L'incontro epifanico tra Shakespeare e il dialetto barese: "Giuliètt 'e Romè" di Francesco Brollo
Roberta Calò. Il teatro ha da sempre dimostrato di essere il volto dell'arte forse più propenso alle sperimentazioni, alle innovazioni, alla ricerca di nuove strade da percorrere sia a livello contenutistico che a livello formale. Questa sua mission nei secoli è andata sempre più accentuandosi riscoprendo in ogni epoca gli elementi di congiunzione con la realtà sociale e culturale ad essa coevi. Ecco allora che la teoria si è fatta pratica anche ai giorni nostri e proprio tra le candide mura della storia barese, immerso nell'abbraccio di un suggestivo colonnato, nel cuore della città vecchia ha preso vita sabato 29 Settembre lo spettacolo teatrale "Giuliètt 'e Romè", nato dalla collaborazione tra la compagnia teatrale La Differance, il regista Francesco Brollo e Felice Giovine, presidente dell'Accademia della lingua barese intitolata ad Alfredo Giovine. L'iniziativa, grazie alla vincita di un bando indetto dalla fondazione Megamarket, ha visto l'attivazione di un laboratorio presso il centro sociale U Scaffuat in largo Annunziata per il reclutamento e la formazione degli attori. Lo stesso Brollo nella fase preliminare di preparazione allo spettacolo aveva spiegato: "Quello che faremo è andare a prendere i ragazzi dai vicoli di Bari vecchia, loro sapranno e dovranno insegnarci la loro lingua. Vogliamo provare a sanare una frattura, provare a far sentire come la lingua è lingua e il barese non serva solo a far ridere". Il caratteristico squarcio di strada Santa Maria del Buon Consiglio ha ospitato un considerevole numero di persone che hanno accolto con stupore e compiacenza uno Shakespeare mai visto prima. Una rivisitazione inusuale del "William Shakespeare's Romeo + Juliet" di Baz Luhrmann (Usa,1996 con Con Leonardo DiCaprio, Claire Danes, John Leguizamo, Harold Perrineau, Jr., Pete Postlethwaite) in cui la parte recitata è stata coadiuvata dalla proiezione di un video facente funzione ora di narratore esterno ora di prosieguo della storia. La scarsa scenografia, volutamente ricercata, lasciava ampio margine di respiro alle caratteristiche magnificenze architettoniche del luogo prescelto come palcoscenico. L'eccellenza performante degli attori alle prime armi ha calamitato l'attenzione di quanti già conoscevano l'opera o di quanti invece l'hanno scoperta per la prima volta; il risultato è stato univoco: la meraviglia dinanzi alla gotha dell'innovazione teatrale barese, in particolare dal punto di vista linguistico. Un'ottima chiave di accesso, quella scelta dal regista, di ricorrere al dialetto per rievocare il più celebre drammaturgo inglese. Se già le autorevoli penne e voci del passato avevano abbandonato il latino in favore della lingua del popolo, Brollo ricalca le orme di una simile esperienza riuscendo a penetrare energicamente nei vicoli del nostro capoluogo e nelle case dei suoi abitanti. La scelta ha rappresentato una duplice valenza: in primo luogo opera e pubblico hanno condiviso i medesimi codici comunicativi entro un mutuo scambio di storia e tradizioni pur partendo da origini differenti; in secondo luogo il dialetto barese ha mostrato tutta la sua forza scenica, sentimentale, catalizzatrice all'altezza del travolgente struggimento della creatura shakespeariana. Scena e platea si fondevano in una sola commistione entro la cornice di un unico obiettivo: far vivere il teatro dalla vita e dagli uomini, far vivere la vita e gli uomini dal teatro senza quasi riuscire a segnare i confini tra le singole parti del tutto. Un germogliare dunque di emozioni perchè come lo stesso Mario Scaccia ricorda: "L'atto di amore che si compie in teatro fra scena e pubblico non sopporta contraccettivi".
Così si colloca debitamente anche il finale a sorpresa: Romeo viene ucciso con un colpo di pistola da Paride proprio ai piedi del feretro della sua amata. Donna Capuleti, frate Lorenzo e il Principe si avvicinano a lei; Giulietta trafitta dal dolore piange sul corpo del suo uomo. Ma in questa storia non c'è posto per un pugnale nè per le debolezze; l'adolescente dalle bianche vesti trova nel sangue versato, nella guerra fratricida la forza di ribellarsi, di urlare contro il sistema, contro le menzogne, contro le falsità, contro la cattiveria, contro quanti non parlano la sua lingua; lei che ne parla un'altra, lei che che a suo modo e nella sua lingua sussurra con l'animo "Lasciarti è una pena così dolce che vorrei dire addio fino a domani",... lei vuole vivere per parlare e ascoltare solo la lingua dell'amore.
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