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Bari Calcio, un rebus imprenditoriale per il titolo sportivo

di NICOLA ZUCCARO - Nella giornata di oggi, lunedì 23 luglio 2018, tramite posta certificata, la Figc ha consegnato ufficialmente al sindaco di Bari il titolo sportivo della principale squadra di calcio del capoluogo pugliese. Un atto dovuto che non troverà impreparato Antonio Decaro, impegnato sin dall'ultimo fine settimana nella maratona degli incontri coi possibili acquirenti del Bari Calcio e che proseguirà fino a oggi.

Il primo cittadino barese, dopo le rassicurazioni espresse alla tifoseria in occasione degli incontri pubblici di venerdì 20 al della Vittoria e di sabato 21 luglio a Pane e Pomodoro, dovrà gestire una situazione delicata, non solo per le ricadute sportive su Bari, ma anche per quelle politico-elettorali poichè il conto alla rovescia che separa dalle elezioni comunali del maggio 2019 è iniziato da tempo. Un esito che, nella fattispecie di Decaro (nel caso della sua ricandidatura a sindaco), sarà condizionato dalla scelta della cordata di imprenditori alla quale affiderà il titolo sportivo e fondamentale per la costituzione di una nuova Società.

Quest'ultima potrebbe corrispondere alla SS Bari 1908, che sarà ufficialmente costituita martedì 24 luglio 2018, presso uno studio notarile e sostenuta da 20 imprenditori baresi, ciascuno dei quali disposto a versare 100mila euro e che sin da ieri sta suscitando non poche perplessità nella tifoseria biancorossa che si domanda: "Ma prima dov'erano?" oppure "Andranno d'accordo?".

Dubbi di non poco conto, che potrebbero rimettere in corsa per l'acquisizione del titolo sportivo degli acquirenti esterni al territorio locale e ai quali il sindaco - quale temporaneo custode dello stesso - porterà quasi sicuramente in dote l'astronave del S.Nicola per la relativa riqualificazione dell'impianto e dell'area circostante. E se è vero come è vero che il Patrono di Bari è amante dei forestieri, il colpo di coda esterno del "nessuno è profeta in patria" potrà esserci e con buona pace degli imprenditori locali che stranamente hanno riscoperto, è chissà per quale "secondo fine", l'amore per il Bari Calcio.

Bari, seguire la scia del 7 luglio o continuare nella disgregazione del bene comune?

di LUIGI LAGUARAGNELLA - Non deve passare come un evento bello e passato. Sette giorni fa papa Francesco era a Bari insieme ai capi religiosi della chiesa Ortodossa e cristiana mediorientale. Il capoluogo pugliese si è ritrovato ad essere la pagina di storia di un incontro di preghiera e di dialogo che può scrivere un capitolo nuovo sulla pace, soprattutto in quelle terre dalla Siria alla Palestina che rischiano di essere dimenticate o in uno stato costante di conflitto.

Bari si è fatta trovare pronta a questo grande appuntamento voluto dal pontefice argentino. L’eccellente organizzazione da parte di tutto l’apparato della sicurezza insieme quello dei volontari ha senza dubbio proiettato la città ad un salto di qualità. Questo, come dimostra la giornata del 7 luglio, può avvenire soltanto con uno spirito di collaborazione.

Bari, in quel giorno, ha incarnato davvero il ruolo di ponte tra occidente e oriente e in San Nicola trova i suoi appoggi. Il santo di Myra è il timbro, anzi il murale (come quello che si affaccia su Lungomare), di cui i baresi devono prendere maggiormente coscienza e non solo ricordarlo per il folklore o la festa patronale. San Nicola è simbolo dell’ecumenismo, del dialogo e la città che custodisce le sue reliquie deve mostrarsi all’altezza, deve poter metterci del suo per il dialogo, per il processo di pace, per lo sviluppo. La presenza del papa in questa estate 2018 deve porre domande e deve mettere al lavoro cittadini, intellettuali, lavoratori.

San Nicola è un dono della storia alla città e all’umanità intera ed è giusto che tutti abbiano accesso e sia permesso rispettare e venerare, scoprire e studiare, questo santo e ciò che rappresenta.

Senza sospetto, si può dire che l’incontro per la “pace in Medio Oriente” proietta Bari in una dimensione europea. L’organizzazione dei due momenti su Lungomare e in Basilica, miracolosamente (per una città del sud) non ha riscontrato inefficienze e anomalie. Il flusso dei 70000 fedeli è stato gestito in modo ineccepibile.

A Bari, per la prima volta, si è visto un papa seduto in un pulmino scoperto insieme ai suoi colleghi religiosi.

Finalmente nel capoluogo pugliese si sono riunite non soltanto le intenzioni di pace, ma le forze e le disponibilità dei baresi. E forse occorreva il papa. All’ombra di San Nicola i baresi hanno urlato la parola “unità” per un dialogo religioso. Questa parola i cittadini dovrebbero ricordarsela nei fatti. Quasi ci si dimentica che i baresi, pur essendo un popolo accogliente, raramente tendono a ragionare in un’ottica di aggregazione, di unione. E’ giusto ammetterlo: si tende a fare gli affari propri, difficilmente si percepisce un senso di inclusione, nonostante i tentativi di “fare rete” nei diversi bisogni della società.

Troppo spesso e in tutti i settori da quello lavorativo a quello universitario, da quello associativo fino anche a quello religioso, si tende eccessivamente a guardare il proprio orticello, lasciando fuori la speranza di realizzazione di tanti ragazzi che vogliono mettersi in gioco e cercano spiragli qui. La coesione cittadina è inconsistente. Si guarda sempre al proprio terreno, arricchendo sempre più i suoi componenti e mai offrendo possibilità di distribuzione di talento e ricchezza. La giornata insieme a papa Francesco ha dimostrato che si può essere coesi che ognuno può fare la sua parte solo se si è aperti all’altro che è al fianco.

A Bari molti aspetti emersi dal 7 luglio possono diventare sistemi, possibilità se solo c’è la volontà di crederci, di crescere, di aprirsi, di guardare l’orticello del vicino, non per spettegolare, ma per unire i terreni. Come ha fatto il papa con il suo appello ai vertici delle chiese del Medio Oriente.

Il popolo barese può essere, infatti, lo specchio di ciò che sta accadendo alla sua squadra di calcio che sta andando allo sfascio e addirittura al fallimento soprattutto per mala gestione, mala comunicazione, un non-dialogo e accordo tra diverse teste che si incolpano, anziché collaborare. Il calcio a Bari rispecchia l’indole dei cittadini.

La tendenza è che chi è escluso continua a rimanere tale in campo lavorativo, intellettuale, giornalistico, culturale e religioso. In tale contesto disgregato è inevitabile che ognuno sia costretto ad “arrabattarsi” da solo, ridimensionando sogni e progetti che in fondo sono per il bene comune della città.

Servono sempre le persone dall’esterno per rinsaldare un senso di appartenenza e di coesione, come ha fatto papa Francesco capace di aggregare e coinvolgere naturalmente.

Cosa vogliono fare i baresi: seguire la scia dello spirito di unità del 7 luglio oppure continuare con la disgregazione per interessi del proprio orticello contro il bene comune?

Il futuro del Bari fra comunicati e contro comunicati

di NICOLA ZUCCARO - Nessun aumento del capitale per il Bari, attraverso la sottoscrizione di quote da versare entro le ore 18 di lunedì 16 luglio all'attenzione dello Studio notarile diretto del Dott.Michele Labriola, ma da consegnare direttamente alla Società di via Torrebella e quindi 'nelle mani' di Cosmo Giancaspro. Dopo il primo comunicato stampa che annunciava quanto scritto in apertura, ad elevare la temperatura (non solo atmosferica) ha provveduto la stessa Società di via Torrebella che "rettificava" quanto pubblicato in precedenza.

Un buon motivo che contribuisce a rendere ulteriormente incandescente il clima attorno alla ricapitalizzazione del club biancorosso. Occorrono per essa 3 milioni di euro che dovrebbero pervenire da soggetti 'terzi'; ossia da imprenditori ai quali dovrà essere affidato l'onere di coprire le quote di maggioranza (pari al 70%) dell'Fc Bari 1908 e con Giancaspro che resterebbe socio di minoranza e controllore del restante 30% del pacchetto azionario.

Chi si avvicinerà al Bari, alla luce dei capovolgimenti che hanno contrassegnato la calda giornata di giovedì 12 luglio 2018? Nelle ultime ore sono stati citati diversi nomi di imprenditori (dall'attuale patron del Bisceglie Nicola Canonico all'attuale suo omologo Onofrio Lopez in quel di Monopoli, fino ad un certo Nicola Brienza, imprenditore barese con base operativa in Cina), ma tutto resta ancora top secret e il tempo stringe, come evidenziato in una dichiarazione diramata agli organi di informazione locale dal sindaco di Bari, Antonio Decaro.

Fc Bari 1908, su di te non c'è pace!

di NICOLA ZUCCARO - Dalla rinuncia di Gianluca Paparesta al suo ritorno in qualità di socio di maggioranza alle dimissioni di Francesco Biga da componente del CdA dell'FC Bari 1908. E' quanto basta per tracciare quel quadro che racchiude una situazione caotica e al tempo stesso conflittuale e senza precedenti nell'ultracentenaria storia del sodalizio biancorosso. Se entro le 23.59 di quest'oggi - mercoledì 11 luglio 2018 - non si reperiranno i 4,6 milioni di euro necessari per la ricapitalizzazione del club, la prima squadra del capoluogo pugliese scomparirà dal calcio professionistico e sprofonderà, inevitabilmente, fra i dilettanti.

Uno scenario ma prima ancora una prospettiva da scongiurare e che rischia di riproporsi a 65 anni di distanza dall'unica partecipazione del Bari Calcio in un Torneo di Serie D. Oggi come allora - con la stagione sportiva 1952-53 alle porte - si cercò di coinvolgere l'intera cittadinanza nelle sue varie espressioni sociali e professionali per evitare il crack.

Nelle ultime ore, oltre al coinvolgimento da parte del Sindaco di una quarantina di imprenditori locali per salvare il Bari dal fallimento, c'è anche qualche consigliere comunale, come Domenico Di Paola, che in una conferenza stampa convocata nella mattinata odierna annuncia l'elargizione di un proprio finanziamento, precisando che non si candiderà alle Amministrative del 2019.

Quanti suoi colleghi a Palazzo di Città seguiranno l'esempio? In attesa di ulteriori sviluppi, e considerata la tormentata situazione del calcio barese, è quanto mai opportuna parafrasare e al negativo l'implorazione pronunciata sabato scorso da Papa Francesco sul sagrato della Basilica di San Nicola: "Fc Bari 1908, su di te non c'è pace!".

Quei 'panari' intrecciati da Mohammad

di FRANCESCO GRECO - LECCE. Donald Trump dice che i migranti sono tutti ”criminali”. Zero in Storia al 37° presidente degli Stati Uniti d’America: proprio loro sono i padri della patria stelle e strisce.  Matteo Salvini fa eco, e li spaccia per parassiti: “Colazione, pranzo e cena”. Una narrazione gonfia di pregiudizio.
 
Le cose stanno davvero così? Al “Cara” di Mineo (Catania) cercano di dare un’arte e un mestiere ai migranti. Ecco cosa ha dichiarato giorni fa a ”La Stampa” il direttore Giuseppe Di Natale: “Qui svolgiamo numerose attività per l’integrazione. Quest’anno la squadra di calcio è stata promossa in Promozione; abbiamo corsi di italiano, di informatica, laboratori professionali, l’orto biologico, attività teatrali...”. Conosciamo migranti che la notte fanno i guardiani alle fabbriche.
 
Cose che si fanno anche in altri centri di accoglienza sparsi per l’Italia. Inclusa l’ARCI (Comitato Territoriale di Lecce). Tempo fa siamo capitati in una fiera di campagna, e grande è stato il nostro stupore nel trovare un migrante nigeriano che vendeva “panari” (cesti intrecciati con canne e tralci d’ulivo), un lavoro della tradizione locale (Acquarica del Capo e dintorni).
 
Muhammad è da due anni in Italia, ha imparato a usare le canne e la tronchese e ora si sta creando un futuro, è il caos di dire, con le sue mani.

E come lui, tanti altri che hanno aderito al progetto “Intrecci” (mai termine fu più ontologico), un “laboratorio di formazione sull’arte dell’intreccio nella tradizione salentina… Attraverso lezioni teoriche e pratiche gli allievi hanno potuto apprendere le tecniche di intreccio e l’utilizzo dei materiali presenti nel Salento… L’intreccio è un linguaggio universale in grado di accomunare le differenti culture… Questi manufatti vogliono essere anche portatori di un messaggio di accoglienza…

Abbiamo ribattezzato i vari modelli assegnando un nome originale nella lingua di provenienza delle persone che li hanno realizzati per creare insieme nuovi intrecci forti e duraturi, simbolo di incontro e condivisione col mondo”.

E’ il caso che “The Donald” e il neo ministro dell’Interno e vice-premier, prima di lanciare crociate e dare addosso agli “untori”, si documentino meglio: i primi a guadagnarci sarebbero proprio loro.

Habemus Governo, purchè governi

(credits: Quirinale)
di NICOLA ZUCCARO - Sono da poco passate le ore 22.00 del 31 maggio 2018 quando un Sergio Mattarella visibilmente emozionato nel ringraziare la stampa accreditata al Quirinale lascia la Loggia d'onore fra gli applausi scroscianti rivolti dalla stessa ad indirizzo del presidente della Repubblica. Applausi, al tempo stesso, liberatori e che mettono fine a quelle giornate estenuanti ma cariche di quella tensione e di quella confusione senza precedenti nella Storia della Repubblica.

Si concludono così questi 88 giorni, i più lunghi forse dell'era repubblicana, e che si auspica risultino nel tempo essere stati utili per dare all'Italia un Governo che governi a partire dalle ore 16 di venerdì 1 giugno 2018 (vigilia del 72mo anniversario della nascita della Repubblica italiana), quando i ministri del nuovo esecutivo presieduto da Giuseppe Conte giureranno al Quirinale dinanzi al Capo dello Stato.

Gentiloni bis dalla notte insonne della Repubblica?

di NICOLA ZUCCARO - Un rinvio finalizzato a definire alcune caselle ministeriali o un velato passo di lato di Carlo Cottarelli per un governo non più tecnico ma politico e composto da Lega e 5Stelle o solo da quest'ultimo ? E' il rebus che, a conclusione dell'85mo giorno dalle elezioni per il rinnovo delle Camere, introdurrà un'altra notte insonne non solo per il presidente della Repubblica ma anche per i leaders delle maggiori forze politiche, costretti ad affrontare quella che potrà essere l'ultima nottata in bianco accompagnata da un altro interrogativo: voto a luglio, in autunno, o nei primi del 2019 ? Se è vero come è vero che la notte porta consiglio, specie quando a dover essere a rischio è la solidità economica dell'Italia (la risalita dello spread e le tensioni finanziarie manifestate dai mercati e rimarcate dallo stesso Sergio Mattarella), allora la soluzione è la fiducia ad un governo tecnico che accompagni l'Italia a nuove elezioni nei prossimi mesi.

Ma se è ugualmente vero che bisognerebbe dare all'Italia un esecutivo politico quale espressione della maggioranza degli elettori che il 4 marzo ha votato Lega e 5Stelle, sarebbe opportuno impiegare qualche giorno in più per il relativo varo. E se questo tentativo non dovesse andare a buon fine, la soluzione avrebbe - complice le disposizioni costituzionali - un nome ed un cognome: Paolo Gentiloni.

Il premier ancora in carica per gli affari correnti - secondo alcuni sussurri romani - non ha ancora preparato il trasloco, e questo potrebbe rappresentare un indizio perchè sia Gentiloni e non Cottarelli (titolare di un camuffato mandato esplorativo) a guidare quell'esecutivo di garanzia fino a nuove elezioni posticipabili a ottobre.

Più volte dalle colonne di questo giornale è stata evidenziata la competenza di Gentiloni in politica estera, unita ad una conoscenza dell'economia interna ed internazionale e delle istituzioni politico-militari quali Nato e Patto Atlantico. Elementi sulla base dei quali Sergio Mattarella potrebbe giocarsi l'ultima carta in quella che si auspica essere l'ultima notte insonne della cosiddetta Terza Repubblica.

29 luglio o 5 agosto, voto balneare all'orizzonte

di NICOLA ZUCCARO - Italia al voto, il 29 luglio o il 5 agosto 2018. L'ipotesi, considerata la consuetudine italica che vede gli italiani recarsi alle urne in primavera o durante ma non oltre il mese di giugno, potrebbe non essere più relegata all'immaginario del Belpaese, alla luce dell'aggravarsi nelle ultime ore di una crisi istituzionale senza precedenti nella politica italiana. Fermo restando che per un voto durante il Sol leone si dovranno osservare tempi ristretti (non è da escludere uno scioglimento delle Camere, già nella prossima settimana) e procedure che siano in linea con i dettami costituzionali, dal pomeriggio di martedì 29 maggio è aumentata nella gran parte delle forze politiche (Pd, Lega e 5stelle) la consapevolezza se non una vera e propria disponibilità ad affrontare una nuova campagna elettorale, con successivo ritorno in cabina degli elettori italiani.

Costoro, con molta probabilità, perchè stanchi sia di un anno lavorativo e di una classe politica rissosa quanto improduttiva, si sacrificheranno per il bene dell'Italia? Il precedente referendario del 9 giugno 1991, quando Bettino Craxi consigliò gli italiani di ad andare al mare, disertando di fatto le urne per il Referendum sulla preferenza unica, potrebbe rappresentare un incubo per i candidati e i rispettivi soggetti politici che mireranno al loro ingresso nel parlamento nazionale. E, in ossequio a quel "prima il dovere" - in questo caso civico - e "poi il piacere ", gli aspiranti parlamentari nel ricordo della numerosa presenza degli italiani alle urne referendarie di quella domenica di 27 anni fa, e che rigettò l'invito craxiano, potrebbero confermare la propria fedeltà al voto. Ragion per cui, il precedente sopra menzionato, fa ben sperare.

Cosa resta del dopo Conte? Mattarella 'leone ruggente', le strategie di Salvini e le prossime elezioni, un imminente Referendum sull'euro

di ALESSANDRO NARDELLI - E' fallito anche l'ultimo tentativo di trovare una maggioranza in grado di poter garantire la governabilità alla nostra Nazione. Le dichiarazioni del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sono state chiare: egli avrebbe accettato un Ministro dell'Economia politico (Giorgetti), ma mai un tecnico. Questo, probabilmente, perché di fatto, per agevolare la formazione di un Esecutivo, aveva detto si, malvolentieri, ad un Presidente del Consiglio non politico. Quindi il Presidente Mattarella non poteva accettare una nuova forzatura, e di che tipo c'è da dire.

Dire di si al Professor Savona come Ministro dell'Economia avrebbe di fatto indebolito la figura del Presidente della Repubblica, che è divenuto quindi 'leone ruggente' (cit. Carlo Lavagna). Matteo Salvini ha invece mantenuto la barra dritta sul nome del Professor Savona, dicendo di fatto no a Giorgetti Ministro, probabilmente sapendo già che questa soluzione avrebbe portato ad un fallimento del governo Conte. In questo modo ha potuto far passare i 5 Stelle per incapaci di formare un governo.

Questa sua tattica gli garantirà un aumento esponenziale dei consensi in vista della prossima tornata elettorale? Non possiamo saperlo, siamo nel campo delle ipotesi e delle suggestioni. Le prossime elezioni, un vero e proprio Referendum sull'euro, daranno forse risposte meno fosche. Nel mentre un governo di transizione a guida Cottarelli.

Giuseppe Conte pre-avvocato del popolo italiano?

di NICOLA ZUCCARO - A sorpresa, e contrariamente ai tempi previsti che prevedevano per la giornata di giovedì 24 maggio 2018 una decisione della presidenza della Repubblica sulla formazione del nuovo governo, Sergio Mattarella ha affidato l'incarico per la relativa formazione, nella serata di mercoledì 23 maggio, al Prof.Giuseppe Conte. L'accettazione con riserva da parte del docente foggiano, pur corrispondendo ad una espressione formale, viene ugualmente accostata al conferimento di un pre-incarico. A confermarlo dovranno essere i prossimi passaggi che Giuseppe Conte dovrà affrontare.

Fra questi la richiesta della fiducia al Parlamento che, fra Senato e Camera, secondo quanto trapelato da ambienti romani, non disponendo di ampie maggioranze, metterebbe in seria difficoltà l'avvio di una nuova stagione governativa per l'Italia. Se è vero come è vero che in politica 2+2 non fa sempre 4, il rischio che Conte si presenti ai due rami parlamentari con un pre-incarico resta elevato. E se così sarà, quel popolo italiano del quale il docente foggiano intende ergersi a difensore per il suo passato forense dovrà farsene una ragione nel caso in cui Mattarella proporrà, con un altro giro di consultazioni, il Governo del presidente.

Viaggio nell'arte contemporanea

(Fontana, Concetto spaziale)
di CRISTINA ANTIFORA - Nel settimo libro della repubblica, Platone racconta che gli uomini sono incatenati  nel fondo di una caverna buia e vedono solo ombre che sono proiettate da un fuoco alle loro spalle. Pensano che quella sia la realtà. Poi, uno di loro, penso all'Ulisse dantesco, riesce a liberarsi, esce allo scoperto e vede la luce del sole e il mondo che lo circonda. All'inizio la luce lo stordisce : i suoi occhi non sono abituati. Ma riesce a guardare e torna felice dai suoi compagni per raccontare quello che ha visto.

I compagni all'inizio stentano a credergli. Platone vuole dire che noi tutti simo in fondo ad una caverna, legati alla catena della nostra ignoranza, dei nostri pregiudizi e che i nostri deboli sensi ci mostrano solo ombre. Cercare di vedere più lontano spesso ci confonde: non siamo abituati. Ma ci proviamo.

La scienza è guardare più lontano. Ma la pittura è parte integrante della scienza. Il pensiero scientifico esplora e ridisegna il mondo. Ma anche l'arte della pittura è una esplorazione continua di forme di pensiero. La sua forza sta nel visionare e svelare territori nuovi del reale. Questo fa il vero artista: vede quello che gli altri non vedono.

Potremmo trovare le risposte che cerchiamo nella continua osservazione e in particolare nel grande libro della natura. La natura ci suggerisce tutto. Come sostiene Democrito; “ VERITAS IN PROFUNDIS EST”. Niente si inventa, tutto si scopre.

Gli anziani? Una giovinezza elevata

di VITTORIO POLITO - Le persone cosiddette “anziane” non devono rassegnarsi alla mentalità dell’ineluttabile declino, del “c’è ben poco da fare” o del “tiriamo avanti”. Con un diverso atteggiamento culturale in generale, un impegno nella speranza cristiana o in attività sociali organizzate, si può tentare, o per lo meno incominciare, a cambiare qualcosa, cercando di aiutare il prossimo a capire quali sono le autentiche qualità della vita coinvolgendo attivamente gli anziani. Non va dimenticato che anziano non significa necessariamente vecchio e inservibile. L’anziano può essere una persona di età avanzata in senso assoluto o in relazione ad altri. Insomma si può essere anziani anche a 40 anni se in relazione ad altri soggetti più giovani.

Qualche secolo fa le persone avanti con gli anni facevano parte del Consiglio degli Anziani, una sorta di Magistratura che presso il Comune assisteva il Podestà o il Capitano del popolo nel Governo.

Secondo Giovanni Paolo II, le persone anziane non devono sentirsi elementi passivi, ma soggetti attivi in un periodo umanamente e spiritualmente fecondo della vita umana. Infatti, hanno ancora una missione da compiere, un contributo da dare. Secondo il progetto divino, ogni singolo essere umano è una vita in crescita, dalla pura scintilla dell’esistenza fino all’ultimo respiro.

È fuor di dubbio che la società attuale tende a premere psicologicamente sui suoi componenti, condizionando gli stessi atteggiamenti valutativi, anche quelli di coloro, come gli anziani ed i malati, che nella diffusione della cultura e dell’efficienza sono piuttosto vittime che partecipi beneficiari.

L’etica cristiana impone di non considerare gli anziani solo valenze biologiche negative, ma stimola a contribuire a rendere attiva la terza età, con l’obiettivo di aggiungere anni alla vita e vita agli anni. Proprio come tentano di fare alcune associazioni di volontariato che organizzano attività varie con gli anziani ed a favore degli stessi.

La vecchiaia, secondo lo scrittore Fortunato Pasqualino (1923-2008), «È l’età dell’uomo più impegnativa spiritualmente, ricca di quei grandi distacchi che non si hanno se non nell’infanzia. È una fanciullezza elevata a un certo potere di veggenza spirituale». Invecchiare attivamente significa far tesoro delle esperienze vissute, ma vivere anche radicati al presente per cogliere le novità di ogni giorno. Interessarsi agli altri, vedere come aiutarli, per quanto è possibile, esercitare attivamente il “ruolo” insostituibile dei nonni. Così facendo non si avrà il tempo di pensare ai propri acciacchi che diventeranno più leggeri e si svolgerà anche un ruolo importante trasmettendo alle nuove generazioni la “memoria collettiva”, cioè costumi, tradizioni, folclore, dialetto, antichi mestieri, abitudini alimentari, artigianato locale, aspetti ambientali e urbanistici, tutte nozioni che se perdute arrecherebbero un impoverimento culturale alla società. Benvenute anche le iniziative di volontariato con la creazione di gruppi di “anziani per gli anziani”.

Una ricerca americana condotta su 132 mila persone fra i 21 e i 60 anni ha dimostrato che fino a 30 anni cresce la consapevolezza dei valori e rende l’individuo disciplinato. Fino a 40 anni l’obiettivo è quello di piacere agli altri, perciò si diventa disponibili. E andando avanti negli anni migliora il carattere in termini di generosità, sensibilità, apertura mentale. «La vecchiaia si può perciò davvero definire l’età della saggezza», hanno ufficialmente concluso i ricercatori. Erano gli unici a non saperlo. Il resto del mondo ne era già a conoscenza, seppure in maniera empirica. Pertanto, fin che c’è vita, c’è buon umore.

Ma quali possono essere gli ausili per gli anziani per migliorare la qualità della vita? Tenterò di dare qualche suggerimento.

Innanzitutto l’udito, infatti la riduzione di questa capacità, isola inesorabilmente il soggetto dalla vita sociale. Rivolgersi subito allo specialista audiologo o otorinolaringoiatra, che aiuterà certamente a migliorare questa funzione. Ottimizzare la capacità della memoria tenendola costantemente in allenamento, interessandosi degli avvenimenti quotidiani, leggere giornali e riviste e commentarli con i propri familiari. Non esistono al momento farmaci miracolosi per la memoria.

Una lunga passeggiata quotidiana porta almeno sette vantaggi alla nostra salute: attenua lo stress e diminuisce l’ansia, aiuta a non aumentare di peso, favorisce la circolazione del sangue agli arti inferiori e la diminuzione del colesterolo, facilita il lavoro del cuore, diminuisce la fragilità ossea, cioè l’osteoporosi, e favorisce il mantenimento dei valori normali della pressione arteriosa.

La cosa più importante da fare? Quella di non isolarsi e partecipare attivamente alla vita sociale, bisogna stare il più possibile con gli altri, prendere parte a giochi, gite, iniziative parrocchiali o sociali che organizzano molte attività. Insomma, stare il più possibile attivamente insieme agli altri, poiché solo così facendo si potrà vivere una vecchiaia serena e certamente accettabile.

Opinioni: Sorrentino e la tragica visione del berlusconismo

di ALFREDO DE GIUSEPPE - * Ho visto nei giorni scorsi il film di Sorrentino su Berlusconi dal titolo “Loro 1”. Sul film, comunque bello, sospendo il giudizio in attesa della seconda parte, “Loro 2” che uscirà oggi 10 maggio. Ma questo lavoro del nostro regista Premio Oscar è l’occasione per un’ulteriore riflessione sul berlusconismo più che sulla figura e sulla vicenda personale del Silvio nazionale. La domanda è: cosa è stato, cosa è ancora il berlusconismo nel sistema politico, sociale e culturale di questo Paese? E poi, ha riguardato solo l’Italia?

Il berlusconismo è una filosofia, un modo d’essere che ha pervaso la nostra società, l’ha peggiorata in quasi tutti i suoi aspetti e infine l’ha inginocchiata. Non è stato solo l’ideologia senza ideologie sottesa al partito padronale Forza Italia, ma anche, e soprattutto, lo strumento per la modificazione genetica e morale di un’intera classe politica. La manipolazione costante, sotterranea e palese della verità. Il suo pervicace sistema di bugie, ben riuscito grazie al proprio potere mediatico, ha fatto scuola, ha generato piccoli e grandi “mostri”, al di là forse della stessa intenzione del fondatore che, per lunghi periodi, stava pensando solo a come salvare se stesso e le sue aziende.

Però, chi per primo fra i politici mondiali ha messo alla berlina i giudici che volevano giudicarlo? Chi ha potuto per primo cambiare idea nell’arco di poche ore, pochi giorni o anni, senza mai provare un minimo di vergogna, senza mai tentare un’autocritica? Chi ha potuto gestire per anni quasi tutte le trasmissioni tv, senza preoccuparsi della qualità delle stesse, se non per il legame al sistema di potere che si andava delineando? Chi ha mostrato al mondo intero quanto inutile fosse il concetto di conflitto di interessi? Chi ha sdoganato per primo i post-fascisti, paragonandoli esattamente ai partigiani, o i leghisti secessionisti paragonati ai liberatori celtici, ricevendo comunque applausi dalla platea? Chi ha, anche in diretta internazionale, soggiogato i suoi ospiti con una barzelletta da varietà anni ’50? Il berlusconismo ha talmente pervaso la società italiana che nessun partito è più riuscito a divincolarsi.

Ancora oggi, il Silvione resta figura centrale e comunque importante per qualsiasi accordo politico che si voglia azzardare. Renzi è l’emanazione consequenziale del berlusconismo insediatosi dentro la cultura del Partito Democratico. Tant’è vero che il buon Matteo andò prima ad Arcore a farsi benedire e poi inventò il Patto del Nazareno, un accordo che doveva cambiare l’Italia e che invece, ancora una volta, era utile solo al salvataggio e alla resurrezione di Berlusconi. La caduta di valori, di etica e di giustizia, ha nel berlusconismo, nei suoi alleati, nei suoi giornali e nella sua stessa dimensione umana, il massimo epigone storico con uno stratagemma molto semplice: attaccare gli oppositori (anche interni) sullo stesso livello scandalistico. Far vedere che fra il mancato pagamento dei contributi di una colf, fra una casa con affitto calmierato e le bombe mafiose non c’è nessuna differenza.

Così milioni di italiani sono cresciuti con la convinzione che Bersani o Pertini siano uguali a Berlusconi, che Gerry Scotti sia meglio di Umberto Eco, che Dell’Utri una vittima e il Milan di un povero cinese. Giornali come “Chi” sono diventati gli unici divulgatori di verità sconosciute, la cultura devastata ai margini della visione sfarzosa e caricaturale della modernità. E infatti, per la scuola nessuna priorità: meglio un casting di “Amici”, o una diretta sul calcio di 4 ore piuttosto di una lezione di Storia e Geografia (materie ormai bandite perché potrebbero anche formare un pensiero critico).

La superficialità al potere, l’inglobamento in un pensiero unico, la forza del denaro e dei media lanciati come sassi populisti contro equità e ambiente sostenibile. La cosa però che mi ha fatto riflettere molto in questi ultimi tempi, è che il modello politico lanciato da Berlusconi ha fatto breccia in tutto il mondo. Tanto è stato devastante l’esempio italiano da divenire modello per le peggiori pulsioni di arricchiti ignoranti, di malavitosi in doppio petto, di tycoon mediatici, di fascistoidi mascherati da amanti delle libertà nazionalistiche. Berlusconi è stato molto importante per Donald Trump (alcuni suoi twitt sembrano scritti dalla segretaria di Silvio), ma anche per l’ungherese Orbán, per il thailandese Boonsongpaisan, per alcuni dittatorelli africani e per tanti altri suoi estimatori. 

Dopo di lui nessun politico al mondo pare abbia vergogna a esternare le proprie idee (anche le più atroci), a diffamare chi indaga su di lui, a portare in Parlamento suoi parenti, consiglieri e avvocati, a produrre leggi chiaramente contro le Costituzioni, a disprezzare i più poveri, a confondere le idee dicendo tutto e il suo contrario, a denigrare e demonizzare i pochi avversari, corrompendo gli incerti. Il berlusconismo, al di là dei film, può essere il de-profundis della democrazia: aprire gli occhi è ora indispensabile.

*regista, scrittore, imprenditore

Modello Molise anche per un centrodestra vincente in Puglia nel 2020?

di NICOLA ZUCCARO - Un centrodestra vincente anche per la Puglia, in vista delle "regionali" del 2020, sul modello molisano? All'indomani del successo acquisito dalla stessa coalizione al temine della turno elettorale di domenica 22 aprile per il rinnovo sia del Governo che dell'assemblea regionale del Molise, sono state puntualmente espresse non poche congratulazioni indirizzate al neo governatore molisano Toma e auspici da parte di alcuni esponenti del centrodestra pugliese.

Da Massimo Cassano (Forza Italia), da Raffaele Fitto (Direzione Italia) e da Erio Congedo (Fratelli d'Italia) si è sollevato quel coro unanime che indica nella compattezza dell'intera coalizione e nella concretezza dei programmi le 2 componenti fondamentali e determinanti per una vittoria del centrodestra anche in Puglia nel 2020.

E dalla serie si è vinta la battaglia ma non la guerra, si dovranno attendere gli esiti dei prossimi appuntamenti elettorali quali le Regionali del 29 aprile nel Friuli-Venezia Giulia e le amministrative del 10 giugno 2018 per riscontrare se il successo del Molise sia stato solo una parentesi o l'inizio di una stagione vincente per il centrodestra a livello locale, prima ancora che nazionale.

Aspettando Mattarella, Fico esploratore o ritorno alle urne?

di NICOLA ZUCCARO - Sarà un fine settimana di meditazione per Sergio Mattarella. I 2 giorni di tempo, secondo quanto comunicato dal Quirinale nella tarda mattinata di venerdì 19 aprile subito dopo il colloquio che lo stesso presidente della Repubblica ha avuto con l'esploratore e presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, sarà sufficiente al capo dello Stato per sbrigliare quella matassa che a tutt'oggi impedisce la nascita di una maggioranza politica, sostenitrice di un Governo?

In attesa di una risposta che perverrà non prima di lunedì 23 aprile, oltre all'ipotesi più volte avanzata in questi giorni e riguardante la nascita di un esecutivo del presidente (per una metà tecnico e per l'altra metà istituzionale), prende corpo la possibilità di conferire un secondo e probabilmente ultimo mandato esplorativo. A ricoprirlo non sarà più Elisabetta Casellati ma il presidente della Camera dei Deputati, Roberto Fico.

Riuscirà, la terza carica dello Stato, in virtù della sua provenienza-appartenenza "pentastellata", ad abbattere quel muro contro muro che da giorni, nel dominare la scena politica italiana, contrappone il Movimento 5 Stelle alla Lega, quest'ultima accompagnata dal tandem Forza Italia - Fratelli d'Italia?

E' questa la domanda che più di ogni altra avrà ancora senso porsi, in previsione di un'altra fumata nera e di eventuale rifiuto sia dei Cinque Stelle, della Lega e del centro-destra, di un governo del Presidente, al quale seguirebbe un immediato ritorno alle urne, con buona pace di Luigi Di Maio e di Matteo Salvini.

Ma non dell'intero Paese che per interventi di vitale importanza sul piano occupazionale, sociale, economico e finanziario, avrà bisogno di un esecutivo nel pieno delle proprie funzioni. E con l'auspicio che questa seconda tornata elettorale - indipendentemente dalle storture del Rosatellum - sarà generosa nel dare al Paese quella maggioranza elettorale, autonoma e autosufficiente nei numeri, per la stabilità politica dell'Italia.

Governo, Elisabetta Casellati vorrà dire 'fiducia'?

(ANSA)
di NICOLA ZUCCARO - "Sono certa che il presidente saprà individuare il percorso migliore da intraprendere" . Nel ringraziare il Capo dello Stato per la fiducia ripostale e relativa all'affidamento del mandato esplorativo, il presidente del Senato Elisabetta Casellati si è espressa così al termine del colloquio avuto stamane al Quirinale con Sergio Mattarella per riferire sull'operato della 2 giorni di consultazioni il centrodestra ed il Movimento 5 Stelle.

E da quel "sono emersi spunti per una riflessione politica" sarebbero trapelati (il condizionale è obbligatorio, in attesa di ulteriori conferme) secondo il parere del presidente del Senato, dei segnali significativi, per la costruzione di un accordo relativo alla formazione del nuovo esecutivo.

Esplorazione in alto mare con Governo del presidente all'orizzonte


di NICOLA ZUCCARO - All'ultimatum "Salvini decida entro una settimana", proveniente da Luigi Di Maio, la replica del leader della Lega con un "fai un passo di lato come me" documenta l'inizio in salita per Elisabetta Casellati del mandato esplorativo affidatogli nella mattinata di mercoledì 18 aprile 2018 dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. E, in vista di un secondo incontro previsto per giovedì 19 aprile, a prendere le distanze è Forza Italia che per voce di Silvio Berlusconi nell'affermare che non sono mai stati messi dei veti da nessuno, conferma lo stallo emerso dopo il secondo giro delle consultazioni al Quirinale dello scorso 13 aprile. Un buon motivo per consentire al Capo dello Stato di proporre un "suo Esecutivo".

(twitter)
Un Governo a breve termine che consenta oltre al ritocco della legge elettorale, con l'introduzione del premio di maggioranza, la piena operatività per i prossimi impegni economico-finanziari (varo del Dpef) e per i prossimi appuntamenti internazionali (Consiglio d'Europa del 28-29 giugno), per poi consentire un ritorno alle urne fra ottobre-novembre 2018 (prima, l'8 e il 9 luglio, il Parlamento dovrà eleggere in seduta comune gli 8 componenti laici e di propria competenza del Consiglio Superiore della Magistratura) ed il febbraio 2019.

Opinioni: la parità uomo-donna? Parta dalla Chiesa

di ALFREDO DE GIUSEPPE * - In questo mese ho letto con attenzione quanto riportato da una rivista mensile dell’Osservatore Romano, “Donne Chiesa Mondo”, in cui un articolo della giornalista francese Marie-Lucile Kubacki spiega la situazione di molte suore: «… impiegate al servizio di uomini di Chiesa, si alzano all’alba per preparare la colazione e vanno a dormire una volta che la cena è stata servita, la casa riordinata, la biancheria lavata e stirata. In questo tipo di “servizio” le suore non hanno un orario preciso e regolamentato, come i laici, e la loro retribuzione è aleatoria, spesso molto modesta». 

Insomma, donne pagate poco, spesso non pagate affatto, che non hanno alcun orario o regolamento, non hanno un contratto e non hanno una convenzione con i Vescovi o le Parrocchie con cui lavorano.
La loro professionalità, la competenza o i loro titoli di studio non sono riconosciuti e questo genera, all’interno delle gerarchie «abusi di potere» e «violenza simbolica» che ha conseguenze molto concrete.

Nello stesso mese, ho visto al cinema il film del regista australiano Garth Davis dal titolo “Maria Maddalena” dove il ruolo della donna di Gesù (Filippo dice “La sua consorte”) viene finalmente esaltato nella sua corretta, direi normale, vicenda umana.  Non più prostituta redenta come la Chiesa ha tentato di accreditare per quasi duemila anni e neanche una santa folgorata da una visione: semplicemente una donna problematica che non vuole sposare l’uomo scelto dai fratelli, che intravede una speranza in un nuovo profeta, un uomo timido, un po’ confuso e in definitiva vittima delle aspettative degli uomini del suo tempo, di cui lei finisce per innamorarsi.
 
In entrambi i lavori, uno attuale e l’altro che ci riporta all’antropologia del Cristianesimo, si pone prepotentemente in discussione il ruolo della donna nella Chiesa, ma anche nelle società dove quella religione ha influito pesantemente sulle vicende umane, dalla sessualità ai ruoli sociali.

Siamo tutti coinvolti: il nostro calendario parte dalla data di nascita di Cristo, tutto l’Occidente si è mosso sul presupposto della verità assoluta di quella religione, quasi tutti noi siamo battezzati, in qualche modo ne siamo intrisi culturalmente e filosoficamente.
 
Noi maschietti siamo tutti un po’ maschilisti, siamo nati, forgiati in questo contesto, dove tutto sembra naturalmente coerente con l’uomo posto un gradino più in alto. Ma è sempre stato così? Ovunque? O la religione, impostata come organizzazione statalista, si è data una sua dimensione maschilista?

Partiamo dall’inizio. Dalla Genesi: E Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Allora l'uomo disse: "Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne. La si chiamerà donna, perché dall'uomo è stata tolta." Alla donna disse: "Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ed egli ti dominerà”.
 
La donna era già sottoposta appena creata. Lunga sarebbe stata la strada della liberazione. Per quanto Cristo tenti di dare nei Vangeli pari dignità alle donne (a esempio difende una prostituta dal linciaggio, dialoga di religione con una reietta), Paolo nella prima lettera ai Corinzi si affretta a precisare: “Voglio tuttavia che sappiate questo: Cristo è il capo di ogni uomo, l'uomo è capo della donna e Dio è capo di Cristo. Ogni uomo che prega o profetizza a capo coperto, disonora il suo capo; al contrario, ogni donna che prega o profetizza a capo scoperto, disonora la sua testa, perché è come se fosse rasa. Se una donna, dunque, non vuol portare il velo, si faccia anche tagliare i capelli! Ma se è vergognoso per una donna essere rasa, si copra col velo. L'uomo, invece, non deve coprirsi la testa, perché è immagine e gloria di Dio; mentre la donna è gloria dell'uomo. Infatti, l'uomo non ebbe origine dalla donna, ma fu la donna ad esser tratta dall'uomo; né fu creato l'uomo per la donna, bensì la donna per l'uomo”.

È evidente che su queste basi non è difficile essere maschilisti. E la struttura della Chiesa è stata nei secoli abbondantemente maschilista, a partire dall’eliminazione di Maria Maddalena dall’iconografia degli apostoli, tutti rigidamente uomini.
Papa Woytila nel 1994 ha ribadito che il sacerdozio è riservato ai soli uomini, come peraltro il Catechismo della Chiesa Cattolica recita senza esitazioni al testo n. 1577: “Riceve validamente la sacra ordinazione esclusivamente il battezzato di sesso maschile. Il Signore Gesù ha scelto uomini per formare il collegio dei dodici Apostoli, e gli Apostoli hanno fatto lo stesso quando hanno scelto i collaboratori che sarebbero loro succeduti nel ministero. Il collegio dei Vescovi, con i quali i presbiteri sono uniti nel sacerdozio, rende presente e attualizza fino al ritorno di Cristo il collegio dei Dodici. La Chiesa si riconosce vincolata da questa scelta fatta dal Signore stesso. Per questo motivo l'ordinazione delle donne non è possibile”.

Ora però son passati più di duemila anni. L’ultimo Papa, Francesco, ha dato una prima spallata a consuetudini e regole. È il momento di osare: ci dovrà essere, forse in un futuro molto vicino, una definitiva affermazione pratica della parità uomo-donna, partendo magari dal sacerdozio e da tutta la gerarchia ecclesiastica.
Non più suore al servizio di prelati, ma donne pronte a governare, a essere anche papesse, non più mogli fedeli e silenziose, ma persone attive e pensanti.
 
La Chiesa, vista l’enorme responsabilità storica che si porta sul groppone, dovrà prendere atto che marcare attraverso il proprio credo le differenze fra uomo e donna è ormai antitetico alla predicazione della giustizia sociale.
 
Fare questo passo, con decisione e brillantezza, formerà nel prossimo futuro generazioni di uomini meno frustrati, e donne più responsabili del loro ruolo, perché in effetti il maschilismo e la supina accettazione della sottomissione da parte delle donne sono la sommatoria finale (e a volte drammatica) di insegnamenti religiosi, di pratiche quotidiane, di millenni di storia e letteratura.

Un passo del genere creerà insomma quell’ambiente favorevole e far crescere una vera parità di genere, non più forzata da leggi, quote rosa e bolle papali, ma semplicemente una prassi culturalmente, antropologicamente accettata.

Del resto la religione, così come tutte le vicende umane, non è immutabile nel tempo, molte sterzate sono state compiute nei secoli: ora è arrivato il momento di cambiare registro su un argomento che, pur rifacendosi alle Sacre Scritture, non è più derogabile.
 
Abbiamo vissuto un lungo Medioevo e le martirizzazioni delle donne volute dal Sant’Uffizio, la negazione della libertà sessuale, l’immagine della donna fossilizzata in una vergine buona e romantica, angelo del focolare senza potere decisionale, poi però è arrivata la psicoanalisi di Freud, il lavoro industriale in grandi fabbriche, le rivoluzioni del ’68, il divorzio e l’autonomia economica: il Concilio Vaticano II in parte aveva iniziato un percorso, più volte ostacolato da resistenze e privilegi.
 
Ora manca il coraggio finale, che forse comporta la sostanziale modifica di alcuni passi fondanti della religione prima ebraica e poi cattolica, ma l’evoluzione dell’uomo e della società lo richiede: nessun libro di successo e ancora in voga, seppur scritto a più mani qualche secolo fa, potrà fermarla. 

* regista, scrittore, imprenditore

Analisi: Rosatellum, un Porcellum al quadrato

di FRANCESCO GRECO - Vedi alla voce: “restaurazione”. Il “Rosatellum”, il sistema elettorale con cui si voterà il 4 marzo, si può configurare come un “Porcellum” all’ennesima potenza. O un’altra rivoluzione all’italiana, fallita.

Il nuovo peggio del vecchio, un modo elegante di coglionare il cittadino-elettore, una trappola micidiale per topi, un labirinto in cui loro stessi che l’hanno fatta si sono persi, fra quote rosa e seggi sicuri. Da notte della Repubblica.
 
Solo una mente perversa, bacata e impunita come quella della classe politica italica - cui non interessa il bene comune ma la sublimazione massima del solipsismo - poteva pensare a un sistema elettorale che travisa la volontà del cittadino, che Prodi definisce "una porcheria". Che potremmo denominare “Puttanellum”, nel senso che occorre fare una marchetta col capo per farsi mettere in lista.
 
Un tempo le candidature erano decise dalla fedeltà all’elettore, al territorio, tenevano conto delle gerarchie: oggi in lista finiscono gli zerbini dei boss, gli yesman (dopo un bagno di sangue cruento, all’insegna del cannibalismo). Prima si decide chi deve sedere in Parlamento, poi si va dall’elettore, convitato di pietra della democrazia, a farsi legittimare. In nome di cosa? Non certo della governabilità e la stabilità, visto che si susseguono governi tecnici uno via l’altro e all’orizzonte si profilano le larghe intese (Maroni, Calenda e Alfano si son tenuti fuori, sono già ministri). Siamo in piena barbarie, la democrazia è cosa loro.
 
“Rosatellum” peggio del “Porcellum”, che almeno una maggioranza la assicurava tramite il premio di maggioranza (dichiarato poi incostituzionale). “Rosatellum” invece è sinonimo di instabilità e ingovernabilità già alla fonte, a prescindere direbbe Totò. E non per caso sulla sua testa pendono tre ricorsi, tesi a dimostrarne l’incostituzionalità ancora prima che entri in vigore, tanto da allarmare l’Europa, che con Macron e Moscovici ha richiamato l’Italia sui rischi all’orizzonte e del fatto che l’UE, se l’Italia non dovesse avere un governo, ne sarebbe destabilizzata e svaporerebbe la suggestione della ripresa costruita dai media (e saremmo commissariati dalla trojka, come previde Rino Formica, grande vecchio).
 
Ma c’è anche, oltre a quello diciamo tecnico, un secondo fallimento, meramente politico. I seggi sicuri sono la morte della democrazia. La sordità della classe politica, il suo arroccamento nel Palazzo dì’Inverno è un calcio nel didietro alla società civile (hanno ragione Biagio De Giovanni e Alessandro Campi sul “Messaggero” e Antonio Floridia sul “Manifesto”) fino a ieri mitizzata per opportunismo, ma anche un elemento di preoccupazione e di ulteriore distanza fra paese reale e paese legale, di indebolimento del tessuto democratico (“La democrazia si sta estinguendo”, Giulio Sapelli): insomma, un suicidio annunciato.
 
Nella seconda repubblica la percentuale dei votanti è andata gradatamente diminuendo, in periferia più che al centro: si calcola che non andranno alle urne in 17 milioni. Gli italiani non si sentono rappresentati dalla “nuova” classe politica, un ibrido fra vecchi burocrati supponenti e casalinghe di Voghera, incompetenti e sculettanti. Manca il lavoro, così il Parlamento è visto come un ammortizzatore sociale, la politica come sbocco occupazionale. E tutto galleggia sulle ideologie relativizzate e svuotate di progettualità, di idealità, in una società liquida e globale che crea masse di diseredati, di precari, di uomini senza diritti, pane e dignità, di fantasmi borderline ricacciati sempre più ai margini. Gli uni e gli altri concepiscono la politica come un diversivo, non una mission. E’ un’involuzione ontologica: il prossimo Parlamento sarà pieno di avventurieri e inquisiti, sgallettate fintebionde e vecchie zie virtuose, maestre della bagnacauda, nonni e cugini di chi sta già dentro, amici degli amici che faranno formazione nelle istituzioni, parassiti che vivono sulla politica e che ha al massimo il proprio voto e che ha fatto la marchetta per il seggio sicuro.
 
C’è una invece, e si aggrava, una questione seria di rappresentanza reale, di partecipazione alla vita democratico. E come reagisce la classe politica? Con una legge elettorale con cui salva se stessa come casta, aumentando i benefit, che candida e garantisce le burocrazie vecchie e nuove di partiti e movimenti che sono come i partiti, escludendo, diremmo scientificamente, la società civile. I candidati all’uninominale li decide il partito e i primi posti nei listini accanto pure. Dove sta allora la scelta del cittadino? Il suo onesto desiderio di avere i propri rappresentanti è frustrato, ridicolizzato. Fuck-in elettore.

Il maggioritario è fallito, non è nel nostro dna che privilegia il gruppo, la coschetta: ha provocato disaffezione alla partecipazione e governi tecnici. Per salvare la democrazia da disincanto e delegittimazione si deve tornare al proporzionale puro, con le preferenze chiare: solo così si riavvicineranno i cittadini alle istituzioni, si rifidelizzeranno gli elettori.

Così, invece, con questo grottesco gioco al massacro, il solco si farà ancora più profondo e i votanti caleranno sempre più. Ma forse, è proprio questo che si voleva con lo sbranamento indecente, la mattanza della divisione dei collegi “sicuri”, posto che ve ne siano, perché si avranno molte sorprese. Con un elettorato “liquido”. Di sicuro c’è solo la morte, e le tasse dicono gli americani.
 
Se queste sono le premesse, c’è da prevedere l’aumento dell’astensionismo e il trionfo di neo-sovranismi e populismi in tutte le salse, oltre ai qualunquismi sulla scena trasfigurati nei simboli presentati. Al netto dei cavalli di Troia: Carelli (uomo di Berlusconi), Paragone (referente di Salvini). La “gestione” del post-4 marzo si annuncia perciò complicata assai.
 
E’ la risposta sbagliata a questioni serie e profonde come la rappresentanza e la partecipazione. L’ennesima rivoluzione all’italiana abortita: l’anticamera del “commissariamento”, del salto nel buio, verso lo stato etico delle plutocrazie, magari selezionate e inviate da Bruxelles dopo uno scouting bizantino.

Disastri ferroviari, tutta la Puglia è (il) Paese

di NICOLA ZUCCARO - Un cedimento strutturale di 20 cm di rotaia (secondo un primo rilievo da parte degli organi inquirenti), sarebbe stata la causa dell'incidente ferroviario di ieri mattina, alle porte di Milano. In attesa dell'esame della scatola nera, il bilancio di 3 morti e 46 feriti (4 dei quali ricoverati in codice rosso), ha richiamato sin dai minuti successivi al sinistro il disastro del 12 luglio 2016, quando lungo la tratta ferroviaria delle Ferrovie del Nord barese Corato-Andria persero la vita 23 persone.

Dalla tragedia del milanese esce sconfitto il mito della Lombardia quale modello dell'efficienza nazionale poichè, alla luce dell'accaduto, emerge a chiare lettere che l'efficientamento e la modernizzazione della rete ferroviaria italiana rappresenta da Nord a Sud della penisola una delle varie e numerose emergenze nazionali.

Una priorità che, resa ancora più grave da quest'ultimo incidente su rotaia, induce a sostenere che tutto il sistema ferroviario (italiano) è (il) Paese. Il Paese Italia, a partire dalla Puglia di quelle fragilità infrastrutturali rappresentate, a tutt'oggi, oltre che dalle Ferrovie del Nord barese anche dalle Ferrovie Sud Est.