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Alessandra Celentano (intervista): «La danza è la vita di chi la ama… danzare è l’espressione del corpo e dell’anima»


di NICOLA RICCHITELLI – Quest’oggi si va nella scuola più famosa di Italia, la scuola che ha fatto la fortuna di numerosi artisti, da Emma Marrone ad Alessandra Amoroso, passando per Annalisa Scarrone, Valerio Scanu, Marco Carta, ma anche ballerini, dal vincitore dell’edizione 2016/2017 Andreas Muller, Stefano De Martino, Anbeta Toromani, solo per citarne alcuni.

L’ospite di quest’oggi ha fatto la storia di questo programma – sempre presente dall’edizione 2003 - da tanti amata da altri meno, anche se tutti concordano sulla sua coerenza e sulla sua preparazione, frutto di una carriera che l'ha vista calcare i teatri più importanti del mondo, fino a divenire maître de ballet – per i meno esperti della materia, il maître de ballet è una sorta di maestro di balletto, responsabile del livello di abilità di tutti i ballerini presenti nella compagnia. Generalmente è incaricato di seguire giorno per giorno la compagnia, facendo fare pratica ai ballerini, insegnando loro nuove figure e ampliando così il loro repertorio soprattutto in vista della preparazione di un balletto -  nei maggiori teatri d'Italia: Teatro alla Scala di Milano, Teatro dell'Opera di Roma, Teatro Comunale di Firenze e Teatro San Carlo di Napoli.

Sulle pagine del Giornale di Puglia quest’oggi abbiamo il piacere di ospitare la Maestra Alessandra Celentano.           

Maestra Celentano, cos'è la danza e che vuol dire danzare?
R:«La danza è la vita di chi la ama ma non solo! Danzare è l’espressione del corpo e dell’anima».

Perché ha deciso di fare della danza la sua vita?
R:«Non l’ho deciso io, l’ha deciso lei. È stato tutto molto naturale».

Che differenza c'è tra danzare e ballare?
R:« È la stessa cosa. La definizione cambia in base agli stili di danza».

Per lei insegnare danza significa?
R:«Trasferire tutto il mio sapere ai giovani in modo molto generoso».

C'è qualcosa che le manca della sua vita da ballerina?
R:«Direi di no perché ho avuto e dato tanto nella mia carriera».

Quando una ballerina o un ballerina può sentirsi tale?
R:«Quando ha tutti i requisiti che necessitano, che sono sicuramente tanti: il fisico, la tecnica, l’artisticità e molto altro ancora».

E lei? Qual è stato il momento in cui ha capito che nella sua carriera si sarebbe tolta diverse soddisfazioni?
R:«Volta per volta, non c’è stato un momento specifico. Non si può sapere prima!».

La sua carriera l'ha portata a danzare nei teatri più importanti del mondo. Che si prova nei minuti che precedono l’apertura del sipario?
R:«Un sentimento misto a emozione, paura, gioia... le famose farfalle allo stomaco. È anche il bello di questo lavoro!».

Le è stato così difficile portare il suo concetto di danza in un contesto quale quello di “Amici”?
R:«È sempre difficile, aldilà del contesto di Amici».

Quale fu la molla che la spinse ad accettare Amici?
R:«Il fatto di lavorare con dei ragazzi molto giovani e perché ho comunque continuato a fare il mio lavoro! La danza è una, non cambia che sia teatro, televisione o qualsiasi altro contesto».

Spesso in queste edizioni è stata accusata di esprimere giudizi al limite della cattiveria. Qual è appunto il confine tra cattiveria, severità e coerenza?   
R:«Basta togliere cattiveria, tutto il resto va bene! Aggiungerei professionalità, consapevolezza, disciplina e soprattutto verità perché il ruolo dell’insegnante è questo: non si possono creare delle illusioni perché i giovani poi dovranno affrontare il mondo spietato del lavoro, dove non ti regala niente nessuno!».

Può anticiparci qualcosa in merito alla prossima edizione di Amici pronta a partire tra qualche mese?
R:«No, sorpresa!».

(ph credits: 'Alessandra Celentano' Facebook)

Social:

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Mons. Cacucci da Bitonto (intervista): "Orientare il cammino della chiesa diocesana secondo quello che lo Spirito suggerirà"


di LUIGI LAGUARAGNELLA - A Bitonto, presso il Santuario dei Santi Medici, la chiesa di Bari-Bitonto è riunita per tracciare le linee e le prospettive del nuovo anno pastorale. "Passaggio di testimone" è il titolo della giornata con cui l'Arcivescovo Francesco Cacucci ha proposto una modalità differente rispetto alle consuete Assemblee diocesane degli anni passati in cui presentava il programma pastorale.

Una giornata intera di ascolto, riflessione, dibattito, confronto e festa con giovani e adulti, sacerdoti, suore e laici della diocesi di Bari-Bitonto. Mons. Cacucci, al Giornale di Puglia (video-intervista integrale), è intervenuto sul senso di questa giornata e più in generale parlando del valore che questa può assumere sulla base delle esperienze diocesane dell’anno pastorale passato, soprattutto dell’incontro storico di Papa Francesco con i Patriarchi delle Chiese Ortodosse lo scorso 7 luglio a Bari.

Evento storico che anche il fra Sabino Chialà biblista della Comunità di Bose, nella lectio della mattinata ha ricordato spesso. Proprio l’Arcivescovo lo ricorda: “L’esperienza degli Atti (su cui si è basato l’intervento del biblista) alla luce della venuta e dell’incontro del papa con i patriarchi, un’esperienza inedita, segna in modo indelebile anche il cammino di quest’anno”. Altro elemento che vivifica la chiesa locale e non solo il Sinodo dei Giovani che si terrà il prossimo ottobre, Mons. Cacucci esprime come continuare il dialogo iniziato già dall’anno pastorale scorso: “Soggetto dell’annuncio, della vita della Chiesa è la comunità. Lo scambio intergenerazionale continua quest’anno”.

La giornata al Santuario dei Santi Medici a Bitonto continua con mostre, spazi espositivi, la sintesi dei lavori di gruppo (a partire dagli spunti del documento per il prossimo Sinodo) tenuta dall’Arcivescovo e infine una veglia e una festa con i giovani della diocesi nel segno di quella Chiesa in uscita che cerca di tenere gli occhi aperti sulla realtà.

Maria Teresa Buccino (intervista): «Noi le 'Kardashian italiane'? Le sorelle Buccino hanno una loro forte identità»

di NICOLA RICCHITELLI – Arriva dal mondo dei social – seguitissimo il suo profilo Instagram con ben 677.1 mila followers - la voce di quest’oggi, da casa Buccino per la precisione. Delle tre sorelle lei è la sorella maggiore. Ospite quest’oggi nel nostro spazio dedicato alle interviste Maria Teresa Buccino. 

Non poteva che essere il rapporto con le sorelle Cristina e Donatella l’argomento cardine dell’intervista realizzata a Maria Teresa, con cui forma da sempre un trio affiatato e inseparabile, e che non passa di certo inosservato agli occhi del gossip: «Da dove nasce l’interesse verso le sorelle Buccino? ...Quando l’oggetto di tale curiosità sono tre sorelle di bell’aspetto, molto legate tra di loro, esposte al mondo dei mass media e a ciò che riguarda il gossip…».

Da dove nasce il sempre più crescente interesse verso le sorelle Buccino?
R:«Credo che nasca dalla curiosità sempre più crescente che l’essere umano in generale prova. Soprattutto quando l’oggetto di tale curiosità sono tre sorelle di bell’aspetto molto legate tra di loro esposte al mondo dei mass media e a ciò che riguarda il gossip».

C’è qualcosa che di tanto in tanto vi fa litigare?
R:«Si come tutte le brave sorelle che si rispettano. Tutte e tre possediamo un carattere forte e indipendente. Per esempio rispetto a me Cristina è molto più istintiva. Io ho un carattere più mite, sono molto più riflessiva, quindi spesso mi trovo in disaccordo con le sue scelte. Donatella caratterialmente è molto più simile a me, nonostante anche con lei mi ritrovo alcune volte a discutere perché è puntigliosa e estremamente perfezionista».

La cosa invece che vi mette tutte e tre d’accordo?
R:«Una cosa di cui sono certa è che anche le mie sorelle avrebbero risposto allo stesso modo a questa domanda. Ciò che ci mette d’accordo è l’amore e l’unione che proviamo tra di noi e verso i nostri genitori, pilastri fondamentali della nostra vita».

Qual è la vostra forza?
R:«Indiscutibilmente la famiglia. Possiamo contare l’uno sull’altro e non ci spaventa aiutare chi è in difficoltà e chi ne ha bisogno, anche per le cose più semplici».

Qualcuno vi ha definito le sorelle Kardashian di Italia. Tu come la vedi?
R:«Mi fa sorridere questa comunione con questo grande cognome. Sicuramente mi fa piacere perché non c’è angolo della terra dove loro non siano note, però ci tengo a precisare che le sorelle Buccino hanno una loro forte identità e nel nostro piccolo siamo giustamente e ovviamente differenti».

Chi è Maria Teresa al di fuori del contesto social?
R:«Mettiamo a nudo Maria Teresa Buccino. Sono molto più semplice e vera di ciò che può sembrare sui social. Amo vivere la casa quando il lavoro me lo permette, sono appassionata di cucina, per questo motivo mi piace organizzare spesso cene a casa. Oltre ad intrattenere le mie amiche con un quantitativo esagerato di peperoncino, organizziamo maratone su Netflix intervallate da semplici e piacevoli chiacchiere. Sono anche appassionata di Make-up e cosmesi, spesso sono alla ricerca di prodotti nuovi. Mi ritengo una accumulatrice seriale di palette per il trucco, ovviamente ironizzo, mi piace spesso girare per le SPA di tutto il mondo, per testare trattamenti, sicuramente anche per gustare un giusto e meritato momento di coccole».

I social, per l’appunto: cosa ti spinge a pubblicare un tuo scatto dinanzi tanti follower?
R:«A parte gli scatti che vengono postati per lavoro, mi piace pubblicare momenti di quotidianità che spero comunichino chi realmente sono e ciò che mi piace fare».

Cosa non deve mancare in un tuo scatto?
R:«Ovviamente dipende dallo scatto; sicuramente non deve mai mancare la semplicità, il sex appeal ed infine l’ironia».

Come vedi il tuo futuro? 
R:«Mi vedo con un uomo con la U maiuscola al mio fianco, un figlio, circondata d’amore e realizzata ancora di più nell’ambito lavorativo».

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Don Michele Birardi sul 'Passaggio di testimone' del 15 settembre a Bitonto

di LUIGI LAGUARAGNELLA - L’Assemblea diocesana con cui ogni anno la chiesa locale apre l’anno pastorale per il 2018 sarà diversa rispetto al passato. Gli operatori pastorali, i sacerdoti, i consacrati, le suore, le famiglie, i giovani dell’arcidiocesi di Bari-Bitonto al Santuario dei Santi Medici di Bitonto il 15 settembre vivranno una giornata ricca di dialogo, riflessione e prospettive. Insieme all’arcivescovo Francesco Cacucci si troveranno gli spunti per il nuovo anno, dopo quello trascorso basato sul dialogo intergenerazionale.

Al nostro giornale, nella video intervista, don Michele Birardi, direttore dell’Ufficio per la Pastorale Giovanile Diocesana, descrive nei dettagli il programma della giornata intitolata “Passaggio di testimone”. Ripercorre i momenti cruciali che soprattutto i giovani hanno vissuto durante lo scorso anno: il pellegrinaggio lungo le strade della provincia barese che ha condotto alcuni di loro alla giornata insieme a papa Francesco e giovani italiani a Roma; l’esperienza della Tenda dell’Incontro che ha portato le comunità parrocchiali e infine la storica giornata del dialogo interreligioso tra i Patriarchi delle Chiese d’Oriente e il Pontefice. Come don Michele dice l’incontro di Bitonto sarà un momento per fare una “vogliamo sintetizzare e rilanciare la nostra proposta pastorale”.

“Passaggio di testimone”, spiega il parroco di San Luca, significa il desiderio di “renderci conto di testimoni che passano nella nostra vita, ma anche renderci conto dei doni del Signore nella nostra vita”. Oltre all’Assemblea, ci saranno tavole rotonde, mostre (tra cui una dedicata don Tonino Bello) saranno organizzati gruppi tematici basati sui documenti del Sinodo dei Giovani, “che daranno dati, idee, prospettive, linee pastorali che il Vescovo sintetizzerà nel corso dell’Assemblea”. Tra lo storico incontro di papa Francesco a Bari e alla vigilia del Sinodo dei Giovani, la giornata diocesana lascerà altre tracce utili e profonde per continuare ad essere “Chiesa in uscita”.

Serena De Bari (intervista): «Il mio nuovo album 'SERENA' parla d’amore e delle sue sfaccettature»


di NICOLA RICCHITELLI – Un nuovo singolo – “L’Odore dell’aria, pubblicato lo scorso 25 maggio – ma soprattutto un nuovo album, “SERENA” disponibile tra qualche settimana su tutte le piattaforme digitali: «Il filo conduttore che lega tutti i pezzi di quest’album sono le varie situazioni che l’amore può caratterizzare la vita di ogni singola persona da poter permettere a chi ascolta di rivedersi in qualche racconto. Sono sicura di non cadere nel banale perché ogni pezzo a quel qualcosa che lo contraddistingue E soprattutto sono fatti realmente accaduti e non frutto dell’immaginazione».

Dopo l’esperienza nella scuola di Amici di qualche anno fa, l’artista molfettese torna con un nuovo album di inediti e con tanti progetti in cantiere. 

E' di qualche mese fa l’uscita del nuovo singolo “L’Odore nell’aria”. Ti va di parlarcene?
R:«Il mio nuovo singolo “l’odore nell’aria” ha raggiunto molti risultati tra i quali 140.000 visualizzazioni, presente sul canale VEVO, YouTube, ed è stato trasmesso da moltissime radio. Quest’estate l'ho presentato in diversi contesti molto importanti, nelle prossime domande cercherò di essere più esplicita e dettagliata».

Cosa c’è di te e del tuo vissuto in questo brano?
R:«Tengo a precisare che questi brani non sono scritti personalmente da me quindi molto spesso devo adattarmi alle tematiche che mi vengono proposte, l’autore di questo pezzo ha cercato di trattare una tematica molto importante e, da artista, ho cercato di rivedere il contenuto, dandogli una lettura più vicina alla mia età, oggi sono felicissima di aver realizzato questo progetto e di aver dato anche un tocco di me stessa. Spero che arrivi molto presto il momento di farvi ascoltare alcuni pezzi che racchiudono anche una mia vena cantautorale».

Il brano sopra menzionato ha anticipato il tuo nuovo album di inediti “SERENA”. Che album è? 
R:«Sì, precisamente prima della fine di settembre il mio primo album sarà disponibile su tutte le piattaforme digitali, il prossimo obiettivo è quello di promuovere un nuovo singolo che è intitolato “Urlo sul mondo”, con il quale spero di colpire il pubblico, poiché la canzone racchiude un significato molto rivoluzionario non in senso negativo, ma che riguarda prettamente noi giovani e per noi giovani intendo tutta la fascia che tende a voler trasgredire tutte le  regole che non ci permettono di essere liberi e noi stessi».

Quali i temi che fanno da filo conduttore?
R:«Il mio album racchiude davvero tante sorprese, e spero mi possa dare molte soddisfazioni soprattutto per quello che è stato seminato in tutti questi anni. Il filo conduttore che lega tutti i pezzi di quest’album sono le varie situazioni che l’amore può caratterizzare la vita di ogni singola persona da poter permettere a chi ascolta di rivedersi in qualche racconto. Sono sicura di non cadere nel banale perché ogni pezzo a quel qualcosa che lo contraddistingue. E soprattutto sono fatti realmente accaduti e non frutto dell’immaginazione».

Cosa ci puoi raccontare del tour estivo che hai portato in giro per le varie città pugliesi? 
R:«È stato davvero elettrizzante partecipare a tantissimi eventi con scopi diversi tra loro il più significativo, ci tengo a precisare, è stato quello che ho fatto l’8 Settembre, a Trani, dove sono stata ospite alla finale nazionale di Miss Grand Prix e Mister Italia, e mi ha permesso di conoscere persone del mondo dello spettacolo molto affermati tra cui Jo Squillo, Adriana Volpe, Rocco Barocco e tanti altri che mi hanno riservato un trattamento davvero gratificante e inaspettato, sono davvero onorata di aver ricevuto tantissimi complimenti da loro e di aver incontrato moltissimi dei miei Fan. Chi ha voglia può tranquillamente vedere tutto sul mio profilo social digitando su Instagram, Serenadebariofficial o su Facebook: Serena de Bari».

Serena, parliamo un po’ della scuola di “Amici”: quali furono le motivazioni che ti spinsero a vivere quell’esperienza?
R:«Tutto nacque con molta naturalezza. Sappiamo benissimo che arrivare a questi programmi non è semplice, io sono stata molto istintiva nell’inviare la richiesta di partecipazione e successivamente grazie alla mia determinazione sono riuscita a raggiungere il mio obiettivo. Oggi ne parlo con molta tranquillità e voglio soprattutto dire a tutte le persone che mi chiedono di dargli un consiglio di lasciare a casa molte chiacchiere di paese che si sentono in giro e di concentrarsi soprattutto sul proprio talento e sulla musica».

Cosa ti è rimasto dei giorni vissuti nella scuola?
R:«Mi è rimasto tanto perché continuo e ad adottare tutte le tecniche che mi sono state trasmesse in quel contesto. Sicuramente la vita che vivi non è reale perché sei concentrata nella musica a 360° e tante persone cercano di darti attenzioni che nella vita quotidiana solitamente non sarebbe neanche normale riceverle».

Vista la tua giovanissima età hai mai pensato di riprovarci?  
R:«Ritengo che questa domanda sia molto particolare al momento, i miei obiettivi sono altri!
Chissà, non è mai detta l’ultima parola».

Quanto è stata importante la conoscenza di Luca Venturi affinchè la tua carriera musicale prendesse il là? 
R:«E' stato fondamentale, in quanto Luca, quando mi ha sentita cantare, sin da subito ha creduto in me, perché in questa giungla musicale non è mai semplice riuscire a trovare un piccolo spazio perché ci sono tante persone che ambiscono a questo lavoro e nel tempo diventa sempre più difficile .Il pretesto che mi motiva a dare sempre di più e il fatto di avere, la On the set, la mia etichetta discografica e tante persone che lavorano sul mio progetto e di dare tante emozioni ai miei fan che continuano a seguirmi con tanta stima».

Quali sono i tuoi prossimi impegni in ambito musicale?
R:«I miei progetti futuri sono tanti, ma in primis quello di ottenere un buon riscontro con l’album e soprattutto di porre in essere la mia candidatura a Sanremo giovani».

(ph credits: https://www.facebook.com/SerenadeBariOfficial/)

Mara Carfagna (intervista): «Il panorama politico italiano? Vedo molta improvvisazione e un bel po’ di confusione»


di NICOLA RICCHITELLI – La voce di quest’oggi arriva dalla politica, da Palazzo Montecitorio e quindi dalla Camera dei deputati. Ospite del nostro spazio dedicato alle interviste è il vicepresidente della Camera, l’on. Mara Carfagna, arrivata in Puglia – Giovinazzo per la precisione – nella giornata di ieri in occasione della sesta edizione di “Everest 2018”, il campus estivo dei giovani di Forza Italia che torna anche quest’anno per riaccendere il dibattito ed il confronto tra gli esponenti nazionali e locali del partito degli azzurri e i giovani militanti e dirigenti. 

Tre giorni all’insegna della passione politica, durante i quali la componente giovanile di centrodestra sarà la principale protagonista, insieme ad importanti e noti esponenti nazionali, regionali e territoriali, di dibattiti e confronti sui temi più importanti dell’attualità politica.

Il campus dei giovani di Forza Italia vede la presenza dei big della politica come il senatore Maurizio Gasparri, padrino dell’iniziativa, il vicepresidente di FI Antonio Tajani, per l’appunto la vicepresidente della Camera dei deputati Carfagna, gli onorevoli Gelmini, Bernini, Brunetta e Quagliarello, il capogruppo al Parlamento europeo Gardini, il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti e del Molise Donato Toma.

Onorevole Carfagna, innanzitutto mi permetta di darle il benvenuto  nel nostro spazio dedicato alle interviste. Andiamo subito al cuore del problema, una sua opinione su questi primi mesi di governo targato Salvini – Dimaio, o giallo/verde che dir si voglia?
R:«Deludenti. Ha approvato due soli provvedimenti “veri”: il Dl Dignità che farà perdere migliaia di posti di lavoro e il “regalo” di 12  motovedette alla Libia che, a questo punto, chissà a chi finiranno in mano. Il resto sono Milleproroghe e normale amministrazione, più l’attuazione di alcuni decreti lasciati da Paolo Gentiloni. Non c’è paragone, né dal punto di vista dei numeri né dal punto di vista dei contenuti con i primi cento giorni del governo di Silvio Berlusconi: avevamo tolto l’Ici, risolto il problema dei rifiuti a Napoli, abolito i ticket sanitari sulla diagnostica, velocizzato le espulsioni per i clandestini, creato il Garante per l’Infanzia e introdotto il reato di stalking...».

Come considera in questo momento Matteo Salvini?
R:«Il leader della Lega è il principale protagonista di questo governo. Si sta muovendo bene su alcuni temi, sbaglia quando, come sul decreto Dignità o sulla Tav, asseconda le idee dei Cinquestelle che sono profondamente sbagliate, in contrasto col programma che il centrodestra ha presentato alle elezioni».

(credits: Fb Mara Carfagna)
E la Lega? Ha senso ancora parlare della Lega come forza di coalizione del centrodestra?
R:«Con la Lega governiamo centinaia di amministrazioni locali, Regioni importantissime come la Lombardia, il Veneto o la Sicilia. Salvini ha detto più volte che il suo orizzonte resta il centrodestra e l’accordo con i Cinquestelle dovuto ad una situazione eccezionale. Il segretario della Lega però dimostri che quella con il M5S è un’esperienza a tempo e non un’alleanza strutturale. Per essere il centrodestra bisogna fare cose di centrodestra e questo governo non lo sta facendo sempre».

Perché ad un certo punto del suo cammino professionale ha scelto la politica?
R:«Per la stessa ragione per cui credo lo abbia fatto la stragrande maggioranza dei miei colleghi: perché sono stata attirata dalla possibilità di poter fare qualcosa per gli altri, per il mio Paese».

Cosa significa oggi essere un politico e fare politica?
R:«Impegnarsi per gli italiani, presentare proposte e dare contributi finalizzati a ottenere il massimo. Lottare per tutelare le donne vittime di violenza, per garantire opportunità ai giovani, al Sud,  implementare il Welfare. In parole povere, la missione di chi fa politica dovrebbe essere quella, ciascuno nel suo ruolo e per come può, di migliorare l’Italia».

Onorevole, a suo modo di vedere cos’è oggi il centrodestra?
R:«E’ un modello di governo, una coalizione tra diversi, plurale ma con un programma chiaro e definito per la modernizzazione del nostro Paese. E’ la coalizione che rappresenta la maggioranza degli italiani. Quella che rappresenta l’Italia che produce, che scommette sull’innovazione, che investe e che da lavoro».

Volgendo lo sguardo sul panorama politico italiano cosa vede?
R:«Molta improvvisazione e un bel po’ di confusione. Del resto al governo non c’è un blocco definito, ma ci sono due minoranze che si sono dovute unire, con programmi diversi e spesso opposti, per raggiungere la maggioranza dei voti. E’ un patchwork venuto male».

Una sua previsione sulla durata di questo governo?
R:«Mi auguro per gli italiani che possa durare il meno possibile. Già nelle prossime settimane quando sarà scritta e discussa la legge di Bilancio si scoprirà che reddito di cittadinanza e flat tax non possono essere fatte insieme, che qualcuno ha promesso cose che non poteva mantenere».

Contacts: 

https://www.facebook.com/CarfagnaMara/
https://www.instagram.com/maracarfagna/

Don Geremia Acri (intervista): «Accogliere significa vivere costantemente braccato dalla paura di non fare mai abbastanza»

di NICOLA RICCHITELLI – Quest’oggi scendiamo in strada fino a spingerci ai confini delle periferie, lì dove ad accoglierci troviamo don Geremia Acri che nella città di Andria dirige la casa di accoglienza Santa Maria Goretti, oltre ad essere responsabile dell'Ufficio Migrantes della diocesi di Andria e della Comunità "Migrantesliberi", scossa qualche settimana fa dall’incidente nelle campagne di Foggia. Tra le vittime infatti vi era Djire Djoumana, ospite in passato della comunità “Migrantesliberi”.

Una lunga intervista che affonda le proprie radici nella parola accoglienza, che vi farà meglio comprendere l’azione di don Geremia Acri, oltre a farci conoscere questo sacerdote tanto amato dai suoi cittadini e dai suoi fedeli.

Che posto occupa nella sua missione pastorale il verbo e la parola accoglienza?
R:«Il Verbo si fece carne. (dal Vangelo secondo Giovanni 1,14). Rivestendo la nostra umanità, il Verbo di Dio è ogni volto, ogni persona, ogni bambino che incontriamo lungo il cammino della fede. Per cui l’accoglienza ci aiuta continuamente a fecondato Dio per diretta esperienza.
L’Amore si fa’, “…non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità”. (cfr1Gv 3, 18-24). L’amore non fa preferenza, tutti sono inclusi, è per ogni persona. L’amore è capace di costruire fraternità e ponti. L’amore è concretezza e quotidianità. L’amore cristiano, e anche quello umano, può anche spingersi fino all’eroismo, ma dev’essere quotidiano e abituale nei gesti. ‘Dare la vita’ non significa solo ‘morire’ per gli altri, ma ancor prima vivere per gli altri. La carità non è un sentimento né un discorso, la carità è un fatto. L’amore che si alimenta di belle parole e non si traduce nei fatti è soltanto la macchietta dell’amore».

Perché accogliere può sembrare scomodo? 
R:«Accogliere è scomodo perché l’altro che arriva è uno sconosciuto ed è mistero, ognuno di noi lo è. L’altro che arriva disturba sempre, per questo l’accoglienza non è comoda e senza dolore. Ogni persona che nasce, entra nel mondo con dolore e pianto. “Omnia vincit amor et nos cedamus amori”. "L'amore vince tutto, e noi cediamo all'amore"».

Perché dobbiamo accogliere?
R:«Come cristiani abbiamo dimenticato che la Parola di Dio è obbedienza. L’impegno dell’accoglienza nei confronti dei più poveri è radicato nel Vangelo. L’accoglienza è una necessità evangelica, che si scontra con le logiche imperanti del mondo come: indifferenza e individualismo.
Se il vento oggi spira a favore di una politica sociale economica escludente, razziale e xenofoba, dove mercenari e avventurieri populisti vogliono cavalcare per consenso il grido di disperazione di uomini, donne e bambini senza futuro, senza lavoro e senza dignità per riproporre politiche di terrore e paura, sarebbe bene che il mondo cattolico partecipasse con i suoi principi morali all’arena pubblica e dichiarasse non cristiano chi è contro l’accoglienza dei migranti, chi vuole promuovere muri, chi per interessi personali promuove la corruzione e non favorisce la meritocrazia e difende la democrazia».

Nella sua esperienza personale cosa vuol dire accoglienza? 
R:«Accogliere, nella mia esperienza personale, significa questo: vivere costantemente braccato dalla paura di non fare mai abbastanza per l’altro/a, vivere notte e giorno in tensione per l’altro/a, vivere per una ragione: “il bene della collettività”, della comunità. Accogliere è un dovere. Sì, utilizzo il verbo “dovere” per essere chiaro, diretto, sfrontato perché le Istituzioni si devono ri-educare al dovere. Le Istituzioni prima di propagandare e promettere devono agire, le Istituzioni prima di scendere in campo elettorale e fare proseliti devono scendere nel “campo dell’umanità ferita e sofferente”, sporcarsi le mani, mettere la faccia, dare fiducia, e non dormire la notte per il cuore che ti sale in gola. In questo momento storico particolare dove si sta perpetrando il “nuovo olocausto”, tutti indistintamente siamo chiamati come cittadini pubblici e civili a non rimanere indifferenti, sordi, apatici, ma ad accogliere per un “dovere morale”, inscritto nelle nostre coscienze erranti di uomini e donne. Per cui, oggi, ai significati già esistenti della parola “accoglienza” bisogna includere un altro significato ossia “dovere”. Il dovere, delle volte, violenta la vita di uomini e donne ma devo anche dire che l’accoglienza violenta ugualmente. Violenta nel momento in cui ti trovi di fronte giovani migranti solcati nel volto dal dolore, dalla fatica dove nei loro occhi possiamo scorgere il loro bagaglio ossia ‘il travaglio di un’esistenza’, perché solo quello portano sulle nostre rive, e come uomo prima e come prete poi sento l’obbligo di custodirlo, perché nel bagaglio si porta sempre qualcosa di personale, di intimo e loro portano la vita. Accogliere oltre ad inglobare l’accezione “dovere” non ha bisogno di palcoscenici ma di cuori, volti e mani che rivoluzionano un sistema, dove l’altro non è un numero ma semplicemente una persona come te, che ha bisogno di affetto, attenzioni, cure e cultura. Non dobbiamo e non possiamo dimenticare i tanti “ecce homo” e “crocifissi” del nostro tempo, perché «Gesù sarà in agonia fino alla fine del mondo: non bisogna dormire durante questo tempo» (Blaise Pascal)».

Perché l’Italia e l’italiano ha paura di accogliere?
R:«Perché: “Ogni volta che uno non ascolta la Parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore”. (dal Vangelo secondo Matteo. 13,18-19). La parabola del seminatore riassume ciò che l’Italia sta vivendo. Dal cuore degli italiani è stato rubato il sentimento di compassione, di solidarietà nei confronti dell’altro ed è stato innestato l’impulso dell’odio, e del rifiuto per il diverso.Forse un nuovo secolo catastrofico è alle porte se non svegliamo e mobilitiamo le coscienze a difesa della dignità della persona e del suo inestimabile valore. La dignità esige il rispetto e la promozione di tutta la persona, nelle sue componenti materiale, etico, spirituale. Dal valore della dignità della persona discende innanzitutto quello della vita umana. Questo significa riconoscere la sacralità della vita. La tutela e la salvaguardia della vita nella Terra dei Diritti dell’Umanità in questo tempo pieno di conflitti politici di effimero consenso deve essere il primo punto di un programma politico democratico, a servizio della comunità umana, altrimenti il sogno Europa muore e con sé intere popolazioni. Ricoprire un ruolo pubblico e politico impone un grande senso di responsabilità, un forte afflato per il bene comune, una visione lungimirante, componenti necessarie per determinare percorsi di emancipazione culturale, serietà amministrativa e processi di inclusione sociale, che favoriscono uno Stato di Valori Umani rendendo così possibile ogni giorno il dialogo, il confronto, lo scontro, l’antagonismo, la competizione per una polis plurale attiva e partecipativa».

L’Italia e l’italiano è davvero razzista così come lo descrive giornali e televisione?
R:«L’Italia e gli italiani non sono razzisti. Purtroppo come Paese e come cittadini stiamo pagando lo scotto di una politica che ha deciso di fare una propaganda di consenso elettorale sulla pelle di poveracci, esasperando i toni cercando lo scontro sociale. In tutto questo c’è anche la colpa dei media, poco documentati e poco attenti a raccontare esperienze positive di accoglienza e integrazione. Si sta portando avanti un modo di fare politica di bassa lega, creato per influenzare negativamente la realtà utilizzando l’informazione per trasformare i fatti con la semantica della propaganda. L’Italia oggi si trova di fronte ad uno sguardo storico politico miope e cieco, che non riesce ad identificare successi e fallimenti della globalizzazione, una grande osmosi, che ha coinvolto indifferentemente tutto il mondo. E così la situazione italiana sta diventando distruttiva perché da qualche tempo cerca di barcamenarsi con reazioni di chiusura e intolleranza alle trasformazioni rapide del tessuto sociale, economico e culturale, che cercano risposte sagge, rapide e concrete. L’Italia la deve smettere di scherzare con il razzismo e la xenofobia. Questo clima nauseabondo di odio per il diverso rischia di compromettere le radici civili e culturali della democrazia italiana».

Don Geremia, da italiani quindi cosa dovremo fare?
R:«Oggi come cittadini italiani siamo chiamati a valutare e prevedere i pericoli, che può correre la democrazia, se non è difesa sempre e in ogni occasione, resistendo agli attacchi della libertà, della giustizia, dell’uguaglianza. Ebbene perché come direbbe Don Luigi Sturzo “senza libertà, senza giustizia e senza uguaglianza non esiste democrazia”. Un cristiano, una società civile, che rivendica le proprie origini e radici cristiane, non possono, assolutamente, essere razzisti. La Bibbia dal primo all’ultimo libro racconta il contrario di: razzismo, intolleranza, separazione, muri…
Gesù Cristo, come afferma San Paolo nelle sue lettere, ha cancellato le differenze: non ci sono più Greci o Giudei, schiavi o liberi, circoncisi o non circoncisi perché Cristo è “tutto in tutti”. Una umanità integrata ed inclusiva».

Che opinione ha del nostro Ministro dell’Interno?
R:«Il libro sapienzale, della Bibbia, Qóelet ci dice: “Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo”. Questo è un tempo in cui bisogna amare di più l’avversario, costruire di più una società civile, curare di più i malati di spirito e ricordare al Ministro degli Interni, che esiste per tutto una durata: “un tempo per nascere e un tempo per morire…Un tempo per tacere e un tempo per parlare…”. (cfr Qohelet 3,1-8). Il monaco Silvano del monte Athos diceva: “Mio fratello è la mia vita”. Ogni persona è mio fratello (sorella), il Ministro dell’Interno, il Vice-premier è innanzitutto una persona, un uomo e come persona è anche mio fratello, fratello da amare, da accogliere, ma anche da educare al senso del rispetto, del limite, del buon senso. Un padre parla con i suoi figli, non con post o twitter né tanto meno per avere consenso, un padre è disposto a dare la vita per il figlio. Un politico che educa a far male e a farsi del male si rivela per quel che è: indifferente, cieco e amante degli interessi di parte e tornaconti. Il verbo potere è un verbo servile, che nella grammatica italiana ha la funzione di “servire” o aiutare altri verbi, ciò indica la condizione stessa di chi esercita il governo, di qualsivoglia attività pubblica o ecclesiastica, con la capacità di assumere attitudini umane e saldamente morali, per andare incontro ad obblighi di ufficio, che devono assicurare il bene comune, la dignità delle persone. Solo nel ri-mettere al centro l’umanità e la sua complessità, e ri-scattare il significato di potere e di governo possiamo ri-scoprire le nostre origini culturali, che hanno reso l’Italia e la sua Costituzione il più Bel Paese del mondo».

La tragedia dello scorso 6 agosto – tra le campagne di Foggia – ha investito la Comunità “Migrantesliberi” di cui lei è responsabile. Tra le dodici vittime c’era Djire Djoumana. Come sta vivendo questo momento lei e la sua comunità?
R:«La morte di Djoumana per la Comunità Migrantesliberi rappresenta la perdita di un figlio accolto, amato, curato, istruito e responsabilizzato alla libertà. Con l’affetto e la preghiera siamo vicini alla sua famiglia e ai suoi amici».

Chi era Djire Djoumana?
R:«Era nato il 07 Agosto 1982 a Sekou in Mali: Djire Djoumana, tra le 12 vittime della strage braccianti di Ripalta, nel foggiano, era giunto con l’emergenza nord Africa del 2011. Ospite della Casa di Accoglienza 'Gandhi' della Comunità 'Migrantesliberi' di Andria. Titolare di protezione sussidiaria, era una persona riservata, taciturna e pacifica, pensava spesso alla sua famiglia, alla moglie e ai suoi due bambini. Sin dall’inizio ha svolto piccoli lavori stagionali, prima di dedicarsi all’agricoltura si recava nei luoghi turistici come venditore ambulante, si spostava dal comune di Andria per raggiungere il luogo di lavoro. Dopo l’uscita dal progetto ha preferito rimanere nel territorio andriese affittando, con un connazionale, una casa in autonomia, mantenendo rapporti costanti con gli operatori e volontari della Comunità 'Migrantesliberi', suo unico punto di riferimento sul territorio nazionale. Ha sempre collaborato, anche se la sua apparente tranquillità era velata di nostalgia per la distanza dalla sua terra e dalla sua famiglia. Spesso ci raggiungeva per un saluto o un consiglio appena ne aveva la possibilità. Non amava bivaccare e le sue giornate erano dedicate quasi esclusivamente al lavoro. Sperava, entro l’anno, di ricongiungersi con la sua famiglia, ma un destino impietoso ha infranto i suoi sogni. Il 7 agosto, avrebbe dovuto festeggiare il suo compleanno. 36 anni non compiuti perché ha incontrato sorella morte».

Per molti la parola accoglienza ha il colore della pelle della gente che ogni giorno con un gommone attraversa il Mediterraneo, ma ricordiamo che nella Casa di accoglienza “S. Maria Goretti” – di cui lei è direttore – la parola accoglienza non ha colore. Le va di raccontarci l’opera dei volontari?
R:«L’opera quotidiana dei volontari della Casa di Accoglienza “S Maria Goretti” della Diocesi di Andria è encomiabile, sono le vere colonne portanti. La loro opera è l’esercizio costante della carità nei confronti dei più deboli senza distinzione di razza, colore e religione.
I volontari cercano di estirpare le tante spine dell’umanità che entrano in questa Casa: fili spinati, che arrestano i flussi migratori, segno della caduta valoriale della civiltà del benessere; birra alla spina, nella quale i nostri giovani affogano il mal di vivere, causato dalla logica del mercato che li scarta; spine nel fianco di tante donne abbandonate, di madri in dolore, di padri separati e senza fissa dimora...
I volontari di Casa di Accoglienza sanno che in questo luogo, il grembiule è d’obbligo, il cuore è prossimo, le mani sempre sporche e le mura custodi e intrise di quel profumo che solo la vera umanità espande. Casa Accoglienza è un cortile dalle mura ruvide, forti e custodi di umanità. Un selciato pulito di incontri per uomini, donne e bambini nessuno escluso. Una porta che offre ragioni di speranza e sa dar conto di tutti gli aspetti dell’esistenza umana, dove diventa carne quella cultura inclusiva a misura d’uomo. Ciò che rende significativa la nostra vita per gli altri, ciò che rende eterno il ricordo di noi, è la voglia di incidere positivamente nella vita degli uomini, con gesti quotidiani, autentici e sobri, dove l’ordinario diventa straordinario e le logiche mondane si capovolgono affermando la bellezza della vita con disarmante semplicità verità e giustizia».

Che peso ha la vostra azione per la città di Andria?
R:«Da anni e anni siamo impegnati nella promozione di una cultura inclusiva attenti a non escludere nessuno. Andria è una città fortemente solidale, che ci aiuta ad operare con determinazione per il bene della collettività. La Casa di Accoglienza “S. Maria Goretti” della Diocesi di Andria è considerata da tante persone come il luogo naturale per l’esercizio costante della Carità. Casa Accoglienza cerca ogni giorno di toccare e aiutare gli emarginati e i poveri offrendo interventi sul piano dell’assistenza sociale, sanitaria, della promozione umana del rispetto delle norme, dei diritti ma anche dei propri doveri. Un’opera, che dipende totalmente dalla dedizione e dal sacrificio di tanti volontari pronti ad offrire tempo e professionalità al servizio degli ultimi. Difatti il compito e il vanto della Casa di accoglienza Santa Maria Goretti è di occuparsi degli “ultimi secondo il pensare umano, ma primi nella considerazione e amore di Dio”, compito che vorremmo fosse sempre più condiviso da tutti».

Quali sono le difficoltà che incontra ogni giorno nel portare avanti la sua missione? I momenti più difficili e pesanti che ha dovuto affrontare per arrivare fin qui?
R:«Tante sono state e sono, minacce, accuse, calunnie, diffamazioni, indifferenza, delega… a cui ho dovuto, e continuo, far fronte durante la mia esperienza di servizio. Chi opera nel solco della Giustizia e della Verità deve essere ben consapevole di andare incontro a questo tipo di ostacoli, soprattutto quando l’attività è a tutela del bene comune e di tutti, ma si ripercuote direttamente o indirettamente su possibili arrivisti, predatori, carrieristi, arrampicatori, mafiosi e criminali.
Leggo e medito spesso la pagina del Vangelo di Matteo 5,1-12: “Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi”».
Non sono da solo, Lui il Maestro, Gesù Cristo, è sempre presente, come anche i tantissimi collaboratori, volontari, benefattori e sono molto di più rispetto a chi vede sempre il male ovunque e dappertutto, che sanno fare chiasso come l’albero che cade nella foresta.
Faccio fatica a capire una Comunità di credenti che si ferma davanti all’Eucarestia, che prepara nei minimi particolari processioni o altre manifestazioni, e fa bene, ma non pronta a fermarsi davanti a chi incappa nei briganti di oggi al povero. Qualcosa non torna. È come se l’Eucarestia fosse un Gesù diverso dall’altro sacramento scomodo che è il povero: è lo stesso Gesù Cristo. È più facile avvicinarsi a un pane, con la sua buona fragranza, che a una persona che puzza, che puzza in tutti i sensi. La chiesa non può essere chiusa o ingabbiata dentro le logiche del mondo. La Chiesa dev’essere sempre aperta alle sfide del mondo, dinamica nel servizio, coraggiosa di saper osare di fronte alle piaghe di questo tempo, schierandosi con rispetto, ma senza diplomazia».

Che futuro sogna per la sua città e per tutti coloro che ogni giorno bussano alla sua porta?
R:«Innanzitutto non volgendo le spalle e non delegando ad altri ciò che spetta ad ogni cristiano e cittadino: amore senza calcoli e indiviso, senza preferenze di persona, ma semplicemente amore. Quando uno ama con verità e mette in gioco la propria esistenza, inevitabilmente contagia gli altri e così si crea una cordata di solidarietà che rende possibile ciò che da solo risulta impossibile”
Una Polis carità. La politica è la forma più alta della carità, se per carità intendiamo capacità e volontà di relazionarsi con gli altri non come mercenari, ma come pastori che danno la vita. Sogno una comunità di uomini e donne che evitino promesse che realmente non si possono realizzare, in quanto la promessa è una forma di nuova schiavitù, perché si lega a sé, per tempo o per sempre, la persona che ciecamente si fida della parola data. E quando la parola data cade nel vuoto, a cadere è anche l'uomo.
“I poveri vanno amati come poveri, cioè come sono, senza far calcoli sulla loro povertà, senza pretesa o diritto di ipoteca, neanche quella di farli cittadini del regno dei cieli, molto meno dei proseliti” (don Mazzolari). Non solo i poveri di cibo, di beni primari e vitali, ma anche il povero di relazioni, di cultura, di nazione….Anch’io mi sento povero e forse tutti dovremmo sentirci poveri perché tra poveri si condivide sempre quel poco o tanto che si ha».

Veronica Olivier (intervista): «Dopo il successo di Amore 14 e Ballando, sono volata negli Usa per migliorare la mia formazione professionale»


di NICOLA RICCHITELLI – Arriva dagli Stati Uniti – Los Angeles per la precisione – l’ospite di quest’oggi. Arriva dagli States ma lei è italianissima: stiamo parlando della modella e attrice Veronica Olivier, divenuta celebre grazie a Carolina, il personaggio protagonista del film “Amore 14” dello scrittore e regista Federico Moccia.

Una lunga intervista, una chiacchierata per ricordare i giorni che la portarono al successo e a farsi conoscere al grande pubblico fino ai giorni americani che la vedono impegnata in un intenso percorso di formazione professionale.


D: Veronica, come stai?
Ciao, sto molto bene grazie!

Di te si ricorda la tua interpretazione nel film “Amore 14” – era l’anno 2009 - e la vittoria del programma “Ballando con le stelle” l’anno successivo. Cosa ti è restato di quei giorni là?
R:«Dell’esperienza di “Amore14” e “Ballando con le stelle” mi è rimasto tutto. Le persone meravigliose che ho conosciuto, la loro professionalità e dedizione al lavoro, i loro insegnamenti sia professionali che di vita. Milli Carlucci è per me un grande esempio di professionalità. Mi ha insegnato che se vuoi ottenere dei risultati nel tuo mestiere devi metterci il cuore, la tua anima e la tua testa. E’ una donna molto radicata. E’ molto presente e molto forte. La sua energia femminile riesce a trasmetterti affetto e coccole e la sua energia maschile forza, determinazione e tenacia. Federico Moccia mi ha insegnato a vedere quella sensibilità negli uomini che prima non vedevo. Lui mi ha insegnato che non importa quanti anni abbiamo, possiamo ancora vedere il mondo con gli occhi dei bambini. Ho imparato che non giudicare gli altri, perché non sai mai che battaglia stanno combattendo. Marco Belardi, è un grande esempio per me di serietà professionale. E’ un uomo con una profonda etica. E’ inoltre un esempio di come, se hai un sogno, puoi raggiungerlo!».

Negli ultimi tempi ti sappiamo a Los Angeles per frequentare l'Ivana Chubbuck Studio. Cosa ci puoi raccontare di questa esperienza?
R:«La mia vita artistica si è rivoluzionata. Dopo “Ballando con le stelle” ho avuto modo di lavorare su altri set come la serie televisiva prodotta dalla Taodue, “Il Bosco”, regia di E. Puglielli.  Ho avuto il piacere di lavorare nella serie televisiva “Hundred to Go” girata in inglese , regia di N. Prosatore e distribuita dalla Fox. Mi sono trasferita in America due anni fa per studiare con Ivana Chubbuck e poter crescere artisticamente. Trasferirsi in un altro paese, come puoi immaginare, ti cambia la vita e ti da modo di fare esperienze che ti migliorano soprattutto a livello umano, prima ancora che professionale. Lavorare “on stage” al fianco di persone che appartengono ad una cultura diversa dalla tua ti da modo di espanderti come persona».

Cosa ci puoi raccontare della tua conoscenza con Ivana Chubbuck?
R:«Conoscere Ivana Chubbuck a Roma mi ha incuriosito molto e mi ha dato la spinta per saltare dalla parte opposta del mondo e vedere cosa ci fosse. Mi sono ritrovata su un percorso che mi riconduce tuti i giorni a me stessa. Conoscere e scoprire me stessa è quello che vengo richiamata a fare tutti i giorni con disciplina e sentimento. L’arte è una magia che ti rapisce il cuore, la mente, l’anima e tutti i senti. E’ una grande forma di saggezza che ci illumina come individui e ci rende liberi. Impari a seguire il tuo cuore nonostante tutto, nonostante le intemperie e le giornate di sole. Impari ad essere fedele a te stesso a quello che provi, alla tua verità… e soprattutto impari ad essere sensibile a tutte le altre verità che ognuno di noi vive ogni giorno».

Non solo la scuola di Ivana Chubbuck, ma la tua formazione si sta svolgendo anche in un’altra scuola…  
R:«Si, da gennaio 2018 frequento un’altra scuola di recitazione, sempre qui a Los Angeles, chiamata “The Imagined Life” di Diana Castle, letteralmente “La vita immaginata”.  Il mio cuore ha la possibilità di immergersi completamente in un altro corpo. Sperimenti quella che chiamano “Empatia Emotiva”. Come ben sai, l’empatia è un concetto affascinante, e racchiude, tre diversi aspetti. Ci tengo a spiegartelo perché penso, che così come io ho avuto modo di migliorare la mia vita, tutti possano farlo».

Empatia emotiva, ok, mi hai incuriosito…
R:«I tre aspetti sono: cognitivo, emotivo e compassionevole. L’Empatia Cognitiva è quando una persona riesce a capire come gli altri la pensano rispetto ad un determinato evento o argomento. L’Empatia emotiva è quando io riesco a sentire quello che tu provi parlando di un determinato evento. Non sempre riuscire a capire l’altra persona significa riuscire anche a sentire cosa prova l’altra persona. Per questo che tanti problemi nelle relazioni  nascono quando non ci sentiamo capiti sul piano emotivo, piuttosto che sul piano verbale. E poi c’è L’Empatia compassionevole che permette di aiutare chi abbiamo davanti. L’Intelligenza Emotiva più pura fa si che come essere umani siamo in grado di comprendere profondamente il punto di vista altrui, di sentirne  e comprendere anche le emozioni e in fine di aiutarlo.  Ecco il percorso che sto facendo mi fa lavorare tutti i giorni su questi 3 aspetti e, come puoi intuire, ti cambia la vita in un modo che riesci a capire il mondo intorno a te. Ci vuole molto coraggio, e pur essendo una persona molto empatica, inizialmente ho trovato grande difficoltà».

Quali  le difficoltà che hai dovuto affrontare per affrontare questo tipo di percorso? 
R:«Mi sono scontrata con il mio sistema di valori e regole. Mi sono scontrata con quello che ritenevo giusto e/o sbagliato che mi portava a giudicare. Mi sono scontrata con le mie difese personali e il mio ego. Questa esperienza mi ha portato a rivedere tanti eventi della mia vita successi in passato. Tante volte ci sentiamo traditi, feriti, trattati ingiustamente, arrabbiati,  derisi, giudicati .. eppure quell’esperienza è solo una faccia della stessa medaglia.. Mi sono messa nei panni di chi, dal mio punto di vista, mi aveva ferito o fatto arrabbiare, o deluso e ho scoperto un altro mondo. Come ho detto prima, non è stato facile all’inizio e per nessuno lo è».

Ora faccio fatica a seguirti…
R:«Ti faccio un esempio pratico: Se mi dicessi che sei stato derubato, e ti chiedessi di metterti nei panni del rapinatore, mi prenderesti per pazza. E’ qui che sperimenti il contrasto tra il tuo sistema di regole e valori e un altro sistema di regole e valori che in questo caso sono quelle del rapinatore. Nella recitazione, attraverso l’esercizio dell’empatia (e qui viene la parte divertente), ti rendi conto che non esistono regole e valori giusti o sbagliati…perché il giusto e sbagliato fa parte del giudizio e non ci permette di comprendere e quindi di essere più empatici. Ma se per un istante, tu riuscissi ad uscire dalla tua mente e farti guidare dal tuo cuore nel corpo dell’altra persona, il rapinatore in questione, sentiresti che è stato spinto da motivi ben precisi. E se ti sforzassi, ancora un pò di più, inizieresti a sentire le sue emozioni, i suoi bisogni e le sue convinzioni, ti balzerebbero subito davanti agli occhi le ragioni ben precise che l’hanno spinto a rapinare, come ad esempio sopravvivere o nutrire i propri figli. Ti renderesti conto che tu nella sua stessa situazione, con i medesimi bisogni e convinzioni ed emozioni, avresti fatto lo stesso. Riusciresti a vedere te stesso nell’altro. Riusciresti a vedere quell’aspetto di te che ti porterebbe a rapinare o ad uccidere se spinto da un motivo ben preciso. Si tratta di un percorso che ti porta a scoprire parti di te che sono nascoste pur essendo presenti. Un percorso di contrasto e accettazione continua. Un percorso di consapevolezza e amore».

Cosa ti aspetti da questa esperienza?
R:«Non posso prevedere il futuro e non so questa strada dove mi porterà… quello che so per certo è che non si sbaglia mai se seguiamo ciò che ci rende felici! Il mio obiettivo è diventare una professionista nel mio mestiere! Riuscire a dimenticarmi completamente di me stessa e vivere al 100% in un'altra vita, in un altro corpo. Voglio far si che i personaggi che interpreto possano vivere attraverso me. Il mio obiettivo è riuscire ad arrivare al cuore delle persone. Questo è quello che voglio. La parola aspettativa non mi si addice. Aspettarsi è pretendere. Sostituisco il termine aspettativa con obiettivo».

Quali le differenze nell’approccio alla recitazione e alla macchina da presa nel modo di fare italiano e americano? 
R:«Abbiamo terminato settimana scorsa le riprese del mio primo lavoro su un set americano. E’ stato bellissimo. Sono rimasta molto colpita dall’organizzazione. Prima di iniziare l’assistente alla regia ha fatto una riunione per presentare tutti i vari reparti e le persone. E ha chiuso la riunione comunicando a tutti di rivolgersi a lui nel caso di ingiustizie e/o comportamenti poco e non professionali. Appena arrivata sul set mi hanno fatto passare subito attraverso la cucina. Avevano allestito fuori al palazzo, banconi con roba da mangiare e addirittura bracieri per la carne e gli hamburger. Per non parlare dell’angolo spuntino… altri banconi con addirittura una persona responsabile alla preparazione di affettati e formaggi, bevande e altro. I banconi erano pieni di caramelle, frutta, dolci, patatine, cioccolato e merendine. A cena, meglio che non ne parliamo….C’era un servizio di catering super attrezzato, pollo, bistecche, pesce, pasta, contorni, quindi, cereali, insalate e addirittura torte! Che esperienza. Abbiamo girato tutta la notte e non ho visto e sentito nessuno perdere la pazienza. Tutti super professionali e attenti al minimo dettaglio. Il regista chiedeva consigli e ascoltava i pareri dei suoi collaboratori, è stato presente dall’inizio, fino alla fine. C’era molta comunicazione tra gli addetti ai lavori ed il cast. E’ stata una bellissima esperienza».

Proprio dagli Stati Uniti è partito il ciclone Weinstein, sfociato poi nel Movimento Me Too, fino ad arrivare alle ondate di denunce che sono partite da attrici in italiane nei confronti di alcuni registi italiani. Tu che idea ti sei fatta?
R:«Che dire… penso che trovare il coraggio di denunciare abusi è importante. E’ un argomento questo che riguarda tutti. Si tratta di situazioni che si verificano in tutti gli ambiti lavorativi senza distinzione di sesso. Denunciare un abuso significa alzarsi in piedi e avere il coraggio di lottare per se stessi e per quelli che hanno vissuto la stessa esperienza. Quando fai questo insegni agli altri come trattarti. Quando si trova il coraggio di parlare a piena voce, è importante essere consapevole. Consapevoli del contesto culturale in cui si vive, consapevole delle reazioni. E’ importante lavorare volto su se stessi, perché quello che puoi innescare come reazioni può esserti favorevole o peggiorare la situazione. E’ importante che chiunque abbia vissuto una situazione di abuso venga accompagnato da un professionista in un percorso psicologico. Allo stesso tempo chi ha abusato ha bisogno di seguire un percorso terapeutico che lo aiuti. La psicologia spiega molto bene come vittima e carnefice siano legati da un rapporto di dipendenza, l’uno ha bisogno dell’altro. Per cui è importante che entrambi possano diventare consapevoli dei propri “pattern” comportamentali distruttivi e sostituirli con comportamenti costruttivi. Di solito ci si schiera o da una parte o dall’altra, a favore dell’uno e/o a sfavore dell’altro. Al contempo, è essenziale educarci ad una sensibilità collettiva che ci porti a costruire nuovi atteggiamenti volti al benessere, invece che al giudizio. Entrambi, vittima e carnefice, hanno bisogno di fare un grande lavoro su se stessi affinchè possano elaborare l’evento e capire i perché. I media in questo senso non aiutano molto, il loro obiettivo alle volte è molto lontano dal favorire comportamenti collettivi costruttivi».

Nel 2010 alla partecipazione del programma condotto da Milly Carlucci segue un’altra partecipazione ad un altro programma Rai - Attenti a quei due - La sfida – condotto da Max Giusti e da Fabrizio Frizzi. Che ricordi conservi del grande presentatore romano?
R:«Ricordo Fabrizio come , il conduttore con “il grande sorrisone”. Quando ci siamo trovai a lavorare insieme rideva sempre. Pronto a mettersi in gioco e a rompere gli schemi. E’ stato uno strazio scoprire la notizia.  Mi sento grata per aver lavorato al suo fianco ed averlo conosciuto. Gli mando un grande abbraccio da qua giù».

Concedimi di chiudere con la più banale delle domande chiedendoti del tuo futuro: quali sono le tue aspettative, sogni, progetti e speranze?  
In questo periodo della mia vita sono in fase di elaborazione… sto costruendo il mio futuro professionale. Tutti i giorni mi sveglio chiedendo a me stessa se sono felice. Questo è ciò che mi guida tutti i giorni, fare tutto quello che mi rende felice senza eccezioni. Ad oggi sono molto impegnata con la recitazione, col canto, il ballo e la scrittura. Sono una persona molto pragmatica nonostante la mia tendenza creativa. Voglio garantire a me stessa un futuro solido. Vediamo cosa riusiamo a fare… per il momento non vado oltre.. Magari ci sarà ancora un’altra occasione per approfondire questa domanda in futuro, mi fa sempre piacere fare una bella chiacchierata con te! Grazie mille».

Alvaro Soler presenta Mar de Colores: ''E' il disco più maturo e colorato''


di MARCO MASCIOPINTO - L'Italia è la sua seconda casa e noi ci siamo affezionati alla sua musica.  Alvaro Soler presenta alla stampa italiana il suo secondo progetto discografico 'Mar De Colores', pubblicato per Universal Music Italia. Dopo il debutto sul mercato discografico con l'album Eterno Agosto e il grande successo dei tormentoni “Sofia”, “El Mismo Sol” e ora “La Cintura”, il principe del latin pop, non delude neanche questa volta e segna un nuovo colpo. 


Che differenze troviamo in 'Mar de Colores' rispetto al tuo primo album?
''E' un disco decisamente più maturo e ricco di tante sfumature. Il primo fu un esperimento che, fortunatamente, andò benissimo e sono felice di questo''.

Qual è la canzone del disco che preferisci?
''Nino perdido è una delle mie preferite. E' un brano emozionante sia per la melodia che per il testo. E' dopo tanti anni, in questo brano, torno a suonare il pianoforte''. 



Come definiresti la tua musica?
''Allegra. Con la mia musica voglio far divertire tante persone diverse. Credo che questo sia il mio mondo, la mia missione che ho avuto sempre in testa''.

Rifaresti X Factor?
''Se mi chiedessero di rifare X Factor ci penserei perché è stata un’esperienza positiva e mi sono trovato bene a Milano. Mi manca anche il barbiere di Milano, devo essere sincero. Ho provato un paio di volte a tagliarmi i capelli a Berlino ma lì non sono proprio abituati a tagliare i capelli. Non sono capaci (ride, ndr)''. 

Alvaro Soler incontrerà i fan italiani per presentare il suo nuovo album durante tre esclusivi appuntamenti: il 15 settembre a la Feltrinelli Libri e Musica Stazione Garibaldi di Napoli (Piazza Giuseppe Garibaldi, ore 18:00), il 16 settembre al Mondadori Megastore di Milano (via Marghera 28, ore 17:30) e il 17 settembre alla Discoteca Laziale di Roma (Via Giovanni Giolitti 263, ore 18:00).

Tracklist Mar De Colores

1. La cintura
2. Histerico
3. Te Quiero Lento
4. Ella
5. Puebla
6. Au Au Au
7. Fuego feat. Nico Santos
8. Veneno
9. Bonita
10. No Te Vayas
11. Nino Perdido
12. Yo Contigo Tu Conmigo
13. La Cintura featuring Flo Rida & Tini.

Raige: ''Al mio ultimo Sanremo andai con un brano sbagliato, ma ci tornerei''

di MARCO MASCIOPINTO - Dopo un anno di distanza dalla sua partecipazione al Festival di Sanremo in coppia con Giulia Luzi, Raige, torna sulle scene con un nuovo singolo e con nuove consapevolezze. Si intitola 'A un passo da te' il nuovo singolo del giovane rapper torinese in coppia con Sewit, un brano dal sound internazionale, coinvolgente e originale. 


Classe 1983 Raige, all'anagrafe Alex Andrea Vella, nel febbraio del 2014 pubblica il suo disco d'esordio con la Warner Music dal titolo "Buongiorno L.A.". Nello stesso anno prende parte, con il singolo "Ulisse", al "Coca-Cola Summer Festival", raggiungendo il terzo posto in finale dopo aver vinto la terza puntata, mentre a dicembre pubblica "Dimenticare (mai)", singolo realizzato in collaborazione con Annalisa Scarrone.

Nelle tue canzoni prevale sempre l'amore. Ti definisci un romantico? 
''Nei miei singoli prevale sicuramente l’amore, è un argomento universale che ci accomuna tutti indipendentemente da dove viviamo o dal lavoro che facciamo. Ma nelle mie canzoni non parlo solo d’amore inteso come tra due persone in una relazione, parlo anche dell’amore dei propri genitori, tra fratelli, oppure, come nel caso dell’ultimo singolo degli effetti di un amore che finisce su una figlia. Però si, mi definisco un romantico''.


Com'è nata la collaborazione con Annalisa nel nuovo singolo 'A un passo da te'? 
''Io e Davide avevamo quasi finito il pezzo e ci mancava lo special (la parte dopo il secondo ritornello per intenderci), Annalisa ha tirato fuori questa melodia. Eravamo a casa sua e il giorno dopo (o il giorno stesso) le ho scritto il testo del suo singolo “Direzione la vita”.

Perchè hai scelto di cantarla con Sewit? 
'Conosco Sewit da parecchi anni e la trovo una delle voci più belle che abbiamo qui in Italia. Volevo un cantato che non fosse spudoratamente pop, qualcosa che rimandasse al “black” che mi ha sempre contraddistinto e la scelta è stata obbligata (ride, ndr)''.

Facciamo un salto indietro e parliamo dei tuoi esordi. Quando hai deciso di fare musica? 
''Credo sia stato un processo del tutto naturale, non mi sono svegliato una mattina dicendo “Oggi inizio a fare musica!”. Ero obeso, le ragazze non mi degnavano di uno sguardo, e penso di aver iniziato a scrivere canzoni perché mi struggevo d’amore. O forse, all’inizio, erano solo poesie''.

Un bilancio della tua carriera?
''Nonostante 5 album e un romanzo, due dischi d’oro per i miei singoli e diversi platini come autore mi tocca dirti: “Il ragazzo potrebbe, ma non si applica. E’ un pò la storia della mia vita, ho scelto sempre di parlare chiaro anche quando sarebbe stato meglio fossi stato zitto, e ho deciso di mettere il cuore prima della testa, quindi ne pago le conseguenze''.

Ci sono delle cose che non rifaresti più?
''Rifarei tutto da capo, però con il tempo, ho imparato a limare alcuni lati del mio carattere''.

Al Festival di Sanremo ci stai pensando? 
''Nel 2017 è stata una bellissima esperienza e conservo con cura i ricordi di quel periodo. Però penso fosse il pezzo sbagliato per me, non ha messo in luce me come uomo prima ancora che come artista. Quindi si, ci sto pensando''.

Quando ascolteremo il tuo prossimo album?
''Nel 2019. Ora parto per schiarirmi le idee e mettere un pò di esperienze negli occhi, un giorno vivi e uno scrivi. E’ questo il mio mantra. Quando tornerò mi metterò sotto per finire alcuni brani che ho li e che aspettano da qualche mese di essere finiti ed ho alcune idee nuove da sviluppare''.

Lo Strego (intervista): "La musica? E' l'unica forma di libertà alla quale potessi aspirare"

di NICOLA RICCHITELLI – L’ospite di quest’oggi proviene direttamente dalla sedicesima edizione di Amici – la 2016/2017 per la precisione – quella che vide trionfare il ballerino italo – tedesco Andreas Muller e che fece la fortuna del cantante milanese Riccardo Marcuzzo, in arte Ricky, classificatosi secondo, ma anche della cantante romana Federica Carta, arrivata sul terzo gradino dl podio.

Fu l’edizione della famosa fuoriuscita di Morgan a serale appena iniziato, per alcuni dissapori con allievi e produzione. Non passò inosservato anche l’estro e il talento di un altro allievo, il cui cammino si fermò tra lo stupore di molti alla sola seconda puntata del serale.

Ospite quest’oggi dello spazio dedicato alle intervista del Giornale di Puglia Lo Strego – alias Nicolas Burioni – tornato sulle scene musicali con un nuovo album dal titolo “Benemerito artista del popolo”, contenenti tra l’altro brani celebri quali “Il dj” e “L’impiegato”. 
       
Il 2018 è stato l’anno del tuo ritorno con l’album ““Benemerito Artista Del Popolo”. Come hanno accolto i tuoi fans questo tuo ritorno?
R: «Più che un ritorno si è trattato di un "definire", era necessario per me dare una forma a questo progetto che racchiudeva gli anni dell'università, gli anni della protesta sociale e che ho potuto far conoscere a qualche persona in più grazie alla televisione. L'accoglienza da parte di chi mi segue è stata molto positiva ma in definitiva io non me ne sono mai andato».

Cos’è oggi punk e cosa ne è rimasto?
R: «Non conta la qualità dello strumento ma l'anima di chi lo suona, negli anni '70 - '80 avevamo assolutamente bisogno di un pretesto che giustificasse la nostra povertà intellettuale, oggi non è più necessario ma concettualmente il punk anche se in forme differenti è tutto ciò che ci è rimasto».

Come nasce Lo Strego?
R: «Ad un certo punto la musica era diventata troppo 'strana' e quindi ho avvertito la necessità di utilizzare uno pseudonimo, qualcosa che mi aiutasse a veicolare il mio messaggio, così è nato Lo Strego».

Di giorno designer e di notte ti trasformavi ne Lo Strego. Sembra la perfetta trama di un film, da dove nasceva questa esigenza di cambiare vesti?
R: «Non mi sono mai trasformato, volevo avere qualcosa di mio e la musica è stata l'unica forma di libertà alla quale io potessi aspirare».

Cosa è restato dell’esperienza di Amici?
R: «Tanti amici online che mi seguono ma non mi salutano, problemi economici e grosse difficoltà nei rapporti personali. Inoltre ho riscontrato una grande perdita di credibilità per tutto ciò che riguarda la mia precedente carriera lavorativa».

La tua partecipazione ad Amici ai più è sembrata in contrasto con la tua visione di musica e con la tua personalità. Da dove nacque la decisione di entrare nella scuola più famosa di Italia? 
R: «Pensavo fosse il modo giusto per dare valore a quello che stavo facendo ma forse volevo solo avere l'opportunità di dimostrare il mio valore o forse stavo cercando una sorta di rivincita sociale o forse avevo la necessità di sentirmi vivo ancora una volta, so solo che alla fine le cose sono andate così».

A tuo modo di vedere oggi si fa musica per vendere dischi o per la reale esigenza di esprimere, raccontare qualcosa?
R: «Non c'è una risposta univoca per questa domanda, ogni persona ha le sue motivazioni più o meno nobili ma alle persone che ascoltano la musica le motivazioni non interessano».

Che progetti porterai avanti nel prossimo futuro?         
R: «Una casa, una vita dignitosa, mi piacerebbe anche innamorarmi ma quella è una prerogativa dei belli e dei ricchi. La musica? Questo potrebbe essere l'ultimo disco o forse no...».

(ph credits: JPhProduction)

Ilaria Fratoni (intervista): «Informare gli italiani sul bello e cattivo tempo è un lavoro appagante e stimolante»


di NICOLA RICCHITELLI – Da tre anni a questa parte sulle reti Mediaset annuncia giornate di sole, ma anche piogge e tempeste: «E' un lavoro molto appagante e stimolante che ti da l’opportunità di capire il mondo della meteorologia, una sorta di studio continuo, assimilato il concetto, si può approfondire quando si hanno molti minuti a disposizione, oppure sintetizzarlo anche solo in trenta secondi». Eccovi quest’oggi la nostra chiacchierata con Ilaria Fratoni.

Nel 2012 si diploma alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano: «E' stato certamente il titolo di studio che mi ha aperto le porte nel mondo del lavoro…». Nello stesso anno inizia a lavorare per la TV dei ragazzi su Rai Yoyo, sia come attrice che presentatrice, entrando a far parte del cast La Melevisione e La Posta di Yoyo.

Molte sono le collaborazioni televisive tra cui la fiction "Il Mammo" con Enzo Iacchetti: «Bellissima esperienza, Enzo Iacchetti é una persona solare, sorridente, brillante, un gran professionista», "Il Saloon di Adele" per Donna Moderna e vari spot televisivi in cui collabora, tra gli altri, con Luciana Litizzetto, Gerry Scotti e Diego Abatantuono.

Da qualche anno a questa parte sulle reti Mediaset, è il caso di dirlo, fai il bello e il cattivo tempo informando gli italiani circa le previsioni del tempo. Cosa ci puoi raccontare di questa esperienza?
R: «Sono arrivata a questo lavoro casualmente, ho fatto una selezione e grazie al mio responsabile Carlo Gorla ho avuto il privilegio e la fortuna di essere scelta. Dopodiché ho affrontato un periodo di formazione sulla meteorologia di base con i professionisti del settore che poi sarebbero diventati i miei colleghi e ho fatto molte prove in studio per capire come muovermi. Credetemi, è una delle cose più difficili muoversi in uno studio virtuale totalmente verde guardandosi tramite uno schermo alla propria sinistra. Ho subito capito che sarebbe stato un lavoro che mi sarebbe piaciuto. E' un lavoro molto appagante e stimolante che ti da l’opportunità di capire il mondo della meteorologia, di rielaborarlo ed esporlo a modo tuo. E' una sorta di studio continuo, assimilato il concetto, si può approfondire quando si hanno molti minuti a disposizione, oppure sintetizzarlo anche solo in trenta secondi».

Quanto lavoro c’è dietro prima di ogni registrazione?
R: «Il lavoro principale è proprio il pre-registrazione e pre-diretta. Noi presentatrici ci confrontiamo e approfondiamo la situazione meteo con i meteorologi, un team qualificato e specializzato in scienze dell’atmosfera, e insieme alla produttrice scegliamo il modo migliore per esporre la previsione, lei ci segue dalla regia insieme ai tecnici e sia nelle registrazioni che nelle  dirette esponiamo la previsione in base al tempo a disposizione, che puó variare da trenta secondi a cinque, sei minuti».

Ilaria, ricordiamo che è del 2012 il conseguimento del diploma alla scuola del Piccolo Teatro “Giorgio Strehler” di Milano. Quanto è stato importante conseguire un titolo così importante in una scuola così prestigiosa?
R: «E' stato molto importante. E' stato certamente il titolo di studio che mi ha aperto le porte nel mondo del lavoro, da La Melevisione nella tv dei ragazzi, a Meteo.it sulle Reti Mediaset».

A livello di formazione cosa ti lascia?
R: «La capacità di improvvisazione, di recitazione, la gestione dell’ansia, la dizione, l’autocontrollo e molta cultura teatrale».

Quindi possiamo dire che sarà la recitazione la strada che intendi intraprendere?
R: «Non penso. Dopo molti anni di studio teatrale, ho capito che prediligo i lavori in cui ho l’opportunità di essere me stessa. Presentare, che penso sia una forma diversa di recitazione, è ciò che preferisco questo oggi. A cavallo tra Giugno e Luglio ho partecipato a due programmi sui Mondiali di calcio Russia, Balalaika e Tikitaka Russia: è stata un’esperienza straordinaria dove sono riuscita a portare un pezzettino di Ilaria».

Nel tuo curriculum abbiamo anche la partecipazione alla fiction “Il mammo” con Enzo Iacchetti. Ti va di raccontarci un po’ questo condividere il set con uno dei più grandi personaggi della televisione italiana?   
R: «Bellissima esperienza, Enzo Iacchetti è una persona solare, sorridente, brillante, un gran professionista. Lavorare con lui è stato davvero divertente; il set di una serie televisiva è allegro, leggero, ma al contempo serio ed impegnativo».

Non solo televisione, ma anche pubblicità esperienze che ti hanno dato modo di collaborare con personaggi del calibro di Gerry Scotti e Luciana Litizzetto. Cosa lasciano dal punto di vista professionale e umano questo tipo di collaborazioni?
R: «Credo che persone così ti facciano capire quanto bisogna essere dei “treni” in questo mestiere. Mi spiego meglio: persone come loro sono concentrate e perfette allo stesso tempo. “Buona la prima” è la loro parola d’ordine».

Quali le difficoltà nel girare uno spot pubblicitario e quanto lavoro vi è dietro?
R: «Moltissimo. Molte prove, sia per le inquadrature che per la recitazione. Molta concentrazione e molta resistenza fisica, alla stanchezza, al freddo, al caldo. Bisogna essere perfetti, anche se si sta girando da molte ore e si è stanchi oppure in una situazione di disagio».

Ilaria, nell’immediato futuro cosa sogni di realizzare?
R: «Vorrei presentare un programma tv d’attualità e intrattenimento».
   

Nino Benvenuti (intervista): «Il pugilato? Una scelta vocazionale… Stare sul ring è il massimo impegno di un uomo»


di NICOLA RICCHITELLI – Tenne il mondo in pugno – così come recitava il titolo di una sua biografia pubblicata qualche anno fa – e in un pugno lo tenne in particolar modo la notte del 17 aprile del 1967, in cui Nino Benvenuti conquistò il mondo vincendo il titolo mondiale dei pesi medi: «L’incontro che occupa un posto particolare nella mia memoria? Sicuramente la vittoria al Madison Square Garden di New York il 17 aprile del 1967 contro Emile Griffith». Un giorno che occupa un posto speciale nella storia italiana perché nel pomeriggio, qui in Italia, a Napoli per la precisione, 200.000 napoletani daranno l’ultimo saluto a Totò nella chiesa di Sant’Eligio in Piazza Mercato.

Nino, innanzitutto vorrei chiederle come sta, visto quanto accaduto  qualche mese fa…
R:«Adesso sto bene, il problema è stato risolto. Ringrazio tutti per la grande dimostrazione di affetto».

Lo scorso 26 aprile ha tagliato il traguardo degli 80 anni. Quali sono i pensieri che albergano nella mente di un uomo dinanzi a questa tappa della propria vita?
R:«Essendo credente, ringrazio il buon Dio, sperando che continui ad assistermi come ha fatto fino ad oggi».

È stato più difficile salire su un ring o affrontare questa vita lunga ottant’anni?
R:«Senza dubbio affrontare questa lunga vita».

Vi è stato un qualche momento in cui la vita l’ha messa Ko?
R:«Si…tante volte la vita mi ha messo KO…».

Alcuni appunti della sua vita sono finiti nel libro “L’orizzonte degli eventi”. Come nasce questo suo nuovo progetto editoriale? 
R:«Con Pasquale Squitieri, negli ultimi tempi, ci frequentavamo con assiduità, in quanto desiderava realizzare il film sulla mia vita. Purtroppo con il suo decesso il progetto non si realizzò. La moglie Ottavia Fusco, mi propone di editare un libro, per esaudire, in parte, la volontà del marito». 

Cosa significa stare su un ring?
R:Stare sul ring è il massimo impegno di un uomo che investe se stesso nel superamento delle difficoltà che si possono incontrare nella vita».

Le è mai capitato di avere paura di salire su un ring?
R:«Assolutamente NO. Il pugilato era una scelta vocazionale».

Quali sono le caratteristiche che non devono mancare per intraprendere questo sport?
R:«In primis il coraggio, ma anche una certa condizione atletica per affrontare uno sport così duro».

Che ricordi ha della sua prima volta su un ring e della sua prima vittoria?
R:«La prima volta sul ring ebbi la consapevolezza di aver esaudito il mio sogno, la prima vittoria, poi, fu un'emozione talmente grande da non riuscire a descriverla».

Dovesse scegliere un incontro tra i 90 disputati, quale quello che più di tutti occupa un posto particolare nella sua memoria?
R:«Sicuramente la vittoria al Madison Square Garden di New York il 17 aprile del 1967 contro  Emile Griffith».



Il suo sogno sin da piccolo è stata la medaglia olimpica, che arrivò nel 1960 con tanto di dedica di Jesse Owens, coadiuvata dalla prestigiosa Coppa Val Barker – riconosciuta all’atleta più valido tecnicamente – cosa rappresenta l’olimpiade di Roma per la sua carriera?
R:«L’Olimpiade di Roma era ciò che desideravo sin da quanto ero bambino».

Come giudica il pugilato di oggi e il modo di fare pugilato oggi?
R:«Il pugilato è uno sport che si è evoluto nel tempo, la considerazione non è basata sulla forza e aggressività, ma bensì sul ragionamento tecnico, i campioni sono quelli che mettono in pratica questa regola».   

Romina Power (intervista): «Un nuovo album di inediti con Al Bano? A me piacerebbe… forse in futuro»


di NICOLA RICCHITELLI – Rieccoci qua, dopo l’estate che lentamente volge al termine e il caldo, l’afa, il mare, il traffico, le feste di paese e le tragedie del sabato sera. Rieccoci qua con il nostro viaggio attraverso le voci che riempiono la nostra vita quotidiana, che siano le voci di una canzone, o provenienti da un set cinematografico, non mancheranno quelle voci che vengono direttamente dalla televisione, da uno show o da un reality, dalla redazione di un giornale e magari dai campi di calci e dal mondo dello sport in genere.

Ci saranno voci che arriveranno da ogni dove, dai pulpiti delle chiese e dai social, arriveranno voci con le medaglie olimpiche al collo, arriveranno voci dalla strada e dalla vita di tutti i giorni.

Si riparte, dunque, ed eccoci qua quest’oggi la nostra chiacchierata con Romina Power, una chiacchierata intima e assai lontana dall’odioso gossip, come al solito non vogliamo annoiarvi con ulteriori presentazioni...               

Difficile decidere da quale argomento far partire questa intervista. Potrebbe innanzitutto raccontarmi di questi primi mesi da nonna: come sta vivendo questo momento?
R:«Benissimo! E' proprio bello essere nonna perché io adoro i bambini piccoli ed essendo mio nipote, lo posso tenere in braccio quanto voglio!».

Che nonna pensa di essere?  
R:«Fantastica! Attenta alla sua crescita ma non oppressiva. Molto affettuosa, così come lo sono stata e lo sono per i miei figli».

Tra l’altro il suo primo nipotino è nato lo stesso mese di suo padre Tyrone… Una bella coincidenza, non crede?
R:«E'  un destino che tutti gli uomini della mia vita siano del segno del toro».

Lei che rapporto aveva con i suoi nonni?  
R:«Il mio nonno paterno è morto prima che nascessi e mia nonna quando ero molto piccola, purtroppo. Da piccola ogni tanto andavo a visitare il mio nonno materno in Olanda (era olandese) ed ho vissuto due anni con la nonna materna, (dai 6 agli 8 anni ) in Messico. Ma ricordo più le suore del collegio Marymount in Curnavaca, Messico, dove studiavo. La mia nonna materna era una donna molto mondana, e, quando eravamo a casa sua, a Citta' del Messico,  ripeteva di continuo: "Los niños afuera!" ("I bambini fuori!")».

Nonostante ci sia tanto da scrivere su di lei in termini artistici purtroppo è sempre il gossip ad invadere le sua vita. Come sta vivendo tutto questo scrivere e parlare in questo ultimo periodo?
R:«Sono nauseata dall’avidità di certa stampa e Tv. Danno un immagine distorta di me che non corrisponde affatto a ciò che è la mia essenza. Tentano di guadagnare di più alimentando il lato morboso e superficiale del genere umano. Non contribuendo in nessun modo ad una qualsiasi vera informazione, ne' ad una crescita di nessun tipo».

Riuscirà mai la famiglia Carrisi a stare lontano dalle attenzioni del gossip? 
R:«Non saprei. Io, della famiglia Power, ne sto lontanissima».

Cosa le dà maggiormente fastidio delle tante penne che si scrivono di voi?
R:«La loro superficialità intrisa di banalità».

In futuro ci sarà possibilità di vedere lei e Al Bano impegnati in un nuovo album di inediti?
R: «A me piacerebbe, ma Al Bano è stanco ed ha bisogno di riposarsi. Vedremo, forse in futuro...».

E' di qualche tempo fa la sua partecipazione assieme ad Al Bano al programma 'Ballando con le stelle'. Come è stato indossare le vesti della ballerina?
R:«Mi è sempre piaciuto ballare. Lo faccio sin da piccolissima. Ho studiato prima balletto classico, poi jazz, tip tap e danza moderna. Ora mi appassionano i balli sud americani».

Aldilà della musica ricordiamo che ha chiuso l’anno 2017 con la promozione del suo ultimo lavoro 'Karma Express'. Quale è stata la risposta del pubblico nei confronti di questo tuo ultimo lavoro e da dove ha tratto ispirazione nello scrivere questo racconto?
R:«Il libro sta andando in ristampa. Il pubblico ha reagito bene, considerando che è un romanzo. Mi sono ispirata a  quegli amici fortunati che hanno avuto la possibilità' di viaggiare via terra da Istanbul a Goa, India. Attraversando Turchia, Iran, Afghanistan, Pakistan per arrivare in India. Oggi questo viaggio sarebbe impossibile farlo. Il mondo è cambiato in peggio per volere dei guerrafondai, che alimentano le guerre per accrescere il loro potere, a discapito della gente umile e di quei paesi, una volta aperti ed ospitali. Questo romanzo l'ho scritto anche perché la gente facesse questa riflessione. Molti giovani oggi non conoscono quella realtà perduta».

Romina, quando avremo la possibilità di vederla in un concerto qui in Puglia assieme ad Al Bano?
R:«Non saprei, ma mi piacerebbe poter dire "Presto!"».

Mi permetta di chiudere l’intervista con un pensiero a Fabrizio Frizzi. Ricordiamo che proprio con il noto conduttore romano ha lavorato vent’anni fa alla trasmissione 'Per tutta la vita…?'. Romina, chi era Fabrizio Frizzi?
R:«Fabrizio era un compagno di lavoro ideale! Era sempre aperto al dialogo e ad ascoltare il prossimo. Era cordiale, gioviale e pronto alla risata. Ci accomunava la passione per i Beatles, ed ogni volta che ci trovavamo davanti ad un pianoforte ci divertivamo ad intonare le loro canzoni. Era uno showman completo. Ma anche un signore. Finita la trasmissione, "Per tutta la vita" (che abbiamo condotto insieme per 3 anni) a telecamere spente mi dava il più caloroso degli abbracci! Lo ricorderò sempre, anche perché nell'ambiente era una vera rarità!».