La prof.ssa Buonsante, medaglia d’oro dell’Ordine dei Medici, ripercorre 50 anni di psichiatria in Italia
BARI - Maristella Buonsante, psichiatra, psicologa e psicoterapeuta, già direttrice del Centro di Salute Mentale (CSM) di Bari (ASL Metropolitana di Bari) e docente presso l'Università degli Studi di Bari, il 22 ottobre ha celebrato i suoi primi 50 anni di Laurea in Medicina e Chirurgia e, in occasione della Festa della Professione Medica e Odontoiatrica dell’OMCeO di Bari, ha ricevuto la medaglia d’Oro dell’Ordine dei Medici.
Attraverso la sua storia professionale e personale ripercorriamo gli ultimi 50 anni di psichiatria in Italia.
Prof.ssa Buonsante, sono trascorsi 50 anni dal giorno della sua laurea eppure il ricordo di quel giorno è ancora vivo e presente.
Sì, certamente, avevo un vestito nero molto scollato sulla schiena e molto apprezzato dai presenti. Mio padre e mia madre erano felici e anche il mio fidanzato dell'epoca. Io un po' meno, per certi versi, perché avevo dovuto ripiegare su una tesi non di psichiatria. Tuttavia ero felice di poter iniziare a studiare psichiatria, ciò che mi stava a cuore e il motivo per cui mi ero iscritta a Medicina e Chirurgia.
Quando ha deciso di iscriversi alla Facoltà di Medicina?
Avevo scelto la psichiatria come passione già a 13 o 14 anni dopo aver letto alcune opere di Freud, in particolare ricordo Psicopatologia della vita quotidiana. Ero una “readaholic”, leggevo quasi in modo compulsivo di tutto. Il “capitolo” più entusiasmante riguardava il comportamento umano. Ho studiato moltissimo. Lezioni di fisiologia meravigliose, indimenticabili, la vera porta del corpo.
Dove ha iniziato la sua professione?
Ho iniziato la mia professione come specializzanda in psichiatria subito dopo la laurea, nella clinica psichiatrica del Policlinico di Bari, diretta dal professor Piero De Giacomo. In realtà avevo seguito il corso da studentessa con il professor Rinaldi, un luminare vero e che aveva già allora un approccio multilivello, sistemico oltre che biologico. In Clinica Psichiatrica ricordo colleghi di eccelsa bravura, come Pierri, Labianca, Sacco.
A maggio del '78, insieme alla promulgazione della legge 180, sono entrata nel Centro di igiene mentale di Bari, allora sito in una bella villa, quella ex IPPI, che poi purtroppo fu, posso dirlo, “scippata” al futuro centro di salute mentale, per una questione di proprietà fra l'Asl e la Provincia di Bari. Fummo scaraventati in un tremendo garage di via Bersaglieri, un deposito con séparé di polistirolo dove c'era pochissima privacy, con l'unico vantaggio che le varie équipe di tutta la città erano insieme.
Decisi allora che dovevo assolutamente fondare una sede, e grazie agli Amministratori del Policlinico, parecchi anni dopo, nel '91, riuscii ad aprire il centro di salute mentale di via Pasubio.
In questi anni ha scritto diverse pubblicazioni e autentici manuali per il benessere psicofisico.
Pionieristica fu “Suggerimenti alle famiglie in difesa della salute mentale”, pubblicata dalla Basilica Pontificia dei Santi Medici, poi ripresa da moltissime fonti e utilizzata per la terapia familiare o individuale. Pionieristiche furono anche la pubblicazione sul mobbing, le conferenze sulla violenza domestica e lo stalking, gli studi sulla costruzione di un contesto terapeutico in un centro di salute mentale, e come organizzare l'assistenza territoriale e le strutture alternative al manicomio. Ho poi diretto una delle primissime strutture, in via Mitolo, credo nell'82 o nell'83: le cosiddette case alloggio.
L'assistenza psichiatrica è stata pionieristica: noi eravamo la psichiatria scalza, ci mancava di tutto, dovevamo costruire la metodologia dell’assistenza territoriale psichiatrica, e non avevamo maestri.
Noi, quei pochissimi psichiatri che nel maggio del '78 ci dovevamo occupare di far uscire i pazienti dal manicomio, perché finalmente era nata l'assistenza psichiatrica, rivolta a tutta la popolazione per qualunque problema psichico. Così senza Maestri, guidati dal faro di Basaglia, Laing, Goffman, Bateson.
Un momento particolarmente felice che ha vissuto in questi cinquant'anni di professione.
Momenti felici sono stati quelli in cui sono riuscita a radicarmi nella direzione - per una basica autonomia, ed essere ritornata a lavorare con le mie équipe e con i miei pazienti. Ero originale e creativa, ho avviato quello che poi ho chiamato il manifesto di psicoriabilitazione capace di offrire un'assistenza psichiatrica degna di questo nome.
Quanti sono stati i casi problematici che ha risolto?
Ho risolto casi considerati impossibili: psicotici che ritornavano ad avere una vita praticamente normale e che avrebbero potuto avere un recupero funzionale completo se avessero avuto occasioni lavorative molto più ricche di quelle che siamo riusciti a offrire.
Un momento veramente importante l’aver posto le basi per la formazione e gli stage dei pazienti, attraverso la collaborazione con la Camera di Commercio e con la presidenza della Provincia di Bari. Ma i tempi non erano maturi e le difficoltà istituzionali sono state incredibili, soprattutto legate allo stigma e alla diversità dell'assistenza psichiatrica rispetto a tutto il resto della medicina.
In realtà avevo sempre sentito mio padre, che è stato uno dei pionieri della medicina non solo barese e pugliese, lamentarsi di continuo degli scontri istituzionali, della pochezza di risorse, della difficoltà dei medici a far ascoltare la loro voce. Tuttavia in questi cinquant'anni c'è stato un enorme cambiamento nel modo di considerare i disturbi psichici e nella cura stessa dei disturbi psichici.
Credo di poter dire senza tema di smentite di aver risolto moltissimi casi considerati gravi e con pochissime speranze, non solo di schizofrenia, che è il discorso più complicato della psichiatria, o comunque di aver migliorato la qualità della vita di tante e tanti. L'interazione fra l'asse biologico, l'asse familiare, l'asse individuale e l'asse sociale, la riabilitazione, l'attenzione al contesto: credo siano stati un lavoro di grande complessità, ma vincente.
Non crede che le famiglie di persone con gravi problemi di salute mentale debbano ricevere un maggior sostegno anche psicologico dalle istituzioni?
L'assistenza alle famiglie è sempre stato un mio punto cruciale, in cui era difficilissimo far capire alle istituzioni che c'era un'enorme convenienza nell’aiutare le famiglie, a gestire al domicilio i problemi dei loro cari, piuttosto che inserirli in strutture che inevitabilmente avrebbero avuto un sapore manicomiale. Anche con le strutture, sicuramente, sono stati fatti grandi progressi nei cinquant'anni, grazie alla buona volontà di tanti operatori, non soltanto del pubblico ma anche di tanto privato motivato. Come sempre, i livelli istituzionali “alti” sono stati sordi in qualche modo, sia nel pubblico che nel privato.
Come è cambiata la psichiatria da cinquant'anni a questa parte, e che impatto ha avuto la legge 180 sui pazienti e sulle famiglie?
La legge 180 ha avuto un forte impatto, certamente positivo, sui pazienti e sulle famiglie - dove gli Operatori avevano un’alta motivazione - ma c'è stato anche un impatto enorme sulla società: la comunicazione è diventata diretta, la comprensione dei meccanismi psichici è stata infinitamente maggiore, e un fiume di conoscenza si è riversato nel Paese. Come sempre, fare cose rischiose ma anche avventurose, se va bene, porta grandi frutti. Credo che la 180, nonostante tutto, sia stata un'avventura fortunata, meravigliosa. Per tutte e tutti. Ha goduto anche di un momento storico di entusiasmo, di tante persone, diciamolo pure, intelligenti, motivate, con una testa orientata alla solidarietà sociale e alla comprensione culturale di tanti meccanismi. Ha quindi promosso cultura: non è stata solo una legge importante per i pazienti e per le famiglie, ma è cambiata la cultura generale, sicuramente in Italia e, mi faccia dire, in qualche modo anche nel mondo.
Quanta gioia e soddisfazione professionale e personale ha ricevuto dai suoi pazienti?
La gioia e la soddisfazione da parte dei miei pazienti e dei loro familiari sono state un'avventura meravigliosa, e tuttora sono fondamentali. Nei momenti più difficili, più bui, più complicati della mia carriera, arrivavano messaggi, me lo faccia dire, inaspettati, particolari, come se ci fosse veramente una mente comune fra persone tra cui ormai c'era anche affetto. Molte équipe e molti pazienti sono state legate da fili fortissimi: abbiamo condiviso un destino davvero particolare.
Nella sua vita professionale rifarebbe tutto ciò che ha fatto?
Ho fatto errori strategici, forse dovevo accettare compromessi con i forti interessi nati dalla morte dei manicomi. Ne sono stata fortemente svantaggiata ma ne ho ricavato autostima e stima di chi stimavo e stimo. Onestamente degli altri m’importa poco.
E la sua vita personale come è cambiata dal momento che è andata in pensione?
La mia vita personale, andata in pensione, è migliorata senza alcun dubbio, nonostante l'età ormai sia tarda. Imparo tutti i giorni, ancora adesso, attraverso il mio studio privato. E devo dire per sincerità che non rimpiango molto la direzione, perché è stata estremamente pesante e forse ha impedito in qualche modo un maggiore livello di scrittura da parte mia: purtroppo tutto non si può fare.
Ho dedicato molto alla didattica, un lavoro enorme, rivolto a fasce molto estese: psicologi, psichiatri, logopedisti, assistenti sociali, educatori, criminologi, studenti di medicina e fisioterapisti, e ho insegnato anche diritto sanitario. Quanto alla scrittura, ho scritto cento saggi, ma avrei dovuto scrivere più libri.
Credo che questa fase professionale dopo la pensione, per quanto riguarda la psicoterapia individuale e familiare, sia però per certi versi la migliore, da un punto di vista culturale e intellettuale: sto ancora imparando molto.
Quali progetti ha per il futuro?
I progetti riguardano proprio la scrittura: ho tre mezzi libri. Sento la necessità di trasmettere almeno una piccola parte dell'enorme esperienza che ho accumulato in questa avventura della 180, e in genere della psichiatria e della psicoterapia. È stato qualcosa di entusiasmante e avventuroso, un livello di esplorazione ardua a volte, e io così mi sono sentita: un'esploratrice. In alcune circostanze ho avvertito un certo senso di pericolo, ma non tanto da parte dei pazienti, i pericoli maggiori, ahimè, non sono venuti assolutamente dai pazienti, ma dallo stigma e dalla difficoltà di far comprendere una diversità proprio metodologica, anche nella medicina stessa, che adesso in parte si è attenuata.
Prof.ssa Buonsante, il desiderio è di vederla sempre più presente nei contesti culturali e politici nazionali dove potrà dare il suo contributo scientifico e umano al miglioramento dell’assistenza psichiatrica e non solo. La sua cinquantennale esperienza, maturata sul campo dopo la laurea e dopo un lungo periodo di apprendimento entusiasmante e, per certi versi pionieristico, merita certamente attenzione da parte delle istituzioni sanitarie e culturali che ben potrebbero diffondere il risultato dei suoi studi e del suo sapere a beneficio della collettività.

