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Green Economy: la narrazione grottesca dei politici

di Francesco Greco - “Della Puglia ho dimenticato i vitigni abbandonati e la gente schiavizzata e piegata dalla fatica nei campi fotovoltaici. Mi è rimasto invece il ricordo di una terra meravigliosa plasmata da tanta gente che lavora sodo, mi sono rimasti il calore del sole, il profumo del mare e la fresca carezza del vento”, (Stefano Caproni, perito elettronico che in Salento ha collaborato alla realizzazione di impianti fotovoltaici ne “Il sole, le ali e la civetta”, di Lucia Navone, Alpine Studio, Milano 2013, Collana “A Voce Alta”, pp. 180, € 13.00).
 
Amata dai forestieri, la Puglia pare odiata dai suoi politici. Che dopo averle devastato il paesaggio, con odi barbare alla green economy la umiliano e offendono col populismo, con una fuga dalle responsabilità. In un Paese dove è sempre 8 settembre: scappano tutti, dal Re ai politici che davanti alle macerie hanno l’aria di chi passa per caso.

Ha cominciato Angela Barbanente, vice di Vendola: chiede al governo di chiudere la stalla con una moratoria, quando i buoi sono ormai all’orizzonte. Tanto che il popolo bue replica: perché non la fanno a Bari? Nel solco il governatore, convinto che i pugliesi abbiano la sveglia al collo: “Abbiamo già dato…”, grida all’untore (Province defunte e Comuni). Narrazione alquanto grottesca. Come quella di Loredana Capone, altra 'poetessa' delle rinnovabili, così come di buona parte della cosiddetta “società civile” che a parole si è sempre dichiarata contraria allo scempio del paesaggio e la colonizzazione del territorio. Tant’è che agli incontri di presentazione del libro (Caprarica e Lecce) non si è fatto vedere nessuno. Si saranno fatti spaventare dai poteri forti? Se lo chiedono 4 milioni e rotti, molto rotti, di pugliesi, a cui girano le… pale.    
 
Giornalista, esperta di comunicazione ambientale, la milanese Lucia Navone continua il tour promozionale iniziato a Milano (15 settembre) e a Milano finirà (15 maggio). Ha toccato Brianza, Veneto, Toscana, Molise, Puglia. A Lecce l’abbiamo incontrata.


Domanda: La Puglia abbandona la green economy, i suoi aedi (che l’avevano mitizzata in antitesi al nucleare) prendono le distanze: possiamo fare un bilancio?
Risposta: <Non credo che la Puglia abbia abbandonato la green economy. Credo piuttosto che molti, amministratori in primis, non abbiano fatto i conti con la portata di questo fenomeno e con i rischi che avrebbe corso. Le energie rinnovabili sono solo un aspetto della green economy e la Puglia ha ancora molto da dare in tal senso. Penso all’agricoltura, alle aree protette, alla tutela del mare, alla tradizione culinaria legata al territorio e alla sua salvaguardia. Vero è che ci vuole qualcuno che sappia guardare avanti, molto avanti e non solo fermarsi davanti alla possibilità di fare cassa nell’immediato e di farne una bandiera politica o meramente ideologica. Attraversando questa regione ho visto la tristemente nota centrale di Brindisi che “convive” con i campi fotovoltaici, la bellissima spiaggia di San Foca dove dovrebbe approdare il TAP, i vigneti  che diradano nelle distese di pannelli di silicio. Il nuovo deve convivere con il vecchio: ma non a tutti i costi e soprattutto a fronte di una vera pianificazione e valorizzazione del territorio, ancor prima che energetica. I no ci portano verso il declino ma anche i troppi sì non ci portano, a mio avviso, molto lontano. L’impressione è che ora si cerchi di correre ai ripari ma ormai i buoi sono scappati. Sarebbe stato molto più proficuo investire in leggi che facessero funzionare il sistema e creare le condizioni affinchè gli imprenditori realmente capaci investissero in questo nuovo mercato. Allora, forse, le promesse potevano essere mantenute e i benefici di un sistema economico virtuoso potevano essere utilizzati per far fronte ai danni dell’inquinamento. L’impressione è che sia solo voluto “risparmiare cioddue”, favorendo i soliti noti che dei nostri soldi non avevano certo bisogno e a cui poco importa della tutela dell’ambiente>.

D. Più lavoro, meno inquinamento, meno fonti fossili, gestione in proprio, abbattimento dei costi per i cittadini: questa la favola che ci hanno venduto, le premesse della green economy: che è successo?
R. <L’energia pulita porta con sé un grande cambiamento. Non solo dal punto di vista energetico. E io di questo sono fermamente convinta. Non può esserci futuro senza questa nuova forma di energia. Ciò che deve cambiare però deve essere in primis una certa classe imprenditoriale, addestrata dalla politica a subordinare gli interessi di impresa agli interessi del pubblico, che preferisce siglare deal nelle stanze del potere piuttosto che mettersi in gioco e rischiare. La politica o meglio, la buona politica, è evidente che deve fare la sua parte. Non dimentichiamo che la storia di cui racconto sconta in primis la mancanza di un piano energetico nazionale e di una politica industriale degna di questo nome. Ma prima di tutto sono gli amministratori, a tutti i livelli, che devono garantire regole certe e rispetto di queste ultime. Nel bene o nel male, quantomeno se si guarda alla cronaca raccontata nel libro, la grid parity, cioè il costo delle rinnovabili vicino a quello delle foti fossili, è dietro l’angolo, almeno nel Sud Italia. Oggi se un supermercato in Sicilia vuole installare un impianto fotovoltaico sul tetto, può farlo senza incentivi e con 8.000 euro si riesce ad avere un impianto fotovoltaico da 3 kw. Ma tutto ciò è avvenuto senza controllo.
A questo punto si tratta di favorire sul serio questa possibilità agendo sullo scambio sul posto, sostenendo l’autoconsumo e favorendo l’accumulo di energia. In ultimo è importante evidenziare un aspetto, molto spesso sottovalutato e che nel libro cerco di far comprendere con dei casi concreti. La natura economica della corruzione, in tutti i settori, è da ricercare nella presenza dello Stato nella vita economica di un paese. Molti analisti sono concordi nel dire che a fronte di un aumento marginale dei livelli di corruzione, segue una diminuzione del tasso di crescita. Pertanto se vogliamo usare una metafora, peraltro contenuta nel titolo del libro, possiamo dire che la corruzione (e l’ingordigia umana) sono state “l’uccello del malaugurio” di questa storia. Vale a dire la civetta, di cui il sole (l’energia dal sole), le ali (l’energia dal vento) ne hanno subito in un qualche modo gli effetti negativi. Non dimentichiamo però che la civetta è, nella mitologia, “anche il simbolo della sapienza, dell’intelligenza razionale che discerne laddove altri vedono solo ombre e tenebre”. Mi auguro che la consapevolezza, anche degli errori fatti, serva per percorrere al meglio la strada del futuro. Anche nella vostra Regione>.

D. Difetto di normativa, fra leggi nazionali e regionali, sindaci silenziosi, Dia troppo restrittiva che bypassa i Comuni: dov’è l’intoppo? 
R. <Come scrivo nel libro “se non si vuole buttare il bambino con l’acqua sporca occorre iniziare a ragionare su di un ritorno effettivo per tutto il paese”. E su questo, purtroppo le linee strategiche non sono ancora state tracciate o meglio, rimangono sulla carta. La tanto attesa strategia energetica nazionale ha messo un po’ di ordine nel settore ma manca ancora di strumenti concreti e soprattutto non tiene conto di alcuni aspetti importanti per il rilancio della nostra economia. Pensiamo ad esempio all’innovazione e a tutti i nuovi sistemi per la gestione dell’energia o, ancora, alla riqualificazione energetica dell’immenso patrimonio edilizio. Della ricerca poi e degli investimenti in tal senso, neanche l’ombra. Manca poi la riforma del Titolo V della Costituzione che fino ad oggi consentiva allo Stato di fissare la “cornice” e alle Regioni il “quadro”>.

D. 12,5 mld di € spesi sinora, paesaggio devastato: quanti posti di lavoro?
R. <Analizzando le cifre a disposizione, si stima che gli investimenti arrivati in Puglia negli ultimi anni, a seguito dell’installazione di eolico e solare, sono già dodici miliardi e mezzo. Se invece consideriamo il fatturato annuo generato dal solo fotovoltaico a livello nazionale, in Puglia una stima approssimativa ci porta a circa 2 miliardi di euro di giro d’affari per il 2012. Una cifra stimata applicando il 18,5%, cioè la quota della Puglia sul totale della produzione fotovoltaica nazionale, al fatturato totale italiano del solare che per il 2012 era di circa 11 miliardi.
Un bel po’ di soldi di cui il territorio sta ancora aspettando gli effettivi ritorni, sia sul fronte economico che su quello occupazionale. Se guardiamo le cose dal punto di vista dei posti di lavoro, anziché raggiungere con otto anni di anticipo gli obiettivi 20/20/20 richiesti dall’Europa (20% in meno di Co2, più 20% di rinnovabili e più 20% di efficienza energetica), grazie al programma di incentivi, avremmo potuto avere più persone occupate da qui al 2020 e non solo poche persone impiegate per tre anni e disoccupate per tutti gli altri. Il caso della Vestas o di Marcegaglia che hanno chiuso le sedi pugliesi, sono un esempio in tal senso. Anche la disoccupazione è uno dei costi di cui tener presente e, tra l’altro, con l’autoconsumo di cui parlo sopra, tante piccole aziende a livello locale avrebbero potuto svilupparsi L’incontro previsto a Lecce, a fine marzo, poteva essere una buona occasione per sentire la voce della “società civile”, degli operatori, dei sindacati e di chi è stato coinvolto, a vario titolo, nella vicenda delle energie pulite. Purtroppo però non si è presentato nessuno e fino ad oggi nessuno ha risposto alle mie richieste di interviste. Penso al vice presidente della vostra regione o agli assessori di comuni coinvolti nella costruzione di impianti>.

D. Fondi d’investimento e società straniere: la distruzione a noi, i dividendi agli altri… 
R. <Rispondo citando il Foscolo, da le “Ultime lettere di Jacopo Ortis: “in tutti i paesi ho veduto gli uomini sempre di tre sorta, i pochi che comandano, l’universalità che serve e i molti che brigano”. Questa citazione mi è stata inviata in occasione dell’uscita del mio libro da un operatore che da poco si era avvicinato al mercato delle energie pulite e che mi stava leggendo. Ed è proprio la classe dei “molti che brigano” che in Italia, purtroppo, abbonda. La folla di faccendieri, intrallazzoni, trafficoni, lobbisti, corruttori che prosperano nel nostro paese e che sopravvivono (e fanno affari) in un sistema poco trasparente, poco avvezzo alle regole, controllato il più delle volte dalle logiche politiche e non da quelle economiche. Anche il neonato sistema delle energie pulite è stato purtroppo inquinato da queste figure, favorendo i fenomeni di corruzione che racconto, a discapito dei più meritevoli. Ciò vuol dire che in un sistema sussidiato il più delle volte non c’è libera concorrenza e trasparenza e chi davvero investe denaro e risorse proprie, spesso ne rimane ai margini. Se non addirittura, come racconto nel libro, ci rimette di tasca propria. Penso ad esempio ai tanti fornitori che stanno aspettando di essere pagati o gli operai che aspettano la cassa integrazione e ad altri che mi hanno “prestato” la loro voce e raccontato le loro storie.
Se pensiamo che, negli anni d’oro un investimento di poco inferiore ai 300 milioni rendeva all’incirca 43 milioni all’anno per almeno 20 anni, è evidente che tutti sono stati attratti dal sole – e dal vento – italiani. C’è stata una frenetica corsa all’oro, salvo poi trovarsi “scottati” dai continui cambiamenti di rotta del Governo italiano.
Oltre a regalare soldi abbiamo anche regalato risorse senza alcun ritorno per il territorio, soprattutto al Sud dove il vento e il sole potevano essere un’importante opportunità di sviluppo>.

D. Cosa pensa dell’energia sprecata per insufficienza della rete? In Europa non succederebbe senza uno scandalo e relative responsabilità…
R. <Come è possibile che, di fronte ai tanti soldi spesi per incentivare le energie rinnovabili (12 miliardi all’anno di cui quest’anno 13,5 miliardi), non sia rimasto nulla per l’adeguamento della rete? Forse chi ha pensato il sistema non ne ha tenuto conto, oppure non pensava di raggiungere tali e tanti gigawatt che avrebbero ulteriormente aggravato un sistema di per sé già in difficoltà. Eppure la nostra rete da sempre è unidirezionale, cioè non permette di sfruttare in pieno tutta l’energia prodotta dalle rinnovabili, che è invece discontinua (vento e sole non sempre ci sono), con picchi e cali continui. Nel 2009 il 10,7 per cento dell’energia eolica non riusciva ad essere immessa in rete, perché la forte crescita delle rinnovabili in alcune aree del paese ha creato picchi di produzione difficilmente assorbibili. La soluzione sono le reti intelligenti del domani, le cosidette “smartgrid”, un sistema caratterizzato da una bidirezionalità puntiforme e reticolare. E qui torniamo alla ricerca e all’innovazione di cui sopra. Se si fosse puntato in modo deciso verso questa direzione oggi ci sarebbero più distretti tecnologici, più posti di lavoro e più indotto economico>.