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'Kolam', dove Terra e Cielo si uniscono

di FRANCESCO GRECO - MAGLIE (LE) – Quegli arazzi dai colori vivaci, “mappe celesti” (Claudio Strinati) che le donne del popolo in India al mattino disegnano dinanzi all’uscio delle loro case, sono un modo gentile di accogliere il forestiero, di tenere lontane le energie negative, di invocare ogni benedizione delle divinità alla famiglia.

La famosa fotografa belga (di madre russa) Tamara Triffez li ha scoperti (“simbolico matrimonio fra la Terra e il Cielo”, Strinati), e fotografati durante i suoi viaggi nel continente patria di Tagore e del mahatma Gandhi.

E ne ha fatto il soggetto della mostra: “Kolam. L’India di Acà e l’India di Allà”, appena inaugurata nella deliziosa location della Masseria “Le Pezzate”, la dimora accogliente di Mario Parma (Roma) e Benedetta Pasanisi (Tricase), 7 ettari di uliveto e semenzabile languidamente adagiati nella campagna stordita dalle cicale di Terra d’Otranto, fra Maglie e Scorrano.

Due donne indiane (madre e figlia, secondo la tradizione) hanno accolto gli invitati (visti l’ambasciatore Staffan de Mistura e consorte, il regista Alfredo De Giuseppe e Paola Frisullo, l’attore Renato Grilli, l’attrice Maria Celeste Casciaro, molti belgi felici per il 2-0 sull’Inghilterra) disegnando dei “Kolam” all’entrata che dal cortile porta alla gallery e da lì negli ombrosi giardini dove si affacciano le anatre, le oche, una bellissima cavalla col suo grazioso cavallino.
 
Alla mostra (sino al 2 settembre) hanno collaborato: Strinati (testo critico), Christine Ferry, Daria Padovani, Erri De Cagna, Gianluigi Forte, Giusto Puri Purini, Guendalina Salini, Sara Siviero, Daniele Bleve, Francesco Winspeare, Kaur Simarjeet e la figlia.

DOMANDA: Signora Triffez, cosa sono i Kolam e sono sempre esistiti nella cultura e la tradizione indiana?
RISPOSTA: "I Kolam sono disegni effimeri eseguiti quotidianamente, davanti alle abitazioni, dalle donne. Etimologicamente significa bellezza, forma e gioia, e così questa antica forma artistica che simboleggia un cuore aperto e accogliente, arricchisce ogni risveglio.
Questo soprattutto nello stato del Tamil Nadu, dove si trova l’origine della cultura dravidica. I Kolam nascono in quell’epoca, all’origine della cultura Induista, quindi saranno 5 mila anni che si praticano.
Io trovo interessante che ci sia questa continuità temporale nell'espressione prettamente femminile di questa forma d’arte. Un mondo femminile che ha sempre avuto difficoltà a trovare i suoi spazi, questo per imposizioni culturali varie, così è stato anche in Salento, dove il tarantismo era la valvola di sfogo del mondo delle donne, oltre la famiglia, c’é l’arte e questo è il metodo a loro congeniale, configurando cosi oltre a bellezza e  colore un atto matematico espresso dai disegni labirintici, segnati da centinaia di punti che sono lo schema base.
In natura esistono i frattali, una rappresentazione geometrica. L’atto artistico si trasforma in un esercizio matematico, queste operazioni geometriche sono allo stesso tempo specchio della cosmologia Induista. E vengono chiamati chutzi Kolam".

D. Si possono decodificare come una forma di devozione, di preghiera, di mantra? 
R. "Essendo i Kolam un squarcio di cielo disegnato con la terra sulla Terra, sono una preghiera simbolica che auspica prosperità, buona salute, gioia, saggezza, e in questi tempi direi più materialistici, sovente il richiamo alla divinità Lakshmi portatrice di beni materiali, o perlomeno protezione dalla povertà rappresentata con il simbolo del fiore di Loto.
E, un offerta agli esseri umani, ma anche a piccoli animali che si possono nutrire della farina di riso con il quale vengono realizzati, e come tutte le pratiche di queste società secolari, è anche devozione e preghiera intesa come unione con il tutto cosmico".

D. Perché le donne indiane sentono il bisogno di dipingerne uno diverso ogni mattina?
R. "Probabilmente perché ogni gesto del creare cambia. La creatività trova la sua essenza nella mutazione, nel moto perpetuo della vita della mente, le ispirazioni e desideri per ogni giorno hanno delle varianti, e visto che sono un richiamo, cambia anche la forma.
Un tempo i sadhu erranti, asceti girovaghi, davano l’interpretazione del disegno, leggevano se sulla terra erano tracciati i segni dell’abbondanza, della difficoltà, delle aspirazioni".

D. Perché ha deciso di contaminare i suoi mandala intrecciandoli con i giochi di luci delle luminarie dei De Cagna?
R. "Perché amo trovare, e percepire l’incontro con l’altro da sé. Perché penso che le motivazioni e le aspirazioni, e gli atti devozionali abbiano radici in comune e il Salento ci parla e racconta spesso il suo aspirare al bello e al buono.
Le luminarie salentine sono un'espressione di gioia devozionale, inoltre hanno similitudini sia nelle forme decorative che di colorazioni, sono offerte ai Santi, ma nel medesimo istante sono anche richiesta di protezione. Sono linguaggio del cuore.E questo è la bellezza dell’umanità".

D. Lei parla di street-art: possiamo collegarli, filologicamente e semanticamente, ai disegni sui muri dei nostri writers e dei madonnari?
R. "I madonnari certamente hanno affinità, anche se la loro espressione è più schematica.
Il mandala è un'architettura, un palazzo celeste legato alla cultura religiosa buddista, e viene realizzato da monaci. I madonnari sono uomini che rappresentano scene già eseguite da grandi artisti e sono una versione maschile della devozione. I Kolam sono liberi da schemi artistici e maschili, hanno la spontaneità tipica del mondo femminile.
I writers sui muri sono street-art nata dal disagio sociale e dal bisogno di sostegno sociale. Ma hanno tutti in comune l’essere un'offerta, il senso di dono per gli occhi e il cuore. A ciascuno il suo direbbe Leonardo Sciascia".

Moda: le mille 'Identity' della donna di oggi

di FRANCESCO GRECO - Una? Nessuna? Centomila? Prendendo a prestito il format teatrale di Pirandello, possiamo interrogarci sulla donna di oggi, senza la pretesa di afferrare il suo mistero, “l’eterno femminino”. E’ quello che ha fatto la giovane stilista tarantina Gaia Contestabile Ciaccio, che alla “visione” dello scrittore siciliano ha intrecciato e contaminato gli input estetici del film di James Mangold “Identity” (2003), che pure specula sui mille chiaroscuri dell’animo femminile in un tempo in cui i modelli di comportamento, le mode, i trend si sovrappongono sino a stordirci tutti.

Allieva della prestigiosa “Calcagnile Academy” (Lecce), dove Gaia prende confidenza con i materiali, le tecniche, le invenzioni, la semantica più intima e intrigante della moda del XXI secolo, ha elaborato il suo approccio del tutto originale, sino a darsi ormai una sua immagine ben definita e riconoscibile nel panorama delle nuove leve di un settore che al mondo piace sempre di più, che conquista per gusto e raffinatezza, che fa Pil anche in tempi di crisi.

Di Gaia sentiremo sicuramente parlare nel futuro più prossimo. Intanto, in questa intervista, spiega la sua idea di donna e come deve vestire per essere a suo agio nel mondo in ogni occasione: società, lavoro, cerimonie, tempo libero, vacanze, ecc.

DOMANDA: Qual è il concept che regge Identity?
RISPOSTA: "L’ispirazione della mia collezione si fonda sulla doppia personalità, poiché lo ritengo un tema molto trattato nella cultura letteraria e non.
Da appassionata di cinema, ho notato che molti registi basano i loro film sulla tematica in questione; ad esempio uno di questi “Identity”, rappresenta la fonte principale d’ispirazione. Lo ritengo molto interessante poiché, a una prima visione può sembrare comune, ma a un’analisi più attenta risulta intrigante e paradossalmente più arduo da comprendere".

D. Ha usato la locandina del film per il suo book…
R. "La copertina che ho scelto è la stessa del film in questione: essa rappresenta una mano dove al posto delle dita ci sono sagome di persone, proprio perché questa tematica ha come caratteristica peculiare la scissione della personalità di un individuo in più parti, ognuna delle quali con tratti differenti".

D. Che significa la maschera presente nei suoi modelli?
R. "E’ uno dei simboli utilizzati nella mia collezione: non a caso tutti i figurini che ho disegnato presentano il viso coperto; essa può essere considerata come lo strumento principale che permette la difesa dell’uomo dalle pressioni del mondo che lo circonda".

D. E quali gli altri elementi?
R. "Gli elementi che caratterizzano gli outfit sono essenzialmente quattro: balze, spallini, bottoni e asimmetrie".

D. E’ presente anche il bambù, con quale retroterra?
R. "Per quanto riguarda le prime, le balze, fonti d’ispirazione sono state le canne di bambù poiché presentano delle venature che le dividono in diverse parti, così come allo stesso modo qualsiasi capo può essere suddiviso da balze di svariate grandezze, in tema con la multi-sfaccettata personalità di un individuo".

D. E la tartaruga che significato ha?
R. "Un altro elemento a cui mi sono ispirata è il suo guscio, in quanto simbolo della sua difesa dagli attacchi nemici; la scelta per la forma degli spallini infatti non è casuale, poiché queste forme danno un senso di protezione e conforto".

D. I bottoni, invece?
R. “I bottoni che ho inserito nei miei capi li ho immaginati come gli occhi di una maschera proprio per la loro forma tondeggiante e ho voluto posizionarli in maniera asimmetrica, in linea con il contrasto su cui si basa tutta la mia collezione.
Infatti, come si può notare, i pantaloni e le giacche presentano sia lunghezze differenti da entrambe le parti che linee diverse”.

D. I suoi abiti valorizzano la donna del XXI secolo?
R. "Questo stile si adatta bene all’immagine di una donna forte e indipendente che, allo stesso tempo, ha dubbi e incertezze, che cerca di mascherare agli occhi della società".

Alessio Di Palma, artista dai numeri da record: 'Regalame' è il nuovo singolo


di REDAZIONE -  E' uno degli artisti più influenti della scena musicale romana ed ha venduto oltre 4 mila copie del suo primo album d’esordio. Alessio Di Palma vanta un grande seguito di fan su facebook e una carriera alle spalle ricca di soddisfazioni. Il 10 Luglio è arrivato in tutte le radio e sulle piattaforme digitali il suo nuovo singolo ‘Regalame feat. Gipsy Prince’.

Il brano anticipa l’uscita del nuovo progetto discografico dal titolo ‘Ogni mio respiro’, che sarà rilasciato il 28 luglio. ‘Regalame’ è un brano dai suoni reggaeton e dal ritmo coinvolgente che ti trasporta nel mondo colorato dei suoni latini e ti fa ballare.

Alessio Di Palma, nel corso della sua carriera, ha prodotto 2 album in studio e ha suonato in molti paesi d’Italia e all'estero ( Londra, Malta e altre città ). Si tratta del più grande artista emergente della storia della musica nel genere Pop / R&B e dance in Italia.

Come nasce 'Regalame'?

Regalame nasce dalla passione che ho per il genere reggaeton. E' un mondo che mi ha sempre affascinato, così, ho chiamato il mio amico Gipsy Prince e ci siamo messi a lavorare insieme su questo singolo, miscelando i ritmi latini al mio sound Pop e R&B.
                                            
Perchè hai scelto il genere reggaeton?

Ho sempre apprezzato questo genere musicale, poi è molto apprezzato nel nostro paese. 

Come si è evoluta la tua musica nel corso degli anni?

Di solito quando si fa un nuovo album si cerca sempre di dare qualcosa in più al proprio pubblico. In questo nuovo progetto credo di non essermi fatto mancare niente. C'è del Pop, R&B, Reggaeton, Dance e addirittura del rap e anche la trap.


Qual è il riscontro che hai ottenuto?

Quando sei un emergente purtroppo "tutti" ti ascoltano con poco interesse. Devo dire che che se iniziano a conoscerti e ti "venerano" come un big e ti sostengono ovunque e sempre. Un consiglio? Ascoltate musica emergente senza dare pregiudizi e senza snobbarla  solo perchè non l'avete sentita nelle grandi radio e vista in tv. Senza la gente che ci sostiene non siamo nessuno. Abbiamo bisogno del vostro calore, delle vostre emozioni delle vostre lacrime....abbiamo bisogno di sentirci a casa.

Cosa ci anticipi del nuovo album in uscita a luglio?

Posso solo dire che sarà un album ancora più autobriografico del primo, pieno di vita e anima. Non resta che ascoltarlo. 

Intervista all'on.Assuntela Messina: «La festa della Madonna? Io resto a Barletta, sento molto forte il senso di appartenenza»


di NICOLA RICCHITELLI – Ancora una testimonianza, ancora una voce, ancora parole che si spendono per quella che è una delle più belle feste patronali della Puglia. Con orgoglio e piacere, ospitiamo oggi sulle pagine del Giornale di Puglia, in questo spazio dedicato alla festa patronale di Barletta, “A fest d’à Madonn”, la neo senatrice on.Assuntela Messina.

Onorevole Messina, innanzitutto mi permetta di ringraziarLa per la disponibilità a rispondere alle nostre domande.

La Madonna dello Sterpeto e San Ruggero, i Santi Patroni di Barletta, che posto occupano nella sua vita?
R:«La Madonna dello Sterpeto e San Ruggiero rappresentano riferimenti essenziali, che legano la maggior parte dei cittadini barlettani ad una dimensione di Storia e di Identità. Ritengo che anche chi non vive direttamente questa dimensione avverta la forza di questo passaggio. Da sempre occupano  un posto centrale nella mia esperienza di vita».

Quanto sono stati importanti queste Figure nel suo cammino?
R:«Sono state e continuano ad essere Figure fondamentali nel mio percorso esistenziale e spirituale perché riannodano, attraversando le diverse stagioni, gli slanci di una Fede acerba e adolescenziale alle lente conquiste che oggi rappresentano la pienezza di una “ scelta” libera, gioiosa, profondamente sentita, tanto da diventare asse di rotazione della mia personale visione del mondo  e in essa delle relazioni umane».

Con che stato d’animo vive l’avvicinarsi di questi tre giorni?
R:«Sono i giorni che riaccendono la speranza di vedere rinnovato e sostanziato il “senso della Comunità”. Una progressiva maturazione della collettività di fronte alle costanti che scandiscono il mutamento dei tempi.
Sono i giorni della Tradizione, i giorni che ribadiscono  la ciclicità e il rinnovarsi nel tempo di un “sentire” profondo, che necessita di una “liturgia” interiore costantemente e continuamente rivisitata».

Come si è arrivati negli anni a far divenire questo momento un momento di fuga più che un momento per star insieme e far festa?
R:«Qualsiasi “liturgia”, anche laica, necessita di ordine e compostezza. Anche interiore. E’ liturgia perché propone significati attraverso una organizzazione che esalta il nucleo dei valori posti a fondamento della stessa. La fuga può essere determinata dal non sentirsi coinvolti o non essere preparati a 'farsi parte' di una festa che mira a rinvigorire  vicinanza e condivisione. Una differente gerarchia di valori innesca un meccanismo che va comunque sempre rispettato e nello stesso tempo compreso e interpretato».

Personalmente quali sono i momenti che più le emozionano della festa?
R:«L’ arrivo della Madonna in Città e la Processione sono momenti che, a mio avviso, si caricano di un valore simbolico fortissimo. È il procedere lento di una umanità che attraversa gli spazi del vissuto con le pause e le soste ( e quindi le difficoltà ) che appunto ogni procedere comporta. I Santi Patroni incarnano il riferimento, il baluardo di un sentire che nel suo avanzare cerca il contatto con la dimensione, vera, autentica e piena dell’esistenza».

Cosa deve chiedere la politica e i politici nel mentre i Santi Patroni volgeranno lo sguardo dinanzi al Palazzo di Città la sera dell’8 luglio?
R:«Mi consenta di ribadire la mia umile pronuncia dei fondamenti della Fede che sorreggono anche l’ impegno politico e che non devono mai entrare in contraddizione ma piuttosto armonizzarsi con la dimensione laica dello Stato. Rispetto per l’Altro, per l’ Ambiente, Impegno concreto nel mettersi al servizio del Bene comune, del Bene di tutti. Con lo sguardo attento alle sofferenze, alle contraddizioni, ai bisogni. Lavorando sempre con dedizione, perseveranza e onestà intellettuale e morale».

Onorevole Messina, in occasione dei festeggiamenti dei Santi Patroni, lei resta o parte?
R:«Resto a Barletta. Sento molto forte il senso di appartenenza e ritengo che il nutrimento delle nostre radici sia indispensabile per vivere con coscienza e consapevolezza l’apertura al mondo». 

Dolores Del Campo, la 'voce' del popolo argentino

di FRANCESCO GRECO - BUENOS AIRES. “Sono una cantante popolare”, sorride Dolores Del Campo, e il modo come lo dice traduce l’orgoglio dell’appartenenza, che il suo provenire dall’Europa rende più forte.
 
E in effetti canta la vita quotidiana degli argentini fra Baires e Rosario, la Patagonia e la Terra del Fuoco: amore e dolore, luce e bellezza, passioni e disillusioni, sogni e speranze.
 

La sua è una voce piena di mille chiaroscuri: sono quelli, infiniti, della vita, e Dolores li conosce, e li esprime, tutti.
 
Dolores è figlia di immigrati polacchi, il suo vero nome è Noemi Kozlowski, detta Mimi, nome d’arte Dolore Del Campo e in Argentina è una star. Ha tenuto da poco un recital in un locale di Gemini (Ugento), una location inventata da un emigrante di ritorno, Ugo Fracasso, una vita a Berlino (e oltre), un ristorante col suo nome, mecenate di artisti, appassionato della musica operistica, canta Modugno e Aznavour.
 
Non si è ancora spenta l’eco degli applausi della serata e l’Argentina è sotto choc per l’eliminazione della squadra di Messi e Higuain ai mondiali in Russia a opera della Francia (4-3): una tragedia nazionale, di cui Dolores non vuol parlare.

DOMANDA: Nel suo repertorio, ha anche Carlos Gardel: è vero che non conosceva la musica, gliela scriveva un amico ai tavolini di un bar a Buenos Aires?
RISPOSTA: "Gardel è un mito, e ci sono tante cose che si dicono su di lui… Per esempio, oggi noi argentini diciamo che “Gardel canta meglio ogni giorno che passa” (è morto 83 anni fa, il 24 Giugno 1935).
Raccontano anche che quando aveva una melodia nella testa, chiamava un amico affinché la trascrivesse su pentagramma. Quello che importa è che abbia scritto melodie bellissime, che hanno commosso il mondo intero e che continuano a essere tuttora presenti.
Era un grande ammiratore di Enrico Caruso e tra i diversi lavori, quando lavorava come attrezzista in un teatro, imitava il suo idolo nei corridoi".

D. Lei è giovane, ha conosciuto un altro mito argentino, il grande Astor Piazzolla di “Libertango”?
R. "Non personalmente, solamente attraverso la sua opera e alcune letture sul suo conto.
Un uomo dal carattere forte e determinato, che aveva trascorso la sua infanzia a New York, con i genitori.
A 9 anni aveva ricevuto dal padre un bandoneón e lo suonava molto bene.
A N.Y. aveva incontrato Gardel mentre era impegnato nelle riprese di un film.
Lo accompagnava, traduceva per lui e il divo mangiava ravioli a casa della madre di Astor.
In segno di riconoscenza della sua amicizia con il tredicenne bandoneonista, Gardel gli assegnò un ruolo nel film.
So che il jazz di George Gershwin è stato uno dei primi a influenzarlo; fu uno dei musicisti più importanti del XX secolo, ricreò e rivitalizzò il tango in un linguaggio talmente personale da porre in discussione, per anni, in Argentina, se si trattava di tango e non della sua musica.
Credo che il suo apporto sia stato vitale e geniale. Lo ammiro molto e nel mio repertorio canto alcuni dei suoi temi".

D. Un’altra gloria nazionale è Jorge Luis Borges, il grande scrittore e poeta…
R. "L’ho conosciuto solo attraverso le sue opere. Un uomo colto, intelligente, con un senso dell’humour ironico e acuto.
Con totale sintesi di scrittura e condensata. Invidiabile. Raccomando la sua lettura a chi legge la mia intervista".

D. Proprio Borges diceva che il tango è un modo di stare nella vita, una filosofia dell’esistenza…
R. "Il tango, successivamente all’apice della sua epoca, negli anni ’40/’50, in cui, ai miei albori, ho suonato con musicisti di allora, raccontavano che dalle 14.30 alle 3 del mattino suonavano in più formazioni e in diversi locali.
Negli anni ’60 il lavoro iniziava a mancare, a essercene di meno. Ma le milonghe, o i luoghi dove si ballava, continuavano a esserci, e perciò non si smise mai di ballare il tango, solo che le orchestre diventarono quartetti ed era iniziata l’epoca beat degli anni ’60 che invadeva le radio e i mezzi di comunicazione.
La gioventù si lasciava andare ai nuovi ritmi.
A cominciare da un eccellente spettacolo chiamato tango argentino e dalla musica di Piazzolla, il tango tornò a essere di moda e sorsero nuovi musicisti e cantanti.
Oggi esiste un rinnovamento generazionale fantastico, con giovani compositori, cantanti e orchestre composte da ragazzi che assicurano la continuità del genere.
Come disse Borges in uno dei suoi temi elaborati con Piazzolla: “Alguien le dice al tango” - letteralmente: “Qualcuno dice al tango”, è un testo composto da Piazzolla insieme a Borges nel 1965 - che registrai nel mio CD a Buenos Aires.
La sua frase termina dicendo: “Tango che fu e che sarà”".

D. La parola milonga in questi anni ha subìto una trasformazione di significato?
R. "Vuol dire litigio, discussione. Precedentemente significava un luogo d’incontro, a fine giornata, dove ascoltare musica e ballare. Oggi è il posto dove si balla il tango argentino".

D. Lei si definisce una cantante popolare: che senso dare a questa autodefinizione?
R. "Tanto il mio repertorio quanto la mia forma di cantare, appartiene alla musica popolare: l’impostazione della voce non è la stessa di quella della musica lirica".

D. Di cosa parlano le sue canzoni?
R. "Dell’amore e della disillusione, di incontri e fallimenti, bramosie e strappi.
Il tango, quando riceve l’apporto degli immigrati, inizia a riflettere, poeticamente, su se stesso, parla di colui che si rende conto che non tornerà più a casa sua, la sua gente, la sua cultura, e vivrà, in tal modo, in una melanconia rilevante".

D. Prima del Salento, Gemini, Albergo Ricordi, in Italia dove aveva cantato?
R. "L’ultima volta è stato all’Anfiteatro Romano di Siracusa, in uno spettacolo che si chiamava “Nuit Tango”, della produttrice Monique Malfatto ed è stato presentato alla fine del secolo scorso.
Ma per il prossimo anno stiamo organizzando degli spettacoli qui, in Puglia, un luogo che non conoscevo e del quale mi sono innamorata.
La gente è calorosa e accogliente, la storia è sempre presente, il cibo, i frutti del mare, gli ulivi, questo mare…".

D. Cosa conosce dell’Italia?
R. "Della cultura e della musica italiana adoro Puccini e, tra le altre, Mina: è una cantante fantastica.
Richiederebbe molto tempo parlare della cultura italiana e, come argentina, posso dire che è la base della nostra cultura".

(Traduzione dallo spagnolo di Laura Lecci, laureata in Lingue e Letterature Straniere)

L’arcivescovo Cacucci: "Bari città di mediazione"

di LUIGI LAGUARAGNELLA - Durante il momento del dialogo a porte chiuse nella Basilica di San Nicola tra Papa Francesco e i patriarchi della chiesa d’Oriente, Mons. Francesco Cacucci in tribuna stampa ha lasciato alcune dichiarazioni. Ha ripreso una frase del patriarca Kirill definendo “Bari città di mediazione”.

Anche in passato Bari è stata protagonista di occasioni simili come quello odierno. L’arcivescovo della Diocesi di Bari-Bitonto ha parlato anche del Mediterraneo come mare di pace. Questo momento di dialogo e di preghiera, secondo Mons. Cacucci, deve essere un’invocazione di aiuto per le tante persone del Medio Oriente.

Infine parla di “globalizzazione dell’amore e della carità” in un periodo storico in cui stanno crescendo idee localistiche. Nel video, l’intervista completa.

A fest d’à Madonn, Gino Pastore(intervista): «Andare via nei giorni della festa? Significa tradire la città di Barletta»

di NICOLA RICCHITELLI – Ha cantato Barletta in innumerevoli canzoni, e da qualche anno a questa parte la racconta dalla sua pagina Facebook servendosi talvolta di introvabili foto in bianco e nero. Non poteva mancare in questo spazio dedicato alla festa della Madonna, a fest d’à Madonn, la preziosa memoria storica di Barletta, lui è il cantautore barlettano Gino Pastore.   

Gino, tempo addietro dire festa della Madonna significava dire soprattutto quartiere di Santa Maria… 
R:«Un tempo il quartiere Santa Maria era il cuore della festa della Madonna, in quegli anni quello era tra l’altro un quartiere buio, non aveva la luce elettrica, quindi quando arrivava la festa nelle strade mettevano le luci, mettevano come si diceva un tempo “le palle” in tutte le stradine del borgo antico, quella diveniva l’occasione per vedere il quartiere illuminato. Immagina la gioia di chi abitava in quelle zone di vedere la luce, era un piacere, ci si sedeva fuori ai portoni delle case per chiacchierare e godersi quella luce che in altri momenti dell’anno non potevano avere. Poi era un momento dove ci si ritrovava con i parenti che arrivavano dagli altri quartieri della città, venivano i contadini dalle zone della “caldaia del gas” – zona via Regina Margherita, detta così perché lì si trovava la caldaia del gas che illuminava i primi lampioni a gas installati lungo la via – da “Sop a lar” – largo San Nicola, dove oggi si svolge il quotidiano mercato rionale – ma anche “da sop a Tempi’e” e quindi “tempio” – la zona Borgovilla, insomma ci si ritrovava tutti nel quartiere Santa Maria».         

Come vivevano ai tuoi tempi i barlettani la festa della Madonna?
R:«La festa della Madonna non era la festa di Barletta ma dei barlettani, il barlettano un tempo aspettava quella festa per mettersi in mostra, i contadini facevano tirare fuori alle mogli tutto l’oro che avevano conservato perché dovevano andare a fare la passeggiata sul corso con i bracciali d’oro in bella vista, erano i giorni del passeggio in qualche modo, era la festa insomma, chi a quei tempi si permetteva ad allontanarsi da Barletta, le persone non vedevano l’ora che arrivasse la festa della Madonna, perché dovevano esibire il vestito nuovo. C’era una partecipazione quasi totale da parte dei barlettani alla processione, e alla festa, oggi invece ci si mette in macchina e si va via, per andare dove poi, se sei un vero barlettano resti a Barletta e vivi la festa, tre giorni fuori, tre giorni su una spiaggia valgono il non aver vissuto la festa della tua città? Andare via secondo me non risolve nulla, e sinceramente non lo capisco…».

Come veniva vissuto il momento della processione?
R:«Si aspettava  la domenica con ansia, soprattutto il momento della processione, all’epoca la processione era molto sentita, pensa che quando usciva la Madonna dello Sterpeto e San Ruggero, si vedevano di quelle scene davvero strazianti, gente che chiedeva intercessione ai Santi Patroni per i tanti problemi che c’erano nelle famiglie e per le difficili condizioni in cui all’epoca si viveva, ricordo di persone che al passaggio della Madonna si buttavano a terra davanti al quadro, erano scene strazianti e commoventi allo stesso tempo».

Gino, così come si svolge oggi la festa a te piace? 
R:«Ti dico chiaramente che la festa così come è impostata oggi non mi piace, un tempo le bancarelle si trovavano sul viale, si andava da Corso Garibaldi, e quindi via Baccarini,  ed era un piacere passeggiare tra di esse, la gente iniziava il suo passeggiare dalla stazione, quindi imboccava Corso Garibaldi, poi via su Corso Vittorio Emanuele, poi via Consalvo da Cordoba e quindi la ex Piazza Roma – oggi Piazza Aldo Moro – per poi tornare a fare il giro finchè non ci si stancava. Oggi vedere le bancarelle lì dalle zone del castello, o forse è meglio dire quelle poche che ancora vengono alla festa, il resto che lo fanno i venditori ambulanti abusivi che popolano le mura fino al Paraticchio, e vedere le strade del centro vuote, non so, non mi convince come soluzione, come dicevano i vecchi di un tempo, “la festa a Barletta e i fuochi a Canosa”, la bellezza della festa, l’essenza della festa se vogliamo alla fin fine è proprio questa, erano le bancarelle che affollavano le vie del centro, ed erano l’occasione per le famiglie di fare acquisti, le pentole per la casa, gli attrezzi vari, insomma tutto quello che poteva servire, al tempo venivano tanti venditori da altre città che vendevano cose che magari non trovavi nei negozi».

I bambini di oggi vivono con lo stesso palpitare di un tempo l’arrivo della festa? 
R:«Ma no, i bambini di oggi? Ai miei tempi la nostra festa, la nostra gioia era tutta in un parapalle, ci giocavano giorno e notte, costava 5 lire e per noi aveva un grande valore, un giocattolo che tra l’altro non durava molto, perché o si rompeva la molla oppure si spaccava facendo uscire la segatura che si trovava dentro, oggi invece la festa ai bambini non la fanno nemmeno vivere perché vanno via da Barletta durante quei tre giorni. L’unica attrattiva dei giovani e dei bambini d’oggi è rimasto il luna park, le giostre insomma, come se la festa fosse tutta là, ma la festa è la Madonna e San Ruggero, le bancarelle, l’illuminazione, il passeggiare per le vie della città, il palloncino, insomma i colori della nostra festa sono questi, non solo le giostre. Ai miei tempi poi non vi era il benessere di oggi, vivevamo la festa senza soldi in tasca, senza lo smartphone, non avevamo nulla, per noi era tanto andare in mezzo alla festa e magari avere un palloncino, era una gioia indescrivibile, scene che oggi non se vedono più, oggi i bimbi girano già con il telefonino in tasca, hanno tutto, che piacere vuoi che ci sia nei loro occhi nel vedere e vivere la festa della Madonna».

Gino, proviamoci, facciamo un appello ai barlettani affinché nei tre giorni della festa restino qui a Barletta… 
Appello ai barlettani? Non partite? Sarebbe un appello buttato al vento, perché le persone hanno già prenotato, almeno stando a quello che la gente dice in giro. Tutto quello che ti posso dire è che la festa della Madonna è la festa dei nostri padri, dei nostri antenati, andare via significa voltare le spalle alla storia dei tuoi antenati, rinnegare le loro origini, è un'offesa alla città di Barletta.

A fest d’à Madonn, don Rino Caporusso (intervista): «Alla festa della Madonna incontriamoci per far festa»

di NICOLA RICCHITELLI – Si torna nelle periferie della città quest’oggi, lì dove in fondo il nostro viaggio era partito; si torna nelle periferie e termina il nostro viaggio in questo primo esperimento denominato A fest d’à Madonn, la festa della Madonna, e si chiude nella parrocchia di San Paolo Apostolo, situata nelle zone del nuovo ospedale. Si ringrazia per l’occasione della disponibilità avuta nei nostri confronti, quindi un sentito grazie don Pino, un grazie anche a don Vito per la sua smisurata pazienza, grazie di cuore a don Claudio... si, mi riferisco a te! Grazie infine al dott.Cosimo Cannito e al suo staff, e grazie a don Rino Caporusso, che quest’oggi è qui a raccontarci di questa bellissima festa.

Il nostro viaggio finisce qui o forse, perché in fondo la festa dura tre giorni e la Madonna va via mercoledì, domenica ci sarà una sorpresa, forse... e che parlando con quel tal Gino Pastore che cantava di Barletta nelle sue canzoni di questa festa ci ha raccontato molto e molto altro ancora. Voi accompagnateci in questo nostro peregrinare, in fondo c’è poco da annoiarsi!       

Don Rino, tra qualche giorno la città di Barletta festeggerà i Santi Patroni. Di solito la città si divide tra chi parte e chi resta. Cosa dovrebbe fare un vero barlettano?
R: «Penso che sia importante chiedersi sempre cosa vogliamo dalla vita. Dobbiamo chiederci se vogliamo un mondo vivibile, giusto, partecipativo; se vogliamo un mondo intorno a noi e vicino a noi, ricco in termini di valorizzazione del territorio, della storia locale e della sua identità oppure se scegliamo di essere così egoisti da pensare a “o crist meje”. In quest’ultimo caso dobbiamo iniziare a non lamentarci quando le cose non vanno bene, quando io per prima sono l'individualista per eccellenza, perché quando si parla di una festa, che sia della propria città, del proprio territorio, ciascuno deve metterci la sua parte, non devono esistere lamentele. In una festa patronale come quella di Barletta, non ci si deve allontanare necessariamente per andare chissà dove, anche perché ci sono tanti momenti durante l’anno per farlo. I giorni della festa sono momenti d’incontro tra parenti, amici, tra comitive, tra gruppi; ci si ritrova sotto l’aspetto religioso, culturale, e personale, dandosi una tregua dal tram tram di ogni giorno. La domanda è sempre quella iniziale: cosa voglio dalla vita? Voglio le cose belle? Inizio a non lamentarmi e decido di vivere ciò che è nelle e delle mie radici ».       
E un vero devoto?
R: «Anche un devoto come dici tu, un cattolico praticante, che attende quest’appuntamento con il Divino per mezzo della Madonna, o di un Santo particolare, nel nostro caso San Ruggiero, e lo vive come incontro, come esperienza e ricchezza di fede, confrontandosi con una comunità più allargata che è la città, sente di far festa. Accompagnare la Madonna, andare a vedere la Madonna, sono le espressioni tipiche del barlettano devoto che sente di essere figlio della Madre Provvidente. ».   

Cosa chiedere ai Santi Patroni nel mentre percorreranno le vie della città?
R:«Ai Santi Patroni chiedo per la mia città davvero tanta serenità interiore e tanta giustizia. In questo momento storico chiedo soprattutto il lavoro e il risanamento morale e spirituale. Porto sempre nella mia preghiera i volti e le storie delle persone che conosco e non, affidandole ai Santi Patroni chiedendo di metterci una mano nelle nostre situazioni, perché tante volte la gente porta nel cuore grandi ferite, e se non ci fosse Dio che ci aiuta ad andare avanti, la disperazione sarebbe forte».   

Per molti dire la Festa della Madonna - qui si va sul piano prettamente organizzativo e logistico - significa dire caos, confusione e quant'altro. Esistono soluzioni che potrebbero essere adottate al fine di rendere questi tre giorni piacevoli da vivere?  
R:«Si esistono, e qui colgo l’occasione per fare un appello alla nuova Amministrazione comunale, bisogna mettere la gente nelle condizioni di rimanere. Nelle periferie, ad esempio, andrebbe valorizzato il pomeriggio e la sera della festa attraverso vari momenti di cultura e musica. Dobbiamo far in modo che la gente rimanga, allargando la festa nelle periferie attraverso varie iniziative (anche in collaborazione con le parrocchie), quindi diversificandola, creando vari interessi. Si deve poter dare la possibilità al cittadino di scegliere (tra l’arte, la musica, lo spettacolo, il cinema, il libro, le mostre, ecc) e di metterlo nelle condizioni di allettarlo e restare sul proprio territorio».       

Con quale stato d'animo andrebbero vissuti questi tre giorni festa?
R:«Con l’animo e con il sentimento di incontrarsi e fare festa. La festa porta all’incontro, allo scambio, allo stare bene insieme, e nello stesso tempo, per noi cittadini della città di Barletta, che abbiamo tanti famigliari sparsi non solo per l’Italia ma per il mondo intero, quel giorno deve rappresentare l’identità di un popolo che si ritrova. Dire la Festa della Madonna anticamente significava “vedere la processione” insieme; mangiare focaccia con il provolone e la mortadella insieme; andare a vedere i fuochi insieme; “sentire” il cantante; portare a spasso sotto la luminaria, la figlia da maritare; vedere le bancarelle, ecc. Tutti questi momenti erano vissuti con quella semplicità e genuinità che oggi ci manca». 

Che ricordi conserva il don Rino bambino della Festa?
R:« Ognuno ha una riserva di memoria collegata alle feste che ha vissuto e uno spazio interiore di attese e desideri collegati alle feste che sono ancora di là da venire. Conservo il ricordo degli zii da Milano e Torino che tornavano a Barletta in occasione della festa, venivano a trovare i parenti, a ritrovare la loro città, i loro odori tipici, a ritrovare i problemi che avevano lasciato della loro città, e perché no, scoprire che a Barletta qualcosa era cambiato. Ricordo l’attesa di comprare le scarpe o i pantaloni nuovi per la festa. Ricordo l’atmosfera di preghiera e sacralità che aveva il passaggio della processione, al punto tale che andava rivista da un’altra calzata di marciapiede ».   

Un bambino oggi vive l'avvicinarsi dei tre giorni con lo stesso palpitare di un tempo?
R:«Diciamo che molto dipende dai genitori, dall’educazione, e di come i genitori stessi vivono questo momento di festa e di incontro. Se la festa è vissuta come un fuggire, ed ancora una volta “abbandonare” la città, oppure se è un rimanere perché tengo alla mia città, all’incontro, tengo alla festa, e perché no, tutto ciò che concerne la cultura e al suo patrimonio da proteggere. ».   

C'è un momento della festa che ti emoziona particolarmente? 
R:«Mi emoziona tantissimo la messa Pontificale in onore dei Santi Patroni celebrata la domenica mattina dall’Arcivescovo con la presenza dei sacerdoti, delle Autorità civili e dal numeroso popolo. Tutti insieme si prega per le nostre famiglie, per la nostra Barletta e per chi l’amministra, perché il nostro Padre del cielo possa illuminare il cammino di tutti noi, e dare sapore e civiltà alla nostra esistenza». 

Quindi chiudiamo con un appello a tutti i barlettani: perchè restare a Barletta alla Festa della Madonna?
R:«Restare per non sfuggirci, per incontrarci fra noi e per incontrare il Divino e fare festa. La festa patronale deve essere un avvenimento che deve segnare la storia personale e sociale come una sorta di punteggiatura che ritma il racconto della biografia di ciascuno. Restare per scrivere il bel libro della nostra vita.

Eleonora Bertoli (intervista): «I miei scatti? Ho iniziato 2 anni fa senza un vero obbiettivo e per una reazione al cyberbullismo»

di NICOLA RICCHITELLI - Arriva da Bologna quest’oggi il nostro ospite dello spazio dedicato alle interviste, o forse sarebbe più giusto da dire dal web, e da Instagram in particolar modo.

Ogni suo singolo scatto attira un'onda sterminata di like e una pioggia interminabile di commenti. Il suo seguito di follower, cresciuto scatto dopo scatto, ne ha fatto da qualche tempo a questa parte la nuova regina di Istagram: «Sentire parlare di regina di Instagram mi lusinga molto, non lo nego, ma credo che ci sia ancora un po’ di strada da fare…», taglia carta corto Eleonora Bertoli, la quale prosegue: «Per avvicinarsi ad un milione di follower partendo da zero non è da considerare assolutamente un colpo di fortuna tantomeno, al contrario di quello che si possa pensare, legato esclusivamente alla tipologia dei miei post...».

I suoi post prendono corpo per caso due anni fa per una reazione ad una situazione di cyberbullismo: «Come molti senza un vero obbiettivo, ma più che altro per una reazione ad una situazione di cyberbullismo di cui preferisco non parlare»; una situazione superata con tenacia e che ha fatto di Eleonora quello che oggi tanti suoi follower apprezzano: una ragazza dalle tante ambizioni e dalla smisurata tenacia: «Le ambizioni per ora sono portare a termine l’università, certo ad oggi Instagram è una grossa opportunità per molti progetti, ci sono ragazzi che studiano per diventare Influencer, per guadagnare follower, ma io credo che prima di tutto sia importante studiare, il resto è superfluo...».     

Chi è Eleonora Bertoli?
R:«Eleonora è una ragazza molto semplice. Mi ritengo una “girl next door”... al contrario di quello che si possa pensare di me sono una ragazza semplice e genuina. Le foto che faccio rispecchiano pienamente la mia persona, sono una ragazza acqua e sapone a cui non piace molto truccarsi e curarsi eccessivamente come quasi tutte le ragazze di oggi».

Da più parti si dice di te – o forse è più corretto dire si scrive – che sei la nuova regina di Instagram. Qual è il segreto di questo numeroso esercito di follower?
R:«Sentire parlare di regina di Instagram mi lusinga molto, non lo nego, ma credo che ci sia ancora un po’ di strada da fare: siamo circa al 40% rispetto agli obbiettivi prefissati. Il discorso Instagram è comunque complesso, un vero segreto non esiste, però va detto che di certo per avvicinarsi ad un milione di follower partendo da zero non si può considerare assolutamente come un colpo di fortuna tantomeno, al contrario di quello che si possa pensare, legato esclusivamente alla tipologia dei miei post. Instagram brulica di profili di bellissime ragazze con foto al limite della pornografia ma vediamo tutti che, pur spingendosi così “oltre”, non vengono comunque seguiti... quantomeno non raggiungono cifre rilevanti! Quello che posso dire dal mio punto di vista è che c’è un organizzazione vera e propria per ogni singolo post, descrizione, ecc., a seconda del messaggio che si vuol lanciare. E' come se ci fosse un progetto, un piano di lavoro ad ogni pubblicazione... non scegliamo le location a caso ne tantomeno gli outfit, i fattori sexy e provocante direi che non determinano assolutamente un possibile successo».

Quanto è importante saper usare un mezzo di comunicazione come quello di un profilo social, in questo caso Instagram, ma soprattutto saperlo usare nel modo corretto?
R:«I social, credo che ad oggi tutti l’abbiano capito, sono il futuro per quello che riguarda il marketing e l’influenza vera e propria sulla massa, e anche se criticati si crea comunque una condizione di influenza sulle migliaia o milioni di follower... a volte anche a livello morboso, nel senso che i follower prendono alla lettera i miei consigli o giudizi, quindi c’è anche una certa responsabilità nell’avere tanto seguito. L’importante è sfruttare il potenziale dei social ma con un minimo di responsabilità.... ad oggi vediamo corsi di laurea che trattano il lavoro dell’influencer, e per essere influenti su un acquisto non si deve necessariamente essere “fashion blogger”. Chi ha un largo seguito se va a consigliare un prodotto tramite il proprio profilo ha comunque la possibilità di arrivare in qualsiasi momento a milioni di persone, un post è consultabile in qualsiasi momento al contrario di una pubblicità in tv che dura pochi minuti a volte secondi! Con dei costi decisamente maggiori e dei risultati talvolta più scarsi rispetto ad una profilo popolare sui sui social».

Quanto e perché hai iniziato a pubblicare i tuoi scatti?
R:«Ho iniziato 2 anni fa come molti senza un vero obbiettivo, più che altro per una reazione ad una situazione di cyberbullismo di cui preferisco non parlare».

C’è il bisogno di un qualcosa da comunicare dietro ai tuoi scatti? 
R:« Quello che dev’essere comunicato tramite i miei scatti dipende da 2 fattori: se è una promozione l’attenzione viene concentrata per far risaltare il prodotto, che sia abbigliamento o un oggetto; se non c’è una promozione dietro lo scatto non ha un particolare studio dietro ma viene fatto in modo naturale in base al luogo e l’emotività di quel momento... cerco di trasmettere il più possibile la situazione e coinvolgere i miei follower come se potessero vivere per pochi secondi quel momento catturato nello scatto».

Ad ogni tuo scatto pubblicato seguono like e commenti a pioggia, ma quanta cura e quanto lavoro ci sono dietro ogni tua foto?    
R:«Come già detto la cura e il progetto dietro ad una foto dipende dal messaggio che si vuol mandare: può essere pura provocazione, promozione o il semplice contatto con i miei seguaci anche perché la verità è che io mi diverto a leggere tutti i commenti, mi piace rispondere personalmente anche alle provocazioni e intrattenere delle vere piccole conversazioni con tutti! Può essere uno scambio di opinioni su molteplici situazioni... politica, attualità, sport... alla fine lo scopo iniziale del social è questo: aggregare e scambiarsi dei commenti positivi o negativi che siano è un po’ il rovescio della medaglia nell’essere popolari, ci sono onori e oneri, critiche e applausi»

Cosa non deve contenere una foto per non essere definita volgare?
R:«Per non sfociare nella volgarità assoluta credo che debba esserci un collegamento, un messaggio che abbia un senso ad ogni scatto; un selfie, ad esempio, può essere infinitamente più volgare rispetto ad una foto scattata da un professionista dove abbiamo curato e scelto una location appositamente per mandare un messaggio o semplicemente cercare la bellezza della foto che sia naturale o ricercata. Di selfie nel mio profilo ce ne sono pochi perché, se fatti con dei bikini, possono risultare molto più pesanti di uno scatto artistico con magari un bel paesaggio alle spalle. Noi cerchiamo il più possibile di scattare in posti ricchi di natura: in Italia non si fa fatica a trovarli, ovviamente non sempre riesco a conciliare il tempo da dedicare alle foto con quello per lo studio o la vita privata in generale».

I commenti più strani ricevuti fino ad oggi?
R:«I commenti più strani? E' difficile dire questo è più assurdo di quell’altro... ce ne sono davvero tanti di stupendi ed emozionanti, ma a volte capitano delle persone che lasciano commenti insensati o a sproposito; a mio avviso è gente degna un bel check up da uno specialista delle neuroscienze».

Ora che i riflettori si sono accesi, avrai delle ambizioni dopo la tua laurea?   
R:«L'ambizione per ora è quella di portare a termine l’università. Certo ad oggi Instagram è una grossa opportunità per molti progetti: come già detto ci sono ragazzi che studiano per diventare influencer, per guadagnare follower, ma io credo che prima di tutto sia importante studiare, il resto è superfluo... Instagram proseguirà sicuramente, ci sono dei bei progetti molto interessanti che stiamo studiando e porteremo avanti, ma sempre con delle limitazioni di tempo perché appunto lo studio prima di ogni cosa.

Eleonora Bertoli è fidanzata? Magari diamo speranza a qualche follower che vuole portarti all’altare… 
R:«Ogni giorno centinaia di follower me lo chiedono...Sinceramente ho sempre voluto tutelare la mia vita privata, se avessi voluto far sapere al mondo di una relazione allora avrei optato per uomini e donne e ad oggi sicuramente avrei raddoppiato i miei follower… Quindi preferisco lasciare tutti sulle spine!».

CONTACTS:

Federica Carta (intervista): «'Molto più di un film', 'Mai così felice'... mi racconto con un nuovo album e un libro!»

di NICOLA RICCHITELLI – C’è tanta carne al fuoco in questi ultimi mesi per la cantante romana Federica Carta. Si va infatti dall’album “Molto più di un film” uscito la scorsa primavera: «Un album prettamente Pop, pieno di tutto quello che sentivo di voler dire. Pieno di momenti importanti. Racconta di un amore non ricambiato. Parla di gioia e di dolore…», ma anche un libro dove l’artista romana lascia per un momento il microfono, mette nero su bianco il suo ultimo anno: «Dai pensieri pieni di colore a quello un po’ più grigi. Ogni minima emozione che ho provato, ogni cosa che ho vissuto, è racchiusa in “Mai così felice”».

Federica, “Mai così felice” è il titolo del libro uscito lo scorso 5 giugno e che stai promuovendo in queste ultime settimane. Raccontarsi non da un microfono ma attraverso la penna, non attraverso le note di una canzone ma attraverso le pagine di un libro. Da dove nasce questa esigenza?
R:«La mia esigenza nasce dalla voglia di parlare e di raccontare quello che vivo, mi piace imparare sempre cose nuove e scrivere un libro è un mezzo di comunicazione mi affascina da sempre!».

Da un microfono a una penna: è più facile cantarle le emozioni o scriverle?
R:«Beh, sicuramente quando si parla di emozioni non è mai facile esternarle troppo liberamente. Per me è più facile scriverle e poi cantarle probabilmente».

Cosa racconti nel libro “Mai così felice”?
R:«Nel libro racconto essenzialmente tutto quello che mi è passato per la testa nell’ultimo anno. Dai pensieri pieni di colore a quello un po’ più grigi. Ogni minima emozione che ho provato, ogni cosa che ho vissuto, è racchiusa in “Mai così felice”».

In futuro potranno essere altre esperienze letterarie? Nel caso cosa ti piacerebbe raccontare?
R:«Non so! Sicuramente crescendo artisticamente e umanamente avrò molte più cose da dire. Non si sa mai».

Il libro tra l’altro segue l’album “Molto più di un film”, uscito lo scorso aprile. Dove hai trovato l’energia per curare due progetti così importanti nello stesso periodo?
R:«L’energia si trova nella passione e nel mio team di lavoro che mi ha supportata ed aiutata durante tutto il periodo di realizzazione dei miei progetti. Mi sono impegnata e sono contenta del risultato!».

“Molto più di un film”: che album è e cosa racconta di te?  
R:«”Molto più di un film” è un album prettamente Pop, pieno di tutto quello che sentivo di voler dire. Pieno di momenti importanti. Racconta di un amore non ricambiato. Parla di gioia e di dolore».

Federica, ritorniamo un po’ nella scuola di Amici. Che effetto ti ha fatto rivedere le casette, lo studio, insomma il contesto della scuola tutto da fuori?
R:«Eh… io sono molto affezionata alla scuola, che poi era diventata la mia seconda casa. Vedendola da fuori ricordavo tutti i momenti passati lì dentro e mi prendeva un po’ di malinconia. Però sono contenta per tutti i ragazzi di quest’anno!».

C’è qualcosa che ti mancava nei giorni successivi alla fine del programma? 
R:«Mi mancava praticamente tutto. Le persone che ci accompagnavano tutti i giorni. Le lezioni di canto la mattina appena sveglia, stare in casetta con i miei compagni, fare prove su prove. Pian piano poi convivi con le mancanze».

Su Rai Gulp inoltre ti stai cimentando come presentatrice, ricordiamo che da gennaio presenti il programma Top Music. Cosa ci puoi raccontare di questa esperienza? 
R:«È un’esperienza nuova che porterò sempre nel mio bagaglio. Sono contenta di condurre un programma per ragazzi, soprattutto perché parla di musica e classifiche!».

Federica, come passerai l’estate? 
R:«La mia estate sarà molto piena. Tra musica ed incontri con i fan, non avrò molto tempo per fare delle vacanze. Ma sono contenta così. Faccio il lavoro dei miei sogni e non mi stancherò mai di dirlo!».

Intervista al senatore Dario Damiani: «Alla festa della Madonna bisogna restare, la nostra festa è unica e va vissuta»


di NICOLA RICCHITELLI – Una piacevole testimonianza quella che raccogliamo quest’oggi nell’ambito dello spazio dedicato alla festa della Madonna, “A fest d’à Madonn”. Diamo dunque il benvenuto al neo senatore Dario Damiani.

È una chiacchierata intima quella realizzata con il senatore, una chiacchierata che va aldilà della politica e che mette in piano l’essenza di questo momento così importante per la città di Barletta: «Questi tre giorni per un barlettano dovrebbero rappresentare un'occasione per conoscere meglio le nostre tradizioni locali e per tramandarne il rispetto ai propri figli».   

Senatore, che posto occupa nella sua vita la devozione verso i Santi Patroni?
R:«Sicuramente un posto di rilievo, sia nella mia vita pubblica che personale: ho sempre preso parte, infatti, alla tradizionale processione con l'Arciconfraternita del Santo legno della Croce a cui appartengo. E' un'esperienza ogni anno coinvolgente, per me un momento indispensabile di riflessione sui valori religiosi  sia personali che dell'intera comunità».

Cosa rappresentano per lei questi tre giorni?
R:«Rappresentano una piacevole pausa da dedicare alla famiglia e alla mia città, all'insegna della spiritualità ma anche del sano divertimento».

E per un barlettano? Cosa dovrebbero rappresentare per un barlettano questi tre giorni?
R:«Per un barlettano dovrebbero rappresentare un'occasione per conoscere meglio le nostre tradizioni locali e per tramandarne il rispetto ai propri figli».

Lei come è solito viverli?
R:«Li trascorro prendendo parte alle cerimonie religiose con la Confraternita e dedicandomi alla mia famiglia: avendo due figli ancora piccoli, loro chiaramente prediligono gli aspetti folcloristici e ludici della festa, come l'immancabile "giro" fra le bancarelle e sulle giostre. Rispetto in pieno la tradizione barlettana...».

Quali i ricordi che si porta dentro di sé della festa di un tempo?
R:«Sono ricordi molto cari, fatti di grande attesa per quelle serate da trascorrere in centro, fra mille luci, colori, voci, tanti dolciumi da acquistare... da bambino la festa patronale è un vero "paese dei balocchi" per tutti, penso. Poi da grandi si apprezzano meglio gli aspetti religiosi, si comprende il perché della sincera devozione di tanti concittadini che affidano ai nostri Santi Patroni le speranze per tanti problemi, piccoli e grandi, della vita quotidiana. E' una festa che andrebbe sempre rispettata nel suo profondo significato e mai svilita o strumentalizzata».

Senatore, vi è qualcosa che cambierebbe nello svolgimento della festa?
R:«Mi rendo conto che negli ultimi anni l'organizzazione della festa patronale è stata oggetto di molte critiche: in effetti le problematiche logistiche, igieniche, organizzative, non sono mancate, anche perché ogni anno si sono ridotti i fondi pubblici messi a disposizione».

In che maniera quindi la politica potrebbe contribuire nel migliorare i tre giorni della festa?
R:«E' evidente che una manifestazione pubblica di questa portata, che attira tanta gente dai paesi limitrofi, andrebbe organizzata al meglio in ogni dettaglio e programmata con grande anticipo. Cosa che è mancata purtroppo negli ultimi anni, quando la nostra amministrazione non ha certo brillato per programmazione, non solo della festa patronale ma anche della Disfida o dell'Estate barlettana, per esempio. Il compito della politica deve essere proprio questo: creare le condizioni ideali affinché tutto possa svolgersi al meglio e la festa possa essere sul serio un'occasione anche per i nostri operatori commerciali e turistici». 

All’approssimarsi di questi tre giorni, la città si divide tra chi parte e chi resta. Perché restare? 
R:«Sicuramente restare perché per andare in vacanza ci sono tanti altri momenti nella stagione estiva, mentre la nostra festa è unica e va vissuta. Bisogna restare, come dicevo, per apprezzare questo momento di grande aggregazione e condivisione dei valori religiosi di una comunità; ma anche per ritornare un po' bambini e riscoprire lo stupore di chi sa apprezzare anche le piccole gioie della vita come una passeggiata tra le luci colorate o un bastoncino di zucchero filato. Chi snobba questa festa secondo me sbaglia, perde una bella occasione, che capita una sola volta l'anno, per rigenerarsi spiritualmente, divertendosi anche in maniera sana con la propria famiglia e gli amici». 

A fest d’à Madonn, don Claudio Gorgoglione (intervista): «La festa patronale è la 'festa delle feste', dove ci si scopre comunità e non solo città»


di NICOLA RICCHITELLI – Lasciato don Vito Carpentiere nella sua parrocchia di Santa Lucia, rimanendo sempre in zona, ci dirigiamo verso il quartiere Medaglie d’oro di Barletta, alla volta della Chiesa del Buon Pastore, dove incontriamo un giovanissimo sacerdote barlettano: lui è don Claudio Gorgoglione, Vicario parrocchiale della Chiesa sopra menzionata.

Don Claudio, cosa rappresenta una festa patronale per una città?
R:«Nicola, penso che la Festa patronale per una città sia la “festa delle feste”, ovvero la manifestazione principale e identitaria attorno alla quale un centro abitato si ritrova per scoprirsi comunità e non solo città. Questo evento dovrebbe aiutare tutta la compagine cittadina, non solo a “usufruire” della città, ma a “sentirsi” città».

Per la nostra città è più un momento di aggregazione o di disgregazione?
R:«Direi che generalizzare sarebbe tradire la realtà. Per molti è occasione per fare festa, per sentirsi comunità e fare comunità. Per altri, ahimè, è occasione di fuga, che cela una disaffezione alle nostre radici o probabilmente un malcontento per la gestione di tale evento».

E per la città di Barletta? Cosa rappresenta la “Festa della Madonna” per la nostra città?
R:«La festa patronale proprio perché “festa delle feste”, trova il suo motivo di essere nell’affetto più alto di un popolo, che è la religiosità (e come sacerdote, mi auguro che la religiosità sia espressione di fede autentica!). Per Barletta dunque la festa patronale rappresenta la manifestazione di affetto per la Madonna: la Madre di Dio –per chi crede-, che dalle origini della nostra “civitas” è considerata tutela e riferimento per il nostro popolo. A Lei specie dal XVII secolo, ci si è rivolti venerandola nella sacra Icona della Madonna dello Sterpeto, che davvero –e qui generalizzo volentieri- è patrimonio del cuore di ogni cittadino. Inoltre nella nostra città fin dal XIII secolo riposano le spoglie di San Ruggero che poi fu proclamato patrono della stessa. È bello che i due santi protettori, oltre alle rispettive celebrazioni liturgiche, siano venerati e omaggiati assieme nella festa patronale. È sottolineato in tal modo oltreché la devozione per le singole figure di santità della Vergine Maria e di San Ruggero di Canne, anche la relazione di patrocinio e di identità di entrambe con la nostra città. Questa identità raggiunge anche i cittadini non credenti, ci rende tutti coinvolti e partecipi a questo evento».

Ricordiamo anche che oltre ad essere la “Festa della Madonna” e quindi della Madonna dello Sterpeto, in processione c’è anche San Ruggiero, che rappresenta la figura di questo Santo per la nostra città...
R:«San Ruggero fu cristiano e vescovo in tempi non facili per la cittadella di Canne. Penso che il suo esempio per i cristiani e per tutti i cittadini sia quello di promuovere uno sguardo attento a colui che vive accanto a me. Noi barlettani, insieme a tanti pregi – per i quali non cambierei mai la mia appartenenza a Barletta - abbiamo alcuni tipici difetti; generalizzò nuovamente: la tendenza a far sì che il “mio bene individuale”, animato da interesse egoistico, rischi di essere causa del “nostro male collettivo” (gli abusi sulla città e i suoi stessi cittadini). San Ruggero a tutti i cittadini ricorda che il bene non guarda solo il proprio interesse ma cerca anche quello della collettività (senza trascurare il proprio); ai cristiani poi ricorda che la devozione è tale quando diventa operosa anche verso l’altro. Certo ciascuno ha limiti e fragilità ma quando questi diventano abuso sulla Creazione, sulla città, tradiamo la nostra vita e la felicità altrui».

Come è cambiata la festa negli anni e soprattutto rappresenta ancora un momento di gioia per i barlettani?
R:«Non saprei e né potrei essere preciso nel mettere in evidenza tutti i cambiamenti ma, sottolineerei che in un passato non molto remoto, la festa patronale era davvero una delle poche occasioni per la città di scoprirsi comunità, sia dal punto di vista religioso che da quello sociale. Ai nostri giorni si assiste ad una relativizzazione di questo momento che ahimè si vede più marginalizzato nel panorama affettivo del “barlettano”. Penso che, anche se dal punto di vista religioso la festa è ancora sentita da tanti, non bisogna trascurare col disinteresse il fenomeno di disaffezione che si diffonde negli strati giovanili “scappando” dalla città proprio in occasione e a causa della festa patronale. In questo spronerei anche, ma non solo, la municipalità a farsi carico di iniziative belle e non banali, che rispondano alle esigenze di socialità dei più giovani. Mi ripeto: la festa è interesse non di una minoranza ma espressione della collettività».

C’è qualcosa che eventualmente cambieresti o aggiungeresti nell’organizzazione dei festeggiamenti?
R:«Tanto dobbiamo riconoscere si fa per la festa e sempre meglio si può fare. Come cittadino, cristiano e sacerdote suggerirei ai tre organi coinvolti nella promozione di questo evento (Amministrazione comunale, Comitato Feste e Capitolo Cattedrale) una collaborazione che continui a crescere:
1. l’Amministrazione comunale, penso debba guardare con priorità alle feste patronali (e alla disfida di Barletta!) nel panorama delle manifestazioni cittadine, ad esempio facendo sì che le manifestazioni estive (estate barlettana e altro) trovino un fulcro accattivante e ordinato specie (ma non solo!) nelle feste patronali; per cui reputo necessario il sostegno collaborativo ed economico dell’Amministrazione. Attenzione a facili conclusioni! Non sto dicendo di ignorare le priorità e le urgenze economiche a cui è deputato un Comune ma altresì dico di non trascurare una occasione speciale che promuove l’unità sociale e religiosa di tutta la città.
2. Al Comitato Diocesano Feste Patronali (organo di cittadini laici preposto alla preparazione e cura delle festività) in virtù del gravoso compito di armonizzare tradizioni e iniziative folcloristiche, consiglierei di promuovere l’informazione sulle iniziative (illuminazione, fuochi, cantanti etc.) con i nuovi mezzi di comunicazione, magari rendicontando e incentivando la stessa campagna fondi anche in via virtuale;
3. al Capitolo Cattedrale di Santa Maria (antico ente del clero barlettano deputato alla promozione della devozione ai Santi patroni) chiederei di continuare ad innervare la festa, sempre più e sempre meglio, col nutrimento della fede, fomentando lo spirito di preghiera, il decoro delle celebrazioni e della processione (in cui si respiri la presenza di Dio e la comunione coi santi) e educando allo spirito di devozione che rispetti ciascuno ma non cada in folclorismi».

Un tuo ricordo legato alla festa?
R:«Estate 1999, ad oggi, unico anno in cui non ho preso parte alla festa: un amaro dispiacere nostalgico all’ora della processione. Avrei voluto almeno guardare l’Icona della protettrice vestita a festa che mi ricordasse che con la mia città sono sotto la sua tutela».

Come vivevi da bambino questo momento?
R:«Con grande entusiasmo. Amavo particolarmente il gusto della festa, la gioia dell’arrivo in città dell’Icona della Protettrice, il prelevamento del busto del Patrono, l’attesa della domenica, la voce dei mortaretti mattutini che aprivano la festa, le campane a distesa che ne diffondevano l’annuncio, la città largamente vestita di luminarie. Su tutto però, la processione era per me “la festa patronale di Barletta”, l’atto solenne attraverso il quale i Santi Patroni percorrevano Barletta e ne ritempravano la vita quotidiana».

Dal tuo punto di vista cosa bisognerebbe fare per trattenere il barlettano qui a Barletta durante i giorni della festa?
R:«Penso che nessuno dovrebbe sentirsi trattenuto ma dovrebbe aver piacere di partecipare alla festa. È fuori dubbio che gli organizzatori, ciascuno per propria parte, dovrebbero promuovere una sempre migliore organizzazione dell’evento (vedi la domanda sull’organizzazione della festa), ma la cittadinanza deve avvertire la festa patronale come la propria festa; il barlettano deve avere stima e cuore per questo momento di identità, fede e festa».

Chiudiamo proprio con questo: ti andrebbe di fare un appello ai barlettani invitandoli a restare in città anziché cercare rifugio nelle caotiche spiagge del Salento?
R:«Col sorriso e col cuore a voi miei concittadini e fratelli dico: “Le spiagge le avete sempre con voi, non sempre avete la Festa della Madonna dello Sterpeto e di san Ruggero. Snobbare la nostra festa significa ahimè disprezzare le proprie radici, le nostre origini, il luogo e la comunità in cui siamo stati voluti. Non rifuggiamo dalla nostra festa anche se è caotica o non è perfetta; in fondo nessuno di noi lo è! La nostra presenza e il nostro affetto di fede e di cittadini senza dubbio contribuisce a renderla migliore. Custodiamo le nostre radici! Buona festa patronale a tutti!”».

Aldo Granese presenta Sirene: ''E' un disco dedicato all'universo femminile''

di REDAZIONE - Il cantautore campano Aldo Granese pubblica il nuovo disco ''Sirene'' un concept album dedicato al tema della prostituzione che racconta in 10 tracce la realtà controversa di questo mondo, osservato, attraverso più racconti, dai punti di vista più diversi con uno stile di scrittura chiaramente ispirato alla vecchia scuola cantautorale italiana filofrancese e a quella nordamericana.

Quando è nata l’idea di dedicare un album al tema della prostituzione e da quale canzone sei partito?

È nata quando, circa cinque anni fa, scrissi “Tango delle sirene”, dopo che una sera avevo percorso in auto una zona degradata della periferia di Napoli nord, dove il fenomeno imperversa… ispirato, buttai giù questo testo quasi di getto e subito pensai che era il caso di incastonarlo in un contesto più ampio… mi venne in mente di altre canzoni che avevo scritto in precedenza che narravano storie simili o affrontavano tematiche compatibili e cominciai a strutturare l’insieme. Aggiunsi soltanto altre due canzoni nuove: “Le labbra di Lucia” e “Il pasto della sirena”.

Spesso per gli uomini le donne sono oggetti: cosa rappresentano per te?
Le donne sono delle creature meravigliose, sotto molti aspetti meglio di noi uomini, sicuramente assai complesse… ed è questa complessità che a volte spaventa, per cui si tende a non voler vedere cosa ci sia oltre la scorza fisica, oltre l’ “oggetto”. Comunque, al di là di ogni opinione personale, tutti gli uomini dovrebbero ricordare sempre di essere nati da una donna.

Le sirene con il loro canto fecero perdere la rotta a Ulisse. Qual è il tuo rapporto con la perdizione?
Perdersi, a diversi livelli, credo sia una cosa che piaccia a tutti: c’è chi ama perdersi per il gusto di ritrovarsi, chi lo fa per gioco, chi per puro autolesionismo, esaltando quella componente nichilista che, a vari gradi, è insita in ciascuno di noi… in quanto ad Ulisse, la colpa della perdita di rotta non è da attribuire alle sirene, ma all’eccessiva curiosità, alla voglia di sondare l’ignoto, che è una “virtù” che qualcuno deve pur avere, anche se comporta dei rischi, altrimenti staremo ancora all’età della pietra.

C’è un racconto, tra quelli cantati nelle dieci canzoni, a cui sei più legato rispetto agli altri?
Una canzone è un mix di verità e menzogna (nel senso di fantasia), sicuramente i racconti più “elaborati” riportano meglio la traccia artistica di chi li ha scritti, ma è anche vero che i più veritieri hanno il potere di rievocare in modo più nitido visi e situazioni in chi racconta la storia e, di conseguenza, in chi la riceve. Compito dell’Autore è bilanciare la struttura generale dell’opera in modo che si abbia la percezione di questo e di quello… io credo di esserci riuscito abbastanza bene. Questo per dire che non riesco a giudicare questo lavoro se non in maniera unitaria.

Greta Ray torna nelle radio con il nuovo singolo 'Vista Mare'


MILANO -  E' un momento d'oro e ricco di soddisfazioni per la giovanissima modella e cantante Greta Ray. Dopo le pubblicazioni dei suoi primi brani 'Il mio domani' e 'A Roma un venerdì', torna nelle radio e in tutte le piattaforme digitali con il nuovo singolo 'Vista Mare' .

Il brano è stato pubblicato per l'etichetta MMG Trend Production ed è distribuito dalla Rusty Records. Sritto dalla stessa Greta con Andrea Amati, Davide Maggioni, Massimiliano Cenatiempo, Vista mare è un brano fresco ed originale che racconta di spensieratezza e serenità. 
Durante l'estate Greta sarà in giro per l'Italia in un tour di ospitate ed eventi dove presenterà il nuovo singolo.

Cantante e modella nata a Cantù, classe 1999, dal 2015 a oggi ha posato per più di 370 shooting fotografici, model sharing e workshop in tutta Italia, infatti fin da bambina ha sempre adorato sia il mondo della moda che della musica, cantando con varie band in tantissimi locali e piazze italiane. Affiancata dai suoi produttori Martin Moog e Max Cenatiempo della casa di produzione MMG Trend Production, ha intrapreso un percorso ricco di grandi soddisfazioni. Nel 2019 arriverà il suo album di debutto.

Come nasce “Vista mare”?
“Vista mare” descrive le attesissime vacanze, l’arrivo del caldo, il divertimento con gli amici in spiaggia e i momenti di spensieratezza, magari la vita fosse sempre così, una vita “vista mare”

E' il primo brano scritto da te, vero? 
Non proprio, nel brano “il mio domani” avevo scritto la traccia guida dal momento che è un brano autobiografico, ma “Vista Mare” è il mio primo brano come cantautrice vera e propria insieme ad Andrea Amati, mentre per la parte musicale si sono occupati Massimiliano Cenatiempo e Davide Maggioni.

Greta, è un periodo sereno e pieno di impegni. Come stai vivendo tutto questo?
Gli impegni sono sempre più numerosi man mano che passano i giorni ma sono molto gratificata e felice per quello che sta succedendo nella mia vita. Vivo questi momenti con tranquillità e spensieratezza al fine di realizzare il mio sogno, anche se ogni tanto l’ansia si fa sentire (ride, ndr).


Cosa consiglieresti alle ragazze che vorrebbero intraprendere la carriera nel mondo della spettacolo? 
Di essere costanti, determinate e di credere sempre in se stesse, cercando di selezionare con attenzione le persone che incontreranno nel loro percorso.

A chi vuoi dire grazie?
Voglio ringraziare in primis i miei produttori Martin e Max, senza di loro oggi non sarei a questi livelli, mia madre che crede in me e che mi permette di credere nelle mie passioni, tutti i miei followers che mi sostengono ogni giorno, tutte le persone che hanno collaborato con me e quelle con qui collaboro attualmente.

Dove ti vedremo quest'estate?
Quest’estate sarò in tour in alcune città italiane, seguitemi sui social per vedere le date. Magari registrerò un film? Andrò a Sanremo? Uscirà un mio libro? Non posso svelarvi ancora nulla ma ci sono tantissimi progetti in lavorazione…

Arriverà un disco? 
Si, tra la primavera/estate 2019 uscirà il mio primo album, saranno presenti collaborazioni con vari autori che stimo moltissimo. Non vedo l’ora di rendervi partecipi.


A fest d’à Madonn, don Vito Carpentiere (intervista): «La festa della Madonna è il celebrare la fedeltà di Dio alla nostra città attraverso i Santi patroni»

di NICOLA RICCHITELLI – Continua il nostro viaggio tra le parrocchie della città per questo speciale dedicato alla festa della Madonna, “A Fest d’à Madonn”, e dopo aver ascoltato la testimonianza del neo sindaco, il dott.Cosimo Cannito, esser stati qualche giorno fa nelle periferie di Barletta e più precisamente nella parrocchia del Ss.Crocifisso, dove abbiamo raccolto la testimonianza di mons.Pino Paolillo, quest’oggi si va in centro e si giunge nella centralissima Corso Cavour, e più precisamente varchiamo le porte della parrocchia di Santa Lucia per ascoltare la testimonianza di don Vito Carpentiere.

È un intervista che lascia il sorriso quella rilasciata da don Vito, del resto il suo sorriso e la sua allegria sono un po’ la festa nella festa: «Ricordo le bancarelle, dove puntualmente c’era la 'litigata' con i genitori sul giocattolo da scegliere. Funzionava più o meno così: il primo giorno si guardava, il secondo giorno si sceglieva, il terzo giorno si prendeva, anche se non ti nascondo che molte volte sono rientrato a casa senza regalo ma con un po’ di “mazzate” (ride) , perché ero sempre eternamente indeciso sul giocattolo da prendere». 

Per don Vito dire “Festa della Madonna” cosa significa?
R:«Per me, ora sacerdote da 23 anni, dire festa della Madonna significa darsi un appuntamento che, aldilà del rito, prevede il rincontrarsi di diversi membri di una comunità cittadina quale quella di Barletta, molti ricordiamolo vengono appositamente da lontano, per onorare i nostri Santi Patroni, per celebrare la fedeltà di Dio alla storia della nostra città, attraverso il dono della Madonna dello Sterpeto e San Ruggero». 

Sei stato anche tu un bambino. Come vivevi l’approssimarsi di questo momento?  
R:«Si, sono stato anche io un bambino, ho sempre vissuto l’approssimarsi della festa della Madonna con una particolare intensità, perché il primo segnale importante era l’arrivo delle giostre sulla litoranea, arrivo che avveniva con un congruo tempo di anticipo, collocate poi in una posizione abbastanza centrale rispetto alla città, e sono sempre state l’appetito centrale per noi bambini; l’altro ricordo è legato alle bancarelle, dove puntualmente c’era la 'litigata' con i genitori sul giocattolo da scegliere. Funzionava più o meno così: il primo giorno si guardava, il secondo giorno si sceglieva, il terzo giorno si prendeva, anche se non ti nascondo che molte volte sono rientrato a casa senza regalo ma con un po’ di “mazzate” (ride) , perché ero sempre eternamente indeciso sul giocattolo da prendere». 

La festa che ti è rimasta particolarmente nel cuore?
R:«Sinceramente sono diverse le feste che ricordo particolarmente: ero bambino, avevo dodici anni, ricordo quando a Barletta in occasione della festa della Madonna arrivò il Cardinale Mario Luigi Ciappi nel 250° anniversario dell’incoronazione della Madonna dello Sterpeto. La Cattedrale in quell’occasione era chiusa per metà. Non dimentico la festa del 1988, nell’anno mariano, quando il cardinale Francis Arinze, un cardinale di colore, venne a celebrare la festa patronale, festa che in quell’anno si tenne nella chiesa del Monte di Pietà, dato che la nostra cattedrale era chiusa. Poi come dimenticare la festa della riapertura della cattedrale... insomma ogni festa per me ha la sua importanza, perché più che il rinnovarsi di un rito è il rinnovarsi della fedeltà di Dio».

Come vive un sacerdote l’annuale momento della festa patronale?
R:«A questo domanda posso risponderti andando più sul piano personale e quindi come vivo io la festa. Ho un legame particolarissimo con la Madonna dello Sterpeto, quindi è una festa che sento tutta mia, ci tengo a partecipare al momento del pellegrinaggio dal Santuario, anche se non riesco in occasione dell’arrivo della Madonna a Luglio, però quando la Madonna arriva in città ci tengo a partecipare alla processione, e attraverso l’animazione liturgica, cerchiamo di tenere forte nella gente il senso della fede con la recita del Santo Rosario e la recita della preghiera per tutte le necessità, senza dimenticare il sabato sera quando c’è l’intronizzazione della Madonna, quindi il Pontificale della domenica mattina presieduto dall’Arcivescovo e animato dal coro cittadino, dove anche noi sacerdoti cantiamo alternandoci, e quindi il momento della processione dove avviene l’incontro vero e proprio tra la Madonna e San Ruggero e i cittadini».     

Don Vito, cosa rappresenta per la città di Barletta ai giorni nostri un evento come quello della Festa patronale, sia in termini religiosi che dal punto di vista sociale?
R:«Sono tra coloro che, per certi aspetti, lamenta l’assenza dei cittadini barlettani nei giorni della festa, di quelli che si vogliono sentire vip e che in quei giorni scappano da Barletta, per poi vederli magari nelle feste degli altri paesi. Personalmente credo che i momenti di aggregazione in questo momento storico siano particolarmente importanti, ed in particolar modo quelli di matrice religiosa e di fede, perché fanno l’identità di un paese, di un popolo, e ci identificano anche agli occhi degli altri». 

Negli ultimi anni la festa ha perso un po’ quella dimensione popolare, caratteristica che contraddistingue una festa patronale assumendo con il passare del tempo quasi una dimensione mondana. A tuo modo di vedere cosa si potrebbe fare per recuperare gli antichi valori di questa festa?   
R:«Diciamo che io non disprezzo la parte mondana perché alla fine tutto è festa, e quando si fa festa si mangia, si beve, si portano i bambini alle giostre, si vanno a visitare le bancarelle, e non dimentichiamo un fatto sociale assai importante, quante famiglie – e sono veramente tante – vivono grazie a queste feste? Tante, se si pensa ai giostrai, ai proprietari delle bancarelle, penso ai famosi “paninari”, se questo non è un influsso sociale…». 

In questi giorni assisteremo ad antichi rituali che da secoli scandiscono questa festa. Cosa aggiungeresti ai vari momenti che si dislocano tra il martedì – arrivo della Sacra Icona – al mercoledì successivo fine dei festeggiamenti?
R:«Sinceramente non aggiungerei nulla ai vari momenti, anche perché io sono dell’idea di valorizzare quelli che già abbiamo, che sono diversi, e quindi l’arrivo delle Sacre Immagini, e la Madonna che va a prendere San Ruggero, l’intronizzazione il sabato, i momenti liturgici della domenica, la festa in onore di San Ruggero il lunedì, e quindi il mercoledì la Madonna che rientra, insomma io vivrei meglio quelli che già abbiamo, senza aggiungere niente». 

In un'intervista di qualche anno parlavi o meglio sognavi di una festa che varcasse i confini della ferrovia. Ha senso oggi parlarne?
R:«Si, io sogno ancora una festa che varchi i confini della ferrovia, me ne rendo conto ancor più da quando sono qui nella parrocchia di Santa Lucia, in centro, mi rendo conto che alcuni momenti, tipo portare qualche cantante o qualche spettacolo nell’estrema periferia della città, penso alla nota 167, che è parte integrante della nostra città, pienissima di famiglie giovani, e di tanti bambini. Il mio augurio si fa preghiera e impegno personale. Buona festa a tutti!».