Vannacci e la sua parabola. L’ennesima carta bruciata in nome del Cambiamento
ACHILLE GERACE - Finisce sempre così! E potrebbe mai andar diversamente?! Dal successo
casuale e meritato alla ricerca preordinata e mirata al successo. Unica,
dannata responsabile: la politica. E Vannacci ci è cascato in pieno!
Il suo “Mondo al contrario” era appena uno sfogo. Ben scritto, vergato con cura e una certa autorevolezza, lanciato ad un pubblico che, all’origine, avrebbe dovuto essere composto soprattutto di amici stretti. Ma sempre uno sfogo. E, in fondo, era piaciuto soprattutto per questo.
Un vulcano represso da tanto il quale finalmente esploda, fa rumore, produce notizia, prende scena, conquista occhi e orecchie, accende entusiasmo, suscita emozione. Insomma, tutti i numeri di un Krakatoa, non una bolla di superficie nello stile dei Campi Flegrei.
Ovviamente, già tra quelle righe, insofferente dei tempi correnti, si percepiva a pelle una chiara anima di Destra. Un particolare che non sfuggirà al puntuale Salvini, il quale non esiterà a condurre il Generale sulla vetta d’un monte e a mostrargli la visione di un forziere straboccante di gloria, onori ed emolumenti già pronto per lui in quel di Strasburgo.
Ma Vannacci non è un oratore. Non è un retore che, per innate doti personali, sappia realmente affascinare le platee. Soprattutto, non è la classica bestia politicante che abbia premeditato candidature e sappia come muoversi dentro una giungla fitta di insidie sanguinarie qual è il mondo della politica.
Insomma, che l’idillio con la Lega sarebbe presto finito, era nell’aria. Di contro, Vannacci è - ma sarebbe più corretto dire “era” - un ottimo Ufficiale dell’Esercito italiano, con diverse qualità, meriti lavorativi oggettivi e un carisma certo, ma, palpabilmente, limitato alla dimensione professionale di provenienza.
Parla un italiano corretto e con proprietà di linguaggio (dato per niente scontato nel contesto istituzionale italiano), in modo sensato e coerente, adoperando la giusta determinazione e senza mai farsi trascinare nelle provocazioni, che, si sa, aumentano man mano che si sale nel gradimento dell’opinione pubblica. Ma, dalla sua, non detiene alcuno speciale carisma, e manco le innate basi per quel carisma che si pretende da un vero condottiero politico.
E’ grave? Affatto! Perché, in questo momento storico, Vannacci corrisponde a quel “Nuovo”, il quale, appena sorge nel dibattito politico italiano, subito produce consenso, come per una sorta di regola prima di psicologia collettiva.
Così, se si dovesse stabilire cosa, sui due piatti della bilancia, pesi più tra il tema del ritorno alla normalità dei valori e di tutto ciò che è tradizione, e la novità di un nome al quale può andare associata, almeno di pancia, la proiezione del capo popolo tanto atteso, sarebbe questa ad andare giù subito.
Perché temere di chiederselo? Un militare di carriera in pensione, con pochi anni di energia ancora innanzi, cosa mai potrebbe suscitare se non la tipica parabola dotata di un picco per la sua ascesa e di un fondo per la sua discesa?
Non è stato forse così per Segni, Dipietro e Grillo? Quest’ultimo il più fortunato tra loro per durata di legislature, e, al tempo stesso, il più sfortunato, dopo il plateale voltafaccia del suo stesso movimento, oggi tenuto in vita solo dal prestigio personale e rigorosamente professionale di Giuseppe Conte.
E’ appena un dato: le reazioni morali sorte nella Seconda Repubblica si somigliano tutte per finale drammatico. E tutte, pesate nel loro insieme, dovrebbero aver ormai insegnato qualcosa e confermato qualcos’altro.
L’insegnamento centrale è la genetica inidoneità di un certo Paese chiamato Italia a permettere il germoglio di un seme di reale cambiamento. La causa, forse anche, l’aria fetida di egoismo, paura, furbizia, opportunismo, ipocrisia, malizia, gelosia, tensione al particolare, tipica della realtà politica nazionale, dove la prima verde spunta finisce presto per appassire.
La conferma è che solo il disinteresse di fondo forgia campioni in grado di fronteggiare e vincere i lupi della politica professionale, perlomeno fino a che duri l’ossigeno.
Partito di Destra o quel che sia in realtà il suo “Futuro Nazionale”, come non leggere quel finale allinearsi alle coordinate del Centrodestra, come la naturale deformazione professionale propria di un uomo abituato a far “corpo” col proprio reggimento, obbedendo agli ordini del proprio superiore in grado sino ad un istante prima di andare in pensione?
Come non leggere, in quel ricorrente invocare “un vero partito di Destra”, la poca chiarezza di cosa sia davvero una Destra (come, d’altronde, è regola in tutto l’arco costituzionale italiano compreso in ciò che va sotto il nome di Destra o di Destre)?
E come non leggere ancora, in questo suo stare con un piede sopra una pretesa, immaginaria corsia di un ideale di Destra autentica, e l’altro ben piazzato nell’area parlamentare del Centrodestra, la prova di un animo confuso e timoroso, che poi dovrebbe essere quello del nuovo Duce finalmente giunto a far giustizia di come la cosa dovrebbe finalmente essere?
Ora la “Novità” farà il suo corso, raccoglierà consensi, e, di sicuro, con le prossime Politiche, Vannacci vedrà allargarsi la sua brava fronda in Parlamento. Non servirà certo ad invertire la rotta del prossimo Governo, sia esso di Centrodestra o di Centrosinistra, ma, di sicuro, tutti coloro che avevano voglia di unirsi allo Sfogo incarnato dal Generale, avranno potuto farlo con il voto. E starà qui l’utilità vera di “Futuro Nazionale”: l’aver dato parola e l’aver permesso partecipazione ad uno sfogo che ribolliva dalle profondità. E l’effetto liberatorio di una esplosione anche umorale, in un contesto chiuso nelle proprie paure e con l’orizzonte fisso al proprio passato come prevalentemente è l’Italia, non potrà che far bene anche alla salute psicologica di certa comunità.
Il suo “Mondo al contrario” era appena uno sfogo. Ben scritto, vergato con cura e una certa autorevolezza, lanciato ad un pubblico che, all’origine, avrebbe dovuto essere composto soprattutto di amici stretti. Ma sempre uno sfogo. E, in fondo, era piaciuto soprattutto per questo.
Un vulcano represso da tanto il quale finalmente esploda, fa rumore, produce notizia, prende scena, conquista occhi e orecchie, accende entusiasmo, suscita emozione. Insomma, tutti i numeri di un Krakatoa, non una bolla di superficie nello stile dei Campi Flegrei.
Ovviamente, già tra quelle righe, insofferente dei tempi correnti, si percepiva a pelle una chiara anima di Destra. Un particolare che non sfuggirà al puntuale Salvini, il quale non esiterà a condurre il Generale sulla vetta d’un monte e a mostrargli la visione di un forziere straboccante di gloria, onori ed emolumenti già pronto per lui in quel di Strasburgo.
Ma Vannacci non è un oratore. Non è un retore che, per innate doti personali, sappia realmente affascinare le platee. Soprattutto, non è la classica bestia politicante che abbia premeditato candidature e sappia come muoversi dentro una giungla fitta di insidie sanguinarie qual è il mondo della politica.
Insomma, che l’idillio con la Lega sarebbe presto finito, era nell’aria. Di contro, Vannacci è - ma sarebbe più corretto dire “era” - un ottimo Ufficiale dell’Esercito italiano, con diverse qualità, meriti lavorativi oggettivi e un carisma certo, ma, palpabilmente, limitato alla dimensione professionale di provenienza.
Parla un italiano corretto e con proprietà di linguaggio (dato per niente scontato nel contesto istituzionale italiano), in modo sensato e coerente, adoperando la giusta determinazione e senza mai farsi trascinare nelle provocazioni, che, si sa, aumentano man mano che si sale nel gradimento dell’opinione pubblica. Ma, dalla sua, non detiene alcuno speciale carisma, e manco le innate basi per quel carisma che si pretende da un vero condottiero politico.
E’ grave? Affatto! Perché, in questo momento storico, Vannacci corrisponde a quel “Nuovo”, il quale, appena sorge nel dibattito politico italiano, subito produce consenso, come per una sorta di regola prima di psicologia collettiva.
Così, se si dovesse stabilire cosa, sui due piatti della bilancia, pesi più tra il tema del ritorno alla normalità dei valori e di tutto ciò che è tradizione, e la novità di un nome al quale può andare associata, almeno di pancia, la proiezione del capo popolo tanto atteso, sarebbe questa ad andare giù subito.
Perché temere di chiederselo? Un militare di carriera in pensione, con pochi anni di energia ancora innanzi, cosa mai potrebbe suscitare se non la tipica parabola dotata di un picco per la sua ascesa e di un fondo per la sua discesa?
Non è stato forse così per Segni, Dipietro e Grillo? Quest’ultimo il più fortunato tra loro per durata di legislature, e, al tempo stesso, il più sfortunato, dopo il plateale voltafaccia del suo stesso movimento, oggi tenuto in vita solo dal prestigio personale e rigorosamente professionale di Giuseppe Conte.
E’ appena un dato: le reazioni morali sorte nella Seconda Repubblica si somigliano tutte per finale drammatico. E tutte, pesate nel loro insieme, dovrebbero aver ormai insegnato qualcosa e confermato qualcos’altro.
L’insegnamento centrale è la genetica inidoneità di un certo Paese chiamato Italia a permettere il germoglio di un seme di reale cambiamento. La causa, forse anche, l’aria fetida di egoismo, paura, furbizia, opportunismo, ipocrisia, malizia, gelosia, tensione al particolare, tipica della realtà politica nazionale, dove la prima verde spunta finisce presto per appassire.
La conferma è che solo il disinteresse di fondo forgia campioni in grado di fronteggiare e vincere i lupi della politica professionale, perlomeno fino a che duri l’ossigeno.
Partito di Destra o quel che sia in realtà il suo “Futuro Nazionale”, come non leggere quel finale allinearsi alle coordinate del Centrodestra, come la naturale deformazione professionale propria di un uomo abituato a far “corpo” col proprio reggimento, obbedendo agli ordini del proprio superiore in grado sino ad un istante prima di andare in pensione?
Come non leggere, in quel ricorrente invocare “un vero partito di Destra”, la poca chiarezza di cosa sia davvero una Destra (come, d’altronde, è regola in tutto l’arco costituzionale italiano compreso in ciò che va sotto il nome di Destra o di Destre)?
E come non leggere ancora, in questo suo stare con un piede sopra una pretesa, immaginaria corsia di un ideale di Destra autentica, e l’altro ben piazzato nell’area parlamentare del Centrodestra, la prova di un animo confuso e timoroso, che poi dovrebbe essere quello del nuovo Duce finalmente giunto a far giustizia di come la cosa dovrebbe finalmente essere?
Ora la “Novità” farà il suo corso, raccoglierà consensi, e, di sicuro, con le prossime Politiche, Vannacci vedrà allargarsi la sua brava fronda in Parlamento. Non servirà certo ad invertire la rotta del prossimo Governo, sia esso di Centrodestra o di Centrosinistra, ma, di sicuro, tutti coloro che avevano voglia di unirsi allo Sfogo incarnato dal Generale, avranno potuto farlo con il voto. E starà qui l’utilità vera di “Futuro Nazionale”: l’aver dato parola e l’aver permesso partecipazione ad uno sfogo che ribolliva dalle profondità. E l’effetto liberatorio di una esplosione anche umorale, in un contesto chiuso nelle proprie paure e con l’orizzonte fisso al proprio passato come prevalentemente è l’Italia, non potrà che far bene anche alla salute psicologica di certa comunità.
