Ciccio e Tore, tutto il dolore di Gravina
Sono terminati, i funerali di Ciccio e Tore, i due fratellini di Gravina la cui “caduta mortale - ha detto il vescovo Mario Paciello, nell'omelia - è stata come un tonfo senza ritorno in un mare che ha fatto schizzare in alto nugoli di mali nascosti di un Paese che non si chiama Gravina, ma Italia”. Nemmeno la loro morte e quelle due piccole bare bianche hanno potuto riunire in una preghiera Filippo Pappalardi e Rosa Carlucci, i genitori delle due vittime. Le vittime di un abbandono sociale che colpisce tanti bambini nel silenzio e nella passività delle istituzioni, a cui monsignor Paciello vorrebbe far giungere le loro grida, perché eventi drammatici e luttuosi come quello occorso a Francesco e Salvatore Pappalardi non si verifichino più. Perché la tragedia di Ciccio e Tore può essere considerata la tragedia di tanti bambini che muoiono di fame e sete e freddo in buco scavato dall’indifferenza di una società che quel fondo lo tocca spesso ma continua a scavare per nascondere le proprie incapacità. Alle 7,30 della mattina Filippo Pappalardi si trovava davanti alla cattedrale di Gravina e ha visto sfilare davanti alle bare dei suoi figli tanti cittadini che depositavano sui feretri fiori bianchi di addio, tanti coetanei che in silenzio manifestavano l’incapacità di comprendere una tragedia che poteva colpire anche loro. Rosa Carlucci sarebbe arrivata poco prima dell’inizio dei funerali per evitare di incrociare lo sguardo con il suo ex marito e con le telecamere che documentavano il dolore di un genitore per la perdita dei figli, il dolore di una comunità che ha vissuto per quasi due anni il dubbio e l’incubo, e il dolore di una società che è stata a guardare scommettendo sulla colpevolezza dell’uno o dell’altro, mai tirando in ballo sé stessa, e che si è trovata, alla fine, senza un vero assassino su cui sparlare.
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