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Quel fenomeno antico del femminicidio

di GIULIANA CAZZATO* - Il movimento delle donne, recentemente, si è battuto affinché il termine femminicidio si affermasse nel discorso pubblico. Per i reati di genere, purtroppo, non sempre le pene sono eque, ovvero commisurate all'entità del crimine, come spesso la cronaca di questi ultimi tempi ci informa. 

Forse, vale la pena chiarire, in maniera precisa e dettagliata, cosa si intende per femminicidio, dove nasce, come nasce, perché si consuma, qual'é la situazione nel nostro paese, quali sono le pene per gli autori e le tutele per le vittime.

Il termine femminicidio é un neologismo introdotto per la prima volta dalla sociologa Diana Russel, che nel suo libro " De Pacific Of Woman Killing", tratta le cause principali degli omicidi nei confronti del genere femminile. 

Il concetto si estende aldilà della definizione giuridica di assassinio, divenendo violenza estrema da parte dell'uomo contro il soggetto donna in quanto tale e include situazioni in cui la morte diviene esito-conseguenza di atteggiamenti o pratiche sociali misogine.

Questo termine raffigura un fenomeno che non si limita a descrivere un omicidio perpetrato sul genere femminile, ma annovera tutta una serie di comportamenti che incidono sulla libertà, integrità, dignità e moralità delle vittime in questione. 

Si tratta, per lo più, di condotte caratterizzate dall'avversione maschile che, generalmente, si conclamano nell'ambiente sociale dove la donna vive, lavora e si rapporta e che sfociano, poi, in maltrattamenti, violenza psichica e fisica, sessuale, economica ed educativa; tali condotte rimanendo, il più delle volte, impunite, culminano quasi sempre con l'uccisione o, per lo meno, con il suo tentativo. 

Il fenomeno ha origini antichissime, malgrado il termine coniato per descriverlo venga ritenuto un neologismo. Tornando agli albori della società, è di tutta evidenza come essa fosse, nella maggior parte dei casi, incentrata sulla figura maschile in gruppi societari di tipo patriarcale che hanno indotto l'uomo a identificare la sua controparte come proprietà privata, subordinata al suo controllo e, come tale, priva di indipendenza e autonomia, del tutto incapace di autodeterminarsi. 

Questo distorcimento dei ruoli ha permesso di farci approdare a falsi stereotipi, in cui all'uomo era permesso di relazionarsi con il cosiddetto "sesso debole" in maniera violenta, aggressiva e denigrante, nonché umiliante.

Tale pregiudizio ha condotto la collettività sociale verso i sentieri della giustificazione di questo efferato delitto. E, viene dal passato con retaggi ancora presenti e drammatici, l'erronea e criminosa convinzione che l'uomo in questo atto sia mosso da un sentimento d'amore o da un istinto passionale incontrollabile, mentre la donna-vittima sia co-responsabile, in quanto colpevole di averlo provocato.

A questo punto, molti dubbi, molte domande potranno avere una risposta che ci fornirà uno spaccato di quel luogo che è stata la culla di questo turpe crimine. Ma dove nasce? Esso nasce, ahimé, nella casa natia, nella diseducazione genitoriale, nasce dalla violenza dei padri che si sentono autorizzati a educare a suon di sberle, nasce dalla manipolazione psicologica delle madri, che per sentirsi forti, chiamano in causa il "pater familias", assistendo mute alle vessazioni sulle figlie, quasi con sottile soddisfazione, nasce dal voler proteggere, a tutti i costi, il figlio maschio a discapito della femmina reietta, nasce già a livello embrionale quando, anziché il maschietto sperato, arriva una femminuccia, nasce nella primissima cellula sociale (la famiglia), da cui si pretende amore, protezione e comprensione mai avuta. 

Il femminicidio si consuma quando la donna viene considerata colpevole di aver trasgredito al suo ruolo, dove la sua parte è quella del soggetto mite e remissivo. Le cause possono radicarsi all'interno di una cultura greve e pregiudiziosa. 

Un altro indicatore di rischio altrettanto inquietante è rappresentato da una mente criminale e malata del proprio avversario.

Il maltrattamento o l'uccisione della propria partner, figlia, amica, collega o conoscente, reca l'impronta di una cultura convinta che l'uomo possa possedere una donna e, con la forza, obbligarla ad adempiere alle proprie aspettative lecite o non lecite che siano, la donna è vittima a prescindere in quanto tale. 

Questa falsa credenza rimanda, purtroppo, a un aspetto più complicato e recondito, ma spesso trascurato come quello psicologico. In molti casi, l'uomo non accetta l'idea di essere figlio di una donna, ne rigetta la maternità per motivazioni intime e personali o turbe psichiche prima fra tutte la paura di essere inferiore.

Questo aspetto, apparentemente e falsamente castratorio, porta nel soggetto fin dalla prima infanzia, fanciullezza, adolescenza, esplodendo nella giovinezza uno squilibrio in cui la tensione emozionale degli opposti non rispetta i ranges di base, da qui, l'avversione inconscia per la figura materna che si estenderà a tutto l'universo femminile, con accenti molto marcati alla propria compagna a cui attribuisce l'evidente prolungamento della madre e, in quanto tale, soggetto, irriverente e nocivo. 
Nasce, per cui, l'esigenza di dover necessariamente manipolare la vittima designata riplasmandola e riformattandola, usando violenza e coercizioni varie che, il più delle volte, terminano con la morte di quest'ultima e l'apparente e momentanea esaltazione, con conseguente appagamento egoistico del carnefice. 

Non è indispensabile porre l'accento su quanto sia effimero il soddisfacimento poiché, successivamente, questo atto lascia l'autore (del reato) in uno stato di prostrazione e penosa confusione con un pathos che, difficilmente, potrà essere superato.

Di rimando, la vittima, il più dell volte, appare sottomessa, gracile con un equilibrio caduco, quasi evanescente, sofferente per la mancanza del caregiver (quasi sempre quello maschile). 

L'esigenza di poter sopperire a questa mancanza, diviene e si incarna nella scelta quasi sempre di un partner che, in principio, si dimostra tenero e amorevole, per divenire, poi, l'estensione del padre autoritario e oppressivo. 

Detto ciò, si evince che causa determinante, oltre a quella di natura psico patologica, divenga quella culturale, paragonabile a un enorme puzzle i cui pezzi, riguardanti i pregiudizi culturali, risultano più evidenti, quasi tridimensionali e di cui è parte integrante anche il maschilismo, ripetutamente rifiutato, rigettato, esorcizzato, ma difficilmente removibile, dal momento che miete decine di vittime all'anno.

Negare il fenomeno come ancora in auge, è un modo per pensare che questi crimini siano frutto di raptus, gesti inconsulti, eccezioni, la cultura, diviene sessista e i risultati sono visibili dalle più disparate angolazioni, persino nel modo in cui viene annunciato un femminicidio, il quale è un fenomeno (quasi una moda) che deturpa l'intera società, senza distinzione alcuna di generi dalla notte dei tempi e che in Italia, solo da pochi anni, è finito sotto la lente dell'opinione pubblica e delle istituzioni.

I dati più recenti, contenuti in alcune indagini statistiche, denunciano una situazione che nel nostro paese (confermata per altro dagli agenti di polizia, dagli operatori del settore socio-assistenziale, legale e ospedaliero), riveste un ruolo prettamente domestico con dimensioni che sfiorano il 70%; la maggior parte delle vittime viene uccisa per mano di un familiare, coniuge, convivente, fidanzato, amante o ex compagno. 

Di fronte a una situazione così allarmante e di tale portata, si è cercato di correre ai ripari emanando dei decreti legge, come il numero 93/2013, convertito in legge numero 119/2013, con l'obiettivo e l'intento di contrastare la violenza di genere, tutelare le vittime e cercare di prevenire il femminicidio.
Per ciò che riguarda gli strumenti di tutela a disposizione, sono state previste misure cautelative fra cui l'impossibilità di ritirare la querela per stalking da parte della vittima, se questa è stata posta in essere con gravi minacce (soprattutto con armi e reiterata nel tempo), la possibilità di revoca delle querele per altri reati, al fine di garantire la libera determinazione e consapevolezza dell'oppressa e la facoltà da parte del magistrato del tribunale dei minorenni a procedere per i delitti di maltrattamenti in famiglia, di atti persecutori e di violenza sessuale a danno di un minore, ai fini dell'adozione per l'affidamento dei figli. 

A tutto ciò, si aggiunge la facoltà per gli agenti di polizia giudiziaria di disporre, previa autorizzazione del pubblico ministero e in caso di flagranza, l'allontanamento di urgenza dalla casa familiare e il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla donna da parte dell'autore del reato.
La strada da percorrere per garantire una piena tutela delle donne, è ancora dura e controversa, ma la prevenzione, grazie anche all'attività dei centri antiviolenza e delle associazioni per i diritti femminili, svolge un ruolo fondamentale nel supporto dei soggetti interessati. 

Altra misura cautelativa da non sottovalutare, altrettanto propedeutica e benefica, è la denuncia da parte della donna all'insorgere del problema, ovvero quando il tutto si presenta a livello embrionale, verso istituzioni o professionisti privati dove trova ragione un'appropriata terapia o counselling familiare, al fine di ristabilire equilibri psico-sociali precari e pregiudizievoli, grazie all'impiego di adeguate e opportune terapie proprie di ogni caso. Ciò detto, tutti vorremmo augurarci di poter arginare presto questa piaga dilagante che tanto incupisce la nostra società.
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*Psicoantropologa, psicoterapeuta

Oggi è il giorno più triste dell’anno. 10 consigli per superarlo


Puntuale come sempre, è arrivato il terzo lunedì dell'anno, meglio noto come Blue Monday, ossia "lunedì triste". A coniare questo nome fu nel 2000 Cliff Arnall, psicologo dell'Università di Cardiff, stabilendo - dopo opportuni studi e adeguate indagini - che quella odierna è la giornata più triste dell'anno.

Per l'occasione, il quotidiano spagnolo El Mundo ha stilato una lista contenente 10 consigli per combattere questa malinconia e sopravvivere a questa data.
  1. Fare una buona colazione può fornire le giuste energie per iniziare questo lunedì, magari con qualche dose di cioccolata, che è un ottimo deterrente contro la tristezza
  2. Riempire la casa di post-it con aforismi o citazioni positive riuscirà a tirarci su di morale
  3. Dedicarsi al proprio aspetto, magari prenotando un appuntamento dal parrucchiere o dall'estetista. Una volta davanti allo specchio, vederci più belli non farà che migliorare il nostro umore
  4. Ascoltare musica può essere una buona soluzione per ricaricarsi
  5. Non rimandare a domani ciò che possiamo fare oggi si rivelerà un ottima scelta, perchè altrimenti rischieremmo di trascorrere la giornata sopraffatti dai sensi di colpa
  6. Togliersi qualche sfizio vi farà sentire più contenti: mai sentito parlare di shopping terapeutico? Bene, questo è il giorno giusto
  7. Prendersi cura di mente e corpo per ritrovare quell'equilibrio psicofisico di cui abbiamo bisogno
  8. Mostrarsi grati a qualcuno, magari dicendo qualche "grazie" in più a chi realmente lo merita
  9. Fare attività fisica, non necessariamente in palestra, così da rilasciare endorfina e trarne numerosi benefici
  10. Bere un bicchiere di buon vino rosso, meglio se in compagnia del nostro partner o dei nostri amici, per scaldare il cuore e far felice il palato

Psicologia, parola all’esperta: ecco cosa passa nella mente dello stupratore

Immagine tratta dal fotoprogetto "No Violence", di Michele Simolo
di Francesco Greco - Dai giornali: “Modella svedese sequestrata e violentata per sei mesi”. Non sappiamo com'è finito il processo allo stupratore seriale (era già stato condannato a quattro anni per violenza su una modella bielorussa). Però la violenza carnale e il femminicidio sono due piaghe della modernità molto diffuse ed egualmente odiose, che meritano di essere indagate a fondo per cercare di capirne l'etimo.

Per dire: quale meccanismo perverso scatta nella mente dello stupratore, che spesso è seriale? Che rapporto si instaura fra vittima e carnefice? Una ragazza sarà segnata per sempre dalla triste esperienza, sia come persona che come donna. Ne parliamo con la psicologa molisana Anna Colavita, psicologa e psicoterapeuta, analista transazionale (per appuntamento telefono: 339/1424153).

Dottoressa, può una violenza durare mesi senza che la vittima trovi il modo di farla cessare?
Nel caso di rapimento o atto di stupro è chiaro che il potere della vittima di far cessare la violenza è nullo. Spesso la violenza viene accettata e non denunciata anche quando la donna è tra virgolette libera. Si pensi alla violenza tra le mura domestiche dove a esercitarla sono i familiari, padri, fratelli, mariti. I motivi che portano la donna a non chiedere aiuto sono principalmente la vergogna, il sentirsi responsabile per quanto le accade, la paura. La violenza fisica è sempre preceduta e accompagnata dalla violenza psicologica, con la quale l’abusante indebolisce psicologicamente la propria vittima.

Devastata fisicamente e a livello psichico, la donna arriva a sentirsi responsabile per quello che le accade e a convincersi di meritare la violenza, “se abusa del mio corpo, la colpa è mia che con la mia sensualità e il mio atteggiamento lo provoco… se non preparo la cena o trova il piatto freddo, è normale che lui si arrabbi e mi picchi.

Che rapporto può essere scattato fra la modella e il suo violentatore? Spesso inizia una storia d'amore che finisce nella perversione...
Il legame che potrebbe essersi instaurato viene definito la Sindrome di Stoccolma, una particolare condizione psicologica che si verifica quando la vittima manifesta sentimenti positivi, di affetto, nei confronti dell’abusante.

Talvolta le persone abusate possono arrivare anche a innamorarsi dell’abusatore. Man mano che passa il tempo, la vittima si rende conto che la sua vita dipende dal carnefice e sviluppa un meccanismo psicologico di attaccamento nei suoi confronti, per poter evitare di morire.

Inoltre, la vittima comincia a identificarsi con il carnefice, inizia a comprendere le sue motivazioni e finisce col tollerare le violenze subite. Così facendo, elimina anche il rancore che dovrebbe provare verso l’aguzzino. Il comportamento remissivo, comprensivo da parte della vittima, stimola nel rapitore un feedback positivo, che porta alla garanzia di maggiore sopravvivenza per la vittima.

Immagine tratta dal fotoprogetto "No Violence", di Michele Simolo

Ma una donna che ha vissuto un simile inferno, potrà mai avere una vita normale e un'attività sessuale gratificante?
Fobie, ansia, attacchi di panico, forme depressive, disturbi sessuali, disturbi del sonno o dell'alimentazione, bassa autostima, paura di amare, distanza affettiva da tutti, aggressività, autolesionismo sono le conseguenze della violenza sull’apparato psichico della vittima.

Alla domanda specifica: la vittima potrà tornare a una vita normale, potrà mai avere una vita sessuale gratificante, la risposta è: sia il terapeuta che il paziente si trovano continuamente davanti al fatto che il passato non si può cambiare, ma anche davanti al fatto che il passato è importante solo fino a quando continua a vivere nel presente nel paziente, nelle fantasie, nel suo mondo interno. E su questo aspetto il terapeuta può fare del suo meglio affinché il passato non ritorni nel presente.

L’indice migliore di risoluzione è quando il passato non impedisce più al paziente di vivere, di coinvolgersi pienamente nelle relazioni con gli altri. Presente e futuro diventano più importanti del passato.

Sotto l'aspetto psicologico, come dovrà essere assistita da uno specialista per il superamento del trauma e quanto dovrà durare la terapia?
La vittima dell’abuso vorrebbe dimenticare e rimuovere quanto le è accaduto. Il non voler parlare del problema per non ricordare e rivivere l’orrore è il primo ostacolo da superare. Per poter stare meglio e avviarsi alla guarigione, la vittima deve raccontare e dare nuovo significato a quanto le accaduto, liberandosi da sensi di colpa e vergogna.

Il terapeuta deve stimolare il paziente a legittimare la sofferenza patita durante l’abuso e sostenerlo a sentirsi di nuovo al sicuro ritrovando il controllo su se stesso e sull’ambiente.

Ma cosa passa nella mente dello stupratore?
Più che rispondere al che cosa passa nella mente dello stupratore, posso dirle che spesso chi agisce violenza è colui che l’ha subita. Da abusato ad abusante ci troviamo di fronte a un adulto con la necessità di mettere a tacere la sua sofferenza interiore, i vecchi sentimenti di impotente umiliazione: questo accade se le circostanze non gli hanno permesso di sperimentare nuove modalità di attaccamento, capaci di correggere, almeno in parte, i tratti di personalità danneggiati dall’abuso, dalla violenza.

L’abuso che potrà compiere a sua volta avrà la finalità di difenderlo dalla consapevolezza di essere stato abusato. "Finalmente non sono più io che subisco questo maltrattamento, sono io a essere potente e tu sei ora la vittima!". Il maltrattamento compiuto è una "coazione a ripetere egosintonica", per rivivere l’abuso non più dalla parte passiva e impotente, ma dalla parte attiva e potente.

Il segreto per vivere meglio? Essere gentili. A dirlo è la scienza


di Pierpaolo De Natale - Il segreto della felicità? Generosità "random". È questo uno dei risultati provenienti da uno studio di psicologia sociale condotto da Jennifer L. Trew e Lynn E. Alden. Praticare "gentilezza a casaccio e atti di generosità privi di senso" allevierebbe, infatti, la fobia sociale, una forma d'ansia che genera paura nel trovarsi in particolari situazioni sociali o nell'eseguire determinate prestazioni.

Le ricercatrici hanno suddiviso 115 studenti delle superiori in tre gruppi, chiedendo loro di combattere l'ansia, rispettivamente: facendo piccoli gesti nei confronti di amici e famigliari, lanciandosi direttamente in conversazioni ed eventi e tenendo sotto controllo i propri sentimenti. Alla luce dei dati raccolti al termine del periodo di sperimentazione, coloro che hanno praticato atti di gentilezza sono risultati anche gli stessi che hanno visto migliorare in maniera più significativa la propria vita relazionale e sociale. Questo, non è altro che uno dei molteplici benefici generati dalla gentilezza. Uno studio condotto da barbara Fredrikson, psicologa dell'Università della Carolina del Nord, ha rivelato che essere gentili influisce positivamente sulla longevità e sulla riduzione dello stress.

'Sexting': otto persone su dieci scambiano messaggi osè


di Pierpaolo De Natale - Spopola il sexting, pratica che consiste nel scambiarsi messaggi e immagini sessualmente espliciti, diffuso soprattutto dai giovani. Secondo una ricerca condotta negli Stati Uniti e presentata all'America Psychological Association, otto persone su dieci mandano e ricevono messaggini a luci rosse.

Il campione analizzato per l'indagine è composto da 870 persone d'età compresa tra i 18 e gli 82 anni. I risultati hanno rivelato che l'88% del campione ha ricevuto messaggi espliciti nel corso dell'ultimo anno e l'82% ne ha inviati. Il 75% di loro l'ha fatto durante una relazione stabile.

Secondo i ricercatori, alti livelli di sexting comportano soddisfazione sia sessuale che nel rapporto di coppia: chi scrive e riceve questi messaggi, infatti, considera questa pratica come divertente e spensierata.

Se il Principe azzurro è morto: le donne e la menzogna dell'indipendenza

di Adriana Dibattista - E se il Principe Azzurro non fosse mai arrivato? Biancaneve avrebbe dormito per sempre nella sua bara di cristallo? O dopo un po' si sarebbe svegliata, avrebbe sputato la mela, trovato un lavoro, sottoscritto un'assicurazione sanitaria, e fatto un bambino grazie alla locale banca dello sperma? La Disney, a questo proposito, ha subito numerose critiche secondo le quali il modello femminile rappresentato dalle principesse  rispecchino un ideale sessista, voltoa evidenziare la debolezza del gentil sesso nell'attesa di un principe azzurro.

La dolce Biancaneve, infatti, vive in povertà, sfruttata dalla matrigna cattiva e tra le varie faccende di casa indugia, desiderosa, l'arrivo del principe. La domanda sorge spontanea: la donna “moderna” vuole solo essere salvata? Il raggiungimento da parte del sesso femminile dell'emancipazione con conseguente parità di diritti con l'uomo ha declassato la figura delle protagoniste fiabesche. L'istinto muliebre é cambiato molto e velocemente negli ultimi decenni, non c'è dubbio. Ha fatto progressi, tentativi, lotte, evoluzioni, e probabilmente anche qualche errore. Insieme alle donne, sono cambiati il modo di relazionare con gli uomini e i loro desideri relativi all'amore, sono cambiate le dinamiche di coppia e gli approcci alla seduzione. Eppure, come considera Monica Zantellini, nota psicologa e psicoterapeuta che collabora con la comunity Meetic, nonostante tempi, situazioni, abiti e atteggiamenti siano diversi, le donne in amore rispecchiano ancora gli antichi archetipi. Ogni donzella quindi, dovrebbe aver bisogno di un principe pronto a salvarla: ma da cosa? Dov'è il male?

La Zantelini sottolinea la condizione di disadattamento del gentile sesso in una società troppo incoerente con la propria natura , e chi meglio di un uomo potrebbe darle quella protezione di cui ha bisogno? Forse si dovrebbe ascoltare maggiormente la propria emotività, e chissà vedere in un pianto non un nevrotico piagnucolare, ma il traboccare del nostro essere, l'essenza di essere “femmina”. Quindi, forse, dentro ogni donna single determinata e sicura di sé, c'è una delicata e fragile principessa che aspetta di essere salvata.

Bugie? Come non cascarci più

di Adriana Dibattista - “L'uomo si differenzia dal resto della natura soprattutto per una viscida gelatina di menzogne che lo avvolge e lo protegge”, scriveva il poeta Hermann Hesse riguardo l'arte del mentire. Ma questa viscida gelatina che ognuno di noi utilizza nei momenti “scomodi” può essere identificata? Secondo un team di ricercatori di Harvard si. Lo studio, denominato “effetto Pinocchio” e pubblicato su “ Discourse process”, si è focalizzato sulle conversazioni d'affari.

I ricercatori  hanno reclutato 104 volontari e li hanno fatti giocare a “ultimatum game”, un gioco frequentemente utilizzato nei test di psicologia degli affari. In questa prova metà dei volontari riceve una somma di denaro che deve dividere, a sua discrezione, con un interlocutore, convincendolo di aver proceduto a una ripartizione equa: "Abbiamo creato una situazione in cui le persone potessero decidere se mentire o meno", afferma il capo-equipe degli studiosi.

Alla fine del test è risultato che solo il 30% dei partecipanti aveva tentato di ingannare la controparte con menzogne o omissioni. Dal simpatico gioco di ruolo sono emersi due comportamenti: consci ed inconsci.

Comportamenti consci:
I bugiardi incalliti tendono a utilizzare più parole, probabilmente nel tentativo di fuorviare e convincere l'interlocutore;
Gli specialisti dell'omissione, al contrario, tendono a parlare molto poco, probabilmente per non suscitare in chi ascolta domande che potrebbero costringerli a scoprire le carte.

Comportamenti inconsci:
Il “ Pinocchio” per dire bugie utilizza più frequentemente “parolacce”.
Si usufruisce anche della terza persona in quanto, modo inconscio per prendere le distanze da ciò che si sta dicendo.
Il mentitore, in media, costruisce frasi più complesse ed articolate.
Insomma, si tratta di dritte anti bugiardo al fine di “smascherarlo” ed evitare di essere ingannati. Ovviamente scoprire con certezza assoluta se chi abbiamo davanti racconta frottole non è possibile. Ma, in alcuni casi, possiamo farci venire qualche sospetto. E se è vero che le bugie hanno le gambe corte, adesso potranno esser accorciate ancor di più.

Come affrontare le fasi dell'amore, in consigli per far funzionare il rapporto di coppia


BARI. In principio trovare l’amore sembra essere una cosa difficile, ma una volta trovato, si scopre che saper gestire una relazione che sia felice e duratura, lo è ancor di più. Per non incappare in fini poco lieti, ecco i consigli di Eliana Monti, titolare dell’agenzia omonima specializzata nella ricerca del partner ideale.

“Non è mai facile gestire un rapporto a due, anche quando non ci sono problemi apparenti. Bisogna capire che una relazione richiede lavoro e impegno, solo in questo modo si otterranno dei buoni risultati”. Esordisce così la stessa Eliana Monti prima di introdurci ai suoi preziosi consigli per far funzionare la vita di coppia. Di seguito cinque suggerimenti che aiuteranno le coppie a riflettere su come gestiscono la propria relazione, direttamente dalla voce dell’esperienza di Eliana Monti.

SINCERITÀ: È essenziale nei rapporti interpersonali in generale, in quelli sentimentali lo è ancor di più. Le bugie sono come mattoni, accumulandosi diventano un muro sempre più alto con cui fare i conti. Bisogna sempre essere sinceri, anche quando si crede di ferire l’altro rivelando le proprie verità, una bugia non porta mai nulla di buono. Come insegna Pinocchio, “le bugie hanno le gambe corte”, per cui mentendo non solo si contribuisce all’allontanamento dell’altro, ma si corre anche il rischio di essere scoperti, andando a intaccare un altro principio a fondamento della coppia che affronteremo a seguire: la fiducia.

FIDUCIA: Stare in una relazione è un po’ come fondersi con l’altra persona, ma per farlo è necessario che ci si fidi di questa. La fiducia è alla base di una relazione, è indispensabile concedersi completamente all’altro in tutto il proprio essere; fidarsi è soprattutto questo: non avere paura di lasciarsi andare e mettersi a nudo, affidandosi al proprio partner. Non c’è spazio e tempo per la paranoia, per le incertezze, la fiducia va guadagnata ma soprattutto concessa.

DIALOGO: In troppe coppie si sottovaluta l’importanza del dialogo. E’ importantissimo parlare con il proprio partner, confrontarsi non solo rispetto al mondo esterno perché il rapporto sia sempre vivo, ma soprattutto è essenziale parlare del proprio rapporto, di come lo si vive dall’interno, delle sensazioni e sentimenti che si provano. Le piccole cose non dette, con il passare del tempo si ingigantiscono e contribuiscono a creare una barriera di silenzio che tende ad annichilire i rapporti per poi spegnerli. Perché una coppia sia tale e non un casuale incontro tra individui è importante dialogare!

DIVERTIMENTO: Gioco, fantasia è indifferente come lo si chiami, il concetto rimane invariato. Per far funzionare una relazione bisogna impegnarsi per non far assopire un rapporto nella monotonia. Utilizzare la fantasia, giocare, mettere un poco di pepe per vivacizzare la vita sentimentale e non solo, aiuterà l’armonia della coppia e quella del singolo individuo. Trovare la persona con la quale condividere il resto della vita è bellissimo, farlo divertendosi è ancora meglio!

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