Riti di affiliazione mafiosa e summit segreti: 30 arresti nell’inchiesta “Core” nel Salento


LECCE - Un’incisione a forma di croce sulla spalla destra, sul petto o sull’addome dell’affiliando, seguita da un bacio sulle labbra tra i partecipanti al rito. In alcuni casi, il momento veniva suggellato con il dono di una collanina con crocefisso e festeggiato con dolci e spumante. Sono alcuni dei particolari emersi dall’inchiesta “Core”, condotta dai carabinieri del comando provinciale di Lecce, che ha portato all’esecuzione di 30 misure cautelari: 27 persone sono finite in carcere e 3 ai domiciliari.

Gli arrestati devono rispondere, a vario titolo, di associazione mafiosa, tentato omicidio in concorso, traffico e spaccio di droga, ricettazione, detenzione e porto illegale di armi ed esplosivi, incendio, violenza privata e minacce aggravate dal metodo mafioso. Gli indagati complessivi sono 52.

L’indagine, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, prende il nome dal soprannome “Core”, ricorrente nelle conversazioni intercettate. L’inchiesta è partita nel dicembre 2022 dopo il tentato omicidio del 36enne pregiudicato Roberto Napoletano, avvenuto a Squinzano.

Secondo gli investigatori, le attività criminali documentate riguardavano l’operatività della Sacra Corona Unita nel Nord Salento, in particolare nei territori di Trepuzzi, Squinzano, Campi Salentina e Torchiarolo.

Nel corso delle indagini i militari hanno ricostruito tre summit mafiosi, svolti all’interno di una masseria abbandonata nelle campagne tra Squinzano e Torchiarolo e in un’abitazione del centro storico di Lecce. Durante questi incontri sarebbero stati celebrati i riti di affiliazione e impartite direttive relative al traffico di stupefacenti, al sostegno economico dei detenuti affiliati e alla gestione dei conflitti interni ed esterni al gruppo.

L’operazione ha inoltre portato al sequestro di armi, munizioni, polvere da sparo e sostanze stupefacenti. Nel corso dell’attività investigativa sono stati eseguiti anche 13 arresti in flagranza per detenzione di droga e armi.

Dalle intercettazioni è emerso anche un particolare inquietante: i componenti del gruppo chiamavano le pistole con nomi femminili come “Giulia”, “Patrizia” e “Gisella”. Un elemento che, secondo gli investigatori, confermerebbe il carattere simbolico e rituale attribuito alle armi all’interno dell’organizzazione criminale.