie, coraggio e speranza. Sin da piccolo Jo Penta si appassiona di musica, ascoltando qualsiasi genere musicale, in particolare il soul e il pop. Paolo Nutini è tra i suoi artisti preferiti. L'abbiamo incontrato per farci raccontare il suo percorso artistico e i progetti per il futuro. 

Come nasce il nuovo singolo? 
'Notte d'agosto' nasce da un'unione di un gruppo di otto amici con vite diverse ma molto legati tra loro, amici che si vogliono bene e sognano un qualcosa di grande insieme, in una notte d'agosto.

Hai partecipato al talent The Voice arrivando tra i semifinalisti. Cosa ti ha lasciato quest'esperienza?
E' stata un'esperienza indubbiamente unica ed emozionante. Ho avuto l'onore di cantare dinanzi ad artisti celebri del panorama musicale italiano. Una parentesi importante e costruttiva per il mio percorso all'interno della musica. 

Quando ti sei avvicinato alla musica?
Avevo 15 anni, ascoltavo qualsiasi genere musicale. A lavoro, a casa, la mia passione era la musica. Adesso mi sono avvicinato anche ad altri generi musicali e soprattutto mi piace molto la musica di Paolo Nutini. Si avvicina molto al mio mondo e al mio stile. Mi piacerebbe collaborare con lui.

Adesso cosa ti aspetti? 
Il futuro è sempre un punto interrogativo. Mi auguro di pubblicare un disco e collezionare molti live.  

ESCLUSIVO/ “Auschwitz? C’ero anch’io...”:parla Luciano Sorba, l’ultimo sopravvissuto

DI FRANCESCO GRECO -  “Auschwitz? C’ero anche io, e sono riuscito a tornare a casa dopo due anni d’inferno...”. Parla il “deportato” Luciano Sorba, classe 1925, nato in Sardegna (Suni, Oristano, all’epoca provincia di Nuoro), oggi vive in Puglia (S. Maria di Leuca).

Scappò dal campo di concentramento nazista, si fece oltre duemila km, teneva un diario dove diligentemente annotava tutto, e oggi sarebbe stato una testimonianza live degli orrori della seconda guerra mondiale, la deportazione, quel che accadeva nei campi di sterminio, l’Olocausto: un altro “Se questo è un uomo” (Primo Levi), o “Diario di Anna Frank”.

Andò perduto. Però la memoria è sempre viva, anche se vorrebbe rimuovere ciò che ha visto e vissuto, poichè ricordare è faticoso e doloroso. Nel dopoguerra, Leuca (al pari delle marine di Nardò, Tricase Porto, ecc.) ospitò nel campo-profughi n. 35 “multietnico, multinazionale, multireligioso” una folta comunità ebraica (sino a 4mila persone) che, protetta da un progetto delle Nazioni Unite (l’Agenzia UNRRA), tornò in Israele (o negli USA) dopo aver vissuto mesi tranquilli in empatia con la comunità locale di pescatori (ci fu anche un matrimonio fra un ebreo e una leucana). Da Leuca passò anche David Ben Gurion, uno dei “padri” dello Stato di Israele nato nel 1948 con una deliberazione ONU.

Ringraziamo la Pro-Loco di Leuca (presidente Vincenzo Corina) che da anni porta avanti un lavoro di ricognizione e recupero della memoria personale e collettiva, che rende di dominio pubblico nelle giornate della memoria a gennaio, e che ci fa da tramite con Luciano.

Autunno 1943, circa 800.000 soldati italiani furono catturati e disarmati dai tedeschi. Erano i militari che rifiutarono di aderire alla Repubblica di Salò e che volevano rimanere nell’esercito italiano di Badoglio. Furono rastrellati dalle truppe di Hitler un po’ ovunque dove mantenevano ancora i propri presidi non ancora invasi dall’onda degli alleati con a capo gli Americani: oltre che in Italia, in Jugoslavia, Francia, Albania e Grecia, in Polonia, nel Nordeuropa e nell’URSS.

Di questi, circa 650.000 finirono, dopo interminabili viaggi in nave (non poche affondarono) e nei famigerati vagoni piombati, nei campi di prigionia in Germania, Austria, Europa orientale, presidiate dai tedeschi.

Per il regime nazista i nostri soldati non erano considerati prigionieri di guerra, ma classificati come IMI (“internati militari italiani”), privati delle tutele garantite ai prigionieri dalla Convenzione di Ginevra, sottraendoli alla protezione della Croce Rossa Internazionale e obbligati a lavorare.

È il lavoro per il Terzo Reich l'obiettivo principale della politica tedesca nei confronti degli italiani, un lavoro svolto in condizioni disumane, in spregio delle norme di guerra e umanitarie. La Gestapo blandisce i prigionieri, specie gli ufficiali, sollecitandoli ad aderire alla Repubblica di Salò o addirittura a passare con i nazisti, ma essi rifiutarono subendo torture, sevizie, in qualche caso la morte.

La Repubblica Sociale interviene per trasformare in “lavoratori civili” i prigionieri, ma le loro condizioni non migliorano. “Sfruttati, malati, sottoposti a torture fisiche e psicologiche, non di rado oggetto di veri e propri crimini di guerra, gli italiani dei lager pagano spesso con la vita la loro resistenza. Le vittime dei lager saranno, alla fine della guerra, tra le 40 e le 50.000”, (G. Rochat, Le guerra italiane 1935-1943. Dall'impero d'Etiopia alla disfatta, Torino, Einaudi, 2005; C. Sommaruga, No! Anatomia di una resistenza nei lager militari (1943-1945), Roma, ANRP, 2001).

Luciano Sorba fu internato in diversi lager (oltre Aushwitz, Birkenau, Bunzlau, ecc.), ebbe un contatto marginale con gli ebrei di Auschwitz solo nei momenti di attività nei lavori coatti. “Oltre alla vicenda personale del prigioniero – spiega il prof. Antonio Romano, coordinatore dell’intervista che sarà edita in un libro, la parte video è stata curata da Francesco Giaquinto, decisivo il contributo di Piero, il figlio del sopravvissuto – dai frammenti di memoria possiamo avere anche una conoscenza del fenomeno Imi in tutti i suoi efferati, durissimi aspetti. E di riflesso capire meglio la situazione degli Ebrei nei campi di sterminio”.

“Si moriva di fame, eravamo tutti pelle e ossa… anche le pecore morivano di fame perché noi mangiavamo le radici delle erbe di cui loro si nutrivano…”. “Ciò che ci faceva andare avanti era il nostro stare insieme, lo stare uniti… Le cose che ho visto durante il mio internato urtano il sangue, non si può credere, non si può raccontare…”, afferma Filippo Mezzogori di Comacchio (Ferrara).

Rammenta Luciano: “Ad Auschwitz non sono stato nel campo dove erano gli ebrei, ma andavo a lavoro con gli ebrei. Andavamo allo stesso lavoro, poi loro dormivano nel loro campo di Auschwitz, noi nel nostro fuori da Auschwitz”.

Cosa ricorda di quel settembre 1943?
''In caserma gli ufficiali dissero di prepararci che saremmo stati traferiti al Sud. Ma mentre ci incamminavamo per raggiungere la stazione di Piazzale Roma, i civili ci dissero: “Ci sono i tedeschi che vi aspettano”. Ma noi non credevamo; insieme a noi c’erano anche gli ufficiali. Quando siamo arrivati sul piazzale, il contrammiraglio Pannucci ci dice di obbedire agli ordini, di non fare resistenza; ci sono i tedeschi, obbedite. I tedeschi avevano fretta di portarci al campo di concentramento di Mestre, perché in Italia c’erano i partigiani''.

La proposta di collaborazione da parte dei tedeschi ebbe un largo rifiuto, e allora avvenne il reclutamento dei soldati per il lavoro coatto...
''I soldati che non aderivano venivano presi e mandati di forza al lavoro. Passavano in rassegna i nostri soldati già disposti a gruppi. Li guardavano dal capo ai piedi, li scrutavano con occhio intenditore, come fanno i mercanti alla fiera del bestiame...''.

Poi cosa accadde? ''I tedeschi ci hanno presi e portati via. Ma la tragedia più grossa l’abbiamo avuta sul ponte di Mestre. Avevamo due zaini con i vestiari. Abbiamo dovuto mollare tutto, perché ci facevano andare di corsa. Gli zaini erano ammucchiati per terra e alcuni, per sfuggire al controllo tedesco, hanno cercato di nascondersi sotto gli zaini e allora due carri armati tedeschi affiancati sono passati sugli zaini. Vi lascio immaginare quale tragedia. Nel campo di Mestre siamo stati un paio di giorni''.

E poi destinazione Aushwitz? ''Chiusi dentro vagoni bestiame come animali, insaccati come le alici sottosale. Ci hanno dato qualcosa da mangiare, non vi dico cosa, fatto sta che tutti abbiamo avuto grossi problemi di stomaco e di... bagno. Ma il bagno non c’era nel vagone bestiame. Per un lungo tratto siamo stati nella m..., fino a quando con un grosso chiodo e una pietra abbiamo potuto praticare un buco per poter soddisfare i bisogni.

Dal campo di Mestre siamo partiti su un carro bestiame verso la Germania. A un certo punto però avremmo incontrato la divisione Julia rientrata dalla Russia a riposo in Italia, la quale bloccava i treni che passavano con i prigionieri dal Brennero. Allora siamo tornati indietro ed entrati dal Tarvisio. Prima tappa in Austria. Chiusi dentro vagoni bestiame come animali. Per poter sopravvivere abbiamo dovuto buttare via tutti le coperte sporche e inzuppate fino a quando non siamo arrivati ad Auschwitz''.

E lì cos’ha visto? Ci hanno portati in un campo vicino ad Auschwitz, Birkenau (Brzezinka). Ho visto tanti bambini oltre la recinzione, nel campo di Auschwitz. Erano di tutte le età, dagli otto ai tredici anni. Noi eravamo molto distanti; abbiamo visto poco e poi era proibito fare domande, era vietato parlare. Poco prima di arrivare, i nostri ufficiali ci avevano consigliato di non arruolarci, perché ci avrebbero mandati a morire sul fronte russo. Arrivati alla piazza grande, c’era uno che parlava italiano''.

Lavori pesanti? ''Ci hanno trasferiti in un campo di lavoro, non di concentramento, nei pressi di Birkenau, tutti i prigionieri militari italiani e russi venivano portati lì, separati dagli ebrei di Auschwitz. Lì ho lavorato per quattro mesi. Noi, tutti militari destinati al lavoro, eravamo separati da tutti gli altri anche dai militari russi. Ricordo i nomi di alcuni sottufficiali che stavano con noi; maresciallo Porcu, addetto alla cucina; maresciallo Martinelli, spione dei tedeschi; maresciallo Di Gennaro napoletano e un sergente maggiore degli alpini, antitedesco al 1000 X 1000. Ci davano una razione di pane misera che sembrava segatura; un chilo al giorno da dividere per dieci. Una gavetta di brodo con una zolletta di margarina, quanto un’unghia. Ci portavano con i camion nel bosco dove si costruiva una polveriera. Insieme a noi c’erano anche ebrei. Io lavoravo nella costruzione della ferrovia. Un giorno, una volta salito sul camion, ho visto che c’era un ebreo malato che, nonostante fosse grave, era stato portato a lavorare. Durante il viaggio le condizioni si sono aggravate ed è morto; allora i tedeschi l’hanno buttato giù dal camion e hanno cominciato a giocare con il cadavere. I tedeschi erano tremendi''.


Un aneddoto in quel campo? ''In quel periodo fui un po’ graziato e in un’altra circostanza ho rischiato di perdere una gamba. Un giorno il maresciallo Porcu mi disse: Sorba, se vai col camion stasera a prendere la merce per la cucina sicuramente ti buscherai qualcosa. Cercati un amico. Io mi cercai uno che era senza razione a digiuno completo da una settimana per colpa del capo Martinelli. Il fatto: al capo Di Gennaro avevano rubato dallo zaino una razione di pane. Il capo Martinelli aveva riferito ai tedeschi il furto del pane. Allora ci hanno tenuti all’addiaccio a 20 gradi sotto zero per diverse ore, senza cappotto, scalzi, nella speranza che venisse fuori il colpevole. Si fece avanti uno che non c’entrava nulla. “Facciamola finita” disse e così prese un mattone per autopunirsi e uccidersi. Ma siamo riusciti a immobilizzarlo. Erano 20° sotto zero; dovevi pulirti continuamente il naso, perché tutto diventava ghiaccio, anche il respiro.

Quindi, andando a caricare questo camion di viveri dal contadino, indossavo ancora la tuta estiva della marina che per il freddo si era cristallizzata, come una lamiera. Fregando alle ginocchia si era formato un grosso foruncolo. Questo foruncolo non lo facevo mai guarire e mi permetteva di non andare a lavorare. Il dottore, che non era tanto pro Hitler, mi aveva messo un cartellino: in branda fino a guarigione. Allora io non lo facevo guarire mai, levavo il medicamento, lo maltrattavo un po’ per non farlo guarire e il medico mi rifaceva la medicazione. Sono andato da lì all’altro lavoro col ginocchio indenne, ma avevo paura della cancrena. Il maresciallo Porcu, furbacchione, prendeva due dei prigionieri per portare le patate dal mucchio in cucina.

Fui destinato alla costruzione della linea ferroviaria che portava i vagoni dentro il bosco. Quando questi passavano davanti alla rete, cercavano lo zoppo che ero io, e lanciavano patate senza farsi scoprire dalle guardie. Una grazia dal cielo. Avevamo patate in abbondanza. Da lì, terminato il lavoro, ci hanno impacchettati e spediti in un campo d’aviazione di guerra''.

Aslau: e lì che accadde? Ad Aslau nei pressi di Martin Wealdau sono stato quattro mesi. C’era un campo vicino a una pista di atterraggio. Con le baracche stavamo ai margini della pista. Gli aerei rischiavano di arrivarci addosso. Montavamo gli alianti che dovevano trasportare i paracadutisti. Io ero addetto al controllo e collaudo dei comandi dell’aletta e del timone degli alianti. Eravamo in quaranta e formavamo una squadra di meccanici. Eravamo solo italiani; i russi non c’erano. Io con un altro scaricavamo il materiale dal carrello. Ho visto una casa con un grande mucchio vicino. Allora ho pensato: lì ci sono patate. Ho disertato per un po’ col rischio che mi beccassero. Ma non c’era niente. Allora sono tornato indietro e ho incontrato due stranieri, forse croati.

Un giorno il colonnello ha ammonito i soldati di guardia perché avevano fatto lavorare un soldato molto malato, era un marinaio come me; l’hanno messo a spalare e poi è morto. Allora il colonnello ha ordinato che la baracca dei prigionieri fosse costruita e spostata fuori dal campo. Poi ho incontrato i due croati che lavoravano con i contadini. Questi dissero che nel paesino vicino al campo vi era una famiglia di italiani e che ne avrebbero parlato. Fatto sta che questa famiglia ci mandava un sacchetto di patate cotte, lessate. Io, siccome un giorno ero impegnato a lavorare nel campo d’aviazione, mandai Martinelli a prendere le patate. Martinelli poi scrisse una lettera di ringraziamento chiedendo in più un pacchetto speciale per lui. Quella famiglia non ci mandò più nulla. Il contadino che stava nel campo d’aviazione aveva lasciato lì dei maiali ai quali dava da mangiare i rifiuti della mensa. Allora io cercai di racimolare qualcosa da mangiare nella pila dove mangiavano i maiali alla ricerca di qualche pezzetto di patata o qualche osso da spolpare. Poi, non trovando più nulla da racimolare, sono andato in deperimento organico e mi sono ammalato. Il maggiore, accortosi della presenza nel campo di un malato, è andato su tutte le furie dicendo che i malati vanno portati al campo centrale, dove possono essere assistiti da ufficiali italiani prigionieri. Mi sono rifiutato e insieme a sette altri siamo andati in un altro campo. Sempre ad Aslau, Martin Wealdau, un ragazzo, si è sentito male e ha vomitato. Ma la fame era tale che un altro passando ha raccolto e ingoiato. Queste scene lasciano il segno e fanno capire quanta fame e malnutrizione ci fosse in quei posti''.

Altro lager: Gross-Rosen... Dopo il deperimento organico sono andato al campo centrale (probabilmente Gross Rosen), il cui comandante era un sottufficiale degli alpini. C’erano inglesi, americani, olandesi, francesi tutti insieme, mentre in un altro reticolato c’erano italiani separati dai russi e serbi. Io andavo a prendere il rancio nella cucina degli americani i quali ci davano qualcosa, poi scappavo nella mia baracca. Così ho potuto salvare un mio compagno Salvatore Sanna dandogli la mia porzione. Dovevo rientrare passando sotto il reticolato e allora mi son detto: “E’ finita!”. La guardia dall’alto della torretta mi avrebbe scoperto e quindi sparato. Mi è andata bene, mi hanno scoperto e spedito a Gross Hartmannsdorf”.

Qui è stato meglio, se così si può dire? Era al confine con la Germania, c’era una fabbrica di cemento. Lì non mi potevo lamentare, in quanto lavoravo nei campi con i contadini che fornivano il legname che trasportavamo con i trenini. C’erano campi di piselli, patate. Intanto per i tedeschi si avvicinava il ’45 e non c’erano uomini che potessero curare i campi. Allora noi soltanto la domenica andavamo a raccogliere le patate e così siamo riusciti a fare una buona scorta. Siamo alla fine di gennaio del ’45 e arrivavano le prime cannonate dei russi. Ci hanno messi in marcia verso Lipsia, poi Dresda, Berlino, Norimberga, dove mi sono arreso. Eravamo in tre. Ho fatto il contadino e mi hanno mandato a Obendorf''.

Ormai la guerra volgeva al termine... Io e il sig. Rossi siamo stati presso la famiglia Bauer per lavorare nei campi. La famiglia Bauer aveva 3 figli: Rosmary, Linda e Nani che aveva un figlio Heinzeli. Il nonno di Heinzeli reggeva un gasthof (locanda). E il 26 aprile del ’45 arrivano gli americani. Poi siamo rientrati in due, io e il sig. Rossi, perché il terzo compagno si era ammalato. A piedi fino fino a Monaco e poi a Innsbruk. Nel passaggio del Brennero ci hanno spidocchiati. A Verona il primo raduno. Da lì dovevamo dirigerci verso i rispettivi comandi. La marina doveva andare a Napoli passando per Bologna, poi Cagliari e poi a casa''.

Gino Pastore (intervista):«Vi racconto la mia festa di San Cataldo tra aneddoti e ricordi»

DI NICOLA RICCHITELLI - Quest’oggi accogliamo la preziosa testimonianza del cantautore barlettano Gino Pastore, e del suo personale ricordo della festa di San Cataldo, che tornerà a svolgersi proprio sabato 31 agosto dopo un assenza di circa vent’anni.

Era la festa della marineria la festa dell’orgoglio marinaro anche se: «Purtroppo oggi la marineria vera di Barletta sta pian piano scomparendo…oggi ci sono solo bar, B&B e ristoranti; un tempo la marineria era ricca di attività che vivevano sulla pesca, oggi il tutto è ridotto a poche unità quindi potrebbe essere difficile per i marinari provvedere alla festa. Io auspicherei la costituzione di un comitato ad hoc proprio per questa festa».

Ma aldilà di tutto, “Divi Cataldi in honorem Barulensium nautarum soliditatis…” e rendiamo onore al Protettore della nostra gente di mare, facciamolo tutti e nel frattempo ricordiamo con le parole del grande Gino Pastore i fasti della festa che fu…

Gino, come hai accolto la notizia del ritorno della festa di San Cataldo dopo circa vent’anni? 
R:«Sicuramente c’è grande soddisfazione, erano quasi vent’anni che questa festa non si svolgeva più e rivedere alla luce una delle nostre più grandi tradizione di questa città non può far che piacere».

Come era vissuta ai tuoi tempi questa festa dal quartiere di Santa Maria? 
R:«E’ inutile dire che negli anni 50/60 quella di San Cataldo era la festa del quartiere di Santa Maria, una festa che si iniziava a preparare molte settimane prima, i pescatori lasciavano sempre delle piccole offerte e in questo modo contribuivano alla festa, ricordo che si faceva anche una questua. Il quartiere di Santa Maria si illuminava a feste con lampadine, poi vi era la gara tra i pescatori per portare San Cataldo sulla propria barca, infatti vi era una legenda che diceva che chi portava San Cataldo sulla barca il giorno della festa, poi il giorno dopo pescava lo storione – un pesce prelibato, un pesce che raramente si pescava - cosa che poi succedeva, è capitato parecchie volte di pescatori che hanno raccontato questa cosa qui». 

Come avveniva la scelta del peschereccio a cui sarebbe poi toccato l’onore di portare la statua di San Cataldo in processione? 
R:«La scelta del peschereccio che doveva portare San Cataldo avveniva per sorteggio proprio nella chiesta di San Cataldo, al peschereccio sorteggiato toccava di portare in processione la statua di San Cataldo e il quadro della Stella Maris. Anche a mio padre pescatore, proprietario ai tempi di un peschereccio è capitato questo privilegio di portare la statua di San Cataldo in processione in mare, quindi posso dire di aver vissuto in prima persona questo momento così emozionante».

Qual era il momento più emozionante di questa festa? 
R:«Sicuramente vedere le tante persone che si riversavano sulla banchina del porto nel momento che il peschereccio lasciava la banchina. Non se questa volta sarà possibile, ma ai tempi era una cosa molto bella».

Ph. theonivas
E diciamolo, questa festa è anche un modo per ricordare i tanti marinai devoti che tanto hanno amato questa festa e che ora non ci sono più… 
R:«Certamente… la festa di San Cataldo era la festa dei marinai e della marineria di Barletta, infatti appeso al Suo Pastorale ci sono due pesci, “un luzzo e una triglia”. Purtroppo oggi la marineria vera di Barletta sta pian piano scomparendo, basta vedere oggi i pescherecci attraccati al molo, un tempo le imbarcazioni si perdevano a vista d’occhio tra pescherecci e barchette, un tempo la marineria era ricca di attività che vivevano sulla pesca, oggi il tutto è ridotto a poche unità quindi potrebbe essere difficile per i marinari provvedere alla festa. Io auspicherei la costituzione di un comitato ad hoc proprio per questa festa». 

Gino come popolo cosa possiamo fare affinché quello di quest’anno non rimanga un momento da ricordare poi tra vent’anni? 
R:«Per preservare questa tradizione iniziamo a non far mancare la nostra presenza sabato in piazza Marina, quindi il mio invito a tutto il popolo barlettano è quello di esserci. Poi speriamo che tutto vada per il meglio, però posso dirti che sto vedendo molto entusiasmo e gioia per il ritorno di San Cataldo tra le vie del quartiere Santa Maria».

Gino chiudiamo con un po’ di ringraziamenti, doverosi e sentiti li facciamo al nostro Arcivescovo, mons.Leonardo D’Ascenzo, al rettore della chiesa di San Cataldo, don Francesco Fruscio, ma possiamo dire anche che un grazie va al sindaco, dott.Mino Cannito, per aver mantenuto la parola data in sede di campagna elettorale? 
R:«Certamente, lui è stato l’artefice e a lui vai il grande merito del ritorno di questo momento così importante della tradizione marinara, sin da subito il dott. Cannito si rese disponibile affinché questa festa tornava a svolgersi».

Raffaele Di Pietro di Barlett e Avest: «Non pensavo di rivedere più San Cataldo tra le vie del quartiere Santa Maria»

di NICOLA RICCHITELLI – A rischio di qualche critica, ma concedetemi l’azzardo di dire che dopo il “Jova Beach Party” del 20 luglio quella del prossimo 31 agosto sarà il secondo capolavoro di questa amministrazione targata Mino Cannito, anche se fondamentale è stato il SI del rettore della Chiesa di San Cataldo, don Francesco Fruscio: «Dopo 20 anni dall'ultima festa, torna ad essere festeggiato il Santo del nostro quartiere marinaio!..."» in comunione con la Chiesa Diocesana e gli organizzatori di questo evento.     

Chi non è di Barletta non potrà mai capire -  ma forse non lo capirà neanche chi non è nato e cresciuto tra i vicoli che da via Ettore Fieramosca scendono via San Giorgio e risalgono da via Duomo – cosa rappresenta il vedersi passare quella statua tra le viuzze di quel quartiere.   

A non volerla più è stata la Chiesa, o forse no, leggi e questioni di sicurezza che vengono dal mare, qualche amministrazione precedente che non aveva tempo da perdere, qualcuno azzarda di qualche sedere scoperto di troppo nel concerto post festa del 1999 ad irritare le sacre stanze della Curia tranese, qualche ben informato affermò di certe risse in una qualche imprecisata sagrestia per questioni che non si ebbero a capire, se inerenti a offerte o all'organizzazione della cosa.   

E allora “Divi Cataldi in honorem Barulensium nautarum soliditatis PIIS expensis A.D. MDCCCLVI” ma sabato si renda onore anche a tutti coloro che negli anni passati hanno amato questa festa facendone il vanto della marineria barlettana, dall’amato don Gino Spadaro a quel vecchio marinaio di nome Nicola D’Ambra che la fece rivivere a tutti i costi nel 1998, a e a tutti i marinai che negli precedenti ne hanno onorato la sua memoria e che oggi non ci sono più, molti sono presenti nella foto di icona, Iole Napoletano ma anche Francesco Calabrese, quel vecchio marinaio di nome Colein che aspettava il passaggio del Santo dinanzi alla sua abitazione del civico 75 di via Cavour, senza dimenticare chi ancora oggi ha mantenuto vivo il ricordo di questi momenti, c’è chi lo ha fatto con articoli di giornale e chi, come il cantastorie Gino Pastore, non ha mai mancato di sollecitare a rivivere di questi momenti.    

Nel frattempo accogliamo quest’oggi su Il Giornale di Puglia chi che nel quartiere Santa Maria vi è nato, chi la festa di San Cataldo, nonostante i vent’anni passati la ricorda molto bene, è stato già ospite in altre occasioni per la nostra testata: lui è Raffaele Di Pietro – detto Lello il Rosso – dell’associazione “Barlett e Avest” per parlare appunto di questa festa storica.   

Lello che valore ha per il quartiere di Santa Maria questa festa?
R:«Per il popolo del quartiere di Santa Maria – anche se oggi in molti si sono trasferiti nei quartieri nuovi della città, i veri “mrnarid” oggi sono rimasti davvero in pochi, il quartiere di Santa Maria oggi è abitato da turisti, da chi possiede attività commerciali, paninoteche e pizzerie – questa festa ha un grande valore, in molti hanno lamentato durante questi anni i mancati festeggiamenti di questa bellissima festa». 

E per la città di Barletta?
R:«Aldilà del quartiere di Santa Maria, questa festa ha un grande valore per tutta la città di Barletta, una festa particolare che ha il suo culmine nel mare di Barletta, e quindi il porto lì dove San Cataldo viene imbarcato su di un peschereccio e portato processionalmente per il mare della nostra città». 

Che rapporto c'è tra San Cataldo e il quartiere di Santa Maria? 
R:«Tra San Cataldo e il quartiere di Santa Maria c’è un rapporto molto forte dal sapore antico. Ho visto molti pescatori schierarsi in prima fila nel dare il proprio apporto, affinché ne venga fuori una bella festa, e lo spero anch’io, mi auguro che questa sia l’occasione giusta per far conoscere questa bellissima festa a tutto il popolo barlettano e non, che non ha avuto modo di conoscerla e viverla negli anni passati». 

Ti aspettavi dopo tanti anni rivedere San Cataldo nel mare di Barletta e tra le vie del quartiere di Santa Maria?
R:«Sinceramente no, non pensavo di rivedere più San Cataldo tra le vie del nostro amatissimo quartiere di Santa Maria…». 

Quale il tuo personale ricordo di questa festa tanto sentita negli anni passati?
R:«I miei personali ricordi di questa festa risalgono a quando ero bambino, i pescherecci che seguivano il Santo nel mare di Barletta, il dover conoscere qualche pescatore per poter salire sul peschereccio e vivere la processione in mare. Purtroppo per via delle nuove leggi non credo che rivedremo e rivivremo qui momenti, io penso che la soluzione migliore sia far partire il solo peschereccio con la statua del Santo a bordo senza il seguito dei vari pescherecci che ne accompagnano la processione in mare».

Un tuo invito a riempire sabato Piazza Marina prima e la banchina del porto poi...
R:«Il mio invito personale è quello – sabato 31 agosto – di riempire piazza Marina, e quindi il porto, cerchiamo tutti insieme di ridare lustro a questa festa che negli anni passati è stata orgoglio della marineria e dei barlettani tutti».  

Un altro invito come Barlett e Avest lo facciamo alle istituzioni civili e religiose affinché questa festa non torni più nel dimenticatoio?
R:«Noi come Barlett e Avest abbiamo cercato di risvegliare la “barlettanità” in ognuno di noi, questi momenti in maniera particolare contribuiscono a fare ciò, questi sono i momenti che tirano fuori il nostro essere barlettano, detto ciò mi piacerebbe vedere una festa dove la gente si diverta, vedere tante bancarelle, magari con prodotti tipici del nostro territorio, e perché no un bell’artista che sappia farci cantare e divertire… che non siano i Righeira però! Detto questo chiudo dicendo “Catald, sop a c’hid mit l’alt, e tutt quent a fest d San Catald…Barlett e Avest». 

Cosimo Russo poeta, tesi di laurea di Michela Biasco

di FRANCESCO GRECO - LECCE. Vola alto: cita Gerhard Rohlfs, Marguerite Yourcenar, Vincenzo Ciardo, Paul Ricoeur. Poi Bodini, Girolamo Comi e Quinto Orazio Flacco. E’ la tesi che Michela Biasco (nella foto) da Alessano (Lecce) ha discusso all’Università del Salento, relatore il prof. Carlo Alberto Augieri.
  
Messa così, il lettore si chiederà: dov’è la notizia? Ogni giorno, da secoli, in tutti gli atenei del mondo si discutono tesi su autori di ieri e d’oggi.
   
La news è nel soggetto della tesi in critica letteraria ed ermeneutica del testo: Cosimo “Mimmo” Russo, nato a Gagliano del Capo nel 1972 e prematuramente scomparso tre anni fa, autore di una sola raccolta di versi, “Per poco tempo” (Manni, Lecce, 2017). 
  
Per meglio dire, era, all’epoca dell’indagine della neo-laureata: da poche settimane, infatti, sempre per lo stesso editore salentino, è nelle librerie “Ancora una volta”, opera seconda, nata dalla ricognizione di Luigina Paradiso Russo, madre del poeta, nella mole di materiale inedito che ha lasciato (presentazione il 27 agosto a Lucugnano, Palazzo Comi, letture dell’attrice Francesca Stajano Sasson).
  
Michela ha “incontrato” Russo e se n’è appassionata il giorno della presentazione del primo libro proprio all’ateneo salentino (sala “Chirico” presso gli Olivetani), curata dal fratello Antonio, docente all’Unisalento.
  
Essendo nata nella stessa terra, ha sentito un potente flusso di energia in comune, ha riconosciuto nei versi di Cosimo i suoi stessi luoghi, il pathos, i topoi culturali.
  
“Da tempo - premette Michela (figlia di Ugo che lavora nella Guardia di Finanza e Maria Lucia Torsello (ha un fratello più grande, Samuel e uno più piccolo, Riccardo, adorata dai nonni Tina Protopapa e Umberto Torsello, Pasquale Biasco e Maria Luce Papadia Lecci), ragazza intelligentissima, educatissima, modestissima - riflettevo sulla possibilità di presentare un autore della mia terra spinta da una voglia di riscattare, nel mio piccolo, autori del Sud Italia troppo spesso relegati ai margini della letteratura nazionale”.
  
Da qui alla decisione di fare della sua tesi della triennale un omaggio allo sfortunato poeta e alla Terra d’Otranto, il passo è stato breve. 

Il risultato è un excursus puntuale e a tratti commovente della breve vita del poeta: la scansione del luogo natio, gli intellettuali che lo hanno segnato, la formazione culturale, i compagni di giochi di via Isonzo, le prime letture nella biblioteca comunale dove la madre lavorava, la scoperta di Ungaretti, Leopardi, Bodini, Neruda, Apollinaire, ecc., gli studi, gli interessi, le “voci di dentro”, direbbe Eduardo, i luoghi poi finiti nei versi, il faro e il lungomare di Leuca, per dire, che hanno toccato Michela nel profondo. 

In appendice, alcune liriche poi pubblicate nel secondo volume di cui si è detto, la poesia inedita “Il mio paese” apparsa nel 1996 sulla rivista “Pietre” e le foto delle epigrafi contenenti i suoi versi e incastonate negli angoli di territori panteisticamente trasfigurati nella sua opera.

Domanda: Dottoressa Biasco, Cosimo Russo poeta di una sola opera - al momento del suo lavoro - ancora quasi inespresso: perché lo ha scelto per la tesi?
Risposta: “Ho conosciuto l’opera di Russo quasi per caso in Ateneo. Era il 24 Maggio 2018 e partecipai alla presentazione della sua prima raccolta “Per poco tempo” spinta dalla stima che provavo nei confronti dei professori invitati a dialogare, pur provenendo da un paese poco distante dal suo, Alessano, non conoscevo l’autore. 
Durante la lettura delle sue liriche iniziai a sentir parlare di luoghi a me cari, fu una piacevole sorpresa per me che all’epoca ero già propensa ad approfondire e a dare la giusta importanza agli artisti della mia terra. 
Solo in un secondo momento, però, messo da parte lo stupore iniziale, mi lasciai andare in un ascolto profondo, mi addentrai nei suoi versi e vi trovai un uomo. 
È stata l’umanità, la profondità e la veggenza dei versi di Cosimo Russo a catturarmi e a non darmi altra scelta se non quella di scavare nel suo vissuto e nelle sue parole attraverso un accurato lavoro di ricerca”.

D.: Cos’ha trovato di estremamente dialettico, e quindi universale, in quei versi? 
R.: “La poesia di Cosimo, così come quella dei veri poeti, ha la capacità di colpire direttamente le emozioni e di suscitare profonde sensazioni in chi ha voglia di saper ascoltare. 
Il poeta nelle sue liriche accarezza con le parole qualcosa comune a tutti, nei suoi versi prevale, infatti, la semplicità della quotidianità della vita nella quale ogni uomo del Sud Italia e non solo può riconoscersi. 
Russo magnifica e dota di una profondità inaudita anche gli elementi più comuni, elementi e luoghi che ogni giorno ognuno di noi ritrova nel suo vissuto. 
Ed è così che la realtà presentata da Cosimo si fa carico di sensi nuovi, inediti. Egli dà eguale dignità al piccolo e all’immenso e afferma “Celebro allo stesso modo/ il granello di sabbia e/ le eterne stelle/ per congiungere la grezza anima mia/ con il tutto”. 
Russo nella sua poesia parla da uomo, degli uomini, agli uomini. La sua è una lirica che si colora di emozioni, di sensazioni, di immagini e colori, una lirica che arricchisce il modo di rapportarsi con il mondo di chi legge e accarezza l’anima di chi sa gustarla”.

D.: E’ stato difficile rapportarsi al suo mondo interiore, entrare nella sua “officina” per osservare la genesi di quei versi struggenti?
R.: ”Addentrarmi nella poesia di Russo e inoltrarmi nel suo mondo interiore è stato un processo graduale ma mai forzato. I suoi versi sono lì, disponibili a chiunque voglia dare la propria interpretazione. 
Essi esprimono con profonda sincerità la realtà di un animo sensibile nei confronti del mondo, di una coscienza tensiva, eccedente, tesa verso un’incessante ricerca, di un uomo che sa e vuole cogliere tutto quello che la vita offre, anche i segni meno visibili. 
Imparare a conoscerlo è stato necessario, per quanto i suoi versi possano essere diretti e aperti se si vuole approfondire con giusto peso le cose bisogna scendere nella loro storia. 
Il lavoro di ricerca che ho svolto è partito proprio da questo presupposto e solo inquadrando, attraverso delle ricerche, il contesto geografico, culturale, sociale, economico e privato in cui Russo era immerso ho potuto guardare ai suoi versi e alla sua persona da una prospettiva nuova che mi ha svelato aspetti inediti”.

D.: La sua poesia resisterà all’usura del tempo?
R.: “Come ho detto precedentemente, Russo nella sua poesia parla da uomo, degli uomini, agli uomini. I titoli delle sue raccolte “Per poco tempo” e “Ancora una volta”, così come numerose liriche e ricerche personali, sono strettamente legati all’idea del tempo e del ritorno. 
Penso che la ricerca di senso, il tentativo di andare oltre alla superficie delle cose, la riflessione sui luoghi e sugli spazi che ci circondano, e molti altri temi presenti nella lirica di Russo, siano aspetti da sempre cari all’uomo e che saranno sempre attuali finché al mondo ci saranno coscienze sensibili e critiche. 
Penso e spero inoltre che l’umanità, grande virtù che pervade in modo persistente i versi del poeta, possa essere sempre considerata e trattata con il profondo rispetto che merita. 
Se così sarà, non ho dubbi sul fatto che la poesia di Russo e l’arte in generale possa resistere all’usura del tempo e possa rappresentare un faro per le coscienze degli uomini di ogni epoca”.

La Luna, tra musica e vacanze: ''Quest'anno ho scelto il calore e l'amore della Puglia''

BARI E' una delle band più promettenti del panorama musicale italiano. Arrivano dalla Toscana e hanno pubblicato il nuovo singolo 'Niente succede', un brano che racconta di un’ immobilità che si ripercorre in tutta la storia nell’essere umano. I problemi ed i danni creati dagli uomini, cambiano nome, cambiano faccia, ma non cambiano la sostanza. Un’ immobilità simile ad una prigionia consapevole e pienamente conscia da parte di chi la subisce.


La Luna è una band Elettro-Pop e Alternative composta da Luna Topi (voce, chitarra), Alessio “Trauma” Dell'Esto (basso), Gabriele Bazzechi (batteria), Filippo Scandroglio (Chitarra). Si sono uniti nel 2014 da un bisogno della cantautrice Luna (cantante del gruppo) di sperimentare nuove sonorità ed approcci musicali. Il primo singolo ‘Il giro del Mondo’ del 2010 porta la firma del produttore Alex Marton.

L'ultimo EP prima di questa nuova uscita porta la firma di Luca Vicini, bassista dei Subsonica, il quale inizierà con Luna una collaborazione che porterà all’uscita nel 2017 di tre singoli “Limitation”, “Follow the Signs” e “Cold like a Stone”, questo’ ultimo condiviso con la Ego Music Italia. Tornano a collaborare con Alex Marton e insieme scrivono “Niente Succede”. Abbiamo incontrato la cantante della band, quest'anno in vacanza nella nostra meravigliosa Puglia.

Ciao Luna, come nasce il nuovo singolo "Niente succede"?
Nasce cinque anni fa dalla collaborazione con Alex Marton. Già allora sentivo di voler, in maniera costruttiva, commentare gli errori insiti nel genere umano. Quegli errori da cui sembriamo non imparare mai.

Anche per questa seconda produzione ti sei affidata all'esperienza di Alex Marton. State lavorando ad un album? 
Entreremo in studio il 9 settembre per dar vita a questo album che sarà per me l’inizio nuovo di un bellissimo viaggio.

Quando hai iniziato a fare musica? 
Ho scritto le prime sue canzoni in inglese quando avevo dodici anni per un cortometraggio.. diciamo che non ho mai iniziato.. ho iniziato tutto cantando e scrivendo.. non ricordo quando non l’ho fatto.

Sei in vacanza in Puglia. Quali posti hai visitato e cosa ti sta piacendo della nostra terra?
La sto adorando.. da Gallipoli a tutti i paesini vicini.. gente e paesaggi fantastici..

Avete seguito dei concerti importanti, su tutti quello con Le Vibrazioni. Dove proseguirà il tour?
Il tour è in stop fino alla chiusura dell’album dopodiché seguiteci sulle piattaforme social e sarà aggiornato il calendario invernale.. ci saranno molte sorprese.

Gianni Rivera (intervista): «Il Rivera di Oggi? Non credo nelle reincarnazioni»

di Nicola Ricchitelli - Il Milan, il goal del 4-3 realizzato allo stadio “Azteca” di Città del Messico nella semifinale contro la Germania al mondiale del 1970: «Una partita che mi piacerebbe rigiocare? Sicuramente quella mezz'ora contro la Germania…»; il rapporto con Nereo Rocco: «Prima di pensare a giocare, si preoccupava dei problemi dei ragazzi fuori dal campo, insomma era un uomo che badava sostanzialmente al rapporto umano»: questi i tratti salienti dell’intervista realizzata ad una delle leggende del calcio italiano e mondiale, Gianni Rivera.

D: Gianni, in questo 2013 è giunto un nuovo incarico in Figc in veste di presidente del settore tecnico di Coverciano. Cosa ci puoi raccontare di questa tua nuova avventura? 
R: «Si. Un lavoro iniziato da poco, il settore tecnico di Coverciano è un settore che funziona sostanzialmente bene, nel tempo cercheremo di apportare delle piccole migliorie senza il bisogno di fare cose eccezionali, sentendo, ascoltando e guardando i vari dirigenti e tutti coloro che lavorano in questo settore».

D: La tua storia calcistica ebbe inizio non ancora sedicenne in un anonimo martedì del 1959 – era il 2 giugno – contro quella che oggi tutti chiamiamo Inter, che ricordi conservi di quel giorno?
R: «Conservo un bel ricordo di quel giorno così come di tutta la mia vita calcistica. Quando potevo giocare a calcio mi divertivo sempre non solo durante le partite ufficiali ma anche durante gli allenamenti. Per me giocare a calcio era il migliore dei divertimenti, poi ho avuto l’occasione di trasformarla in professione, per cui è stato il massimo che mi potesse capitare».

D: Gianni, a quanto pare Benito Lorenzi – ex calciatore nerazzuro -  ti segnalò all’inter, e la Juventus ti scartò in quanto troppo gracile. Hai mai pensato alla tua carriera cosa sarebbe stata con una di queste due maglie?
R: «Ma no, non ci ho mai pensato. Tra l’altro queste sono cose che abbiamo scoperto diversi anni dopo. Oltre a ciò bisogna capire quanto di vero c’è. Di Benito Lorenzi si, sapevo qualcosa ma sulla Juventus no, è stata una cosa che ho letto qualche tempo dopo. Queste erano cose che accadevano tra i dirigenti poiché vi erano dei vincoli ben precisi e i calciatori non potevano intervenire. È stato così fino alla fine degli anni 60. Poi è subentrata la firma consenziente nel caso dei trasferimenti».

D: I primi anni con la maglia rossonera non furono facili per il diciassettenne Rivera. Come hai vissuto quel periodo e che consigli daresti quindi a tutti quei giovani calciatori che pur avendo talento non riescono ad esprimersi al meglio?
R: «Si, appena arrivato giocai subito tutte le partite. L’anno successivo arrivò Nereo Rocco, mi vide stanco poiché avevo giocato per due anni di fila senza fermarmi mai. Decise di farmi riposare un po’. Per quanto riguarda i giovani talenti di oggi, è chiaro che bisogna giudicare caso per caso, approfondire quello che può essere l’aspetto caratteriale, come si muovono, come vivono, insomma sarebbe difficile dare consigli specifici poiché ognuno di deve trovare la sua strada magari inciampando. Però se le qualità ci sono prima o poi vengono fuori».  

D: A quale vittoria sei maggiormente legato tra quelle ottenute con la maglia del Milan? 
R:«Un po’ a tutte le coppe e a tutti campionati vinti con questa maglia, non c’è una che valga più dell’altra. Certo la prima volta, e qui mi riferisco alla vittoria della prima Coppa Campioni a Wembley, fa sempre un certo effetto, però la seconda non è meno importante della prima».

D: Nereo Rocco: come descrivere in poche righe questo grande allenatore e il tuo rapporto con lui?
R:«Nereo Rocco privilegiava molto il rapporto umano ovviamente faceva anche l’allenatore, ma tutto nasceva dal rapporto umano che creava con il calciatore. Creava il giusto ambiente. Prima di pensare a giocare, si preoccupava dei problemi dei ragazzi fuori dal campo, insomma era un uomo che badava sostanzialmente al rapporto umano. Chiaramente l’aspetto tecnico era indispensabile ma l’aspetto umano aveva il sopravento».

D: Piccola curiosità. Vera la leggenda secondo cui furono lui e Artemio Franchi a convincerti a non abbandonare il ritiro nella spedizione messicana?
R: «No, non ho mai avuto intenzione di abbandonare all’epoca il ritiro in Messico. Durante il mondiale feci una dichiarazione polemica molto forte, ma, ti dirò, in realtà vi era il pericolo che potessero loro mandarmi via che è un’altra cosa. Ma io non avevo mai pensato di chiedere di tornare in Italia».
Rivera esulta dopo un gol che cambierà la storia della nazionale italiana: era Italia-Germania del 17 giugno del '70
D: Gianni, cosa si prova nel ritrovarsi di fronte al portiere Maier sul prato dello stadio Azteca in quel 17 giugno del 1970 sul risultato di 3-3 al '111, sapendo di essere stato responsabile del pareggio tedesco ?
R: «Quel goal sarebbe stato importante a prescindere dal minuto e dalle situazioni che si sarebbero venute a creare prima».

D: Una gara che ti piacerebbe rivivere tra quelle giocate con la maglia del Milan e della nazionale?
R: «Difficile trovarne una sola. Non riesco a pensare ad una sola partita da ricordare. Forse con il Milan la finale vinta a Wembley contro il Benfica nel 1963 poiché era una partita particolarmente significativa visto che era la prima volta che una squadra italiana vinceva quella coppa, quindi essere tra i protagonisti è stato particolarmente importante. Con la nazionale inevitabilmente mi viene in mente quella mezzora nella semifinale contro la Germania durante il mondiale messicano».

D: Cosa hai provato la prima volta che hai indossato la fascia di capitano?
R:« Ma niente di particolare. È stata una cosa maturata piano piano nel tempo. Mi sono adeguato a quella necessità e a quella responsabilità che erano legate a quella fascia».

D: Il tuo giudizio su quanto accaduto a Paolo Maldini durante la sua ultima partita?
R: «Ti dirò, quella è stata una cosa che mi ha meravigliato tantissimo. Proprio non me lo aspettavo. Qualsiasi cosa fosse successa tra lui e i tifosi, andava vissuta in una maniera diversa. Insomma sono rimasto molto stupito».

D: E' capitato anche a te di vivere momenti analoghi?
R: «No. Certo quando si giocava male capitava di essere fischiati. Il pubblico di San Siro fischiava anche me, non me le perdonava. Ma erano cose normali, avrei fischiato anche io».

D: Gianni, il tuo rapporto con la stampa sportiva non è mai stato idilliaco. A tuo modo di vedere come è cambiata nel corso degli anni?
R: «Diciamo che le cose vengono dette più o meno allo stesso modo. I giornalisti cercano di dire le cose così come le vedono. Poi qualcuno le accetta e altri no, qualcuno vede un po’ di malafede. Ognuno ha il suo punto di vista. All’epoca quando capivo che cerano delle situazioni che andavano più sul piano personale che tecnico reagivo. Le critiche tecniche, però, non le ho mai discusse».

D: Sei stato tra i primi calciatori negli anni a scagliarti contro la classe arbitrale dell’epoca; quale il tuo giudizio su quella attuale? Migliore o peggiore della tua era?     
R: «Il meglio e il peggio non esiste mai. Cambiano le generazioni, c’è il buono e il meno buono sempre. Però va analizzato il contesto, le situazioni, le condizioni psicologiche in cui si vive.Non si possono mai fare paragoni tra passato e presente».

D: Chi è a tuo parere il Gianni Rivera dei giorni d’oggi?
R: «Non credo alle reincarnazioni. Ogni essere umano è un mondo a sé. Ognuno ha le sue caratteristiche e va valutato per quello che sa fare senza fare paragoni con il passato».

CONTACTS:
https://www.facebook.com/Gianni10Rivera

Claudia Conte (intervista): "L'amore è una scelta di vita"

di PIERO CHIMENTI - Claudia Conte, giovanissima e poliedrica artista romana, attivissima in questo periodo tra teatro, cinema, senza dimenticare il sociale, che la porterà il prossimo 24 settembre in Puglia, a Torre Santa Susanna (Br), ad essere testimonial di una campagna di prevenzione al diabete. La Conte, dopo il successo de 'Il Vino e le rose', che l'ha portata in giro per l'Italia oltre due anni, è pronta a tornare con un nuovo libro. Di tutto questo ed altro ancora ne parlerà in questa intervista:

D: Stai portando in scena con Mimosa Campironi lo spettacolo teatrale "La verità, vi prego sull'amore". Com'è nata l'idea di questo spettacolo? Come vedi l'amore alla tua giovane età? 
R: Lo spettacolo è nato l'anno scorso,  con la collaborazione di Francesco Apolloni, regista, scrittore e sceneggiatore. Due giovani donne, due giovani artiste si chiedono com'è cambito l'amore oggi. Un tempo c'erano i grandi epistolari d'amore, gli uomini corteggiavano anche spiritualmente le donne, pensiamo a Dante Alighieri e alla donna angelo, oggi invece spesso è ridotto ai social, a Whatsapp, al virtuale, quindi è un viaggio sull'amore da ieri a oggi. Lo facciamo attraverso brani della letteratura classica e contemporanea, attraverso monologhi comici e altri toccanti. È stato un modo per mettermi alla prova con dei monologhi brillanti mai fatti fino ad ora. Far ridere le persone è molto difficile, ma quando ci si riesce è una gioia, perché regalare sorrisi è la cosa più bella che possa esistere, perché la vita è questo. 
Nella vita bisogna cercare di essere positivi, di essere uniti tra di noi, è una forma d'amore regalare un po' di gioia e felicità attraverso l'amore che hai dentro. 
Tutto questo lo facciamo con Mimosa Campironi, che è una cantautrice. nello spettacolo ci sono le sue canzoni, scritte e cantate da lei.
Su cos'è per me l'amore, è una bella domanda. Per me la vita è amore: cerco di vivere ogni giorno della mia vita dando amore al prossimo, amando la natura. Dobbiate tutti sentirci parte di una dimensione sacra, più grande. Le famose dita della stessa mano, gocce dello stesso mare e granelli della stessa sabbia. E' un modo di vivere, se vivi con amore ti cambia la vita. L'amore non è solo quello per il partner, perché quello può anche finire, quello più grande, quello più ampio non finisce mai perché è dentro di te, se vivi così, vivrai per sempre così. E' una scelta di vita. Si può vedere l'amore in varie forme: in ottica cristiana l'amarci l'un l'altro è fondamentale, è uno dei precetti di Gesù Cristo, sentirci tutti fratelli, amare il prossimo come te stesso, però anche in chiave non cristiana si può vivere nello stesso modo. Se si vivesse con amore, non ci sarebbero le guerre, non ci sarebbe la prevaricazione sull'altro, la corruzione, perché anche il rispetto è una forma d'amore. il rispetto del prossimo, dell'ambiente, è una forma d'amore. se vivessimo con amore non faremmo tante cose brutte che inquinano la società di oggi. Se si mette davanti a tutto l'economia, l'accumulo delle ricchezze, il successo, cambia tutto, cambia l'ottica nel vedere le cose, vengono meno i valori che rendono l'uomo un essere umano, perché ha tanto amore dentro di sè. Anche la vita stessa, è nata dall'amore,  i nostri genitori che si sono amati.

Per te che sei un'artista poliedrica, è più difficile far ridere, far commuovere o far riflettere la gente?
E' tutto difficile, perché tutto deve partire da dentro. Un attore deve vivere davvero quello che interpreta, le emozioni deve sentirle e per sentirle le deve vivere. La cosa più importante è crederci: se credo io in quello che faccio, possono crederci anche gli altri. Se mi diverto io nel monologo che faccio, lo sento mio, allora anche gli altri ci credono. se invece lo si fa in maniera non vissuta si vede la differenza, così come nel dramma. Ho studiato con Michael Margotta, dell’Actor Studio, mi ha insegnato questo, a sentire le cose come se accadessero, addirittura a pronunciare ogni parola solo dopo averla visualizzata.

Nel 2013 hai fondato "Nova Era", e sei molto impegnata nel sociale...
Si riconduce ancora una volta tutto all’amore: quando vivi con amore puoi aiutare il prossimo. Quando vedi situazioni tristi, persone che soffrono, stanno male, la prima cosa che vorresti fare e aiutarle. Anche l'articolo 3 della nostra Costituzione dice questo: "Siamo tutti uguali, ed è compito dello Stato rimuovere gli ostacoli che impediscano l'uguaglianza.", quindi aiutare sempre i deboli. Sono testimonial di varie campagne, come No violence, contro le violenze sulla donna, ed ora ho fatto un short movie con Loretta Goggi sull'Alzheimer che è una malattia che purtroppo mi vede strettamente coinvolta, in quanto la nonna che mi ha cresciuto, che mi ha insegnato questo modo di vivere con amore, che non smetterò mai di ringraziare per questo, purtroppo da diversi anni è stata colpita da questo morbo e non è più lei, anche se è ancora lei. Non è più lei perché a livello razionale ha  perso la cognizione con la realtà, però ha un tipo di comunicazione che non è verbale ma emotiva, a volte arriva anche di più perché emoziona quando senza capire, capisce, avverte come sto. infatti, a volte mi abbraccia e quell'abbraccio me lo da quando io ne ho bisogno (non sa perché ma lo fa). Ti arricchisce, a livello di emozioni. La storia parla di  una malata di Alzheimer, interpretata da Loretta Goggi e di sua figlia (io) costretta a portarla in una struttura medica, perché non più in grado di gestirla da sola a casa. La figlia va a trovarla in ospedale, lei si perde ed inizia questa rincorsa per cercare la mamma persa nel suo mondo. Nel cast c'è anche Francesco Montanari, Daniela Goggi (sorella di Loretta) sono tornate a lavorare insieme per questo lavoro, Leonardo Bocci degli Actual. Questo film è socialmente utile e parla del dramma con dolcezza. 
Cos'è stato per te lavorare con la Goggi? Com'è stato impersonare il dramma che stai vivendo con tua nonna?
Ritornando al discorso che l'attore deve 'vivere' per interpretare bene, in questo caso è stato facile e difficile allo stesso tempo. Difficile perché mi ha fatto soffrire rivivere la mia storia personale, e “facile” perché non mi è servito pensare a chissà cosa, quel dramma lo vivo tutti i giorni, ho dovuto solo proiettare mia nonna in Loretta Goggi, l'emozione era la stessa. Ovviamente ci sono delle tecniche di recitazione attoriale. La recitazione è un mondo se si fa in maniera seria. perché si è sempre attore, non solo quando sei sul palco, si è artista sempre in tutti i giorni della tua vita. Loretta Goggi, mi ha insegnato tanto, proprio dal punto di vista umano, perché c'è stata un'immediata simpatia e addirittura si è creato subito un rapporto mamma-figlia, di complicità che poi ci ha fatto lavorare bene sul set.

Parliamo della 'tua' Puglia...
Io amo la Puglia ormai da anni, mi piace tutta. E' l'uliveto d'Italia, amo molto gli ulivi. Per me l’Ulivo è sacro. Ogni volta che vado in Valle d’Itria mi emoziono, perché gli alberi secolari, millenari, con quei tronchi giganteschi che a volte prendono anche delle sembianze umane. Quindi, vado lì, abbraccio l'albero, ed è bello sentirti parte del tutto, è un modo per sentirsi in sintonia e simbiosi con l’universo. L'albero è grande ed eterno, ti fa uscire dal contingente e ti fa entrare in una dimensione più alta e più sacra. Mi piacciono molto le simbologie, infatti il mio libro si chiama il Vino e le Rose. Il prossimo libro sarà l'olio e la Puglia (ride). Sono stata impegnata il 2 e 3 agosto nel Salento, e ora mi sto godendo il mare, approfitto per salutare un po' di amici e mi tratterrò per organizzare il nuovo Evento che farò il 24 settembre nella bellissima masseria Altemura, della famiglia Zonin, a Torre Santa Susanna, nel Salento. E' un evento organizzato dal Lions Club International, in cui sarò testimonial per la loro campagna per la prevenzione del diabete. Ogni volta che vengo in Puglia, faccio dei sogni particolarissimi, perché mi apre i canali. Sai, per fare l'attore bisogna 'abbassare' la parte razionale, per sentirci più connessi col personaggio e questo avviene anche nella scrittura, è come se entrassi in una nuova dimensione, esci fuori dalla quotidianità ed entri in un'altra dimensione, che è quella della creazione, dell'immaginazione. La Puglia mi ispira, mi vengono sempre delle idee nuove, che mi appunto e appena torno a casa vado a trascriverle. E' molto forte, è come se appartenessi a questa terra, in maniera misteriosa. Poi col mio cognome, Conte, tutti mi chiedono se sono parente del Premier, anche lui pugliese, poi ripeto ho fatto tanti eventi in Puglia, quindi la conosco bene.

Quali sono i tuoi prossimi impegni?
Sto girando due film. Una commedia “Dovete essere cattivi” con Donatella Finocchiaro per la regia di Andrea Muzzi, e un drammatico, Sorelle di sangue, con Sebastiano Somma, di cui non si sanno le uscite perché li stiamo ancora girando. Ho accettato questi due progetti, perché sono ruoli diversi. Secondo me un attore, deve passare dalla commedia al drammatico, in quanto è la stessa arte. L'idea futura è quella di fare un progetto mio, che sia mio, totalmente mio, dato che recito e scrivo. 
un mio proposito è anche quello di portare la cultura italiana in Argentina. Penso che ad ottobre inizierò a fare il primo evento, in cui porterò un mio spettacolo o di altri artisti. In Argentina c'è una fortissima comunità di italiani, tra cui i miei parenti. Ti racconto questa storia: mia nonna che è di Amatrice, ha tre fratelli, che si sono trasferiti in Argentina, dopo la seconda guerra mondiale, come tanti italiani sono emigrati, solo che hanno sbagliato nave: dovevano andare in Australia, e vanno a finire in Argentina. Non conoscevano nessuno, erano poveri, non avevano niente, dormivano sotto i camion per proteggersi dal sole cocente, lavoravano per strada facendo lavori molto umili, e poi con dedizione, con passione ed intelligenza, e con il sacrificio (che ci appartiene), col il talento, noi italiani si sa abbiamo una marcia in più, sono riusciti a realizzarsi professionalmente. Adesso sono una famiglia benestante, e mio cugino è presidente della Comunità italiani in Argentina, motivo per il quale sta nascendo questo trait d'union. Oltre che in Sud America, mi piacerebbe portare la cultura italiana anche in Montenegro.

Hai condotto la trasmissione 'Un tè con te', ripercorrendo la Dolce Vita, intervistando varie figure dello spettacolo. Con chi vorresti prendere un tè?
Bella domanda. Questa è la domanda che facevo io ai miei ospiti. E' una cosa molto privata, ma lo prenderei con i miei nonni che non ci sono più, che mi hanno cresciuta. Se potessi tornare indietro sarebbe bello poter fare un'ultima chiacchierata davanti ad un Tè con i miei nonni. Era la generazione del dopoguerra, anni '30, erano persone carismatiche, gente che è partita da zero, che si è fatta da sola, che ha ricostruito l'Italia. All'epoca c'erano i gentiluomini, uomini che ti fanno sentire al sicuro, che con quel poco che hanno ti fanno sentire una regina. E' quel modo di trattare la donna che non c'è più. Quando si dice uomini di altri tempi, erano loro. Parliamo di gente con le palle, quelle che oggi sembrano mancare. 
Ma credo che ci sia un cambio di rotta, delle generazioni giovanissime. Come Greta che sta facendo questa campagna per l'ambiente, ma il fatto che le generazioni dei giovani si attivino per recuperare i valori, perché l'ambiente è un valore è rincuorante. Pensare che tra 20 anni non andremo in giro con le mascherine perché ci manca l'ossigeno, perché è tutto inquinato come in Cina, ma speriamo di essere ancora in tempo per fare qualcosa, secondo me c'è un cambio di tendenza. Nel nuovo libro, di cui ancora non posso dire niente, solo che uscirà a dicembre, parlerò anche di questi temi. Sarà un libro di denuncia sociale, attraverso un storia, sarà romanzo molto avvincente, appassionante.

Manolo Dj torna con la hit estiva ''Impreparato''

MILANO -  Due mondi musicali diversi che si uniscono in unico progetto unendo la loro amicizia e le proprie esperienze dando vita a qualcosa di... Impreparato. E' quello che è successo con Paolo Audino e Manolo Dj. Due icone provenienti l'uno dal cantautorato (Audino) e l'altro dal mondo dance (Manolo Dj). La fusione di questo connubio ha dato vita a questa nuova versione estiva del brano “IMPREPARATO” secondo singolo estratto dall'album “Strettamente Personale” di Paolo Audino prodotto da Hammer Music Italia.

Fossati Moreno in arte Manolo DJ un' icona del mondo della notte dal 1975. comincia a stupire sui decks fin da ragazzino. Dotato di una vena artistica fuori dal comune, diventa in breve tempo 'personaggio' di quel periodo e comincia dunque a suonare in vari locali a partire da metà degli anni 70.

Il suo percorso formativo si basa su due momenti decisivi: il lancio del locale Play Jeans storica discoteca di Civitella D’Agliano (Viterbo) all’epoca frequentato da personaggi importante dello spettacolo e della televisione e il seven up di cui fu DJ resident per parecchio tempo dal 1979 al 1985. Il Seven Up era un locale di rinomanza nazionale, con sale disposte su più piani, capaci di ospitare diecimila persone, al suono della musica lanciata da dj molto in voga. Fu sede di una delle finali di Miss Italia ed ospitò anche una finale di boxe a livello internazionale.

Com'è nata la collaborazione con Paolo Audino ? 
Merito della mia etichetta discoghrafica Hammer Music, guidata da Francesco Falzarano (che in realtà è anche il deus ex machina del remix di "Impreparato", che ci ha presentati E' nata una bella amicizia e abbiamo deciso così di realizzare questo progetto insieme! Un progetto per me moltpo stimolante due mandi diversi della musica che si fondono

Qual è il messaggio che volete mandare con questo brano? 
Pur con il sound disco legato ad un testo che vuol rappresentare la possibilità di migliorare sempre, nessuno nasce preparato siamo tutti sempre impreparati ad un mondo che si evolve molto rapidamente.

Un luogo in cui hai suonato e che ricordi con piacere? 
Il mio mondo musicale è sempre stato la discoteca, una su tutti il Seven up locale storico che ha segnato l’evoluzione musicale in Italia.

Quali saranno i tuoi prossimi progetti? 
Ancora produzioni musicali con hammer music e sicuramente questa collaborazione con Paolo Audino proseguirà, da non dimenticare il coinvolgimento di Gianluigi Farina col cui da sempre collaboriamo nella stesura della musica e degli arrangiamenti.

“Cineasti italiani, andate negli USA”. Parla Dino Sardella

di FRANCESCO GRECO - LOS ANGELES (USA). Il cinema italiano è tornato a mani vuote anche da Cannes, “il Festival più bello del mondo” ha detto una charmant Catherine Denèuve alla chiusura. Autostima, cascami di grandeur.

Con un pò di autocritica, potremmo dire che, anche nel cinema, il nostro provincialismo fa tenerezza e l’autoreferenzialità regna sovrana. In altre parole: non sono molti i film italiani che hanno successo nel mondo.

Pare passata una glaciazione da quando, nell’altro secolo, Cinecittà fu “capitale” del cinema planetario. Divismo e dolce vita, star e paparazzi, Liz Taylor, Aiche Nanà e Vacanze romane, Gregory Peck e Audrey Hepburn… Polvere di stelle.

Eppure c’è un cinema vivo e scagliato nel futuro: è quello degli italiani negli USA. Sperimentale, coraggioso, “indie” (che laggiù non vuol dire nicchia, poche copie, pochissime sale), aderente alla realtà, le sue mille facce e contaminazioni. Nuovi linguaggi, tecniche, visioni.

E’ quello di Dino Sardella (foto), regista nato a Brindisi, passione precoce per le performing arts (con gli “Amici del Teatro” al rione Commenda), studi classici (“per studiare la tragedia greca e la commedia latina”), poi laurea a Roma in Economia delle Arti, dieci anni a Londra in cui la sua prima lingua diventa l’inglese, cinque nel teatro come autore. Finché l’UCLA (Università California Los Angeles) accetta la sua domanda di partecipazione al Programma di Sceneggiatura (“L’avevo fatta un po’ così, per gioco…”).

Ed eccolo in California, dove Dino ha continuato a studiare, a tessere una fitta ragnatela di contatti, fra produttori indipendenti e sceneggiatori, ecc.

Sarebbe impossibile citare i premi ottenuti dalle sue opere: una bacheca ricchissima. Soffermiamoci sugli ultimi progetti: “Killing Adam” (che ha scritto, diretto, prodotto): é una dark comedy sull'utilizzo eccessivo e morboso dei social media, una satira sui costumi contemporanei in cui la privacy non ha piú valore e qualsiasi cosa accada (anche la piú truce e dolorosa), dev’essere condivisa sui social media. Il film é stato girato a Downtown LA e ha vinto il premio come Best Comedy all'International Festigious Film Festival di Los Angeles, Best Dark Comedy su Top Shorts, 5 premi (Best Narrative Short, Best Director, Best Screenplay, Best Cinematography e Best Original Score) al Mindfield Film Festival di Albuquerque in New Mexico e una Honorable Mention in “Recognition for Excellence in Film Making” al Los Angeles Film Award e al “London International Comedy Film Festival”. E’ stato anche semifinalista all'Oregon International Short Film Festival ed al Golden Film Award di Londra”.

“Hollywood/Highland” (scritto e prodotto da Dino) é una commedia sull'importanza dei sentimenti in una grande metropoli come Los Angeles. E’ stato girato interamente nello storico MEL'S DINER a Hollywood (dove George Lucas girò alcune iconiche scene del film “American Graffiti”) e ha fatto parte della rassegna “New Film Makers” di Los Angeles. É stato anche una selezione ufficiale all’Harbor International Film Festival in San Pedro in California.

“Togheter” (è produttore associato) é un proof of concept che il prossimo anno diventerà un lungometraggio dallo stesso titolo. É la storia di una famiglia i cui valori sono messi alla prova da una terribile malattia. Il film é stato scritto e diretto dal produttore AW Tony Scott, giá produttore di “Grey Lady” (thriller psicologico con Eric Dane, star di “Grace Anathomy”) e ha come protagonista il vincitore del premio Emmy come miglior attore Kim Estes (“This is Us”) e l'attore Jason Olive (star della serie “All My Children”, del film “Raising Helen” con Drew Barrymore e del video “Secret” di Madonna ). “Insieme a Tony – dice Dino - lavoreró anche ad altri progetti (lungometraggi) ancora in fase di scrittura”.   

“Bumpy Rhodes” (produttore associato) é una commedia surreale fondata su un grosso equivoco a causa del quale uno dei protagonisti quasi rischia la vita mentre il suo amico finisce in galera. Il corto é stato scritto e diretto da Patrick Coleman, uno dei produttori della post della serie NCIS ed ha come protagonisti Justin Alston (star di NCIS, Grey's Anathomy e 24 con Kiefer Sutherland) e Michael Steger (star di True Blood, American Woman e 90210).

Al momento, in pre-produzione, Sardella  ha un thriller/horror, che ha scritto e prodotto, del quale curerà anche la regia, il corto si intitolerá “The Unknown” e sará co-prodotto con Travis Mauk, della casa di produzione Smart Entertainment, che in passato ha prodotto il film “Ted” con Mark Wahlberg e la serie tv “Family guy”, nota in Italia col nome “La Famiglia Griffin”. “Con Travis ho anche un altro paio di progetti in cantiere che però sono ancora in uno stato embrionale, quindi parlarne ora é ancora prematuro...”.

DOMANDA: Consiglia a un giovane produttore italiano di andare negli USA e quali difficoltà troverebbe?
RISPOSTA: “Viaggiare e conoscere culture e stili di vita nuovi è sempre un’esperienza formativa sia professionale che umana. A maggior ragione per che vuole diventare regista/ produttore/ sceneggiatore/ attore. Oramai il mondo si è ristretto e le distanze sono più brevi, quindi aprire la propria mente alla conoscenza di nuovi spazi è sempre un valore aggiunto. In particolar modo, qui negli USA, si ha la possibilità di conoscere un modo di lavorare nel settore dello spettacolo altamente specifico e organizzato. Capire come tutto viene gestito qui è senz’altro un qualcosa dalla quale non si può fare altro che imparare. La difficoltà maggiore: adattarsi a uno stile diverso, ma questo è anche un qualcosa che permette di diventare più flessibili e più preparati”.

D. Che differenze ci sono fra il cinema americano e quello europeo e italiano? 
R. “Dipende cosa si intende quando si parla di cinema Americano. Da un lato hai un cinema indipendente molto forte, che come quello Europeo ha voglia di farsi sentire e produce dei film incredibilmente interessanti e di valore. Dall’altro hai l’industria dei grandi studi con i quali è difficile potersi confrontare a livello Europeo”. 

D. Un autore è più libero negli USA o in Europa? 
R. “Siamo tutti liberi, se lo vogliamo…”.

Raphael Gualazzi (intervista): "La pizzica è il jazz italiano"

di PIERO CHIMENTI - Raphael Gualazzi sta vivendo un'estate intensa di concerti in giro per l'Italia, toccando nelle scorse settimane anche Ostuni (Br). Il jazzista italiano, in questa intervista, ci ha parlato del suo rapporto con la Puglia e di quanto blues e pizzica siano legate tra loro. Se siete in attesa del suo nuovo album, un po' di pazienza perché qualcosa bolle in pentola...

D. In una passata intervista hai dichiarato: "La musica bella è quella che rende felice". Quale musica la rende felice? Quanto influenza le sue sonorità?
R: Per me la scelta è molto difficile, in quanto sono innamorato della musica, nell'aspetto dello spettro delle sonorità che riserva i musicisti, ma anche ai non musicisti, perché la musica è una cosa che deve essere condivisa con tutti, e secondo me, alcune volte può essere riduttivo fare una scelta. E' un qualcosa, una cultura, che lega tutti i generi che per semplicità e comodità vengono etichettati e distinti. La stessa storia afroamericana è legata al jazz di origine, dal Ragtime di Joplin, alla musica rap e trap di oggi. E' questo quello che succede. La musica bella ci può essere in tutti gli stili e in tutte le sonorità, e quindi per me è molto difficile fare una scelta. Da un lato non rinnego, anzi vado fiero del mio bagaglio culturale classico europeo, dall'altro i miei amori sono sempre stati rivolti alla musica afroamericana, nelle sue forme più antiche fino a sue forme più moderne.

D. Parlando di trap, dato che ti piace miscelare vari generi musicali, potrà mai fondersi col jazz e col soul?
R: Credo che sia già successo. In America avranno sicuramente già sperimentato questo commistione. Non ci sono pregiudizi o etichette, credo che ci sia del bello ovunque, si riescono a trovare sempre delle cose belle e poi è anche vero che ognuno di noi si innamora singolarmente di quello che sono i suoi brani preferiti. 

D. Dopo aver duettato con Malika Ayane ed Elisa, con chi ti piacerebbe duettare?
R: Ci sono tanti artisti con cui mi piacerebbe duettare, sia appartenenti al mondo del jazz che più trasversali. Ad esempio mi piacerebbe duettare con Craig David, Anderson Paak, e  che si aprono al mainstream.

D. Nel 2017 hai partecipato alla Notte delle Taranta. Quali punti in comune hanno il jazz e la pizzica, visto che sono due generi musicali opposti tra loro sia dal punto di vista del ritmo che della storia? 
R: In realtà sembrano lontani dal punto di vista storico, ma non lo sono affatto, in quanto la taranta, ovvero la pizzica, come tutta la cultura salentina ha delle radici profonde ed è stata scoperta da Alain Lomax,  che è andato in giro per il mondo a registrare, tutti gli stili di musica popolare. Le analogie con il blues sono tantissime. Il Blues nasce in un contesto di lavoro pesante, come Work Song (canzone di lavoro). Si pensi alle tabaccare o tabacchini, che andavano nei campi a raccogliere il tabacco e poi lo lavoravano in grossi stabilimenti, e con non poca fatica per le temperature altissime che c'erano negli Stati Uniti, dove questi neri venivano incatenati e forzati in lavori molto pesanti, così la pizzica è una sorta di canzone di lavoro pugliese, salentina. Dal punto di vista melodico, ci sono altre analogie: nel blues c'è un'alterazione di un determinato grap della scala, così come nella musica salentina. Queste melodie che vengono tramandate oralmente, hanno spesso e volentieri un'alterazione della scala melodica, oltre ad essere tramandate in generazione in generazione: da padre a figlio, da nonno a padre. Molti musicisti salentini, che magari non sanno leggere la musica sono bravissimi a suonare la pizzica, così come lo erano i blues man di una volta che non sapevano leggere assolutamente la musica e che imparavano appunto in maniera empirica, avendo così un vasto repertorio musicale. Le due musiche, raggiungono sempre un carattere ipnotico nella loro esecuzione, ovvero portano l'ascoltatore quasi in uno stato di estasi per liberarsi dalle pesantezze della vita che stanno vivendo. Questo avveniva si con il blues che con la pizzica. Con la pizzica si raggiungono dei livelli anche più alti, in quanto nella credenza popolare serviva a guarire alcuni mali. Ad esempio, quando si pensava che qualcuno fosse invipulato, si facevano delle pizziche scritte apposta facendo ballare l'indiavolato o l'indiavolata con un lenzuolo un lenzuolo bianco questo tipo di 'coma'. Si pensi alla pizzica di Stifani; è stato un grandissimo violinista e curatore, perché scriveva pizziche per la sordità, per la cecità e la pizzica 'indiavolata', che è una pizzica dedicata a coloro che si pensava fossero posseduti dal demonio. L'esoretismo è molto presente anche nel blues, perché a suo legato al vodoo e quindi con tutta una serie di esoretismi. Blues e pizzica, hanno un sacco di analogie tra loro, legate come detto da radici popolari. Credo che la pizzica salentina, si possa definire "blues italiano", perché è il più grande anello di congiunzione tra la cultura greca, con tutte le nostre radici, perché noi siamo prima greci, romani ed infine cristiani. È fondamentale conoscere e vivere a pieno la nostra cultura, perché ci rappresenta tantissimo.

D. Nel 2016 era l'estate di John Wayne. Questa per Gualazzi che è estate sarà? 
R: È un'estate molto impegnata, con tanti concerti in giro per l'Italia tra gli spazi vuoti tra una data e l'altra, sono in studio a finalizzare i miei progetti. Ci sono diverse cose di cui purtroppo non posso dare anticipazioni viva però ci saranno presto delle novità dal fronte discografico.

D. Che rapporto hai con la Puglia?
R: Ho scoperto una terra stupenda, accogliente, anche in tempi non sospetti viva prima del mio primo Sanremo che ha segnato l'inizio del mio percorso professionale rispetto al grande pubblico non solo da jazzista La Puglia è stata una delle regioni che mi ha ospitato diverse volte è che ha creduto è sostenuto il mio progetto punto Sono e sarò sempre ° a questa terra meravigliosa e non solo per la musica ma anche per l'ottimo cibo. Tutto ciò che rappresenta la cultura pugliese è nelle mie corde ed ed anche le persone sono generosissime.

Un caro saluto ed un caro abbraccio al Giornale di Puglia da Raphael Gualazzi

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