Sanda Necòle gnore, quel volto nero che guarda all’Oriente


di Vittorio Polito - Sanda Necòle Gnore  (San Nicola Nero), così il popolino barese indicava una immagine del nostro Santo in cui appariva con un volto più che bruno, per cui molti erano convinti che San Nicola fosse stato moro, anche per i suoi natali avvenuti in un misterioso lontano paese asiatico, dal quale da secoli venivano a Bari gli schiavi di colore. Questa è la descrizione che Armando Perotti fa del Santo di Myra nel suo libro “Bari Ignota” (Arnaldo Forni Editore).

Padre De Brailon ipotizza in un suo rarissimo opuscolo del 1646 che alcuni antichi dipinsero il Santo color nero, a causa delle sue sofferenze nella persecuzione liciniana, ma tutto ciò andrebbe meglio provato.

La tela presente a Bari, restaurata oltre un decennio fa, ha un significato particolare per i fedeli baresi e per i pellegrini che a maggio  visitano la Basilica di San Nicola. Essa rappresenta, infatti, una delle immagini cui è legata assoluta devozione. Quando i pellegrini arrivano in Basilica, la prima tappa del loro pellegrinaggio è proprio la visita all’immagine del San Nicola Nero.

Anticamente era consuetudine conservare nelle chiese vescovili i ritratti dei pastori delle anime e probabilmente un antico ritratto di San Nicola si trovava nella chiesa di Myra e quattro secoli dopo la sua morte, esso c’era ancora, citato da Teodoro, vescovo della stessa città, negli atti del secondo Concilio Niceno e che così possono essere tradotte «rosso in viso e nei capelli bianco per vecchiezza. Dunque rosso, di un bel colore rubicondo che rivelava la sanità e il sanguigno temperamento dell’uomo, il quale non si peritò di schiaffeggiare, in pieno concilio, e in presenza dell’imperatore, l’arrogante Ario, il più famoso eresiarca del IV secolo, che si permetteva di avere un’opinione diversa dalla sua».

Il ritratto di cui si parla rappresentava il Santo quand’era già vecchio, per cui il suo tipo è così pervenuto a noi. I capelli che in gioventù furono biondi, come è proprio dei rossi di pelle, sono divenuti bianchi, la fronte calva non serba che un piccolo ciuffo, e pochi altri avanzi di chioma. Altra caratteristica è la barba, indispensabile segno di dignità per un orientale, che appare piena, arrotondata e curata.

Quella barba ha una storia. Quando Nicola diede il memorabile schiaffo ad Ario, che per poco non stramazzò, l’imperatore avrebbe dovuto, secondo la legge, ordinare il taglio della mano a chi aveva osato attentare alla sua augusta persona, ma i padri del Concilio ottennero il suo imprigionamento, sino a che non fosse stato deciso a chi spettava il torto e la ragione. Per l’occasione gli furono tolte le insegne e privato anche della barba, che il cappuccino Silvestro da Rossano, afferma di aver letto in antichi manoscritti greci calabresi, che la stessa fu anche bruciata. Ma a Nicola in prigione apparvero il Cristo e la Vergine, i quali gli restituirono il libro dei vangeli e il pallio (un indumento sacro). Diffusasi la notizia del prodigio fu scarcerato. Mentre officiava una messa di ringraziamento un angelo gli pose in testa la mitra e la barba gli crebbe più ricca e più bella di prima.

Il benedettino Niceforo, che ha lasciato un racconto della traslazione delle ossa di San Nicola, narra che i baresi pur posando gli occhi su un bellissimo quadro nel quale era dipinta l’immagine del taumaturgo non riuscirono a portarla via. Quell’icona probabilmente era il ritratto visto da Teodoro nel 787 o una copia di esso, ma sembra destino dei baresi, non riuscire mai a far le cose complete, in questo caso, molto probabilmente, temendo di essere sorpresi.

L’iconografia su San Nicola è numerosa e si avvale anche di prestigiose firme: da Andrea da Salerno a Luca Giordano, al Beato Angelico, al Veronese, tutte opere presenti in Italia e nel mondo.