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Venite avanti, cretini!

di FRANCESCO GRECO - L’altra sera stavamo in pizzeria, uno di quei locali della profonda provincia fra Europa e Mediterraneo, finto-rustici, prezzi popolari, ingredienti naturali, conosci tutti e puoi fare pr. Al tavolo vicino una giovane mamma col suo bambino, avrà avuto 5-6 anni, capelli foltissimi, puliti, luminosi. Sembrava il premio per un bambino buono. Un quadro d’altri tempi, puro Novecento, se non fosse per i cellulari ultimo modello e la tv su Selena Gomez che si rotola su un letto sconfinato (I Cant Get Enouch).

Finita di mangiare, la ragazza ha preso il vassoio e insieme al figlioletto è andata ai bidoni delle differenziata, vicino alla porta.

Tutti abbiamo visto quel ch’è successo: il bambino – potenziale Greta-boys - ha preso le posate di plastica e la madre gli ha indicato il bidone giusto, poi la lattina della bevanda, e ha indovinato da solo dove buttarla, come la carta dei tovaglioli.

A noi avventori – era il giorno di Greta in Italia - s’è scaldato il cuore, la ruga d’ansia s’è dissolta: ci siamo guardati con un sorriso aperto, fiducioso, come a dirci: non tutto è perduto, c’è speranza, diamoci una mossa. Effetto-Greta.

Aggredita dalla feccia peggiore e qualunquista della comunicazione italian style (inclusa quella contraria all’assistenzialismo altrui, non al proprio). Macelleria mediatica. L’immortale sindrome di Procuste. Ma figuriamoci se lei se ne preoccupa più di tanto nella sua stanzetta a Stoccolma…

Il format da integralismo islamico non è nuovo, anzi, è vecchio come il mondo che fu: se non vuoi confrontarti con ciò che dice il prossimo, criminalizzalo, inventati le peggio cose, direbbero a Trastevere, attribuiscigliele. E poi vedi l’effetto che fa.

Ai tempi del komunismo e del soviet supremo, le voci critiche “impazzivano” ex abrupto, e le si spediva nel gulag siberiano a meno 50° o nei laogai; oggi si mette in mezzo il business, ci si chiede chi c’è dietro (i socialisti svedesi), si attribuisce agli altri la propria cattiva coscienza: un armamentario da raccapriccio degno di Allan Poe.

Magari, con un po’ di pregiudizio e di sprezzo del ridicolo, fra un po’ si “scoprirà” che è stata proprio la vispa ragazzina svedese Greta Thunberg (i media la chiamano “attivista”) a mettere nella pancia di un pescecane 20 kg di plastica e a spargere plastica per un continente grande tre volte la Francia, mentre è colpa sua se tante specie sono a rischio estinzione, incluso l’homo sapiens.

Però, se ad appena 16 anni ha parlato - ascoltata – della natura matrigna all’ONU (riduzione del C02), al Parlamento Europeo, con Papa Francesco (“Laudato sì”), qualche merito lo deve pur avere.

A cominciare dal fatto di provenire da una società e una cultura più libere e avanzate della nostra bigotta e ideologica (al di là delle “scoperte” dell’acqua calda dell’inchiesta del “Messaggero”).
 
Se Greta è credibile più di tutti i grunen del mondo nella difesa della Terra e della sua salute, se ha milioni di followers preoccupati di ereditare un pianeta spazzatura, se un suo potenziale partito avrebbe milioni di elettori, se ha in mano le sorti della Terra e dell’umanità e ha già un posto nella Storia (sarà donna dell’anno e forse vincerà il Premio Nobel), qualche intuizione virtuosa deve pure averla avuta (e condivisa con mamma e papà, che c’è di male?).

Forse ha una sensibilità e percezione del rischio superiore alla nostra, o ha delle “visioni”, vede quel che ci attende di qui a pochi anni…
 
Se è arrivata a Roma da Stoccolma dopo due giorni di treno e sta condizionando, e cambiando, la politica e la comunicazione, dettando l’agenda, è segno che il punto di rottura, di non ritorno è stato raggiunto e le nuove generazioni non vogliono in eredità un pianeta malato a causa dei nostri smodati egoismi, la fame onnivora di energia: per cui continuare con le attuali politiche industriali e di sviluppo senza limiti sarebbe suicida.
 
E, d’altra parte, dove cavolo mettere il quarto televisore? Nei tinelli non c’è posto manco per un ago, e allora non si può che tornare indietro per società più spartane, con meno cazzabbuffi a supportare le nostre insicurezze e demenze.

Trump e Xi non sono d’accordo, ovvio, non vogliono normative nell’avvelenare la loro terra, e di quel che lasceranno non gliene può fregar di meno, ma è importante che lo siano i loro popoli, che ascoltino il messaggio di Greta, che si responsabilizzino.
 
D’altronde, i cretini supponenti e i moralisti di ogni risma e latitudine (inclusi quelli dei giornali pagati da tutti noi per titolare “Vieni avanti, Gretina”) li riconosci a occhio nudo: non solo puzzano di cadavere, ma anche perché, se indichi la Luna, loro – homo demens - guarderanno solo il dito...

Quel fenomeno antico del femminicidio

di GIULIANA CAZZATO* - Il movimento delle donne, recentemente, si è battuto affinché il termine femminicidio si affermasse nel discorso pubblico. Per i reati di genere, purtroppo, non sempre le pene sono eque, ovvero commisurate all'entità del crimine, come spesso la cronaca di questi ultimi tempi ci informa. 

Forse, vale la pena chiarire, in maniera precisa e dettagliata, cosa si intende per femminicidio, dove nasce, come nasce, perché si consuma, qual'é la situazione nel nostro paese, quali sono le pene per gli autori e le tutele per le vittime.

Il termine femminicidio é un neologismo introdotto per la prima volta dalla sociologa Diana Russel, che nel suo libro " De Pacific Of Woman Killing", tratta le cause principali degli omicidi nei confronti del genere femminile. 

Il concetto si estende aldilà della definizione giuridica di assassinio, divenendo violenza estrema da parte dell'uomo contro il soggetto donna in quanto tale e include situazioni in cui la morte diviene esito-conseguenza di atteggiamenti o pratiche sociali misogine.

Questo termine raffigura un fenomeno che non si limita a descrivere un omicidio perpetrato sul genere femminile, ma annovera tutta una serie di comportamenti che incidono sulla libertà, integrità, dignità e moralità delle vittime in questione. 

Si tratta, per lo più, di condotte caratterizzate dall'avversione maschile che, generalmente, si conclamano nell'ambiente sociale dove la donna vive, lavora e si rapporta e che sfociano, poi, in maltrattamenti, violenza psichica e fisica, sessuale, economica ed educativa; tali condotte rimanendo, il più delle volte, impunite, culminano quasi sempre con l'uccisione o, per lo meno, con il suo tentativo. 

Il fenomeno ha origini antichissime, malgrado il termine coniato per descriverlo venga ritenuto un neologismo. Tornando agli albori della società, è di tutta evidenza come essa fosse, nella maggior parte dei casi, incentrata sulla figura maschile in gruppi societari di tipo patriarcale che hanno indotto l'uomo a identificare la sua controparte come proprietà privata, subordinata al suo controllo e, come tale, priva di indipendenza e autonomia, del tutto incapace di autodeterminarsi. 

Questo distorcimento dei ruoli ha permesso di farci approdare a falsi stereotipi, in cui all'uomo era permesso di relazionarsi con il cosiddetto "sesso debole" in maniera violenta, aggressiva e denigrante, nonché umiliante.

Tale pregiudizio ha condotto la collettività sociale verso i sentieri della giustificazione di questo efferato delitto. E, viene dal passato con retaggi ancora presenti e drammatici, l'erronea e criminosa convinzione che l'uomo in questo atto sia mosso da un sentimento d'amore o da un istinto passionale incontrollabile, mentre la donna-vittima sia co-responsabile, in quanto colpevole di averlo provocato.

A questo punto, molti dubbi, molte domande potranno avere una risposta che ci fornirà uno spaccato di quel luogo che è stata la culla di questo turpe crimine. Ma dove nasce? Esso nasce, ahimé, nella casa natia, nella diseducazione genitoriale, nasce dalla violenza dei padri che si sentono autorizzati a educare a suon di sberle, nasce dalla manipolazione psicologica delle madri, che per sentirsi forti, chiamano in causa il "pater familias", assistendo mute alle vessazioni sulle figlie, quasi con sottile soddisfazione, nasce dal voler proteggere, a tutti i costi, il figlio maschio a discapito della femmina reietta, nasce già a livello embrionale quando, anziché il maschietto sperato, arriva una femminuccia, nasce nella primissima cellula sociale (la famiglia), da cui si pretende amore, protezione e comprensione mai avuta. 

Il femminicidio si consuma quando la donna viene considerata colpevole di aver trasgredito al suo ruolo, dove la sua parte è quella del soggetto mite e remissivo. Le cause possono radicarsi all'interno di una cultura greve e pregiudiziosa. 

Un altro indicatore di rischio altrettanto inquietante è rappresentato da una mente criminale e malata del proprio avversario.

Il maltrattamento o l'uccisione della propria partner, figlia, amica, collega o conoscente, reca l'impronta di una cultura convinta che l'uomo possa possedere una donna e, con la forza, obbligarla ad adempiere alle proprie aspettative lecite o non lecite che siano, la donna è vittima a prescindere in quanto tale. 

Questa falsa credenza rimanda, purtroppo, a un aspetto più complicato e recondito, ma spesso trascurato come quello psicologico. In molti casi, l'uomo non accetta l'idea di essere figlio di una donna, ne rigetta la maternità per motivazioni intime e personali o turbe psichiche prima fra tutte la paura di essere inferiore.

Questo aspetto, apparentemente e falsamente castratorio, porta nel soggetto fin dalla prima infanzia, fanciullezza, adolescenza, esplodendo nella giovinezza uno squilibrio in cui la tensione emozionale degli opposti non rispetta i ranges di base, da qui, l'avversione inconscia per la figura materna che si estenderà a tutto l'universo femminile, con accenti molto marcati alla propria compagna a cui attribuisce l'evidente prolungamento della madre e, in quanto tale, soggetto, irriverente e nocivo. 
Nasce, per cui, l'esigenza di dover necessariamente manipolare la vittima designata riplasmandola e riformattandola, usando violenza e coercizioni varie che, il più delle volte, terminano con la morte di quest'ultima e l'apparente e momentanea esaltazione, con conseguente appagamento egoistico del carnefice. 

Non è indispensabile porre l'accento su quanto sia effimero il soddisfacimento poiché, successivamente, questo atto lascia l'autore (del reato) in uno stato di prostrazione e penosa confusione con un pathos che, difficilmente, potrà essere superato.

Di rimando, la vittima, il più dell volte, appare sottomessa, gracile con un equilibrio caduco, quasi evanescente, sofferente per la mancanza del caregiver (quasi sempre quello maschile). 

L'esigenza di poter sopperire a questa mancanza, diviene e si incarna nella scelta quasi sempre di un partner che, in principio, si dimostra tenero e amorevole, per divenire, poi, l'estensione del padre autoritario e oppressivo. 

Detto ciò, si evince che causa determinante, oltre a quella di natura psico patologica, divenga quella culturale, paragonabile a un enorme puzzle i cui pezzi, riguardanti i pregiudizi culturali, risultano più evidenti, quasi tridimensionali e di cui è parte integrante anche il maschilismo, ripetutamente rifiutato, rigettato, esorcizzato, ma difficilmente removibile, dal momento che miete decine di vittime all'anno.

Negare il fenomeno come ancora in auge, è un modo per pensare che questi crimini siano frutto di raptus, gesti inconsulti, eccezioni, la cultura, diviene sessista e i risultati sono visibili dalle più disparate angolazioni, persino nel modo in cui viene annunciato un femminicidio, il quale è un fenomeno (quasi una moda) che deturpa l'intera società, senza distinzione alcuna di generi dalla notte dei tempi e che in Italia, solo da pochi anni, è finito sotto la lente dell'opinione pubblica e delle istituzioni.

I dati più recenti, contenuti in alcune indagini statistiche, denunciano una situazione che nel nostro paese (confermata per altro dagli agenti di polizia, dagli operatori del settore socio-assistenziale, legale e ospedaliero), riveste un ruolo prettamente domestico con dimensioni che sfiorano il 70%; la maggior parte delle vittime viene uccisa per mano di un familiare, coniuge, convivente, fidanzato, amante o ex compagno. 

Di fronte a una situazione così allarmante e di tale portata, si è cercato di correre ai ripari emanando dei decreti legge, come il numero 93/2013, convertito in legge numero 119/2013, con l'obiettivo e l'intento di contrastare la violenza di genere, tutelare le vittime e cercare di prevenire il femminicidio.
Per ciò che riguarda gli strumenti di tutela a disposizione, sono state previste misure cautelative fra cui l'impossibilità di ritirare la querela per stalking da parte della vittima, se questa è stata posta in essere con gravi minacce (soprattutto con armi e reiterata nel tempo), la possibilità di revoca delle querele per altri reati, al fine di garantire la libera determinazione e consapevolezza dell'oppressa e la facoltà da parte del magistrato del tribunale dei minorenni a procedere per i delitti di maltrattamenti in famiglia, di atti persecutori e di violenza sessuale a danno di un minore, ai fini dell'adozione per l'affidamento dei figli. 

A tutto ciò, si aggiunge la facoltà per gli agenti di polizia giudiziaria di disporre, previa autorizzazione del pubblico ministero e in caso di flagranza, l'allontanamento di urgenza dalla casa familiare e il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla donna da parte dell'autore del reato.
La strada da percorrere per garantire una piena tutela delle donne, è ancora dura e controversa, ma la prevenzione, grazie anche all'attività dei centri antiviolenza e delle associazioni per i diritti femminili, svolge un ruolo fondamentale nel supporto dei soggetti interessati. 

Altra misura cautelativa da non sottovalutare, altrettanto propedeutica e benefica, è la denuncia da parte della donna all'insorgere del problema, ovvero quando il tutto si presenta a livello embrionale, verso istituzioni o professionisti privati dove trova ragione un'appropriata terapia o counselling familiare, al fine di ristabilire equilibri psico-sociali precari e pregiudizievoli, grazie all'impiego di adeguate e opportune terapie proprie di ogni caso. Ciò detto, tutti vorremmo augurarci di poter arginare presto questa piaga dilagante che tanto incupisce la nostra società.
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*Psicoantropologa, psicoterapeuta

Gli Usa: Paese 'socialista'?


di DOMENICO MACERI* - “Siamo nati liberi e rimarremo tali... L'America non sarà mai un Paese socialista”. Così Donald Trump nel suo recente discorso sullo Stato dell'Unione (SOTU) ricevendo gli applausi da  tutti i repubblicani e anche democratici presenti nell'Aula del Congresso.

Sam Donaldson, storico giornalista della Abc, ha dissentito ribattendo che “è già troppo tardi.” In un'intervista alla Cnn, Donaldson ha spiegato che “più della metà degli americani usufruisce di programmi socialisti del governo federale” come il Medicare (sanità per gli anziani), Medicaid (sanità per i poveri), welfare anche per i ricchi come le aziende agricole e i sussidi elargiti loro dal governo.

Donaldson ha continuato aggiungendo che in pochi anni si avrà un sistema sanitario single-payer, una forma di Medicare per tutti, che nessuno chiamerà socialismo perché il termine fa paura ma si tratta proprio di socialismo.

Donaldson non ha tutti i torti che gli Stati Uniti, nonostante l'etichetta di Paese capitalista, include una buona dosi di programmi sociali. Il termine socialista però continua a suscitare una forte antipatia soprattuto con gli americani che ricordano la guerra fredda e la vecchia Unione Sovietica. Per i giovani si tratta di un'altra cosa. Ma non solo. Bernie Sanders, che ha dato filo da torcere a Hillary Clinton per la nomination del Partito Democratico nelle primarie del 2016, non ha avuto paura di dichiararsi un socialista democratico.

Alexandria Ocasio-Cortez, la neo eletta parlamentare del 14esimo distretto di New York, seguendo in grande misura l'ideologia di Sanders, non ha mostrato nemmeno lei paura dell'etichetta.  Il termine socialista non fa paura nemmeno ai giovani i quali non interpretano il socialismo come sistema fallimentare da cui bisogna scappare.

Sanders, Ocasio-Cortez e i giovani  vedono nel socialismo un sistema rappresentato da Paesi europei e in particolar modo dalle nazioni scandinave. Si tratta di Paesi capitalisti ma con solidi programmi sociali molto più ampli di quelli citati da Donaldson in America. Si tratta in effetti di programmi che richiamano la New Deal di Franklin Delano Roosevelt a cui si ispirano infatti Ocasio-Cortez e Sanders. Roosevelt, si ricorda, era anche lui stato etichettato dai repubblicani socialista e comunista per i programmi sociali messi in atto, specialmente il Social Security, approvato nel 1935.

Anche il Medicare, approvato nel 1965, aveva causato paura. Paul Krugman, vincitore del Premio Nobel per l'economia,  ha scritto nel New York Times che prima dell'approvazione del Medicare, la destra lo aveva attaccato etichettandolo una minaccia mortale alla libertà individuale degli americani. I repubblicani che avevano opposto questi due programmi basilari per gli americani hanno dovuto con il passare del tempo ammettere la loro validità senza però nascondere il loro desiderio di privatizzarli e forse anche eliminarli. L'altro recente programma sull'ampliamento della sanità ottenuto con Obamacare, la riforma sulla sanità approvata dall'amministrazione di Barack Obama nel 2010, è stato attaccato ferocemente. I repubblicani, però, non sono riusciti a revocarlo nel primo anno di Trump nonostante il fatto che all'epoca controllavano la legislatura e la Casa Bianca.

Il socialismo come ideologia e i programmi sociali specifici non fanno solo paura ai repubblicani. Anche l'ala destra del Partito Democratico ne è preoccupata. Joe Manchin, senatore democratico del West Virginia, uno Stato molto conservatore che ha votato in modo schiacciante per Trump nell'elezione del 2016, è anche lui preoccupato dalle voci e programmi liberal annunciati da alcuni parlamentari come Ocasio-Cortez. Manchin (il cognome degli antenati era Mancini) si preoccupa che democratici come lui potrebbero avere difficoltà in future elezioni per quello che lui considera programmi troppo socialisti auspicati dal suo partito. Manchin è preoccupato dagli annunci di aumentare le tasse ai ricchi, l'enfasi sulle nuove tecnologie, il programma per affrontare il riscaldamento globale, il concetto del Medicare per tutti, ed altre idee che lui considera vicine al socialismo.

La conquista della maggioranza democratica  della Camera alle elezioni di midterm del 2018 ci indica però una sterzata a sinistra che ha già frenato l'agenda conservatrice di Trump e i repubblicani. La spinta della sinistra verso programmi sociali continuerà e sarà spronata da Ocasio-Cortez ed altri parlamentari progressisti. Ciò fornirà ai repubblicani una buona opportunità di etichettare i democratici come socialisti. La sterzata a sinistra però non sarà eccessiva poiché Nancy Pelosi, l'abile speaker della Camera e la sua leadership, la tempereranno anche se non troppo facilmente. L'estrema disuguaglianza fra i ricchi e poveri, però, sarà usata dai progressisti per i programmi sociali che per molti anni erano stati abbandonati. I repubblicani faranno di tutto per dipingere i democratici come socialisti sperando nell'efficacia dello spauracchio tradizionale causato dall'etichetta. Alla fine si tratterà di bilanciare il capitalismo con programmi sociali che beneficiano gli americani.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

20 anni senza Pinuccio Tatarella


di NICOLA ZUCCARO - Bari 8 febbraio 1999. E' la mattinata di un tranquillo lunedì quando dall'Ospedale delle Molinette di Torino, dov'era ricoverato per un delicato intervento chirurgico, giunge la notizia della morte di Giuseppe (Pinuccio) Tatarella. Il capoluogo pugliese (presso il quale Tatarella, appena ventenne, si trasferì dalla natia Cerignola per poter intraprendere gli studi in Legge) si ritrovò orfano di un esponente di spicco che volle fare di Bari sin dal 1979 (anno della sua elezione alla Camera dei Deputati nel Collegio elettorale che comprendeva anche Foggia nelle file del MSI) la sede di quel laboratorio politico in cui poter costruire il Centro-Destra, prima con Alleanza Nazionale e poi con Oltre il Polo.

Da fervente anticomunista, sosteneva che la maggioranza degli italiani (all'epoca) non era di sinistra. Fiero esponente del meridionalismo missino, Tatarella si impegnò tenacemente. anche mediante un'intensa attività giornalistica nel sdoganare la destra italiana dal retaggio fascista, al fine di poterla emancipare sul piano del dialogo e dell'inclusione di quei soggetti che non si riconoscevano nella relativa cultura politica. Un atteggiamento che gli valse il soprannome di Ministro dell'Armonia, durante la conduzione del Ministero delle Poste e Telecomunicazioni ed in qualità di vice presidente del Consiglio dei Ministri nel primo Governo presieduto da Silvio Berlusconi, sostenuto dalla maggioranza politica del centrodestra, risultata vincitrice delle elezioni politiche del 27 marzo 1994. 

La sua prematura scomparsa privò la politica italiana di una mente pensante nel delicato passaggio parlamentare e non solo strettamente politico-partitico dalla Prima alla Seconda Repubblica. Fu assertore della tesi di modifica del sistema elettorale per l'elezione dei membri al parlamento nazionale, proponendo l'introduzione di una relativa Legge caratterizzata dalla convivenza del proporzionale con il maggioritario e che prese il nome di "Tatarellum".

Un argine contro populismo e xenofobia

(Pixabay)
di ANGELO POTENZA - Non ho vissuto l’età dei totalitarismi, l’età della morte del pensiero critico, ma oggi più che mai posso considerare quanto è pericoloso il sonno della ragione. Nell’età del ritorno dei Malvolio di montaliana memoria, un semplice prendere le distanze non può bastare, non è più possibile una “fuga immobile”, anzi, può rappresentare una scelta immorale, un disimpegno colpevole.

Oggi non è più tempo di tacere, ma di prendere posizione, perché ogni esitazione potrebbe mettere a rischio le grandi conquiste culturali del secondo dopoguerra: la cooperazione internazionale, la democrazia, l’integrazione, la tolleranza, non possono essere valori negoziabili. Quello che maggiormente preoccupa, non è il ristretto e circoscritto disegno politico di Matteo Salvini, ma la constatazione dei consensi numerosi che colleziona.

Non è di Di Maio che mi preoccupo, e del suo serbatoio di voti “protestanti”, ma la constatazione che la protesta sinistroide abbia consegnato il paese a una destra becera e livida, e che una larga fetta di intellettuali non si sia ancora resa conto che si è prostituita alle peggiore delle destre, non a quella progressista ed europeista, ma alla destra razzista e violenta di Salvini. Una destra incapace di cogliere i segni del tempo, di progettare un mondo di uomini in grado di vivere insieme pacificamente, nella consapevolezza che ogni vero progresso raggiunge la sua pienezza col contributo di molti e con l’inclusione di tutti, seguendo l’insegnamento terenziano, alla base della cultura occidentale: “Homo sum humani nihil a me alienum outo”.

Appartengo al mondo della formazione, sto in trincea a contatto con una generazione vivace, intelligente, elettronica e “veloce”, che “vivendo in burrasca”, rischia di precipitare nel baratro dell’intolleranza, dell’aggressività pericolosa e ignorante. Questi stessi giovani invece meritano di essere salvati, una cultura in grado di coniugare pathos e logos, che percepisca l’uomo come fine e non come mezzo, che consideri “l’altro da sé” una risorsa importante, giammai una minaccia. Nell’età delle interconnessioni, con c’è niente di più assurdo e anacronistico dei muri e dei silenzi colpevoli.

E’ solo nelle diversità che si può cogliere il vero senso della bellezza e l’essenza di un impegno costruttivo che non è mai discriminante, ma sempre inclusivo, totalizzante e interdipendente. Non è neanche questione di destra e di sinistra, di rosso o nero, ma il problema è soprattutto di carattere culturale. La vera emergenza è quella di costruire un argine contro ogni forma di populismo, contro la xenofobia, contro i nuovi razzismi in nome di una società civile che riparta dall’uomo, non prima dall’uomo italiano, né come in passato, prima dall’uomo della Padania, ma dall’uomo in quanto umanità.

E’ necessario che in ogni campo, sia politico che economico, culturale e sociale, non si perda mai di vista l’uomo, la sua dignità, il suo inestimabile valore, e al di là di ogni faglia e filo spinato, lo si consideri il fine ultimo di ogni progetto. Intellettuali di tutto il mondo, unitevi: c’è molto da fare, a partire dalla formazione scolastica. Se uniti si costruirà una forza inarrestabile, la forza della cultura, la sola che possa costituire un argine autentico contro la deriva pericolosa del populismo e della miseria, principalmente di quella della mente e dello spirito. (Questo articolo è una risposta all’appello lanciato, giorni fa, dal filosofo Massimo Cacciari)

Camusso ambasciatrice della Cgil nel mondo? Landini lancia la proposta da Bari


di NICOLA ZUCCARO - "Susanna Camusso, con la sua esperienza, può essere l'ambasciatrice della Cgil". Nel suo discorso di insediamento ufficiale alla guida della "storica" Confederazione sindacale italiana, Maurizio Landini ha invitato il suo predecessore nell'ultima giornata del XVIII Congresso nazionale a restare al servizio del sindacato con l'incarico di promotrice della Cgil nel mondo.

Un riconoscimento motivato non solo dai faticosi quanto difficili 8 anni di guida del sindacato ma anche dalla capacità di dialogo con tutte le sigle del sindacalismo internazionale, come testimoniato dal convegno sulle prospettive del Sindacato europeo svoltosi sempre a Bari presso la sede dell'Archivio di Stato nel pomeriggio di lunedì 21 gennaio 2019. Una carta che Susanna Camusso potrebbe giocare per ritentare la scalata alla guida della Confederazione sindacale mondiale, sulla scia del suo illustre predecessore Giuseppe Di Vittorio.

Andreotti mi disse: "Giovanotto, portami al Ciolo!"


di FRANCESCO GRECO - L’invito dello statista della Dc fu deciso, perentorio: “Giovanotto, portami al Ciolo, finalmente voglio vederlo…”. Correva l’anno di grazia 1979, Andreotti (nasceva 100 anni fa, il 14 gennaio 1919 e moriva il 6 maggio 2013) era in Puglia, a Bari, per inaugurare la 43ma edizione della la Fiera del Levante: era infatti Presidente del Consiglio (del governo di unità nazionale seguito all’assassinio di Aldo Moro).

Sbrigato in mattinata l’impegno istituzionale, in un pomeriggio caldo, assolato (era settembre), il “divo” Giulio decise di concedersi un pomeriggio di vacanza. La Provincia di Lecce (presidente Pietro Licchetta) gli mise a disposizione uno dei suoi autisti, a cui Andreotti (in politica per ben 78 anni, 7 volte premier, 26 ministro) rivolse l’invito di cui si diceva all’inizio.
 
Partirono verso sud. Fecero la Statale 16 e all’altezza di Maglie deviarono per Otranto, puntando a sud-est, verso il Capo di Leuca.
 
Andreotti guardava il paesaggio, in silenzio, come rapito dalla sua bellezza, di cui fino ad allora aveva solo sentito parlare. E intanto sfogliava le carte della sua borsa nera, consultava l’agenda.
 
Percorsero la Litoranea delle Terme e quando giunsero al “Ciolo” (l’incantevole gola di pescatori, le cui estremità negli anni Sessanta erano state unite da un ponte), l’autista si fermò.

Andreotti scese e guardò il mare, le montagne dell’Albania sulla costa di fronte: restò così, assorto, silenzioso, per quasi mezzora. Poi si scosse e risalì in macchina.

L’autista rifece il percorso inverso. E quando giunsero a Lecce, l’uomo politico volle ricompensarlo consegnandogli una busta. L’autista, imbarazzato, si rifiutò di prenderla. Lo statista insistette. L’autista pure.

Alla fine, era ormai quasi sera, spazientito, Andreotti lo minacciò: “Se non la prendi ti faccio licenziare…”.  Il tono era fra il serio e il faceto, tipico di Andreotti, uomo notoriamente molto ironico, sempre con la battuta pronta (“Il potere logora chi non ce l’ha”). Così l’autista si decise ad allungare la mano e quando giunse a casa, curioso la aprì e sorpresa: dentro trovò ben 2 milioni: era il regalo di Andreotti per averlo portato al “Ciolo”.
 
Al di là delle leggende metropolitane e dei film, il “divo” fu quindi un uomo generoso.

Inutili sprechi alla Regione Puglia

di VITTORIO POLITO - La tendenza della Regione Puglia a sprecare fondi pubblici viene da lontano. Già negli ‘90, infatti, pubblicava il periodico “Cronache della Regione Puglia” in ben 15000 esemplari (n. 12 – 1992), composto di 144 pagine, distribuito gratuitamente e che, nella maggior parte dei casi, veniva cestinata. La pubblicazione riassumeva l’attività dell’Amministrazione Regionale, attività che si poteva leggere su tutti i quotidiani e sul “Bollettino Ufficiale della Regione Puglia”, quindi un inutile doppione.

Oggi mi capita di leggere alcune delibere del Consiglio regionale, dall’esame delle quali si evince che il citato Ente che rappresenta la nostra Regione, in nome della cultura, ha speso nel 2018 ben 15165 euro per l’acquisto di libri che vengono regalati o conservati in qualche deposito e, forse, col passare del tempo finiscono in discarica. Le delibere sono le seguenti: 31.1.2018 € 1190; 12.4.2018 € 2300; 2.10.2018 € 4960; 25.10.2018 € 675; 11.12.2018 € 6040. Somme che potevano essere destinate a favore della sanità per la dispensa dei cerotti-sensori per i diabetici che sono stati oggetto anche di interrogazione parlamentare, o per altre necessità che il contribuente è costretto a pagare. In sostanza noi paghiamo ticket, farmaci e quant’altro per consentire alla Regione di acquistare libri da regalare.

È il caso di ricordare che la Regione Puglia da circa un anno ha comunicato l’approvazione del cerotto-sensore per diabetici, soprattutto per minori (4-18 anni) e particolari patologie, ma ad oggi non è ancora disponibile.

Mi piace ricordare agli amministratori della nostra Regione che la sanità, è prioritaria rispetto alla cultura. La salute è il presupposto per potersi godere altri beni tra cui, appunto, la cultura.

Ricordo al presidente della Regione Puglia, nonché assessore alla sanità, che su certe patologie e su certi ausili salvavita non si scherza e non si rimanda “a babbo morto”. Pertanto, si sollecitano ancora una volta la Regione e l’ASL competente a “darsi una mossa” per consentire ai diabetici di utilizzare il prima possibile il “Flash glucose monitoring”.

Per concludere ricordo a chi di dovere che prima della cultura viene la salute e se non c'è salute i libri non servono!

4 novembre: l'Unità nazionale dimenticata e non più festeggiata dal '77

di NICOLA ZUCCARO - Il 4 novembre 1918, all'indomani della firma della resa da parte dell'esercito austro-ungarico dinanzi a quello italiano e con l'ingresso dell'Esercito italiano in Trento e della Marina militare italiana in Trieste, si conclusero 3 anni dolorosi, costernati da lutti e lacerazioni, storiograficamente racchiusi per l'Italia nel Primo Conflitto mondiale 1915-1918. Un triennio che, secondo la storiografia italiana, fu decisivo per il compimento del processo di unificazione nazionale rimasto in sospeso dal 1861, anno nel quale si realizzò l'Unità territoriale e politica dell'Italia.

Se a 100 anni di distanza dagli eventi precedentemente menzionati la gran parte degli storici sostiene che il 4 novembre non rappresentò solo un successo militare ma anche civile, per la compattezza e per la compresenza dei combattenti italiani (provenienti in gran parte dall'Italia Meridionale) nel respingere l'invasione straniera, rappresentata dall'esercito austro-ungarico, ci sono i presupposti per riportare il "rosso" sul 4 novembre.

La festività civile istituita con un Regio decreto del 1923 rimase in vigore fino al 1976 e dal 1977 fu "trasferita" per le varie onoranze ai caduti alla prima domenica di novembre. Si pagherebbe così quel debito che l'Italia, a 100 anni dalla fine della Grande Guerra, non ha ancora saldato verso coloro che sacrificarono la propria vita a difesa della sovranità e dell'unità nazionale.


L'Italia avrà un altro Pier Paolo Pasolini?

di NICOLA ZUCCARO - 2 novembre 1975. Erano da poco passate le 6.30 della giornata dedicata ai defunti quando una donna rinvenne, nei pressi dell'Idroscalo di Ostia, quel cadavere che qualche ora più tardi, a seguito del riconoscimento da parte del suo amico Ninetto Davoli, corrispose al corpo di Pier Paolo Pasolini. Da quel giorno, nell'elenco (già lungo) dei Misteri d'Italia, fece il suo ingresso uno dei casi riaperti negli ultimi anni, anche e soprattutto per merito delle rivelazioni del compianto Pino Pelosi.

Colui che ripercorreva i "ragazzi di vita", da Pasolini raccontati sia nel cinema che nella letteratura, fu fermato a poche ore di distanza dalla macabra scoperta. Già noto alla Polizia come ladro di auto e fermato sulla stessa Alfa Gt 2000 di proprietà del Pasolini, l'allora 17enne rivelò nel primo interrogatorio di essere stato avvicinato dal celebre letterato nelle vicinanze della Stazione Termini e da questi invitato a salire sulla vettura, dietro la promessa di un compenso in denaro, da contraccambiare con una prestazione sessuale e successivamente consumatasi nel luogo del delitto.

La dinamica (a tutt'oggi poco attendibile) attraverso cui si consumò l'efferato omicidio consistette in ripetute bastonate alle quali seguì il brutale investimento con la stessa auto guidata da Pino Pelosi. Questi fu condannato in primo grado per omicidio volontario in concorso con ignoti e il 4 dicembre 1976 con sentenza della Corte d'Appello; pur confermando la condanna dell'unico imputato non fu escluso il riferimento alla presenza di altre persone parte attiva nell'omicidio.

Un elemento di non poco conto che, a 45 anni di distanza da quel macabro rinvenimento, tiene ancora in piedi la tesi secondo cui il truce assassinio fu compiuto da più persone e mosso da un movente politico. A sostenere questa tesi furono gli amici e gli intellettuali vicini a Pasolini, perchè fondata se rapportata alla sua produzione letteraria e cinematografica così scomoda, tanto da aver provocato allo stesso Pasolini dei duri periodi di isolamento nel corso della sua vita.

Di Pier Paolo Pasolini resta, oltre al Mistero della sua barbara morte, una voluminosa produzione letteraria, dalla quale emerge che egli non fu solo un "Uomo di Lettere", come tanti del '900, ma fu anche quell'Intellettuale capace di indurre l'uomo comune a riflettere sull'andamento di una società in parte emarginata (raccontata in Ragazzi di Periferia) e al tempo stesso distratta dal consumismo e viziata da un mondo ostaggio del potere. Un ritratto che induce a domandare e a domandarsi se, a 45 anni di distanza, da quel tragico avvenimento, la cultura e la letteratura italiana potranno essere impreziosite da un "secondo" Pier Paolo Pasolini.

Il ‘caso’ Casalino e l’Ordine dei Giornalisti

di VITTORIO POLITO - Senza entrare nel merito delle motivazioni che hanno scatenato la rivolta del mondo giornalistico per le dichiarazioni di Rocco Casalino, ritengo quanto mai utile eliminare certi “Ordini”, quello dei “Giornalisti” in particolare, dal momento che certi presidenti, in certi casi e in certe situazioni, hanno adottato dei provvedimenti, anche secondo le leggi che regolano la materia, del tutto contraddittorie. Il riferimento è ai giornalisti-pubblicisti che si son visti cancellare dagli elenchi degli “Ordini”, solo perché “rei” di non essere stati pagati da editori di giornali e testate varie, mentre le stesse pagano profumatamente certe “firme” anche se scrivono “ovvietà”.

L’ex presidente nazionale dell’Ordine, Enzo Iacopino, si dimise poiché “Il recupero della credibilità della categoria si è rivelato un vero fallimento”. Prevalgono un gioco perverso e irresponsabile di opposte militanze, il settarismo, la superficialità, le urla, le volgarità. C’è chi si compiace di galleggiare tra gelati e patate. Perfino la trasmissione di segnalazioni ai Consigli di disciplina territoriali, un atto imposto dalle leggi e dalle norme interne, diventa materia per polemiche, alimentate da ‘professori del diritto’ che si dividono equamente dalla parte cui schierarsi.

Alcune testate pur di far apparire nomi “altisonanti”, con note dai contenuti spesso di nessun rilievo, soprattutto nei giorni festivi, pagano cifre esorbitanti, mentre in contemporanea “strozzano” i pubblicisti o i tirocinanti che tentano in qualche modo di guadagnarsi “il pezzo di pane” o di acquisire il diritto a iscriversi all’Ordine sborsando anche parecchi soldini.

Vito Crimi, definisce la decisione dell’OdG della Lombardia di aprire un‘istruttoria sul capo della comunicazione di Palazzo Chigi, “una svolta negativa nel rapporto tra giornalista e le sue fonti”.

Dice bene il “Movimento 5 Stelle”, “A cosa serve l’Ordine dei Giornalisti se non sanziona la diffusione delle notizie false e i comportamenti antietici di giornalisti mossi solo da interessi di partito e non dal desiderio di informare i cittadini?”

Forse aveva ragione Balzac, francese come il presidente Macron, quando affermava: «Le leggi sono ragnatele che le mosche grosse sfondano mentre le piccole ci restano impigliate».

Niente di nuovo se Solone (630 a.C.), come ci racconta Plutarco nelle «Vite parallele» affermava: «Le leggi sono come ragnatele, che rimangono salde quando vi urta qualcosa di molle e leggero, mentre una cosa più grossa le sfonda e sfugge».

Ridurre il tutto ad una questione di stelle, cadenti o lucenti non ci interessa, e non è da uomini che vogliono bene all’umanità, perché per quanto la legge possa essere ‘energica’ deve sempre fare i conti con i ‘bisogni’ e le ‘esigenze’ del popolo.

Settembre, scuola, caro-libri, poi file e folla fuori i negozi dei grandi marchi: dov'è la crisi?

di LUIGI LAGUARAGNELLA - 7 settembre, Milano, piazza Cordusio: apre Starbucks, il bar più famoso del mondo, fila di gente e strade bloccate. 8 settembre, Bari, via Argiro: apre Lego store, le famose costruzioni, folla all’inaugurazione. Si tratta di scene ormai consuete nelle grandi città. Gente assiepata in attesa delle aperture del negozio del grande marchio o del centro commerciale di turno. Una folla degna di un concerto, file e tempi d’attesa da pazienza di Giobbe per entrare, vedere e probabilmente comprare, comprare, comprare. Occorre poi ricordare la gente ammassata davanti le vetrine dell’Apple store all’uscita dell’ennesimo nuovo iPhone?

Non sono pochi gli esempi in cui i cittadini vanno a caccia dell’ultimo prodotto di moda e non sempre si tratta di una corsa al risparmio. Un telefono del marchio della mela, una scatola di costruzioni Lego oppure, da quello che si sente, un caffè dallo Starbucks, non sono per tutte le tasche. Eppure le tasche di tanti cittadini sembrano disposte a spendere quattrini. Sia chiaro tutto è lecito, ognuno può fare ciò che ritiene opportuno. Però è anche opportuno ricordare che è settembre e tanti cittadini dovranno affrontare le spese per l’inizio dell’anno scolastico e senza dubbio qualche mugugno farà eco per le strade, le scuole e gli organi di stampa: il caro-prezzo dei libri, i testi di lettura, il materiale da cancelleria.

Molto probabile che davanti ad una libreria o ad una cartoleria più che una fila festante e in trepida attesa troveremmo genitori pronti a lamentarsi. Anche in questo caso tutto è lecito. Non ci si sottrarrebbe alle polemiche per l’acquisto di un libro, non per sborsare euro per lo zaino all’ultima moda, il diario più cool dell’anno scolastico, astucci e borsellini da sfoggiare all’ultima moda, poi fa niente che in molti casi ci si ritrova ad essere agli ultimi posti per la promozione della lettura o più i generale sulla sensibilità culturale.

Ovviamente si percepisce un clima generale di un certo avvicinamento ai libri e alla cultura in genere e magari quelli che fanno la fila fuori i grandi negozi di telefonia, vestiti o altro sono anche clienti che senza lamentarsi spendono tranquillamente soldi per l’inizio dell’anno scolastico. Ma si sa, che per moda molta gente si indebita, fa di tutto per accontentare i propri figli per imitazione dei compagni, ma per il resto c’è sempre la crisi. E a farne le spese, è risaputo, sono sempre i libri, le arti e la cultura. Vedere quella gente in fila, in una lunga attesa addirittura per un caffè (come se non esistessero altri bar) la domanda è sempre la solita: ma davvero sta questa crisi?

I capitani 'sfasciati' della Serie A

di LUIGI LAGUARAGNELLA - Finita l’era delle grandi bandiere del calcio, quei capitani che si identificavano nei colori della maglia andando oltre le prestazioni sportive, sta per finire anche l’era delle fasce di capitano. La novità del campionato di Serie A, infatti, viene dalla Lega Calcio che ha imposto la regola di far indossare sul braccio la stessa fascia per tutti i capitani delle 20 venti squadre.

E’ strano come in un’epoca in cui apparentemente sia molto semplice personalizzare ogni oggetto, rischiando di uniformare proprio l’idea di personalizzazione, il mondo del calcio stia decidendo di limitare la creatività su un simbolo molto importante per un calciatore.

Certamente non possono esistere più i capitani di una volta, quelli di cui leggevi il nome della stessa squadra per decenni sui tabellini delle figurine panini, però quella strisciolina sul braccio può ancora rappresentare un segno di responsabilità, rispetto per tanti tifosi-persone, per una società.

Personalizzandola poi, magari con date di eventi, ricordi, anniversari o simboli particolari, rafforzava quella carica di leader. E in qualche modo avrebbe contribuito a tenere legati ancora un po’ i valori della vita (e non quelli del marketing e della pubblicità, motivo per cui si pensa che Lega abbia imposto una fascia uguale per tutti) a quelli dello sport.

Alcuni calciatori come De Rossi, Gomez e soprattutto Pezzella non intendono rispettare questa norma. La Lega ha avvisato che dal prossimo turno di campionato saranno previste sanzioni, anche se il capitano e tutti i calciatore della Fiorentina intendono mantenere per tutta la stagione la fascia in ricordo del loro compagno Davide Astori.

E’ ben ricordarlo: spesso molte fasce di capitano, alcune indimenticabili per bellezza grafica, venivano messe all’asta per devolvere il ricavato per qualche causa di beneficenza. Perché continuare a “sfasciare” i sani valori sportivi?

L'8 settembre visto da Conte (ri)parte da Bari

(ANSA)
di NICOLA ZUCCARO - "L'8 settembre 1943 dette il via alla fase di riscatto e di ricostruzione dell'Italia dinanzi alle devastazioni subite durante il secondo conflitto mondiale". Per una mattina, in occasione del settantacinquesimo anniversario del drammatico avvenimento che investì lo Stivale, Giuseppe Conte, pur non dichiarandosi un "professionista della politica", svestitosi dei panni del giurista per indossare quelli dello storico, ha preso spunto da questa pagina della storia contemporanea quale punto di ripartenza della vita economica e sociale di un Paese che a tutt'oggi denota, ai suoi occhi, uno squilibrio interno e una mancanza di fiducia nelle proprie potenzialità.

E per evitare la retorica, quella solita solita retorica che ha caratterizzato i precedenti discorsi inaugurali della Campionaria del Levante dei suoi predecessori a Palazzo Chigi, Conte ha chiosato: "Tutte le forze morali debbono guardare insieme al futuro del Paese, recuperando quello slancio che rappresentò l'effetto immediato dello spirito civico dell'8 settembre 1943 e che negli ultimi tempi si è raffreddato". E, in attesa di un secondo 8 settembre 1943, l'uditorio all'ascolto dei discorsi inaugurali l'82ma Campionaria ha applaudito, riconoscendosi in questo passaggio di un intervento che, per le origini pugliesi dell'attuale premier, ha riservato una particolare attenzione ai problemi del Mezzogiorno d'Italia.

Bari Calcio, un rebus imprenditoriale per il titolo sportivo

di NICOLA ZUCCARO - Nella giornata di oggi, lunedì 23 luglio 2018, tramite posta certificata, la Figc ha consegnato ufficialmente al sindaco di Bari il titolo sportivo della principale squadra di calcio del capoluogo pugliese. Un atto dovuto che non troverà impreparato Antonio Decaro, impegnato sin dall'ultimo fine settimana nella maratona degli incontri coi possibili acquirenti del Bari Calcio e che proseguirà fino a oggi.

Il primo cittadino barese, dopo le rassicurazioni espresse alla tifoseria in occasione degli incontri pubblici di venerdì 20 al della Vittoria e di sabato 21 luglio a Pane e Pomodoro, dovrà gestire una situazione delicata, non solo per le ricadute sportive su Bari, ma anche per quelle politico-elettorali poichè il conto alla rovescia che separa dalle elezioni comunali del maggio 2019 è iniziato da tempo. Un esito che, nella fattispecie di Decaro (nel caso della sua ricandidatura a sindaco), sarà condizionato dalla scelta della cordata di imprenditori alla quale affiderà il titolo sportivo e fondamentale per la costituzione di una nuova Società.

Quest'ultima potrebbe corrispondere alla SS Bari 1908, che sarà ufficialmente costituita martedì 24 luglio 2018, presso uno studio notarile e sostenuta da 20 imprenditori baresi, ciascuno dei quali disposto a versare 100mila euro e che sin da ieri sta suscitando non poche perplessità nella tifoseria biancorossa che si domanda: "Ma prima dov'erano?" oppure "Andranno d'accordo?".

Dubbi di non poco conto, che potrebbero rimettere in corsa per l'acquisizione del titolo sportivo degli acquirenti esterni al territorio locale e ai quali il sindaco - quale temporaneo custode dello stesso - porterà quasi sicuramente in dote l'astronave del S.Nicola per la relativa riqualificazione dell'impianto e dell'area circostante. E se è vero come è vero che il Patrono di Bari è amante dei forestieri, il colpo di coda esterno del "nessuno è profeta in patria" potrà esserci e con buona pace degli imprenditori locali che stranamente hanno riscoperto, è chissà per quale "secondo fine", l'amore per il Bari Calcio.

Bari, seguire la scia del 7 luglio o continuare nella disgregazione del bene comune?

di LUIGI LAGUARAGNELLA - Non deve passare come un evento bello e passato. Sette giorni fa papa Francesco era a Bari insieme ai capi religiosi della chiesa Ortodossa e cristiana mediorientale. Il capoluogo pugliese si è ritrovato ad essere la pagina di storia di un incontro di preghiera e di dialogo che può scrivere un capitolo nuovo sulla pace, soprattutto in quelle terre dalla Siria alla Palestina che rischiano di essere dimenticate o in uno stato costante di conflitto.

Bari si è fatta trovare pronta a questo grande appuntamento voluto dal pontefice argentino. L’eccellente organizzazione da parte di tutto l’apparato della sicurezza insieme quello dei volontari ha senza dubbio proiettato la città ad un salto di qualità. Questo, come dimostra la giornata del 7 luglio, può avvenire soltanto con uno spirito di collaborazione.

Bari, in quel giorno, ha incarnato davvero il ruolo di ponte tra occidente e oriente e in San Nicola trova i suoi appoggi. Il santo di Myra è il timbro, anzi il murale (come quello che si affaccia su Lungomare), di cui i baresi devono prendere maggiormente coscienza e non solo ricordarlo per il folklore o la festa patronale. San Nicola è simbolo dell’ecumenismo, del dialogo e la città che custodisce le sue reliquie deve mostrarsi all’altezza, deve poter metterci del suo per il dialogo, per il processo di pace, per lo sviluppo. La presenza del papa in questa estate 2018 deve porre domande e deve mettere al lavoro cittadini, intellettuali, lavoratori.

San Nicola è un dono della storia alla città e all’umanità intera ed è giusto che tutti abbiano accesso e sia permesso rispettare e venerare, scoprire e studiare, questo santo e ciò che rappresenta.

Senza sospetto, si può dire che l’incontro per la “pace in Medio Oriente” proietta Bari in una dimensione europea. L’organizzazione dei due momenti su Lungomare e in Basilica, miracolosamente (per una città del sud) non ha riscontrato inefficienze e anomalie. Il flusso dei 70000 fedeli è stato gestito in modo ineccepibile.

A Bari, per la prima volta, si è visto un papa seduto in un pulmino scoperto insieme ai suoi colleghi religiosi.

Finalmente nel capoluogo pugliese si sono riunite non soltanto le intenzioni di pace, ma le forze e le disponibilità dei baresi. E forse occorreva il papa. All’ombra di San Nicola i baresi hanno urlato la parola “unità” per un dialogo religioso. Questa parola i cittadini dovrebbero ricordarsela nei fatti. Quasi ci si dimentica che i baresi, pur essendo un popolo accogliente, raramente tendono a ragionare in un’ottica di aggregazione, di unione. E’ giusto ammetterlo: si tende a fare gli affari propri, difficilmente si percepisce un senso di inclusione, nonostante i tentativi di “fare rete” nei diversi bisogni della società.

Troppo spesso e in tutti i settori da quello lavorativo a quello universitario, da quello associativo fino anche a quello religioso, si tende eccessivamente a guardare il proprio orticello, lasciando fuori la speranza di realizzazione di tanti ragazzi che vogliono mettersi in gioco e cercano spiragli qui. La coesione cittadina è inconsistente. Si guarda sempre al proprio terreno, arricchendo sempre più i suoi componenti e mai offrendo possibilità di distribuzione di talento e ricchezza. La giornata insieme a papa Francesco ha dimostrato che si può essere coesi che ognuno può fare la sua parte solo se si è aperti all’altro che è al fianco.

A Bari molti aspetti emersi dal 7 luglio possono diventare sistemi, possibilità se solo c’è la volontà di crederci, di crescere, di aprirsi, di guardare l’orticello del vicino, non per spettegolare, ma per unire i terreni. Come ha fatto il papa con il suo appello ai vertici delle chiese del Medio Oriente.

Il popolo barese può essere, infatti, lo specchio di ciò che sta accadendo alla sua squadra di calcio che sta andando allo sfascio e addirittura al fallimento soprattutto per mala gestione, mala comunicazione, un non-dialogo e accordo tra diverse teste che si incolpano, anziché collaborare. Il calcio a Bari rispecchia l’indole dei cittadini.

La tendenza è che chi è escluso continua a rimanere tale in campo lavorativo, intellettuale, giornalistico, culturale e religioso. In tale contesto disgregato è inevitabile che ognuno sia costretto ad “arrabattarsi” da solo, ridimensionando sogni e progetti che in fondo sono per il bene comune della città.

Servono sempre le persone dall’esterno per rinsaldare un senso di appartenenza e di coesione, come ha fatto papa Francesco capace di aggregare e coinvolgere naturalmente.

Cosa vogliono fare i baresi: seguire la scia dello spirito di unità del 7 luglio oppure continuare con la disgregazione per interessi del proprio orticello contro il bene comune?

Il futuro del Bari fra comunicati e contro comunicati

di NICOLA ZUCCARO - Nessun aumento del capitale per il Bari, attraverso la sottoscrizione di quote da versare entro le ore 18 di lunedì 16 luglio all'attenzione dello Studio notarile diretto del Dott.Michele Labriola, ma da consegnare direttamente alla Società di via Torrebella e quindi 'nelle mani' di Cosmo Giancaspro. Dopo il primo comunicato stampa che annunciava quanto scritto in apertura, ad elevare la temperatura (non solo atmosferica) ha provveduto la stessa Società di via Torrebella che "rettificava" quanto pubblicato in precedenza.

Un buon motivo che contribuisce a rendere ulteriormente incandescente il clima attorno alla ricapitalizzazione del club biancorosso. Occorrono per essa 3 milioni di euro che dovrebbero pervenire da soggetti 'terzi'; ossia da imprenditori ai quali dovrà essere affidato l'onere di coprire le quote di maggioranza (pari al 70%) dell'Fc Bari 1908 e con Giancaspro che resterebbe socio di minoranza e controllore del restante 30% del pacchetto azionario.

Chi si avvicinerà al Bari, alla luce dei capovolgimenti che hanno contrassegnato la calda giornata di giovedì 12 luglio 2018? Nelle ultime ore sono stati citati diversi nomi di imprenditori (dall'attuale patron del Bisceglie Nicola Canonico all'attuale suo omologo Onofrio Lopez in quel di Monopoli, fino ad un certo Nicola Brienza, imprenditore barese con base operativa in Cina), ma tutto resta ancora top secret e il tempo stringe, come evidenziato in una dichiarazione diramata agli organi di informazione locale dal sindaco di Bari, Antonio Decaro.

Fc Bari 1908, su di te non c'è pace!

di NICOLA ZUCCARO - Dalla rinuncia di Gianluca Paparesta al suo ritorno in qualità di socio di maggioranza alle dimissioni di Francesco Biga da componente del CdA dell'FC Bari 1908. E' quanto basta per tracciare quel quadro che racchiude una situazione caotica e al tempo stesso conflittuale e senza precedenti nell'ultracentenaria storia del sodalizio biancorosso. Se entro le 23.59 di quest'oggi - mercoledì 11 luglio 2018 - non si reperiranno i 4,6 milioni di euro necessari per la ricapitalizzazione del club, la prima squadra del capoluogo pugliese scomparirà dal calcio professionistico e sprofonderà, inevitabilmente, fra i dilettanti.

Uno scenario ma prima ancora una prospettiva da scongiurare e che rischia di riproporsi a 65 anni di distanza dall'unica partecipazione del Bari Calcio in un Torneo di Serie D. Oggi come allora - con la stagione sportiva 1952-53 alle porte - si cercò di coinvolgere l'intera cittadinanza nelle sue varie espressioni sociali e professionali per evitare il crack.

Nelle ultime ore, oltre al coinvolgimento da parte del Sindaco di una quarantina di imprenditori locali per salvare il Bari dal fallimento, c'è anche qualche consigliere comunale, come Domenico Di Paola, che in una conferenza stampa convocata nella mattinata odierna annuncia l'elargizione di un proprio finanziamento, precisando che non si candiderà alle Amministrative del 2019.

Quanti suoi colleghi a Palazzo di Città seguiranno l'esempio? In attesa di ulteriori sviluppi, e considerata la tormentata situazione del calcio barese, è quanto mai opportuna parafrasare e al negativo l'implorazione pronunciata sabato scorso da Papa Francesco sul sagrato della Basilica di San Nicola: "Fc Bari 1908, su di te non c'è pace!".

Quei 'panari' intrecciati da Mohammad

di FRANCESCO GRECO - LECCE. Donald Trump dice che i migranti sono tutti ”criminali”. Zero in Storia al 37° presidente degli Stati Uniti d’America: proprio loro sono i padri della patria stelle e strisce.  Matteo Salvini fa eco, e li spaccia per parassiti: “Colazione, pranzo e cena”. Una narrazione gonfia di pregiudizio.
 
Le cose stanno davvero così? Al “Cara” di Mineo (Catania) cercano di dare un’arte e un mestiere ai migranti. Ecco cosa ha dichiarato giorni fa a ”La Stampa” il direttore Giuseppe Di Natale: “Qui svolgiamo numerose attività per l’integrazione. Quest’anno la squadra di calcio è stata promossa in Promozione; abbiamo corsi di italiano, di informatica, laboratori professionali, l’orto biologico, attività teatrali...”. Conosciamo migranti che la notte fanno i guardiani alle fabbriche.
 
Cose che si fanno anche in altri centri di accoglienza sparsi per l’Italia. Inclusa l’ARCI (Comitato Territoriale di Lecce). Tempo fa siamo capitati in una fiera di campagna, e grande è stato il nostro stupore nel trovare un migrante nigeriano che vendeva “panari” (cesti intrecciati con canne e tralci d’ulivo), un lavoro della tradizione locale (Acquarica del Capo e dintorni).
 
Muhammad è da due anni in Italia, ha imparato a usare le canne e la tronchese e ora si sta creando un futuro, è il caos di dire, con le sue mani.

E come lui, tanti altri che hanno aderito al progetto “Intrecci” (mai termine fu più ontologico), un “laboratorio di formazione sull’arte dell’intreccio nella tradizione salentina… Attraverso lezioni teoriche e pratiche gli allievi hanno potuto apprendere le tecniche di intreccio e l’utilizzo dei materiali presenti nel Salento… L’intreccio è un linguaggio universale in grado di accomunare le differenti culture… Questi manufatti vogliono essere anche portatori di un messaggio di accoglienza…

Abbiamo ribattezzato i vari modelli assegnando un nome originale nella lingua di provenienza delle persone che li hanno realizzati per creare insieme nuovi intrecci forti e duraturi, simbolo di incontro e condivisione col mondo”.

E’ il caso che “The Donald” e il neo ministro dell’Interno e vice-premier, prima di lanciare crociate e dare addosso agli “untori”, si documentino meglio: i primi a guadagnarci sarebbero proprio loro.

Habemus Governo, purchè governi

(credits: Quirinale)
di NICOLA ZUCCARO - Sono da poco passate le ore 22.00 del 31 maggio 2018 quando un Sergio Mattarella visibilmente emozionato nel ringraziare la stampa accreditata al Quirinale lascia la Loggia d'onore fra gli applausi scroscianti rivolti dalla stessa ad indirizzo del presidente della Repubblica. Applausi, al tempo stesso, liberatori e che mettono fine a quelle giornate estenuanti ma cariche di quella tensione e di quella confusione senza precedenti nella Storia della Repubblica.

Si concludono così questi 88 giorni, i più lunghi forse dell'era repubblicana, e che si auspica risultino nel tempo essere stati utili per dare all'Italia un Governo che governi a partire dalle ore 16 di venerdì 1 giugno 2018 (vigilia del 72mo anniversario della nascita della Repubblica italiana), quando i ministri del nuovo esecutivo presieduto da Giuseppe Conte giureranno al Quirinale dinanzi al Capo dello Stato.

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