L' olio esausto: una nuova risorsa se stoccato a dovere

di Michele Tedesco
L’ immagine di una padella con olio bollente che sfrigola sottende tutte le identità gastronomiche regionali italiane. Da Nord a Sud, in un territorio in cui il “mangiar bene” è divenuto modello e patrimonio dell’ umanità, non c’ è cucina tipica in cui non troneggi, saporita e opulenta, almeno una frittura, la cui poesia si esaurisce allorché si sparecchia il desco e le stoviglie finiscono nuovamente nel buffet. La consuetudine ci ha sempre sin ora indotto a versare l’ olio residuo della frittura negli scarichi domestici, arrecando, seppure inconsciamente, un ingente danno all’ ambiente. Le alte temperature a cui si sottopone l’ olio vegetale ne alterano la struttura chimica, generando una nuova sostanza che se introdotta in natura, può risultare assai pericolosa. Oltre a compromettere il corretto funzionamento degli impianti di depurazione, l’ olio esausto di origine alimentare potrebbe penetrare nel sottosuolo, avvolgendo le particelle di terra con un film sottilissimo. Ne nascerebbe uno sbarramento tra queste, l’ acqua e le radici delle piante, che così non potrebbero assorbire sostanze nutritive. Nel caso in cui il residuo oleoso dovesse poi raggiungere la superficie di uno specchio di acqua, questo potrebbe originare una sottile pellicola ( basti pensare al recente disastro ecologico nel Golfo del Messico targato BP ), in grado di compromettere l’ ossigenazione e dunque l’ esistenza della flora e della fauna marina. Basti pensare che un solo kg di olio è in grado di coprire una superficie acquosa di 1000 metri quadri. La natura però ci ha insegnato che tutto si trasforma: anche l’ olio, residuo di una banalissima frittura, se opportunamente stoccato e avviato alla rigenerazione può avere nuova vita. Basti pensare che con gli estratti di semi vegetali, l’ olio esausto è il punto di partenza, per un processo di raffinazione che ha come prodotto finale il Bio - Diesel, uno dei più promettenti carburanti ecologici. Si possono inoltre ricavare lubrificanti vegetali per macchine agricole e glicerina per produrre saponi ( che possono essere realizzati, con un po’ di destrezza e buona volontà da chiunque anche in casa ). Se per la ristorazione la raccolta degli olii esausti è ormai divenuto obbligo e consuetudine, tale operazione risulterebbe leggermente complicata, ma non irrealizzabile, nella prospettiva del quotidiano domestico. Non è difficile o impensabile dover raccogliere l’ olio residuo ( dopo averlo portato a temperatura ambiente ) in un contenitore. Il problema sorge allorché l’ olio stoccato in casa deve essere conferito in apposite isole ecologiche, dotate di strutture idonee alla raccolta di questa tipologia di rifiuto. Purtroppo la nostra Regione non risulta particolarmente “ferrata” in materia, e le poche strutture di raccolta sono relegate in zone difficilmente raggiungibili e ignote ai più. L’ alternativa sarebbe approfittare della “benevolenza” di un qualsivoglia ristoratore e unire il proprio residuo a quello della sua cucina, cosa realizzabile al pari dell’ impianto ex novo di aree idonee a tal proposito. I successivi trasporto, stoccaggio, trattamento e recupero, in entrambe le situazioni, sarebbero poi affidati alle 3 aziende operanti nella nostra regione e appartenenti al Consorzio Obbligatorio Nazionale di raccolta e trattamento oli e grassi vegetali e animali esausti ( CONOE ), ( Veronico Nicola Srl per la provincia di Bari, Cemar Sas per la provincia di Lecce e Ecologia Sud per la provincia di Taranto ). La raccolta differenziata è anche questa: la natura, di sicuro, ce ne sarà riconoscente.