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Max Giusti (intervista), "I miei personaggi legati all'attualità"

(credits: A.Castellaneta)
di PIERO CHIMENTI - Max Giusti, per il suo ritorno a Taranto, decide di sorprendere tutti, mischiando le carte e presentando all'Orfeo a sorpresa il suo nuovo show 'Va tutto bene'.

Accompagnato da batteria e tastiere ci proietta in un viaggio divertente sulle differenze tra ieri ed oggi, attraverso il racconto degli aneddoti più divertenti della sua adolescenza, regalando al pubblico due ore di puro divertimento, che si concludono col grande applauso che gli viene tributato al calare del sipario.

Nello spettacolo non possono mancare le incursioni di alcuni dei suoi personaggi che hanno contribuito al suo successo, come Elton John con la 'sua' Candle in the Wind.

L'artista romano, nel pre-show, si è reso disponibile fermandosi con la stampa e firmando qualche autografo.


C'è un personaggio che non vorresti più interpretare, ma sei 'costretto' a farlo perché richiesto dal pubblico? 

No. Di non farli più no, però molti sono legati all'attualità, quindi se non sono attuali non c'è neanche il motivo di farli... certo che se poi il pubblico me li dovesse chiedere! No, uno che non voglio fare più non c'è, però ho voluto fare in modo che i personaggi non diventassero 'me', anche se mi diverto molto a farli. Quest'estate c'era l'opportunità di fare una cosa molto bella per i mondiali di calcio, ma essendomi legato al gruppo Discovery non l'ho potuto fare, ma sono molto contento così perché lavorare, dopo tanti anni di Rai, per un gruppo editoriale che è il più grande al mondo è una bella soddisfazione, sono molto contento.

In un'intervista hai dichiarato che ogni volta che torni a Roma ti sembra un po' come Cuba. C'è qualcosa della Capitale che ti fa dire: 'Va tutto bene'? 

Ma a Roma va tutto bene per il fatto che, comunque sia, è una città votata all'accoglienza; adesso è un po' piena, quindi a volte si può arrivare all'esasperazione, però rimane una città che accoglie tutti. C'è un detto che dice: "Non è romano chi da romano nasce, ma chi da romano agisce". Per me è molto significativa questa frase.

Franco Terlizzi (intervista): "Stare sull’Isola è più dura che stare su un ring. E come menavano cazzotti Paolo Maldini e Stefano De Martino..."


di NICOLA RICCHITELLI - E’ come lo si è visto anche fuori dal contesto televisivo l’ex pugile bitontino Franco Terlizzi, tanta simpatia ma soprattutto tanta semplicità e genuinità, doti che ne fanno forse il suo marchio di fabbrica: «… l’isola è un'esperienza che tira fuori i pregi e difetti di una persona, insomma volevo far conoscere Franco, e a quanto pare ci sono riuscito alla grande, è venuto fuori un personaggio che è piaciuto molto al pubblico anche se non avrei mai immaginato di piacere così tanto».

C’è l’Isola, ma c’è soprattutto tanto Franco Terlizzi nella chiacchierata realizzata qualche giorno fa con il vincitore morale di questa edizione de “L’Isola dei famosi”, al netto di polemiche, scandali e tormenti che hanno caratterizzato questa edizione: «Era un'esperienza che volevo fare da tanto tempo, avevo fatto due, tre volte i provini poi ora per un motivo ora per un altro non è andata. Finalmente quest’anno è arrivata la mia occasione. L’isola sia come programma e sia come possibile esperienza mi è sempre piaciuta. Sono tanti i motivi per cui ho avuto desiderio di fare questa esperienza….», ma è bene non anticipare nulla e vi lasciamo a quanto detto con Franco. 

Franco da dove è nata l’esigenza di fare questa esperienza?
R:«Era un'esperienza che volevo fare da tanto tempo, avevo fatto due, tre volte i provini poi ora per un motivo ora per un altro non è andata. Finalmente quest’anno è arrivata la mia occasione. L’Isola sia come programma e sia come possibile esperienza mi è sempre piaciuta. Sono tanti i motivi per cui ho avuto desiderio di fare questa esperienza, in primis quella di dimagrire che era una cosa molto importante per me, mettermi in gioco, fare vedere agli altri ma anche a me stesso il tipo di persona che sono. L’isola è un'esperienza che tira fuori i pregi e difetti di una persona, insomma volevo far conoscere Franco, e a quanto pare ci sono riuscito alla grande, è venuto fuori un personaggio che è piaciuto molto al pubblico anche se non avrei mai immaginato di piacere così tanto. Questi fondamentalmente i due motivi, dimagrire e far conoscere chi era davvero Franco Terlizzi. Sono stato per tanti anni dietro le quinte, sono stato per tanti anni l’ex pugile che allenava i vip, in questa occasione ho avuto finalmente modo di metterci la mia faccia e di tirare fuori la mia personalità». 

La prima cosa che hai fatto non appena hai lasciato l’isola?
R:«Beh, tutti si aspettano che la prima cosa che ho fatto è stata quella di mettermi davanti ad un bel piatto a mangiare. Ebbene si (ride), appena mi hanno dato la cattiva notizia e mi hanno comunicato quindi che avrei dovuto lasciare l’isola, perché chiaramente come ben sai non ho abbandonato ma ho avuto un piccolo malore, e quindi i medici mi hanno detto che non avrei potuto proseguire la mia avventura sull’Isola, ma ti dico anche che non vi era niente di serio ma per precauzione i medici non hanno voluto rischiare nel rimandarmi sull’Isola per timore di eventuali ricadute, quindi ho dovuto accettare il verdetto. Quindi sono andato subito in albergo, mi sono fatto una doccia con l’acqua dolce dopo tante settimana di acqua salata, poi mi sono seduto a tavola, ma devo dirti che ho mangiato pochissimo, perché guardandomi allo specchio con trenta chili in meno, mi sono detto che stavo bene così. Anche dopo essere tornato in Italia, ti dico che sto cercando di avere un regime alimentare più equilibrato».

Franco, cosa ti è mancato più di tutto sull’Isola?
R:«La famiglia sicuramente, i miei figli, mia moglie, i miei fratelli, le mie sorella, mia madre, ma anche le amicizie, insomma mi è mancata la mia vita che facevo prima di andare sull’Isola».

Sappiamo che sei originario della nostra Puglia, Bitonto in particolare. Ci torni spesso dalle nostre parti e nella tua città di origine?
R:«Sono tornato a Bitonto proprio a Natale, a Bitonto ci vive ancora mia madre, e ci tornerò la prossima settimana perché ho desiderio di venire a salutare innanzitutto il mio paese che mi ha sostenuto tanto e quindi tutti i miei amici che hanno fatto il tifo per me». 

Franco, è più duro stare su di un ring o affrontare un avventura come quella dell’Isola?
R:«Questa è una bella domanda. Affrontare un'avventura come quella dell’Isola credo sia più difficile. Sapevo che era un'avventura difficile da vivere e da affrontare ma fino ad un certo punto. Sapevo che avrei sofferto la fame, però a questo si sono aggiunte le difficile condizioni climatiche, quindi tanto freddo, tanta pioggia, insomma tutte situazioni che in qualche modo non te le aspetti. Sul ring, invece, ti ci prepari prima, sai quello che devi fare, conosci il tuo avversario…». 

Hai allenato tanti vip, vi è uno in particolare che ha un particolare feeling con questo sport?
R:«Due persone in particolare erano davvero brave, Stefano De Martino ad esempio l'ho tirato su che è una meraviglia, ed un altro davvero bravo era il capitano Paolo Maldini, diciamo che questi due in particolare non ho fatto molto fatica a trasmettere i fondamentali di questo sport. Erano predisposti, apprendevano subito ciò che insegnavo loro. Quando mi capitava di salire con loro sul ring menavano che era una meraviglia. Andrea Pucci è un altro che tira bene, va forte anche lui, e non so se ricordi un altro ex rossonero, Ibrahim Ba, famoso per la sua capigliatura gialla, ecco lui era un altro che tirava bene. Anche tra le donne ci sono molte che tiravano bene, Belen e sua sorella Cecilia, Le Donatella». 

Qualche vip che ci ha provato ma non era particolarmente predisposto? 
R:«Beh, non so se ricordi Angelo Carbone, ex calciatore del Milan, lui si, si impegnava molto, ci provava ma era un po’ negato, ma anche Massimo Oddo, l’attuale allenatore dell’Udinese, campione del mondo, lui si è allenato con me.

Franco, si vocifera che un altro membro della famiglia Terlizzi prenderà parte ad un altro reality, tuo figlio Michael, e stiamo parlando del Grande Fratello Nip. Puoi confermarci questa indiscrezione?
R:«Non posso confermare nulla, martedì saremo a “Casa Signorini” e lì ne sapremo di più, chiaramente mio figlio Michael avrebbe piacere a fare questa esperienza, però non ne sappiamo ancora nulla. Ne stanno parlando molti giornali, sappiamo che “Il Grande fratello” parte martedì, però non ci sono nè conferme e nè smentite, come si dice in questi casi. Però, ecco, è in ballo la sua partecipazione, e spero davvero con il cuore che riesca a fare questa esperienza, perché mio figlio ha tanto da dire, è un po’ come me. Poi lui è laureato e sa parlare sicuramente meglio di me (ride)… ed è sicuramente un bravo ragazzo, e credo che potrebbe piacere più di me». 

Come vedi un tuo futuro nel mondo della televisione?
R:«Io ci spero. Chiaramente ora sono molto impegnato nelle varie 'ospitate' a parlare dell’Isola. Spero che in futuro si aprano nuovi orizzonti, in molti mi stanno dicendo che potrei diventare la nuova spalla di Gasparre – al secolo Nino Formicola – e che potremmo diventare una nuova coppia comica (ride), sull’Isola abbiamo tirato su delle gag molto divertenti e quindi chissà che non possa venire qualcosa di interessante. Sono aperto a tutto, oramai sono in gioco, stiamo in ballo e cerchiamo di ballare». 

Red Canzian (intervista): "Essere testimoni del tempo non significa essere nostalgici ma raccontare il tempo che si è vissuto"


di NICOLA RICCHITELLI – E’ di qualche giorno fa l’uscita de nuovo singolo “L’impossibile”, estratto dall’album  “Testimone del tempo”, contenente tra l’altro il pezzo – 'Ognuno ha il suo racconto' - con cui lo storico ex bassista de I Pooh, Red Canzian, si è presentato a Sanremo: «“L’impossibile” e “La notte è un’alba” sono le due facciate A del mio nuovo singolo a 45 giri…. Ritengo entrambi i brani molto validi e quindi non posso immaginarne uno come facciata B. Del brano “L’impossibile” abbiamo anche realizzato un nuovo video molto dinamico e divertente… Girato tra “mari d’inverno”, un “mago felliniano” e una mia corsa continua… dove nulla è impossibile».

Partirà invece il 4 maggio dal Gran Teatro Geox di PADOVA il tour nei teatri di tutta Italia: un’ulteriore occasione per emozionarsi davanti alla passione e all’anima da musicista di Red.

Il tour di “Testimone del tempo” è uno spettacolo che racconterà il percorso musicale e la carriera di Red, dai suoi inizi fino ai giorni nostri, arricchito dalle immagini di personaggi e avvenimenti che hanno segnato la storia. Insieme a lui sul palco ci saranno: Chiara Canzian (vocalist, armonica e percussioni), Phil Mer (batteria, percussioni, piano e direzione musicale), Daniel Bestonzo (pianoforte, tastiere, fisarmonica), Alberto Milani (chitarre elettriche) e Ivan Geronazzo (chitarra elettrica, chitarra acustica e mandola).

A Bari il prossimo 25 maggio al Teatroteam, Red spiega l’essenza del suo tour, del suo spettacolo: «Sarò, in musica, parole e immagini, il testimone del tempo che ho vissuto e in oltre due ore di concerto, attraverserò tutta la musica che ha accompagnato la mia vita, e non solo la mia. Un viaggio che inizia negli anni ’50 con il rock ‘n roll, per passare poi al beat, al prog, alla grande canzone d’autore, ai Pooh, alle mie canzoni». 

Dunque Red partiamo dalla tappa barese del 25 maggio al TeatroTeam di Bari e quindi ti chiedo di parlarci un po’ dello spettacolo che proporrai al pubblico barese…
R:«Porterò uno spettacolo che non si è mai visto, una cosa molto particolare e molto bella. Avremo due ore di musica suonata e cantata, con la grande storia della musica che ha cambiato il mondo, quindi sarà una carrellata che dagli anni cinquanta arriverà fino ai giorni d’oggi e lo faremo attraverso il rock, attraverso i grandi cantautori italiani, da Luigi Tenco a Gino Paoli, Bob Dylan e le sue canzoni di protesta, il tutto supportato da immagini che hanno caratterizzato questi anni, e quindi la guerra in Vietnam e cosi via. Sarà una sorta di spettacolo multimediale perché appunto ogni canzone sarà accompagnata da immagini che raccontano ciò che io a parole e con la mia musica dico sul palco».

Quindi sarai così come il titolo del tuo album “Testimone del tempo”?
R:«Si, sarò esattamente il testimone del tempo che racconterà tutto ciò che è successo in questi anni, attraverso i The Beatles, Elton John e i Pink Floyd, attraverso i Pooh, attraverso la grande musica che ha accompagnato la mia vita, e quindi tutto questo sarà per chi come me ha una certa età e ha vissuto quel tempo, un tuffo nel passato. Invece, per chi non ha vissuto tutto ciò, sarà una cosa interessantissima da vedere, perché attraverso questo spettacolo avrà modo di conoscere le varie epoche storiche e quindi il Flower Power in California, il “fate l’amore e non fate la guerra”, la psichedelica, periodi insomma che hanno cambiato il mondo, che hanno cambiato le mode, e che hanno cambiato la musica».

Red, da dove nasce questa esigenza di rivivere e di raccontare alla mia generazione questi periodi storici?
R:«La storia è un grande valore, e sarebbe un grande peccato andasse perso. Io credo che noi che abbiamo vissuto quel periodo siamo stati una generazione fortunata, e mi piace l’idea di condividerlo con chi non c’era, anche perché quando capita di far vedere foto e video ai miei figli loro si entusiasmano, e mi dicono appunto questo, che fortuna abbiamo avuto a vivere tutto questo. E comunque raccontare un qualcosa non è facile, bisogna anche saperlo fare, e soprattutto bisogna aver vissuto quel che si racconta, quindi io sono un testimone del tempo credibile in questo senso».

In tal senso pensi che la nostra generazione possa ritenersi ugualmente fortunata nel vivere e quindi poi ritrovarsi a raccontare quello che stiamo vivendo?
R:«Beh, voi state vivendo un tempo molto bello per tanti motivi. Ti faccio un esempio, noi se volevamo suonare, se volevamo capire qualcosa di più, dovevamo andarci a trovare in qualche modo quello che cercavamo, non avevamo la possibilità che hanno i giovani d’oggi che hanno ogni informazione in tempo reale. Oggi basta collegarsi ad internet, ed hai le stesse possibilità di un ragazzo che vive a Seattle, New York o a Bombay. Chiaramente una volta non era così, adesso ci sono tutorial su internet che ti insegnano a suonare il basso, la chitarra, ai nostri tempi tiravamo giù le note una ad una con i giradischi, mandando avanti e dietro i dischi, consumandoli, finché non riuscivamo a capire i vari accordi che ci servivano per suonare una canzone. Per cui per noi è stato molto più difficile, anche se nella difficoltà nascevano quegli stimoli che oggi forse è difficile avere perché le cose si ottengono con una certa facilità».

Red, essere un testimone del tempo significa essere un nostalgico?
R:«Pur essendo un testimone del tempo, non sono assolutamente un nostalgico, non dico come stavamo bene una volta, no, racconto semplicemente una storia, perché la storia è importante perché è un grosso bagaglio culturale per tutti noi. Nella storia bisogna prendere la rincorsa per guardare al futuro e non per guardare al passato. Ecco, quindi, io son tutto fuorchè un nostalgico. Io difendo tutte le epoche, perché ogni epoca, ogni stagione della vita ha un suo valore ed un suo perché. I ragazzi di oggi sono fortunati per tante cose, sono fortunati perché sono settant’anni che non vivono una guerra, ebbene ricordarlo. Questo è il periodo più lungo che non avviene una guerra in Italia, ed è una bella fortuna. Inoltre, abbiamo la possibilità di mangiare quello che vogliamo, di vedere quello che vogliamo, una volta per avere una notizia dovevamo aprire la Treccani ma prima di tutto bisognava averla comprata e averla quindi a casa, adesso clicchi su Google e cerchi quello che ti serve sapere. Quindi ti dico che ogni epoca è bella e importante, però ti dico che siccome la nostra epoca è stata un epoca figa, molto divertente, ti dico che è bello poterla raccontare e condividerla con i giovani».

Come riassumere in breve il tuo album “Testimone del tempo”?  
R:«E’ un album per bene. Un album onesto, vero, suonato e registrato alla vecchia maniera. Non c’è elettronica, tutti gli strumenti sono rigorosamente vintage e i suoni sono puri, così come pure sono le composizioni che sono nate con pochi ragionamenti e tanto istinto. Tante canzoni le ho composte a casa mia su in montagna, l’estate scorsa l’ho passata praticamente a suonare e a camminare. Le idee nascono così, insomma, ho quindi selezionato le cose che mi piacevano di più, ho dovuto scegliere tredici pezzi da sessantasette canzoni che ho scritto».

Red, ricordiamo che all’album hanno collaborato grandi nomi della musica italiana, da Renato Zero a Enrico Ruggeri, Ivano Fossati…
R:«Ma anche Ermal Meta e tanti altri, tutta gente che crede in me, artisti difficili da contattare, e sono miei amici perché hanno capito che sono uno con i piedi per terra, che crede in quello che fa, e che lo fa non per fare il fenomeno ma perché ci crede, quindi le mie musiche piacciono anche a loro, le vestono con gioia e volentieri».

Red, prendo spunto da una frase contenuta nel brano che hai portato a Sanremo, “Ognuno ha il suo racconto”, «…sopravvissuto, son qui…». Credo sia autobiografica e quindi ti chiedo a quante cose sei sopravvissuto alla tua vita?
R:«Sono sopravvissuto alla noia che colpisce molte persone che raggiungono il successo, sono sopravvissuto al successo stesso che non è riuscito a scalfirmi e a cambiarmi, sono rimasto lo stesso che va al supermercato, che continua a fermarsi per parlare con la gente, che continua a montare il palco, a tirare i cavi e a spiegare ai tecnici come voglio il palco, a fare la grafica dei miei lavori, perché ritengo tutto può assomigliare al pensiero che ha fatto nascere il progetto se ci metto mano io. Poi sono uno che ama condividere con le persone con cui lavoro, amo condividere i successi. Io lavoro con la mia squadra capitanata dai miei figli e da mia moglie, perché la mia squadra è la mia famiglia, dopodiché ci sono altri musicisti che lavorano al mio progetto, però tutto parte dal concetto di famiglia, e quindi dal concetto più puro di squadra che è la famiglia, è da lì che deve nascere la nostra maniera di vivere nella società».

Un altro brano che mi ha colpito è quello scritto con Enrico Ruggeri, “Per cercar di capire le donne”... qui vi ho visto una certa contraddizione, perché nel brano “Quello che le donne non dicono” sembra averle capite alla perfezione, invece poi…
R:«(ride)…Beh, lui l’ha detto fin dall’inizio, io ci provo a farlo sto pezzo, perché in realtà l’idea del pezzo è mia, ma credimi è una battaglia persa… perché loro sono molto più forti di noi, noi possiamo interpretare il loro modo di pensare, ma ogni volta cambierà, ogni volta sarà un modo diverso, e ogni volta ci ritroveremo a sbagliare. Per cui hanno talmente tante sfaccettature e sono talmente più raffinate di noi che volano più in alto di noi, quindi è una guerra persa sin dall’inizio. Chiaramente abbiamo affrontato il tutto con ironia senza prendersi troppo sul serio, proprio perché è una battaglia persa tanto vale riderci sopra».

Red, penso che ti sia presentato a Sanremo cercando di vincere un po’ due pregiudizi e quindi due battaglie. Il primo è quello della tua storia con i Pooh, il secondo è il confronto con le nuove generazioni. Come hai vissuto quindi tutto questo?
R:«Ti dico che ho vissuto tutto con molta serenità, ed è quello che alla fine mi ha fatto vincere queste due battaglie. In sala stampa ascoltando il mio pezzo ballavano e cantavano, e si svegliavano un po’ tutti quanti, e in molti hanno scritto che ero molto più rock dei giovani. Per quanto concerne la mia storia con i Pooh, io ho messo un punto e a capo, ho voltato pagina, ho scritto un pezzo che non ricorda e non riconduce minimamente alla musica dei Pooh, ma non perché voglia rinnegare la musica dei Pooh, ma perché se devo ripartire, devo farlo dalla musica che mi rappresenta, da quella musica che mi ha fatto scegliere questa strada. Ed io sono partito da quel mondo lì, per me è più facile scrivere Cantico che scrivere una canzone d’amore».

Cantico, per l’appunto, scritta con Renato Zero, di cui mi ha incuriosito questa “Era dei draghi volanti”…
R:«Beh, l’era dei draghi volanti è un po’ il Medioevo, ed ha un analogia con i nostri tempi e quindi l’Isis che vuole riportare la popolazione europea civilizzata al Medioevo. Sarebbe molto triste tornare a quell’epoca là, come cercano di fare un po’ loro con le loro donne, che possono essere uccise a sassate dai loro mariti, e quant’altro. Purtroppo ultimamente anche in Italia si sta vivendo un po’ tutto questo…».

Red, come vedi il tuo futuro?
R:«Vedo un futuro sereno, lavoro con la mia famiglia vicino, sono diventato nonno di un nipotino meraviglioso, quindi il mio futuro lo vedo con queste cose bellissime che mi girano attorno, e che voglio condividere con le persone che amo, con la voglia di suonare e di stare su un palco, perché ho capito che quella è casa mia, perché quando io sono sul palco in mezzo alla gente comunico, mi sento bene, mi sento vivo». 

Giuseppe Lombardi (intervista): "Vi racconto il mondo di fattidisegnare.com, di Tina Cipollari e di quella volta che Balotelli…"

di NICOLA RICCHITELLI – I suoi disegni sono finiti addirittura  nel libro scritto da Tina Cipollari a quattro mani con Simone Di Matteo, "NO MARIA, IO ESCO", ma la storia di Giuseppe Lombardi – disegnatore di Caserta - vede il suo punto di inizio in quel fortunatissimo europeo del 2012, in quell’ultima volta in cui la nazionale italiana riuscì ad onorare al meglio la maglia azzurra, prima di un lungo susseguirsi di umiliazioni che dal Brasile alla notte di San Siro di qualche mese fa hanno ridotto una gloriosa maglia fatta di quattro coppe del mondo ed un europeo e sei finali mondiali all’anonimato: «Nel 2012 fui licenziato dall'azienda in cui lavoravo, quindi iniziai a inviare curriculum a varie aziende ma non ricevevo mai risposta, chiaramente avendo molto tempo a disposizione per abbattere la noia mi dedicai al mio hobby preferito da quando ero bambino, che è il disegno. Nel mese di giugno 2012 disegnai Mario Balotelli vestito da Super Mario Bros e lo postai on line su Flickr, da quel momento ottenne migliaia di visualizzazioni e condivisioni…». 

Giuseppe, i tuoi disegni hanno conquistato migliaia di appassionati dalle Alpi alle Sicilia. Descrivici un po’ il mondo di fattidisegnare.com?
R:«Eh, “fattidisegnare” è un mondo a colori...».

In tanti in questi anni hanno scelto di farsi ritrarre dalla tua matita, di farsi immortalare dalla tua arte. Cosa trova di speciale la gente nei tuoi disegni?
R:«Propongo una vasta scelta di stili di disegno che vanno dalla pop art, al ritratto digitale, vignetta, comics e ritratto a mano. Inoltre, ogni disegno è perfettamente personalizzabile quindi nessuno sarà mai uguale ad un altro, perciò direi l’originalità del prodotto!».

Se la memoria non mi inganna fattidisegnare.com c’entra qualcosa con Mario Balotelli…
R:«In un certo senso si... Ti spiego, nel 2012 fui licenziato dall'azienda in cui lavoravo, quindi iniziai a inviare curriculum a varie aziende ma non ricevevo mai risposta, chiaramente avendo molto tempo a disposizione per abbattere la noia mi dedicai al mio hobby preferito da quando ero bambino, che è il disegno. Nel mese di giugno 2012 disegnai Mario Balotelli vestito da Super Mario Bros e lo postai on line su Flickr, da quel momento ottenne migliaia di visualizzazioni e condivisioni, andando in onda anche al TG5. Quindi le persone iniziarono a scrivermi per essere disegnati a loro volta. Da lì mi venne l'idea di creare il mio sito professionale "fattidisegnare.com"».

Hai mai avuto modo di far vedere personalmente il tuo disegno a Super Mario?
R:«Purtoppo no, non sono ancora riuscito a farmi conoscere personalmente.

Di lì in poi sono tanti i personaggi Vip a cui hai dedicato i tuoi ritratti. Qual è la loro reazione nel ritrovarsi disegnati da te?
R:«Dipende dal personaggio, c'e' chi e' piu' espansivo e chi meno. Ho avuto modo di omaggiare e incontrarne molti e con qualcuno sono nate anche delle belle collaborazioni ma sicuramente l'incontro a cui tengo di piu' è quello con Giovanni Allevi».

Il prossimo Vip che intendi ritrarre?
R:«Al momento non saprei».               

Chi era Giuseppe prima di Fatti disegnare?
R:«Giuseppe era un ragazzo normalissimo come tanti altri e lo sono anche ora, con la differenza che oggi posso fare della mia passione il mio lavoro».

Inoltre, e' bene ricordare, la tua arte ha colpito una certa Tina Cipollari…
R:«Si con Tina ho avuto l'opportunità di collaborare creando delle illustrazioni per il suo libro: "NO MARIA, IO ESCO", scritto a quattro mani con Simone Di Matteo».

Quali sono i tuoi progetti futuri?
R:«Ho alcuni progetti da definire e spero in nuove belle opportunità... dall'esperienza che ho puo' succedere tutto da un momento all'altro».

Bari, spazio ai versi: una libreria dedicata alla poesia


di PIERPAOLO DE NATALE - “Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento. Ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore, sono queste le cose che ci tengono in vita!”. È con queste parole – tratte dal film “L’attimo fuggente” – che Robin Williams si rivolgeva ai suoi allievi, nella magistrale interpretazione di un insegnante di letteratura.

La poesia ci tiene in vita e nell’odierna frenesia quotidiana, nel continuo essere online e interconnessi, la poesia assurge a reale mezzo di comunicazione. Funge da prezioso balsamo per l’io. La poesia consente di ritrovare se stessi e, tramite una comunanza di emozioni e sentimenti, permette di coltivare l’empatia necessaria per tornare ad essere in vera connessione con gli altri.

La passione di una giovane pugliese ha costruito un piccolo tempio della poesia. A pochi passi dall’Estramurale Capruzzi - in via dei Mille - sorge Millelibri, un’idea della libraia Serena Di Lecce. Come tutte le cose belle, questa libreria splende di un fascino personale e incuriosisce i passanti con una timida insegna in stile Liberty. Non ha bisogno di richiamare l’attenzione con luci hollywoodiane o pubblicità torreggianti. La sua vetrina, lasciando scorgere l’interno del locale, invita il pubblico a farsi trasportare in un ambiente raccolto, dai sapori antichi, per potersi perdere fra versi e sensazioni. A circa un mese dall’inaugurazione di Millelibri, Serena dedica tutta se stessa alla nuova libreria e abbiamo voluto incontrarla per porgerle qualche domanda riguardo il suo ammirevole progetto.

Nell'era degli ebook e delle grandi catene aprire una libreria sembrerebbe un atto di coraggio. Cosa ti ha spinto a fare questa affascinante scommessa?
Non credo che il libro (inteso come categoria merceologica) subisca in modo particolare le conseguenze della rivoluzione commerciale che passa attraverso la rete. Non più di quanto si registri in tutti gli altri settori, insomma, e non mi riferisco solo a quelli tradizionalmente considerati “culturali”. Quindi, sebbene molti pongano un accento di sorpresa su questo punto, io faccio ancora fatica a definire l’apertura della libreria “un atto di coraggio”. Ho a che fare con i libri da anni, me ne sono occupata in diverso modo. Amo i libri e dunque ho aperto un’attività che si occupa della vendita di libri. Amo la poesia e mi sono concentrata sui libri di poesia. Sono certa che esistano molte persone con la stessa passione. E sono anche convinta che si tratti di una passione estremamente contagiosa.

Cosa possiamo trovare fra gli scaffali della tua libreria?
Millelibri è una piccola libreria che ospita libri nuovi e usati, con una netta prevalenza di poesia. Per quanto riguarda il “nuovo”, dovendo per forza di spazio operare una selezione, mi oriento sulla scelta di cataloghi di editori di progetto, che siano quindi caratterizzati da una linea editoriale abbastanza definita e riconoscibile e, possibilmente, da uno storico interessante. Mi apro con curiosità anche a realtà più giovani che però manifestino la stessa intenzione progettuale, lasciando intendere degli sviluppi nel tempo. Può capitare che legga alcuni libri “sfusi” che mi colpiscono, al di là della presenza di un supporto editoriale solido alle spalle: mi riservo quindi un minimo spazio di assoluta discrezionalità, ma credo molto nella funzione editoriale come mediatrice tra autori e pubblico, e questo voglio ribadirlo. Mi affido agli editori che mi ispirano fiducia e li ritengo i primi referenti e i primi interlocutori autorevoli nella fase della selezione. Sono affascinata anche dalla storia dell’editoria, e per questo ho una selezione di poesia usata, che ha attraversato i decenni per arrivare fin qui. Per la poesia, poi, capita spesso che le prime edizioni di autori attualmente considerati importanti siano rimaste le uniche. Spesso il solo modo per leggere certi libri è reperirli in quella prima edizione, oppure aspettare qualche ripubblicazione complessiva dell’intero corpus. Millelibri non ha solo poesia, però: c’è uno scaffale dedicato a classici della narrativa usati. C’è molto ricambio, i libri si muovono in continuazione, è bello pensare che il loro passaggio da qui sia effettivamente solo transitorio e che continuino a viaggiare nel tempo attraverso le persone.

Per i più appassionati c'è anche una sezione riservata a pezzi unici.Sì, non manca una selezione di libri che per vari motivi godono di un particolare statuto di unicità: libri autografati, con dediche di scrittori ad altri scrittori, edizioni antiche, prime stampe introvabili, pubblicazioni molto stravaganti e altre curiosità. Tra questi, ci sono libri che portano i segni del passaggio nelle vite dei loro possessori: lettere conservate tra le pagine, annotazioni, ritagli di giornale che attraversano il Novecento. Tutta una serie di personalizzazioni che trasformano delle comuni edizioni in pezzi davvero unici.

Abituati a vivere fra tweet, post e notifiche, la lettura assume ruoli sempre più marginali nella vita di molte persone. Quanto spazio c'è, oggi, per la poesia?
Anche qui, non saprei dire se sia proprio “la lettura” ad aver assunto una funzione marginale nella nostra vita. I tweet, i post e le notifiche, in fondo, si leggono. Sarei portata, e può sembrare una provocazione, a sostenere piuttosto il contrario: oggi si legge tantissimo, si legge anzi continuamente e compulsivamente. Il libro, rispetto alla volatilità di certi contenuti cui siamo abituati ad accedere tutto il giorno, ha una sua natura stabile e definita. Una sua specificità come esperienza, che ha a che fare con la lentezza, la solitudine e, nel caso del libro cartaceo, anche con l’impiego di sensi ulteriori rispetto alla vista. Non ho mai dato molto peso ai proclami di “morte del libro”, e men che meno a quelli che davano per spacciata la poesia. Si continua a scriverne di ottima, e si continua ad affidarla alla forma libro (in molti casi). Da qui almeno due deduzioni: che il libro è un medium necessario e che la poesia è un linguaggio tutt’oggi frequentato, nella scrittura come nella lettura.

Come invoglieresti i giovani ad avvicinarsi a questo genere letterario?
Penso che i ragazzi e le ragazze abbiano già attivi i ricettori necessari per la poesia: curiosità, vivacità intellettuale, attitudine rivoluzionaria e un cuore spazioso. Nella stagione della vita in cui si costruisce il proprio personale sillabario, la poesia agevola una perlustrazione profonda e aiuta a nominare certe cose per la prima volta. Una delle mie più grandi gioie, da quando ho aperto Millelibri, è vedere entrare tanti ragazzi e tante ragazze, appena diciottenni, che vengono qui spontaneamente e animati da una precisa volontà: avvicinarsi alla poesia, appunto.

A poche settimane dall'apertura di Millelibri hai deciso di inaugurare un ciclo di incontri - anzi, "occasioni" - con autori contemporanei. Quali occasioni offrirai ai tuoi avventori?
Effettivamente ho deciso di proporre a chi vorrà frequentare Millelibri anche alcune occasioni di incontro con autori e autrici, ma soprattutto con la poesia a viva voce. Gli appuntamenti si chiameranno appunto “Occasioni”, numerati in sequenza a costituire idealmente un unico discorso, con le più articolate sfaccettature che ogni discorso comporta. Saranno comunque momenti marginali, occasionali appunto, rispetto all’attività principale di questa libreria, che vuole innanzitutto suggerire la possibilità di ritagliarsi (in un’esistenza vissuta all’insegna della sovraesposizione) alcuni istanti di silenzio, di compenetrazione, di approfondimento lento dei libri degli altri.
La prima “occasione” è prevista per il diciotto Aprile e incarna perfettamente una delle linee che mi piacerà seguire nel corso delle proposte: Millelibri ospiterà infatti un poeta di lungo corso, Salvatore Ritrovato. Con lui sarà possibile chiacchierare di poesia ma anche ascoltare la lettura di una bellissima plaquet, in uscita in questi giorni, intitolata “La casa dei venti”. Sarà un’anteprima, un’occasione a tutti gli effetti per vivere insieme un momento di poesia.

Roberta Faccani (intervista): "Per interpretare Lady Montecchi nel musical Romeo e Giulietta, mi sono ispirata a mia madre"

di NICOLA RICCHITELLI – Farà tappa anche al TeatroTeam di Bari il prossimo 19 aprile – con repliche fino al 22 aprile – il musical che sta disintegrando ogni record in termini di presenze di pubblico. Stiamo parlando del fortunato “Romeo e Giulietta – ama e cambia il mondo” – tratto dall’opera di William Shakespeare e prodotto da David e Clemente Zard - che ha visto il debutto quasi cinque anni fa all’Arena di Verona, tornato a calcare i più grandi palcoscenici dei teatri di Italia dallo scorso 14 febbraio, nel giorno in cui si celebra l’amore, San Valentino.

Ad oggi, in Italia lo spettacolo è stato visto da 850 mila spettatori ed è stato rappresentato in 20 diverse città (per complessive 33 tappe e 332 rappresentazioni, di cui 33 matinées per le scuole). Il musical è stato messo in scena con enorme successo anche in Turchia in lingua italiana - 18 mila spettatori hanno affollato lo “Zorlu Center” di Istanbul a febbraio 2015 e poi nuovamente a novembre dello stesso anno - senza contare i tanti premi vinti nel corso di questi anni.

Il cast è formato da Davide Merlini (Romeo), Giulia Luzi (Giulietta), Luca Giacomelli Ferrarini (Mercuzio), Riccardo Maccaferri (Benvolio), Gianluca Merolli (Tebaldo), Leonardo Di Minno (Principe Escalus), Barbara Cola (Lady Capuleti), Roberta Faccani (Lady Montecchi), Graziano Galàtone (Conte Capuleti), Silvia Querci (Nutrice), Emiliano Geppetti (Frate Lorenzo) e il giovane Renato Crudo che si alternerà a Davide Merlini nel ruolo di Romeo.

Eccovi in esclusiva la nostra chiacchierata con una delle protagoniste del musical - realizzata proprio alla partenza del tour teatrale - stiamo parlando dell’ex voce dei Matia Bazar, Roberta Faccani, impegnata nell’interpretazione di Lady Montecchi, madre di Romeo.

Roberta, vorrei aprire questa intervista parlando innanzitutto di David Zard e quindi vorremmo chiederti un tuo pensiero su questo leggendario promoter e produttore, autentico precursore nell'organizzazione di concerti e di grandi eventi musicali in Italia, che ha prodotto questo musical assieme a suo figlio Clemente, e che ci ha lasciato lo scorso 27 gennaio.
R:«David Zard è stato prima di tutto un grande sognatore capace puntualmente di realizzare i suoi sogni ambiziosi; il primo a portare Michael Jackson, Madonna, Rolling Stones in Italia e di pensare a un genere teatrale che fosse un opera moderna o meglio un opera popolare così come amava chiamare i suoi spettacoli da Notre Dame de Paris a Dracula, fino al nostro Romeo e Giulietta. Un imprenditore unico nel suo genere a cui tutti devono molto secondo me in termini di creatività e lavoro. E poi era un uomo carismatico, bello e affascinante come un attore. Appena lo vedevi immediatamente l’attenzione si spostava su di lui. Ne ho un ricordo potente e anche di una certa rispettosa soggezione. Irripetibile personaggio che amava questo mestiere e le sue creature e dava l’anima per i suoi shows. Ci mancherà molto».

Al di là della famosa opera di William Shakespeare cosa vuoi raccontare e quali emozioni vuoi trasmettere ai tanti ragazzi e non che vengono a vedere il musical?
R:«Questa è una storia ancora molto attuale di due giovani che sfidano i genitori, l’opinione pubblica e le loro rigide regole in nome di un amore forte e sincero che non riconosce l’odio o il potere delle famiglie le quali invece, non comprendono questo sentimento puro. Trovo che sia un concetto modernissimo qui trattato con una modalità di facile comprensione per i giovani di oggi senza fronzoli né ridondanze arcaiche.
Ci si commuove, si partecipa, ci si immedesima nei personaggi con molto entusiasmo come fossero tutti nati ora e Giuliano ne ha fatto un gioiello di rappresentazione portando anche alla luce temi come l’omosessualità o l’amore fisico, senza però mai cedere alla volgarità. Tutto è diretto e di facile comprensione attorniato da coreografie e scenografie mozzafiato che incantano insieme alle musiche, lo spettatore più o meno adulto. I giovani escono da teatro sempre folgorati e ci tornano più volte!!!».

Chi sono i Romeo e Giulietta dei giorni d’oggi?
R:«I Romeo e Giulietta dei giorni di oggi sono due ragazzi che si sono innamorati a prima vista e che non possono che inseguire questo fuoco senza minimamente voler retrocedere in nome di antiche antipatie fra famiglie che non li rappresentano. La cronaca ne è piena anche in questi giorni; sono adolescenti che vanno fino in fondo per amore e che spesso però, purtroppo, come i nostri eroi della storia, non fanno una gran bella fine».

E l’amore? Quali sono le differenze tra l’amore raccontato da William Shakespeare e l’amore vissuto ai giorni d’oggi?
R:«Non c’è per me grande differenza fra l’amore di oggi e quello di ieri ai tempi della storia. L’amore è sempre lo stesso sentimento, che quando scoppia in maniera così prepotente, ti fa fare cose anche più grandi di te. Forse la differenza è che oggi le ragazze innamorate a un certo punto, se smettono di amare, sono impedite nella loro libertà perché spesso i compagni non accettano la fine di una relazione e le uccidono. Mentre in Romeo e Giulietta c’è un consenso bilaterale a farla finita per poter comunque restare insieme nel bene e nel male».

Quali le emozioni che hai provato la prima volta che sei entrata in scena e quindi la prima volta che è stato interpretato davanti al pubblico?
R:«Ogni volta è la prima volta per me. Ogni rappresentazione resta un debutto e riprovo l’emozione di sempre perché solo così riesco a vivere il mio mestiere e il mio personaggio non abituandomi mai ad un cliché».

Roberta, parlaci un po’ del tuo personaggio, Lady Montecchi. Come mai hai accettato di vestire i suoi panni? Cosa c’è in te del personaggio di Lady Montecchi e cosa metti di tuo nel momento in cui porti in scena questo personaggio?
R:«Lady Montecchi è una madre molto innamorata del figlio Romeo ed è una donna nobile e tutta d’un pezzo che tende a difendere e proteggere sempre il figlio, noncurante delle motivazioni altrui. Ma è anche una che tiene in pancia le sue emozioni piuttosto che tirarle fuori, sopratutto nella seconda parte della storia. Nella sua fattispecie, infatti, inizialmente ha un temperamento diciamo “più rock” dell’altra madre. E questo è senza dubbio uno dei motivi per cui sono stata scelta e ho accettato con entusiasmo, essendo io molto vicina a questo mood; Invece la parte più intima di madre l’ho ricercata in un secondo tempo anche grazie ai suggerimenti di Giuliano (Peparini) e al pensiero di mia madre, a cui mi sono ispirata, non essendo nella vita mamma a mia volta».

Qual è il segreto del successo di questo musical che negli anni, nel frattempo, è stato definito dagli addetti ai lavori un 'kolossal'?
R:«Il segreto del successo di questo show sta nella miscellanea perfetta di varie componenti che sono altresì i motivi per cui correre a teatro a vedere lo spettacolo: la storia sempre attuale, la regia geniale, le coreografie fantasmagoriche con un corpo di ballo “da sballo”, luci, costumi e scenografie magnifiche e un cast di attori cantanti di notevole spessore artistico molto unito. Insomma: un allestimento a livello Internazionale. Un cerchio perfetto, se mi permetti».

Ricordiamo che oltre ad essere una straordinaria interprete di Musical, sei anche una delle voci più belle della canzone italiana e sei una cantautrice. Alla fine del 2017 hai pubblicato il tuo nuovo disco, 'Matrioska italiana'. All’interno ci sono cover e inediti scritti da te?
R:«Matrioska italiana è un disco nato per caso da un incontro fortunato con una produttrice russa che ha scelto di farmi cantare le canzoni più famose degli artisti italiani più gettonati in Russia e sono stata felicissima di omaggiarli e ricantarli alla mia maniera senza però stravolgere il clima originale che ha reso questi brani così celebri. Ho inserito anche tre inediti di cui sono autrice insieme a Giordano Tittarelli e sono tre pezzi ognuno alla sua maniera con un imprinting molto autobiografico dedicato all’amore : l’altra metà di me parla della ricerca del grande amore (e io ancora lo aspetto), non sai il mio nome è una dedica a un mio ex famoso e ventiquattrore un omaggio al mio amore per la musica».

Roberta, quali saranno in futuro, oltre al musical, gli impegni in cui ti vedremo protagonista?
R:«Prossimamente sarò sul grande schermo con il film “ZerovskIj solo per amore” tratto dalla meravigliosa esperienza del tour di questa estate accanto al mito della musica Renato Zero e con questo corono un antico sogno di fare del cinema. Questa estate invece, dopo la fine di Romeo e Giulietta, sarò in giro per le piazze italiane con la mia Mataband e il mio spettacolo live, che ovviamente si chiamerà Matrioska italiana e riproporrà un viaggio nel mio percorso artistico che questo anno festeggia il trentennale».

Fram(m)enti di Salvatore Cosentino all'Orfeo di Taranto: "Fermento culturale giovanile può salvare il Meridione dalla mafia"

(ph. A.Castellaneta)
di PIERO CHIMENTI - Istrionico, dissacrante ed a suo agio sul palco, così si è presentato il magistrato Salvatore Cosentino al suo debutto al Teatro Orfeo, con Fram(m)enti. I suoi monologhi pungenti ma mai banali, spaziano dall'analisi dal lessico utilizzato tra le aule di tribunale così come nel giornalismo. Il tutto avviene alternandosi con le musiche e la voce di Carla Petrachi, come nel più classico schema del Teatro canzone. Sulle note di Nessuno tocchi Caino, portata a Sanremo da Ruggeri&Mirò, lo show tocca l'apice delle emozioni con il tema della pena di morte che purtroppo vige ancora nell'ordinamento giuridico di molti Paesi nei vari continenti.

Qualche giorno prima dell'apertura del sipario, il magistrato Cosentino ha risposto alle nostre domande in conferenza stampa nel foyer del teatro Orfeo, accompagnato da Elio Donatelli che in passato aveva organizzato lo spettacolo per il giudice ed Adriano De Giorgio che, insieme al fratello Luciano, è proprietario e gestore dello storico teatro che si trova nel cuore della città di Taranto.

Sciascia affermava: "La mafia non sarà sconfitta dalla Digos ma da un esercito di maestri elementari”. Secondo lei quali obiettivi ha raggiunto con i suoi spettacoli?
Nei 15 anni della mia vita professionale nella Procura a Taranto e poi a Locri, di primo grado, andando a fare i processi mi rendevo conto che quando chiedevo una pena, magari anche ottenendola, non potevo conoscere le sorti di quell'uomo condannato perché poteva esserci una prescrizione, e quindi non ero davvero sicuro di impiantare 'semi' di legalità. Successivamente iniziai a fare qualcosa di universitario e mi accorsi che lì era più facile 'iniettare' concetti di legalità nelle menti - fram(m)enti - perché i ragazzi, ecco Sciascia, in qualche modo ti rispondono subito coi social. Poi ho incominciato a fare alcune conferenze nelle carceri e mi sono reso conto di avere un modo di proporre la legalità, attraverso il dialogo, forse anche più efficace. Infine sono passato al teatro vero e proprio che propongo anche come evento formativo per gli Ordini degli avvocati, dei commercialisti in tutt'Italia, così i discenti, gli ascoltatori, ottengono due-tre punti di crediti formativi senza 'rompersi' le scatole, come avviene nelle conferenze tecnico-giuridiche, ma con uno spettacolo teatrale che alla fine li diverte pur facendo sempre diritto.

(ph.A.Castellaneta)
Nella sua lunga carriera di magistrato, secondo lei, si sono raggiunti maggior successi sia nell'ambito normativi e sociali nella tutela della donna o nella lotta alla mafia?
Diciamo che è più facile combattere la mafia, perché per la mafia oggi ci sono i pentiti che ti aiutano tantissimo, le intercettazioni sono quelle, quindi è più semplice scovare quel tipo di gente. Nel caso delle donne, tante volte non denunciano per amore o perché credono all'alibi dell'amore dei picchiatori. L'amore è un abusatissimo alibi di picchiatori, sfruttatori e carcerieri. I successi sono stati raggiunti in entrambi i casi, perché la mafia è stata ben combattuta a livello nazionale, distrettuale e da tutte le comunità che ce l'avevano in casa. Dal 2009 abbiamo una discreta legge che però funziona sullo stalking e sul femminicidio, anche se non mi piace il termine che sembra un po' zoologico, per cui si sta passando al valore della denuncia, che deve transitare attraverso la fiducia nelle istituzioni. Tante volte, un po' per sfiducia verso le istituzioni, soprattutto al sud, per 'lavare i panni sporchi in famiglia', non è facile far emergere un delitto come quello famigliare, così come nella corruzione. La corruzione è l'unico delitto in cui non c'è nessun interesse a denunciare, perché il corruttore è punibile quanto il corrotto, ed allora a chi interessa farlo? La persona offesa e chi subisce è parte di un contratto e quindi non c'è questo interesse; il rapinato denuncia, il corruttore no. Quindi ci sono questi reati particolari, in cui le persone offese tentennano, nicchiano, e quindi è normale che se non si parte dalle persone offese è difficile. Tante volte si arriva alla violenza o al morto perché le donne tendono a non denunciare, finché non vengono ridotte in fin di vita.

Nel 2015 ha fatto lo spettacolo Salvo Gaber: in cosa si sente vicino al cantautore milanese?
Nella forma, mutuandolo nella categoria teatrale francese, portò in Italia il 'Teatro canzone' ed io molto indegnamente faccio un tipo di teatro canzone. E' nel monologo in cui m'ispiro a lui perché trattava temi molto pesanti con leggerezza, questo grazie al fatto che dopo 10 minuti di parola faceva partire una canzone spesso ironica su un tema 'crudissimo'. Quindi è questo ciò che provo a fare su temi diversi come la legalità.

Un Meridione sempre più rassegnato a perdere i suoi giovani che emigrano al nord in cerca di 'fortuna' come può acquisire gli anticorpi per debellare la Sacra Corona Unita e la 'ndrangheta?
Vedo un bel fermento culturale e credo che la cultura sia uno degli antidoti al 'veleno' mafia, perché è chiaro che chi pensa al bello del vivere e di pensare non ha ne tempo nè voglia di farsi coinvolgere dalla mafia. E' la teoria delle finestre rotte: se passo vicino ad un palazzo con molte finestre rotte, non avrò pudore né vergogna né tantomeno dispiacere di romperne un'altra; se invece passo vicino ad un palazzo perfettamente pulito, perfettamente integro, il mio gesto di rottura sarebbe per me ragione di vergogna. Quindi l'abitudine al 'bello', al rispetto come l'educazione, rappresenta un antidoto alla mafia. Gli amici e le donne ci possono tradire, le cose che sappiamo no. Le cose che sappiamo ed i nostri pensieri non ce li toglie nessuno, nessuna crisi, nemmeno economica, ci può togliere le cose che abbiamo dentro, che abbiamo assimilato; la cultura è anche una compagna di tutti i giorni. Gaber parla addirittura del 'luogo del pensiero', che era il luogo in cui si rifugiava anche durante gli anni della malattia. Penso che esso possa essere la roccaforte in cui ci possiamo blindare per combattere il crimine.

Cinema: "Rossellini mi disse: Vai in Spagna e cerca Atene…". Parla lo scenografo Puri Purini

di FRANCESCO GRECO - ROMA. “A mezzanotte squillò il telefono e Rossellini mi disse: Vai in Spagna e cercami Atene… Stava per girare La vita di Socrate”. Roma in b/n, anni Sessanta e dintorni: il regista di “Roma città aperta” e “Paisà” è un “vate” del Neorealismo, un mostro sacro del cinema internazionale: tutto il mondo ha ammirato i suoi capolavori (oggi studiati dai grandi di Hollywood fotogramma per fotogramma).

Il Neorealismo ha messo in moto le migliori forze intellettuali e operaie del Paese, fatto esplodere una creatività da neo-Rinascimento e si trasfigura in una “visione” del mondo e dell’uomo, una password nuova.
 
Giusto Puri Purini è poco più di un ragazzo, studia Architettura a Roma, nella mitica Valle Giulia, siamo in pieno ’68 e si ritrova per caso sul set di un film del “maestro” mentre con l’amico Gepy Mariani (nipote di Rossellini, figlio della sorella) sono diretti in Costa Azzurra (citazione dal “Sorpasso” di Dino Risi).

Il regista sta girando “Gli Atti degli Apostoli”, è la seconda parte della sua carriera, quella il cui concept attinge a una scansione più culturale, gnostica: quasi sottintendesse, inconsciamente, una declinazione pedagogica.
 
L’Italia è uscita a pezzi dal secondo conflitto, sfatta dalla guerra civile, la rinascita continua, materiale e morale. Anni frenetici, ruggenti, escatologici, molto creativi, arte e politica convivono, in perfetta osmosi di contaminazioni semantiche.
 
Il boom economico della Fiat 600 e il frigorifero a rate si respira nell’aria frizzante, il “Sorpasso” fotografa bene quest’ansia di nuovo, di libertà, di bellezza, di vento nei capelli (“Non core di più?”, chiede il vecchio contadino col cesto delle uova in grembo preso a bordo da Gassman e Trintignant).
 
Famiglia di diplomatici, Giusto non ha manco 24 anni, parla 5 lingue e con gli spostamenti del padre ha già girato il mondo: Libia, Austria, Argentina, ecc. Come Roma, il mondo è “aperto”.
Folgorato dal cinema, Puri Purini incontra casualmente Rossellini, e folgorato dal cinema con la “c” maiuscola, interrompe gli studi e diventa il suo scenografo.

DOMANDA: Maestro, una deviazione sulla via per Saint-Tropez e la vita va in un’altra direzione…
RISPOSTA: “Prendemmo l’Aurelia e a Civitavecchia girammo per i monti della Tolfa. C’era un arco su una collina e davanti alla macchina da presa uno specchio che rifletteva il plastico delle mura di Gerusalemme.
Quell’arco non era specchiato, così i cavalieri romani entravano in Gerusalemme. Nascevano i famosi “trucchi” del maestro. Rossellini stava girando ‘Gli atti degli Apostoli’. Da lì non l’ho più lasciato… Mi prese in simpatia, tanto che rinviai la mia laurea, che presi nel 1972”.

D. Rossellini era già Rossellini?
R. “Assolutamente. Era passato dal cinema al cinema per la conoscenza, che riscrive la Storia”.

D. Come andò la ricerca in Spagna?    
R. “Fra le montagne intorno a Madrid trovai un villaggio di pietra e lo trasformai in agorà, in tolos, come voleva lui... Mancava però il Partenone, ma Rossellini usò la tecnica dello specchio che riflette un modellino nella scenografia”.

D. Che tipo era?
R. “Una specie di padre-padrone, un grande comunicatore. Mi chiamava Giustino. Era seducente con uomini e donne. Distribuiva con tutti il suo enorme fascino intellettuale. Non dimentichiamo che era stato direttore del CSC (Centro Sperimentale di Cinematografia)”.

D. Come viveva quel tempo così escatologico?
R. “Rimase colpito dal ‘68, sentiva che si metteva in crisi una generazione, la sua, ma non sottostava a questa sorta di diktat, perché si sentiva un uomo delle avanguardie, con la sua concezione del sapere, della conoscenza cinematografica.
La sua fu una vita complessa: Marcella De Marchis, costumista, fu la prima moglie, poi ci furono la Magnani e Ingrid Bergman…”.

D. Era difficile trovare produttori in quegli anni? 
R. “Si, ma non per lui che era in contatto con uomini molto importanti e potenti vicini alla RAI. Aveva già fatto il documentario sull’India, prima di Pasolini, e parlava di trascendenza prima della beat-generation. Oltre il materialismo storico e dialettico, che la sinistra non ha mai superato”.

D. Com’era Roma?
R. “Una città semplice, un grande borgo aperto culturalmente al mondo… Una città sorprendente. Si respirava l’aria della Dolce Vita”.

D. Lei ha incontrato anche Fellini, Lizzani, Scola, Carmelo Bene…
R. “Con Carmelo Bene e Nostra Signora dei Turchi scoprimmo l’underground romano”.

D. Altre frequentazioni?
R. ”Paolo Villaggio, lo sceneggiatore Luciano Vincenzoni, gli scenografi Renzo Mongiardino, Ferdinando Scarfiotti e Dante Ferretti, il costumista Danilo Donati, tutti premiati con l’Oscar…
Poi arrivarono i grandi attori e attrici americani che giravano un film dietro l’altro nella Hollywood sul Tevere”.

D. E’ vero che Rossellini voleva fare un film sul comunismo? 
R. “Dopo un soggiorno negli USA, a Houston, dove grazie alla famiglia De Menil (realizzatori della Rothko Chappel e di un centro studi dedicato ai problemi del futuro, di cui Rossellini era il direttore naturale), tornò e voleva farci un film. Su un grande letto aveva aperto tutti i testi in materia, dal Capitale di Marx ai testi di Lenin. Ma non fece in tempo…”.

Burkina Faso: "Noi non ci facciamo intimidire...". Intervista alla dottoressa Leda Schirinzi

di FRANCESCO GRECO - OUAGADOUGOU (BURKINA FASO). Il massacro di matrice jihadista agli inizi di marzo in Burkina Faso (che segue l’attentato dei mesi scorsi al ristorante “Il Cappuccino”) contro obiettivi francesi non ha, purtroppo, sorpreso più di tanto chi frequenta quel paese dell’Africa da decenni, portando aiuto e sollievo alle popolazioni con screening e vaccinazioni di massa.

Un paese che sente e vive come proprio, un popolo che ha bisogno di tutto e con cui si è entrati in empatia. La dottoressa Leda Schirinzi (lavora al distretto sanitario di Casarano) lo frequenta da anni, è tornata lo scorso dicembre per l’ultimo progetto pediatrico: 500 vaccinazioni ai bambini dei villaggi attorno alla capitale. Quel che è accaduto la lascia senza parole, addolorata, confusa.

DOMANDA: Dottoressa, l’aria era cambiata negli ultimi tempi?  
RISPOSTA: "Mi reco in Burkina Faso, con un progetto che da 10 anni aiuta i bambini con MK. Si, effettivamente da 3 anni a questa parte la situazione si è modificata, si assiste ad un progressivo peggioramento della situazione politica, l’atmosfera generale è un pò più cupa e ansiogena".

D. Anche il presidente francese Emmanuel Macron in visita tempo fa (dicembre 2017) era stato oggetto di contestazioni…
R. "Si, perché non bisogna dimenticare l'appoggio della Francia contro la Jihad islamica nel Mali".

D. C’è consenso popolare attorno al terrorismo nel nord del paese e a sud, nel Sahel?
R. "Di questo non ne sono certa, ma non si può negare una maggiore aggressività di tanti giovanissimi che vedono nella Jihad uno scopo ben preciso".

D. Ora cosa accadrà con i progetti umanitari a quei popoli, subiranno modifiche, pagheranno gli innocenti?
R. "Ahimè, chi paga sempre nelle guerre e nella destabilizzazione di un Paese sono i più deboli, ma noi non ci facciamo intimidire, anche se adoperiamo maggiori cautele negli interventi".

D. E’ vero che per lei era pronta la cittadinanza onoraria da parte di un sindaco del Burkina Faso?
R. "Questo aspetto non è assolutamente importante, ciò che conta è la sensibilizzazione verso i temi della solidarietà e dell’amicizia tra i popoli. Anche una onorificenza aiuta a divulgare valori spesso dimenticati da noi Europei".

Cinema: l'eterna guerra fra signori e cafoni. Parla il regista Davide Barletti


di FRANCESCO GRECO - LECCE. Lotta di classe a Mezzogiorno. Ieri e oggi, il tema è sempre uno: potere al popolo. Ci si batte per l’acqua, la terra, il cielo, un’esile speranza, un’idea vaga di futuro da possedere, un sogno ingenuo e antico, un’utopia nobile e preziosa.

Si scavano le pietre arse dal sole per mettere a dimora un piccolo seme, la fame è la malattia più diffusa e terribile, gli uomini lottano per una po’ di pane e di dignità.
 
E’ l’idea originale attorno cui il regista pugliese Davide Barletti ha intrecciato il suo ultimo film, che firma con Lorenzo Conte “La guerra dei cafoni”, un’opera tenera e struggente, innocente e paradossale, un sacco poetica, aspra, ma anche, o soprattutto, politicamente scorretta, di quelle che nessuno mai passerebbe in prima serata in tv, meglio la camomilla di don Matteo e i talent come corrompono gli animi e illudono milioni di ragazzi che pensano di farcela zampettando (danza è una parola grossa) davanti a giurie di poveracci che si atteggiano un sacco.
 
Presentata tempo fa nella deliziosa location della Torre cinquecentesca di Salignano, con lo stesso regista, e poi Biagino Bleve, la regista Giorgia Cecere (i deliziosi “Il primo incarico” e “Un posto bellissimo”, terzo film in progress), Alfredo De Giuseppe, altro regista di culto, l’assessore Mina De Maria, il consigliere del Comune di Castrignano Roberto Calabrese. 
 
Il film ha un suo magnetismo segreto, ti tiene avvinto sino all’ultimo fotogramma: è cosparso di allegorie, di richiami e citazioni politiche, provocatorie in un tempo in cui ci vantiamo di essere deideologizzati, messaggi subliminali o più marcati.
 
Il dialetto usato da Barletti è “contaminato” e dirompente, e non è una  mera provocazione intellettuale sterile e autoriale, al contrario, con la sua ricchezza e asprezza, segna e pervade antropologicamente tutta la storia collocandola in un Sud all’apparenza immobile, in un luogo metafisico, un non-luogo (per dirla con Marc Augè), Torrematta, dove avviene lo scontro fra due bande di ragazzini separati culturalmente e ideologicamente da abissi, da una diversa percezione del reale e della vita. Gli attori recitano se stessi, parlano una koinè che si ribella al dominio e all’omologazione, recitano d’istinto, senza alcuna grazia accademica e per questo quel che dicono ci fa l’effetto di salutare pugno sui denti. 
 
Con Claudio Santamaria e Fabrizio Saccomanno ragazzini presi dalla strada, senza malizia alcuna, esperienza da set: sono forza pura e maieutica che rimanda al Neorealismo (Sciuscià, Ladri di biciclette, Roma città aperta, ecc.). Ciò dà maggiore luce e una forza magica alla storia.

E chi da borgata pasoliniana, da cinema neorealista, “La guerra dei cafoni” è un film che ti colpisce alla bocca dello stomaco. Non da tv nel XXV anno dell’éra berlusconiana, del degrado culturale e la barbarie dell’anima, dove si sparge melassa, bromuro, spazzatura, fetish: un seme insulso e sterile che ha abbrutito la società e noi stessi che ci siamo costretti dentro.

DOMANDA: Il flipper colloca la storia che lei racconta nei Settanta, segnati dallo scontro di classe, che poi sconfinò nel terrorismo?
RISPOSTA: “Il film prova a rileggere in modo originale un’epoca ormai stereotipata: gli anni Settanta non sono solo pantaloni a zampa d’elefante e telegiornali d’epoca che parlano del sequestro Moro, ma un abito mentale che faceva degli italiani (perfino dei piccoli, marginali italiani di questo film) delle persone diverse da quelle di oggi, con un sistema di valori e con un’idea dei rapporti personali e sociali assai specifica.
Il nostro lavoro elabora gli anni Settanta proprio in questi termini: psicologici e culturali, molto più che folkloristici e nostalgici”.

D. L’uso del dialetto dà più forza e vigore alla storia: pensa che la lingua italiana non avrebbe toccato tale vetta?
R. “I diversi dialetti presenti nel film costruiscono una vera e propria polifonia, un flusso inarrestabile che sicuramente dona allo spettatore un qualcosa che lo avvicina alla realtà più vera.
C’è però una ragione ben precisa nell’uso così marcato del dialetto, ovvero che nessuno dei ragazzi protagonisti della pellicola è un attore, era la cosa più naturale farli esprimere nel loro dialetto di origine.
I ragazzi avevano già un compito arduo, ovvero quello di confrontarsi con una sceneggiatura, con dei testi da noi scritti. Durante le prove, abbiamo capito insieme che il parlare in dialetto era la cosa più naturale per loro”.

D. I capi delle fazioni in lotta si innamorano delle donne che non sono della loro appartenenza sociale: è il motivo per cui la rivoluzione fallisce?
R. “Più che parlare di rivoluzione, parlerei in questo film di trasformazione, attraverso le rocambolesche avventure dei protagonisti si assiste a un gioco di rimandi, alla trasformazione di un Paese: cambiamento tanto più potente quanto più è affidato a dei ragazzini lontani dalla Storia, ma in procinto di passare, proprio come l’Italia degli anni Settanta, da una fase all’altra della propria vita.
Sicuramente le presenze femminili hanno un ruolo fondamentale nelle dinamiche interne allo sviluppo della drammaturgia del film, anche se da due lati completamente opposti dichiarano che la guerra è una prerogativa totalmente maschile”.

D. Rivoluzione abortita, l’immaginazione al potere è rinviata: oggi quella spinta escatologica si è persa, nessuna guerra, solo confusione e smarrimento identitario… 
R. “Il tema dell’ identità o della sua eterna ricerca è un tema interessante, che sicuramente è alla base del film. La guerra dei cafoni a prima vista è un classico romanzo di formazione, ma c’è un elemento che lo rende, a mio avviso, più interessante dei classici e inimitabili film e romanzi di riferimento: la prospettiva questa volta è ribaltata!
Provo a spiegarmi meglio.
Di solito, nei classici romanzi di formazione i protagonisti partono, nell’arco narrativo, da una situazione in cui la loro identità non è definita, sarà con lo svolgersi del racconto che capiranno qual è il loro posto nella società, e così il loro passaggio alla vita adulta sarà completo.
Il romanzo di Carlo D’Amicis fa esattamente l’operazione inversa, ovvero, parte da una situazione dove i nostri protagonisti hanno ben chiaro qual è il loro posto nella vita, qual è il loro ruolo sociale, chi ha tutto e chi ha niente: “Loro da una parte e noi dall’altra”, così parla il capo dei Signori.
Questa sicurezza man mano si sfalderà, e come in un gioco di specchi porterà i nostri ragazzi di fronte al baratro della ricerca di un nuovo posto nella società, posto che dovrà inserirsi in uno scenario mutato e che è totalmente sommerso dal progredire della Storia del nostro Paese e della società contemporanea”.

L’intervista al grande Luigi De Filippo: "Mio padre Peppino mi ha insegnato a non arrendermi mai…"


Riproponiamo per ricordare il grande artista napoletano scomparso in queste ore, l'intervista concessa al nostro quotidiano in data 23 aprile 2013, a cura del giornalista Nicola Ricchitelli.

di NICOLA RICCHITELLI - Sarà a Barletta il prossimo 25, 26 e 27 aprile al teatro Curci d Barletta con la commedia scritta da Armando Curcio nel corso degli anni '40, “A che servono questi quattrini”.

«E' una commedia molto divertente, intelligente, ma soprattutto di grande attualità, che parla del denaro che alle volte è meglio non avere ed essere più furbi e intraprendenti per far carriera nella vita»: questo il commento del maestro Luigi De Filippo, figlio del grande Peppino.

D: Maestro, il prossimo 25, 26 e 27 aprile lei sarà qui a Barletta – presso il teatro “Curci” - con la commedia “A che servono questi quattrini”, scritta negli anni 40 da Armando Curcio. Quali le analogie con i giorni d’oggi?
R: «Prima di tutto perché io sono un cultore del teatro umoristico dei De Filippo degli anni 40, poiché era un teatro che riusciva a comunicare al pubblico delle bellissime emozioni e quindi mi pare giusto riproporlo al pubblico d’oggi. “A che servono questi quattrini” è una commedia molto divertente, intelligente, ma soprattutto di grande attualità, che parla del denaro che alle volte è meglio non avere ed essere più furbi e intraprendenti per far carriera nella vita. È una commedia che sto portando da mesi in giro per l’Italia e che sta avendo un bellissimo successo. È una commedia che si rifà al grande teatro umoristico dei fratelli De Filippo dove si narrava la vicenda umana, del pover’uomo sempre in contrasto con le autorità, con il potere. Era una commedia che valeva la pena mettere in scena poiché è una delle poche commedie divertenti in giro adesso, inoltre sono contentissimo di tornare a recitare a Barletta dopo anni di assenza  e ritornarci con questa commedia che è stata un grandissimo successo di questa stagione teatrale»..

D: 1951-2013, più di sessant’anni di teatro. Dove si trova dopo così tanta strada percorsa l’entusiasmo per salire su di un palcoscenico?
R: «Sicuramente nella passione che non abbandona mai l’artista e che non ti fa mai sentire completamente soddisfatto, ma sempre desideroso di raggiungere nuove mete e nuovi traguardi. Proprio qualche giorno fa ho ricevuto in Campidoglio a Roma, il premio “Personalità  Europea”, come testimone del teatro dei De Filippo che è conosciuto in tutto il mondo, il teatro di grande tradizione napoletana».

D: Maestro, cosa significa essere un De Filippo e quante le responsabilità nel portare questo cognome?
R: «Le responsabilità sono tante. Sopratutto quando si presenta al pubblico un teatro di grande livello, cosa che faccio da tanti anni. Naturalmente c’è l’orgoglio di chiamarsi De Filippo che è un impegno non da poco, ma al quale la critica e il pubblico mi dicono che assolvo in pieno a questo compito. È bello poter presentare al pubblico un teatro che esso ama, in un momento così difficile per la nostra cultura, ma soprattutto è bello vedere la gente che viene al teatro a vedere il teatro napoletano, ma soprattutto il teatro di Noi De Filippo».

Luigi De Filippo, figlio d'arte, recita dal '51 con la stessa energia e maestria
D: Il suo debutto nel mondo del teatro risale al 1951 al fianco di papà Peppino. Che maestro è stato per le il grande Peppino De Filippo?
R: «Mio padre per me è stato maestro molto importante, ma soprattutto mi ha insegnato a non rassegnarmi mai agli ostacoli che ci sono nella vita. Quando si crede in qualche cosa bisogna lottare per ottenerla, ecco questo è stato uno dei più grandi insegnamenti. Devo dire che se oggi sono riconosciuto come uno dei magiori esponenti del gran teatro napoletano devo dire che il nome De Filippo è stato ben affidato anche a me».

D: Poi, nel 1978 avviene il distacco e quindi fonda una sua compagnia teatrale, che ricordiconserva degli esordi?
R: «Debbo dir che ancora oggi quando la sera si alza il sipario provo tanta emozione. Delle belle emozioni. È questo è un segnale di essere un vero artista. Solo un mestierante non si emoziona quando recita, ma se uno si sente un artista, quando prova delle particolari sensazioni si deve emozionare ogni sera, anche dopo sessant’anni di teatro. Quando io ho fondato una mia compagnia e ho lasciato mio padre, è stato perché volevo realizzare i miei programmi artistici e l’ho fatto recitando Pirandello, Macchiavelli, e tanti altri autori oltre e soprattutto alle mie commedie. Infatti ne ho rappresentate 12, oltre agli sceneggiati scritti per la televisione    

D: E soprattutto che emozione provava quando in platea vedeva suo padre?
R: «Sicuramente mi faceva piacere saperlo lì tra il pubblico, ma appunto io recitavo e recito per il pubblico tutto, in tal senso, ecco, mio padre faceva parte del pubblico. Non temevo il suo giudizio, sapevo che lui mi stimava e mi voleva bene, ma soprattutto mi stimava molto come artista, e questo per me era motivo di grande orgoglio».

D: Maestro, quale il suo parere sullo stato del teatro italiano oggi?
R: «Il teatro italiano oggi, purtroppo si trova in grandissima difficoltà  e non scopro l’acqua calda nel dirlo. Lo sanno tutti. Stiamo attraversando un momento negativo,  specialmente per la cultura e non solo quindi per la politica e per il sociale. Fortunatamente fa un pochino eccezione il teatro napoletano poiché attira sempre la curiosità del pubblico tutto, poi se si parla del grande teatro di noi De Filippo, quello non ha mai crisi perché il pubblico viene sempre numeroso ad applaudirci».

"Vogliamo i voti del M5S". Parla Viola Carofalo (Potere al Popolo!)

di FRANCESCO GRECO - NAPOLI. E poi c’è chi evoca la suggestione intrigante del “Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo in chiave 2-0, chi si ispira alle esperienze politiche vincenti di questi anni orribili, “Podemos” (Spagna) e “Syriza” (Grecia), ma anche a “Occupy Wall Stret” e dintorni, chi contesta la forma partito, ormai un rottame del Novecento, chi si sporca le mani denudando il Re e relativizzando la narrazione rassicurante della realtà e della politica che i media omologati servono calda calda ogni giorno.

Chi vuol ritirare la delega ai partiti e movimenti sulla scena e gestirla in proprio. Chi coagulare le esperienze dei centri sociali e l’associazionismo militante sul territorio su temi aspri e complessi dello sviluppo possibile e compatibile, gli antagonismi di massa, ma anche la sinistra radicale del Brancaccio e del “No” al referendum sulla Costituzione del 5 dicembre 2016, quella – per semplificare - rimasta su posizioni coerenti o, almeno, che non cercava un posto al sole nelle liste della sinistra storica.

Per una rilettura radicale della globalizzazione e le infinite contraddizioni (dal Jobs Act all’articolo 18), che escludono dal ”patto sociale” milioni di donne e uomini e la loro ricchezza umana, perizia professionale, generosità esistenziale.

Rilanciando l’idea multiforme di un protagonismo e un soggettivismo storico che non si vedevano dagli anni Settanta, un’autovalorizzazione come classe sociale che produce la ricchezza, ma è esclusa dal suo godimento, con l’ascensore sociale rotto e la precarietà diffusa anche nelle classi medie.

“Potere al popolo!”, sebbene oscurata dai media, ha partecipato alle elezioni del 4 marzo scorso ed ha raccolto in pochi giorni 40mila firme. Da poco emersa dal sottosuolo, mettendo in rete i centri sociali e l’antagonismo della società, si è data un programma, ha trovato i candidati nei collegi di tutta Italia: l’1% raccolto potrebbe essere un punto di partenza per altri orizzonti, dalle magnifiche sorti e progressive?

Lo chiediamo a Viola Carofalo, la "pasionaria" rossa che da Napoli ha lavorato per tutto questo.

DOMANDA: Non era presto per andare alle elezioni, non conveniva meglio un maggiore radicamento territoriale?
RISPOSTA: "Molte delle realtà che hanno animato Potere al Popolo nella varie città sono già radicate sui propri territori, portando avanti lotte ed attività quotidiane. La sfida questa volta era di andare oltre i confini cittadini ed arrivare ad un piano nazionale. Noi crediamo di avercela fatta: il risultato raggiunto non ci ha portati in Parlamento, ma Potere al Popolo non nasce per le elezioni, ma è un progetto che ha visto nelle elezioni una opportunità per aggregare persone ed associazioni, farsi conoscere e creare un gruppo che possa andare avanti nel tempo".

D. E' da collocare nel post-ideologico, al crepuscolo delle ideologie, portatrice di un’utopia ricca quanto sganciata da ogni passato?
R. "Assolutamente no, e non ci piace chi fa del post-ideologico la propria bandiera. L'abbiamo detto tantissime volte: noi siamo di sinistra, ma di una sinistra vera, che si fa portavoce dei lavoratori e degli sfruttati e cammina ogni giorno al loro fianco. Potere al Popolo vuole anzi ridare significato e dignità ad una sinistra che per decenni si è spostata sempre più a destra".

D. Guardate alle esperienze di Podemos e Syriza sperando di trascinare le masse lobotomizzate dalla tv e dalla subcultura dilagante su contenuti ben precisi?
R. "Guardiamo alle esperienze europee e di tanti altri Paesi per gli insegnamenti che possono darci: è interessante sapere ed analizzare come si sono costituiti, che struttura organizzativa si sono dati, come hanno interagito con le persone che li hanno supportati, come hanno sapientemente usato i social network e tutto il web, e soprattutto come sono riusciti a utilizzare un linguaggio e una comunicazione più vicina alle esigenze contemporanee.
Potere al popolo si inserisce in questo cambiamento e lo sostanzia con pratiche quotidiane di mutualismo e di rivendicazione sociali".

D. Che tipo di analisi politica sviluppate sull’attuale momento storico-economico-culturale?
R. "Dipende da quale aspetto vogliamo guardare e da quale punto di vista vogliamo adottare. In Italia sono aumentate le disuguaglianze sociali, sono aumentati i lavoratori a rischio povertà, sono aumentati i disoccupati e i precari; tutto sembra essere deciso "altrove"... e spesso molti sono rassegnati a subìre determinate decisioni e provano a vedere il nemico in chi sta peggio.
Per questo il discorso razzista, incoraggiato anche dal PD, ha fatto presa su molte persone, per questo molti credono che sia più facile e risolutivo votare qualcuno che promette di respingere i barconi di chi prova a trovare una vita migliore nel nostro Paese, che non contrattare migliori condizioni di lavoro, chiedere una seria politica sugli affitti... insomma lottare in prima persona per vedersi garantiti i propri diritti.
Molti, ma non tutti, è vero, infatti, che l'Italia è anche un Paese in cui ci si è mobilitati tantissimo, in cui si sono costruite lotte sul lavoro, momenti di aggregazione attorno a rivendicazioni sociali e vere e proprie risposte ai problemi delle classi popolari. E' venuto il momento di rafforzare e supportare queste realtà creando delle reti nazionali forti e stabili.
Potere al popolo nasce per questo, per rendere più forte quello che già c'è e per dare una speranza di cambiamento a chi finora non ha costruito momenti di lotta e di opposizione perché si è sentito solo".

D. I punti essenziali del programma di PaP?
R. "Il lavoro, le pensioni e l'ambiente. Vogliamo che tutti abbiano un lavoro stabile e dignitoso e che l'età pensionabile venga abbassata - è impensabile tenere le persone a lavorare fino a 67 anni.
Per quanto riguarda l'ambiente, vogliamo delle politiche serie di tutela, bonifica e controllo, e soprattutto che chi abita un territorio abbia la possibilità di esprimersi e deciderne.
Ci sono altri punti che riteniamo importantissimi (su istruzione, sanità, giustizia, redistribuzione della ricchezza) e non sono nemmeno tanti: 15 punti, chiari e sintetici per far arrivare dritto il messaggio".

D. I diritti garantiti dalla Costituzione ormai sembrano parole vuote, come il termine democrazia: come ridar loro un senso?
R. "Noi pensiamo che possiamo dare un senso a ciò che è scritto nella Costituzione soltanto attuandoli. E se non lo fanno le istituzioni lo facciamo noi dal basso: per la sanità gratuita, apriamo ambulatori gratuiti, blocchiamo i pagamenti dei ticket; per il diritto alla casa, possiamo fermare gli sfratti e pretendere che ci siano dei bandi trasparenti per l'assegnazione degli alloggi popolari; per il diritto all'istruzione attiviamoci per partire con doposcuola gratuiti da offrire alle famiglie in difficoltà.
Ci sono tanti altri esempi da fare, ma che vanno tutti nel concreto così che possiamo dimostrare che attuare la Costituzione è possibile".

D. Il sistema attuale produce disoccupati, diseredati, milioni di laureati da call center e di laureati col master a cui si offre solo precarietà a vita o la valigia per partire impoverendo i territori: così donne e uomini non possono vivere e pensare a un futuro e il sistema-paese va al default: qual’è la vostra analisi per un domani di pane e dignità per le nuove generazioni e le vecchie rimaste sulla strada?  
R. "Ripartiamo dal lavoro: ancora deve essere stabile e dignitoso, che possa assicurarci di vivere, non solo di sopravvivere. Insieme a questo ovviamente bisogna pensare a delle politiche serie ed efficaci di redistribuzione della ricchezza, dare ai lavoratori quanto gli è stato tolto, non solo sotto forma di denaro ma anche di servizi (istruzione, trasporti....).
Soltanto così si riuscirà a risolvere il problema dei diseredati che - per inciso - aumentano sempre di più, di tutte le fasce d'età e di tutte le provenienze geografiche".

D. Alle vostre assemblee si sentono espressioni anni Settanta, fuori l’Italia dalla Nato e lotta di classe: sono temi che intendete rilanciare aggiornandoli al tempo 2.0 dei social?    
R. "In un certo senso sì, o meglio, vogliamo spiegare cosa intendiamo con questi concetti. Fare lotta di classe, non significa solo scioperare nella fabbrica inglese del 1800, ma significa anche dare voce a chi in quella fabbrica ci lavora ancora oggi, ma non è ascoltato, significa costruire un fronte antirazzista in questo Paese che sta andando a destra, significa difendere i senzatetto dal decreto Minniti... questa è lotta di classe, bisogna solo spiegarlo".

D. Ma se la protesta sociale è raccolta dal M5S, a quali fasce e soggetti è diretta la vostra proposta politica? Magari all’enorme fascia di astenuti?
R. "La protesta raccolta dai 5Stelle è una protesta finta, di tantissime persone che ancora vedono il problema parzialmente e che si sono fatte convincere dalla forza nuova e giovane che si è contrapposta ai vecchi della politica.
Tante persone che hanno votato il M5S sono di sinistra, senza partito e senza guida: noi ci dobbiamo rivolgere a loro, alle migliaia di persone che hanno cercato un'alternativa e l'hanno trovata in Di Maio o nell'astensione".

D. Jobs Act e abolizione dell’articolo 18: cose di destra, come tutta la politica economica dei governi di B. e di R. e dintorni (Gentiloni incluso)?
R. "Certamente. Come potremmo definire un provvedimento che precarizza il lavoro, che regala soldi alle imprese invece di investirli in servizi sociali? Come giudicare provvedimenti che rendono più semplice e meno rischioso licenziare? E' il lavoratore che viene colpito da leggi come queste: si trova più debole, più precario, più sfruttato.
Sono governi come questo che ci hanno impoverito, togliendo a chi ha meno per dare a chi ha di più. Chiamiamo le cose con il loro nome: la destra è questa, e il PD è un partito di destra".

D. Rei e reddito di cittadinanza: cosa pensa PaP? E’ un avanzamento o assistenzialismo e populismo?
R. "La centralità è il lavoro. Sono il lavoro, i diritti e i servizi a definire il grado di ricchezza dei cittadini e di una società. Siamo ricchi quando andiamo a lavorare con la certezza di non morire, con la sicurezza di uno stipendio che permetta di provvedere alle esigenze nostre e dei nostri cari; quando siamo sicuri di essere curati ogni qual volta ci ammaliamo, quando riceviamo un'istruzione che ci insegni a fare scelte che contribuiscano alla nostra felicità, quando possiamo accedere ai beni che una società produce; e siamo ricchi quando possiamo imparare da chi viene da posti sconosciuti... questa è la nostra idea di ricchezza: i diritti, l'uguaglianza, la fratellanza.
Il reddito universale (cioè per tutti, senza alcuna distinzione) può essere un sostegno alla povertà crescente, dunque va bene. Non ci piacciono però quelle declinazioni del provvedimento che vedono nella cittadinanza una condizione necessaria per accedere al sostegno economico.
Possiamo dire che la povertà si combatte con il lavoro e con i diritti. Un reddito per tutte e tutti indipendentemente dalla loro condizione di cittadini è utile per dare un aiuto a uscire da una condizione di povertà, ma non può sostituire tutto il resto".

D. E del Rosatellum che garantisce la casta, i burocrati dei partiti e i movimenti, riducendo tutto a consorteria, a danno della vera rappresentanza e dei territori, indebolendo l’idea di partecipazione e di democrazia?
R. "La nostra risposta è compresa nella domanda. PaP è un movimento territoriale, che cerca di dare rappresentanza a chi in questi anni ha lottato contro l'espropriazione di ricchezza sociale a favore dei privati.
I nostri candidati, i nostri militanti, non sono ceto politico, sono persone che ogni giorno rivendicano diritti e costruiscono spazi di uguaglianza".

D. Quale sistema elettorale è il più democratico e auspicabile?
R. "Un proporzionale puro darebbe qualche spazio di democrazia in più".

D. Userete la rete per comunicare e come vi finanziate?
R. "Internet è ormai uno strumento usato da tutti, quindi continueremo ad usare le pagine ed i profili su facebook, twitter ed il sito: permettono di raggiungere tante persone in pochissimo tempo.
PaP si finanzia con le donazione ed i contributi che ci lasciano i sostenitori: abbiamo un contatore pubblico delle donazioni sul nostro sito".

D. Dopo il risultato di queste politiche, ci sarete alle Europee del 2019?
R. "Vedremo. Dipende da come si evolverà e da come crescerà il nostro movimento. Soprattutto, dipenderà dalle spinte che avremo dai territori in cui siamo presenti. L'ultima parla spetta sempre alle assemblee territoriali".

D. Voi siete per l’abolizione delle spese militari, che libererebbe molte risorse: da impegnare in che modo? 
R. "C'è solo da divertirsi! Con le decine di milioni di euro risparmiati si potrebbe investire in tutti i settori in cui ci sono stati tagli negli ultimi anni: istruzione, sanità, trasporti... renderebbe le nostre vite sicuramente più belle".

D. Qual'è la vostra analisi su un governo a 5 stelle o di destra a trazione leghista che si prospetta? 
R. "Sono tutte opzioni che non ci piacciono. Voglio però dire qualche parola sui 5 stelle. Il M5S su molti punti ha posizioni di destra: sulle politiche di accoglienza non fa altro che riproporre una politica di respingimenti; sul lavoro non sembra essersi speso molto nelle battaglie contro il Jobs- Act; ha una forte matrice giustizialista, mentre noi siamo stati gli unici a parlare di riforma carceraria, ripensamento della funzione della pena e abolizione del 41bis.
Inoltre, non ha una politica chiara in materia di legislazione europea, e anche sull'ambiente sembra aver gradualmente cambiato opinione: ricordiamo una conferenza stampa recente in cui Di Maio affermava di voler affrontare la questione libica allo scopo di sostenere e sviluppare la presenza dell'ENI in quelle regioni.
Detto questo, però, tra quel 33% di elettori ci sono anche voti che possono spostarsi dalla nostra parte. Ci sono i voti di quei lavoratori delusi dalle politiche dei precedenti governi, ci sono i voti degli scontenti della buona scuola, i voti degli utenti delle ASL in dismissione, e - perché no - anche i voti di alcuni militanti che magari hanno preferito votare il M5S perché su alcuni territori sembrava più utile. Nessun problema, non abbiamo paura.
Questi voti, questo sostegno, ce lo riprenderemo a poco a poco. La prossima volta, sarà il nostro turno e il cambiamento radicale sarà già arrivato".