Maristella Cacciapaglia, dalla Puglia alla ricerca internazionale
ANNAMARIA IANNELLI - La precarietà è una delle principali sfide che continua a interessare il Mezzogiorno, dove le difficoltà occupazionali e le limitate opportunità professionali spesso spingono tanti giovani a cercare altrove la propria strada. Da questa realtà parte anche il percorso di Maristella Cacciapaglia, ricercatrice originaria di Massafra, che ha trasformato le proprie esperienze e il legame con il territorio in uno stimolo per la ricerca sociologica.
A portarla a New York è stato il progetto UNDERPRECAR, risultato vincitore di una borsa Marie Skłodowska-Curie 2025, con un finanziamento di circa 400mila euro. Il progetto, della durata complessiva di tre anni, prevede 21 mesi di ricerca a New York, tre mesi in Canada e un periodo finale di 12 mesi in Italia. La massafrese si occuperà di studiare il rapporto tra rischio di deportazione e condizioni di vita delle persone migranti, attraverso un percorso di ricerca internazionale.
In questa intervista, la ricercatrice racconta le proprie origini, le opportunità della ricerca internazionale e le difficoltà che incontrano oggi i giovani ricercatori in Italia, senza dimenticare il legame con la propria terra.
Partiamo dalle sue origini. Quanto ha influito essere cresciuta a Massafra e aver studiato in Puglia nella costruzione del suo percorso accademico e professionale?
Ha influito molto. Come ho scritto di recente, in tante ricerche c’è qualcosa di noi, della nostra famiglia, del nostro territorio. Forse si diventa sociologi e sociologhe anche per questo.
Nel mio caso, in particolare, essere cresciuta in un territorio considerato ai margini, come il Mezzogiorno d’Italia, e proprio alle porte di quella che è stata definita una «zona di sacrificio», come Taranto, ha sicuramente contribuito a sviluppare una mia immaginazione sociologica, ma anche un approccio alla sociologia che vuole essere impegnato e che non intende produrre risultati di ricerca esclusivamente accademici.
Il suo percorso di ricerca la porterà a New York per 21 mesi, poi in Canada e infine all’Università degli Studi di Milano. Quali opportunità si aspetta da questa esperienza internazionale?
Mi aspetto un consolidamento del mio percorso e, al tempo stesso, un suo ampliamento verso qualcosa di inaspettato. Sono aperta a nuove opportunità di ricerca, così come a nuove culture lavorative. Lavorare con persone provenienti da tutto il mondo e confrontarsi con chi si è sempre letto e ammirato è davvero inestimabile.
Secondo lei, quali sono le principali difficoltà che incontrano oggi i giovani che desiderano intraprendere una carriera nella ricerca in Italia?
Come rappresentante delle ricercatrici e dei ricercatori non strutturati nell’ambito della sociologia economica, purtroppo conosco bene gli effetti dell’ultima riforma universitaria e del definanziamento della ricerca scientifica.
È inaccettabile quello che sta succedendo: c’è chi non ha più un contratto, chi ne ha uno ma è semplicemente un contratto povero e chi, a malincuore, cerca di proseguire il proprio percorso attraverso altre strade.
Non si può neppure più pensare di intraprendere la carriera della ricerca all’estero come un tempo. Nel Regno Unito, tante persone, anche strutturate, stanno perdendo il posto di lavoro; qui negli Stati Uniti, invece, non puoi neanche pensare di ottenere una posizione strutturata se non hai i soldi per pagarti il visto. Sempre se di posizioni ce ne sono ancora nel tuo ambito di ricerca.
Tutto questo incide non soltanto sulla nostra libertà di scelta – perché poter essere mobili nel mercato del lavoro non significa necessariamente volerlo fare o poterlo fare a condizioni ottimali – ma anche sulla nostra libertà di pensiero.
Che cosa direbbe a una ragazza o a un ragazzo pugliese che sogna una carriera accademica internazionale, ma teme che per realizzarsi sia necessario lasciare la propria terra?
Direi di farlo, allora, con l’idea di ritornare. Poter viaggiare, cogliere esperienze internazionali e poi tornare per seminare nella propria terra è semplicemente meraviglioso, oltre che particolarmente generativo. È, per tanti versi, un privilegio. Aggiungerei, però, che la scelta di rientrare, così come quella di rimanere altrove, è anche frutto di predisposizioni individuali, non solo di fattori contestuali. Personalità diverse potrebbero volere cose diverse. Le politiche pubbliche dovrebbero sostenere proprio la capacità di realizzare sé stessi e i propri progetti, valorizzando al contempo la diversità delle nostre esperienze.
In futuro, le piacerebbe tornare nella sua terra d’origine e costruire qui il suo percorso professionale?
Al momento direi piuttosto che, a prescindere da dove mi trovi e da dove sarò in futuro, vorrei continuare a essere fedele a quella che ho scelto come mia direzione. La ricerca sociale, per me, è un impegno quotidiano, un esercizio costante di riflessività, solidarietà ed emancipazione condivisa.
