Visualizzazione post con etichetta COMMENTO. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta COMMENTO. Mostra tutti i post

Le autonomie di Procuste


di FRANCESCO GRECO - Aveva deciso di dare a tutti gli uomini dell’ecumene la forma che più gli aggradava. Così il gigante Procuste tendeva loro l’agguato: si appostava sul percorso dei viandanti, li catturava, li stendeva su un letto di pietra che era anche una misura e se il pellegrino era troppo lungo gli tagliava i piedi, se troppo corto glieli allungava. 

La mitologia greca, con le sue metafore immortali, è assai utile per cercare di decodificare la sciarada delle autonomie regionali. 

Che svelano, all’ennesima potenza, i luoghi comuni più vecchi, cristallizzati dell’antropologia italiana in rapporto alla politica.

Il background è materia di riflessione quotidiana: Veneto e Lombardia (il Lombardo-Veneto) chiedono l’autonomia regionale, gestire in proprio la scuola, la sanità, ecc. 

Blindato in una battaglia di retroguardia, cementata dalla cultura  del sospetto, il Mezzogiorno assistito, delle clientele, delle mafie, dell’evasione ed elusione fiscale a gogò si oppone. La politica peggiore strumentalmente lo sostiene. 

Lo stesso Mezzogiorno che non riesce a spendere le risorse comunitarie, mentre si spopola delle risorse intellettuali migliori. Della classe politica di inetti e corrotti, che spesso usano le istituzioni come ammortizzatori sociali. Di politici al confine con la criminalità, pur votati massicciamente. Ce n’è uno che anni fa formattò un’antica necropoli, un crimine contro l’umanità: lo hanno mandato in parlamento ben tre volte.

E invece di responsabilizzarsi, di cambiare la propria cultura, il dna, il Sud ripropone i vecchi cliché del cappello in mano e del piagnisteo gridando al lupo! al lupo! 

Ma i lupi sono qui, non in Veneto e Lombardia, anche perché, per quel poco che par di capire dal dibattito intorno al tema, sono previsti meccanismi di perequazione delle risorse.  
   
L’economista pugliese Gianfranco Viesti si è fatto portavoce del Sud piagnone, vittimista, fatalista, con la mano tesa e la lacrima incorporata, e ha messo on line una petizione contro le autonomie che ha raccolto un po’ di firme. Forse era tutta scenografia da supporto a un’eventuale candidatura europea, mancata.         
   
Una battaglia di retroguardia. Come gli indiani d’America che si opponevano alla ferrovia per la danza della pioggia, non capendo che potevano usarla anche loro, che ne avrebbero tratto benefici (continuando anche a danzare attorno ai totem).
  
Non si può rifiutare la modernità, si deve affrontarla, gestirne le contraddizioni. Se Veneto e Lombardia vogliono correre, perché noi dobbiamo bloccarli? In nome di che cosa? Se un atleta fa i 100 metri in 10 secondi e noi in 20, dovremmo cercare di raggiungerlo, non chiedergli di andare più piano per essere lenti come noi. Se loro hanno la Ferrari e noi un’auto vecchia, non possiamo obbligarli e tenerla ferma in garage.  
   
Quelle due regioni oggi hanno delle eccellenze (sanità, scuola, ecc.), ma non sempre è stato così: dal Veneto si emigrava fino a non molto tempo fa. Questo non vuol dire che anche noi non potremmo averle. 
   
Non è solo questione di risorse, altrimenti con tutte quelle che abbiamo avute fra casse grancasse del Mezzogiorno, vivremmo nell’Eldorado. Decisiva è anche la “cultura”, la mentalità razionale e vincente: se poi tu mandi nelle istituzioni il peggio del peggio, che pensa solo a cambiare il suo status, cosa ti aspetti?  E con quale credibilità poi ti lamenti?
   
Non esiste il determinismo, né il lombrosismo. Esiste invece il libero arbitrio, la responsabilità, la coscienza dei propri mezzi e la determinazione nel perseguire gli obiettivi. Invece di strepitare, non sarebbe meglio accettare le sfide, lanciare il cuore oltre l’ostacolo e lavorare?   

Immigrazione, se il serpente cambia pelle

(Pixabay)
di FRANCESCO GRECO - 762: vi dice niente? Sono i voti presi dalla Lega ad Alessano, il paese di don Tonino Bello (e Papa Francesco, 20 aprile 2018). Il M5S dei rimpatri, usati demagogicamente contro l’alleato, 536. Il Pd dell’accoglienza senza se e senza ma (basta che siano gli altri ad accogliere), che affolla di disperati i centri benessere (spa) dove ci si rilassa al sole in attesa del pranzo, 515.
  
Ma Salvini ha vinto anche a Riace col 30,7% (Europee), dopo 15 anni sindaco, Mimmo Lucano non è stato eletto manco consigliere, beffa delle beffe, per un sol voto: i calabresi hanno preferito (41,8) un vigile urbano (per regolare il traffico di migranti). Lega vincente anche a Lampedusa: 45,8, più del doppio del Pd. 
   
Che porta in un palmo di mano l’ex sindaco di Riace, tant’è che ha tenuto una lectio magistralis alla “Sapienza” (dove scacciarono Benedetto XVI), sul tema, ipotizziamo, dell’accoglienza, o meglio dell’illegalità. Perché “Mimmo” è indagato per peculato, abuso d’ufficio, associazione a delinquere, truffa, falso, concussione, truffa in pubbliche forniture,  favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Ovviamente i magistrati sbagliano, solo con Berlusconi e Craxi la indovinavano. Ma in un mondo assetato di simboli, è sufficiente perché Lucano diventi un’icona della sinistra radical chic che tutto ciò lo ha definito “modello Riace” (invenzione della stampa che milita sulle leggende e non sulla realtà, che costruisce narrazioni posticce e claudicanti, come Repubblica, la nuova Lotta Continua) e ne pretende il copyright. 
  
Un “modello” a credito, scaricato sui cittadini: Luciano ha lasciato un “buco” da 3 milioni. La Lega ha vinto anche a Lampedusa, ma il vero vincitore è il medico degli immigrati, Pietro Bartolo (candidato nelle Isole dal Pd) e ora, giacca e cravatta, andrà a Bruxelles, potrà dedicarsi ai migranti solo nel week-end. Da Mani Pulite ai giorni nostri, è un format tutto italiano: appena c’è un po’ di popolarità si passa in politica.
   
Come leggere tutto questo? Innanzitutto, come una mutazione semantica, di pelle del serpente detto immigrazione. Ma anche di stanchezza, nausea, desiderio di chiarezza da parte della gente sui traffici che avvengono nel Mediterraneo, chi sono le Ong, chi c’è dietro, chi accoglie e chi no, il ruolo delle mafie, come fanno i migranti a procurarsi i soldi che danno agli scafisti, e quant’altro. 
   
Poiché per capire non bisogna andare dietro alle persone, ma, come dice il mio omonimo magistrato, è seguendo i flussi di denaro che si fanno scoperte interessanti e si arriva a una qualche conclusione.
   
Ma va letto anche come la fine di un ciclo, diciamo della pazienza. Se tutto ha un inizio e una fine, la gente di Alessano, Riace e Lampedusa è stanca: non poteva durare all’infinito. 
  
Non si può fare i turisti in terra straniera troppo a lungo senza suscitare le reazioni degli indigeni. I raffinati dicono che la gente ha votato di pancia. E ha fatto bene, perché cosa c’è di più decoroso della pancia? Che spesso è vuota? Vedere i migranti che oziano al sole delle nostre piazze tranquilli e rilassati, aspettando il pranzo, che non hanno problemi di bollette, in un contesto di fame che avanza, ha nauseato le popolazioni. Che debbono stringere la cinghia: non possono mandare i figli all’Università, o sono disoccupati, pagare il mutuo, rifare la dentiera al nonno, essere costretti a tenersi l’auto di 20 anni perché non si riesce a cambiarla, o rinviare i lavori alla casa, o le cure, ecc. 

Senza contare quel milione e 200mila (gran parte laureati) partiti dal Sud negli ultimi anni: non per fare i turisti, scroccare colazione, pranzo e cena.

Ma è fallita anche la retorica sull’integrazione. Il bar del quartiere aveva assunto un nero di 25 anni (del Mali), ma dopo una settimana se n’è andato: troppo faticoso servire ai tavoli prosecco e cappuccini.
  
Ora tutta la tematica va rimodulata. Gli italiani non sono razzisti, sono brava gente, però un bel giorno si stancano, e votano Lega. In pratica il 26 maggio hanno detto a Salvini e all’Europa che fa la furba (i francesi per dire): trovate una soluzione, la misura è colma, non ce la facciamo più…   

Il crepuscolo degli dei

di FRANCESCO GRECO - Il dio abbandona Antonio, in questo caso i 5 stelle. Parafrasando il poeta greco Kavafis, si sfiora il nucleo più intimo della tragedia greca in cui sono immersi i grillini dal 26 maggio 2019. Meno 6 milioni di voti, 17% a un anno dal 34%.   
  
E’ durata circa dieci anni la parabola, ma ora è avviata sul sentiero del crepuscolo. Non si può vivere di soli “Vaffa”, di rabbia, di niet, di fake-news, di piattaforma Rousseau trasfigurata nel Grande Fratello che spia tutti (il che è contro ogni etica), di arcadia mitizzata alla Gauguin, di giustizialismo e di forche, di un moralismo attaccato con lo sputo (“Onestà!, onestà!”), di una superiorità etica tutta da dimostrare. Prima o poi la suggestione rivoluzionaria svanisce, si smonta la ghigliottina e si torna a casa a lavorare.

E quando avrebbe dovuto fare il salto di qualità, dotarsi di una cultura di governo, farsi classe dirigente, il M5S tradisce il suo nulla ideale, il vuoto spinto, l’assenza di “visioni” benché minime per decifrare il reale. Senza pensiero, teorici, intellettuali (di cui si fa vanto) e senza collante non può che sciogliersi in un blob.
   
Di Maio le ha sbagliate tutte, ma proprio tutte. Dal viaggio a Strasburgo (con Di Battista) per definire “marchetta” il palazzo dell’Ue, al meetup con i gilet gialli, all’abolizione della povertà dal balcone di Palazzo Venezia, sino all’aggressione quotidiana all’alleato Salvini, che ha portato alla Lega valanghe di voti. Al reddito di cittadinanza che si è rivelato un boomerang a causa dei parametri troppo stretti che hanno sbeffeggiato i veri poveri, che si sono astenuti o votato Lega. Sino alla richiesta – prima del voto europeo – dei ministeri economici a Strasburgo.

E ora siamo alla farsa, al patetico, agli stracci. E’ l’eterno 8 settembre, uno “sciogliete le righe!” (format italian style), e se persino il premier Conte non vuole svelare per chi ha votato (Pd?), è chiaro che è già tornato in ateneo ed è preoccupato per la sua carriera accademica.

Col capo politico che dice: “Ora siamo l’ago della bilancia”, come un tempo avrebbero detto Zanone o Spadolini, che ripete: “Nessuno ha chiesto le mie dimissioni” (aspettavano che le presentasse da solo). E non si accorge che già lo hanno giubilato (e senza vitalizio). Quando Casaleggio ripete che la regola dei due mandati non sarà discussa, è un modo elegante di dire a Di Maio di spegnere la luce e tornare a casa. 
  
Ma lo sfratto è venuto anche da Salvini, a cui va riconosciuto il merito di aver fatto un partito nazionale unificando la nazione. Ora ha messo mano a un’agenda delle cose da fare (Tav, autonomie, sicurezza, ecc.): se il M5S si tappa il naso e dice “si” svende la sua identità e accelera la fine, se dice “no” si va alle elezioni e il Carroccio li cannibalizza del tutto.
  
Non si vive di solo web, di post ex cathedra, di scontrini, di antimodernità, inseguendo una purezza che manco Parsifal aveva: il vero dna del M5S. Di favole demagogiche tipo “uno vale uno”, di culto della personalità, di finte consultazioni sulla piattaforma Rousseau, di zone grige (che fine fanno i soldi che i parlamentari lasciano obtorto collo?). 
   
Ora ci si chiede: è una caduta momentanea, o ci sarà una ripresa a breve, medio, lungo termine? Pensiamo che il giocattolo di Grillo si è rotto irrimediabilmente, poiché, in una società iperprofessionalizzata, non ci si improvvisa statisti se non nella propria suggestione autoreferenziale. 
   
Non poteva che finire così, con una fuga ingloriosa: il blog delle stelle e quello di Grillo hanno messo il lutto al bavero e la messa da requiem, i militanti scappano, i troll pure, i portavoce si riscrivono il cv col bianchetto e si mettono al vento spaventati da the end. 
   
Al pari dell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini (dopoguerra) e dell’Italia dei Valori di Di Pietro (dopo Mani Pulite), ogni movimento politico che parte dal grezzo moralismo di corto respiro in un paese in cui il più pulito ha la rogna, non può che eclissarsi in breve tempo. 
Quello del M5S è stato più veloce perché viviamo in un mondo virale. 
  
Sarà un partito di opposizione, di nicchia, di casti e puri al ciento per ciento direbbe Abatantuono, del 5%, che torna a urlare sul web contro l’Europa dei burocrati e l’euro dei banchieri, gli scontrini, i vaccini e il conflitto di interessi. Buono per le parodie di Crozza.  
  
Ma siccome le tragedie finiscono in farsa, forse avremo 4 lunghi anni di agonia, di eutanasia, poiché in Parlamento il M5S ha la maggioranza ed essendo il seggio una sorta di ammortizzatore sociale di gente senza arte né parte, yesman spaventati dall’idea di dover lavorare, medici senza corsie, avvocati senza cause, professori senza cattedra, si incolleranno allo scranno per portare a casa la pagnotta. L’alternativa? Tornare al bar sport, a caccia di un caffè sospeso.

Allarme, siam fascisti!

(Pixabay)
di FRANCESCO GRECO - Incapaci ci decodificare il presente nella sua barocca complessità, di vagheggiare un’idea benché minimalista di futuro, non resta che rifugiarsi nel passato. E farsi un giro nella macchina del tempo. E cosa si presta meglio dell’inossidabile, eterno ritorno del fascismo, sebbene derubricato a elemento sociologico, se non folkloristico?
  
E così, a 75 anni dalla caduta, il duce è tornato in spe (servizio permanente effettivo). I fascisti pullulano intorno a noi, colazione, pranzo e cena, non si può uscire di casa senza incontrarli, evasi dai libri di Storia in orbace e moschetto, manganello e olio di ricino, nelle strade si canta “Bella ciao” e “Bandiera rossa”. 

Comunisti senza comunismo, tornano l’antifascismo e l’anticomunismo militanti. In parole povere: una ridicola, grottesca guerra civile. Siamo un popolo fantastico: nel ventennio eravamo tutti fascisti, figli della lupa e fidenamignotta, caduto il fascismo, ci siamo riscritto il cv col bianchetto e siamo diventati antifascisti (tanto era a costo zero), e oggi ci siamo inventati il fascismo per quattro sgarrupati di Casapound, i primi a non credere di essere presi sul serio. 

E’ un remake quotidiano noioso, fastidioso, che tradisce l’incapacità ontologica di una riconciliazione nazionale. E’ come rivedere le prime puntate di Montalbano o l’ombelico di Raffaella Carrà nel tuca tuca alla tv in bianco e nero. Non resta che rassegnarsi. 
   
Il più esposto è, ovvio, il ministro dell’Interno e vicepremier Matteo Salvini, un tipo tosto, sanguigno, dotato di attributi. Che si salva dal diluvio con un’ironia tutta british, e a chi lo contesta dà del “figlio di papà”, oppure sibila: “Più zabaione e meno canne”. Come dire che molti che gridano al fascismo dovrebbero soffiare nel palloncino o smetterla di rollare spinelli. 
   
Salvini è “fascista” perché non sta 8 ore incatenato alla scrivania al Viminale (è la tesi di Stella e Rizzo sul “Corriere”, nell’epoca del telelavoro), si fa i selfie, va in giro col rosario, ha dietro un apparato propagandistico, si muove coi voli di Stato: ma se è un uomo di Stato, delle istituzioni, cosa deve fare, l’autostop o prendere la metro per svolgere il suo lavoro? 
  
E, ovvio, per la questione migranti. A quanto se ne sa,  Salvini non ha ucciso mai nessun migrante del popolo del gommoni. Mentre il suo predecessore, Marco Minniti, aprì i campi profughi in Libia, dove, come ci disse in magnifici reportage Domenico Quirico su “La Stampa”, avvenivano cose bestiali, disumane (violenze, stupri, ecc.). Ma dirlo è politically scorrect e il predicatore Saviano finge di non saperlo e i corsivisti militanti non glielo ricordano.
   
I media fanno la loro parte da leoni nell’enfatizzare tutto ciò: questo governo è stato dato per finito dozzine di volte, tanto che Salvini tocca fero (e altri amuleti), ma forse farà i 5 anni della normale legislatura.
   
Siamo immersi nel brodo primordiale di una subcultura figlia del Novecento peggiore, le pregiudizio duro a morire. A volte i morti ritornano per afferrare i vivi per tirarli giù in fondo all’abisso della Storia e della memoria. 
   
Indugiare nel passato facendo dell’invettiva e della calunnia strumenti di lotta politica, aver paura del nuovo perché incapaci di confrontarsi e agitare spettri inesistenti, è il segno inequivocabile di un infantilismo patologico e di una povertà programmatica spaventosa. 

Tutti questi fattori (senza scordare i magistrati pronti a tirare molotov in piazza: fosse venuta da destra, avrebbe menato scandalo, invece è stata accolta da una standing-ovation) hanno posto le premesse per una vittoria storica della Lega alle europee del 26 maggio; non solo, ma per la nascita di un partito unico sovranista su base continentale, un pò come hanno fatto, con sfumature diverse, Trump, Putin, Xi-Jinping, Erdogan, ecc.
  
E’ bene ricordarlo agli immemori: questo governo si regge anche sul fallimento delle politiche sociali della sinistra delle brioches, che da Prodi (che sbagliò il cambio lira-euro) all’altro ieri, ha abbandonato milioni di persone a se stesse, alla povertà, alla precarietà, all’insicurezza, a morte prematura. Importante era dare i soldi alle banche. 
   
E’ stato votato (4 marzo 2018) da 1 italiano su 2 ed è quindi pienamente legittimo. Sta facendo una rivoluzione (chi vuole può metterci le virgolette) politica e culturale di dimensione epocale, nella discontinuità col passato. 
   
Può non piacere ai deboli di stomaco, a chi vive di rendita ideologica, può avere aspetti contraddittori e persino destabilizzanti non condivisibili. Ma non può fermarsi, altrimenti il vecchio torna e spazza via il nuovo. Funziona così nella Storia, da Pericle ai tempi nostri. 
   
E il neofascismo? E’ un gioco di società e di salotto chic tipo torneo di burraco, agitato da furbastri insaziabili ricacciati ai margini del tempo. A Predappio gli innamorati del duce sono sempre andati a dir messa, ma nessuno aveva mai menato scandalo (o le mani). 
   
Gli antifascisti di oggi, a ben vederli, sono come i professionisti dell’antimafia di Sciascia di ieri: hanno trovato una miniera d’oro e la sfruttano sino all’ultima oncia, senza pudore: è la casta, bellezza! E’ come in quella favola alternativa: quando udirono urlare “Al lupo! Al lupo!”, si girarono: era proprio il lupo. 
   
A volte le parole mutano di semantica sotto i nostri occhi distratti, colmi di pregiudizio: se in nome dell’antifascismo si scaccia un editore che ha pubblicato la vita di Salvini dalla Fiera del Libro di Torino dopo avergli venduto uno stand (se un libro non piace non lo si compra e basta), se si fanno liste di proscrizione di giornalisti sgraditi (non potendoli mandare al gulag), curioso, ma è l’antifascismo che si trasfigura in fascismo. Ehia, ehia, alalà. Quella che si dice eterogenesi dei fini.

Conte da Mattarella: crisi di governo dietro l'angolo?

(credits: Quirinale.it)
di NICOLA ZUCCARO - Sarà per la richiesta di chiarimenti sul Decreto Sicurezza bis, sarà per quel "così il Governo non può andare avanti" esternato nella tarda mattinata di mercoledì 22 maggio 2019 dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giorgetti che l'incontro svoltosi nella stessa giornata al Quirinale fra il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ed il Premier Giuseppe Conte ha assunto sin da subito i connotati di una resa dei conti avanzata dal Capo dello Stato all'attuale esecutivo dettata dalla volontà di quest'ultimo nel vederci chiaro sulla costituzionalità dei vari provvedimenti e sulla condotta assunta dallo stesso Governo a quasi un anno di distanza dal suo travagliato insediamento. Un pretesto, quello adottato dal Colle che, se associato alla durata di 1 ora e mezza dello stesso colloquio, lascia presagire che al Quirinale siano in corso le prove per gestire una probabile quanto imminente Crisi di Governo, al di là del risultato (verdetto) che scaturirà dalle elezioni europee del prossimo 26 maggio 2019.

Quella 'camorrista' di mia zia


di FRANCESCO GRECO - A Napoli ho una zia tutta casa, chiesa, pastiera, rococò e insalata di rinforzo. Quando ogni tanto andavo a trovarla, verso mezzogiorno (lì dicono “la mezza”), si presentava un tale, si sedeva e mangiava senza dire una parola. Una volta, due, tre, un giorno chiesi: Zia, ma questo chi è? “E’ don Tommaso (nome di fantasia) - rispose – il boss del rione, gli piace la mia pasta e fagioli…”. 

Cavolo, zia, replicai: la mattina ti inginocchi e preghi e a mezzogiorno cucini per un camorrista? Risposta: “Si, ma fa tanto bene alla gente del quartiere”. Mi ricordai del guappo del film di Totò. Queste parole mi sono tornate alla mente giorni fa, quando un cardinale, l’elemosiniere del Santo Padre, addirittura, è andato a ricollegare la luce in un palazzo occupato alla periferia di Roma, ove erano morosi per un po’ di arretrati. 

E mi sono ricordato anche di un’altra massima: Guai a quel popolo che ha bisogno di eroi… ma forse non c’entra niente, neanche in un paese che urla al fascismo e poi scaccia un editore e stila liste di proscrizione per tener lontani giornalisti sgraditi dal Salone del Libro di Torino: più fascismo di così c’è solo il confino, il gulag o le Finestrelle. 

Il cardinale forse non lo sa, ma è un’icona cattolica, la risposta a quella laica incarnata da Domenico Lucano, un sindaco-faccendiere calabrese. La sinistra è così sgarrupata, così a corto di simboli virtuosi, così alla deriva che ne ha fatto, appunto, un simbolo portandolo in processione a predicare l’illegalità. Un fatto gravissimo, destabilizzante, pedagogicamente perverso. 

Da sindaco di Riace, Lucano ha fatto – di questo è accusato – carte false per favorire l’accoglienza dei migranti (tant’è che i romantici, la cui mamma è sempre gravida, parlano di sistema-Riace), se n’è sposata anche una. Pur per fini umanitari, cardinale e sindaco sono speculari come Giano bifronte e hanno fatto strame dello stato di diritto, creando pericolosi precedenti. 

Non che i bisognosi non vanno aiutati, anzi, ma occorre farlo dentro una cornice normativa, altrimenti laceriamo il già fragile tessuto democratico. E colpito al cuore il diritto soccombe. Il fine umanitario, nobile, non è sufficiente per mettersi le leggi sotto i piedi, anche perché ora altri morosi aspettano un cardinale che riattacchi il contatore e altri migranti potranno stare in Italia senza le carte in regola: per par condicio occorrerà aiutare pure loro. 

Anche le mafie danno lavoro ai disoccupati, aiutano i loro affiliati in ambasce, insomma, fanno del bene, ma sempre organizzazioni criminali restano, fuori da ogni contesto civile. Ora basta mettersi d’accordo senza girare attorno alle parole: se chi fa del bene ha sempre ragione, potremmo fare delle leggi per cui le bollette non si pagano e i migranti possono venire qui senza documenti. Costruire cioè un quadro normativo. Dopo di che avremo tutti la coscienza a posto. Però poi nel frattempo lo stato di diritto sarà svaporato e saremo cittadini della foresta, ove funziona la legge dell’occhio per occhio, dente per dente…

I giornali? Convertiamoli in free-press


di FRANCESCO GRECO - “Non li vogliono manco gratis!”. Il mio edicolante ogni mattina si lamenta: vendeva 15 copie di quotidiani al giorno, ora appena vende 5. E gli va anche bene: la metà dei suoi colleghi (circa 16mila, erano 32mila), si è arreso e ha abbassato la saracinesca. Il mio resiste, ma la pensa come Salvini: “I giornali sono morti, non li legge più nessuno”.

E infatti vorrebbe rifiutarli, perché aprire il pacco al mattino e fare la resa a sera porta via tempo. A destra e a manca si levano alti lai di dolore, ci si strappa i capelli, si convocano gli stati generali dell’editoria, ci si masturba al convegno di Perugia, si fanno “rilanci” ravvicinati. Ma le copie diminuiscono e il rigor mortis si approssima.

Tutto per non ammettere una verità solare: che i giornali sono morti, che il mercato non li vuole più. Che è nella logica dell’evoluzione: quando apparve l’auto, il carretto col mulo cominciò a diradarsi. I grillini hanno capito le difficoltà del settore, e sostenuti dal pensiero unico, senza contraddittorio, stanno cercando di affossarli definitivamente dando il colpo di grazia, togliendo quel poco di ossigeno che le leggi sull’editoria assicurano.

Un’azione sinergica che ha già i suoi effetti (Radio Radicale è spacciata). I grillini sono una citazione quotidiana del potente ministro della propaganda nazista Joseph Goebbels: leggenda vuole che se sentiva pronunciare la parola “cultura” metteva la mano sul calcio della pistola. I giornali intanto galleggiano, diminuiscono la foliazione, gli stipendi dei giornalisti senza che questi protestino, sono pieni di debiti e quando gli editori si stancheranno di ripianarli e rifinanziarli (non perché mecenati, per mera convenienza), sarà il ko definitivo.

Perché accade tutto questo? Cominciamo col dire che il giornale non è più la preghiera laica del mattino, che il giornalista ha perso la sua centralità e anche credibilità, che è stato abbondantemente relativizzato. Ieri si poteva dire: l’ha detto Montanelli, l’ha scritto Biagi, lo pensa Bocca, lo sostiene la Cederna. E ci si poteva fidare. Oggi invece tra giornalisti massoni, fake-news, post-verità e uffici-stampa camuffati da informazione, tutte le mucche sono grige, c’è un conformismo desolante, uniformità di visioni, militanze spudorate, letture del reale sbagliate.

Si tenta di criminalizzare il web attribuendogli le peggio cose, come se la carta stampata fosse immune da fake-news. Contrariamente all’aneddotica diffusa, però, non è il web il vero killer dei giornali. Perché l’informazione proposta non è sostitutiva, semmai complementare. La loro è una morte annunciata, un suicidio, un’eutanasia lenta. Gli assassini sono gli stessi giornalisti. Fanno giornali sono vecchi, non si sono rinnovati: sono sempre gli stessi che scrivono sempre le stesse cose.

Hanno la mentalità novecentesca del giornalismo burocratico: pensionati che scrivono per pensionati. Le opinioni poi soffocano le notizie: ogni giorno c’è una news (spesso falsa) e dieci commenti abbarbicati come l’edera a soffocarla. Anche così si finisce fuori mercato. E non serve a niente svuotare i magazzini allegando libri dati mille volte o altri gadget. Il loro è un pubblico vecchio, marginale, prosciugato. Chi dovrebbe leggere il giornale? Non si sono rinnovati nei linguaggi, nelle tematiche trattate, nel target di lettori cui mirare. Sono in crisi identitaria, e se non sai chi sei, come fai a interessare gli altri e sapere che cosa vuoi?

Se una ragazzina svedese di 16 anni, Greta Thunberg, è seguita da milioni di persone in tutto il mondo, vuol dire che la tematica ambientale è stata ignorata, o trattata male dalla stampa. Darsi poi l’atout di denigrarla (“gretini”) invece di scendere nel merito di quel che dice, è un’ulteriore patologia tipica del giornalismo italiano provinciale e autoreferenziale. Se questa è la situazione, cosa fare? Un modo per uscire dall’angolo e provare a rilanciarli ci sarebbe, ma è doloroso.

Potrebbe dispiegarsi in due tempi: accompagnare alla rottamazione pensionandoli il 90% di quelli che oggi riempiono le pagine, e poi darli gratis, farne dei free-press. Facendosi finanziare dai grossi marchi (grande distribuzione, enogastronomia, lusso, ecc.), inclusi i colossi del web erroneamente letti come assassini: Amazon, Facebook, Google, Netflix e quant’altro. E’ un’idea, ma se ce ne sono altre, vorremmo ascoltarle: siamo tutt’orecchi…

Ma Siri non deve dimettersi


di FRANCESCO GRECO - Perché mai Armando Siri – stando alla vulgata che va dalle tv ai giornali - dovrebbe dimettersi? Per assecondare un grottesco moralismo da tricotèuse? Da basso impero? Da talk-show dove i peggiori si ammantano di posticcia purezza interrotti dallo spot del prosciutto cotto? Il viceministro dell’Economia è indagato, in un’intercettazione telefonica si dice che avrebbe dovuto avere 30mila euro per favorire un’azienda nel campo dell’eolico. 

Tutto qui? Se tutti quelli che finiscono sotto inchiesta dovrebbero dimettersi non resterebbe più nessuno, neanche il sindaco del paese e le istituzioni sarebbero desertificate. A parte il volgare ricalcare che Siri fu socialista da parte dei forcaioli di sinistra sempre in stand-bye. Il Pd in primis: rivendica, per dirne una, la vittoria dei socialisti in Spagna, ma qui, intra moenia, ha così infangato quel termine, quella storia, quella cultura, che si vergogna a dirsi socialista. Siri fu socialista, quindi è geneticamente, lombrosianamente segnato, vita natural durante, con la lettera scarlatta: e quelli del Pd stavano sotto al cavolo? Giocavano a burraco? Erano anime belle come la vispa Teresa? 

Il M5S in crisi di identità, e consensi, stando ai sondaggi, sta usando elettoralmente il caso-Siri per tentare di darsi una verginità compromessa, recuperare quel segmento di elettorato forcaiolo svezzato da Grillo dal ”vaffa-day” di dieci anni fa ai giorni nostri. Ma Siri non deve assolutamente dimettersi, poiché si avallerebbe l’enunciato devastante – nato con Mani Pulite e usato sino allo sfinimento - per cui è la magistratura che seleziona il personale politico, decidendo i sommersi e i salvati. Il che accade solo nei paesi delle banane, e dei manghi. Una profonda lacerazione del tessuto democratico e della stessa idea di democrazia, che così si trasfigurerebbe in una democratura. 

Il popolo perderebbe la sua sovranità sancita solennemente dalla Costituzione, per la quale è centrale e diremmo anzi sacra, e sarebbe ridotto a mero accessorio, spogliato del suo mood politico, ridotto a sociologia, a carne da macello televisivo prima, elettorale dopo (posto che non sia già accaduto sotto i nostri occhi trafficando con mouse, piattaforme, algoritmi). Sarebbe scardinato quel sottile equilibrio fra i poteri di cui diceva Montesquieu e che regge le democrazie (da quelle delle Polis ai giorni nostri), benché imperfette, ma preferibili a qualunque altro sistema politico secondo il Churchill-pensiero. Deve essere il corpo elettorale a dire chi deve fare politica e chi no, non le toghe, che non sono certo un potere neutro, ma a volte assurgono a soggetto politico (tant’è che da Di Pietro a D’Ambrosio ieri e a Franco Roberti oggi, sono candidati dai partiti, spesso in modo “blindato”). 

Spesso le inchieste finiscono in una bolla di sapone. Ma quando gli indagati sono assolti, ormai le loro carriere sono bruciate. Lo pensano in tanti, ma si preferisce cantare nel coro e chi ha parlato di responsabilità civile dei magistrati (Craxi, per dirne uno), sinora è rimasto folgorato. Così si continua a tenere in piazza, in attività la ghigliottina. Ma le contraddizioni della politica deve affrontarle e sanarle la politica, non la forca con la sua ombra minacciosa, sperando che il patibolo lo salgano sempre gli altri, e urlando come le oche del Campidoglio e chiedendo garantismo quando tocca ai “nostri”. Sarebbe una lacerante forzatura, oltre che una forma sottintesa di “commissariamento” della politica, un suo impoverimento, una sua tragica “diminutio”. Anche così si finisce dritti dritti nella sua plastica negazione.

Venite avanti, cretini!

di FRANCESCO GRECO - L’altra sera stavamo in pizzeria, uno di quei locali della profonda provincia fra Europa e Mediterraneo, finto-rustici, prezzi popolari, ingredienti naturali, conosci tutti e puoi fare pr. Al tavolo vicino una giovane mamma col suo bambino, avrà avuto 5-6 anni, capelli foltissimi, puliti, luminosi. Sembrava il premio per un bambino buono. Un quadro d’altri tempi, puro Novecento, se non fosse per i cellulari ultimo modello e la tv su Selena Gomez che si rotola su un letto sconfinato (I Cant Get Enouch).

Finita di mangiare, la ragazza ha preso il vassoio e insieme al figlioletto è andata ai bidoni delle differenziata, vicino alla porta.

Tutti abbiamo visto quel ch’è successo: il bambino – potenziale Greta-boys - ha preso le posate di plastica e la madre gli ha indicato il bidone giusto, poi la lattina della bevanda, e ha indovinato da solo dove buttarla, come la carta dei tovaglioli.

A noi avventori – era il giorno di Greta in Italia - s’è scaldato il cuore, la ruga d’ansia s’è dissolta: ci siamo guardati con un sorriso aperto, fiducioso, come a dirci: non tutto è perduto, c’è speranza, diamoci una mossa. Effetto-Greta.

Aggredita dalla feccia peggiore e qualunquista della comunicazione italian style (inclusa quella contraria all’assistenzialismo altrui, non al proprio). Macelleria mediatica. L’immortale sindrome di Procuste. Ma figuriamoci se lei se ne preoccupa più di tanto nella sua stanzetta a Stoccolma…

Il format da integralismo islamico non è nuovo, anzi, è vecchio come il mondo che fu: se non vuoi confrontarti con ciò che dice il prossimo, criminalizzalo, inventati le peggio cose, direbbero a Trastevere, attribuiscigliele. E poi vedi l’effetto che fa.

Ai tempi del komunismo e del soviet supremo, le voci critiche “impazzivano” ex abrupto, e le si spediva nel gulag siberiano a meno 50° o nei laogai; oggi si mette in mezzo il business, ci si chiede chi c’è dietro (i socialisti svedesi), si attribuisce agli altri la propria cattiva coscienza: un armamentario da raccapriccio degno di Allan Poe.

Magari, con un po’ di pregiudizio e di sprezzo del ridicolo, fra un po’ si “scoprirà” che è stata proprio la vispa ragazzina svedese Greta Thunberg (i media la chiamano “attivista”) a mettere nella pancia di un pescecane 20 kg di plastica e a spargere plastica per un continente grande tre volte la Francia, mentre è colpa sua se tante specie sono a rischio estinzione, incluso l’homo sapiens.

Però, se ad appena 16 anni ha parlato - ascoltata – della natura matrigna all’ONU (riduzione del C02), al Parlamento Europeo, con Papa Francesco (“Laudato sì”), qualche merito lo deve pur avere.

A cominciare dal fatto di provenire da una società e una cultura più libere e avanzate della nostra bigotta e ideologica (al di là delle “scoperte” dell’acqua calda dell’inchiesta del “Messaggero”).
 
Se Greta è credibile più di tutti i grunen del mondo nella difesa della Terra e della sua salute, se ha milioni di followers preoccupati di ereditare un pianeta spazzatura, se un suo potenziale partito avrebbe milioni di elettori, se ha in mano le sorti della Terra e dell’umanità e ha già un posto nella Storia (sarà donna dell’anno e forse vincerà il Premio Nobel), qualche intuizione virtuosa deve pure averla avuta (e condivisa con mamma e papà, che c’è di male?).

Forse ha una sensibilità e percezione del rischio superiore alla nostra, o ha delle “visioni”, vede quel che ci attende di qui a pochi anni…
 
Se è arrivata a Roma da Stoccolma dopo due giorni di treno e sta condizionando, e cambiando, la politica e la comunicazione, dettando l’agenda, è segno che il punto di rottura, di non ritorno è stato raggiunto e le nuove generazioni non vogliono in eredità un pianeta malato a causa dei nostri smodati egoismi, la fame onnivora di energia: per cui continuare con le attuali politiche industriali e di sviluppo senza limiti sarebbe suicida.
 
E, d’altra parte, dove cavolo mettere il quarto televisore? Nei tinelli non c’è posto manco per un ago, e allora non si può che tornare indietro per società più spartane, con meno cazzabbuffi a supportare le nostre insicurezze e demenze.

Trump e Xi non sono d’accordo, ovvio, non vogliono normative nell’avvelenare la loro terra, e di quel che lasceranno non gliene può fregar di meno, ma è importante che lo siano i loro popoli, che ascoltino il messaggio di Greta, che si responsabilizzino.
 
D’altronde, i cretini supponenti e i moralisti di ogni risma e latitudine (inclusi quelli dei giornali pagati da tutti noi per titolare “Vieni avanti, Gretina”) li riconosci a occhio nudo: non solo puzzano di cadavere, ma anche perché, se indichi la Luna, loro – homo demens - guarderanno solo il dito...

Quel fenomeno antico del femminicidio

di GIULIANA CAZZATO* - Il movimento delle donne, recentemente, si è battuto affinché il termine femminicidio si affermasse nel discorso pubblico. Per i reati di genere, purtroppo, non sempre le pene sono eque, ovvero commisurate all'entità del crimine, come spesso la cronaca di questi ultimi tempi ci informa. 

Forse, vale la pena chiarire, in maniera precisa e dettagliata, cosa si intende per femminicidio, dove nasce, come nasce, perché si consuma, qual'é la situazione nel nostro paese, quali sono le pene per gli autori e le tutele per le vittime.

Il termine femminicidio é un neologismo introdotto per la prima volta dalla sociologa Diana Russel, che nel suo libro " De Pacific Of Woman Killing", tratta le cause principali degli omicidi nei confronti del genere femminile. 

Il concetto si estende aldilà della definizione giuridica di assassinio, divenendo violenza estrema da parte dell'uomo contro il soggetto donna in quanto tale e include situazioni in cui la morte diviene esito-conseguenza di atteggiamenti o pratiche sociali misogine.

Questo termine raffigura un fenomeno che non si limita a descrivere un omicidio perpetrato sul genere femminile, ma annovera tutta una serie di comportamenti che incidono sulla libertà, integrità, dignità e moralità delle vittime in questione. 

Si tratta, per lo più, di condotte caratterizzate dall'avversione maschile che, generalmente, si conclamano nell'ambiente sociale dove la donna vive, lavora e si rapporta e che sfociano, poi, in maltrattamenti, violenza psichica e fisica, sessuale, economica ed educativa; tali condotte rimanendo, il più delle volte, impunite, culminano quasi sempre con l'uccisione o, per lo meno, con il suo tentativo. 

Il fenomeno ha origini antichissime, malgrado il termine coniato per descriverlo venga ritenuto un neologismo. Tornando agli albori della società, è di tutta evidenza come essa fosse, nella maggior parte dei casi, incentrata sulla figura maschile in gruppi societari di tipo patriarcale che hanno indotto l'uomo a identificare la sua controparte come proprietà privata, subordinata al suo controllo e, come tale, priva di indipendenza e autonomia, del tutto incapace di autodeterminarsi. 

Questo distorcimento dei ruoli ha permesso di farci approdare a falsi stereotipi, in cui all'uomo era permesso di relazionarsi con il cosiddetto "sesso debole" in maniera violenta, aggressiva e denigrante, nonché umiliante.

Tale pregiudizio ha condotto la collettività sociale verso i sentieri della giustificazione di questo efferato delitto. E, viene dal passato con retaggi ancora presenti e drammatici, l'erronea e criminosa convinzione che l'uomo in questo atto sia mosso da un sentimento d'amore o da un istinto passionale incontrollabile, mentre la donna-vittima sia co-responsabile, in quanto colpevole di averlo provocato.

A questo punto, molti dubbi, molte domande potranno avere una risposta che ci fornirà uno spaccato di quel luogo che è stata la culla di questo turpe crimine. Ma dove nasce? Esso nasce, ahimé, nella casa natia, nella diseducazione genitoriale, nasce dalla violenza dei padri che si sentono autorizzati a educare a suon di sberle, nasce dalla manipolazione psicologica delle madri, che per sentirsi forti, chiamano in causa il "pater familias", assistendo mute alle vessazioni sulle figlie, quasi con sottile soddisfazione, nasce dal voler proteggere, a tutti i costi, il figlio maschio a discapito della femmina reietta, nasce già a livello embrionale quando, anziché il maschietto sperato, arriva una femminuccia, nasce nella primissima cellula sociale (la famiglia), da cui si pretende amore, protezione e comprensione mai avuta. 

Il femminicidio si consuma quando la donna viene considerata colpevole di aver trasgredito al suo ruolo, dove la sua parte è quella del soggetto mite e remissivo. Le cause possono radicarsi all'interno di una cultura greve e pregiudiziosa. 

Un altro indicatore di rischio altrettanto inquietante è rappresentato da una mente criminale e malata del proprio avversario.

Il maltrattamento o l'uccisione della propria partner, figlia, amica, collega o conoscente, reca l'impronta di una cultura convinta che l'uomo possa possedere una donna e, con la forza, obbligarla ad adempiere alle proprie aspettative lecite o non lecite che siano, la donna è vittima a prescindere in quanto tale. 

Questa falsa credenza rimanda, purtroppo, a un aspetto più complicato e recondito, ma spesso trascurato come quello psicologico. In molti casi, l'uomo non accetta l'idea di essere figlio di una donna, ne rigetta la maternità per motivazioni intime e personali o turbe psichiche prima fra tutte la paura di essere inferiore.

Questo aspetto, apparentemente e falsamente castratorio, porta nel soggetto fin dalla prima infanzia, fanciullezza, adolescenza, esplodendo nella giovinezza uno squilibrio in cui la tensione emozionale degli opposti non rispetta i ranges di base, da qui, l'avversione inconscia per la figura materna che si estenderà a tutto l'universo femminile, con accenti molto marcati alla propria compagna a cui attribuisce l'evidente prolungamento della madre e, in quanto tale, soggetto, irriverente e nocivo. 
Nasce, per cui, l'esigenza di dover necessariamente manipolare la vittima designata riplasmandola e riformattandola, usando violenza e coercizioni varie che, il più delle volte, terminano con la morte di quest'ultima e l'apparente e momentanea esaltazione, con conseguente appagamento egoistico del carnefice. 

Non è indispensabile porre l'accento su quanto sia effimero il soddisfacimento poiché, successivamente, questo atto lascia l'autore (del reato) in uno stato di prostrazione e penosa confusione con un pathos che, difficilmente, potrà essere superato.

Di rimando, la vittima, il più dell volte, appare sottomessa, gracile con un equilibrio caduco, quasi evanescente, sofferente per la mancanza del caregiver (quasi sempre quello maschile). 

L'esigenza di poter sopperire a questa mancanza, diviene e si incarna nella scelta quasi sempre di un partner che, in principio, si dimostra tenero e amorevole, per divenire, poi, l'estensione del padre autoritario e oppressivo. 

Detto ciò, si evince che causa determinante, oltre a quella di natura psico patologica, divenga quella culturale, paragonabile a un enorme puzzle i cui pezzi, riguardanti i pregiudizi culturali, risultano più evidenti, quasi tridimensionali e di cui è parte integrante anche il maschilismo, ripetutamente rifiutato, rigettato, esorcizzato, ma difficilmente removibile, dal momento che miete decine di vittime all'anno.

Negare il fenomeno come ancora in auge, è un modo per pensare che questi crimini siano frutto di raptus, gesti inconsulti, eccezioni, la cultura, diviene sessista e i risultati sono visibili dalle più disparate angolazioni, persino nel modo in cui viene annunciato un femminicidio, il quale è un fenomeno (quasi una moda) che deturpa l'intera società, senza distinzione alcuna di generi dalla notte dei tempi e che in Italia, solo da pochi anni, è finito sotto la lente dell'opinione pubblica e delle istituzioni.

I dati più recenti, contenuti in alcune indagini statistiche, denunciano una situazione che nel nostro paese (confermata per altro dagli agenti di polizia, dagli operatori del settore socio-assistenziale, legale e ospedaliero), riveste un ruolo prettamente domestico con dimensioni che sfiorano il 70%; la maggior parte delle vittime viene uccisa per mano di un familiare, coniuge, convivente, fidanzato, amante o ex compagno. 

Di fronte a una situazione così allarmante e di tale portata, si è cercato di correre ai ripari emanando dei decreti legge, come il numero 93/2013, convertito in legge numero 119/2013, con l'obiettivo e l'intento di contrastare la violenza di genere, tutelare le vittime e cercare di prevenire il femminicidio.
Per ciò che riguarda gli strumenti di tutela a disposizione, sono state previste misure cautelative fra cui l'impossibilità di ritirare la querela per stalking da parte della vittima, se questa è stata posta in essere con gravi minacce (soprattutto con armi e reiterata nel tempo), la possibilità di revoca delle querele per altri reati, al fine di garantire la libera determinazione e consapevolezza dell'oppressa e la facoltà da parte del magistrato del tribunale dei minorenni a procedere per i delitti di maltrattamenti in famiglia, di atti persecutori e di violenza sessuale a danno di un minore, ai fini dell'adozione per l'affidamento dei figli. 

A tutto ciò, si aggiunge la facoltà per gli agenti di polizia giudiziaria di disporre, previa autorizzazione del pubblico ministero e in caso di flagranza, l'allontanamento di urgenza dalla casa familiare e il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla donna da parte dell'autore del reato.
La strada da percorrere per garantire una piena tutela delle donne, è ancora dura e controversa, ma la prevenzione, grazie anche all'attività dei centri antiviolenza e delle associazioni per i diritti femminili, svolge un ruolo fondamentale nel supporto dei soggetti interessati. 

Altra misura cautelativa da non sottovalutare, altrettanto propedeutica e benefica, è la denuncia da parte della donna all'insorgere del problema, ovvero quando il tutto si presenta a livello embrionale, verso istituzioni o professionisti privati dove trova ragione un'appropriata terapia o counselling familiare, al fine di ristabilire equilibri psico-sociali precari e pregiudizievoli, grazie all'impiego di adeguate e opportune terapie proprie di ogni caso. Ciò detto, tutti vorremmo augurarci di poter arginare presto questa piaga dilagante che tanto incupisce la nostra società.
--------
*Psicoantropologa, psicoterapeuta

Gli Usa: Paese 'socialista'?


di DOMENICO MACERI* - “Siamo nati liberi e rimarremo tali... L'America non sarà mai un Paese socialista”. Così Donald Trump nel suo recente discorso sullo Stato dell'Unione (SOTU) ricevendo gli applausi da  tutti i repubblicani e anche democratici presenti nell'Aula del Congresso.

Sam Donaldson, storico giornalista della Abc, ha dissentito ribattendo che “è già troppo tardi.” In un'intervista alla Cnn, Donaldson ha spiegato che “più della metà degli americani usufruisce di programmi socialisti del governo federale” come il Medicare (sanità per gli anziani), Medicaid (sanità per i poveri), welfare anche per i ricchi come le aziende agricole e i sussidi elargiti loro dal governo.

Donaldson ha continuato aggiungendo che in pochi anni si avrà un sistema sanitario single-payer, una forma di Medicare per tutti, che nessuno chiamerà socialismo perché il termine fa paura ma si tratta proprio di socialismo.

Donaldson non ha tutti i torti che gli Stati Uniti, nonostante l'etichetta di Paese capitalista, include una buona dosi di programmi sociali. Il termine socialista però continua a suscitare una forte antipatia soprattuto con gli americani che ricordano la guerra fredda e la vecchia Unione Sovietica. Per i giovani si tratta di un'altra cosa. Ma non solo. Bernie Sanders, che ha dato filo da torcere a Hillary Clinton per la nomination del Partito Democratico nelle primarie del 2016, non ha avuto paura di dichiararsi un socialista democratico.

Alexandria Ocasio-Cortez, la neo eletta parlamentare del 14esimo distretto di New York, seguendo in grande misura l'ideologia di Sanders, non ha mostrato nemmeno lei paura dell'etichetta.  Il termine socialista non fa paura nemmeno ai giovani i quali non interpretano il socialismo come sistema fallimentare da cui bisogna scappare.

Sanders, Ocasio-Cortez e i giovani  vedono nel socialismo un sistema rappresentato da Paesi europei e in particolar modo dalle nazioni scandinave. Si tratta di Paesi capitalisti ma con solidi programmi sociali molto più ampli di quelli citati da Donaldson in America. Si tratta in effetti di programmi che richiamano la New Deal di Franklin Delano Roosevelt a cui si ispirano infatti Ocasio-Cortez e Sanders. Roosevelt, si ricorda, era anche lui stato etichettato dai repubblicani socialista e comunista per i programmi sociali messi in atto, specialmente il Social Security, approvato nel 1935.

Anche il Medicare, approvato nel 1965, aveva causato paura. Paul Krugman, vincitore del Premio Nobel per l'economia,  ha scritto nel New York Times che prima dell'approvazione del Medicare, la destra lo aveva attaccato etichettandolo una minaccia mortale alla libertà individuale degli americani. I repubblicani che avevano opposto questi due programmi basilari per gli americani hanno dovuto con il passare del tempo ammettere la loro validità senza però nascondere il loro desiderio di privatizzarli e forse anche eliminarli. L'altro recente programma sull'ampliamento della sanità ottenuto con Obamacare, la riforma sulla sanità approvata dall'amministrazione di Barack Obama nel 2010, è stato attaccato ferocemente. I repubblicani, però, non sono riusciti a revocarlo nel primo anno di Trump nonostante il fatto che all'epoca controllavano la legislatura e la Casa Bianca.

Il socialismo come ideologia e i programmi sociali specifici non fanno solo paura ai repubblicani. Anche l'ala destra del Partito Democratico ne è preoccupata. Joe Manchin, senatore democratico del West Virginia, uno Stato molto conservatore che ha votato in modo schiacciante per Trump nell'elezione del 2016, è anche lui preoccupato dalle voci e programmi liberal annunciati da alcuni parlamentari come Ocasio-Cortez. Manchin (il cognome degli antenati era Mancini) si preoccupa che democratici come lui potrebbero avere difficoltà in future elezioni per quello che lui considera programmi troppo socialisti auspicati dal suo partito. Manchin è preoccupato dagli annunci di aumentare le tasse ai ricchi, l'enfasi sulle nuove tecnologie, il programma per affrontare il riscaldamento globale, il concetto del Medicare per tutti, ed altre idee che lui considera vicine al socialismo.

La conquista della maggioranza democratica  della Camera alle elezioni di midterm del 2018 ci indica però una sterzata a sinistra che ha già frenato l'agenda conservatrice di Trump e i repubblicani. La spinta della sinistra verso programmi sociali continuerà e sarà spronata da Ocasio-Cortez ed altri parlamentari progressisti. Ciò fornirà ai repubblicani una buona opportunità di etichettare i democratici come socialisti. La sterzata a sinistra però non sarà eccessiva poiché Nancy Pelosi, l'abile speaker della Camera e la sua leadership, la tempereranno anche se non troppo facilmente. L'estrema disuguaglianza fra i ricchi e poveri, però, sarà usata dai progressisti per i programmi sociali che per molti anni erano stati abbandonati. I repubblicani faranno di tutto per dipingere i democratici come socialisti sperando nell'efficacia dello spauracchio tradizionale causato dall'etichetta. Alla fine si tratterà di bilanciare il capitalismo con programmi sociali che beneficiano gli americani.

==================
Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

20 anni senza Pinuccio Tatarella


di NICOLA ZUCCARO - Bari 8 febbraio 1999. E' la mattinata di un tranquillo lunedì quando dall'Ospedale delle Molinette di Torino, dov'era ricoverato per un delicato intervento chirurgico, giunge la notizia della morte di Giuseppe (Pinuccio) Tatarella. Il capoluogo pugliese (presso il quale Tatarella, appena ventenne, si trasferì dalla natia Cerignola per poter intraprendere gli studi in Legge) si ritrovò orfano di un esponente di spicco che volle fare di Bari sin dal 1979 (anno della sua elezione alla Camera dei Deputati nel Collegio elettorale che comprendeva anche Foggia nelle file del MSI) la sede di quel laboratorio politico in cui poter costruire il Centro-Destra, prima con Alleanza Nazionale e poi con Oltre il Polo.

Da fervente anticomunista, sosteneva che la maggioranza degli italiani (all'epoca) non era di sinistra. Fiero esponente del meridionalismo missino, Tatarella si impegnò tenacemente. anche mediante un'intensa attività giornalistica nel sdoganare la destra italiana dal retaggio fascista, al fine di poterla emancipare sul piano del dialogo e dell'inclusione di quei soggetti che non si riconoscevano nella relativa cultura politica. Un atteggiamento che gli valse il soprannome di Ministro dell'Armonia, durante la conduzione del Ministero delle Poste e Telecomunicazioni ed in qualità di vice presidente del Consiglio dei Ministri nel primo Governo presieduto da Silvio Berlusconi, sostenuto dalla maggioranza politica del centrodestra, risultata vincitrice delle elezioni politiche del 27 marzo 1994. 

La sua prematura scomparsa privò la politica italiana di una mente pensante nel delicato passaggio parlamentare e non solo strettamente politico-partitico dalla Prima alla Seconda Repubblica. Fu assertore della tesi di modifica del sistema elettorale per l'elezione dei membri al parlamento nazionale, proponendo l'introduzione di una relativa Legge caratterizzata dalla convivenza del proporzionale con il maggioritario e che prese il nome di "Tatarellum".

Un argine contro populismo e xenofobia

(Pixabay)
di ANGELO POTENZA - Non ho vissuto l’età dei totalitarismi, l’età della morte del pensiero critico, ma oggi più che mai posso considerare quanto è pericoloso il sonno della ragione. Nell’età del ritorno dei Malvolio di montaliana memoria, un semplice prendere le distanze non può bastare, non è più possibile una “fuga immobile”, anzi, può rappresentare una scelta immorale, un disimpegno colpevole.

Oggi non è più tempo di tacere, ma di prendere posizione, perché ogni esitazione potrebbe mettere a rischio le grandi conquiste culturali del secondo dopoguerra: la cooperazione internazionale, la democrazia, l’integrazione, la tolleranza, non possono essere valori negoziabili. Quello che maggiormente preoccupa, non è il ristretto e circoscritto disegno politico di Matteo Salvini, ma la constatazione dei consensi numerosi che colleziona.

Non è di Di Maio che mi preoccupo, e del suo serbatoio di voti “protestanti”, ma la constatazione che la protesta sinistroide abbia consegnato il paese a una destra becera e livida, e che una larga fetta di intellettuali non si sia ancora resa conto che si è prostituita alle peggiore delle destre, non a quella progressista ed europeista, ma alla destra razzista e violenta di Salvini. Una destra incapace di cogliere i segni del tempo, di progettare un mondo di uomini in grado di vivere insieme pacificamente, nella consapevolezza che ogni vero progresso raggiunge la sua pienezza col contributo di molti e con l’inclusione di tutti, seguendo l’insegnamento terenziano, alla base della cultura occidentale: “Homo sum humani nihil a me alienum outo”.

Appartengo al mondo della formazione, sto in trincea a contatto con una generazione vivace, intelligente, elettronica e “veloce”, che “vivendo in burrasca”, rischia di precipitare nel baratro dell’intolleranza, dell’aggressività pericolosa e ignorante. Questi stessi giovani invece meritano di essere salvati, una cultura in grado di coniugare pathos e logos, che percepisca l’uomo come fine e non come mezzo, che consideri “l’altro da sé” una risorsa importante, giammai una minaccia. Nell’età delle interconnessioni, con c’è niente di più assurdo e anacronistico dei muri e dei silenzi colpevoli.

E’ solo nelle diversità che si può cogliere il vero senso della bellezza e l’essenza di un impegno costruttivo che non è mai discriminante, ma sempre inclusivo, totalizzante e interdipendente. Non è neanche questione di destra e di sinistra, di rosso o nero, ma il problema è soprattutto di carattere culturale. La vera emergenza è quella di costruire un argine contro ogni forma di populismo, contro la xenofobia, contro i nuovi razzismi in nome di una società civile che riparta dall’uomo, non prima dall’uomo italiano, né come in passato, prima dall’uomo della Padania, ma dall’uomo in quanto umanità.

E’ necessario che in ogni campo, sia politico che economico, culturale e sociale, non si perda mai di vista l’uomo, la sua dignità, il suo inestimabile valore, e al di là di ogni faglia e filo spinato, lo si consideri il fine ultimo di ogni progetto. Intellettuali di tutto il mondo, unitevi: c’è molto da fare, a partire dalla formazione scolastica. Se uniti si costruirà una forza inarrestabile, la forza della cultura, la sola che possa costituire un argine autentico contro la deriva pericolosa del populismo e della miseria, principalmente di quella della mente e dello spirito. (Questo articolo è una risposta all’appello lanciato, giorni fa, dal filosofo Massimo Cacciari)

Camusso ambasciatrice della Cgil nel mondo? Landini lancia la proposta da Bari


di NICOLA ZUCCARO - "Susanna Camusso, con la sua esperienza, può essere l'ambasciatrice della Cgil". Nel suo discorso di insediamento ufficiale alla guida della "storica" Confederazione sindacale italiana, Maurizio Landini ha invitato il suo predecessore nell'ultima giornata del XVIII Congresso nazionale a restare al servizio del sindacato con l'incarico di promotrice della Cgil nel mondo.

Un riconoscimento motivato non solo dai faticosi quanto difficili 8 anni di guida del sindacato ma anche dalla capacità di dialogo con tutte le sigle del sindacalismo internazionale, come testimoniato dal convegno sulle prospettive del Sindacato europeo svoltosi sempre a Bari presso la sede dell'Archivio di Stato nel pomeriggio di lunedì 21 gennaio 2019. Una carta che Susanna Camusso potrebbe giocare per ritentare la scalata alla guida della Confederazione sindacale mondiale, sulla scia del suo illustre predecessore Giuseppe Di Vittorio.

Andreotti mi disse: "Giovanotto, portami al Ciolo!"


di FRANCESCO GRECO - L’invito dello statista della Dc fu deciso, perentorio: “Giovanotto, portami al Ciolo, finalmente voglio vederlo…”. Correva l’anno di grazia 1979, Andreotti (nasceva 100 anni fa, il 14 gennaio 1919 e moriva il 6 maggio 2013) era in Puglia, a Bari, per inaugurare la 43ma edizione della la Fiera del Levante: era infatti Presidente del Consiglio (del governo di unità nazionale seguito all’assassinio di Aldo Moro).

Sbrigato in mattinata l’impegno istituzionale, in un pomeriggio caldo, assolato (era settembre), il “divo” Giulio decise di concedersi un pomeriggio di vacanza. La Provincia di Lecce (presidente Pietro Licchetta) gli mise a disposizione uno dei suoi autisti, a cui Andreotti (in politica per ben 78 anni, 7 volte premier, 26 ministro) rivolse l’invito di cui si diceva all’inizio.
 
Partirono verso sud. Fecero la Statale 16 e all’altezza di Maglie deviarono per Otranto, puntando a sud-est, verso il Capo di Leuca.
 
Andreotti guardava il paesaggio, in silenzio, come rapito dalla sua bellezza, di cui fino ad allora aveva solo sentito parlare. E intanto sfogliava le carte della sua borsa nera, consultava l’agenda.
 
Percorsero la Litoranea delle Terme e quando giunsero al “Ciolo” (l’incantevole gola di pescatori, le cui estremità negli anni Sessanta erano state unite da un ponte), l’autista si fermò.

Andreotti scese e guardò il mare, le montagne dell’Albania sulla costa di fronte: restò così, assorto, silenzioso, per quasi mezzora. Poi si scosse e risalì in macchina.

L’autista rifece il percorso inverso. E quando giunsero a Lecce, l’uomo politico volle ricompensarlo consegnandogli una busta. L’autista, imbarazzato, si rifiutò di prenderla. Lo statista insistette. L’autista pure.

Alla fine, era ormai quasi sera, spazientito, Andreotti lo minacciò: “Se non la prendi ti faccio licenziare…”.  Il tono era fra il serio e il faceto, tipico di Andreotti, uomo notoriamente molto ironico, sempre con la battuta pronta (“Il potere logora chi non ce l’ha”). Così l’autista si decise ad allungare la mano e quando giunse a casa, curioso la aprì e sorpresa: dentro trovò ben 2 milioni: era il regalo di Andreotti per averlo portato al “Ciolo”.
 
Al di là delle leggende metropolitane e dei film, il “divo” fu quindi un uomo generoso.

Inutili sprechi alla Regione Puglia

di VITTORIO POLITO - La tendenza della Regione Puglia a sprecare fondi pubblici viene da lontano. Già negli ‘90, infatti, pubblicava il periodico “Cronache della Regione Puglia” in ben 15000 esemplari (n. 12 – 1992), composto di 144 pagine, distribuito gratuitamente e che, nella maggior parte dei casi, veniva cestinata. La pubblicazione riassumeva l’attività dell’Amministrazione Regionale, attività che si poteva leggere su tutti i quotidiani e sul “Bollettino Ufficiale della Regione Puglia”, quindi un inutile doppione.

Oggi mi capita di leggere alcune delibere del Consiglio regionale, dall’esame delle quali si evince che il citato Ente che rappresenta la nostra Regione, in nome della cultura, ha speso nel 2018 ben 15165 euro per l’acquisto di libri che vengono regalati o conservati in qualche deposito e, forse, col passare del tempo finiscono in discarica. Le delibere sono le seguenti: 31.1.2018 € 1190; 12.4.2018 € 2300; 2.10.2018 € 4960; 25.10.2018 € 675; 11.12.2018 € 6040. Somme che potevano essere destinate a favore della sanità per la dispensa dei cerotti-sensori per i diabetici che sono stati oggetto anche di interrogazione parlamentare, o per altre necessità che il contribuente è costretto a pagare. In sostanza noi paghiamo ticket, farmaci e quant’altro per consentire alla Regione di acquistare libri da regalare.

È il caso di ricordare che la Regione Puglia da circa un anno ha comunicato l’approvazione del cerotto-sensore per diabetici, soprattutto per minori (4-18 anni) e particolari patologie, ma ad oggi non è ancora disponibile.

Mi piace ricordare agli amministratori della nostra Regione che la sanità, è prioritaria rispetto alla cultura. La salute è il presupposto per potersi godere altri beni tra cui, appunto, la cultura.

Ricordo al presidente della Regione Puglia, nonché assessore alla sanità, che su certe patologie e su certi ausili salvavita non si scherza e non si rimanda “a babbo morto”. Pertanto, si sollecitano ancora una volta la Regione e l’ASL competente a “darsi una mossa” per consentire ai diabetici di utilizzare il prima possibile il “Flash glucose monitoring”.

Per concludere ricordo a chi di dovere che prima della cultura viene la salute e se non c'è salute i libri non servono!

4 novembre: l'Unità nazionale dimenticata e non più festeggiata dal '77

di NICOLA ZUCCARO - Il 4 novembre 1918, all'indomani della firma della resa da parte dell'esercito austro-ungarico dinanzi a quello italiano e con l'ingresso dell'Esercito italiano in Trento e della Marina militare italiana in Trieste, si conclusero 3 anni dolorosi, costernati da lutti e lacerazioni, storiograficamente racchiusi per l'Italia nel Primo Conflitto mondiale 1915-1918. Un triennio che, secondo la storiografia italiana, fu decisivo per il compimento del processo di unificazione nazionale rimasto in sospeso dal 1861, anno nel quale si realizzò l'Unità territoriale e politica dell'Italia.

Se a 100 anni di distanza dagli eventi precedentemente menzionati la gran parte degli storici sostiene che il 4 novembre non rappresentò solo un successo militare ma anche civile, per la compattezza e per la compresenza dei combattenti italiani (provenienti in gran parte dall'Italia Meridionale) nel respingere l'invasione straniera, rappresentata dall'esercito austro-ungarico, ci sono i presupposti per riportare il "rosso" sul 4 novembre.

La festività civile istituita con un Regio decreto del 1923 rimase in vigore fino al 1976 e dal 1977 fu "trasferita" per le varie onoranze ai caduti alla prima domenica di novembre. Si pagherebbe così quel debito che l'Italia, a 100 anni dalla fine della Grande Guerra, non ha ancora saldato verso coloro che sacrificarono la propria vita a difesa della sovranità e dell'unità nazionale.


L'Italia avrà un altro Pier Paolo Pasolini?

di NICOLA ZUCCARO - 2 novembre 1975. Erano da poco passate le 6.30 della giornata dedicata ai defunti quando una donna rinvenne, nei pressi dell'Idroscalo di Ostia, quel cadavere che qualche ora più tardi, a seguito del riconoscimento da parte del suo amico Ninetto Davoli, corrispose al corpo di Pier Paolo Pasolini. Da quel giorno, nell'elenco (già lungo) dei Misteri d'Italia, fece il suo ingresso uno dei casi riaperti negli ultimi anni, anche e soprattutto per merito delle rivelazioni del compianto Pino Pelosi.

Colui che ripercorreva i "ragazzi di vita", da Pasolini raccontati sia nel cinema che nella letteratura, fu fermato a poche ore di distanza dalla macabra scoperta. Già noto alla Polizia come ladro di auto e fermato sulla stessa Alfa Gt 2000 di proprietà del Pasolini, l'allora 17enne rivelò nel primo interrogatorio di essere stato avvicinato dal celebre letterato nelle vicinanze della Stazione Termini e da questi invitato a salire sulla vettura, dietro la promessa di un compenso in denaro, da contraccambiare con una prestazione sessuale e successivamente consumatasi nel luogo del delitto.

La dinamica (a tutt'oggi poco attendibile) attraverso cui si consumò l'efferato omicidio consistette in ripetute bastonate alle quali seguì il brutale investimento con la stessa auto guidata da Pino Pelosi. Questi fu condannato in primo grado per omicidio volontario in concorso con ignoti e il 4 dicembre 1976 con sentenza della Corte d'Appello; pur confermando la condanna dell'unico imputato non fu escluso il riferimento alla presenza di altre persone parte attiva nell'omicidio.

Un elemento di non poco conto che, a 45 anni di distanza da quel macabro rinvenimento, tiene ancora in piedi la tesi secondo cui il truce assassinio fu compiuto da più persone e mosso da un movente politico. A sostenere questa tesi furono gli amici e gli intellettuali vicini a Pasolini, perchè fondata se rapportata alla sua produzione letteraria e cinematografica così scomoda, tanto da aver provocato allo stesso Pasolini dei duri periodi di isolamento nel corso della sua vita.

Di Pier Paolo Pasolini resta, oltre al Mistero della sua barbara morte, una voluminosa produzione letteraria, dalla quale emerge che egli non fu solo un "Uomo di Lettere", come tanti del '900, ma fu anche quell'Intellettuale capace di indurre l'uomo comune a riflettere sull'andamento di una società in parte emarginata (raccontata in Ragazzi di Periferia) e al tempo stesso distratta dal consumismo e viziata da un mondo ostaggio del potere. Un ritratto che induce a domandare e a domandarsi se, a 45 anni di distanza, da quel tragico avvenimento, la cultura e la letteratura italiana potranno essere impreziosite da un "secondo" Pier Paolo Pasolini.

Il ‘caso’ Casalino e l’Ordine dei Giornalisti

di VITTORIO POLITO - Senza entrare nel merito delle motivazioni che hanno scatenato la rivolta del mondo giornalistico per le dichiarazioni di Rocco Casalino, ritengo quanto mai utile eliminare certi “Ordini”, quello dei “Giornalisti” in particolare, dal momento che certi presidenti, in certi casi e in certe situazioni, hanno adottato dei provvedimenti, anche secondo le leggi che regolano la materia, del tutto contraddittorie. Il riferimento è ai giornalisti-pubblicisti che si son visti cancellare dagli elenchi degli “Ordini”, solo perché “rei” di non essere stati pagati da editori di giornali e testate varie, mentre le stesse pagano profumatamente certe “firme” anche se scrivono “ovvietà”.

L’ex presidente nazionale dell’Ordine, Enzo Iacopino, si dimise poiché “Il recupero della credibilità della categoria si è rivelato un vero fallimento”. Prevalgono un gioco perverso e irresponsabile di opposte militanze, il settarismo, la superficialità, le urla, le volgarità. C’è chi si compiace di galleggiare tra gelati e patate. Perfino la trasmissione di segnalazioni ai Consigli di disciplina territoriali, un atto imposto dalle leggi e dalle norme interne, diventa materia per polemiche, alimentate da ‘professori del diritto’ che si dividono equamente dalla parte cui schierarsi.

Alcune testate pur di far apparire nomi “altisonanti”, con note dai contenuti spesso di nessun rilievo, soprattutto nei giorni festivi, pagano cifre esorbitanti, mentre in contemporanea “strozzano” i pubblicisti o i tirocinanti che tentano in qualche modo di guadagnarsi “il pezzo di pane” o di acquisire il diritto a iscriversi all’Ordine sborsando anche parecchi soldini.

Vito Crimi, definisce la decisione dell’OdG della Lombardia di aprire un‘istruttoria sul capo della comunicazione di Palazzo Chigi, “una svolta negativa nel rapporto tra giornalista e le sue fonti”.

Dice bene il “Movimento 5 Stelle”, “A cosa serve l’Ordine dei Giornalisti se non sanziona la diffusione delle notizie false e i comportamenti antietici di giornalisti mossi solo da interessi di partito e non dal desiderio di informare i cittadini?”

Forse aveva ragione Balzac, francese come il presidente Macron, quando affermava: «Le leggi sono ragnatele che le mosche grosse sfondano mentre le piccole ci restano impigliate».

Niente di nuovo se Solone (630 a.C.), come ci racconta Plutarco nelle «Vite parallele» affermava: «Le leggi sono come ragnatele, che rimangono salde quando vi urta qualcosa di molle e leggero, mentre una cosa più grossa le sfonda e sfugge».

Ridurre il tutto ad una questione di stelle, cadenti o lucenti non ci interessa, e non è da uomini che vogliono bene all’umanità, perché per quanto la legge possa essere ‘energica’ deve sempre fare i conti con i ‘bisogni’ e le ‘esigenze’ del popolo.

Settembre, scuola, caro-libri, poi file e folla fuori i negozi dei grandi marchi: dov'è la crisi?

di LUIGI LAGUARAGNELLA - 7 settembre, Milano, piazza Cordusio: apre Starbucks, il bar più famoso del mondo, fila di gente e strade bloccate. 8 settembre, Bari, via Argiro: apre Lego store, le famose costruzioni, folla all’inaugurazione. Si tratta di scene ormai consuete nelle grandi città. Gente assiepata in attesa delle aperture del negozio del grande marchio o del centro commerciale di turno. Una folla degna di un concerto, file e tempi d’attesa da pazienza di Giobbe per entrare, vedere e probabilmente comprare, comprare, comprare. Occorre poi ricordare la gente ammassata davanti le vetrine dell’Apple store all’uscita dell’ennesimo nuovo iPhone?

Non sono pochi gli esempi in cui i cittadini vanno a caccia dell’ultimo prodotto di moda e non sempre si tratta di una corsa al risparmio. Un telefono del marchio della mela, una scatola di costruzioni Lego oppure, da quello che si sente, un caffè dallo Starbucks, non sono per tutte le tasche. Eppure le tasche di tanti cittadini sembrano disposte a spendere quattrini. Sia chiaro tutto è lecito, ognuno può fare ciò che ritiene opportuno. Però è anche opportuno ricordare che è settembre e tanti cittadini dovranno affrontare le spese per l’inizio dell’anno scolastico e senza dubbio qualche mugugno farà eco per le strade, le scuole e gli organi di stampa: il caro-prezzo dei libri, i testi di lettura, il materiale da cancelleria.

Molto probabile che davanti ad una libreria o ad una cartoleria più che una fila festante e in trepida attesa troveremmo genitori pronti a lamentarsi. Anche in questo caso tutto è lecito. Non ci si sottrarrebbe alle polemiche per l’acquisto di un libro, non per sborsare euro per lo zaino all’ultima moda, il diario più cool dell’anno scolastico, astucci e borsellini da sfoggiare all’ultima moda, poi fa niente che in molti casi ci si ritrova ad essere agli ultimi posti per la promozione della lettura o più i generale sulla sensibilità culturale.

Ovviamente si percepisce un clima generale di un certo avvicinamento ai libri e alla cultura in genere e magari quelli che fanno la fila fuori i grandi negozi di telefonia, vestiti o altro sono anche clienti che senza lamentarsi spendono tranquillamente soldi per l’inizio dell’anno scolastico. Ma si sa, che per moda molta gente si indebita, fa di tutto per accontentare i propri figli per imitazione dei compagni, ma per il resto c’è sempre la crisi. E a farne le spese, è risaputo, sono sempre i libri, le arti e la cultura. Vedere quella gente in fila, in una lunga attesa addirittura per un caffè (come se non esistessero altri bar) la domanda è sempre la solita: ma davvero sta questa crisi?

Gdp Tv

150° Unità d'Italia AGRICOLTURA AGROALIMENTARE AMBIENTE Animali Annunci Approfondimento Arredamento Arte Attualità Auto e motori Avviso Pubblico Aziende Bari Bari 2014 Bari 2019 Bat Bifest 2011 Bifest 2014 Bifest 2015 Bifest 2016 Bifest 2017 Bifest 2018 Bifest 2019 Brasile2014 Bricolage Brindisi Calcio Casinò Chiesa cinema Columbus Day COMMENTO Comunicati Stampa Concerti Concorsi Corsi CROCIERE CRONACA CRONACA LOCALE CULTURA DOVE SEI? Cultura e Spettacoli Design Diari da Kinshasa Dimmi come scrivi Discoteche Donna del Giorno Economia Elezioni 2011 Enogastronomia Esoterismo Estate Esteri Eventi Expo 2015 F1 Festival del cinema di Roma 2010 Festival del cinema di Roma 2011 Festival del cinema di Roma 2012 Festival del cinema di Roma 2013 Festival del cinema di Roma 2014 Festival del cinema di Roma 2015 Festival del cinema di Roma 2016 Festival di Venezia '13 Festival di Venezia '14 Festival di Venezia '15 Festival di Venezia '16 Fiera del Levante Filastrocca film Flash Foggia Food Experience Foto Frodi Fumetti Gallery Gastronomia Gdp Junior Ghost Hunters Puglia Giochi Giubileo Gossip Grafico Hot IL MIO AVVOCATO Il Principe Azzurro Inchiesta Intervista Intrattenimento Islam isola dei famosi 5 L'Angolo della Poesia LA CURIOSITA' LA RECENSIONE Latitudeslife LAVORO Lecce Lettera al direttore Libri Link LIVE Lotterie Matera METEO milano Miss Italia MODA Mostre Motociclismo musica Necrologi NOTIZIE DAL MONDO novità musicali Oroscopo Paranormale Perle di storia pugliese photogallery PLAY: MUSICAEDINTORNI Politica Politica locale Potenza PRIMO PIANO Protezione civile Psicologia Pubblica Amministrazione Puglia Punto e a Capo Regionali 2015 Reportage ricerca Ricette Rio 2016 Roma Russia 2018 Salute e benessere Sanità Sanremo 2015 Sanremo 2016 Sanremo 2017 Sanremo 2018 Sanremo 2019 Scheda Scienza e tecnologie Scuola Sentenze europee Sessualità Silent Key Spazio Spazio Emergenti Speciale Speciale 21 dicembre Speciale amministrative 2012 Speciale Amministrative 2014 Speciale Euro 2012 Speciale Fiera Speciale Politiche '13 Spetteguless Sport Storia Taranto Tennis Territorio TICKER Top Tra scienza e fede Trasporti Turismo Tv UE Università e formazione Us version Vacanze Viabilità Viaggi Video Videogiochi Vignetta Vino diVino Voli Web Zootecnia