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Samantha de Grenet: «Da piccola sognavo di diventare una veterinaria, lo spettacolo è entrato nella mia vita in modo casuale»

di NICOLA RICCHITELLI – Dalla veterinaria passando per la biologa marina fino ad arrivare alla cameriera sui pattini, sognava tutto questa Samantha de Grenet da bambina: « sognavo di diventare veterinaria, biologa marina, cameriera sui pattini, insomma lo spettacolo non era nei miei piani ma è entrato nella mia vita in modo casuale e naturale ed è forse per questo che lo affronto come un qualsiasi altro mestiere…», ma è facendo la modella che prende il là la carriera della bella showgirl romana. Tutto inizia con la vittoria del concorso “Fotomodella dell'Anno” nel 1985 – premio che non gli può esserle riconosciuto a causa del mancato compimento del quindicesimo anno d'età – poi arrivano le svariate partecipazioni a tutte le edizioni di “Donna sotto le stelle”.

Nei primi anni '90 Samantha de Grenet inizia a raccogliere le prime soddisfazioni in ambito televisivo divenendo inviata nella trasmissione di Italia 1 “Modapolis” – senza dimenticare l’apparizione nella sigla di apertura del programma “Svalutation” di Celentano nel 1992 – per poi proseguire la sua carriera con programmi di successo quali Jammin, 8 mm assieme a Paolo Calissano e tanti altri, non disdegnando il cinema – nel 1995 è tra i Ragazzi della notte di Jerry Calà – e quindi la televisione al fianco di Sandra Mondaini e Raimondo Vianello con cui nel 1997 gira “I misteri di Cascina Vianello” e che la stessa de Grenet ricorda così:« di Sandra e Raimondo ho un ricordo meraviglioso perché  così  come li vedete in tv erano nella realtà.  Una coppia bellissima e tenerissima, due signori...mancano tanto!».   

Samantha, innanzitutto permettimi di ringraziarti per questa chiacchierata e di chiederti come stai?
R:«Ma figurati grazie a te! Sto bene e cerco di fare sempre del mio meglio per godere di ogni giorno... certo i problemi e le piccole difficoltà ci sono, ma cerco sempre di affrontarli con positività...il bicchiere per me è  sempre mezzo pieno».

Il mondo dello spettacolo e della televisione sono stati da sempre e sin da subito i tuoi habitat professionali. Cosa significa fare spettacolo e stare in un tubo catodico?
R:«In realtà il mondo della moda prima e quello della televisione dopo sono mondi ai quali non ho mai pensato quando ero piccola. Da bambina sognavo di diventare veterinaria, biologa marina, cameriera sui pattini, insomma lo spettacolo non era nei miei piani ma è entrato nella mia vita in modo casuale e naturale ed è  forse per questo che lo affronto come un qualsiasi altro mestiere e non ho quella presunzione che hanno in molti di essere migliore di un altro solo perché si lavora in televisione... mi rendo conto di avere più  attenzioni in quanto personaggio pubblico, ma mi interessa di più essere amata come persona e la gente me lo dimostra ogni giorno nel mio quotidiano e questo mi rende felice».

Era il 1992 e sei nella sigla di un programma di un certo Adriano Celentano. Che ricordi conservi dell'incontro con il 'Molleggiato'?
R:«Ero giovanissima e ho avuto la fortuna e l'onore di lavorare con un grandissimo, un artista completo».

Altri mostri sacri della tv con cui hai lavorato sono stati Raimondo Vianello e Sandra Mondaini. Era il 1997 e sei nel cast di I misteri di Cascina Vianello. Ti va di spendere due parole su questi due grandi mostri sacri della tv?
R:«Di Sandra e Raimondo ho un ricordo meraviglioso perché così come li vedete in tv erano nella realtà. Una coppia bellissima e tenerissima, due signori... mancano tanto!».

Importante è il tuo interesse verso il mondo dei bambini. Ricordiamo il tuo blog 'ilovebimbo.com'. Da dove nasce questa attenzione verso il mondo dei più piccoli?
R:«I LOVE BIMBO nasce dalla mia curiosità di mamma. Da quando ho avuto Brando che ora ha 12 anni qualsiasi professionista (pediatri, nutrizionisti, dermatologi, scrittori, maestre, ecc.) incontrassi lo bombardavo di domande perché volevo essere informata su tutto e in maniera naturale ho pensato che questo poteva essere d'aiuto anche a tanti altri genitori, e non solo, come me. I LOVE BIMBO è una sorta di diario/ giornale che affronta diversi temi che possono aiutare, informare o rubare un sorriso... e poi ci sono delle ricette pazzesche! Purtroppo ora è fermo da un po', facendo tutto da sola non ho avuto il tempo al ritorno dall'Isola dei Famosi di dedicarmici, però ci sono comunque degli articoli interessanti e sempre attuali da leggere».

E tu che bimba sei stata?
R:«Una bambina assolutamente tranquilla e serena. La mia più  grande fortuna è  quella di essere cresciuta con dei genitori meravigliosi che hanno saputo trasmettere a me e ai miei fratelli valori e principi. Non sono stati dei genitori severi ma esistevano delle regole di orari e di buon comportamento che dovevano essere rispettati».

L'aver iniziato così giovane a fare questo lavoro quanto ha tolto alla tua adolescenza?
R:«Ho iniziato a lavorare a 15 anni, ma ad una condizione: che i miei voti scolastici non ne risentissero… non è stata una passeggiata di salute ma mi sono diplomata e la mia carriera è andata alla grande. Certo, ho dovuto faticare con la mentalità  ottusa di qualche professore che non vedeva di buon occhio il fatto che lavorassi ed invece di premiarmi mi puniva per le assenze... diverso sarebbe stato se avessi fatto un altro mestiere...».

Samantha, parliamo dell'Isola dei Famosi. Innanzitutto perché hai scelto di vivere un'esperienza così estrema?
R:«Prima di tutto non è stata una scelta facile e mai sarei partita se mio figlio non fosse stato d'accordo. È Brando il motore della mia vita. Le motivazioni che ti fanno scegliere di partire per un reality così estremo possono essere diverse: il desiderio di fare un'esperienza  di vita unica, la voglia di mettersi in gioco e superare i propri limiti, il compenso, perché ovviamente  non si va lì a titolo gratuito, e la speranza che dopo ti possa arrivare altro lavoro».

Che idea ti sei fatta sul caso Weinstein e su tutto ciò che ne è scaturito dopo in Italia?
R:«La molestia e la violenza sulle donne sono tematiche molto delicate e le vittime di queste azioni aberranti meritano il rispetto di tutti sempre e comunque. La cosa a cui bisogna stare attenti però è la differenza tra una molestia ed un approccio maldestro o maleducato... la linea è sottile ma si evince quando una donna si ritrae e dice no. Non entro nel dettaglio della vicenda di nessuna in particolare, non mi permetterei mai, ma denunciare il 'mostro' dopo aver ricevuto lavoro in cambio per anni mi fa orrore e soffro invece per tutte quelle donne che hanno urlato 'No' e avranno per sempre i segni di una violenza sul corpo e nell'anima... se è andata 'bene'!».

Il tuo percorso nel mondo dello spettacolo ha dovuto affrontare ostacoli di questo tipo?
R:«Credo che un certo tipo di 'approccio' fisico avvenga nel momento in cui si intravede una possibilità di riuscita... io non ho mai dato quell'idea o ho avuto atteggiamenti che facessero pensare il contrario o forse anche perché  ho avuto la fortuna di incontrare persone serie. Solo un paio di volte ho rifiutato degli inviti a cena e ho perso due programmi... magari la mia carriera avrebbe preso una piega diversa, ma allo specchio mi posso guardare senza vergogna!».

In quali progetti professionali ti vedremo impegnata nell'immediato futuro?
R:«Ci sono progetti di vario tipo ma finché non si firma...».

CONTACTS:

https://www.facebook.com/samantha.degrenet.10/

"Don Tonino? Io lo conoscevo bene…". Parla don Gigi Ciardo, parroco di Alessano

di FRANCESCO GRECO - “Don Tonino? E’ stato il mio maestro. Lo conoscevo da prima che diventasse sacerdote. Sono stato suo chierichetto, poi, in Seminario, a Ugento, per quattro anni, fu il mio insegnante di Italiano, Matematica, Latino e Greco. Sono cresciuto con lui, sono un suo discepolo. Un rapporto di intenso, personalizzato, come era nel suo modo di fare. Nel 1975 lui era parroco a Tricase e io qui, ad Alessano. Gli fui vicino nel settembre ’82, quando fu nominato Vescovo. Ogni volta che tornava era un dono, per me e per tutta la gente del paese…”.
 
Ora che l'evento del 20 aprile 2018 è uscito dalla cronaca per entrare nelle pagine di Storia, don Tonino Bello rivive nelle parole e nei ricordi di don Gigi Ciardo, parroco di Alessano, la persona che forse lo conosceva meglio di tutti.
 
Ne parla commosso, misura le parole una a una, come se facesse lo spelling, sceglie solo quelle necessarie. Non c’è sacerdote più operativo: “legge” i segni nel territorio e nell’animo della gente e si mette al lavoro, punta deciso all’obiettivo.

Sa motivare, non teme ostacoli, relativismi. Gran diplomatico, piccolo Richelieu. Al paese ha dato una casa di riposo, un centro di aggregazione giovanile, un altro per accogliere i migranti e tante opere “minori”. Stessa frontiera del suo “maestro”, di cui ha ottimizzato gli insegnamenti: gli “ultimi”, militante della “Chiesa del grembiule”, “ospedale da campo”, “etica del volto”.
 
Il post-evento è un momento topico per una città dal passato magnifico, da protagonista, piccola “capitale” del Capo di Leuca: borghesia vivace, intellettuali fecondi, professionisti geniali, imprenditori illuminati. Che ora ha un’altra opportunità per rinascere. E poi per il Salento, la Puglia, il Sud smarrito, quasi in estinzione. Andato via Papa Francesco, si respira l’aria dolce e quieta dell’attesa, delle grandi occasioni, tutti ne sono coscienti.

E dunque, don Gigi vs don Tonino Bello: Goethe direbbe affinità elettive. Che, in parallelo, si sono intrecciate, hanno fatto sistema in quasi mezzo secolo sotto l’aspetto pastorale e umano, in perfetta osmosi, un sodalizio fertile, segni profondi.

Don Gigi gli è stato vicino sino all’ultimo, presenza discreta, viva: una citazione del “Cristo deposto dalla Croce” del Mantegna.
 
In questa intervista formatta leggende metropolitane sorte in 25 anni (che ha in animo di raccontare) e svela particolari inediti sugli ultimi giorni del Vescovo di Molfetta, Ruvo di Puglia, Terlizzi e Giovinazzo (Alessano, 18 marzo 1935 – Molfetta, 20 aprile 1993), facendoci entrare in quella stanza spartana dove il moribondo ha un sorriso e una parola viva per tutti, pregna di speranza e di futuro, per chi vi s’approssimava ricacciando il pianto.
 
La Chiesa Collegiata SS. Salvatore mette soggezione per la maestosità slanciata verso il cielo blu cobalto come una preghiera accorata, disperata, che rivela un passato di grandezza, di splendore, potere: fino all'800 fu sede vescovile (Alexanensis- Leucandesis, ad Alessano c'è chi ha nostalgia e vorrebbe ripristinarla). Certe cose restano nel dna, il tempo non cancella la nobiltà.
 
E’ una bellissima giornata di primavera, don Gigi mi aspetta, la sagrestia è grande, invasa di luce fresca. Ha poco tempo da dedicarmi: da Botrugno sta arrivando una corriera di pellegrini cui farà da “cicerone” al Cimitero. Mi dona un numero speciale della rivista in cui parla chi ha conosciuto don Tonino.

Si ammalò di tumore allo stomaco, luglio ’91, subì un intervento chirurgico (il bisturi di Luigi De Blasi, coadiuvato da un’équipe venuta da Bari) il 3 settembre, al “Daniele-Romasi” di Gagliano.
 
Saliamo sul Calvario, ma l’aria non è mesta, semmai escatologica: in questi giorni hanno detto che il sepolcro è vivo, che don Tonino è fra di noi. 

DOMANDA: Perché proprio quell’ospedale?
R. “Volle operarsi come i nostri poveri, quelli che non possono permettersi un viaggio della speranza. Fece la convalescenza in paese, poi a ottobre tornò a Molfetta. La sua situazione era complicata, lui lo sapeva: era un uomo di grande realismo, e tuttavia riprese in pieno la sua missione”.
D. Poi il “male” si riaffacciò?
R. “Dopo l’intervento non fece la chemioterapia, ma a settembre ’92 il male si ripresentò. Fece la chemio. Veniva a riposare qui al suo paese”.
D. Nonostante tutto, a dicembre ’92 era a Sarajevo, sotto le bombe…
R. “Partì da Ancona alla testa di 500 pacifisti, arrivò e disse: Quello che non voleva fare l’ONU dei ricchi lo fa l’ONU dei poveri. Ci fu una cena cui parteciparono persone di ogni nazione, credo religioso, razza: la convivialità delle differenze. La notte dormì in una palestra”.
D. Uomo instancabile, generoso…
R. “Da presidente di Pax Christi, il primo gennaio ’93 a Molfetta guidò la Marcia della Pace. Da Alessano intervenne un folto gruppo”.
D. Il “dies natalis” si avvicinava?
R. “Sempre a gennaio, accompagnato dai fratelli Marcello e Trifone, fece un consulto a Parigi. Tornò e al Policlinico Gemelli a Roma dissero che la situazione era precaria…”.
D. Veniva spesso ad Alessano?
R. “A due appuntamenti non mancava mai: l’ultima domenica di luglio, festa di San Trifone, protettore, dove celebrava l’Eucarestia e lasciava un messaggio adeguato ai tempi e poi il pellegrinaggio la notte della Madonna Assunta con la comunità di Alessano e dintorni: celebrava sul piazzale della Basilica di Leuca, troppo piccola per contenere la folla.
Fino a novembre ’92 tornava a riposare e celebrare in Chiesa Madre, finché le forze glielo hanno permesso”.
D. Lo dicono un uomo pudico, timido, carismatico…
R. “Con i famigliari non parlava mai della malattia. Quando si aggravò, a Molfetta pensarono che avrebbe finito qui i suoi giorni. Stava male, concelebravamo a casa sua… Andavo a trovarlo 2-3 volte a settimana e gli raccontavo di quel che mi aveva insegnato, come uomo e cristiano.
Il 14 febbraio volle tornare a Molfetta. Don Tommaso Tridente trovò una persona che lo accudisse, guarda caso, era originaria di Alessano: Suor Piera Ferraro, discreta, disponibile…
Il Giovedì Santo gli dissi: Ci vorrebbe un miracolo. Lui capì e rispose che aveva un desiderio: morire a Molfetta, essere sepolto ad Alessano…
Quando il Signore mi chiamerà, portatemi ad Alessano, disse… Un Vescovo è un padre che deve stare tra i suoi figli sino alla fine, tornare alle radici, in mezzo alla gente… La stesse parole le ripeté a don Luca Murolo, a don Salvatore Palese e ad altri… Aveva dolori fortissimi, chiese che gli portassi Gesù. Era sereno”.
D. Il suo popolo gli fu vicino sino all’ultimo… 
R. “Lo disse chiaramente: voleva che tutti, proprio tutti, giovani, vecchi, ragazze, madri di famiglia, sacerdoti, seminaristi, potessero entrare nella sua stanza. Così fu fino all’ultimo giorno: un viavai di gente. Personalizzava il rapporto con ogni individuo”.
D. Cosa accadde il 18 marzo, suo 58mo compleanno?
R. “L’atrio dell’Episcopio era stracolmo di ragazzi che cantavano Freedom. Lui implorò: Fatemi salire, fatemi uscire… Volle un megafono, lo portammo alla finestra: Se Dio mi darà vita – disse - non vorrò essere davanti a voi o dietro di voi, ma in mezzo a voi. Un momento commuovente, drammatico…”.
D. Ma l’addio era prossimo, 20 aprile 1993…
R. “Nella stanza c’ero io, i fratelli, i famigliari. Alle 13 e 30 gli parlai per l’ultima volta. Alle 15 e 27 si addormentò serenamente, per sempre…”.

Thema (intervista): «Vi raccontiamo 'Incredibile', il nostro primo album in uscita tra qualche giorno»

di NICOLA RICCHITELLI - THEMA è una band milanese composta da 4 musicisti: Thomas Moschen (voce, piano, chitarra acustica), Stefano Parmigiani (chitarre, voce) Mattia Missaglia (basso), Luca Ferrara (batteria, percussioni e voce). Il gruppo si forma nel 2013 dopo un casuale incontro in un locale dell’hinterland milanese, dove Luca e Mattia notano Thomas durante una sua esibizione. I tre decidono di formare una loro band a cui successivamente si aggiunge Stefano, dando vita ufficialmente ai Thema.

Grazie all’incontro con i produttori Vladi Tosetto e Mamo Belleno e il manager Nicola Ferrara, il gruppo ha realizzato il suo primo Ep, dal titolo “Accendi la fantasia” (Edel Italy), attualmente disponibile in digital download e su tutte le piattaforme streaming. L’Ep è stato anticipato in radio dai due singoli “Se ci stai” e “Accendo la fantasia”. Lo scorso anno la band si è esibita a Riccione per la finale di “Deejay on stage 2017”, evento estivo di Radio Deejay presentato da Rudy Zerbi e dedicato alla scoperta dei nuovi talenti della musica italiana, e si è classificata terza al Festival Show Giovani 2017, concorso del festival itinerante dell’estate italiana rivolto ai giovani emergenti, calcando il palco dell’Arena di Verona lo scorso 4 settembre. Inoltre, i Thema sono stati finalisti ad Area Sanremo ma sono stati eliminati ad un passo dalla selezione finale di Sanremo Giovani 2018.

Tra qualche giorno uscirà il primo album della band, dal titolo “Incredibile”, anticipato in radio dal singolo “Il nostro giorno”: «Incredibile è un nome nato per raccontare la sensazione che stiamo provando da un anno a questa parte: l’esperienza dell’Arena di Verona, Riccione, Padova e tante altre – racconta Luca Ferrara, batterista e voce della band - Ciò che vogliamo esprimere con questo lavoro non si riferisce solo a noi “Thema”, ma anche agli ascoltatori che nelle piccole cose della vita (e non solo) vedono qualcosa di incredibile. Chi ascolta può scegliere di catapultarsi in un mondo immaginario o può ritrovare in questo album la colonna sonora della propria vita. Insomma, siamo certi che sarà un lavoro che colpirà e che darà sfogo a tutta la vostra immaginazione».

Dopo aver superato le 296mila visualizzazioni con il video del singolo “Il nostro giorno”, la band milanese THEMA torna live a MILANO per presentare in anteprima sul palco del TEATRO PRINCIPE (Viale Bligny, 52 – ore 21.00 – ingresso libero) il loro primo album, dal titolo “INCREDIBILE”, in uscita il 25 maggio. Per informazioni e prenotazioni scrivere al seguente indirizzo mail: management@themaband.com.

Inoltre, i Thema presenteranno il loro album anche l’8 giugno a Pontecagnano Faiano, in provincia di Salerno, presso la Discoteca Dolcevita (via dei navigatori – ore 21.30 – ingresso libero).

A rispondere alle nostre domande, a nome della band, Luca Ferrara, batterista dei Thema.

Ragazzi, siamo alla vigilia del vostro debutto discografico, infatti il 25 maggio uscirà il vostro primo album “Incredibile”. Come state vivendo questa attesa?
R:«Sicuramente è una sensazione che non abbiamo mai provato. Siamo felici per aver concluso e di far conoscere la nostra prima fatica, ma nello stesso tempo siamo curiosi di scoprire il feedback da parte di chi ascolterà il nostro album».

Che album è “Incredibile”?
R:«L’album è composto da 12 pezzi che attraverso diversi temi; l’amore come sintomo di felicità e delusione, la gioia di viversi a pieno la vita per non lasciare nulla al caso, il pensiero che riponiamo alle persone che ci stanno vicine o che ci mancano fa catapultare l’ascoltatore in un mondo reale o immaginario. Vogliamo che sia l’ascoltatore a trattare i contenuti come se fossero esperienze passate, positive o negative che siano, o come aspettative del futuro».

Quanto della realtà che ci circonda è contenuto nel vostro primo lavoro?
R:«L’argomento principale resta pur sempre l’amore (non solo per le persone). Crediamo che sia il sentimento che di più interessa le nostre vite, spesso siamo condizionati da questo sintomo che riesce a farci vivere nel migliore o nel peggiore dei modi ogni singolo attimo. “Non darai senso ai tuoi perché” è una piccola strofa presente in “Se ci stai” e crediamo che sia quello che succede quando ci interessa veramente qualcosa».

Ricordiamo che presenterete in anteprima i brani del vostro primo lavoro al teatro Principe di Milano il 25 maggio. Come vi state preparando a questo appuntamento?
R:«Prove, prove e prove. Per noi il 23 maggio è molto importante e stiamo preparando tutto nei minimi dettagli. Siamo certi che chi verrà ad ascoltarci rimarrà contento e soddisfatto dello spettacolo, le sorprese sono dietro l’angolo. Invitiamo chi si troverà a Milano in quel periodo a partecipare gratuitamente, mandando una e-mail a: management@themaband.com, registrandosi. Vi aspettiamo al Teatro Principe alle ore 21.00 ».

L’album è stato anticipato dal singolo “Il nostro giorno”, e il videoclip ha sfiorato le 300 mila visualizzazioni su Youtube. Insomma una buona partenza per questo vostro primo lavoro?
R:«Siamo felici ma non completamente soddisfatti di questo piccolo traguardo, speriamo di incuriosire e di interessare ancora di più gli ascoltatori. Come abbiamo detto in precedenza le sorprese sono dietro l’angolo».


Perché avete scelto questo brano per presentare l’album prossimamente in uscita?  
R:« “Il nostro giorno” è un piccolo assaggio di ciò che vi aspetterà nel disco, la canzone esprime positività e voglia di godersi a pieno la vita. Rappresenta il brano più adatto per lanciare “Incredibile”!».

Thema, qual è l’origine del nome della vostra band?   
R:«Il nome Thema nasce semplicemente dalla parola “tema”, il quale può essere un tema ricco di contenuti, un tema musicale; diciamo che secondo noi rispecchia i nostri testi e le nostre melodie».

Ma soprattutto come nascono i Thema?
R:« I Thema nascono nel 2013 dall’incontro tra me, Mattia e Thomas a Varese. Successivamente, dopo varie prove, abbiamo sentito il bisogno di un chitarrista e di una seconda voce; qui entra in gioco Stefano che grazie alla sua chitarra dona quel tocco Rock ai nostri pezzi».

Ragazzi, dopo l’appuntamento del 25 maggio partirà un tour?
R:«Dopo il 23 maggio attenderemo con ansia il 25 maggio, giorno in cui esce ufficialmente l’album “Incredibile”. Riguardo al tour, possiamo dirvi che venerdì 8 giugno faremo un altro Show Case a Pontecagnano (Salerno) nella prestigiosa discoteca Dolcevita alle ore 21.30. Intanto stiamo lavorando alle altre date estive. Vi invitiamo a seguirci sui social (ci trovate come: Themaband) e a scoprire insieme a noi tutte le sorprese che stiamo preparando».

Gazebo (intervista): «Negli anni '80 vi ho fatto ballare con 'I like Chopin', oggi con 'La Divina' racconto la storia del mio maestro Alberto»

di NICOLA RICCHITELLI – E’ tornato Gazebo, dopo 8 album in studio, un doppio live e innumerevoli compilation e lo ha fatto con "Italo By Numbers", album già disponibile nei negozi tradizionali, in digitale e in una special edition in vinile, in cui l’artista ripropone alcuni classici della famosissima ondata di musica dance made in Italy, che ha spopolato in tutto il mondo a metà degli anni ‘80, arricchiti dal brano inedito “La Divina”, - singolo in rotazione radiofonica - in cui per la prima volta Gazebo si cimenta con la lingua italiana. E' un brano nato da un incontro speciale, ma del tutto casuale: «…passeggio, mi chiamano, mi giro ma non c’è nessuno, anzi, c’è il vecchio barbone Alberto seduto sul predellino di una roulotte, abbandonata come lui. Guardo meglio e mentre mi avvicino la mia mente viaggia nel tempo quando quell’uomo era un brillante tenore e io uno qualsiasi alla ricerca del segreto del bel canto… nell’aria risuonavano le note di Madame Butterfly con il timbro inconfondibile della Divina, La Diva... La Dea».

“Italo by numbers” si apre con la hit delle Flirts "Passion", brano firmato da Bobby Orlando conosciuto per essere stato anche il primo produttore dei Pet Shop Boys, passando poi dalla poesia di “Survivor” di Mike Francis all’energia di "Easy Lady" di Spagna. Non mancano i tormentoni, dalla versione rimasterizzata di "I Like Chopin" a "Self Control" del primo Raf, da "Tarzan Boy" di Baltimora a "Happy Children" di P.Lion, senza dimenticare i successi dello stesso Gazebo, come “Masterpiece” (in versione rimasterizzata) e “Lunatic”.

Presenti nell’album anche brani come "Another Life" di Kano, "People from Ibiza" di Sandy Marton, e successi firmati da Gazebo come "Wait", "Rainfall Memories", e la hit "Dolce Vita", portata al successo da Ryan Paris. A chiusura dell’album, arriva "La Divina", brano inedito dal sound tipicamente Italo Disco che si è però sposato perfettamente alla lingua italiana: «Il ricordo degli anni ‘80 è sempre vivo in coloro che li hanno vissuti e oggi più che mai c'è la voglia di lasciarsi andare alla leggerezza ed al divertimento della musica di quel decennio che è stata se vogliamo l'ultima del pre-digitale – così Gazebo presenta l’album -  Questo disco di ben 17 brani è una perfetta macchina del tempo che vi permetterà come nel film di Zemeckis di ritornare al futuro dove la musica era musica e le persone si incontravano dal

GAZEBO, alias Paul Mazzolini, nasce a Beirut nel 1960. La sua vita come quella dei suoi genitori è quella di un poliglotta girovago, sempre alla ricerca di nuove facce, culture e sensazioni. Nel 1981 incontra Paolo Micioni (ex dj alla ricerca di giovani talenti) ed insieme decidono di imbarcarsi nell'avventura di una produzione indipendente, il primo brano si chiama "Masterpiece" e diventa uno dei preferiti dei discotecomani e raggiunge le vette delle classifiche dance di mezzo mondo. Nel 1983, con "I Like Chopin", Paul raggiunge il grande pubblico, arrivando primo in classifica in Germania, Francia, Italia, Svizzera, Austria, Danimarca, Finlandia, Spagna, Belgio, Canada, Giappone, Portogallo, Hong Kong, Corea, Singapore, Turchia, Messico e Brasile, totalizzando più di otto milioni di copie vendute nell'arco degli anni ‘83-‘84. Tra i suoi successi, anche “Dolce Vita” portato al successo da Ryan Paris nel 1983, vendendo più di 4 milioni di copie in tutta Europa.
Con oltre 12 milioni di copie vendute in tutto il mondo, Gazebo è uno dei maggiori esponenti dell’Italo Disco.

Paul, innanzitutto ti ringrazio per la disponibilità a questa chiacchierata con la nostra testata.  Iniziamola parlando dal tuo nuovo singolo in rotazione “La Divina”, un brano dal suono e dai tratti dance ma con un testo molto forte, un testo che parla del tempo che passa e di quanto la vita ti possa far cadere giù, e lo fai raccontando del vecchio Alberto un barbone dal passato da tenore. Dove hai tratto ispirazione nella scrittura di questo pezzo?
R:«E’ stato un caso, nell’album c’è un brano inedito in Inglese “Untouchable” che volevo fare passare scherzosamente per un fake80. Una sera ho visto in TV un documentario sulla Callas e mi sono tornati in mente le lezioni di canto che facevo con il mio maestro Alberto agli anni '70. Lui era un grande fan della Divina e non faceva altro che parlarmene. Molti anni dopo lo rincontrai per caso, viveva in una roulotte abbandonata e l’unica cosa di cui non poté fare a meno era la voce ed una gigantografia che si portava sempre appresso della... Divina. L’indomani scrissi di getto il testo e lo cantai subito sulla base di “Untouchable”, decisi allora di aggiungere il brano come bonus track sul disco».



Una domanda che viene facile farti è appunto da dove nasce la scelta di un brano in lingua italiana?   
R:«Mi sono sempre astenuto dal cantare in Italiano perché pensavo che di cantanti bravissimi in Italia ce ne sono già tantissimi, sarebbe stato molto difficile per me crearmi un’identità vocale. Questo brano è emozionale e ha invece  un suo senso, anche in Italiano».

Come sei riuscito a conciliare i due aspetti e quindi la dance con un certo tipo di scrittura?
R:« Questo è appunto la magia del suono degli anni '80, la Italo disco proviene dalla new wave che tanto fece tendenza alla fine degli anni 70, con gruppi come Ultravox, ecc. l’elettronica e le melodie, l’iconografia ed il riferimento romantico nei testi si sposava benissimo con il nostro senso melodico, non era difficile, in fondo, se pensiamo al lavoro di Battiato di quel periodo, questo era la New wave Italiana!».


Paul parliamo ora di "Italo By Numbers", 17 brani, ma soprattutto i più grandi successi che hanno fatto ballare una generazione durante gli anni '80. Da dove nasce l’esigenza di rivivere quegli anni lì?
R:«“Reset” 2015 il mio penultimo album era sostanzialmente già un ritorno all’elettronica per me, dopo il Prog di “The Syndrone” 2008. Avevo ritirato fuori i miei vecchi sintetizzatori analogici e le mitiche batterie elettroniche dell’epoca (Linn Drum e Simmons) e ci stavo giocando in studio quando per scherzo venne fuori il giro di basso di “Tarzan Boy” sul Minimoog, completai l’arrangiamento sempre in un contesto ludico e mi tornarono in mente gli altri pezzi dell’epoca che mi avevano divertito e fatto ballare. Così un brano dopo l’altro sempre senza prendersi troppo sul serio venne fuori che avevamo un vero disco per le mani! Ho delegato anche molto sugli arrangiamenti e questo mi ha permesso di affrontare il progetto con molta leggerezza e credo che questo sia l’intento del disco. Leggerezza e divertimento nel rispetto delle composizioni e degli arrangiamenti originali, non ho voluto farne un disco di remix, li ho registrati come se fossero stati prodotti all’epoca e questo con cura maniacale».

Paul, cosa sono stati gli anni '80?
R:«Un decennio cuscinetto tra i 70 che da noi erano sinonimi di crisi economica e problemi sociali e i '90 che ci hanno risvegliato con le guerre e le grosse crisi della politica. La gente ha avuto una parentesi di leggerezza e di superficialità che talvolta fanno anche bene. Chi li ha vissuti li vede come un momento magico».

Come è cambiata la dance durante tutti questi anni?
R:«E’ cambiata perché sono cambiati i produttori della dance, siamo passati dai produttori/musicisti ai produttori/dj, quest’ultimi hanno una esigenza diversa, hanno la convinzione che un brano dance debba seguire i dettami standard e non deve interrompere il flusso, producono brani con i stessi BPM e le stesse configurazioni ritmiche in. Il musicista pensa innanzitutto alla musica e poi la veste di “dance” sono due visioni opposte. La rivoluzione digitale ha fatto il resto mettendo in mano a tutti e per pochi soldi tutti i mesi necessari ed automatici per produrre un brano, non serve saper suonare uno strumento o conoscere quale nozione di musica».

È cambiato anche il modo di entrare in una discoteca e stare in una pista da ballo?
R:«Penso sia ovvio, le serate sono ormai ben orientate verso un genere o un sub genere dall’inizio. La serata house è solo house, non ci sentirai mai un lento o un brano degli '80, un tempo si andava in discoteca per conoscere e divertirsi, oggi ci si conosce sui social e divertirsi è un optional talvolta anche pericoloso. Il sesso e la violenza sono ormai banalizzati e questo a me fa paura».

Paul, per chiudere vorrei chiederti se al disco seguirà un tour e se magari avremo la possibilità di apprezzarti anche in Italia….
R:« Si, certo! il 21 Aprile a Roma abbiamo presentato “Italo By Numbers”, live con una band d’eccezione, e stiamo lavorando per portare lo spettacolo in giro per l’Italia! Potete seguire le news e le tappe sulla pagina eventi del mio Facebook: https://www.facebook.com/pg/GazeboOfficial/events».

Elio e le Storie Tese (intervista): "Siamo l'unico gruppo al mondo a fare una tournée dopo esserci sciolti"

di ALESSANDRO NARDELLI - Oggi sul Giornale di Puglia gli Elio e le Storie Tese, una band che ha fatto la storia della musica italiana. Di fatto si può dire che con il brano “La Terra dei Cachi”, portato a Sanremo nel 1996, la band milanese ha aperto la strada a tutti quei gruppi che forse mai avrebbero immaginato di avvicinarsi al sacro palco sanremese. Parliamo dei Marlene Kuntz, degli Afterhours e non ultimo Lo Stato Sociale.

D:  Elio, come ci si sente ad essere stati dei precursori di un genere che voi definireste in che modo?
R: Non si può dire che le band citate frequentino il nostro stesso genere. Oltretutto noi non abbiamo genere, siamo musicisti a 360°, e anche a 361°, nel senso che siamo sperimentatori, ci piace esagerare. Però è vero che abbiamo mostrato a persone che non avrebbero mai pensato di farlo che era possibile presentarsi al Festival in un altro modo, rompendo le barriere che fino a quell’epoca c’erano.

D: A giugno gli Elio e le Storie Tese si sciolgono definitivamente (per la tristezza di chi intervista). Qual è stato il percorso che vi ha portato a maturare questa decisione?
R: Innanzitutto devo precisare che noi ci siamo già sciolti il 19 di Dicembre del 2017, con l’indimenticabile concerto del Forum di Assago, che proprio perché non ha soddisfatto la grandissima quantità di persone che volevano presenziare, ha causato l’organizzazione di un tour. Stiamo facendo questa tournée da ex Elio e le Storie Tese, da gruppo sciolto, e anche questo è un motivo di interesse, un unicum. Non penso che esista un altro esempio in Italia, ma neanche al mondo, di gruppo che ha fatto una tournée dopo essersi sciolto.

D: State quindi girando l’Italia con il vostro tour di addio, che terminerà al Festival Collisioni il 29 Giugno, evento che vedrà la presenza di tanti ospiti straordinari sul palco. Con quale spirito state vivendo questi concerti?
R: Le sensazioni sono di vario tipo; naturalmente ci sono la malinconia e la tristezza. Però c’è anche la consapevolezza di aver fatto tutto e anche di più. Veramente anche pensandoci non ci viene in mente cosa potremmo fare di più di quello che abbiamo fatto già. A fianco a questi sentimenti c’è, però, anche una grandissima gioia e allegria. Sembra di essere a quei funerali in cui si parte tristi e si finisce allegri. Ci si ritrova tutti, facce che non si vedevano da tanto tempo. Secondo me, comunque, è anche bello chiudere quando sei ancora in forma, anzi forse non siamo mai stati in forma come adesso.

D: Il 19 Maggio, in una delle vostre tappe, vi esibirete al Palaflorio di Bari. Perché la Puglia? Cosa rappresenta per voi la nostra meravigliosa regione, e scusate il campanilismo?
R: E’ un’opinione che abbiamo anche noi, perché ci siamo stati così tante volte. Devo dire che siamo stati una band di azione centrosettentrionale, ma ci sono state delle città dove siamo stati davvero bene, e una di queste è proprio Bari, storicamente dal 1989/90, quando abbiamo inciso il nostro primo disco. Qui abbiamo subito incontrato un pubblico entusiasta e curioso.

D: Tocchiamo ora un tasto dolente. Gli Elio e le Storie Tese hanno partecipato all’ultimo Sanremo con la canzone “Arrivedorci”, che è arrivata ultima in classifica. Un brutto modo per celebrare il vostro addio. Cosa è potuto accadere? Un disinteresse del vostro pubblico verso il format di Sanremo, vista l’esplosione delle piattaforme di condivisione musicale online?
R: Si tratta semplicemente di un grandissimo obiettivo raggiunto, dopo aver partecipato altre tre volte al Festival senza riuscirci. Come si è visto per lo Stato Sociale, che ha annunciato ai quattro venti che volevano arrivare ultimi e quasi vincevano, conta molto l’inesperienza. Anche noi la prima volta avremmo voluto arrivare ultimi, e quasi arrivavamo primi. Per noi essere arrivati, questa volta, ultimi, è una medaglia, forse l’ultima, che ci appuntiamo al petto.

D: Un tuo giudizio sull’ultimo festival di Sanremo, come lo hai trovato?
R: Chi partecipa al Festival, di fatto non lo vede, in quanto dietro le quinte non si capisce molto. Si sentono degli echi in lontananza, e poi all’improvviso sei proiettato sul palco. Mi sembra, comunque, che questo Festival continui in un percorso di una serie di Festival ben organizzati, anche come selezione dei concorrenti. Noi di Elio e le Storie Tese siamo stati, come sempre, un po’ rivoluzionari, quindi, visto il grande successo, ancora una volta, quest’anno, del presentatore, delle vallette, dei valletti, degli ospiti, e degli spot pubblicitari tra un blocco e un altro, abbiamo pensato di proporre alla RAI un Festival di Sanremo senza canzoni, di soli ospiti. In questo modo, secondo noi, si farebbero degli ascolti molto più alti, perché la gente cambia canale quando c’è la musica, e si ridurrebbe la durata del programma, con lo spettatore che sarebbe invogliato a restare davanti alla tv. Da una serata di quattro ore si passerebbe a una serata di due ore circa.

D: Infine parlateci della vostra ultima fatica musicale, la canzone Arrivedorci e la canzone “Il circo discutibile”, un testamento discografico della vostra band.
R: Arrivedorci è il nostro saluto, il nostro commiato a chi ci ha voluto bene e ce ne vuole ancora. Il circo discutibile è una canzone che è stata scritta interamente da Rocco Tanica che non si esibisce con noi dal vivo da qualche anno, anche ha sempre fatto parte di Elio e le Storie Tese. Il brano è un featuring, che quest’anno vanno molto forti.

FASO

D: Faso, il vostro ultimo album sarà a tiratura limitata nella versione vinile, composta da 4 LP 180 grammi più un 45 giri. Come mai questa scelta?
R: E’ una chicca, una specie di cofanettone bellissimo, e non te lo dico perché sono di parte. E’ stato un piacere vedere trasportato sulla vecchia materia del vinile il concertone dal vivo del Forum di Assago, in cui mi sono reso conto che abbiamo suonato alla grande considerando che non c’era playback, più i due inediti Arrivedorci e “Il circo discutibile”.

D: Sembra che ci sia un ritorno al vinile a livello di produzione musicale. Cosa rappresenta secondo te questo voler ritornare al passato?
R: Io ci ho riflettuto, perché avevo notato cinque o sei anni fa da Feltrinelli o da Ricordi l’apparizione quasi misteriosa di un banchettino con dentro una cinquantina di vinili, con scritto “I grandi classici in vinile”. Adesso c’è una parete enorme con tantissimi vinili, e allora mi sono detto: “Che succede, torna il vinile?”. Poi mi sono documentato e ho avuto modo di comprendere che il vinile assorbe una funzione che nessun file, nessuna chiavetta, nessun download al mondo può assolvere. Cioè, è un oggetto fisico, che diventa feticcio e oggetto del desiderio.

Ornella Vanoni (intervista): «Bello ricevere il Premio Mediterraneo! Pino Daniele voleva che dopo di lui lo ricevesse una donna…»

(credits: Saglio)
di NICOLA RICCHITELLI – Quella di stasera a Bari - al teatro Petruzzelli - sarà la penultima tappa de “La mia storia tour”, prima della chiusura al teatro Colosseo a Torino tra qualche giorno, una storia che ha iniziato a raccontare lì dove la sua storia e la sua carriera musicale ha avuto inizio, il Piccolo Teatro Strehler di Milano: «… ne sono stata molto felice perché era il teatro creato da Giorgio Strehler, una persona con cui ci siamo molto amati, ed è il teatro dove io sono nata…».

Una carriera quella dell’artista milanese celebrata qualche giorno fa proprio con la consegna del Premio Mediterraneo Arte e creatività 2018: «E’ stato bellissimo riceverlo… in passato a ricevere questo premio fu Pino Daniele, nell’occasione disse che la prossima a ricevere il premio doveva essere una donna, ecco, così hanno scelto me…».

Ma nella chiacchierata che segue vi è tanto da leggere, ragion per cui non mi dilungherò in noiose introduzioni…

Signora Vanoni, da dove nasce l’idea e l’esigenza di un concerto spettacolo che racconti la sua immensa carriera?
R:«Si, il concerto, lo spettacolo si chiamava in origine “La storia”, con cui tra l’altro ho aperto la stagione del Piccolo Teatro Strehler di Milano. Ne sono stata molto felice perché era il teatro creato da Giorgio Strehler, una persona con cui ci siamo molto amati, ed è il teatro dove io sono nata, per portare in giro lo stesso spettacolo ho dovuto cambiare nome e quindi “La mia storia” ed è proprio quella che canto sul palco; inizio lo spettacolo cantando due pezzi del repertorio della “mala”, quindi un break in tedesco ma molto ritmato, poi passo alle canzoni del mio repertorio e come sempre intervallo le esibizioni parlando al pubblico di me. Ricordo che questa è la penultima tappa del tour perché poi a Torino – al teatro Colosseo – chiuderò questa prima parte del mio tour e quindi gli spettacoli teatrali, poi riprenderemo con l’estivo dove lo spettacolo sarà più leggero».   

Una carriera che proprio qualche giorno fa è stata celebrata con il “Premio Mediterraneo Arte e Creatività” 2018….
R:«E’ stato bellissimo riceverlo, così come il premio stesso è bello, è bello il concetto in sé. Peccato che al Nord non se ne parli, così come non si parla della Fondazione che organizza il premio, una Fondazione che poggia i propri principi su valori quali la pace, ed è bene ricordare che sono tanti i personaggi famosi che lo hanno ricevuto. Il luogo della consegna poi è straordinario, pieno di cose portate da tutto il mondo, insomma è un premio molto importante ed è bene che se ne parli. In passato a ricevere questo premio fu Pino Daniele, nell’occasione disse che la prossima a ricevere il premio doveva essere una donna. Ecco, così hanno scelto me…».         

Però, se non ricordo male, leggendo una sua intervista di qualche tempo fa, raccontava che avrebbe voluto fare l’estetista. Si è mai immaginata in un centro estetico a curare e ricostruire unghie e a far cerette?
R:«Diciamo che un'estetista brava fa molto di più, è un mestiere affascinante, evidentemente però la mia vita doveva essere altro».

E' tornata a gareggiare a distanza di vent’anni sul palco dell’Ariston. Che effetto le ha fatto nonostante le otto partecipazioni?
R:«E lei ricorda con chi ci sono stata l’ultima volta…?».

Ammetto che in questo la memoria mi sta giocando un brutto scherzo….
R:«Guardi che io lo so con chi ci sono stata, mi aspetto da lei che sappia con chi ci sono andata…comunque era Enzo Gragnaniello. E sinceramente manco ci pensavo più a Sanremo. Quando mi è arrivata la canzone, mi piaceva la musica ma non il testo, a quel punto ho chiamato Pacifico e quando la canzone è diventata così perfetta e bella, ho detto va bene. Mi hanno chiesto di andare in gara, ero molto reticente, poi quando l'ho fatto ho capito l’estrema utilità di cantarla quattro volte, una canzone che non solo secondo me ma anche secondo tanti miei colleghi resterà nei classici della musica italiana. Ti dico che ritornare a Sanremo mi ha fatto molto bene».   

E lei signora Vanoni? Quanto ha imparato ad amare?
R:«Molto presto mi creda…».


Come è cambiato negli anni il suo modo di vivere il palco e di stare su un palco?
R:«E’ cambiato moltissimo, nel senso che oggi ho un bagaglio di esperienza molto grande, ho fatto in passato l’attrice, ho capito tante cose, e poi sono libera, non ho più paura. Quando salgo sul palco sono felice, molto felice, non ho nessuna remore, mi lascio andare liberamente, e questa alla gente piace molto, sentire che sul palco c’è una persona viva, vera…». 

Un'altra scelta che ha dovuto fare è stata tra musica e cinema, tra il microfono e la recitazione…
R:«Si, ritengo che la musica sia un valore aggiunto alla parola e che possa far volare. L’emozione che può dare la musica raramente la dà la parola, la poesia sì, ma non la parola».

L’ultima volta che è stata qui a Bari?
R:«Non è stato molto tempo fa… un paio d‘anni fa sono stata lì da voi a fare lo spettacolo “Un filo di trucco, un filo di tacco”. Non sapeva neanche questo, nonostante fosse di Bari…».

In realtà io sono di Barletta…
R:«Ah ecco… a Barletta non ho mai cantato, ma non è il paese dov'è nato Banfi?».

No signora Vanoni, a Barletta è nato il grande Pietro Mennea…
R:«E Banfi dove è nato?...».

Ad Andria, ma è cresciuto a Canosa di Puglia…
R:«…Grande attore, a me piace moltissimo, mi ha fatto e mi fa molto ridere».

(credits: Saglio)
E di Bari cosa ci racconta? Ha qualche ricordo in particolare che la lega alla città di San Nicola?
R:«Di ricordi ne ho molti, di Bari ricordo che un tempo aveva un Lungomare abbastanza malmesso, questo lo ricorda almeno? A Bari però – e spero di trovarlo – c’era un famoso negozio di moda, da donna, talmente famoso che quando la signora – credo fosse la proprietaria – sceglieva un vestito questo diventava subito trendy, in poche parole era lei che dettava la moda in città, ogni cosa che sceglieva per il suo negozio veniva indossata da tutte le donne di Bari. Aveva una grande intuizione, però non mi ricordo più il nome, forse si chiamava Luisa…e poi ci sono le orecchiette a Bari, davvero buone».

Le auguro che la sua ricerca vada a buon fine, sa Bari negli ultimi tempi è stato un proliferare di attività storiche chiuse per via della crisi e di attività aperte e chiuse poco dopo…
R:«Parla di quella cosa che chiamano recessione giusto? E’ meglio non dilungarci troppo altrimenti iniziamo a parlare di politica e finiamo l’intervista tra un paio di giorni…».
 
Inoltre ricordiamo che lo scorso 9 febbraio è uscito “Un pugno di stelle”, raccolta in 3 cd delle canzoni che hanno accompagnato la sua carriera. Ma la domanda in realtà è un'altra: quando un nuovo album e cosa ha ancora da dire Ornella Vanoni?
R:«Io ho ancora tantissimo da dire. La musica ha sempre tantissimo da dire, oggi purtroppo non si vendono più i dischi, è questo il problema, allora prima di fare un album inedito un artista ci deve pensare bene, perché lavorare mesi e mesi, per poi ritrovarsi a vendere un disco su dieci… purtroppo oggi la gente non va più nei negozi a comprare dischi, non si usa». 

Finito il tour invernale ha già in mente quello estivo?
R:«Le date estive onestamente non le so ancora ma le dico subito che non saranno tantissime, anche perché non mi voglio ammazzare di fatica, la cosa pesante non è mai fare i concerti bensì viaggiare… Ci vediamo al concerto e mi saluti la città di Barletta!».

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Saturnino (intervista): «E’ stato il basso a scegliere me… e quella volta che Pino Daniele mi regalò il suo pentagramma musicale…»

di NICOLA RICCHITELLI – Ha disegnato con il suo Ken Smith a sei corde – talvolta suonando anche un Sadowsky a cinque corde - quanto di più bello c’è nel fantastico repertorio di quel tal Lorenzo Cherubini dall’oramai lontano 1991 ad oggi, immaginate per un momento cosa sarebbe stato un certo ”Penso positivo” senza il suo basso ad aprire la strada alla dirompente voce del Jova che attacca con “…Io penso positivo perchè son vivo perchè son vivo…», oppure chiedetevi se “L’ombelico del mondo” ci avrebbe fatto ballare allo stesso modo pur senza il suo basso ad aprire le danze, quasi a mettere per un momento in riga quell’invasione di tamburi  che aprono la celebre canzone pubblicata nell’aprile del 1995.


Ma la storia di Saturnino Celani nasce da molto lontano, da un violino per la precisione, ed è proprio da lì che parte la nostra chiacchierata: «In realtà io il violino me lo sono trovato in casa, mio padre aveva studiato questo strumento quando era in collegio, per poi continuarlo a suonarlo per pura passione… ho portato avanti lo studio del violino fino a quando non ho visto suonare un gruppo di amici vicino al mio quartiere, che suonavano alle feste studentesche facendo cover dei Rolling Stones, Lez Zeppelin, Van Halen, Ac/Dc, insomma era la classica formazione rock, quindi con il violino non sapevo come inserirmi…».

Impegnato in questi mesi al fianco di Jovanotti – come da oramai 27 anni a questa parte – nell’ennesimo tour trionfale, in occasione delle data romane al Palalottomatica, l’artista di Ascoli Piceno ci ha gentilmente concesso una bella intervista che ripercorre le fasi più importanti della sua ascesa musicale. 

Saturnino, il basso ha fatto la tua fortuna ma tutto ha avuto inizio dal violino?
R:«In realtà io il violino me lo sono trovato in casa, mio padre aveva studiato questo strumento quando era in collegio, per poi continuarlo a suonarlo per pura passione; poi avevamo in famiglia un trisavolo che era un liutaio ed in casa avevamo cinque violini. Ad Ascoli Piceno poi c’era l’istituto musicale “Gaspare Spontini”, che non è un conservatorio, però mi sono iscritto lì, avevo cinque anni, e ho portato avanti lo studio del violino fino a quando non ho visto suonare un gruppo di amici vicino al mio quartiere, che suonavano alle feste studentesche facendo cover dei Rolling Stones, Lez Zeppelin, Van Halen, Ac/Dc. Insomma era la classica formazione rock, quindi con il violino non sapevo come inserirmi, anche se in quel periodo c’erano già gruppi come la PFM, però in quel gruppo lì non andava bene. Poi il destino volle che il bassista lasciò la band facendolo, tra l’altro, nel locale dove suonavano basso e amplificatore. A quel punto lì il leader del gruppo – che era il chitarrista - mi disse che se fossi riuscito a imparare il repertorio in una settimana potevo suonare con loro il basso. In quel momento è stato il basso a scegliere me e non io il basso: è stato lo strumento della mia presa di coscienza, il violino lo suonavo perché lo avevo in casa ma non lo avevo scelto, pure avendo scelto la musica per puro istinto». 

Poi per forza di cose hai dovuto lasciare la tua città natale…
R:«In realtà quando tutti i tuoi coetanei lasciano la musica per dedicarsi allo studio, magari per trovare un lavoro più serio – concedimi il termine – per far contenti i propri genitori, ecco, io invece ho fatto il contrario, ho lasciato tutto per dedicarmi totalmente al mio progetto che era quello di suonare la musica che mi piaceva». 

Quando è stato il momento che hai percepito che del basso ne avresti fatto la tua vita e quindi il tuo lavoro?
R:«Quello diventa una conseguenza, in realtà io rimango un grande appassionato della musica, un grande ascoltatore ancor prima di suonarla, poi tutto quello che succede altro non è che trovarsi nel posto giusto nel momento giusto. Sono tutta una serie di conseguenze, sono sempre stato convinto che se una cosa la desideri tanto poi arriva, nel mio caso si è tutto allineato nel verso giusto». 

Saturnino, quanto è importante per un  musicista come te il poter mettere a servizio di un artista come Jovanotti – ma ricordiamolo, in passato ci sono state collaborazioni con Franco Battiato, Luca carboni, Max Pezzali, Pino Daniele su tutti -  la propria musica, il proprio strumento e viceversa, quanto è importante per un artista avere un musicista come te che valorizzi il proprio lavoro?
R:«Il grande artista guarda tutto il quadro, non si ferma su una cosa. Tu come musicista rappresenti un'estensione che va a completare il loro progetto. Io ho sempre amato lavorare in squadra, far parte di un progetto più ampio è la cosa che mi rende felice e soddisfatto. Poi le persone che hai citato tu sono veramente dei giganti, quindi per me potermi relazionare con loro era una soddisfazione immensa, poi essere riuscito a mettere qualcosa di mio in qualche loro progetto è stato ancora più bello». 

Nella domanda sopra ho ricordato la tua collaborazione con Pino Daniele. Saturnino, chi era Pino Daniele?
R:«Io ho avuto modo di incontrarlo in diverse situazioni, ho avuto la fortuna di stare su un palco vicino a lui, e anche di parlare a lungo con lui di musica, di strumenti e di passioni in generale. Sono persone che ogni volta che ti relazioni – anche se per poco tempo – ti lasciano tantissimo, ti arricchiscono davvero tanto. Pino era una persona di una sensibilità unica, per farti un esempio dopo il tour del trio, quello con Ramazzotti e Lorenzo, mi ha fatto un regalo fantastico, mi ha regalato un quaderno musicale con il pentagramma, questo ti fa capire la sensibilità, ti regala un qualcosa di suo, in questo caso un pentagramma affinché prendessi appunti per la mia musica».

Possiamo dire che in fondo è il lato umano di un artista che – assieme alla propria musica – a fare la differenza?
R:«Delle persone che hai citato tu prima sì, con Lorenzo ad esempio ci lavoro e ci passo tanto tempo insieme anche da quasi 27 anni. Lorenzo, come lo stesso Pino Daniele, sono persone molto curiose, e quando tu passi del tempo con loro amano sentire parlare anche di te, sono anche ottimi ascoltatori, creano uno scambio, una sinergia dove tutti ne escono più arricchiti».     

Saturnino, è da poco partito un nuovo tour nei palazzetti e quindi un nuovo girovagare per il nostro Belpaese. Che Italia vedete dal palco?
R:«Guarda, io quello che riesco a vedere è un pubblico – aldilà di coloro che ci seguono sin dalla notte dei tempi – ma è bello vedere persone che hanno 16 anni, e che hanno scoperto la musica e tutto quello che è stato fatto dopo, molto dopo, ci sono ragazzi che potrebbero essere nostri figli, ed è quella la cosa più bella secondo me. In realtà le nuove generazioni sono fatte di belle persone, le vedo tutte le sere lì sotto al palco». 


Una generazione assai diversa da quella che descrive la televisione… una televisione che a quanto pare ama raccontare sempre il brutto che ci circonda e mai il bello…
R:«C’è una cosa incredibile purtroppo, ed è proprio questa, che le disgrazie fanno più ascolto, non so se ricordi la storia di Alfredino Rampi o se per lo meno ne hai sentito parlare, ecco, io ero molto piccolo quando è successo quella cosa, e fu la prima diretta di un evento tragico, lì purtroppo gli addetti dell’informazione si resero conto che la tragedia faceva ascolto. Ecco a me invece mi sarebbe piaciuto vedere un Tg delle buone notizie, però ancora non ne vedo forse perché la buona notizia non funziona, non fa ascolti».   

Saturnino, aldilà della collaborazione con Jovanotti, in quali altri progetti ti vedremo impegnato nell’immediato futuro?
R:«Mi piace sempre far cose che mi tengono impegnato. Sono già cinque anni che porto avanti una piccola azienda di occhiali assieme a un mio caro amico che è anche mio socio, sono occhiali prodotti in Italia, tutti prodotti a mano, ci stiamo divertendo parecchio. Poi continuo a fare musica, da tre anni a questa parte faccio molti dj set, quando ti avvicini ai cinquanta e di musica ne hai ascoltata è sempre un grande piacere scoprire la musica di chi ha meno anni di te, e lo faccio mettendo musica come se stessi in casa, assieme a persone che la ascoltano e la ballano, poi non lo so chi può dirlo, cerchiamo di finire bene questo tour, un tour abbastanza impegnativo, molto intenso ed è molto importante non far cadere l’intensità, cercando di lasciare un bellissimo ricordo a chi ti viene a vedere…cercando di pensare sempre positivo come una famosa canzone, e pensa che quest’anno stiamo facendo come è stata registrata nel 1994, nella versione originale per la prima volta».           

CONTACTS: 

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Tra magia e solidarietà Crípton si racconta: "Voglio essere ricordato per colui che rende reali le illusioni"

di PIERO CHIMENTI - Nicola Maurantonio, in arte Crípton Magic, è uno dei più celebri illusionisti e mentalisti, apprezzato da tutto il mondo della magia che gli ha riconosciuto numerosi premi internazionali sino a salire alla ribalta nazionale per aver stupito, insieme alla moglie ed assistente Renata, il grande pubblico in 'Tu si che vales' nel 2016.

Da oltre un anno Crípton ha messo la sua arte anche a servizio dei più deboli, appoggiando la Onlus Agebeo per la costruzione di case nel centro cittadino barese per ospitare i genitori dei ragazzi che hanno bisogno delle delicate cure dell'Oncologia del Policlinico di Bari.


Curi la regia dei tuoi spettacoli. Come mai hai deciso di non avere nessuna collaborazione oltre a quella di tua moglie e l'assistente?
Sono approdato al mondo della magia e delle grandi illusioni dopo un lungo percorso artistico che mi ha visto cavalcare palcoscenici e set cinematografici come musicista ed attore. La parte artistica di un illusionista, oltre la tecnica, è la creatività. A differenza di altri miei colleghi che sono solo “performers” io amo creare le musiche, inventare le coreografie e curare la regia dei miei spettacoli. Questo mi permette di poter trasmettere al pubblico le mie emozioni e mi semplifica notevolmente il lavoro in quanto “dipendo” solo da me stesso e non da altri. Quando ho la giusta ispirazione, anche nel cuore della notte, mi metto davanti al computer e comincio a creare. Se mi affidassi ad un regista esterno questo non sarebbe possibile. Il numero di magia che si vede sul palcoscenico è solo la punta di un iceberg ed è anche la parte più piacevole del nostro mestiere. A volte sfugge al pubblico che per creare una routine di soli 2 o 3 minuti di tempo sono necessari mesi o addirittura anni di creatività, preparazione ed esperienza. Il mio “aiuto regista” è il pubblico. Quando ho una idea ci lavoro sopra duramente e quando la ritengo pronta la presento in scena. A quel punto osservo la reazione del pubblico, individuo i punti morti e li elimino subito già nella prossima esibizione. Un numero, o routine, è sempre in evoluzione, in fase di continua crescita. Oltre alle musiche e alla regia che curo personalmente, mi dedico anche alla creazione di nuove illusioni. Infatti nel mio spettacolo è possibile assistere anche a grandi illusioni create da me, non in commercio e che è possibile vedere solo nel mio spettacolo. Questo è uno dei segreti che mi ha permesso di lavorare a bordo delle navi da crociera per un pubblico internazionale per oltre 15 anni.


Il tuo punto di riferimento è Silvan. Cosa ti affascinava di lui rispetto ad altri illusionisti?
Silvan è stato il punto di riferimento per molti Maghi ed Illusionisti della mia generazione. Negli anni 70 il monopolio televisivo era della Rai e Silvan dal 1973 al 1980 è stato il conduttore e anfitrione di un programma televisivo in prima serata il sabato sera su Rai 1 che si chiamava “Sim Sala Bim” con la presenza di grandi ospiti quali Marcello Mastroianni, Pippo Baudo, Milva, Patty Pravo, Franco Franchi etc., impossibile non rimanere affascinati dalla eleganza del “Maestro” che proponeva incredibili manipolazioni di carte, apparizioni e sparizioni di bianche tortore e ovviamente le grandi illusioni. Un prestigiatore estremamente versatile che riusciva ad affascinare il pubblico con la sua eleganza e tecnica. A quell’epoca non avevamo altri punti di riferimento... c’era solo lui. Con gli anni che passano, le TV satellitari e soprattutto Internet ho avuto la possibilità di conoscere un numero elevatissimo di illusionisti ma credo che Silvan sia per me quello che Copperfield potrebbe essere per un illusionista americano. Di lui mi affascina soprattutto il suo personaggio che è rimasto identico negli anni. Pensateci bene, un personaggio dello spettacolo che nel corso degli anni non è mai stato coinvolto in uno scandalo, mai un pettegolezzo sulla sua vita pubblica o privata, sempre con il sorriso pronto e facendoti l’occhiolino ti bisbigliava che ti aveva già ingannato. Impossibile non avere come punto di riferimento un personaggio così.


Tutti i maghi vengono ricordati per un numero o abilità. Tu per quale illusione del tuo repertorio vorresti essere riconosciuto?
Io reputo ogni mia illusione una mia creazione... ed ogni mia creazione deve trasmettere delle emozioni differenti. Credo di voler essere riconosciuto e ricordato come personaggio, cioè come Crípton Magic, colui che rendeva reali le illusioni piuttosto che essere riconosciuto per un solo numero in particolare.

Ti abbiamo visto giudice di gara per il 1° Festival di Magia Agebeo. Com'è nata la collaborazione con l'associazione?
L’anno scorso sono stato invitato dal Presidente della Associazione Magica Pugliese, Sig. Raimondo D’Innella, ad assistere ad un’altra manifestazione che aveva fine benefico in favore dell’Agebeo e rimasi colpito dalla tenacia, perseveranza e anche dalla grande sofferenza del Sig. Farina. Impossibile non sentirsi coinvolti quando la beneficenza è fatta in favore di persone reali che investono la propria vita in grandi progetti... Ho subito dato la mia disponibilità a successive collaborazioni e quest’anno mi hanno contattato per essere giudice tecnico del primo concorso Agebeo.


Proseguirà la tua collaborazione con Agebeo e quali sono altri progetti in cantiere con la Onlus?
Ovviamente la mia collaborazione non si limiterà solamente a quell’evento e stiamo preparando grandi progetti in teatro subito dopo l’estate. Trovo una idea meravigliosa poter offrire un grande spettacolo di Illusionismo come quello che da oltre 15 anni presento a bordo delle navi da crociera ai miei concittadini facendo al tempo stesso beneficenza in favore dell’Agebeo, amici di Vincenzo, trenta ore per la vita e quindi una mano alla costruzione della Casa dell’Accoglienza destinata alle famiglie che hanno la necessità di dover risiedere a Bari per lunghi periodi a causa del ricovero e/o cure dei propri figli nel reparto di Oncologia del Policlinico di Bari. In questo caso io stupirò il pubblico con le mie Illusioni e il Sig. Farina con le sue Realtà.


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Stop al bullismo: dove? Chi? Come?

di FRANCESCO GRECO - ROMA. La Legge 71/2017 in materia di “tutela dei minori per la prevenzione e il contrasto del fenomeno del cyberbullismo”, prevede un’ulteriore assunzione di responsabilità da parte delle scuole. Ne parliamo con Massimo Fersini, che da tempo si occupa del fenomeno del bullismo e cyberbullismo.

DOMANDA: La scuola è il luogo giusto per affrontare e risolvere il fenomeno del bullismo?

RISPOSTA: “La scuola è un luogo importante, perché si può individuare il fenomeno, si può intervenire e soprattutto si può fare prevenzione.
Mi trovo pienamente d’accordo con quello che ha detto in questi giorni la dott.ssa Filomena Albano, garante per l’infanzia e l’adolescenza, la quale ha sottolineato la necessità di introdurre la mediazione nei programmi scolastici per formare i ragazzi affinché possano acquisire capacità di ascolto e di mediazione.
A questo io aggiungo: il contrasto al bullismo e cyberbullismo è principalmente un problema educativo e di prevenzione.
Intervenire dopo che il fatto è accaduto può servire da monito, ma non risolve il problema.
Il bullismo non lo si combatte solo con leggi, regolamenti e procedimenti disciplinari, bisogna individuare strategie e acquisire strumenti adeguati in modo da lavorare sulla prevenzione. Proprio in virtù del fatto che il fenomeno di cui parliamo rientra nella sfera educativa”.

D. Quando lei parla di prevenzione, che cosa intende?

R. “Mostrare un’alternativa al bullismo, a esempio, per cominciare: insegnare ai ragazzi a saper essere delle persone empatiche, assertive, capaci di autoaffermarsi e autodeterminarsi attraverso l’espressione delle proprie potenzialità e non attraverso la cultura dell’aggressitività e della svalutazione degli altri, dei propri compagni, dei docenti”.

D. Si sente parlare ultimamente della figura dell’esperto in bullismo e cyberbullismo, chi è l’esperto?

R. “E’ una figura in via di definizione. Difatti non è stato ancora delineato un iter formativo univoco.
Gli esperti che si occupano con autorevolezza del bullismo fanno riferimento a discipline di psicologia, di giurisprudenza, umanistiche, queste ultime importanti in quanto hanno in oggetto la conoscenza dell’uomo, del suo pensiero e del suo comportamento nei tempi.
Ognuno proviene da percorsi diversi (approfondimenti a convegni, conferenze, lavoro sul campo, esperti che hanno condotto indagini e ricerche sul fenomeno, ecc.).
Attualmente non ci sono percorsi universitari che offrano una preparazione specifica e completa”.

D. E quindi, pare di capire, che allo stato attuale si fa fatica a capire chi si deve occupare di bullismo?

R. “E’ proprio così. Ed è proprio questo il momento in cui tutti coloro che si occupano di bullismo è bene che condividano le proprie esperienze, le proprie competenze, per ragionare sul come arginare il fenomeno.
E’ importante mettere insieme le linee guida date dal Ministero con le esperienze di chi lavora nel settore. Bisogna ascoltare i ragazzi. Tuttavia, qualcosa si è mosso: attualmente ci sono dei corsi di formazione per esperto in bullismo e cyberbullismo riconosciuti dal MIUR”.

D. E gli insegnanti che ruolo possono avere?

R. “Agli insegnanti non si può chiedere di più di quello che già fanno. La figura dell’esperto deve essere una professionalità esterna,  in quanto l’estraneità alle dinamiche del gruppo permette di rompere gli schemi prefigurati all’interno del sistema scolastico. L’insegnante e l’esperto possono collaborare.
L’insegnante, difatti, osserva ogni giorno il comportamento in classe e magari non solo presagisce il problema, ma può dare delle indicazioni importanti derivanti dalla conoscenza approfondita dei ragazzi e delle loro famiglie”.

D. Quali sono, secondo lei, le competenze che chi vuole occuparsi del fenomeno deve avere?

R. “Deve saper lavorare in aula; saper instaurare un rapporto di fiducia basato sull’amicizia; operare con autorevolezza e discrezione coinvolgendo tutti i ragazzi; saper utilizzare strumenti adeguati e discreti per far emergere la problematica, come a  esempio: i giochi di ruolo, i questionari, l’osservazione diretta e indiretta, i colloqui individuali, ecc.
Deve saper individuare il problema e la gravità del problema per decidere come intervenire e quali altre figure coinvolgere: lo psicologo, il giurista, la polizia postale, ecc.”.

D. Ma non si corre il rischio che i ragazzi fingano, o si chiudano?

R. “Sicuro, e per questo è necessario utilizzare strumenti adeguati  che permettano di individuare un problema taciuto, strumenti che l’esperto deve saper applicare con molta discrezione”.

D. Sembra di capire che la figura dell’esperto è una figura assai complessa… 

R. “Il bullismo è un fenomeno complesso, per cui per arginarlo è necessario un approccio complesso, che consideri sia il punto di vista normativo, che quello emozionale e psicologico, senza trascurare l’aspetto educativo e umano.
L’esperto inoltre deve conoscere il fenomeno anche dalla prospettiva del bullo, per evitare la lettura riduttiva: il debole va aiutato e il cattivo va punito.
La punizione è un deterrente che da sola non risolve il problema. Deve saper prevenire e intervenire sul bullismo, attraverso una risposta bio-socio-psico-educativa”.

Jesto (intervista): «Buongiorno Italia!!! Il mio album social e sociale dedicato a mio padre Stefano Rosso»

di NICOLA RICCHITELLI – E’ uscito lo scorso 11 maggio “Buongiorno Italia”, il nuovo album del rapper romano JESTO dedicato al padre Stefano Rosso, cantautore rivoluzionario della scena romana degli anni ’70, di cui ha preso in eredità il carattere e la poesia: «Amo definire questo disco sociale e social, un dualismo che si cannibalizza a vicenda. Un disco dove prendo in giro quella che è la società attuale, e quindi le ripercussioni che i social hanno sulle persone…», ma è soprattutto un concept album che vuole raccontare con ironia il nostro Paese e far riflettere l’ascoltatore sulle contraddizioni e abitudini che volenti o nolenti abbiamo ormai consolidato. In questo disco Jesto affronta per la prima volta tematiche sociali: disoccupazione, jobs act, programmazione televisiva, crisi economica. Fonde le influenze derivate dall’hip hop e dalla black music con chitarre portanti, dando vita a un nuovo genere, “la sua rivoluzione” che coniuga la tradizione della musica degli anni ’70 con quella attuale, un sound che non si limita a imitare le tendenze d’Oltreoceano.

Il singolo “Buongiorno Italia” è accompagnato da un video che racconta il nostro Paese, rappresentato da un televisore a tubo catodico dove scorrono le immagini goliardiche di un Jesto trasformista che diventa il protagonista di alcuni tra i programmi più famosi della nostra tv.


Jesto, che disco è "Buongiorno Italia"?
R:«Io amo definire questo disco sociale e social, un dualismo che si cannibalizza a vicenda. Un disco dove prendo in giro quella che è la società attuale, e quindi le ripercussioni che i social hanno sulle persone. L’album è una fotografia ironica della situazione attuale, ma il modo di comunicare ironico non vuol dire che è un album leggero, anzi, tutto il contrario. Questo è tra i miei album con più contenuti di sempre, mi sono davvero concentrato sui contenuti, cosa che è un po’ in controtendenza nel mondo dello spettacolo, così come lo è quello di fare un disco di contenuti senza fronzoli e intrattenimento. La cosa importante da valutare quando si ascolta questo album è che dietro ogni battuta c’è qualcosa di tragico. Anche dietro il video di “Buongiorno Italia”, in apparenza sembra un video buffo, divertente, comico, ma in realtà nasconde tragedie, nasconde contenuti molto più di critica dietro, ma nascosta dietro una veste comica, quasi teatrale».                 

"Buongiorno Italia" dà l'idea che il nostro paese si deve svegliare da qualcosa?
R:«Assolutamente!!! A svegliarsi dalla lobotomia generale in cui siamo indotti, in quanto chiaramente io vedo che oggi stiamo dormendo, stiamo vivendo al di sotto delle nostre possibilità, e questo a tutti quanti va bene. Siamo rincoglioniti da media, dai social, dalla tv e dai suoi personaggi, quando questa è una fase in cui più che mai bisognerebbe guardare al concreto, alla realtà, è come se fossimo costantemente distratti apposta, quindi la mia risulta essere una voce fuori dal coro, una voce controcorrente, una voce che semplicemente invita a  svegliarsi e lo fa mettendo in risalto le contraddizioni soprattutto di media e social».

Il concetto e quindi questo rapporto tra sociale e social viene abbastanza ironizzato nella canzone “A casa con l’influencer”…
R:«Si, la canzone – la terza del disco – è vestita di un appeal quasi radiofonico, quasi commerciale tra virgolette, ma sempre con il linguaggio della parodia, ma che in realtà nasconde contenuti molto più seri. Nel pezzo immagino di conoscere questa influencer, la invito per una sera a venire da me ma con lo smartphone spento, magari facendo altro, come si usava un tempo, creando una dimensione molto intima, con una bottiglia di vino facendo diventare una serata normale in una serata speciale, atipica quasi in un certo senso, visto anche la descrizione che dò della influencer in questione, essendo lei una tipa mondana, tutta foto e quant’altro, ecco una serata senza telefono diventa una serata speciale. Però alla fine si rivelerà tutto un fallimento perché se ne starà tutta la sera al telefono, mentre mi bacia fa la foto, e finisce con io che gli spacco l’iPhone».

Altro brano che mi ha incuriosito è “Essere italiani”. Che significa oggi essere italiani?
R:«Non ti nascondo che quel pezzo l'ho scritto e composto prima di quel famoso 13 novembre contro la Svezia, la sera che decise la nostra estromissione dai mondiali, quindi è stato un pezzo scritto tra fine settembre, inizio ottobre, la mia idea era appunto di una presa in giro dei Mondiali di calcio, un momento che in qualche modo fa mettere da parte i nostri problemi visto che siamo distratti da altro, e che non ci fa pensare più al concreto, ai problemi reali. La mancata qualificazione dell’Italia mi ha messo un po’ in fuorigioco, un po’ come tutti, però è un pezzo che rispecchia molto quel momento, “tutti amici…se si perde non ci sto…”, alla fin fine ci abbracciamo solo se si fa goal, poi però i problemi ognuno se li risolve da solo. In realtà il brano ruota tutto attorno a questo concetto qui, è un proseguo del brano “Buongiorno Italia” , è un brano dove in fondo celebro questa nostro essere italiani, la nostra genialità, le nostre intuizioni, il nostro modo di risolvere i problemi in maniera del tutto originale, le nostre mille contraddizioni. Poi però il pezzo parla principalmente di tematiche sociali, ristoranti pieni con la crisi, di perdere ai rigori la partita I.V.A., che poi è un po’ la metafora del pezzo, un pezzo che ritengo essere un piccolo gioiello di scrittura».

Jesto, che significa essere rapper e che significa fare rap?
R:«Domanda interessante…io sono figlio di un cantautore, quindi ho sempre avuto questo contrasto in famiglia, la figura del cantautore con tutto il suo peso intellettuale dietro, e quello del rapper che sembra essere quello più semplice da fare. Io attualmente in questo momento della mia carriera non mi considero nemmeno più un rapper, sto esprimendo a 360° la mia creatività, il disco tra l’altro non è prettamente rap, ci sono musicisti che hanno suonato, musicalmente è un genere praticamente nuovo, unico, fatto di bassi molto forti, sintetizzatori, fusi con la chitarra, con il mandolino suonai dal vero, con la fisarmonica, dando vita a un genere che va oltre il rap, una fusione se vogliamo tra anni '70 e musica attuale, insomma sono molto orgoglioso del sound. Quindi che significa essere un rap non lo so, forse me lo avresti dovuto chiedere un mese fa quando ero semplicemente quello, sempre folle, sempre genialoide. Adesso mi sto evolvendo verso una figura che non saprei definire, sto facendo tante altre cose, sto scrivendo una serie, un fumetto, insomma non sono un rapper e forse neanche un cantante, diciamo semplicemente che Jesto è una figura non etichettabile».

Jesto seguirà un tour al disco?
R:«Si, il tour partito lo scorso 11 maggio toccherà le città più importanti come Milano, Torino, Firenze, Bologna, Roma, Napoli, poi tornerò in estate, e non vedo davvero l’ora perché per la prima volta potrò mescolare la chitarra e un mandolino con il dj, era una cosa che non avevo fatto prima d’ora, sarà una chimica con molti più elementi. Un tempo salivo su un palco e rappavo, ora la mia musica dipende da tutta una serie di persone». 

Alice Sabatini (intervista): "Alice da grande? Vuole fare l’attrice… e che brividi se penso alla fascia di Miss Italia!"


di NICOLA RICCHITELLI – Non poteva partire che da Jesolo la nostra chiacchierata con Alice Sabatini, così come la mente non poteva non andare a quella notte tra il 20 e 21 settembre del 2015 quando l’ex modella di Ortebello arriva al fotofinish a contendersi la fascia di miss Italia con Letizia Moschin di Roncade: «…se dovessi chiudere gli occhi e ripensare a quella sera, mi vengono i brividi, sulla pelle sento ancora le tensione, mi ricordo la felicità della vittoria…»; il resto è storia, con la Sabatini che viene incoronata da Claudio Amendola divenendo la 76° Miss Italia della storia del concorso, una fascia che in qualche modo ha cambiato la vita della cestista laziale, in particolar modo dal punto di vista professionale: «La mia vita senza quella fascia? Avrei iniziato gli studi universitari  a Siena all’Università di chimica e tecnologie farmaceutiche, credo che sarebbe stata comunque bellissima e piena di soddisfazioni perché avrei fatto comunque una cosa che mi piace».

Alice, se dovessi chiudere gli occhi per un momento e tornare a quella notte tra il 20 e 21 settembre di tre anni fa, che ricordi ti affiorano alla mente?
R:«Se dovessi chiudere gli occhi e ripensare a quella sera, mi vengono i brividi, sulla pelle sento ancora le tensione, mi ricordo la felicità della vittoria, la felicità nel rivedere la mia famiglia dopo un mese, e anche la paura di non sapere che strada avrebbe preso la mia vita. Ho ancora ricordi offuscati, perché quella sera c’era tanta confusione, dietro il palco andavano tutti a tremila, alcune ragazze piangevano per l’eliminazione, facevano male i piedi per via dei tacchi, abbiamo ballato, abbiamo sfilato, a me sembrava di stare in un sogno, mi sono davvero divertita tantissimo quella sera. Ma credo di aver realizzato quello che era successo  la mattina seguente durante la conferenza stampa».


Hai mai pensato cosa sarebbe stata la tua vita senza quella fascia?
R:«Si l’ho pensato spesso. Avrei iniziato gli studi universitari a Siena all’Università di chimica e tecnologie farmaceutiche, credo che sarebbe stata comunque bellissima e piena di soddisfazioni perché avrei fatto comunque una cosa che mi piace».

Quanta è lunga la strada che porta alla conquista di quella fascia?
R:«Per arrivare a Jesolo bisogna superare varie selezioni provinciali e regionali, io le provinciali non le ho fatte perché ho partecipato alla prima miss dell’anno e mi sono aggiudicata il secondo posto e quella fascia mi permetteva di passare direttamente alle regionali. Poi alle regionali ho vinto il titolo di Miss Lazio e sono partita per Jesolo, era un’esperienza tutta nuova e quando sono arrivata. Ero molto contenta perché ho fatto subito amicizia con le mie compagne della regione Lazio e non solo. Su a Jesolo ho passato altre due selezioni conquistando poi due titoli, fino ad arrivare alla finale. Quindi il concorso parte a dicembre fino ad arrivare alla serata finale di settembre».

Che significa essere Miss Italia e come quella fascia ti cambia?
R:« In realtà quella fascia non mi ha cambiato assolutamente, sono sempre rimasta Alice, mi ha fatto crescere per via delle esperienze meravigliose che mi ha offerto. Essere miss Italia non ti so dire cosa significa di preciso, perché per me era essere me stessa; sono contenta di aver vinto questo titolo ma di sicuro non mi sono mai sentita più bella di altre ragazze, mi è stata data questa fascia ma questo di certo non mi ha montato la testa, ripeto sono sempre rimasta me stessa».

Alice, ti andrebbe un po’ di raccontarci di quanto hai vissuto lo scorso anno per via delle diete sbagliate?
R:«Purtroppo ho avuto problemi di diete, mi sono affidata ad una persona che sembrava essere competente nel suo ambito invece mi ha fatta finire in ospedale. Il problema per il quale avevo preso chili dipendeva dallo stress, il mio corpo produceva cortisolo e avevo l’insulinoresistenza tutto si sarebbe sistemato in fretta se solo non fossi finita a seguire una dieta completamente non equilibrata. Dopo quella brutta esperienza mi sono affidata ad una nutrizionista giovane, ho cercato di staccare la spina dal mio lavoro per riposarmi un pò facendo scendere lo stress. Perché comunque anche solo il fatto di cambiare letto di albergo ogni sera, prendere in continuazione treni, aerei e macchine, stare tutto il giorno sui tacchi, non riuscire più a fare nessun tipo di attività sportiva, ma soprattutto non poter stare una giornata con le persone a me care mi ha portato a stressarmi. Quindi quando ho potuto permettermi di fermarmi un pò, seguire una dieta corretta e tornare a fare sport, fortunatamente si è risolto tutto e ormai quello è solo un brutto ricordo lontano».

In tutto questo i social che ruolo hanno avuto?
R:«Ho sempre utilizzato poco i social, prima di Miss Italia mi ero anche cancellata da Facebook perché secondo me i social danno voce a chiunque e non è una cosa costruttiva, non mi piaceva ma durante il mese passato a Jesolo mi sono riscritta perché miss Italia richiedeva una pubblicità sul web per le votazioni della finale».

Qual è il tuo rapporto con i social?
R:«Mi piace moltissimo Instagram, adoro condividere foto sulle attività della mia vita, ma non sono una ragazza fissata, quindi ci sono settimane che se ho tante cose da fare con lo studio lo sport e non ho cose interessanti da far vedere non sono attiva. Mi piacerebbe poter accrescere i miei followers e poter interagire con loro ma è difficile tenere l’attenzione alta se non sei sempre attiva. Facebook lo utilizzo soltanto per far sapere alle persone che non hanno Instagram cosa faccio e quali saranno i miei futuri lavori».

Da dove nasce la passione per il basket?
R:«La passione per il basket nasce alle scuole elementari quando il professore di educazione fisica venne sostituito da una allenatrice di basket, mi sono subito innamorata di questo sport e per tre anni ho fatto dei camp estivi finche non sono stata notata dalla squadra del santa Marinella, dove poi ho giocato fino all’esperienza di miss Italia. Il basket è la mia valvola di sfogo, sono sempre felice dopo un allenamento o una partita e sono contentissima di poter condividere questa mia passione con il mio fidanzato Gabriele Benetti, giocatore professionista di Basket».

Quali in futuro i progetti in cui ti vedremo protagonista?
R:«I progetti futuri dove mi vedrete protagonista è un tour teatrale. Faremo 6 giorni a Roma dal 16 maggio, poi il tour vero e proprio partirà ad ottobre, gireremo tutta Italia con questa commedia. La regia è di Sebastiano Rizzo e gli attori con cui debutterò sono Raimondo Todaro, ballerino di ballando con le stelle, Titti Cerrone e Marina Vitolo, attrici teatrali e Gigi Miseferi, attore teatrale che per 20 anni è stato in scena con il Bagaglino. Un altro progetto è il cortometraggio cinematografico che girerà per i vari festival questa estate. Gli attori con cui ho lavorato su questo progetto sono Fabio Fulco e Massimo Bonetti, la regia è sempre di Sebastiano Rizzo. Raccontiamo un messaggio molto importante per il territorio della Tuscia sotto forma di fiaba e storia d’amore».

Ma soprattutto cosa vuole fare da grande Alice Sabatini?
R:«Alice da grande vorrà sicuramente vorrà fare l’attrice, sto studiando molto ed è la mia passione».