Solitudine e salute mentale, la psicologa Fabiana Galantino: «Chiedere aiuto è un atto di coraggio»


ANNAMARIA IANNELLI - Per quanto possa fare male ammetterlo, dobbiamo trovare il coraggio di dirlo: siamo soli. Iperconnessi, eppure sempre più distanti; ci rifugiamo nel cinismo, mascheriamo la fragilità, nascondiamo la tristezza. E intanto, spesso in silenzio, facciamo i conti con una solitudine che pesa sulla nostra salute mentale molto più di quanto siamo disposti a riconoscere.

In occasione della Giornata mondiale della salute mentale, che si celebra il 10 ottobre, diventa fondamentale riportare al centro del dibattito il benessere psicologico, l'importanza dell'ascolto e la necessità di superare lo stigma che ancora accompagna il disagio mentale. Perché parlarne significa riconoscere che la salute mentale è parte integrante della salute di ogni persona e che nessuno dovrebbe sentirsi costretto ad affrontare le proprie difficoltà in silenzio.

Proprio per approfondire il rapporto tra solitudine, relazioni e benessere psicologico, abbiamo intervistato la dottoressa Fabiana Galantino, psicologa e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale in formazione, che si occupa di supporto e sostegno psicologico rivolto ad adolescenti e adulti. Attraverso un approccio scientifico ed empatico, promuove percorsi orientati al benessere emotivo, alla gestione dell'ansia e alla salute relazionale. Con lei abbiamo affrontato alcune delle fragilità del nostro tempo, riflettendo sul peso dell'iperconnessione, sulle conseguenze del confronto sociale e sull'importanza di costruire relazioni autentiche, imparando a riconoscere il disagio e a chiedere aiuto.

Dottoressa, viviamo in una società in cui siamo costantemente circondati da persone, messaggi e notifiche, eppure sempre più spesso ci sentiamo soli. Come si spiega questo paradosso? E qual è la differenza tra essere soli e sentirsi soli dal punto di vista psicologico?

Il paradosso dell'iperconnessione nasce dall'aver confuso la frequenza del contatto con la qualità dell'intimità. Dal punto di vista evoluzionistico e neurobiologico, la sensazione di reale connessione non si attiva semplicemente scambiando dati o messaggi attraverso uno schermo, ma richiede segnali di sintonizzazione interpersonale complessi, come lo sguardo diretto, la prosodia della voce e la condivisione emotiva non filtrata. I feed dei social ci offrono una stimolazione sintetica che sazia momentaneamente il bisogno di contatto, ma lascia la nostra mente affamata di legami autentici.

In psicologia è fondamentale distinguere l'isolamento obiettivo dalla solitudine percepita. L'essere soli è uno stato di fatto strutturale che descrive l'assenza fisica di altre persone e può rappresentare una risorsa preziosa, la cosiddetta solitude, indispensabile per la riflessione, l'autoregolazione emotiva e la creatività. Al contrario, il sentirsi soli è una discrepanza dolorosa tra le relazioni che desideriamo e quelle che effettivamente viviamo. È una percezione soggettiva di minaccia: possiamo trovarci fisicamente isolati e sentirci in pace, oppure essere al centro di una stanza affollata ed esperire un profondo senso di disconnessione e invisibilità. In chiave cognitivo-comportamentale, questa solitudine percepita attiva schemi d'ansia e ipervigilanza che ci portano a interpretare le intenzioni altrui con diffidenza, alimentando un circolo vizioso di ritiro o difesa sociale.

I social network ci permettono di essere sempre in contatto, ma possono anche alimentare il confronto, il senso di esclusione e l'idea che gli altri abbiano una vita più felice della nostra. Quanto può incidere tutto questo sulla salute mentale?

Incide in modo profondo, agendo direttamente su vulnerabilità cognitive ed emotive già presenti. La nostra mente applica naturalmente processi di confronto sociale, ma la natura dei social network rende questo confronto perennemente asimmetrico, spingendoci a paragonare la nostra vita quotidiana — fatta di fatiche, incertezze e retroscena imperfetti — con la vetrina selezionata e idealizzata degli altri. Questo meccanismo radica distorsioni cognitive dolorose, come la convinzione errata che gli altri abbiano tutto sotto controllo mentre noi stiamo fallendo. Inoltre, l'osservazione continua delle esperienze altrui da cui ci sentiamo esclusi attiva le stesse aree cerebrali legate all'elaborazione del dolore fisico.

Per difenderci da queste sensazioni finiamo spesso per costruire una maschera digitale, mostrando online un'immagine vincente di noi stessi. La trappola è che più la maschera funziona, più la persona reale dietro lo schermo si sente sola e incompresa, consapevole che l'apprezzamento ricevuto non è rivolto alla sua vera essenza. Il tutto è aggravato dal sovraccarico di stimoli digitali, che priva il cervello di quei tempi di inattività necessari per rielaborare il vissuto interno, aprendo la strada a stati d'ansia, frammentazione dell'attenzione e sintomatologia depressiva.

In occasione della Giornata mondiale della salute mentale del 10 ottobre, quale messaggio vorrebbe rivolgere a chi si sente solo, ma non trova il coraggio di parlarne con nessuno? E da dove dovremmo cominciare, come individui e come società, per contrastare la solitudine e costruire relazioni più autentiche?

A chi in questo momento vive il peso della solitudine vorrei dire, con profonda empatia, che questo stato emotivo non è un difetto di fabbrica né un fallimento personale. Sentirsi soli è un segnale di allarme biologico ed emotivo, esattamente come la sete ci segnala la disidratazione; ci sta semplicemente avvisando che un bisogno umano primario, quello di essere visti e compresi, chiede di essere ascoltato. Chiedere aiuto o mostrare la propria fragilità non è un segno di debolezza, ma l'atto di massimo coraggio da cui inizia ogni percorso di cura.

Per contrastare la solitudine dobbiamo agire sia sul piano individuale sia su quello collettivo. Come singoli individui, il primo passo consiste nel praticare la vulnerabilità autentica. Le relazioni profonde non si fondano sulla perfezione, ma sulla condivisione delle nostre imperfezioni: occorre quindi ridurre l'autocritica severa, accettare il rischio del contatto reale e imparare a restare in un ascolto privo di giudizio verso gli altri.

Come società, abbiamo il dovere di avviare una vera alfabetizzazione emotiva che destigmatizzi il dolore psicologico e crei spazi di incontro reali nelle scuole, nei contesti lavorativi e nella comunità. È tempo di passare da una cultura della prestazione e dell'esibizione a una cultura della presenza e della cura reciproca, ricordandoci che basta anche un solo legame autentico per restituirci il senso di appartenenza al mondo.

Per consultare le altre iniziative dedicate alla Giornata mondiale della salute mentale sul territorio pugliese, è possibile leggere l'approfondimento del Giornale di Puglia al seguente link: https://www.giornaledipuglia.com/2026/10/giornata-mondiale-della-salute-mentale.html