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Mercati rionali alimentari: l’igiene e la pulizia? Un optional


di VITTORIO POLITO - Il recente blitz effettuato a “N’dèrr’ a la lanze”, il mercatino del pesce cotto e crudo del Molo San Nicola, frequentato da sempre da baresi e “Zia Zì” per degustare i prodotti del mare, ha portato alla ribalta il problema ignorato da molti e che solo uno sparuto numero di consumatori facevano caso alla insalubrità dell’acqua con la quale si lavavano pesci e frutti di mare, o si battevano polpi. In sostanza si prelevava acqua inquinata al massimo, quasi una cloaca, in quel tratto di mare tra il Teatro Margherita ed il mercatino, e molto raramente si registrava l’intervento della Polizia locale per salvaguardare la salute dei cittadini. Chissà quante persone hanno contratto epatite e patologie gastrointestinali consumando i frutti di mare che si vendevano su quelle bancarelle.

Alla fine “tanto tuonò che piovve” e finalmente si sono accorti dei pericoli che correva la popolazione e si è provveduto a sequestrare pesce e frutti di mare senza alcuna tracciabilità e mal conservati.

Ma non si tratta della sola mancanza di igiene ma delle più elementari norme di pulizia che è bene richiamare alla mente prima di ogni cosa. L’igiene è un ramo della medicina che mira alla salvaguardia dello stato di salute ed al miglioramento delle condizioni fisiche e psichiche e il suggerimento delle misure di protezione sanitaria della popolazione. Ma prima dell’igiene viene la pulizia, cioè la mancanza di ogni sorta di sudiciume e di sporcizia. Questi i principi informativi dai quali scaturisce, tra l’altro, il controllo e la pulizia delle strade e dei mercati. 

Ma nella fattispecie così non è. Chi frequenta i mercati o certi esercizi commerciali, ad esempio, sa bene che le condizioni igieniche non esistono. Infatti da decenni è scomparso il vigile che assicurava, qualche controllo igienico o di polizia nei mercati. I commercianti alimentari, nella maggior parte dei casi, non usano guanti ma maneggiano indifferentemente soldi, merci e tutto quello che gli capita tra le mani. I mercati sono lasciati al loro destino senza controllo alcuno.

Bari, con l’Amministrazione Decaro e l’assessore Palone, da qualche tempo ha iniziato a seguire il problema, partendo dai venditori ambulanti insediati sui nostri lungomari per vendere fritture, arrosti e bevande, specie in occasione di feste, tralasciando le più elementari norme igieniche e di pulizia.

Si auspica che questo blitz non sia solo fumo negli occhi, ma l’inizio di una campagna igienica da seguire tutto l’anno per assicurare ai cittadini prodotti igienicamente sicuri. Solo così potrà tornare a vivere il nostro bel mercatino del pesce che i baresi hanno sempre frequentato per degustare certi prodotti del mare che solo a Bari sono consumati crudi, in barba a tutte le leggi e le disposizioni che ne sconsigliano l’uso.

Furbetti del cartellino: non fare di tutt’erba un fascio


di VITTORIO POLITO - Con il titolo di “Giustizia estiva”, il Dott. Antonio Belpiede (Responsabile del Coordinamento Punti Nascita della Regione Puglia ed ex Primario Ginecologo Ospedale di Barletta) ha pubblicato sul suo profilo facebook la seguente lettera, che in parte condivido, “a difesa”, del collega Sabino Santamato, arrestato a Monopoli nella maxi retata dei “furbetti del cartellino”, senza entrare nel merito dei provvedimenti adottati dalla Procura di Bari.

«Il dottor Sabino Santamato Primario Ginecologo di Monopoli è stato arrestato, nella maxi retata di Monopoli, per essersi allontanato “in due occasioni per un totale di 8 ore di assenza”. (sic!) “Fraudolentemente” dicono i magistrati Chiara Giordano e Antonella Cafagna. Parlano di “cattiva influenza”, di “istigazione” oltre che di “mancata vigilanza” del Primario nei confronti della sua equipe. La solita veemenza verbale che nasconde il probabile nulla dell’istruttoria e che serve a giustificare un arresto invece di un avviso di garanzia, ritenuto meno spettacolare. Da circa due anni Sabino Santamato è Primario a Monopoli e ha ottenuto risultati eccellenti in poco tempo. Nella riunione del Coordinamento Nazionale Punti Nascita quello di Monopoli è stato segnalato come un reparto virtuoso, come pochi altri in Puglia. Un direttore di struttura complessa non ha, per contratto, obbligo orario. È valutato sugli obiettivi aziendali. 

Il Primario ha un orario flessibile e anche se fa ore in più, di giorno o di notte, non ha diritto a straordinari. È obbligato ad una reperibilità costante e deve rispondere ad emergenze ovunque si trovi perché lo insegue una responsabilità oggettiva. Ha il dovere di timbrare solo per una sorta di “tracciabilità” che spesso non risulta se si scorda di farlo quando va in amministrazione chiamato dal Direttore o corre urgentemente in sala operatoria senza passare “dall’orologio”. I magistrati non hanno obblighi orari e non timbrano. Il “rispetto” dell’orario settimanale di 38 ore è una interpretazione aziendale non prevista dal contratto e diventata “norma” vessatoria. Sabino Santamato è un ottimo medico, un Ginecologo che ha salvato molte vite umane, che non ha smesso di lavorare neanche pochi mesi fa, quando è stato operato per una malattia importante, e che oggi vede insultata la sua professione da magistrati che ignorano anche le “regole di ingaggio” di un Primario, supportati da Direttori di ASL altrettanto ignoranti. Un arresto infamante e ingiusto che offende tutti i medici e i cittadini onesti. È giusto colpire i medici (e i magistrati) disonesti, ma non sparare nel mucchio per una vile e passeggera notorietà, innescando la solita canea lapidante. Dott. Antonio Belpiede».

L’alto numero dei primari coinvolti nella retata fa pensare che non si hanno ben chiare le idee sui contratti dei primari, caratterizzati da precise regole di ingaggio che rappresentano gli obiettivi da raggiungere concordate annualmente con il Direttore Generale della Asl di appartenenza, ma non si tiene conto che solitamente il responsabile di una Unità Complessa è praticamente sempre in servizio, poiché può essere chiamato in qualsiasi momento del giorno o della notte, per accorrere in sala operatoria o per le emergenze che si presentano nel reparto. In realtà bisognerebbe valutare i risultati, rispetto ad un mero orario di lavoro (almeno per certe categorie), senza parlare dei veri “furbetti” che si fanno timbrare i cartellini o, addirittura si allontanano del proprio posto di lavoro senza permesso alcuno.

Non per prendere le difese di qualcuno, che non spetta certamente al sottoscritto, ma è appena il caso di ricordare che i responsabili di strutture complesse devono pure rispettare gli obblighi per quanto concerne l’orario lavoro, ma non si dimentichi che sotto certi aspetti il loro orario di lavoro è flessibile, non potrebbe essere diversamente e, il dirigente è in ogni caso responsabile dell’efficiente gestione delle risorse attribuite i cui risultati solitamente sono sottoposti a verifica annuale tramite il nucleo di valutazione dell’Azienda Sanitaria. Inoltre sono attribuite anche funzioni di direzione, organizzazione della struttura da attuarsi nell’ambito degli indirizzi operativi e gestionali del Dipartimento relativi alla struttura affidata per il corretto espletamento del servizio.

Regione 2020, c’è Fitto


di FRANCESCO GRECO - BARI. Ci sarà un altro competitor alle elezioni regionali della primavera 2020. La news è ben schermata, ma è vera. Della serie “A volte ritornano…”, è un ex di casa in Regione e non da oggi, per diritto divino, di casata: Raffaele Fitto.
   
La “voce” girava già all’indomani delle Europee del 26 maggio, dove l’ex presidente della giunta regionale ed ex ministro agli Affari Regionali dell’ultimo governo Berlusconi, contro le più rosee previsioni, e per grazia ricevuta da santa Giorgia (Meloni), ha avuto un’ottima performance, toccando le 80mila preferenze con Fratelli d’Italia dov’è confluita la sua nicchia di “Conservatori e Riformisti” ormai alla deriva. A Maglie si è stappato lo spumante: i Fitto vanno famosi per il braccino corto...
   
E ora trova conferma, sebbene in termini di rumors insistenti. Il parlamentare europeo infatti non si sarebbe confidato al bar sport, ma con un uomo di Chiesa, il consigliere spirituale “storico” della famiglia, Padre Roberto Francavilla, dei frati Minori. Fitto ancora ieri ha negato, ma è mera tattica.
  
Appena la news è giunta nei corridoi infuocati di via Capruzzi, ci sono state delle fibrillazioni e qualcuno ha esclamato: “Evvai! Solo don Rafè può sconfiggere Emiliano…”. E nei chiaroscuri delle voci c’era un senso di liberazione come se l’ex magistrato fosse un pedante tiranno. E già inizia il posizionamento, il carro del vincitore annunciato. 

Andrea Caroppo, anti-Fitto per vocazione (anche lui parlamentare europeo, in uscita da Forza Italia, è stato eletto con la Lega), sinora sembrava essere stato investito direttamente dal vice-premier e ministro dell’Interno Matteo Salvini, che tempo fa a Bari fece outing, lasciando capire che con una candidatura “forte” il Carroccio avrebbe potuto impadronirsi anche della Regione Puglia. In stand-by ci sono altri nomi, ma forse alludeva proprio a Caroppo, anche se non ha molto quid (non usa felpe ma ama i rosari e i santini): è giovane, si farà, gli serve un istruttore per i social e i selfie.   

Due candidature della stessa area: il centrodestra. Una del tutto inedita e sulla cresta dell’onda (Caroppo, di  Minervino, a due passi da Maglie, anche lui figlio d’arte, 50mila voti e Lega che sale nei sondaggi) e l’altra, Fitto, proposta dai numeri per certi versi sorprendenti sortiti dalla competizione elettorale europea. Il primo a non  crederci era proprio lui: non si aspettava tanto masochismo, perché tutti i numeri della Puglia sono in rosso (produzione, disoccupazione, inquinamento, cervelli in fuga, ecc.). Ma ogni popolo si sucida come vuole. Infatti pare che abbia portato ex voto e acceso molti ceri a san Nicola. Anche perché la sua carriera ha avuto uno step prestigioso: è co-capogruppo di “Conservatori e Riformisti”, una casa in cui è ospite.
  
Se vogliamo applicare un minimo di sociologia e psicologia alla politica, potremmo affermare, senza tema di smentita, che il centro-destra non avrà una candidatura unica, in grado di fare sintesi. A meno che non sia oggetto di trattativa a livello nazionale e perciò imposta dall’alto. Cosa al momento improbabile. E comunque le carte le darà Salvini, Moscopoli si sgonfierà a livello di “Mamma, lo vedi quello?”.
   
Ciò indubbiamente, sulla carta, avvantaggerebbe il governatore uscente, posto che anche Emiliano – che in questi anni ha tessuto una fitta ragnatela finendo col perdercisi dentro - non “subisca” un altro competitor (lo speaker Giorgino inviso ai sovranisti del Tg1?): la vocazione della sinistra alla scissione dell’atomo è storica, dna. 
   
Avremo una lunga campagna elettorale. Quella subliminale è già in corso: quasi ogni mattina Fitto mena randellate alla ministra Barbara Lezzi, ma un po’ di galateo suggerirebbe di non sparare sulla Croce Rossa. Obiettivo sbagliato: i Cinquestelle pugliesi e i suoi peones ormai fanno solo scenografia. Li si sopporta per buona educazione. Generali senza un esercito, tornano al rango di nerd. Sic transit gloria mundi… 

Simulazioni a Ucronia


di FRANCESCO GRECO - Insonni e sospettosi cittadini di Ucronia, avventuriamoci in un viaggio fantastico, proviamo a immaginare scenari alternativi rispetto a quelli visti a Lampedusa, e a fare alcune ipotesi? Simulazione 1: una nave carica di migranti guidata dalla capitana Concetta, italiana, giunge in rada nel porto tedesco di Amburgo.
   
Cosa succede? Stando ai dettami del politicamente corretto, del Club Radicale, la fanno entrare tranquillamente, accolgono i 40 ospiti e li registrano? I tedeschi che poi ce li rispediscono drogati e che volevano solo i siriani “buoni”, che non esistono, leggenda metropolitana? E se fa un’azione di forza, come la signorina Carola qui, la Merkel applaude sul molo tutta eccitata da sussulti neoumanitari? 
   
Simulazione 2: se fosse approdata a Marsiglia, che accoglienza avrebbero riservato i moralisti francesi che alla frontiera di Ventimiglia ce li rispediscono nottetempo, come ladri, con la corriera? Che, marzo 2018, a Bardonecchia, respinsero una ragazza nigeriana malata e incinta, che poi morì di parto?
   
Simulazione 3: i parlamentari tedeschi sarebbero saliti a bordo della “Sea Watch 3” legittimando, di fatto, con una provocazione marinettiana, l’immigrazione clandestina e le soluzioni banditesche, da guappi, buone per i film d’avventura alla Salgari o Indiana Jones? Se sono gli stessi francesi e tedeschi d’improvviso pietosi, perché se ne disinteressano, evocando un antico proverbio di Terra d’Otranto: “Con la pelle altrui la cinghia la si fa bella larga…”?    
   
Ancora un’altra simulazione, più local: se il ministro degli Interni non fosse stato l’odiato, il razzista, il fascista, lo xenofobo Salvini ma, diciamo, Marco Minniti che i media portano in un palmo di mano, i “pirati” del Pd, + Europa e Leu (in cerca di visibilità mediatica come il tossico la “dose”) sarebbero andati sulla nave, con una forzatura lacerante, un atto di pirateria politica che mette in imbarazzo non Salvini, vaccinato a tutte le intemperie, o il governo, le cui leggi si applicano solo se è “amico”, ma proprio loro, i “pirati”, rozzi demagoghi, oltre che le istituzioni? O magari avrebbero invocato il rispetto delle regole, la legalità? Intonando il vecchio, logoro mantra “Aiutiamoli a casa loro”?

Per essere coerenti, scesi dalla nave dopo la performance, la buffonata (Casini ha ragione: “il centrosinistra è autolesionista), Orfini e compagni, se hanno gli attributi, dovrebbero portarsi a casa un paio di migranti cadauno, visto che guadagnano bene e possono permetterselo, vivendo di politica, altrimenti fanno la figura dei magliari, agit-prop qualunquisti, da inquisire per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. L’internazionalismo proletario deve essere militante, sennò è retorica. 

Sospesa nel cielo cobalto del Mediterraneo e dell’Europa “mite” (Raffaele Simone, “L’ospite e il nemico”, Garzanti) e masochista, infiacchita, che relativizza i suoi valori fondanti asportando crocefissi, un quiz per i “pirati 2.0”: hanno una soluzione sul tema, o si limitano a contrastare populisticamente le idee altrui, per un pregiudizio preso di corto respiro, vigliaccamente, senza sporcarsi le mani? 

Intanto la signorina Carola, citazione di sir Francis Drake, associata forzatamente ad Antigone diventata, a sua insaputa, un’icona della sinistra italica sempre assetata di simboli perdenti, di nicchia (Mimmo Lucano, Asia Argento, Luxuria, etc).
  
L’immigrazione è cosa seria e complessa, epocale, come aveva intuito in tempi non sospetti l’infedele Oriana Fallaci finendo out dalla narrazione politically correct e perciò condannata alla damnatio memoriae (cosa di cui non gliene poteva fregar di meno).
  
E’un intreccio irrisolto di leggende, favole e aspro realismo: soluzioni doc, chiavi in mano, non ce ne sono. “Bisogna cambiare”, dice Zingaretti, e dicci come. Fermo restando lo storytelling in parte falso che ci vendono i media (Boeri, ci pagano le pensioni: e quando mai?) e le associazioni umanitarie (chi gira l’Africa di rado vede bambini denutriti, ma le suddette li usano come esca per attrarre laute donazioni). 

Una soluzione, la meno peggio, potrebbe essere questa: e se restassero nei loro paesi, a prendere coscienza, combattere le satrapie e i dittatori, sfruttare le immense risorse che hanno e darsi un futuro di progresso e dignità che qui non concede più nessuno? Almeno una capanna ce l’hanno, qui possono solo spacciare droga. Marginalità di cui i nativi sono stufi, e votano Salvini.

Trump e la rielezione: vincere legalmente o illegalmente?


di DOMENICO MACERI* - “Il presidente degli Stati Uniti è pronto a commettere un reato per essere rieletto”. Queste le parole di Andrew Napolitano, ex giudice della Corte Superiore del New Jersey, e attuale collaboratore della Fox News. Napolitano si riferiva alla dichiarazione di Donald Trump fatta in un'intervista con la Abc News nella quale aveva detto che se “un Paese straniero” gli offrisse “materiale compromettente” su un suo avversario politico lui lo accetterebbe.

Napolitano non è stato l'unico a denunciare una tale azione illegale. Ellen Weintraub, la direttrice della Federal Election Commission, l'agenzia governativa non partisan incaricata di tutelare le leggi sulle elezioni, ha dichiarato categoricamente che “è illegale” per un candidato politico di chiedere o accettare “qualunque cosa di valore da uno straniero”.

Il 45esimo presidente si sarà reso conto di avere sbagliato poiché subito dopo ha comunicato con giornalisti della Fox News tentando di fare marcia indietro, dicendo che bisognerebbe ascoltare le informazioni da un ente straniero e poi determinare il da farsi. Il problema per Trump non sono però solo le parole. Le azioni parlano più chiaramente. È facile ricordare che nel giugno del 2016, Donald Jr., primogenito del presidente, il genero Jared Kushner, e il direttore della sua campagna elettorale si sono riuniti con un'avvocatessa russa la quale aveva promesso materiale compromettente sull'allora rivale avversaria Hillary Clinton.

Nella campagna elettorale del 2016 Trump aveva chiesto ai russi, in tono scherzoso, di trovare le e-mail scomparse dal server della sua avversaria Clinton. I russi stavano ascoltando come si è visto più tardi, in un momento buio della campagna di Trump poche settimane prima dell'elezione. Lo scandalo causato dal video di Hollywood venne a galla nel quale si sente Trump dire che a lui, da star, le donne concedono tutto, persino di prenderle dalle parti intime. Poco dopo Wikileaks rilasciò un sacco di e-mail della Clinton. Una mossa provvidenziale per Trump perché servì a distrarre i media dalle ripercussioni del video incriminante. Il fatto che i russi avevano un candidato preferito nell'elezione presidenziale ce lo ha confermato anche il rapporto di Robert Mueller. Il procuratore speciale sul Russiagate ha incriminato dodici funzionari russi di interferenza anche se Vladimir Putin non permetterà mai la loro estradizione.

L'atto illegale dell'aiuto russo non è stato sufficiente per incriminare Trump ma ci ricorda i problemi legali nell'attuale inquilino alla Casa Bianca, iniziati durante la campagna elettorale e continuati fino al presente. Si potrebbe credere, usando lenti generose per Trump, che le indagini delle commissioni alla Camera siano dovute a ragioni esclusivamente politiche. I fatti però ci testimoniano che Trump ha sempre sfidato e continua a sfidare la legalità con le sue parole e condotta.

Proprio di questi giorni la sua consigliera Kellyanne Conway è stata accusata di avere violato l'Hatch Act dall'ufficio del Special Counsel, incaricato di salvaguardare la condotta etica dei funzionari del governo. L'agenzia ha accusato la Conway di molteplici violazioni per l'uso della sua carica nei suoi attacchi contro politici democratici. Il dirigente del Special Counsel è Henry J. Kerner il quale è stato nominato da Trump. L'attuale inquilino della Casa Bianca ha però detto che non ha nessuna intenzione di licenziare la sua fidata collaboratrice.

Il procuratore speciale Mueller non ha esonerato né incriminato Trump nel suo rapporto poiché un presidente in carica è soggetto solo al giudizio del Congresso. Il 45esimo presidente ha capito che fin quando lui avrà il supporto dei legislatori repubblicani al Senato non ha molto da preoccuparsi nonostante il fatto che alcune voci del suo partito si sono alzate per condannare la sua dichiarazione di accettare aiuti da stranieri nella rielezione. Si tratta però di voci flebili che non sono accompagnate da azione. Il presidente del Senato Mitch McConnell del Kentucky è soddisfatto dalla condotta di Trump e non ha nessuna intenzione di permettere voti sulla difesa dell'integrità delle elezioni americane fin quando i repubblicani ne traggano vantaggi. McConnell viene ripagato da Trump con nomine di giudici di destra che lui vede indispensabili poiché queste toghe rimangono nel sistema giudiziario a vita.

In mancanza di contrappesi al potere dell'esecutivo da parte dei repubblicani, i democratici che controllano la Camera, si trovano nel difficile compito di dovere sostenere tutto il peso per arginare gli eccessi etici e persino quelli presumibilmente illegali del presidente. Nancy Pelosi, la speaker della Camera, sta agendo con grande prudenza, esitando a procedere sull'impeachment poiché crede che una tale strada rafforzerebbe la situazione politica di Trump e lo condurrebbe a una facile rielezione. La Pelosi, in effetti, interpreta gli “incoraggiamenti” di Trump all'impeachment come un trappola dove lei non vuole cadere. Ciononostante il numero di parlamentari che supportano l'impeachment è aumentato a 69 (68 democratici e uno repubblicano). Alla fine si crede che ci sarà poca scelta poiché in caso contrario Trump sarebbe incoraggiato a continuare spudoratamente a infrangere le regole e le leggi, stabilendo precedenti che futuri presidenti con tendenze dittatoriali come Trump, potrebbero seguire, ridimensionando il potere e le responsabilità del ramo legislativo.
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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

Web libre


di FRANCESCO GRECO - E’ stata accolta con grida di giubilo e spari di petardi tipo bomba Maradona la news che Facebook Italia ha chiuso – su denunzia della Ong Avaaz - 23 pagine in cui si ravvisavano “Contenuti divisivi contro i migranti”. Come se i migranti fossero una razza a parte, bisognosi di tutele e non bastasse quella del Papa, o il tribunale del mondo. E fosse etico strapparli ai loro villaggi per rinchiuderli, in cattività, nei centri di accoglienza, lager 2-0, blindati in una vita biologica, senza un futuro. 

Sulle Ong ognuno pensa quel che meglio gli pare, però, il fatto che, appena firmi on line una petizione, subito ti propongono di fare una donazione, svela la natura diciamo così poco ideale e un pò venale di organizzazioni ormai planetarie dedite alla carità pelosa, dove i “vertici” guadagnano quasi quanto Cristiano Ronaldo e Fabio Fazio e se doni un euro la gran parte finisce nelle tasche dei caritatevoli. 

A leggere la news, i moralisti un tanto al chilo hanno scatenato una standing ovation. Poiché ha rafforzato i pregiudizi in materia. Qualcuno infatti pensa che il web sia colmo di stupidaggini, e che, al contrario, la carta stampata è vergine, odora di lavanda, sparge solo virtù. Pare che le pagine rimosse il 4 marzo 2018 abbiano favorito M5S e Lega e di riflesso, all’italiana, col vittimismo tipico, vorrebbe rifare le elezioni, poiché teorizza che le fake news (altrui, non proprie) sono state decisive falsandone l’esito. Una scuola di pensiero transnazionale, ecumenica. Anche il voto che tre anni fa portò Donald Trump alla Casa Bianca andrebbe rimodulato, a dice di certi bacchettoni, poiché senza gli hackers, i troll, i finti account e i profili fasulli che si attribuiscono ai russi, sarebbe stata eletta Hillary Clinton. 

E, andando indietro nel tempo, andrebbero ripetute anche le elezioni del 1948, quando il “fronte popolare” fu sconfitto dai cattolici che, ovvio, affogarono il paese nelle news false e becere. Siamo nel surreale, puro Bunuel, o Alvaro Vitali. Fuori dal coro, pensiamo che Facebook abbia fatto un grosso errore a chiudere quelle pagine, creando un pericoloso precedente, e che da Alessandro Magno a George Bush, la storia dell’umanità è colma di fake-news (ieri si diceva propaganda). E siccome gira una brutta aria di rozza censura, di menzogne sovrapposte ad altre menzogne, tanto che i moralisti e i forcaioli hanno pronta l’app “Newsguard” (“poliziotti delle notizie”) per andare a caccia di siti web dove si dicono amenità, diciamo chiaro e forte che lo strumento va difeso così com’è, che ogni news va lasciata lì, anche la più spudoratamente fasulla. 

E infatti Mark Zuckerberg, che non è nato ieri, quando ha visto su Facebook (sua invenzione) un post fasullo in cui gli si faceva dire “Chi ha le news ha il potere”, non lo ha toccato. Ha capito che rimuoverla sarebbe stato lesivo del principio di libertà d’espressione, poiché i social sono di tutti e non bisogna necessariamente essere Einstein per metterci bocca. Sta a chi li usa capire cos’è vero e cos’è falso. Meglio: levando un post, si delegittimerebbe il mezzo, lo si relativizzerebbe: sarebbe come levare le pietre alla base di un palazzo: verrebbe tutto giù. 

E poi: chi deve formattare le news, e con quali criteri? Detta ancora meglio: chi controlla i controllori dacché forse il neutro non esiste nemmeno in natura? Se uno metti posta sui social una lode a Stalin “padre dei popoli”, all’eventuale Catone che abbiamo delegato può piacere e lasciarla come manifestazione del libero pensiero; viceversa, eliminerebbe un peana a Trump. Crediamo che questi post vadano lasciati entrambi, poiché, se ogni news deve rispondere al criterio soggettivo del politicamente corretto, in un mondo di militanti come siamo, chi può salire in cattedra col ditino puntato? Quale accademia gli dà i titoli? Qualcuno che vive sulla nuvoletta di Fantozzi? Si finirebbe con una “purga” quotidiana e chi va sul web dal suo tinello, cioè tutti noi, chiuderebbe il suo sito, i profili e le bacheche sentendo odor di Inquisizione e di rogo. Cosa che ha capito il nostro amico Mark. 

Ripetiamo per essere più chiari: nessuno, piaccia o no, deve toccare nulla di ciò che si posta sul web, non solo perché sarebbe la sua fine, ma anche perché non ha alcun titolo a farlo se non la protervia intellettuale e pedagogica: ognuno di noi ha una sua formazione culturale e politica e una sua sensibilità, soggettiva, quindi inattendibile. Che quasi mai coincide con quella del vicino di casa o di pixel. Tanto vale allora non toccare nulla. Sarà il lettore/navigatore a distinguere dopo, non prima, la notizia certificata e attendibile dalle fake-news, poiché non siamo un gregge di pecore anarchiche ma liberi e pensanti. Ciò anche nell’interesse del mezzo (Facebook, Twitter, Instagram, ecc.) e degli stessi moralisti. 

In fondo, se avessero lasciato l’editore “fascista” di Casapound dell’intervista a Salvini il suo stand al Salone di Torino il libro di Chiara Giannini sarebbe passato inosservato, vendendo 2 copie. Così i censori sempre in stand-bye hanno ottenuto l’effetto opposto. Puro masochismo, autodafé, quella che si dice la zappa sui piedi. Il principio che deve valere sul web è quello mutuato dal liberismo selvaggio: il mercato regola tutto.

Le autonomie di Procuste


di FRANCESCO GRECO - Aveva deciso di dare a tutti gli uomini dell’ecumene la forma che più gli aggradava. Così il gigante Procuste tendeva loro l’agguato: si appostava sul percorso dei viandanti, li catturava, li stendeva su un letto di pietra che era anche una misura e se il pellegrino era troppo lungo gli tagliava i piedi, se troppo corto glieli allungava. 

La mitologia greca, con le sue metafore immortali, è assai utile per cercare di decodificare la sciarada delle autonomie regionali. 

Che svelano, all’ennesima potenza, i luoghi comuni più vecchi, cristallizzati dell’antropologia italiana in rapporto alla politica.

Il background è materia di riflessione quotidiana: Veneto e Lombardia (il Lombardo-Veneto) chiedono l’autonomia regionale, gestire in proprio la scuola, la sanità, ecc. 

Blindato in una battaglia di retroguardia, cementata dalla cultura  del sospetto, il Mezzogiorno assistito, delle clientele, delle mafie, dell’evasione ed elusione fiscale a gogò si oppone. La politica peggiore strumentalmente lo sostiene. 

Lo stesso Mezzogiorno che non riesce a spendere le risorse comunitarie, mentre si spopola delle risorse intellettuali migliori. Della classe politica di inetti e corrotti, che spesso usano le istituzioni come ammortizzatori sociali. Di politici al confine con la criminalità, pur votati massicciamente. Ce n’è uno che anni fa formattò un’antica necropoli, un crimine contro l’umanità: lo hanno mandato in parlamento ben tre volte.

E invece di responsabilizzarsi, di cambiare la propria cultura, il dna, il Sud ripropone i vecchi cliché del cappello in mano e del piagnisteo gridando al lupo! al lupo! 

Ma i lupi sono qui, non in Veneto e Lombardia, anche perché, per quel poco che par di capire dal dibattito intorno al tema, sono previsti meccanismi di perequazione delle risorse.  
   
L’economista pugliese Gianfranco Viesti si è fatto portavoce del Sud piagnone, vittimista, fatalista, con la mano tesa e la lacrima incorporata, e ha messo on line una petizione contro le autonomie che ha raccolto un po’ di firme. Forse era tutta scenografia da supporto a un’eventuale candidatura europea, mancata.         
   
Una battaglia di retroguardia. Come gli indiani d’America che si opponevano alla ferrovia per la danza della pioggia, non capendo che potevano usarla anche loro, che ne avrebbero tratto benefici (continuando anche a danzare attorno ai totem).
  
Non si può rifiutare la modernità, si deve affrontarla, gestirne le contraddizioni. Se Veneto e Lombardia vogliono correre, perché noi dobbiamo bloccarli? In nome di che cosa? Se un atleta fa i 100 metri in 10 secondi e noi in 20, dovremmo cercare di raggiungerlo, non chiedergli di andare più piano per essere lenti come noi. Se loro hanno la Ferrari e noi un’auto vecchia, non possiamo obbligarli e tenerla ferma in garage.  
   
Quelle due regioni oggi hanno delle eccellenze (sanità, scuola, ecc.), ma non sempre è stato così: dal Veneto si emigrava fino a non molto tempo fa. Questo non vuol dire che anche noi non potremmo averle. 
   
Non è solo questione di risorse, altrimenti con tutte quelle che abbiamo avute fra casse grancasse del Mezzogiorno, vivremmo nell’Eldorado. Decisiva è anche la “cultura”, la mentalità razionale e vincente: se poi tu mandi nelle istituzioni il peggio del peggio, che pensa solo a cambiare il suo status, cosa ti aspetti?  E con quale credibilità poi ti lamenti?
   
Non esiste il determinismo, né il lombrosismo. Esiste invece il libero arbitrio, la responsabilità, la coscienza dei propri mezzi e la determinazione nel perseguire gli obiettivi. Invece di strepitare, non sarebbe meglio accettare le sfide, lanciare il cuore oltre l’ostacolo e lavorare?   

Immigrazione, se il serpente cambia pelle

(Pixabay)
di FRANCESCO GRECO - 762: vi dice niente? Sono i voti presi dalla Lega ad Alessano, il paese di don Tonino Bello (e Papa Francesco, 20 aprile 2018). Il M5S dei rimpatri, usati demagogicamente contro l’alleato, 536. Il Pd dell’accoglienza senza se e senza ma (basta che siano gli altri ad accogliere), che affolla di disperati i centri benessere (spa) dove ci si rilassa al sole in attesa del pranzo, 515.
  
Ma Salvini ha vinto anche a Riace col 30,7% (Europee), dopo 15 anni sindaco, Mimmo Lucano non è stato eletto manco consigliere, beffa delle beffe, per un sol voto: i calabresi hanno preferito (41,8) un vigile urbano (per regolare il traffico di migranti). Lega vincente anche a Lampedusa: 45,8, più del doppio del Pd. 
   
Che porta in un palmo di mano l’ex sindaco di Riace, tant’è che ha tenuto una lectio magistralis alla “Sapienza” (dove scacciarono Benedetto XVI), sul tema, ipotizziamo, dell’accoglienza, o meglio dell’illegalità. Perché “Mimmo” è indagato per peculato, abuso d’ufficio, associazione a delinquere, truffa, falso, concussione, truffa in pubbliche forniture,  favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Ovviamente i magistrati sbagliano, solo con Berlusconi e Craxi la indovinavano. Ma in un mondo assetato di simboli, è sufficiente perché Lucano diventi un’icona della sinistra radical chic che tutto ciò lo ha definito “modello Riace” (invenzione della stampa che milita sulle leggende e non sulla realtà, che costruisce narrazioni posticce e claudicanti, come Repubblica, la nuova Lotta Continua) e ne pretende il copyright. 
  
Un “modello” a credito, scaricato sui cittadini: Luciano ha lasciato un “buco” da 3 milioni. La Lega ha vinto anche a Lampedusa, ma il vero vincitore è il medico degli immigrati, Pietro Bartolo (candidato nelle Isole dal Pd) e ora, giacca e cravatta, andrà a Bruxelles, potrà dedicarsi ai migranti solo nel week-end. Da Mani Pulite ai giorni nostri, è un format tutto italiano: appena c’è un po’ di popolarità si passa in politica.
   
Come leggere tutto questo? Innanzitutto, come una mutazione semantica, di pelle del serpente detto immigrazione. Ma anche di stanchezza, nausea, desiderio di chiarezza da parte della gente sui traffici che avvengono nel Mediterraneo, chi sono le Ong, chi c’è dietro, chi accoglie e chi no, il ruolo delle mafie, come fanno i migranti a procurarsi i soldi che danno agli scafisti, e quant’altro. 
   
Poiché per capire non bisogna andare dietro alle persone, ma, come dice il mio omonimo magistrato, è seguendo i flussi di denaro che si fanno scoperte interessanti e si arriva a una qualche conclusione.
   
Ma va letto anche come la fine di un ciclo, diciamo della pazienza. Se tutto ha un inizio e una fine, la gente di Alessano, Riace e Lampedusa è stanca: non poteva durare all’infinito. 
  
Non si può fare i turisti in terra straniera troppo a lungo senza suscitare le reazioni degli indigeni. I raffinati dicono che la gente ha votato di pancia. E ha fatto bene, perché cosa c’è di più decoroso della pancia? Che spesso è vuota? Vedere i migranti che oziano al sole delle nostre piazze tranquilli e rilassati, aspettando il pranzo, che non hanno problemi di bollette, in un contesto di fame che avanza, ha nauseato le popolazioni. Che debbono stringere la cinghia: non possono mandare i figli all’Università, o sono disoccupati, pagare il mutuo, rifare la dentiera al nonno, essere costretti a tenersi l’auto di 20 anni perché non si riesce a cambiarla, o rinviare i lavori alla casa, o le cure, ecc. 

Senza contare quel milione e 200mila (gran parte laureati) partiti dal Sud negli ultimi anni: non per fare i turisti, scroccare colazione, pranzo e cena.

Ma è fallita anche la retorica sull’integrazione. Il bar del quartiere aveva assunto un nero di 25 anni (del Mali), ma dopo una settimana se n’è andato: troppo faticoso servire ai tavoli prosecco e cappuccini.
  
Ora tutta la tematica va rimodulata. Gli italiani non sono razzisti, sono brava gente, però un bel giorno si stancano, e votano Lega. In pratica il 26 maggio hanno detto a Salvini e all’Europa che fa la furba (i francesi per dire): trovate una soluzione, la misura è colma, non ce la facciamo più…   

Il crepuscolo degli dei

di FRANCESCO GRECO - Il dio abbandona Antonio, in questo caso i 5 stelle. Parafrasando il poeta greco Kavafis, si sfiora il nucleo più intimo della tragedia greca in cui sono immersi i grillini dal 26 maggio 2019. Meno 6 milioni di voti, 17% a un anno dal 34%.   
  
E’ durata circa dieci anni la parabola, ma ora è avviata sul sentiero del crepuscolo. Non si può vivere di soli “Vaffa”, di rabbia, di niet, di fake-news, di piattaforma Rousseau trasfigurata nel Grande Fratello che spia tutti (il che è contro ogni etica), di arcadia mitizzata alla Gauguin, di giustizialismo e di forche, di un moralismo attaccato con lo sputo (“Onestà!, onestà!”), di una superiorità etica tutta da dimostrare. Prima o poi la suggestione rivoluzionaria svanisce, si smonta la ghigliottina e si torna a casa a lavorare.

E quando avrebbe dovuto fare il salto di qualità, dotarsi di una cultura di governo, farsi classe dirigente, il M5S tradisce il suo nulla ideale, il vuoto spinto, l’assenza di “visioni” benché minime per decifrare il reale. Senza pensiero, teorici, intellettuali (di cui si fa vanto) e senza collante non può che sciogliersi in un blob.
   
Di Maio le ha sbagliate tutte, ma proprio tutte. Dal viaggio a Strasburgo (con Di Battista) per definire “marchetta” il palazzo dell’Ue, al meetup con i gilet gialli, all’abolizione della povertà dal balcone di Palazzo Venezia, sino all’aggressione quotidiana all’alleato Salvini, che ha portato alla Lega valanghe di voti. Al reddito di cittadinanza che si è rivelato un boomerang a causa dei parametri troppo stretti che hanno sbeffeggiato i veri poveri, che si sono astenuti o votato Lega. Sino alla richiesta – prima del voto europeo – dei ministeri economici a Strasburgo.

E ora siamo alla farsa, al patetico, agli stracci. E’ l’eterno 8 settembre, uno “sciogliete le righe!” (format italian style), e se persino il premier Conte non vuole svelare per chi ha votato (Pd?), è chiaro che è già tornato in ateneo ed è preoccupato per la sua carriera accademica.

Col capo politico che dice: “Ora siamo l’ago della bilancia”, come un tempo avrebbero detto Zanone o Spadolini, che ripete: “Nessuno ha chiesto le mie dimissioni” (aspettavano che le presentasse da solo). E non si accorge che già lo hanno giubilato (e senza vitalizio). Quando Casaleggio ripete che la regola dei due mandati non sarà discussa, è un modo elegante di dire a Di Maio di spegnere la luce e tornare a casa. 
  
Ma lo sfratto è venuto anche da Salvini, a cui va riconosciuto il merito di aver fatto un partito nazionale unificando la nazione. Ora ha messo mano a un’agenda delle cose da fare (Tav, autonomie, sicurezza, ecc.): se il M5S si tappa il naso e dice “si” svende la sua identità e accelera la fine, se dice “no” si va alle elezioni e il Carroccio li cannibalizza del tutto.
  
Non si vive di solo web, di post ex cathedra, di scontrini, di antimodernità, inseguendo una purezza che manco Parsifal aveva: il vero dna del M5S. Di favole demagogiche tipo “uno vale uno”, di culto della personalità, di finte consultazioni sulla piattaforma Rousseau, di zone grige (che fine fanno i soldi che i parlamentari lasciano obtorto collo?). 
   
Ora ci si chiede: è una caduta momentanea, o ci sarà una ripresa a breve, medio, lungo termine? Pensiamo che il giocattolo di Grillo si è rotto irrimediabilmente, poiché, in una società iperprofessionalizzata, non ci si improvvisa statisti se non nella propria suggestione autoreferenziale. 
   
Non poteva che finire così, con una fuga ingloriosa: il blog delle stelle e quello di Grillo hanno messo il lutto al bavero e la messa da requiem, i militanti scappano, i troll pure, i portavoce si riscrivono il cv col bianchetto e si mettono al vento spaventati da the end. 
   
Al pari dell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini (dopoguerra) e dell’Italia dei Valori di Di Pietro (dopo Mani Pulite), ogni movimento politico che parte dal grezzo moralismo di corto respiro in un paese in cui il più pulito ha la rogna, non può che eclissarsi in breve tempo. 
Quello del M5S è stato più veloce perché viviamo in un mondo virale. 
  
Sarà un partito di opposizione, di nicchia, di casti e puri al ciento per ciento direbbe Abatantuono, del 5%, che torna a urlare sul web contro l’Europa dei burocrati e l’euro dei banchieri, gli scontrini, i vaccini e il conflitto di interessi. Buono per le parodie di Crozza.  
  
Ma siccome le tragedie finiscono in farsa, forse avremo 4 lunghi anni di agonia, di eutanasia, poiché in Parlamento il M5S ha la maggioranza ed essendo il seggio una sorta di ammortizzatore sociale di gente senza arte né parte, yesman spaventati dall’idea di dover lavorare, medici senza corsie, avvocati senza cause, professori senza cattedra, si incolleranno allo scranno per portare a casa la pagnotta. L’alternativa? Tornare al bar sport, a caccia di un caffè sospeso.

Allarme, siam fascisti!

(Pixabay)
di FRANCESCO GRECO - Incapaci ci decodificare il presente nella sua barocca complessità, di vagheggiare un’idea benché minimalista di futuro, non resta che rifugiarsi nel passato. E farsi un giro nella macchina del tempo. E cosa si presta meglio dell’inossidabile, eterno ritorno del fascismo, sebbene derubricato a elemento sociologico, se non folkloristico?
  
E così, a 75 anni dalla caduta, il duce è tornato in spe (servizio permanente effettivo). I fascisti pullulano intorno a noi, colazione, pranzo e cena, non si può uscire di casa senza incontrarli, evasi dai libri di Storia in orbace e moschetto, manganello e olio di ricino, nelle strade si canta “Bella ciao” e “Bandiera rossa”. 

Comunisti senza comunismo, tornano l’antifascismo e l’anticomunismo militanti. In parole povere: una ridicola, grottesca guerra civile. Siamo un popolo fantastico: nel ventennio eravamo tutti fascisti, figli della lupa e fidenamignotta, caduto il fascismo, ci siamo riscritto il cv col bianchetto e siamo diventati antifascisti (tanto era a costo zero), e oggi ci siamo inventati il fascismo per quattro sgarrupati di Casapound, i primi a non credere di essere presi sul serio. 

E’ un remake quotidiano noioso, fastidioso, che tradisce l’incapacità ontologica di una riconciliazione nazionale. E’ come rivedere le prime puntate di Montalbano o l’ombelico di Raffaella Carrà nel tuca tuca alla tv in bianco e nero. Non resta che rassegnarsi. 
   
Il più esposto è, ovvio, il ministro dell’Interno e vicepremier Matteo Salvini, un tipo tosto, sanguigno, dotato di attributi. Che si salva dal diluvio con un’ironia tutta british, e a chi lo contesta dà del “figlio di papà”, oppure sibila: “Più zabaione e meno canne”. Come dire che molti che gridano al fascismo dovrebbero soffiare nel palloncino o smetterla di rollare spinelli. 
   
Salvini è “fascista” perché non sta 8 ore incatenato alla scrivania al Viminale (è la tesi di Stella e Rizzo sul “Corriere”, nell’epoca del telelavoro), si fa i selfie, va in giro col rosario, ha dietro un apparato propagandistico, si muove coi voli di Stato: ma se è un uomo di Stato, delle istituzioni, cosa deve fare, l’autostop o prendere la metro per svolgere il suo lavoro? 
  
E, ovvio, per la questione migranti. A quanto se ne sa,  Salvini non ha ucciso mai nessun migrante del popolo del gommoni. Mentre il suo predecessore, Marco Minniti, aprì i campi profughi in Libia, dove, come ci disse in magnifici reportage Domenico Quirico su “La Stampa”, avvenivano cose bestiali, disumane (violenze, stupri, ecc.). Ma dirlo è politically scorrect e il predicatore Saviano finge di non saperlo e i corsivisti militanti non glielo ricordano.
   
I media fanno la loro parte da leoni nell’enfatizzare tutto ciò: questo governo è stato dato per finito dozzine di volte, tanto che Salvini tocca fero (e altri amuleti), ma forse farà i 5 anni della normale legislatura.
   
Siamo immersi nel brodo primordiale di una subcultura figlia del Novecento peggiore, le pregiudizio duro a morire. A volte i morti ritornano per afferrare i vivi per tirarli giù in fondo all’abisso della Storia e della memoria. 
   
Indugiare nel passato facendo dell’invettiva e della calunnia strumenti di lotta politica, aver paura del nuovo perché incapaci di confrontarsi e agitare spettri inesistenti, è il segno inequivocabile di un infantilismo patologico e di una povertà programmatica spaventosa. 

Tutti questi fattori (senza scordare i magistrati pronti a tirare molotov in piazza: fosse venuta da destra, avrebbe menato scandalo, invece è stata accolta da una standing-ovation) hanno posto le premesse per una vittoria storica della Lega alle europee del 26 maggio; non solo, ma per la nascita di un partito unico sovranista su base continentale, un pò come hanno fatto, con sfumature diverse, Trump, Putin, Xi-Jinping, Erdogan, ecc.
  
E’ bene ricordarlo agli immemori: questo governo si regge anche sul fallimento delle politiche sociali della sinistra delle brioches, che da Prodi (che sbagliò il cambio lira-euro) all’altro ieri, ha abbandonato milioni di persone a se stesse, alla povertà, alla precarietà, all’insicurezza, a morte prematura. Importante era dare i soldi alle banche. 
   
E’ stato votato (4 marzo 2018) da 1 italiano su 2 ed è quindi pienamente legittimo. Sta facendo una rivoluzione (chi vuole può metterci le virgolette) politica e culturale di dimensione epocale, nella discontinuità col passato. 
   
Può non piacere ai deboli di stomaco, a chi vive di rendita ideologica, può avere aspetti contraddittori e persino destabilizzanti non condivisibili. Ma non può fermarsi, altrimenti il vecchio torna e spazza via il nuovo. Funziona così nella Storia, da Pericle ai tempi nostri. 
   
E il neofascismo? E’ un gioco di società e di salotto chic tipo torneo di burraco, agitato da furbastri insaziabili ricacciati ai margini del tempo. A Predappio gli innamorati del duce sono sempre andati a dir messa, ma nessuno aveva mai menato scandalo (o le mani). 
   
Gli antifascisti di oggi, a ben vederli, sono come i professionisti dell’antimafia di Sciascia di ieri: hanno trovato una miniera d’oro e la sfruttano sino all’ultima oncia, senza pudore: è la casta, bellezza! E’ come in quella favola alternativa: quando udirono urlare “Al lupo! Al lupo!”, si girarono: era proprio il lupo. 
   
A volte le parole mutano di semantica sotto i nostri occhi distratti, colmi di pregiudizio: se in nome dell’antifascismo si scaccia un editore che ha pubblicato la vita di Salvini dalla Fiera del Libro di Torino dopo avergli venduto uno stand (se un libro non piace non lo si compra e basta), se si fanno liste di proscrizione di giornalisti sgraditi (non potendoli mandare al gulag), curioso, ma è l’antifascismo che si trasfigura in fascismo. Ehia, ehia, alalà. Quella che si dice eterogenesi dei fini.

Conte da Mattarella: crisi di governo dietro l'angolo?

(credits: Quirinale.it)
di NICOLA ZUCCARO - Sarà per la richiesta di chiarimenti sul Decreto Sicurezza bis, sarà per quel "così il Governo non può andare avanti" esternato nella tarda mattinata di mercoledì 22 maggio 2019 dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giorgetti che l'incontro svoltosi nella stessa giornata al Quirinale fra il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ed il Premier Giuseppe Conte ha assunto sin da subito i connotati di una resa dei conti avanzata dal Capo dello Stato all'attuale esecutivo dettata dalla volontà di quest'ultimo nel vederci chiaro sulla costituzionalità dei vari provvedimenti e sulla condotta assunta dallo stesso Governo a quasi un anno di distanza dal suo travagliato insediamento. Un pretesto, quello adottato dal Colle che, se associato alla durata di 1 ora e mezza dello stesso colloquio, lascia presagire che al Quirinale siano in corso le prove per gestire una probabile quanto imminente Crisi di Governo, al di là del risultato (verdetto) che scaturirà dalle elezioni europee del prossimo 26 maggio 2019.

Quella 'camorrista' di mia zia


di FRANCESCO GRECO - A Napoli ho una zia tutta casa, chiesa, pastiera, rococò e insalata di rinforzo. Quando ogni tanto andavo a trovarla, verso mezzogiorno (lì dicono “la mezza”), si presentava un tale, si sedeva e mangiava senza dire una parola. Una volta, due, tre, un giorno chiesi: Zia, ma questo chi è? “E’ don Tommaso (nome di fantasia) - rispose – il boss del rione, gli piace la mia pasta e fagioli…”. 

Cavolo, zia, replicai: la mattina ti inginocchi e preghi e a mezzogiorno cucini per un camorrista? Risposta: “Si, ma fa tanto bene alla gente del quartiere”. Mi ricordai del guappo del film di Totò. Queste parole mi sono tornate alla mente giorni fa, quando un cardinale, l’elemosiniere del Santo Padre, addirittura, è andato a ricollegare la luce in un palazzo occupato alla periferia di Roma, ove erano morosi per un po’ di arretrati. 

E mi sono ricordato anche di un’altra massima: Guai a quel popolo che ha bisogno di eroi… ma forse non c’entra niente, neanche in un paese che urla al fascismo e poi scaccia un editore e stila liste di proscrizione per tener lontani giornalisti sgraditi dal Salone del Libro di Torino: più fascismo di così c’è solo il confino, il gulag o le Finestrelle. 

Il cardinale forse non lo sa, ma è un’icona cattolica, la risposta a quella laica incarnata da Domenico Lucano, un sindaco-faccendiere calabrese. La sinistra è così sgarrupata, così a corto di simboli virtuosi, così alla deriva che ne ha fatto, appunto, un simbolo portandolo in processione a predicare l’illegalità. Un fatto gravissimo, destabilizzante, pedagogicamente perverso. 

Da sindaco di Riace, Lucano ha fatto – di questo è accusato – carte false per favorire l’accoglienza dei migranti (tant’è che i romantici, la cui mamma è sempre gravida, parlano di sistema-Riace), se n’è sposata anche una. Pur per fini umanitari, cardinale e sindaco sono speculari come Giano bifronte e hanno fatto strame dello stato di diritto, creando pericolosi precedenti. 

Non che i bisognosi non vanno aiutati, anzi, ma occorre farlo dentro una cornice normativa, altrimenti laceriamo il già fragile tessuto democratico. E colpito al cuore il diritto soccombe. Il fine umanitario, nobile, non è sufficiente per mettersi le leggi sotto i piedi, anche perché ora altri morosi aspettano un cardinale che riattacchi il contatore e altri migranti potranno stare in Italia senza le carte in regola: per par condicio occorrerà aiutare pure loro. 

Anche le mafie danno lavoro ai disoccupati, aiutano i loro affiliati in ambasce, insomma, fanno del bene, ma sempre organizzazioni criminali restano, fuori da ogni contesto civile. Ora basta mettersi d’accordo senza girare attorno alle parole: se chi fa del bene ha sempre ragione, potremmo fare delle leggi per cui le bollette non si pagano e i migranti possono venire qui senza documenti. Costruire cioè un quadro normativo. Dopo di che avremo tutti la coscienza a posto. Però poi nel frattempo lo stato di diritto sarà svaporato e saremo cittadini della foresta, ove funziona la legge dell’occhio per occhio, dente per dente…

I giornali? Convertiamoli in free-press


di FRANCESCO GRECO - “Non li vogliono manco gratis!”. Il mio edicolante ogni mattina si lamenta: vendeva 15 copie di quotidiani al giorno, ora appena vende 5. E gli va anche bene: la metà dei suoi colleghi (circa 16mila, erano 32mila), si è arreso e ha abbassato la saracinesca. Il mio resiste, ma la pensa come Salvini: “I giornali sono morti, non li legge più nessuno”.

E infatti vorrebbe rifiutarli, perché aprire il pacco al mattino e fare la resa a sera porta via tempo. A destra e a manca si levano alti lai di dolore, ci si strappa i capelli, si convocano gli stati generali dell’editoria, ci si masturba al convegno di Perugia, si fanno “rilanci” ravvicinati. Ma le copie diminuiscono e il rigor mortis si approssima.

Tutto per non ammettere una verità solare: che i giornali sono morti, che il mercato non li vuole più. Che è nella logica dell’evoluzione: quando apparve l’auto, il carretto col mulo cominciò a diradarsi. I grillini hanno capito le difficoltà del settore, e sostenuti dal pensiero unico, senza contraddittorio, stanno cercando di affossarli definitivamente dando il colpo di grazia, togliendo quel poco di ossigeno che le leggi sull’editoria assicurano.

Un’azione sinergica che ha già i suoi effetti (Radio Radicale è spacciata). I grillini sono una citazione quotidiana del potente ministro della propaganda nazista Joseph Goebbels: leggenda vuole che se sentiva pronunciare la parola “cultura” metteva la mano sul calcio della pistola. I giornali intanto galleggiano, diminuiscono la foliazione, gli stipendi dei giornalisti senza che questi protestino, sono pieni di debiti e quando gli editori si stancheranno di ripianarli e rifinanziarli (non perché mecenati, per mera convenienza), sarà il ko definitivo.

Perché accade tutto questo? Cominciamo col dire che il giornale non è più la preghiera laica del mattino, che il giornalista ha perso la sua centralità e anche credibilità, che è stato abbondantemente relativizzato. Ieri si poteva dire: l’ha detto Montanelli, l’ha scritto Biagi, lo pensa Bocca, lo sostiene la Cederna. E ci si poteva fidare. Oggi invece tra giornalisti massoni, fake-news, post-verità e uffici-stampa camuffati da informazione, tutte le mucche sono grige, c’è un conformismo desolante, uniformità di visioni, militanze spudorate, letture del reale sbagliate.

Si tenta di criminalizzare il web attribuendogli le peggio cose, come se la carta stampata fosse immune da fake-news. Contrariamente all’aneddotica diffusa, però, non è il web il vero killer dei giornali. Perché l’informazione proposta non è sostitutiva, semmai complementare. La loro è una morte annunciata, un suicidio, un’eutanasia lenta. Gli assassini sono gli stessi giornalisti. Fanno giornali sono vecchi, non si sono rinnovati: sono sempre gli stessi che scrivono sempre le stesse cose.

Hanno la mentalità novecentesca del giornalismo burocratico: pensionati che scrivono per pensionati. Le opinioni poi soffocano le notizie: ogni giorno c’è una news (spesso falsa) e dieci commenti abbarbicati come l’edera a soffocarla. Anche così si finisce fuori mercato. E non serve a niente svuotare i magazzini allegando libri dati mille volte o altri gadget. Il loro è un pubblico vecchio, marginale, prosciugato. Chi dovrebbe leggere il giornale? Non si sono rinnovati nei linguaggi, nelle tematiche trattate, nel target di lettori cui mirare. Sono in crisi identitaria, e se non sai chi sei, come fai a interessare gli altri e sapere che cosa vuoi?

Se una ragazzina svedese di 16 anni, Greta Thunberg, è seguita da milioni di persone in tutto il mondo, vuol dire che la tematica ambientale è stata ignorata, o trattata male dalla stampa. Darsi poi l’atout di denigrarla (“gretini”) invece di scendere nel merito di quel che dice, è un’ulteriore patologia tipica del giornalismo italiano provinciale e autoreferenziale. Se questa è la situazione, cosa fare? Un modo per uscire dall’angolo e provare a rilanciarli ci sarebbe, ma è doloroso.

Potrebbe dispiegarsi in due tempi: accompagnare alla rottamazione pensionandoli il 90% di quelli che oggi riempiono le pagine, e poi darli gratis, farne dei free-press. Facendosi finanziare dai grossi marchi (grande distribuzione, enogastronomia, lusso, ecc.), inclusi i colossi del web erroneamente letti come assassini: Amazon, Facebook, Google, Netflix e quant’altro. E’ un’idea, ma se ce ne sono altre, vorremmo ascoltarle: siamo tutt’orecchi…

Ma Siri non deve dimettersi


di FRANCESCO GRECO - Perché mai Armando Siri – stando alla vulgata che va dalle tv ai giornali - dovrebbe dimettersi? Per assecondare un grottesco moralismo da tricotèuse? Da basso impero? Da talk-show dove i peggiori si ammantano di posticcia purezza interrotti dallo spot del prosciutto cotto? Il viceministro dell’Economia è indagato, in un’intercettazione telefonica si dice che avrebbe dovuto avere 30mila euro per favorire un’azienda nel campo dell’eolico. 

Tutto qui? Se tutti quelli che finiscono sotto inchiesta dovrebbero dimettersi non resterebbe più nessuno, neanche il sindaco del paese e le istituzioni sarebbero desertificate. A parte il volgare ricalcare che Siri fu socialista da parte dei forcaioli di sinistra sempre in stand-bye. Il Pd in primis: rivendica, per dirne una, la vittoria dei socialisti in Spagna, ma qui, intra moenia, ha così infangato quel termine, quella storia, quella cultura, che si vergogna a dirsi socialista. Siri fu socialista, quindi è geneticamente, lombrosianamente segnato, vita natural durante, con la lettera scarlatta: e quelli del Pd stavano sotto al cavolo? Giocavano a burraco? Erano anime belle come la vispa Teresa? 

Il M5S in crisi di identità, e consensi, stando ai sondaggi, sta usando elettoralmente il caso-Siri per tentare di darsi una verginità compromessa, recuperare quel segmento di elettorato forcaiolo svezzato da Grillo dal ”vaffa-day” di dieci anni fa ai giorni nostri. Ma Siri non deve assolutamente dimettersi, poiché si avallerebbe l’enunciato devastante – nato con Mani Pulite e usato sino allo sfinimento - per cui è la magistratura che seleziona il personale politico, decidendo i sommersi e i salvati. Il che accade solo nei paesi delle banane, e dei manghi. Una profonda lacerazione del tessuto democratico e della stessa idea di democrazia, che così si trasfigurerebbe in una democratura. 

Il popolo perderebbe la sua sovranità sancita solennemente dalla Costituzione, per la quale è centrale e diremmo anzi sacra, e sarebbe ridotto a mero accessorio, spogliato del suo mood politico, ridotto a sociologia, a carne da macello televisivo prima, elettorale dopo (posto che non sia già accaduto sotto i nostri occhi trafficando con mouse, piattaforme, algoritmi). Sarebbe scardinato quel sottile equilibrio fra i poteri di cui diceva Montesquieu e che regge le democrazie (da quelle delle Polis ai giorni nostri), benché imperfette, ma preferibili a qualunque altro sistema politico secondo il Churchill-pensiero. Deve essere il corpo elettorale a dire chi deve fare politica e chi no, non le toghe, che non sono certo un potere neutro, ma a volte assurgono a soggetto politico (tant’è che da Di Pietro a D’Ambrosio ieri e a Franco Roberti oggi, sono candidati dai partiti, spesso in modo “blindato”). 

Spesso le inchieste finiscono in una bolla di sapone. Ma quando gli indagati sono assolti, ormai le loro carriere sono bruciate. Lo pensano in tanti, ma si preferisce cantare nel coro e chi ha parlato di responsabilità civile dei magistrati (Craxi, per dirne uno), sinora è rimasto folgorato. Così si continua a tenere in piazza, in attività la ghigliottina. Ma le contraddizioni della politica deve affrontarle e sanarle la politica, non la forca con la sua ombra minacciosa, sperando che il patibolo lo salgano sempre gli altri, e urlando come le oche del Campidoglio e chiedendo garantismo quando tocca ai “nostri”. Sarebbe una lacerante forzatura, oltre che una forma sottintesa di “commissariamento” della politica, un suo impoverimento, una sua tragica “diminutio”. Anche così si finisce dritti dritti nella sua plastica negazione.

Venite avanti, cretini!

di FRANCESCO GRECO - L’altra sera stavamo in pizzeria, uno di quei locali della profonda provincia fra Europa e Mediterraneo, finto-rustici, prezzi popolari, ingredienti naturali, conosci tutti e puoi fare pr. Al tavolo vicino una giovane mamma col suo bambino, avrà avuto 5-6 anni, capelli foltissimi, puliti, luminosi. Sembrava il premio per un bambino buono. Un quadro d’altri tempi, puro Novecento, se non fosse per i cellulari ultimo modello e la tv su Selena Gomez che si rotola su un letto sconfinato (I Cant Get Enouch).

Finita di mangiare, la ragazza ha preso il vassoio e insieme al figlioletto è andata ai bidoni delle differenziata, vicino alla porta.

Tutti abbiamo visto quel ch’è successo: il bambino – potenziale Greta-boys - ha preso le posate di plastica e la madre gli ha indicato il bidone giusto, poi la lattina della bevanda, e ha indovinato da solo dove buttarla, come la carta dei tovaglioli.

A noi avventori – era il giorno di Greta in Italia - s’è scaldato il cuore, la ruga d’ansia s’è dissolta: ci siamo guardati con un sorriso aperto, fiducioso, come a dirci: non tutto è perduto, c’è speranza, diamoci una mossa. Effetto-Greta.

Aggredita dalla feccia peggiore e qualunquista della comunicazione italian style (inclusa quella contraria all’assistenzialismo altrui, non al proprio). Macelleria mediatica. L’immortale sindrome di Procuste. Ma figuriamoci se lei se ne preoccupa più di tanto nella sua stanzetta a Stoccolma…

Il format da integralismo islamico non è nuovo, anzi, è vecchio come il mondo che fu: se non vuoi confrontarti con ciò che dice il prossimo, criminalizzalo, inventati le peggio cose, direbbero a Trastevere, attribuiscigliele. E poi vedi l’effetto che fa.

Ai tempi del komunismo e del soviet supremo, le voci critiche “impazzivano” ex abrupto, e le si spediva nel gulag siberiano a meno 50° o nei laogai; oggi si mette in mezzo il business, ci si chiede chi c’è dietro (i socialisti svedesi), si attribuisce agli altri la propria cattiva coscienza: un armamentario da raccapriccio degno di Allan Poe.

Magari, con un po’ di pregiudizio e di sprezzo del ridicolo, fra un po’ si “scoprirà” che è stata proprio la vispa ragazzina svedese Greta Thunberg (i media la chiamano “attivista”) a mettere nella pancia di un pescecane 20 kg di plastica e a spargere plastica per un continente grande tre volte la Francia, mentre è colpa sua se tante specie sono a rischio estinzione, incluso l’homo sapiens.

Però, se ad appena 16 anni ha parlato - ascoltata – della natura matrigna all’ONU (riduzione del C02), al Parlamento Europeo, con Papa Francesco (“Laudato sì”), qualche merito lo deve pur avere.

A cominciare dal fatto di provenire da una società e una cultura più libere e avanzate della nostra bigotta e ideologica (al di là delle “scoperte” dell’acqua calda dell’inchiesta del “Messaggero”).
 
Se Greta è credibile più di tutti i grunen del mondo nella difesa della Terra e della sua salute, se ha milioni di followers preoccupati di ereditare un pianeta spazzatura, se un suo potenziale partito avrebbe milioni di elettori, se ha in mano le sorti della Terra e dell’umanità e ha già un posto nella Storia (sarà donna dell’anno e forse vincerà il Premio Nobel), qualche intuizione virtuosa deve pure averla avuta (e condivisa con mamma e papà, che c’è di male?).

Forse ha una sensibilità e percezione del rischio superiore alla nostra, o ha delle “visioni”, vede quel che ci attende di qui a pochi anni…
 
Se è arrivata a Roma da Stoccolma dopo due giorni di treno e sta condizionando, e cambiando, la politica e la comunicazione, dettando l’agenda, è segno che il punto di rottura, di non ritorno è stato raggiunto e le nuove generazioni non vogliono in eredità un pianeta malato a causa dei nostri smodati egoismi, la fame onnivora di energia: per cui continuare con le attuali politiche industriali e di sviluppo senza limiti sarebbe suicida.
 
E, d’altra parte, dove cavolo mettere il quarto televisore? Nei tinelli non c’è posto manco per un ago, e allora non si può che tornare indietro per società più spartane, con meno cazzabbuffi a supportare le nostre insicurezze e demenze.

Trump e Xi non sono d’accordo, ovvio, non vogliono normative nell’avvelenare la loro terra, e di quel che lasceranno non gliene può fregar di meno, ma è importante che lo siano i loro popoli, che ascoltino il messaggio di Greta, che si responsabilizzino.
 
D’altronde, i cretini supponenti e i moralisti di ogni risma e latitudine (inclusi quelli dei giornali pagati da tutti noi per titolare “Vieni avanti, Gretina”) li riconosci a occhio nudo: non solo puzzano di cadavere, ma anche perché, se indichi la Luna, loro – homo demens - guarderanno solo il dito...

Quel fenomeno antico del femminicidio

di GIULIANA CAZZATO* - Il movimento delle donne, recentemente, si è battuto affinché il termine femminicidio si affermasse nel discorso pubblico. Per i reati di genere, purtroppo, non sempre le pene sono eque, ovvero commisurate all'entità del crimine, come spesso la cronaca di questi ultimi tempi ci informa. 

Forse, vale la pena chiarire, in maniera precisa e dettagliata, cosa si intende per femminicidio, dove nasce, come nasce, perché si consuma, qual'é la situazione nel nostro paese, quali sono le pene per gli autori e le tutele per le vittime.

Il termine femminicidio é un neologismo introdotto per la prima volta dalla sociologa Diana Russel, che nel suo libro " De Pacific Of Woman Killing", tratta le cause principali degli omicidi nei confronti del genere femminile. 

Il concetto si estende aldilà della definizione giuridica di assassinio, divenendo violenza estrema da parte dell'uomo contro il soggetto donna in quanto tale e include situazioni in cui la morte diviene esito-conseguenza di atteggiamenti o pratiche sociali misogine.

Questo termine raffigura un fenomeno che non si limita a descrivere un omicidio perpetrato sul genere femminile, ma annovera tutta una serie di comportamenti che incidono sulla libertà, integrità, dignità e moralità delle vittime in questione. 

Si tratta, per lo più, di condotte caratterizzate dall'avversione maschile che, generalmente, si conclamano nell'ambiente sociale dove la donna vive, lavora e si rapporta e che sfociano, poi, in maltrattamenti, violenza psichica e fisica, sessuale, economica ed educativa; tali condotte rimanendo, il più delle volte, impunite, culminano quasi sempre con l'uccisione o, per lo meno, con il suo tentativo. 

Il fenomeno ha origini antichissime, malgrado il termine coniato per descriverlo venga ritenuto un neologismo. Tornando agli albori della società, è di tutta evidenza come essa fosse, nella maggior parte dei casi, incentrata sulla figura maschile in gruppi societari di tipo patriarcale che hanno indotto l'uomo a identificare la sua controparte come proprietà privata, subordinata al suo controllo e, come tale, priva di indipendenza e autonomia, del tutto incapace di autodeterminarsi. 

Questo distorcimento dei ruoli ha permesso di farci approdare a falsi stereotipi, in cui all'uomo era permesso di relazionarsi con il cosiddetto "sesso debole" in maniera violenta, aggressiva e denigrante, nonché umiliante.

Tale pregiudizio ha condotto la collettività sociale verso i sentieri della giustificazione di questo efferato delitto. E, viene dal passato con retaggi ancora presenti e drammatici, l'erronea e criminosa convinzione che l'uomo in questo atto sia mosso da un sentimento d'amore o da un istinto passionale incontrollabile, mentre la donna-vittima sia co-responsabile, in quanto colpevole di averlo provocato.

A questo punto, molti dubbi, molte domande potranno avere una risposta che ci fornirà uno spaccato di quel luogo che è stata la culla di questo turpe crimine. Ma dove nasce? Esso nasce, ahimé, nella casa natia, nella diseducazione genitoriale, nasce dalla violenza dei padri che si sentono autorizzati a educare a suon di sberle, nasce dalla manipolazione psicologica delle madri, che per sentirsi forti, chiamano in causa il "pater familias", assistendo mute alle vessazioni sulle figlie, quasi con sottile soddisfazione, nasce dal voler proteggere, a tutti i costi, il figlio maschio a discapito della femmina reietta, nasce già a livello embrionale quando, anziché il maschietto sperato, arriva una femminuccia, nasce nella primissima cellula sociale (la famiglia), da cui si pretende amore, protezione e comprensione mai avuta. 

Il femminicidio si consuma quando la donna viene considerata colpevole di aver trasgredito al suo ruolo, dove la sua parte è quella del soggetto mite e remissivo. Le cause possono radicarsi all'interno di una cultura greve e pregiudiziosa. 

Un altro indicatore di rischio altrettanto inquietante è rappresentato da una mente criminale e malata del proprio avversario.

Il maltrattamento o l'uccisione della propria partner, figlia, amica, collega o conoscente, reca l'impronta di una cultura convinta che l'uomo possa possedere una donna e, con la forza, obbligarla ad adempiere alle proprie aspettative lecite o non lecite che siano, la donna è vittima a prescindere in quanto tale. 

Questa falsa credenza rimanda, purtroppo, a un aspetto più complicato e recondito, ma spesso trascurato come quello psicologico. In molti casi, l'uomo non accetta l'idea di essere figlio di una donna, ne rigetta la maternità per motivazioni intime e personali o turbe psichiche prima fra tutte la paura di essere inferiore.

Questo aspetto, apparentemente e falsamente castratorio, porta nel soggetto fin dalla prima infanzia, fanciullezza, adolescenza, esplodendo nella giovinezza uno squilibrio in cui la tensione emozionale degli opposti non rispetta i ranges di base, da qui, l'avversione inconscia per la figura materna che si estenderà a tutto l'universo femminile, con accenti molto marcati alla propria compagna a cui attribuisce l'evidente prolungamento della madre e, in quanto tale, soggetto, irriverente e nocivo. 
Nasce, per cui, l'esigenza di dover necessariamente manipolare la vittima designata riplasmandola e riformattandola, usando violenza e coercizioni varie che, il più delle volte, terminano con la morte di quest'ultima e l'apparente e momentanea esaltazione, con conseguente appagamento egoistico del carnefice. 

Non è indispensabile porre l'accento su quanto sia effimero il soddisfacimento poiché, successivamente, questo atto lascia l'autore (del reato) in uno stato di prostrazione e penosa confusione con un pathos che, difficilmente, potrà essere superato.

Di rimando, la vittima, il più dell volte, appare sottomessa, gracile con un equilibrio caduco, quasi evanescente, sofferente per la mancanza del caregiver (quasi sempre quello maschile). 

L'esigenza di poter sopperire a questa mancanza, diviene e si incarna nella scelta quasi sempre di un partner che, in principio, si dimostra tenero e amorevole, per divenire, poi, l'estensione del padre autoritario e oppressivo. 

Detto ciò, si evince che causa determinante, oltre a quella di natura psico patologica, divenga quella culturale, paragonabile a un enorme puzzle i cui pezzi, riguardanti i pregiudizi culturali, risultano più evidenti, quasi tridimensionali e di cui è parte integrante anche il maschilismo, ripetutamente rifiutato, rigettato, esorcizzato, ma difficilmente removibile, dal momento che miete decine di vittime all'anno.

Negare il fenomeno come ancora in auge, è un modo per pensare che questi crimini siano frutto di raptus, gesti inconsulti, eccezioni, la cultura, diviene sessista e i risultati sono visibili dalle più disparate angolazioni, persino nel modo in cui viene annunciato un femminicidio, il quale è un fenomeno (quasi una moda) che deturpa l'intera società, senza distinzione alcuna di generi dalla notte dei tempi e che in Italia, solo da pochi anni, è finito sotto la lente dell'opinione pubblica e delle istituzioni.

I dati più recenti, contenuti in alcune indagini statistiche, denunciano una situazione che nel nostro paese (confermata per altro dagli agenti di polizia, dagli operatori del settore socio-assistenziale, legale e ospedaliero), riveste un ruolo prettamente domestico con dimensioni che sfiorano il 70%; la maggior parte delle vittime viene uccisa per mano di un familiare, coniuge, convivente, fidanzato, amante o ex compagno. 

Di fronte a una situazione così allarmante e di tale portata, si è cercato di correre ai ripari emanando dei decreti legge, come il numero 93/2013, convertito in legge numero 119/2013, con l'obiettivo e l'intento di contrastare la violenza di genere, tutelare le vittime e cercare di prevenire il femminicidio.
Per ciò che riguarda gli strumenti di tutela a disposizione, sono state previste misure cautelative fra cui l'impossibilità di ritirare la querela per stalking da parte della vittima, se questa è stata posta in essere con gravi minacce (soprattutto con armi e reiterata nel tempo), la possibilità di revoca delle querele per altri reati, al fine di garantire la libera determinazione e consapevolezza dell'oppressa e la facoltà da parte del magistrato del tribunale dei minorenni a procedere per i delitti di maltrattamenti in famiglia, di atti persecutori e di violenza sessuale a danno di un minore, ai fini dell'adozione per l'affidamento dei figli. 

A tutto ciò, si aggiunge la facoltà per gli agenti di polizia giudiziaria di disporre, previa autorizzazione del pubblico ministero e in caso di flagranza, l'allontanamento di urgenza dalla casa familiare e il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla donna da parte dell'autore del reato.
La strada da percorrere per garantire una piena tutela delle donne, è ancora dura e controversa, ma la prevenzione, grazie anche all'attività dei centri antiviolenza e delle associazioni per i diritti femminili, svolge un ruolo fondamentale nel supporto dei soggetti interessati. 

Altra misura cautelativa da non sottovalutare, altrettanto propedeutica e benefica, è la denuncia da parte della donna all'insorgere del problema, ovvero quando il tutto si presenta a livello embrionale, verso istituzioni o professionisti privati dove trova ragione un'appropriata terapia o counselling familiare, al fine di ristabilire equilibri psico-sociali precari e pregiudizievoli, grazie all'impiego di adeguate e opportune terapie proprie di ogni caso. Ciò detto, tutti vorremmo augurarci di poter arginare presto questa piaga dilagante che tanto incupisce la nostra società.
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*Psicoantropologa, psicoterapeuta

Gli Usa: Paese 'socialista'?


di DOMENICO MACERI* - “Siamo nati liberi e rimarremo tali... L'America non sarà mai un Paese socialista”. Così Donald Trump nel suo recente discorso sullo Stato dell'Unione (SOTU) ricevendo gli applausi da  tutti i repubblicani e anche democratici presenti nell'Aula del Congresso.

Sam Donaldson, storico giornalista della Abc, ha dissentito ribattendo che “è già troppo tardi.” In un'intervista alla Cnn, Donaldson ha spiegato che “più della metà degli americani usufruisce di programmi socialisti del governo federale” come il Medicare (sanità per gli anziani), Medicaid (sanità per i poveri), welfare anche per i ricchi come le aziende agricole e i sussidi elargiti loro dal governo.

Donaldson ha continuato aggiungendo che in pochi anni si avrà un sistema sanitario single-payer, una forma di Medicare per tutti, che nessuno chiamerà socialismo perché il termine fa paura ma si tratta proprio di socialismo.

Donaldson non ha tutti i torti che gli Stati Uniti, nonostante l'etichetta di Paese capitalista, include una buona dosi di programmi sociali. Il termine socialista però continua a suscitare una forte antipatia soprattuto con gli americani che ricordano la guerra fredda e la vecchia Unione Sovietica. Per i giovani si tratta di un'altra cosa. Ma non solo. Bernie Sanders, che ha dato filo da torcere a Hillary Clinton per la nomination del Partito Democratico nelle primarie del 2016, non ha avuto paura di dichiararsi un socialista democratico.

Alexandria Ocasio-Cortez, la neo eletta parlamentare del 14esimo distretto di New York, seguendo in grande misura l'ideologia di Sanders, non ha mostrato nemmeno lei paura dell'etichetta.  Il termine socialista non fa paura nemmeno ai giovani i quali non interpretano il socialismo come sistema fallimentare da cui bisogna scappare.

Sanders, Ocasio-Cortez e i giovani  vedono nel socialismo un sistema rappresentato da Paesi europei e in particolar modo dalle nazioni scandinave. Si tratta di Paesi capitalisti ma con solidi programmi sociali molto più ampli di quelli citati da Donaldson in America. Si tratta in effetti di programmi che richiamano la New Deal di Franklin Delano Roosevelt a cui si ispirano infatti Ocasio-Cortez e Sanders. Roosevelt, si ricorda, era anche lui stato etichettato dai repubblicani socialista e comunista per i programmi sociali messi in atto, specialmente il Social Security, approvato nel 1935.

Anche il Medicare, approvato nel 1965, aveva causato paura. Paul Krugman, vincitore del Premio Nobel per l'economia,  ha scritto nel New York Times che prima dell'approvazione del Medicare, la destra lo aveva attaccato etichettandolo una minaccia mortale alla libertà individuale degli americani. I repubblicani che avevano opposto questi due programmi basilari per gli americani hanno dovuto con il passare del tempo ammettere la loro validità senza però nascondere il loro desiderio di privatizzarli e forse anche eliminarli. L'altro recente programma sull'ampliamento della sanità ottenuto con Obamacare, la riforma sulla sanità approvata dall'amministrazione di Barack Obama nel 2010, è stato attaccato ferocemente. I repubblicani, però, non sono riusciti a revocarlo nel primo anno di Trump nonostante il fatto che all'epoca controllavano la legislatura e la Casa Bianca.

Il socialismo come ideologia e i programmi sociali specifici non fanno solo paura ai repubblicani. Anche l'ala destra del Partito Democratico ne è preoccupata. Joe Manchin, senatore democratico del West Virginia, uno Stato molto conservatore che ha votato in modo schiacciante per Trump nell'elezione del 2016, è anche lui preoccupato dalle voci e programmi liberal annunciati da alcuni parlamentari come Ocasio-Cortez. Manchin (il cognome degli antenati era Mancini) si preoccupa che democratici come lui potrebbero avere difficoltà in future elezioni per quello che lui considera programmi troppo socialisti auspicati dal suo partito. Manchin è preoccupato dagli annunci di aumentare le tasse ai ricchi, l'enfasi sulle nuove tecnologie, il programma per affrontare il riscaldamento globale, il concetto del Medicare per tutti, ed altre idee che lui considera vicine al socialismo.

La conquista della maggioranza democratica  della Camera alle elezioni di midterm del 2018 ci indica però una sterzata a sinistra che ha già frenato l'agenda conservatrice di Trump e i repubblicani. La spinta della sinistra verso programmi sociali continuerà e sarà spronata da Ocasio-Cortez ed altri parlamentari progressisti. Ciò fornirà ai repubblicani una buona opportunità di etichettare i democratici come socialisti. La sterzata a sinistra però non sarà eccessiva poiché Nancy Pelosi, l'abile speaker della Camera e la sua leadership, la tempereranno anche se non troppo facilmente. L'estrema disuguaglianza fra i ricchi e poveri, però, sarà usata dai progressisti per i programmi sociali che per molti anni erano stati abbandonati. I repubblicani faranno di tutto per dipingere i democratici come socialisti sperando nell'efficacia dello spauracchio tradizionale causato dall'etichetta. Alla fine si tratterà di bilanciare il capitalismo con programmi sociali che beneficiano gli americani.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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