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Libri: la storia militare del Regno delle Due Sicilie raccontata nell'ultima opera di Francesco Maurizio Di Giovine

di PIERO LADISA – La casa editrice napoletana Controcorrente, specializzata in storia del Mezzogiorno, ha pubblicato tra le sue ultime novità “Pagine di storia militare del Regno delle Due Sicilie” (pp. 221 € 20,00 ). In quest’opera l’autore, Francesco Maurizio Di Giovine, cultore di Storia Patria, racconta con dovizia di particolari gli avvenimenti bellici che videro protagonisti gli uomini dell’esercito borbonico, ma anche semplici civili, che difesero la causa del Regno fino alla morte. 

Tra gli episodi citati nel testo non mancano riferimenti riguardanti la Puglia, parte integrante e attiva del Regno delle Due Sicilie. Come ad esempio la fedeltà mostrata della famiglia Marulli originaria di Andria che, per sostenere economicamente la creazione di reparti di cavalleria specializzati, atti a sostenere l’armata della Santa Fede per liberare lo Stato borbonico, ipotecò i propri immobili. Oppure la difesa ad oltranza della maggior parte delle città e paesi della Capitanata che si è oppose all’esercito piemontese. 

Visti gli argomenti trattati, analizzati con criterio scientifico e accompagnati da una ricca e dettagliata bibliografia, il testo potrebbe essere tranquillamente utilizzato nei vari Atenei come parte monografica per l'esame di Storia Contemporanea.


INTERVISTA ALL'AUTORE 

D. Perché in questa nuova opera ha voluto focalizzare la sua attenzione sulla storia militare del Regno delle Due Sicilie?
R. «La storia militare del regno delle Due Sicilie è stata raccontata dalla parte uscita vincitrice dallo scontro risorgimentale. Ed il racconto è stato solo grottesco. Carico di menzogne e di luoghi comuni. La maggior parte degli uomini che nel 1860-61 indossavano la divisa dell'esercito Napolitano, non entrarono nell'esercito del regno d'Italia e furono molto vessati. Nel mio libro ci sono varie biografie che testimoniano la sofferenza di questi uomini. Morirono dopo essere stati dimenticati. Eppure avevano servito il loro Paese con lealtà e coraggio quando tutto sembrava perduto. Non ci fu mai un pubblico riconoscimento. Anzi questi uomini passarono alla storia come l'esercito di Franceschiello. A tale proposito La invito a leggere le poche pagine della lettera aperta che inviai a Paolo Mieli quando era direttore del Corriere della Sera ed in tale veste ospitò un disegno del bravo Giannelli, vittima anche lui del pregiudizio risorgimentalista che, nel descrivere lo stato di confusione che regnava nel PD, titolò la vignetta, dove si vedevano in marcia libera gli esponenti politici, con la stupida frase "L'Esercito di Franceschiello"». 

D. Consultando il testo ci si imbatte in un folta bibliografia. Tra gli episodi citati nel libro, quale ha richiesto un’analisi più approfondita delle fonti?
R. «La storia più complessa è quella che riguarda la Sicilia. Su di essa è stato scritto tanto ma sempre in termini utili al processo unitario. E' stato un lavoro lungo per ricercare le fonti obiettive. E devo aggiungere che proprio sulla Sicilia c'è ancora molto da studiare e da scrivere. La verità è che la Sicilia fu sin dall'inizio dell'Ottocento preda ambita dell'Inghilterra che se ne voleva impadronire e tutti gli avvenimenti successivi vanno in quella direzione. Paradossalmente mi permetto di sostenere che l'attuale Italia se conserva ancora la sovranità sulla Sicilia lo si deve a Ferdinando II che, dopo la rivoluzione del 1848, inviò in Sicilia il generale Filangieri con l'ordine di riconquistarla. Se ciò non fosse avvenuto la Sicilia sarebbe caduta elle mani dell'avida Inghilterra». 


D. Come mai la storia del Regno delle Due Sicilie viene ancora oggi screditata, bistrattata, e il più delle volte accantonata?
R. «Il ceto intellettuale del Sud si è sempre sentito asservito al ceto intellettuale del Nord e non ha mai avuto il coraggio di alzare la testa. Oggi a chi gioverebbe difendere la memoria storica del Sud? Nelle università del Sud è possibile trovare degli spiriti indipendenti che vogliono riscrivere la nostra storia, la storia del Mezzogiorno d'Italia, al di fuori degli schemi neo-illuministi?
Qualcosa si comincia a muovere e colgo l'occasione per rendere omaggio alla memoria di un grande storico del Sud che ha reso onore all'università di Bari. Tommaso Pedio. Il quale cominciò a scoperchiare il calderone delle menzogne giacobine sul Sud». 

D. Tesi gramsciana o tesi crociana? Lei in quale si rispecchia maggiormente?
R. «Per dare una risposta esauriente, ma breve, dobbiamo partire da Croce. Il quale sostenne che il regno delle Due Sicilie era morto in idea nel 1848. Cosa nasconde questa frase? L'impotenza degli intellettuali liberali che non perdonarono a Ferdinando II di aver sconfitto la rivoluzione borghese con le sole armi nazionali. Non ci furono eserciti stranieri per sconfiggere la rivoluzione napoletana. Essa fu sconfitta dal nostro esercito e dalla mancanza di appoggio popolare. Infatti non bisogna dimenticare, come ha spiegato brillantemente Tommaso Pedio, che gli operai di Napoli, il 15 maggio del 1848 non andarono sulle barricate fatte dai liberali e dagli studenti strumentalizzati. Essi rimasero al loro posto fedeli al Re. A Pietrarsa, gioiello metalmeccanico della monarchia borbonica, in quei giorni gli operai non si mossero dalle loro macchine. E questo deve pur dire qualcosa. Croce, che come ripeteva spesso il compianto Tommaso Pedio, fu una vera croce per il Sud. Aveva in testa un'idea della storia. Un'idea sua, rispettabile, ma che lui voleva far passare per realtà storica. E così non si può fare la storia. Concludo su questo punto affermando che la tesi crociana è da respingere. E dunque mi rifaccio alla tesi gramsciana. Gramsci era sardo, a passò l'infanzia a Gaeta e vide i resti straziati dei difensori di Gaeta, i soldati borbonici appunto, sepolti senza riti religiosi su terreni divenuti successivamente strade o piazze. Senza il pur minimo segno di ricordo e di rispetto. Poi osservò il brigantaggio ed individuò in esso i prodromi della futura lotta contadine. Di conseguenza ne diede una interpretazione che è da inserire nella storia della lotta di classe. Niente di più falso. Il brigantaggio, per confutare la tesi gramsciana, fu una guerra di legittima difesa a cui partecipò uno schieramento eterogeneo della popolazione. Dai soldati renitenti alla leva imposta dai vincitori unitaristi, ai commercianti, ai soldati, agli operai, agli artieri, ai contadini, ecc. Non lotta di classe ma guerriglia per la legittima difesa di un Sud cancellato dalle carte geografiche. Ed allora qualcuno si chiederà perché rispolverare queste storie. Rispondo con semplicità. Da uomo del Sud, mi sento discendente ed erede dei popoli che costituirono il regno delle Due Sicilie. Questo regno era uno dei più antichi d'Europa. Era sorto la notte di Natale del 1130 nella cattedrale di Palermo e, con dinastie diverse, ma tutte Napoletanizzatesi negli usi, nei costumi e nelle leggi, per concludersi il 21 marzo 1861 con la caduta di Civitella del Tronto. Studiare questa nostra storia per farla conoscere ai nostri giovani, agli uomini ed alle donne del sud, ai figli ed ai nipoti dei nostri fratelli che furono costretti ad emigrare dopo il 1861 è un atto di dovere e di necessità per riprendere con orgoglio il nostro cammino attraverso la storia». 

D. Future idee editoriali?
R. «Continuare a studiare ed a diffondere tutta la storia del sud. Dai tempi delle popolazioni italiche che si opposero alla forza di Roma, alla nascita delle prime monarchie meridionali. Dall'età medioevale al tempo in cui i destini di Napoli capitale si fusero con i destini di Madrid dando origine al progetto politico delle Spagne che costituì la cristianitas minore. Periodo violentemente distorto dalla storiografia laicista. Quindi Sud, sempre Sud, soltanto Sud».

Barletta, San Ruggiero: dal miracolo del Paraticchio alla croce rubata


Illustrazione di Giuseppe Lombardi

di NICOLA RICCHITELLI - È l’ultima benedizione ed è forse l’unica benedizione che conta prima del canto del Te Deum, l’aspetta la Barletta cristiana ma in fondo l’aspetta Barletta tutta, dopo un anno, dopo quei 365 giorni che in fondo felici non si rivelano essere mai, perché si sa gli anni che arrivano e che passano, portano in dote e portano sempre via qualcosa. Quando un anno sta per concludersi sappiamo tutti che non tornerà più, che ci saranno momenti da ricordare ed altri che è meglio dimenticare, avvolte anche per sempre. Un anno che sta per concludersi può succedere che te lo porterai sempre nel cuore, e avvolte succede pure che sorridi dinanzi al sorriso innocente di un pargolo di qualche mese e pensi che quando lo hai iniziato quest’anno, mai ti saresti aspettato di ritrovartelo poi davanti. Quando un anno sta per finire avvolte non vedi l’ora che finisca quanto prima, perché l’anno nuovo che sta per arrivare in fondo è un libro con tante pagine bianche e tu hai un fottuto bisogno di ritornare a scrivere qualcosa di bello da poter vivere e raccontare.

Quando un anno sta per finire qui a Barletta, quella vecchia chiesa un tempo dedicata a Santo Stefano farà bella mostra di sé, con la sua storia e le sue leggende, sarà messa a lucido in ogni sua singola pietra pronta ad accogliere credenti, pronta ad accogliere chi in fondo ci crede, ad accogliere devoti, ad accogliere chi devoto poi vi diventa per l’occasione. Quando un anno sta per finire il Vescovo di Canne siede sul suo trono per ascoltare le preghiere dei barlettani, perché quando un anno sta per finire, un figlio avrà perso il lavoro e qualche altro si sarà “sistemato”, qualche altro ancora lo cerca e non lo trova, e c’è chi si accontenta di venti euro tra i tavoli di una pizzeria. Quando un anno sta per finire la vendemmia non sarà andata per niente male e la raccolta delle olive avrà dato l’olio sperato. A Barletta quando un anno sta per finire, quello sarà stato l’anno dell’ultimo saluto fatto a un padre o ad una madre, ed allora Send Rgir, dimmi tu come fare per fregare il dolore. Quando a Barletta un anno sta per finire il Vescovo di Canne sfiderà il freddo e talvolta anche la neve e si farà largo tra ali di folla che lo attenderanno dinanzi alla chiesa di San Domenico e lungo le vie del corso fino ad arrivare a piazza Plebiscito, al suo passaggio si farà il segno di croce quel vecchio gigante che da qualche secolo a questa parte se ne sta a bighellonare dinanzi alla chiesa del Santo Sepolcro, qualcuno gli pregherà un arrivederci, altri in cuor proprio ammetteranno che quello in fondo potrebbe essere l’ultimo saluto.

Il suo pastorale benedirà le speranze e il dolore di ogni barlettano, quello stesso pastorale che ha benedetto le folle di ogni epoca e di ogni età, perché in fondo lui “lo sposo della Madonna” - come erano solito chiamarlo le donne del borgo marinaro - da qualche secolo a questa parte assieme alla Madonna dello Sterpeto ha ascoltato e visto ogni singolo dolore del popolo barlettano. Quello stesso pastorale – secondo una legenda - mise fine alla siccità lì dove oggi giace abbandonata a Canne della Battaglia quella vecchia fontana che porta il suo nome, guarì cinque malati che toccarono la polvere del suo sepolcro, e restituì la vista e la salute ad un vecchio sacerdote, tale Bartolomeo de Intellis, “travagliato da acuti dolori articolari e quasi privo della vista”. Anche a lui i barlettani chiesero il cessare della peste nel 1656, il quale per ringraziarlo misero assieme 500 scudi e portarono a termine il busto che fu ultimato però nel 1736.

Singolare poi fu quando accadde durante i giorni della festa patronale dei primi anni 2000 quando la secolare croce fu rubata nella notte tra il venerdi e il sabato e quindi alla vigilia della festa. L’indomani nel mentre la processione era in procinto di prendere il via la croce fu ritrovata nel cortile della chiesa del Cuore Immacolato in via Barberini, e quindi consegnata dai carabinieri nelle mani dell’allora vescovo mons. Carmelo Cassati.

Non sapremo mai se è vero quanto si dice sul Suo conto e se dar credito a quel vecchio detto popolare “…ament ai frastir”, ma una cosa è certa, se è vero quel che vero che furono i barlettani a volerlo fortemente nella propria città dall’altra pare, che fu proprio il Vescovo di Canne a preferirli dopo una lunga disputa con i canosini il quale volevano fortemente le spoglie del Santo nella propria città, una leggenda narra infatti che le ossa del Santo furono messe su un carro trainato da buoi, e fu lasciata a quest’ultimi la libertà di scegliere la strada da prendere, il quale dopo aver preso in un primo momento la via per Canosa virarono improvvisamente verso la città di Barletta. Il carro poi non si fermò davanti alla chiesa di Santa Maria Maggiore, ma bensì proseguì fino alla chiesa di Santo Stefano dinanzi a cui o per stanchezza o per volere divino si inginocchiarono.



Resta forte la devozione dei barlettani verso San Ruggiero nonostante negli anni si sia di gran lunga affievolita, perché il rispetto che da sempre il barlettano ha avuto nei confronti del Vescovo di Canne non è stato mai secondo a nessun altra devozione, perché il barlettano di un tempo digiunava alla vigilia della sua festa e le donne cucinavano di magro per le proprie famiglie, perché le notte del 16 dicembre del 1737 dal Paraticchio – lì dove un tempo arrivava il mare - i barlettani iniziarono a vedere un esalazione infuocata nell’aria che si avvicinava sempre più quasi a voler incendiare la città così come racconta un cronista di quel tempo«…alle ore 4 il popolo di Barletta si pose in gran terrore…corse alla chiesa di San Ruggiero la quale aperta dal luogotenente e pigliato il braccio del detto Santo, si portò dal medesimo accompagnato da lumi, sopra le mura sino al Paraticchio e poi per tutta la città…», perché così come recitava una vecchia preghiera delle monache celestine di San Ruggiero, “per intercessione del Beato Ruggiero accadono questi divini misteri, grazie alle sue preghiere i lebbrosi guariscono, i ciechi guadagnano la vista, nella data della sua nascita i demoni fuggono e i malati vengono sanati. Delle sue imprese si compiace la moltitudine celeste degli angeli, infatti cinque fedeli ammalati sono guariti toccando la polvere del suo sepolcro”.

28 dicembre 1947, muore Re Vittorio Emanuele III


di NICOLA ZUCCARO - Il 28 dicembre 1947 muore ad Alessandria d'Egitto, dove si era ritirato in esilio prima della consultazione referendaria del 2 giugno 1946 e a seguito della quale l'Italia da Monarchia passò a Repubblica, con il titolo di Conte di Pollenzo, Sua Altezza Re Vittorio Emanuele III. Il destino volle che si spegnesse il giorno dopo la firma della Costituzione italiana che privò, per mezzo della XIII disposizione finale ai Savoia - avocandoli al Neo Stato Repubblicano italiano - Casa Savoia, dei relativi beni agli ex regnanti discendenti dalla medesima Casa Reale.

La morte di Re Vittorio Emanuele III avvenne in una casa della campagna egiziana e - come annotarono i medici - fu causata da una congestione polmonare, poi degenerata in trombosi. L'ex sovrano d'Italia ne soffriva ormai da 5 giorni, allorchè il 28 prima di sentirsi male per l'ultima volta e di spirare alle 14.20, pronunciò queste ultime parole alle 4.30 del mattino (egli era sempre stato mattiniero): " Quanto durerà ancora? Avrei delle cose importanti da sbrigare". Questa frase fu rivolta al suo medico, giunto al suo capezzale dopo il sopraggiungere di una paralisi. 

Qualche giorno prima, più precisamente il 23 dicembre 1947, Vittorio Emanuele III aveva detto: "Viviamo in un bel porco mondo", rivolgendosi al proprio aiutante di campo, il Colonnello Torella di Romagnano. Parole che si riferivano al fatto che Vittorio Emanuele III aveva notato che nella corrispondenza giunta dall'Italia per le festività natalizie, alcune missive inviate da eminenti personalità, "brillavano" per la loro assenza, aspettandosi al contrario degli omaggi. 

La scomparsa di Vittorio Emanuele impedì, per la disposizione precedentemente menzionata, ogni avocazione di titoli al Re Umberto II. che abbandonò l'Italia, il 9 giugno 1946, non appena proclamata la Repubblica. Per l'estremo saluto, il Re d'Egitto Faruq dispose che al sovrano defunto fosse riservato un funerale di Stato a carattere militare, rappresentato dalla collocazione del feretro su un affusto di cannone, scortato da un'adeguata rappresentanza della forza armata egiziana. 
La salma di Vittorio Emanuele III, salutata all'epoca delle esequie da 101 colpi di cannone, è tornata il 18 dicembre in Italia. Dopo essere stata custodita per 70 anni nella Cattedrale di Alessandria d'Egitto, attualmente riposa nel Santuario di Vicoforte, a pochi passi da Mondovì, in Provincia di Cuneo.

Da 70 anni la festa di San Rocco a Casamassima



di VITTORIO POLITO - Com’è noto si festeggia tra agosto e settembre di ogni anno a Casamassima la tradizionale festa in onore di San Rocco da Montpellier, dedicata ai residenti ed a coloro che giungono da ogni parte del mondo per questa solenne ricorrenza. Quest’anno Onofrio Mancini, già Maresciallo Maggiore dell’Esercito, amante della fotografia, nato a Casamassima, ma residente a Ravenna, ha voluto ricordare l’evento con la pubblicazione, per le edizioni Levante, del volume “San Rocco, 70 anni di Festa a Casamassima 1946-2016”, un elegante testo di grande formato, ricco di foto e manifesti, volutamente in bianco e nero, poiché la mancanza del colore, secondo l’autore, lascia apparire con maggior vigore l’incanto delle emozioni che i volti rivelano.

Mancini ha svolto un prezioso lavoro di ricerca del materiale pubblicato e delle foto realizzate da egli stesso e da alcuni amici, a testimoniare la sua devozione per il Santo protettore e del suo grande amore per Casamassima. Egli utilizza la fotografia con lo scopo non solo di dare testimonianza di un evento, ma soprattutto per attestare la sua partecipazione culturale ed emotiva all’evento stesso.

L’Architetto Antonio Pastore, che firma presentazione, scrive: “al di là del rapporto intimo-affettivo tra il Casamassimese e il Santo, Mancini focalizza la vera essenza della festa, quale momento di catarsi collettiva in cui si intrecciano fede, storia, tradizioni, identità, passato e futuro, che nel corso del tempo ha coinvolto l’intera comunità attraverso momenti di grande trasporto emotivo e culturale”.

                                                

Sfogliando l’elegante testo leggiamo anche la nota della professoressa Beatrice Birardi, che fa un po’ la storia tra tradizione e coralità, della festa di San Rocco a Casamassima e nella quale scrive che “La festa di san Rocco a Casamassima è considerata e vissuta, dopo il Santo Natale, come la ricorrenza più importante dell’anno.

E, per finire, qualche notizia su San Rocco, nato a Montpellier, che rimasto orfano vendette tutti i suoi beni, distribuendo il ricavato ai poveri e partì in pellegrinaggio a Roma. Si fermò all’Ospizio di Acquapendente (Viterbo), dove si dedicò al servizio degli appestati, operando guarigioni miracolose. San Rocco è rappresentato con il cane, quel cane del nobile Gottardo Pallastrelli che gli portava da mangiare per l’impossibilità del Santo di camminare a causa di un “bubbone” ad una gamba. Morì in provincia di Varese nel 1379. Dal 1999 è attiva presso la Chiesa di San Rocco in Roma l’Associazione Europea Amici di San Rocco, con lo scopo di diffondere il culto e la devozione verso il Santo della carità attraverso l’esempio concreto di amore verso i malati ed i bisognosi.

San Rocco è protettore dei pellegrini, dei chirurghi, dei prigionieri e del bestiame, è invocato contro la peste, le malattie contagiose ed i disastri naturali.

Il volume, che si avvale del Patrocinio del Comune di Casamassima, della Pro Loco della stessa città e del Comitato Festa di San Rocco, riporta anche il saluto del Sindaco Vito Cessa. Un bel regalo per i cittadini di Casamassima che potranno così rivedere dal 1946 ad oggi, tutte le manifestazioni sia religiose che folcloristiche svoltesi con i complessi bandistici, gli artisti, i cantanti ed i complessi di musica leggera, che nei vari anni si sono esibiti.

40 anni senza Angelo De Palo, Presidente e tifoso della Bari


di NICOLA ZUCCARO - Il pomeriggio del 2 agosto 1977 a Poggio Bustone (Rieti), durante il ritiro estivo del Bari, Angelo De Palo fu colpito da un ictus e ricoverato in serata al Policlinico "Gemelli" in Roma, dove morì il 9 agosto 1977. Terminò con questo drammatico epilogo (probabilmente preannunciato dalla frase "mi raccomando al Bari" e trascritta su un un ricettario dei medicinali, ritrovato a bordo dell'ambulanza che lo trasferì presso l'ospedale romano) una delle Presidenze più lunghe dell'Associazione Sportiva Bari.

Nel 1963 dopo 2 anni di permanenza nel Commissione di reggenza, composta dai commendadori La Gioia, Brunetti e, dal 1962, Marino, a seguito delle dimissioni di quest'ultimo e della fine del commissariamento dell'Associazione Sportiva Bari, decretato dall'Assessore comunale allo Sport, fu eletto Presidente dal nuovo Consiglio di Amministrazione. Svolse questo ruolo con la stessa passione manifestata in gioventù, quando da studente universitario presso la Facoltà di Medicina di Torino, seguiva le trasferte del Bari nel Nord Italia e alternava le presenze in sala operatoria a quelle presso la sede sociale in Piazza Moro e allo Stadio della Vittoria, presenziando anche agli allenamenti. 

Questa alternanza completata dall'incarico di Vice Presidente della Lega (all'epoca unificata in A e B) gli valse il soprannome di "Ginecologo volante". Durante la sua Presidenza, il Bari disputò due stagioni in Serie A (1963-64 e 1969-70), 9 in B e 5 in C, delle quali l'ultima, 1976-77, fu sofferta per le difficoltà economiche che attraversava la compagine sociale e che costrinsero De Palo, a impegnare i suoi risparmi professionali e alcune delle sue proprietà presenti nella natia Terlizzi. In questo periodo difficile fu comunque affiancato da due stimati amici quali Michele Mincuzzi (titolare di uno "storico" esercizio commerciale nel centro di Bari) e da Aurelio Gironda (noto penalista del foro barese) che, all'indomani della morte del Prof. De Palo, rilevarono provvisoriamente la Società, in attesa dell'ingresso della nuova proprietà, avvenuto il 15 ottobre 1977 e rappresentata dalla famiglia Matarrese. Essa indicò il giovane Onorevole Antonio, quale nuovo Presidente. La scomparsa di Angelo De Palo provocò un dolore profondo nella tifoseria biancorossa che, numerosa, accorse a Terlizzi ( si calcolarono 20.000 presenze) per tributargli l'estremo saluto, il 16 agosto 1977. L'affetto e la gratitudine della Bari sportiva nei riguardi del Presidente-Galantuomo, restano con due testimonianze nel capoluogo pugliese, a 40 anni di distanza dalla sua scomparsa. La prima è rappresentata dalla costruzione di un Centro Sportivo di avviamento al Calcio, risalente al 1983 e per opera dell'imprenditore Francesco Tunzi e con il sostegno della vedova De Palo, ubicato in Palese, alla periferia Nord di Bari. La Seconda testimonianza è rappresentata dall'intitolazione in suo nome di un Piazzale antistante lo Stadio della Vittoria, su proposta della sezione barese dell'Unione nazionale dei Veterani dello Sport e successivamente accolta nei primi anni del 2000 dall'Amministrazione Comunale di Bari.

8 agosto 1991, il Vlora sconvolge la città di Bari


di NICOLA ZUCCARO - Bari, giovedì 8 agosto 1991. Nel corso di una calda mattinata, una montagna galleggiante, paragonabile ad un formicaio umano, cattura l'attenzione dei bagnanti del Lido San Francesco e del Litorale di San Cataldo: è il Vlora. Di lì a poco - sono le 10.30 circa - verso mezzogiorno, attraccherà al Molo Foraneo del Porto barese. In questo preciso punto dello scalo portuale si concludeva così l'odissea del Mercantile inizialmente diretto a Brindisi, ma poi repentinamente dirottato su Bari, a seguito del colloquio telefonico intercorso fra l'allora vice prefetto brindisino, Bruno Pezzuto, e l'allora Capo di Gabinetto della Prefettura barese, Antonio Nunziante. Questo dirottamento fu "motivato" e "giustificato" dal fatto che, non trattandosi di una migrazione composta da poche centinaia di profughi (ma di 20.000 albanesi in fuga) e avendo già Brindisi, nel marzo 1991, fatto fronte ad un precedente e consistente sbarco, la rotta verso Bari divenne a quel punto inevitabile.

Se per il Comandante del Mercantile, Hadim Milaqi, costretto a salpare per l'Italia, terminò un calvario (su misura per un testo di Epica), per la città di Bari iniziarono dei giorni difficilissimi relativamente alla gestione dell'emergenza. Molte furono le difficoltà provocate dalla suddivisione degli interventi di Protezione Civile e legati sia alla sicurezza che all'ordine pubblico (numerosi furono gli albanesi, alcuni dei quali impauriti, che vagavano per la città, fuggendo dal Molo Foraneo, dopo essersi tuffati dalla nave) presso i due luoghi di quella drammatica vigilia ferragostana quali il Porto e lo Stadio della Vittoria. Quest'ultimo, chiuso da un anno al calcio, si trasformò da catino infuocato dal tifo per il Bari, a luogo infernale dove la rabbia e la disperazione si mescolarono, tanto da mobilitare l'Esercito italiano e successivamente le Forze speciali della Polizia di Stato - intervenute sotto il diretto controllo del rispettivo Capo, il Prefetto Vincenzo Parisi. 

Su Bari, anche per la presenza di alcuni rivoltosi e disertori dell'Esercito albanese (inizialmente trasportati dal Porto allo Stadio a bordo dei bus dell'azienda del trasporto urbano e poi, alcuni di essi, ricondotti in Albania, nell'ambito di un ininterrotto ponte aereo) si accesero i riflettori dell'informazione nazionale ed internazionale e si concentrò l'attenzione delle istituzioni italiane. Fra esse, la Presidenza della Repubblica che per voce dell'allora Capo di Stato, Francesco Cossiga, chiese le dimissioni, vocando ad egli, per le funzioni spettanti alla suo ruolo, la rimozione del Sindaco dell'epoca ; il compianto Prof. Enrico Dalfino. Quale fu la motivazione? L'irresponsabilità nella gestione di un'emergenza, le cui colpe dovevano oggettivamente essere attribuite a quella macchina governativa che non riuscì, forse e probabilmente, a prevedere e a frenare per tempo un esodo che mise alla prova la straordinaria solidarietà dei baresi, testimoniata dalla donazione di indumenti e scarpe (la gran parte dei profughi sbarcò scalza al Porto di Bari) e dalla messa a disposizione di alloggi da parte delle parrocchie vicine allo scalo portuale e allo Stadio della Vittoria. 

L'arrivo del Vlora mutò il tessuto sociale di una Bari che dall'agosto 1991 si trasformò in larga parte albanese, per l'inserimento dei componenti della relativa nazionalità, nel contesto lavorativo e universitario, e promuovendo, nello stesso tempo, il capoluogo pugliese quale città italiana, per eccellenza (così la ricordò in una successiva intervista rilasciata nei mesi successivi a quell'evento dal sindaco Dalfino all'emittente televisiva Tele Bari) sul piano dell'accoglienza e dell'integrazione etnico-culturale.

Il Giappone ricorda le vittime di Hiroshima


GIAPPONE - "Auspichiamo una presenza sempre maggiore dei capi di stato di tutto il mondo per contribuire all'abolizione degli arsenali nucleari". A dirlo è Kazumi Matsu, sindaco di Hiroshima che ha tenuto un discorso di commemorazione per il 71 esimo anniversario del lancio della bomba atomica. Il triste evento, infatti, ebbe luogo il 6 agosto del 1945. Alla cerimonia ha preso parte anche il premier nipponico, Shinzo Abe, che si è appellato alle nuove generazioni, affinchè non scordino quanto accaduto.
Allo stesso orario dello sgancio della bomba, alle 8.15, è stato osservato un minuto di silenzio per ricordare le 140 mila vittime.

8 agosto 1991, il Vlora sconvolge Bari


di NICOLA ZUCCARO - Bari, giovedì 8 agosto 1991. Nel corso di una calda mattinata, una montagna galleggiante, paragonabile ad un formicaio umano, dalle grande dimensioni, cattura l'attenzione dei bagnanti del Lido San Francesco e del Litorale di San Cataldo ; è il Vlora. Di lì a poco -sono le 10.30 circa- verso mezzogiorno, attraccherà al Molo Foraneo del Porto barese. In questo preciso punto dello scalo portuale si concludeva così l'odissea del Mercantile inizialmente diretto a Brindisi ma poi, repentinamente dirottato su Bari, a seguito del colloquio telefonico intercorso fra l'allora vice prefetto brindisino, Bruno Pezzuto, e l'allora Capo di Gabinetto della Prefettura barese, Antonio Nunziante. Questo dirottamento fu " motivato" e " giustificato " dal fatto che, non trattandosi di una migrazione composta da poche centinaia di profughi ma di 20.000 albanesi in fuga e avendo già Brindisi, nel marzo 1991, fatto fronte ad un precedente e consistente sbarco, la rotta verso Bari, divenne a quel punto, inevitabile.

Se per il Comandante del Mercantile, Hadim Milaqi, costretto a salpare per l'Italia, terminò un calvario ( su misura per un testo di Epica), per la città di Bari, iniziarono dei giorni difficilissimi, relativamente alla gestione dell'emergenza. Alle difficoltà provocate dalla suddivisione degli interventi di Protezione Civile e legati sia alla sicurezza che all'ordine pubblico ( numerosi furono gli albanesi, alcuni dei quali impauriti, che vagavano per la città, fuggendo dal Molo Foraneo, dopo essersi tuffati dalla Nave) presso i due luoghi di quella drammatica vigilia ferragostana quali il Porto e lo Stadio della Vittoria. Quest'ultimo, chiuso da un anno al Calcio, si trasformò da quel catino infuocato dal tifo per il Bari, in quel luogo infernale dove la rabbia e la disperazione si mescolarono, tanto da mobilitare l'Esercito italiano e successivamente le Forze speciali della Polizia di Stato ; intervenute sotto il diretto controllo del rispettivo Capo, il Prefetto Vincenzo Parisi.

Su Bari, anche per la presenza di alcuni rivoltosi e disertori dell'Esercito albanese (inizialmente trasportati dal Porto allo Stadio a bordo dei Bus dell'Azienda del Trasporto Urbano e poi, alcuni di essi, ricondotti in Albania, nell'ambito di un ininterrotto ponte aereo) si accesero i riflettori dell'informazione nazionale ed internazionale e si concentrò anche l'attenzione delle istituzioni italiane. Di esse la Presidenza della Repubblica che per voce dell'allora Capo dello Stato Francesco Cossiga, chiese le dimissioni, avocandogli, per le funzioni spettanti alla suo ruolo, la rimozione del Sindaco dell'epoca ; il compianto Prof. Enrico Dalfino.

Quale fu la motivazione? L'irresponsabilità nella gestione di un'emergenza, le cui colpe, oggettivamente, dovevano essere attribuite a quella macchina governativa che non riuscì, forse e probabilmente, a prevedere e a frenare per tempo un esodo che mise alla prova la straordinaria solidarietà dei baresi, testimoniata dalla donazione di indumenti e scarpe ( la gran parte dei profughi sbarcò scalza al Porto di Bari) e dalla messa a disposizione di alloggi da parte delle Parrocchie vicine allo scalo portuale e allo Stadio della Vittoria.

L'arrivo del Vlora mutò il tessuto sociale di una Bari che dall'agosto 1991, si trasformò in larga parte albanese, per l'inserimento dei componenti della relativa nazionalità, nel contesto lavorativo e universitario, e promuovendo, nello stesso tempo, il capoluogo pugliese quale città italiana, per eccellenza ( così la ricordò in una successiva intervista rilasciata dal sindaco Dalfino all'emittente televisiva Tele Bari, nei mesi successivi a quell'evento dal sindaco Dalfino all'emittente televisiva Tele Bari ) sul piano dell'accoglienza e dell'integrazione etnico-culturale.

Strage di Bologna, ricordate le vittime baresi


di NICOLA ZUCCARO - Sonia Burri, Francesco Cesare e Vito Diomede Fresa, Errica Frigerio, Patrizia Messineo, Giuseppe Patruno e Silvana Serravalli in Bàrbera. Sono le 7 vittime baresi che il 2 agosto 1980, perirono presso la Stazione ferroviaria di Bologna in una delle più dure imprese criminali del nostro paese, come la definì l'allora Presidente della Repubblica italiana Sandro Pertini. A ricordarlo il Sindaco di Bari Antonio Decaro, nel corso della deposizione di una corona ai piedi della lapide posta all'esterno di Palazzo di Città. Una commemorazione resa tanto attuale - come ha sottolineato Decaro - dai recenti attentati terroristici e a seguito dei quali, la memoria della Strage di Bologna deve essere mantenuta viva (questo è stato anche il pensiero espresso dal Governatore della Puglia Michele Emiliano, intervenuto alla Commemorazione assieme al Prefetto della Provincia di Bari Carmela Pagano) unitamente alla ricerca della verità, negli ultimi tempi, ostacolata - ha chiosato Decaro - dai ripetuti depistaggi.

Presto il restauro delle catacombe di Santa Sofia a Canosa


BAT - Le uniche catacombe cristiane ritrovate in Puglia, quelle di Santa Sofia (II-VIII sec. d.c.) saranno rese fruibili grazie alla consegna delle chiavi da parte del sindaco di Canosa al Sovrintendente archeologico delle Catacombe.
L'incontro si è svolto a Roma, presso la sede della Pontificia commissione di archeologia sacra. "Siamo convinti - dichiara nella nota il sindaco di Canosa - che gli interventi che la Soprintendenza archeologica delle Catacombe potrà ora mettere in atto produrranno ricadute positive".

50 anni fa il "dubbio" goal mondiale


di NICOLA ZUCCARO - Wembley, sabato 30 luglio 1966. L'Inghilterra scende in campo per il suo appuntamento con la Storia del Calcio che potrebbe consegnargli davanti al pubblico di casa ( con in testa i Reali Elisabetta e Filippo di Edimburgo) la sua prima Coppa del Mondo. La selezione definita per antomasia dei " Maestri del Calcio " ebbe la meglio sulla Germania e conquistò quel titolo che mancava, e stranamente, nella sua bacheca, per il ruolo storico precedentemente citato, solo ai tempi supplementari.
Dopo che i novanta minuti terminarono sul 2-2, Geoff Hust ( autore, in quella Finale di una tripletta) realizza per il momentaneo 3-2, non una rete di ordinario vantaggio per il tabellino, quanto piuttosto, una segnatura destinata a passare alla storia, per la relativa ed effettiva dinamica consistente nell'aver superato la linea di porta. Quel goal che spianò con il definitivo 4-2 la strada del successo all'Inghilterra, aprì, nel contempo, quel dibattito lungo 50 anni, inerente l'applicazione dei sensori in prossimità delle porte, per accertare il reale ingresso della sfera, nella rete avversaria.

Decaro commemora il 73° anniversario della strage di via Niccolò dell'Arca. Un riconoscimento a Umberto Cassano


di Redazione - Questa mattina il sindaco Antonio Decaro è intervenuto alla cerimonia organizzata dal Comune in collaborazione con l’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia), l’IPSAIC (Istituto Pugliese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea), l’ANPPIA (Associazione Nazionale Perseguitati Politici Antifascisti), la CGIL Camera del Lavoro metropolitana e l’ARCI Bari per commemorare il 73° anniversario della strage di via Niccolò dell’Arca, in cui persero la vita venti persone e altre cinquanta rimasero ferite mentre sfilavano pacificamente in un corteo che andava ad accogliere gli antifascisti all’uscita del carcere, all’indomani della caduta di Mussolini.
La cerimonia si è svolta presso il monumento in piazza Umberto I che ricorda le venti vittime della strage, i cui nomi sono incisi in altrettante pietre d’inciampo sull’asfalto della piazza.
A margine della cerimonia il sindaco Decaro ha consegnato un’onorificenza a Umberto Cassano, classe 1925, uno dei feriti di quella giornata, che insieme ad altri episodi della lotta di Liberazione è valsa alla città di Bari il riconoscimento della medaglia d’oro al valor civile da parte del Presidente della Repubblica.



Di seguito il discorso pronunciato dal sindaco nel corso della cerimonia di questa mattina:

"Signore e signori, autorità, amici,
siamo qui, anche quest’anno, per ricordare il sacrificio di 20 tra cittadini inermi, studenti e docenti che all’indomani della caduta del fascismo si riunirono spontaneamente in un corteo pacifico diretto all’ingresso del carcere di Bari, dove si attendeva la scarcerazione di numerosi detenuti politici.
In quella giornata di 73 anni fa, che insieme ad altri episodi della lotta di Liberazione è valsa alla città di Bari il riconoscimento della medaglia d’oro al valor civile, altri cinquanta innocenti rimasero feriti.
Ed è anche a loro che rendiamo omaggio oggi: a Umberto Cassano, maestro del lavoro, classe 1925, che abbiamo voluto insignire di un’onorificenza ufficiale per il suo impegno instancabile per il riconoscimento dei diritti al fianco dei lavoratori e dei cittadini più deboli.
A Vito Sciacovelli, che vorremmo insignire di un’analoga onorificenza nei prossimi mesi, e a tutti i testimoni - penso a Paolo Laterza e a Carlo Setta - di quella giornata di sangue in cui una parte della nostra migliore gioventù, cresciuta negli ideali della libertà e negli insegnamenti di Benedetto Croce e del gruppo di Casa Laterza, volle contribuire a scrivere una storia di riscatto per il nostro Paese, stremato dagli orrori del ventennio fascista.
Dal 2012 i nomi delle vittime della strage di via Niccolò dell’Arca sono impressi nelle pietre d’inciampo infisse nell’asfalto di questa piazza, la stessa piazza che ha raccolto quel sangue innocente. Quegli uomini, quei ragazzi - è impressionante leggerne le date di nascita - hanno lottato con le armi della conoscenza, delle idee, dei valori di pace e giustizia per costruire un Paese migliore, quello in cui oggi abbiamo la fortuna di vivere.
E se ci ritroviamo qui, insieme, anno dopo anno, è grazie alla collaborazione con l’ANPI, l’IPSAIC, l’ANPIA e la CGIL, che sono accanto all’amministrazione comunale nell’impegno per ricostruire la comune memoria e per insegnare ai più giovani il valore della libertà e della democrazia sulle quali si fonda la nostra Carta Costituzionale.
Consentitemi di ringraziare, tra gli altri, il professor Leuzzi, che oggi parla a nome dei familiari delle vittime di questa folle strage, per il suo impegno a tutela della verità storica, che significa ricerche infaticabili tra i fascicoli processuali, negli archivi e nei documenti dell’epoca. Ricerche che speriamo ci consentiranno di individuare, infine, tutti i sopravvissuti e i testimoni della strage di via Niccolò dell’Arca, ai quali intendiamo rendere omaggio.
Perché onorare la memoria dell’antifascismo barese, la verità della storia e la forza delle idee è il modo migliore che abbiamo per guardare con coraggio al futuro: un futuro che garantisca pace e giustizia per tutti."

Auschwitz, scoperto anello del doppio fondo di una tazza


POLONIA - Un tesoro rimasto nascosto per quasi un secolo, ma venuto alla luce durante ordinari lavori di pulizia. La storia di oggi arriva dal campo di concentramento di Auschwitz Birkenau, in Polonia, dove un addetto ai lavori ha scoperto un doppio fondo in una vecchia tazza. Spesso accadeva che, per evitare il sequestro dalle guardie tedesche, si tentava di nascondere i beni di valore in oggetti di uso quotidiano. E proprio questa tazza, nel suo doppio fondo, nascondeva un anello ed una collana, rimasti stipati per oltre 70 anni e scoperti solo ora.

(credit: Getty Images)


Aeroporto di Bari, mostra gratuita su Leonardo da Vinci


Fino al 30 settembre, l'Aeroporto di Bari-Palese "Karol Wojtyla" ospiterà una straordinaria mostra sul Genio per eccellenza, dal titolo "Il volo: dalle Ali di Leonardo... a oggi (1480-2016)". Col patrocinio della Regione Puglia, l'esposizione sarà allestita al secondo piano dell'aerostazione passeggeri, dove saranno esibiti numerosi progetti e disegni di Leonardo da Vinci, con la fedele riproduzione di circa quaranta macchine da lui ideate, che per l'occasione saranno funzionanti e potranno essere toccate da tutti i viaggiatori e visitatori.

Alla mostra delle macchine, si affiancherà quella degli elementi macchinali, ossia di quei meccanismi progettati da Leonardo e aventi numerose possibilità di applicazione. L'esposizione sarà aperta al pubblico tutti i giorni, dalle 9.00 alle 21.00, con ingresso libero.

L'Amleto in scena a Palazzo Fizzarotti


In occasione dei 400 anni dalla morte di William Shakespeare, Palazzo Fizzarotti ospiterà a Bari l'Amleto, con la regia di Nicola Valenzano. La celebre opera del drammaturgo inglese andrà in scena venerdì 29 aprile, alle 20:00 e alle 21:30. Nel cast degli attori, ci sono: Daniele Ciavarella, Saverio Desiderato, Tano D'Amore, Annamaria Vivacqua, Danilo Giuva, Barbara Grilli, Nicola Marino, Nicola Moschetti, Maurizio Della Villa.

A differenza di ogni altro spettacolo teatrale, il pubblico svolgerà il ruolo di spettatore-attore, venendo coinvolto dalle scene e dalle vicende dei protagonisti. Valenzano - infatti - ha sceneggiato un vero e proprio Amleto itinerante, perchè la trama si snoderà lungo le varie stanze del celebre e prezioso palazzo novecentesco barese.

Ecco il volto dell'Uomo di Altamura


Grazie a quanto ricostruito dagli archeologi, è finalmente possibile conoscere il volto dell'Uomo di Altamura. Il suo viso è stato ottenuto partendo dallo scheletro scoperto nell'ottobre del 1993 nella grotta di Lamalunga, appartenente ad un Homo neanderthalensis e risalente a circa 180 mila anni fa. 

«Abbiamo qui ad Altamura un tesoro prezioso per tutta la Puglia, anzi per il mondo culturale e scientifico intero: sono pochi i reperti fossili umani con una simile combinazione di caratteri morfologici. Non c'è nulla di altrettanto completo nella documentazione paleoantropologica mondiale che precede la comparsa e la diffusione della nostra specie; niente del genere prima di Homo sapiens». Questo è ciò che si legge nella nota diffusa da Loredana Capone, assessore regionale all'industria turistica e culturale.

Siccità in Messico e il tempio riemerge dalle acque


di PIERPAOLO DE NATALE - La forte siccità che quest'anno ha colpito il Messico ha causato l'abbassamento del livello d'acqua nel fiume Grijalva, nello stato del Chiapas. L'altezza del bacino è scesa di 25 metri, riportando alla luce lo spettacolare e magico tempio di Santiago, celebre anche come tempio di Quechula. L'edificio fu costruito da alcuni monaci nel XVI secolo, è lungo 61 metri, largo 14 ed alto 10, con un campanile che tocca i 16 metri di altezza. "È una chiesa eretta con l'idea che sarebbe stata il centro di un'area vastamente popolata, ma ciò non è mai successo", dichiara l'architetto messicano Carlos Navarrete. "Probabilmente non ha mai nemmeno avuto un proprio prete, ma riceveva visite da parte di quelli di Tecpatán".

Intanto, cogliendo l'occasione, i pescatori si improvvisano guide turistiche, traghettando i turisti a bordo delle proprie barche, per ammirare la magnificenza di questa costruzione spuntata dal nulla in tutta la sua maestosità.



Un volto per l'Uomo di Altamura


di PIERPAOLO DE NATALE - Il celebre Uomo di Altamura ha finalmente un volto, che sarà reso noto in anteprima mondiale il 26 aprile. Come ricorderete, i resti dell'Uomo di Altamura furono portati alla luce nei primi anni Novanta, quando un gruppo di speleologi altamurani e baresi rinvenne uno scheletro umano completo, appartenente - probabilmente - all'estinta specie dell'Homo neanderthalensis

Il 26 aprile, alla stampa nazionale ed internazionale, sarà presentata una ricostruzione a grandezza naturale dello scheletro, all'interno della grotta di Lamalunga. Il progetto è stato portato a termine grazie alla collaborazione dei paleo-artisti olandesi Andrie e Alfons Kennis. Avvalendosi di dati scientifici ed interpretazione artistica è stato finalmente possibile dare un volto all'Uomo di Altamura, con tanto di capelli e baffi.

Torna il Murgia Express: Bari-Altamura col treno degli anni '30


di PIERPAOLO DE NATALE - Con l'arrivo della nuova stagione torna sui binari, restaurato e tirato a lucido per l'occasione, lo storico Murgia Express. Stiamo parlando di un treno delle Ferrovie Appulo Lucane risalente al 1931. L'antico convoglio riprenderà vita nei giorni 24 e 25 aprile, in occasione di Federicus, attesissima rievocazione medievale allestita nel centro storico di Altamura.

L'iniziativa è organizzata dall'associazione Rotaie di Puglia, che - grazie al treno di Federicus - trasporterà i viaggiatori da Bari ad Altamura, dal 2016 al XIII secolo. Come in un magico viaggio nel tempo, coloro che saliranno a bordo dei vagoni saranno proiettati nel medioevo, quando nel 1232 l'imperatore Federico II faceva ritorno dalla Sesta crociata in Terra Santa e si fermava proprio in Puglia, affascinato dalla bellezza dell'Alta Murgia.

I biglietti del Murgia Express sono subito andati a ruba, segno di un crescente interesse da parte dei baresi, desiderosi di conoscere meglio il passato delle proprie terre, scoprendone arte, cultura e tradizione. Il convoglio è composto da tre carrozze dalle tonalità bordeaux, ciascuna delle quali presenta una fascia nera sulla fiancata, dove furono segnate in bronzo il numero di vettura, la classe di appartenenza e la dicitura Fal. I due vagoni di prima classe hanno un fine rivestimento in legno di radica di noce e sono dotati di comode poltroncine in velluto rosso. Il vagone di seconda classe dispone, invece, di elementi più sobri ma ugualmente funzionali, come i vecchi sedili in legno.

Ecco le fermate che il Murgia Express compirà nelle giornate del 24 e 25 aprile.
Andata:
  • Bari Centrale Fal - 9.30
  • Bari Scalo - 9.35
  • Modugno Fal - 9.55
  • Altamura - 10.55
Ritorno:
  • Altamura - 16.00
  • Modugno Fal - 17.00
  • Bari Scalo - 17.20
  • Bari Centrale Fal - 17.25

Rubato il teschio di William Shakespeare


di PIERPAOLO DE NATALE - Il teschio di William Shakespeare è stato rubato: questo l'esito delle indagini portate a termine da un team di archeologi inglesi. Per mezzo di un georadar gli studiosi hanno analizzato la tomba del celebre autore, sita nella Holy Trinity Church di Stratford-upon-Avon. La notizia è stata resa nota dal dott. Kevin Colls, protagonista di un documentario che andrà in onda su Channel 4: "Abbiamo notato una strana irregolarità con gli strumenti all'altezza della testa e abbiamo un racconto secondo cui, in un certo momento della storia, qualcuno è venuto e ha preso il teschio di Shakespeare. E sono convinto che non si trovi nemmeno nella Holy Trinity Church". Lo studioso si riferisce a quella che - fino a poco tempo fa - era considerata solo una leggenda di fine '800. Eppure, nel lontano 1794, dei cacciatori di trofei pare che abbiano realmente sottratto il teschio del celebre scrittore.

L'archeologo a capo delle ricerche ha sollevato alcuni dubbi anche riguardo le salme dei parenti dell'autore, tutte conservate in sudari e non all'interno di bare in legno. In modo decisamente opposto la pensa Michael Dobson, direttore dello Shakespeare Institute di Birmingham, secondo cui era piuttosto inusuale che nel XVIII secolo si profanassero le tombe dei grandi autori. All'antitesi si unisce pure il vicario della Holy Trinity Church, il quale sostiene che "non ci sono prove sufficienti per affermare che il teschio sia stato preso".

Le diatribe vengono rapidamente soffocate da tutti gli estimatori di William Shakespeare, che si augurano venga fatta luce sulla questione il prima possibile - soprattutto considerando che quest'anno ricorrono i 400 anni dalla morte dell'autore, scomparso il 23 aprile 1616.