Elena di Montenegro: una donna, una Regina


SANTA FIZZAROTTI SELVAGGI
- In occasione del convegno che avrà luogo a Bari il 21 ottobre p.v., presso il Portico dei Pellegrini, in Piazza San Nicola, di cui ho avuto notizia per caso e per fortuna, e riguardante la Regina Elena, mi preme affermare che c'è una storia che a Bari pochi ricordano, ma che nella nostra famiglia non si è mai dimenticata. Colgo l'occasione per ringraziare lo storico dott. Antonio Desiati per la sua passione nel riscrivere la storia della mia famiglia e per aver collaborato a questo mio articolo, concedendomi la possibilità di rendere noti alcuni documenti.

Non mi rimane che raccontare la storia della Regina Elena di Savoia, la nostra Regina della Carità, quando veniva in Puglia e incontrava i miei diretti ascendenti.

Non era un protocollo. Era ospitalità barese, era rispetto, era quell'intesa che legava una grande famiglia di imprenditori, protagonista della costruzione della Bari moderna, a una Regina che non amava gli onori della Corona, bensì la dedizione verso i malati, tanto da essere ricordata come l'Infermiera d'Italia.

I rapporti tra la Casa Reale dei Savoia e la famiglia Fizzarotti furono profondi e si consolidarono nel corso dei decenni, come testimoniano alcuni documenti allegati.

Già nel 1879 Michele Scarano, suocero di Emanuele Fizzarotti, ottenne il prestigioso privilegio di fregiarsi dello Stemma Reale sui prodotti dolciari della propria attività, riconoscimento che ne attestava la qualità e il prestigio [1].

Quando, il 21 ottobre 1896, la principessa Elena del Montenegro approdò nel porto di Bari a bordo della nave Savoia, tra le specialità servite durante il viaggio c'erano anche i prodotti di Michele Scarano, che riscossero notevole apprezzamento tra i commensali.

Palazzo Fizzarotti, in Corso Vittorio Emanuele II 193, voluto da Emanuele Fizzarotti, mio diretto ascendente, e realizzato tra il 1905 e il 1907 dall'architetto Ettore Bernich nel raffinato stile eclettico gotico-veneto-pugliese, rappresentava il grande salotto della città. Tra le sue sale venivano accolti artisti, politici e membri delle case regnanti.

Qui, secondo le memorie familiari, fu ospitata anche Elena del Montenegro, divenuta nel frattempo Elena di Savoia. A legare le due famiglie c'era anche il rapporto di amicizia che univa la famiglia Fizzarotti a re Nicola I del Montenegro. Non è un caso che, secondo i racconti tramandati in famiglia, maestranze montenegrine abbiano contribuito, insieme ai mosaicisti di Ravenna, alla costruzione dello stesso palazzo [2].

Emanuele Fizzarotti ricoprì, inoltre, l'incarico di viceconsole del Montenegro a Bari e fu tra i principali protagonisti dello sviluppo dei rapporti commerciali italiani nei Balcani.

Suo figlio Alfonso Fizzarotti e la moglie, contessa Adele Mazzitelli, figlia del generale di Corpo d'Armata di Sua Maestà, furono più volte ricevuti in udienza privata dai sovrani, come testimoniano le cronache dell'epoca. Un'ulteriore conferma di un legame che andava ben oltre le relazioni di rappresentanza e si fondava su stima reciproca, amicizia e comuni interessi.

Chi era davvero Elena, al di là della corona?

Io, da presidente nazionale dell'Associazione Crocerossine d'Italia ETS e da barese, lo dico con chiarezza: Elena è stata la straordinaria Crocerossina.
Non per titolo. Per scelta.
Nel 1908, per iniziativa della regina Elena, nacque infatti a Roma il Corpo delle Infermiere Volontarie della Croce Rossa, chiamate affettuosamente Crocerossine. Non assunse mai direttamente la carica di ispettrice per ragioni di sicurezza istituzionale, affidando l'incarico alla duchessa d'Aosta. Fu in seguito proclamata «Prima infermiera d'Italia». La prima scuola fu al Celio, come si legge sul web e non solo. Mille donne si diplomarono subito. Nel 1911, in occasione della guerra italo-turca, 60 infermiere partirono con la nave Menfi. Nel 1915, quando scoppiò la Grande Guerra, lei non restò a osservare.
Studiò medicina e si laureò honoris causa. Trasformò il Quirinale e Villa Margherita in ospedali da campo con 30.000 posti letto gestiti dalle sue Crocerossine. Inventò la «fotografia firmata» per raccogliere fondi. Era personalmente al capezzale dei feriti.
Nel 1908 si recò a Messina in occasione del terremoto. Quando ci fu bisogno di curare encefalite, tubercolosi, poliomielite e cancro, fondò l'Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma, che ancora oggi porta il suo nome.
Per questo, nel 1937, Papa Pio XI le conferì la Rosa d'Oro, il massimo onore per una donna cattolica. Per questo Pio XII, alla sua morte, la definì «Signora di opere caritatevoli».

Cosa penso io, davvero

Penso che ci abbiano raccontato una Regina diversa dalla realtà. Ci hanno detto che era alta 180 cm, che era semplice, che non amava i gioielli. Tutto vero, ma riduttivo.
Elena non era semplice. Era essenziale. C'è una differenza enorme.
La mondanità l'annoiava. La sofferenza la chiamava. Mentre molte dame facevano beneficenza per una sorta di buonismo, lei si chinava sui feriti per toccarli. E torniamo sempre a ripetere: senza tocco non c'è cura. Lei lo aveva compreso cento anni prima di molti medici contemporanei.
Questo è il modello di cui si discuterà nel convegno nazionale che stiamo organizzando a Bari per il 7 e 8 novembre: la cura non è un gesto tecnico. È un gesto umano, femminile, materno, che nasce dalla mano che sfiora la fronte.
Elena ci insegna tre cose che oggi abbiamo dimenticato:
1. La regalità, come qualsiasi posizione di potere, è servizio, non privilegio.
Avrebbe potuto restare nel Palazzo. Scelse l'ospedale da campo.
2. La donna cura quando l'uomo fa la guerra.
Nel 1939, tre mesi dopo l'invasione della Polonia, scrisse a sei Regine d'Europa — dalla Danimarca all'Olanda, al Belgio, alla Bulgaria e al Lussemburgo — per tentare di fermare la Seconda Guerra Mondiale.
Una rete di donne contro la follia degli uomini. Non ci riuscì, ma ci provò. Come ci provò Puduhepa (o Puduheba; 1289 a.C. – 1200 a.C. circa), regina ittita del XIII secolo a.C., e come Paulina Busa di Canosa di Puglia.
3. La formazione salva la vita.
Volle fortemente scuole per infermiere, quando pochi credevano che una donna potesse studiare medicina.
Oggi il nostro passaggio da ONLUS a ETS, che stiamo vivendo con tanta operosità, si ispira allo stesso impegno di Elena: dare dignità al volontariato in generale e a quello femminile in particolare, in un momento in cui il virtuale e l'IA possono non tenere conto dell'umanità.
Quando Elena fu ospite a Casa Fizzarotti, Bari non ospitava solo una Regina. Ospitava un'idea di Italia: operosa, caritatevole, concreta. L'idea che il mio diretto ascendente Emanuele Fizzarotti metteva nei suoi palazzi e che Elena poneva nei suoi ospedali.
Ecco perché, quando si entra a Palazzo Fizzarotti, non si vedono solo marmi e allegorie federiciane. Si vedono le tracce di quella donna alta, riservata, che aveva scelto di essere Crocerossina prima che Regina.
E che ancora oggi, da Montpellier, dove raggiunse il Cielo in esilio nel 1952, ci indica la strada:
Chìnati sul letto dell'ammalato, ama, accarezza e cura.
Senza tocco non c'è cura. Lo diceva Montessori. Lo ha fatto anche Elena.


Santa Fizzarotti Selvaggi
Presidente nazionale dell'Associazione Crocerossine d'Italia ETS

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Note

[1] Cfr. Archivio di Stato di Bari, Gabinetto del Prefetto, 1879. Questo carteggio contiene alcune note biografiche su Michele Scarano e la sua famiglia, inviate alla segreteria della Regina Margherita di Savoia.
[2] Cfr. «I Principi del Montenegro», Corriere delle Puglie, 7 aprile 1907.