Ciao Maria, scrittrice del popolo

di Francesco Greco - Chissà se è andata a stare nei mondi immaginati nei suoi ultimi romanzi, “E venne il settimo giorno” e “Habel nell’età della luna persa” (illustrato dalla figlia Christiana), scagliati tra la fine del VI Millennio e l’inzio del VII. Non per abbozzare universi in divenire, ma solo per ripensare un mondo meno brutale, disumano, più giusto. Me li aveva mandati e li avevo recensiti. Parlammo di una riduzione cinematografica, ma non trovammo un produttore. Ogni tanto poi il prof. Antonio Ricci, il marito, metteva insieme le recensioni in un volume dal titolo “Maria Marcone e la critica”.

   Maria Marcone (Foggia 1931) ci ha lasciati in punta di piedi, come visse. Ogni tanto ci sentivamo col prof. Ricci, che mi aggiornava sul decorso della malattia di Maria, da anni in dialisi, le terapie, i giorni in cui poteva ricevere visite, ecc. Eravamo entrati in confidenza perchè vicini di firma sulla pagina culturale del quotidiano “Puglia”, del grande maestro Mario Gismondi, di cui fu autorevole collaboratrice come critico autorevole.

   Maestra di stile, grande anche nella modestia: 25 romanzi, tradotta in tutto il mondo, Cina inclusa. Romanzi popolari, temi di tutti, quotidiani, prosa asciutta, essenziale. Da “La casa delle donne” il regista Nello Mongelli aveva tratto un film bellissimo, poetico, toccante.

   Ci scrivemmo delle lettere. Aveva pubblicato con Feltrinelli, agli inizi, ma si lamentava della difficoltà di pubblicare. “Io sono di sinistra, gli editori pure... Non capisco…”, sospirava Maria. Rispetto a mezzo secolo fa, la narrativa intanto aveva cambiato semantica: era diventata consumo, ecco perchè gli editori la facevano penare.

   Femminista ante litteram, militante, sempre dalla parte di chi non ha voce, le donne per prime, le lotte quotidiane di chi è nato alla base della piramide sociale. Parlava spesso, nelle lettere, di suo fratello Francesco, impiegato all’ufficio tributi, assassinato dalla criminalità nel 1995, a Foggia: un galantuomo che tale aveva voluto restare. Forse una parte di lei aveva cominciato a morire vent’anni fa.

   Ci mancherai un sacco, Maria, oggi che le nuove scrittrici, invaghite del proprio ombelico, spesso autoreferenziali, si preoccupano più del look e di cosa indosseranno ai talk-show che di quello che scrivono e per chi scrivono.
   Ora siedi nell’Olimpo delle grandi scrittrici del Novecento, quelle che hanno catturato e racchiuso il loro tempo e la sua anima profonda nelle righe: la Cederna, la Fallaci, la Aleramo, qualcun’altra. I tuoi romanzi resteranno, le tue donne sanguigne e vere come te saranno sempre vive: ma le scrittrici al botulino e al fotoshop che fine faranno se non inghiottite dall’oblio?