Centrali al carbone: Legambiente Puglia, no ritorno al passato
BARI. Una centrale tutta nuova a Saline Joniche in provincia di Reggio Calabria e la riconversione della centrale di Rossano Calabro per i gruppi alimentati a olio combustibile. Queste due le ultime proposte di ‘ritorno al passato’ fondate sul carbone che l’Italia potrebbe vedere realizzate dopo la riconversione della centrale di Civitavecchia (Rm), il nuovo gruppo autorizzato di Fiume Santo in Sardegna e i progetti su Porto Tolle (Ro) sul delta del Po e Vado Ligure (Sv) sui quali manca solo la firma del decreto autorizzativo da parte del Ministro dello Sviluppo economico.
IL CARBONE - Il carbone è la fonte fossile più climalterante e maggiormente in contrasto con la lotta ai cambiamenti climatici, e proprio dalla Calabria la presentazione del dossier 'Carbone: ritorno al passato' con l’opposizione di Legambiente ad una scelta energetica totalmente in contrasto con gli impegni che il Paese ha preso firmando il protocollo di Kyoto e il Pacchetto energia e clima (il cosiddetto 20-20-20). Accordi vincolanti di riduzione dei consumi energetici e delle emissioni di anidride carbonica in atmosfera, che in caso di mancato rispetto, obbligheranno l’Italia al pagamento di pesanti sanzioni.
“Le aziende energetiche – spiega Francesco Tarantini, presidente Legambiene Puglia - continuano a puntare sul carbone come fonte per la produzione elettrica, grazie alla politica di sostegno da parte del Governo, incurante dei problemi legati all’uso di questo combustibile, a partire dalle rilevantissime emissioni di gas serra, tangibili negli impianti che già oggi lo usano sul territorio italiano. L’utilità del carbone è una pura propaganda da ‘Paese delle meraviglie’ che nulla a che fare con la realtà e con l’Italia, alle prese con i suoi problemi energetici e con i ritardi rispetto agli obblighi internazionali per combattere l’aumento dell’effetto serra”.
In Italia sono attive 12 centrali a carbone che nel 2009, a fronte di una produzione di solo il 13% di elettricità, hanno emesso addirittura il 30% dell’anidride carbonica prodotta complessivamente dal settore termoelettrico, con circa 36 milioni di tonnellate (Mt) di CO2 sul totale di circa 122. Il peggior impianto per emissioni di CO2 si conferma anche nel 2009 la centrale Enel di Brindisi Sud (13 Mt), a seguire l’impianto di Fusina (4,3 Mt) e quello di Fiume Santo di proprietà di E.On (4,1 Mt). Il polo energetico di Brindisi può “vantare”, anche per il 2009, il primato italiano di emissioni di CO2. In particolare la centrale Enel di Brindisi Sud-Cerano (2.640 MW) conferma il primato con 13 milioni di tonnellate di Co2, mentre dalla centrale Edipower di Brindisi Nord (1.280 MW) sono state immesse in atmosfera 1,8 milioni di tonnellate. Quest’ultima solitamente tiene in esercizio solo la metà dell’impianto, ma da diversi mesi lavora a singhiozzo visti gli alti costi di esercizio. Negli ultimi mesi si è riaperta la partita relativa alla riduzione del consumo di carbone dell’intero polo energetico brindisino come previsto negli accordi già firmati alla metà degli anni ’90, rimasti ancora ampiamente disattesi.
(V. Fiore).
IL CARBONE - Il carbone è la fonte fossile più climalterante e maggiormente in contrasto con la lotta ai cambiamenti climatici, e proprio dalla Calabria la presentazione del dossier 'Carbone: ritorno al passato' con l’opposizione di Legambiente ad una scelta energetica totalmente in contrasto con gli impegni che il Paese ha preso firmando il protocollo di Kyoto e il Pacchetto energia e clima (il cosiddetto 20-20-20). Accordi vincolanti di riduzione dei consumi energetici e delle emissioni di anidride carbonica in atmosfera, che in caso di mancato rispetto, obbligheranno l’Italia al pagamento di pesanti sanzioni.
“Le aziende energetiche – spiega Francesco Tarantini, presidente Legambiene Puglia - continuano a puntare sul carbone come fonte per la produzione elettrica, grazie alla politica di sostegno da parte del Governo, incurante dei problemi legati all’uso di questo combustibile, a partire dalle rilevantissime emissioni di gas serra, tangibili negli impianti che già oggi lo usano sul territorio italiano. L’utilità del carbone è una pura propaganda da ‘Paese delle meraviglie’ che nulla a che fare con la realtà e con l’Italia, alle prese con i suoi problemi energetici e con i ritardi rispetto agli obblighi internazionali per combattere l’aumento dell’effetto serra”.
In Italia sono attive 12 centrali a carbone che nel 2009, a fronte di una produzione di solo il 13% di elettricità, hanno emesso addirittura il 30% dell’anidride carbonica prodotta complessivamente dal settore termoelettrico, con circa 36 milioni di tonnellate (Mt) di CO2 sul totale di circa 122. Il peggior impianto per emissioni di CO2 si conferma anche nel 2009 la centrale Enel di Brindisi Sud (13 Mt), a seguire l’impianto di Fusina (4,3 Mt) e quello di Fiume Santo di proprietà di E.On (4,1 Mt). Il polo energetico di Brindisi può “vantare”, anche per il 2009, il primato italiano di emissioni di CO2. In particolare la centrale Enel di Brindisi Sud-Cerano (2.640 MW) conferma il primato con 13 milioni di tonnellate di Co2, mentre dalla centrale Edipower di Brindisi Nord (1.280 MW) sono state immesse in atmosfera 1,8 milioni di tonnellate. Quest’ultima solitamente tiene in esercizio solo la metà dell’impianto, ma da diversi mesi lavora a singhiozzo visti gli alti costi di esercizio. Negli ultimi mesi si è riaperta la partita relativa alla riduzione del consumo di carbone dell’intero polo energetico brindisino come previsto negli accordi già firmati alla metà degli anni ’90, rimasti ancora ampiamente disattesi.
(V. Fiore).
