"Bari nel cuore, il pallone tra i piedi: Antonio Loseto, il talento che non dimentica le sue radici"



BARI - Non si può raccontare Antonio Loseto senza partire dalla Puglia. Da Bari, dai suoi quartieri, da quei campi dove il calcio è molto più di un gioco: è identità, sacrificio e appartenenza. È lì che nasce la sua storia, alimentata dall'entusiasmo di un bambino con un pallone tra i piedi e un sogno nel cuore.

Un percorso che, senza mai spezzare il legame con le proprie radici, lo ha portato fino a Milano. Due città diverse, unite dalla stessa passione che ha accompagnato ogni tappa della sua vita, dentro e fuori dal campo. 

Nell'intervista, Loseto ripercorre il viaggio che lo ha formato come uomo e come calciatore: dagli idoli che ne hanno ispirato i primi passi ai valori che hanno guidato la sua carriera, fino al rapporto profondo con Bari, la città che gli ha insegnato che il calcio non si gioca soltanto con i piedi, ma soprattutto con il cuore.


Quando è nato il tuo amore per il calcio?

«È iniziato tutto quando avevo cinque anni. Mio cugino decise di portarmi con lui in un campo da calcio. Mi guardavo intorno, osservavo le porte, il prato verde e poi il pallone. Non so spiegare cosa sia successo, ma ho capito subito che quel posto mi apparteneva. Quando arrivò il momento di andare via, continuavo a scappare con la palla tra i piedi pur di non uscire dal campo. Credo che il mio amore per il calcio sia nato proprio in quell'istante. Da lì è iniziato tutto.»

C'è stato un calciatore che da bambino cercavi di imitare?

«Potrei fare un lungo elenco dei miei idoli. Da bambino, da interista di fine anni Novanta, avevo un mito assoluto: Ronaldo, il Fenomeno. Per me è stato il calciatore più forte mai visto con la maglia dell'Inter. Crescendo, però, altri due giocatori hanno influenzato il mio modo di stare in campo e perfino di esultare: Luca Toni e Antonio Cassano. Quest'ultimo rappresenta quasi una risposta obbligata per un ragazzo barese come me. Cassano incarna l'essenza del ragazzo di Bari che è cresciuto giocando per strada, nei campetti, sotto casa, ovunque ci fosse un pallone. C'è una frase di una band che dice: "Non togliermi il pallone e non ti disturbo più". Ecco, credo che descriva perfettamente sia me che lui.»

Oggi giochi nell'FC Xeneize e negli Anbu Squad. Come sei arrivato in queste due realtà calcistiche?

«La prima volta che ho conosciuto lo Xeneize, in realtà, è stato da avversario. Li affrontammo in una combattutissima partita di calcio a sette. Alla fine della gara andai a stringere la mano a tutti e il loro capitano mi fermò dicendomi: "Aspetta, prima di andare via lasciami il tuo numero di telefono. L'anno prossimo devi giocare con noi". Rimasi colpito da quelle parole, ci scambiammo i contatti e, poco dopo, decisi di accettare la loro proposta.»

Qual è il momento più bello vissuto con la maglia dello Xeneize?

«Paradossalmente, il ricordo più bello è nato nel momento più difficile. Venivamo da alcune partite senza riuscire a fare punti e sembrava che qualsiasi avversario potesse metterci in difficoltà. Ci siamo chiusi nello spogliatoio, ci siamo guardati negli occhi e abbiamo capito che era arrivato il momento di reagire. Da quel confronto è nata la forza del gruppo: abbiamo iniziato a remare tutti nella stessa direzione e, quasi come per magia, sono arrivati anche i risultati. È stato il momento in cui ho capito davvero il valore di una squadra.»

Quanto conta ancora il senso di appartenenza a una maglia?

«Per me è un valore fondamentale. Essere nato e cresciuto a Bari, in una famiglia che mi ha insegnato il rispetto e il valore delle cose, mi ha aiutato a capire cosa significhi indossare una maglia. Quando entro in campo con quella gialloblù dello Xeneize, mi sento parte di una famiglia. In quei novanta minuti difendo quei colori come fossero i miei. Il senso di appartenenza, per me, resta un valore imprescindibile.»

I calciatori di oggi sono ancora degli esempi per i più giovani?

«È un tema di cui si parla spesso. Le cosiddette bandiere sono sempre più rare. Penso a Zanetti, Maldini, Totti o Del Piero: giocatori che hanno legato la loro carriera a una sola maglia. Oggi è più difficile trovare esempi del genere. Il calcio è cambiato e spesso sembra che contino più gli aspetti economici e tutto ciò che ruota attorno a questo mondo che il gioco in sé. Si guarda più a ciò che accade fuori dal campo che a quei novanta minuti. È un cambiamento che, personalmente, mi dispiace vedere.»


Qual è la prima immagine che ti viene in mente quando pensi al calcio giocato nei quartieri di Bari?

«Il primo ricordo che mi viene in mente è quello del mio primo giorno su un campo da calcio. Ci andai con mio cugino e fu amore a prima vista. Ricordo che quella sera andai perfino a dormire con il pallone tra le braccia, tanto ero emozionato. Ancora oggi, quando attraverso un momento difficile o semplicemente penso al calcio, quell'immagine torna sempre nella mia mente. È il ricordo che più di ogni altro mi riporta alla mia Bari e al calcio vissuto nei quartieri.»

Quanto ti ha cambiato il trasferimento da Bari a Milano, sia come uomo che come sportivo?

«Questa è una domanda che mi emoziona. Trasferirmi a Milano ha coinciso con il periodo più importante della mia crescita personale e professionale. Lasciare Bari, cavarmela con le mie forze e costruire una nuova vita mi ha fatto maturare molto, anche se non sono mancate le difficoltà.

Il calcio è stato un sostegno fondamentale: appena arrivato mi ha permesso di conoscere persone che oggi considero grandi amici, come Marco, Daniele, Luca e David. È diventato il mio rifugio, il modo migliore per staccare da tutto e ritrovare equilibrio. E poi, diciamolo con un sorriso, penso anche di saperci fare con il pallone tra i piedi, quindi il piacere di giocare cresce ancora di più. Milano, inoltre, mi ha regalato l'amicizia di tre persone a cui voglio davvero bene: Carletto, Paolino e Massimo. A loro devo tanto e colgo l'occasione per mandare un grande abbraccio e un sincero grazie, perché sono diventati punti di riferimento fondamentali nella mia vita.»