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Miulli in Rosa: porte aperte per una settimana di consulti e visite gratuite

BARI – Un viaggio dedicato alla salute delle donne, che ha inizio proprio nella settimana della loro Festa: l’Open Week di visite e consulti gratuiti che culmina l’8 marzo sarà il primo grande passo del progetto “Miulli in Rosa”, presentato oggi dall’Ospedale Generale Regionale “F. Miulli” di Acquaviva delle Fonti. 

La salute femminile, dall’adolescenza alla menopausa, è il focus del progetto, che si propone di aiutare e supportare la donna dalle prime scoperte legate al mutamento del suo corpo fino all’età adulta. Un cammino che permetta, mediante un sostegno medico competente, di affrontare problematiche e far conoscere tematiche che scandiscano, in modo preparato, le diverse fasi della vita: il primo ciclo mestruale e le problematiche legate all’adolescenza, le malattie sessualmente trasmissibili, l’infertilità, l’endometriosi, il cancro, la menopausa e tanto altro.

Un viaggio che i medici del Miulli, intuendo i vantaggi della medicina di genere, portano avanti da tempo attraverso il dialogo, l’ascolto e il supporto alle donne dalla gioventù fino all’età adulta con una serie di servizi specifici e che è valso all’Azienda un riconoscimento importante: l’assegnazione nel biennio 2018-2019 di 2 Bollini Rosa da parte di ONDA, l’Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna. 

«Da sempre impegnato nel fornire cura e dedizione verso i malati e i più bisognosi, l’Ospedale “F.Miulli” intende ora creare un percorso specifico dedicato alla salute della donna. Attraverso un intreccio di attività di informazione e prevenzione, il nostro Ente prosegue dunque il lavoro già svolto nel corso degli anni seguendo le pazienti nelle diverse fasi della vita – afferma Monsignor Domenico Laddaga, Delegato del Governatore, Ospedale Generale Regionale “F. Miulli” – affiancando un programma di attività potenziato a una serie di iniziative che si alterneranno per due anni, “Miulli in Rosa” si propone come laboratorio permanente sul benessere della donna e per far ciò l’Ospedale ha creato un team interdisciplinare di altissimo profilo che si occuperà dell’universo femminile».

Nell’ambito del progetto “Miulli in Rosa”, l’Ospedale F. Miulli organizza una Open Week da lunedì 4 a venerdì 8 marzo 2019, dedicata alle principali “preoccupazioni” che affliggono le donne nel loro percorso di vita e di salute. Ogni giorno, per una intera settimana, sarà dedicato a singole problematiche: infertilità, mammella, tiroide, problemi ginecologici e menopausa. Gli specialisti del Miulli focalizzeranno la loro attenzione su specifici settori della salute e del benessere delle donne mettendosi a loro disposizione per fornire in modo del tutto gratuito valutazioni cliniche e strumentali, counseling accurato e tante informazioni per ampliare le conoscenze della popolazione femminile su alcune importanti patologie che le riguardano e fare prevenzione.

«Ci è sembrato giusto indirizzare i nostri sforzi e le nostre professionalità all’approfondimento e alla conoscenza della cura e della prevenzione dell’infertilità femminile, della menopausa, delle patologie dell’età fertile, della patologia mammaria e della patologia tiroidea – spiega Maurizio Guido, Direttore UOC di Ginecologia e Ostetricia, Ospedale Generale Regionale “F. Miulli” – per un’intera settimana dedicheremo tutte le nostre attenzioni a questi settori del mondo femminile e saremo a disposizione per fornire valutazioni, counseling e tutti gli elementi utili all’informazione, alla conoscenza e alla prevenzione di queste patologie». 

Il progetto focalizza la sua attenzione su periodi e momenti specifici, talvolta critici, della vita della donna: pubertà, maturità sessuale, gravidanza, patologie dell’apparato genitale, in particolare i tumori e l’endometriosi, la riproduzione e i problemi legati all’infertilità, fino alla menopausa. 

“Miulli in Rosa” vuole essere anche uno strumento formativo per incoraggiare le donne a informarsi sulle patologie più diffuse e a diventare più consapevoli per tutelare meglio la loro salute e fare le scelte migliori. L’Ospedale “F. Miulli” è pronto ad un ulteriore sforzo, molto ambizioso: uscire dalla corsia.

Per informazioni e prenotazioni sulle visite gratuite dell’Open Week è attivo da oggi il numero 080.3054410, dal lunedì al giovedì (ore 10-13 e 14-16) e il venerdì dalle 10 alle 13. 

Per maggiori informazioni visitare il sito www.miulli.it.

Tumori: chirurgia toracica video assistita all'Oncologico di Bari

BARI - L’Istituto Tumori “Giovanni Paolo II” di Bari rappresenta nella Regione Puglia un Centro Oncologico altamente qualificato e all’avanguardia in grado di offrire ai pazienti trattamenti chirurgici, al tempo stesso oncologicamente efficaci, moderni e sicuri. Lo rende noto l'Ufficio stampa Irccs Oncologico di Bari.

Di particolare rilievo - prosegue la nota - sono le procedure di exeresi polmonari in VATS o chirurgia toracica video assistita. Questa rappresenta un metodo di chirurgia mini-invasiva che viene praticata in un numero molto limitato di centri, gli unici dotati di chirurghi specificamente formati come quello appunto dell’Istituto Tumori “Giovanni Paolo II” di Bari. 

La Chirurgia Toracica Mini-Invasiva dell’Istituto Tumori “Giovanni Paolo II” di Bari - spiega la nota - esegue pressoché quotidianamente procedure diagnostico/terapeutiche in materia di patologia oncologica toracica con approcci videotoracoscopici. La tecnica mini invasiva, viene adottata dal nostro centro anche per le patologie mediastiniche: sia del mediastino posteriore che del mediastino anteriore e medio. 

Gli sforzi e la dedizione a proseguire su questo percorso ci ha portati ad eseguire esofagectomia, timectomie/timomectomie, bilobectomie polmonari, asportazioni di neuromi intercostali, asportazioni di cisti etc., donando ai pazienti sottoposti a tale metodica chirurgica la possibilità di poter tornare a casa dopo sole 36 ore di degenza, in ottime condizioni generali potendo riprendere al 100% la propria attività lavorativa portando sul torace minuscoli esiti cicatriziali, conclude la nota.

Tumori: All.Can, "Migliorare l'efficienza per risparmiare fino al 20% dei costi"

ROMA – In cinque anni (2013-2018) i nuovi casi di cancro nel nostro Paese sono aumentati da 366mila a 373mila. E, oggi, quasi 3 milioni e 400mila persone vivono dopo la diagnosi, con un incremento del 3% ogni 12 mesi.1 Il servizio sanitario nazionale, finora, è stato in grado di sostenere il peso crescente della malattia e di rispondere alle esigenze di questi pazienti. Ma è urgente individuare soluzioni per rendere più efficiente il modello di assistenza oncologica. Ogni anno, in Italia, il 20% dei costi per la cura del cancro, pari a circa 3,8 miliardi di euro, potrebbe essere risparmiato migliorando l’efficienza complessiva del sistema2, fermo restando l’obiettivo generale di garantire un livello di finanziamento pubblico adeguato alla domanda di salute. È infatti necessario far fronte a criticità urgenti che rischiano di compromettere la qualità dell’assistenza: almeno il 15% degli esami (in particolare radiologici e strumentali) è improprio, vi sono terapie di non comprovata efficacia che costano ogni anno al sistema circa 350 milioni di euro e il peso delle visite di controllo è pari a 400 milioni. Non solo. Le liste di attesa sono troppo lunghe, l’adesione ai programmi di screening è insufficiente soprattutto al Sud, le reti oncologiche regionali sono attive solo in alcune aree e i percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali (PDTA) non sono uniformi nelle varie Regioni con conseguente spreco di risorse. Soluzioni concrete vengono proposte oggi in una conferenza stampa a Roma da All.Can, coalizione che include associazioni di pazienti, clinici, università e industria, con l’obiettivo di ridefinire il paradigma di gestione del cancro, adottando un’ottica interamente centrata sul paziente. All.Can rappresenta la declinazione di un’iniziativa internazionale promossa in 19 Paesi che porta, anche in Italia, l’esperienza positiva di una vera alleanza tra tutti gli attori coinvolti nella lotta alla malattia. 

“La riduzione delle inefficienze è la precondizione per velocizzare l’accesso all’innovazione – spiega la senatrice Emilia Grazia De Biasi, Portavoce di All.Can Italia -. Non servono tagli lineari, ma soluzioni in grado di allocare le risorse garantendo il miglior risultato per i pazienti, facendo crescere la qualità del sistema pubblico della salute. Questo tipo di approccio richiede proposte strutturali e una visione strategica di lungo termine piuttosto che una di breve, rivolta esclusivamente a risolvere problemi immediati. All.Can vuole mettere i pazienti al centro delle proposte elaborate, creare sistemi di misurazione (accountability) per assicurare che l’allocazione delle risorse sia indirizzata solo alle esigenze del malato, investire nella generazione di dati che evidenzino le variazioni degli esiti e definiscano esattamente cosa è spreco, focalizzare la volontà politica per incorporare queste iniziative all’interno delle decisioni politiche elaborate a livello nazionale e internazionale”. All.Can è reso possibile grazie al contributo di Bristol-Myers Squibb e AbbVie. Nel 2017, in Italia, la spesa farmaceutica totale è stata di 29,8 miliardi di euro (il 75% rimborsato dal Servizio Sanitario Nazionale). Le uscite per i farmaci anticancro sono passate da 3,3 miliardi di euro nel 2012 a più di 5 miliardi (5.063 milioni) nel 2017: rappresentano la prima categoria terapeutica a maggior spesa pubblica.3 Questo valore, anche se in costante crescita, equivale “solo” al 25% del costo totale del cancro (pari a circa 19 miliardi di euro ogni anno4). Accanto ai costi diretti (per farmaci, visite specialistiche ecc), vanno infatti considerati quelli indiretti che incidono in maniera significativa (ad esempio, mancati redditi da lavoro per assenze forzate o cessazione dell’attività lavorativa sia del malato che delle persone che prestano assistenza). 

“Vanno definite le azioni prioritarie da mettere in atto – afferma il prof. Gianni Amunni, vice presidente di Periplo e Direttore Generale dell’Istituto per lo studio, la prevenzione e la rete oncologica (ISPRO) -. Innanzitutto, devono essere realizzate in tutto il territorio le reti oncologiche regionali, la cui completa attivazione procede con estrema lentezza. Oggi sono operative solo in sei Regioni (Toscana, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Piemonte e Liguria). Il problema della loro istituzione è stato affrontato nel Piano Oncologico Nazionale, ma è rimasto embrionale. Solo le reti oncologiche regionali permettono un collegamento reale fra i centri e lo sviluppo integrato dei percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali. Offrono al paziente la garanzia di ricevere le cure migliori negli ospedali più vicini al domicilio, con significativi risparmi. Senza considerare l'eliminazione degli esami impropri e la riduzione delle liste di attesa e delle migrazioni sanitarie. Basta pensare che oggi il 12% dei cittadini colpiti da tumore del colon retto e residenti nel Meridione si reca al Nord per sottoporsi all’intervento chirurgico”. 

“È inoltre necessario che la riorganizzazione degli ospedali e dei posti letto privilegi le strutture che trattano più casi - evidenzia il prof. Paolo Marchetti, Direttore Oncologia Medica B del Policlinico Umberto I di Roma e Ordinario di Oncologia all’Università La Sapienza -. Non è ammissibile che un giorno di ricovero abbia costi estremamente differenti non solo tra diverse Regioni, ma anche nell’ambito di uno stesso territorio. Per questo bisogna procedere all’applicazione reale dei costi standard, cioè dei criteri per assegnare le risorse per finanziare i reparti di oncologia. Questi parametri sono strumenti fondamentali per valutare la spesa, perché assicurano la sostenibilità del sistema sanitario e garantiscono equità nella distribuzione dei fondi. Consentono, inoltre, di sapere se si spende troppo e perché, o se vi è carenza di risorse, oltre a consentire di formulare e monitorare i budget. Oggi viene applicata una tariffa unica per prestazione generica (per esempio la chemioterapia ha una sola classificazione), con rilevanti differenze fra costi effettivi e standard. In realtà bisognerebbe far riferimento all’indicazione terapeutica, cioè al tipo di patologia trattata”. Già nel 2010 un’indagine sui costi standard per DRG in oncologia, cioè sulle tariffe per la remunerazione delle prestazioni di assistenza ospedaliera, aveva sottolineato una ‘sottotariffazione’ dei ricoveri (differenza tra tariffazione e costi reali) pari al 28%. Un’altra indagine, condotta nel 2015, ha evidenziato un ulteriore incremento di questa differenza che ha raggiunto il 78%. 

“Inoltre, molti esami non rispondono al criterio dell’appropriatezza – continua il prof. Marchetti -. Il problema riguarda, in particolare, i marcatori tumorali. Questi test sono utilizzati in oncologia da più di 40 anni, ma il loro uso sta diventando eccessivo rispetto al numero dei pazienti oncologici, perché sono impiegati a scopo diagnostico in persone non colpite dalla malattia. Nel 2012 sono stati eseguiti oltre 13 milioni di marcatori tumorali a fronte di 2 milioni e 300mila italiani che vivevano dopo la diagnosi. La soluzione è rappresentata dalla uniformazione a livello nazionale delle indicazioni per un loro uso appropriato”. 

Nel periodo 2012-2016, nel mondo, sono state lanciate 55 nuove molecole anticancro. L’Italia ha consentito l’accesso a 36 di queste terapie entro il 2017.5“In Europa – spiega la dott.ssa Antonella Cardone, Direttore della European Cancer Patient Coalition (ECPC) -, ogni anno, si stimano 2,5 milioni di nuovi casi di cancro e si stima che il 20% della spesa sanitaria è sprecata in interventi inefficaci che possono danneggiare il malato con ritardi evitabili, per esempio. Per questo motivo la European Cancer Patient Coalition - ECPC, in rappresentanza di circa 450 associazioni di malati di 46 Paesi, è impegnata in All.Can e ne è tra i Soci Fondatori. L’accesso tempestivo dei malati di cancro all’innovazione nella diagnosi e terapia e il superamento delle inaccettabili disparità esistenti tra i Paesi europei e al loro interno sono al centro della mission di ECPC. Siamo impegnati ad assicurare la crescita e lo sviluppo di All.Can in Europa e nei singoli Paesi, attraverso le nostre associazioni, nella convinzione che, a seguito della permanente crisi economica e nel doveroso rispetto della sostenibilità economica, non è possibile avere accesso all’innovazione nei trattamenti farmacologici, chirurgici e radioterapici senza l’eliminazione di sprechi e di procedure curative superate e, a volte, anche nocive con la contestuale riallocazione delle corrispondenti risorse”. 

Fonti: 
1 I numeri del cancro in Italia 2018” (AIOM-AIRTUM-Fondazione AIOM-PASSI) 
2 World Health Organization. Health systems financing: the path to universal coverage (2010) 
3 Rapporto OsMed 2017 
4 Rapporto Meridiano Sanità 2017 
5 IQVIA, Global Oncology Trends 2018

Sostanze chimiche negli imballaggi per fast food?

ROMA - Il team di scienziati di Havard, guidati dalla dottoressa Laurel Schaider, ricercatrice scientifica presso il Silent Spring Institute negli Stati Uniti, hanno esaminato più di 400 campioni provenienti da 27 diversi fast food. Un terzo di tutti i materiali di imballaggio testati conteneva fluoro sotto forma di composti perfluorurati e polifluorurati (PFAS). I PFAS sono associati al cancro dei reni e alla prostata, colesterolo elevato, diminuzione della fertilità e altre malattie. Secondo lo studio le più significative concentrazioni sono state registrate nella carta utilizzata per il "confezionamento". Più di ogni altro campione è risultato positivo. In confronto, solo ogni 5 imballaggi di cartone contenevano fluoro. 

Studi precedenti hanno dimostrato che le sostanze contenenti fluoro possono passare dalla confezione al cibo e quindi entrare in contatto diretto con l'organismo e svilupparne l'effetto nocivo. Si stima, infatti, che quotidianamente nel Nostro Paese diverse milioni di alimenti serviti nei fast food comprese le pizze, vengono preparati e trasportati in confezioni di cartone, che a norma di legge devono essere prodotte a base di cellulosa vergine. Sul tema, la nostra normativa è tra le più severe in Europa e vieta l’impiego di materiale riciclato e anche la presenza di scritte all’interno dei contenitori che trasportano questo tipo di alimenti. 

La necessità di questo genere di precauzioni scaturisce dall’esigenza di evitare qualsiasi contaminazione di un alimento come la pizza che per natura è umido e ricco di grassi e perciò in grado di estrarre dal cartone sostanze sgradite soprattutto quando viene inserita appena sfornata e quindi calda anche a 60/65°C e per diversi minuti. Tutte condizioni ideali a favorire la migrazione. Nel cartone riciclato, infatti, non è raro trovare tracce di piombo, ftalati e altre sostanze tossiche. 

Alla luce di tale notizia, Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti” ritiene utile da parte delle autorità sanitarie ma anche dei NAS dei carabinieri, un’indagine a campione sul territorio al fine di verificare l’utilizzo corretto a campione di tutti i materiali di imballaggio utilizzato nei fast food. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Environmental Science & Thechnology Letters.

HIV: è allarme diffusione tra i giovani pugliesi, 4 nuovi casi a Lecce


BARI - In Puglia è allarme per la diffusione dell’HIV tra gli adolescenti. A Lecce nel mese di gennaio sono stati diagnosticati 4 nuovi casi nel reparto di malattie infettive del Vito Fazzi. Interviene in merito il consigliere del M5S Antonio Trevisi, che presenterà una mozione per impegnare la Giunta regionale ad avviare campagne di sensibilizzazione nelle piazze e negli istituti superiori pugliesi.

“Le informazioni – dichiara - su come prevenire l'infezione da HIV sono ormai note da tempo, ma  purtroppo nelle scuole non si è mai iniziata una  seria campagna di sensibilizzazione sul tema  e il risultato è che la questione viene sottovalutata soprattutto dai giovani. È di rilevante importanza dedicare delle intere giornate alle campagne informative anche con la proiezione di film e convegni finalizzati a sensibilizzare sull’importanza delle precauzioni. Dovrebbero essere gli stessi medici di base a consigliare ai loro pazienti di effettuare l’esame del sangue per scoprire se si è contratto il l’HIV, dal momento che è fondamentale la tempestività della diagnosi”.

Il direttore del reparto malattie infettive del Vito Fazzi di Lecce, Anacleto Romano, in un’intervista ha dichiarato che dal 2016 sono aumentati in maniera esponenziale i soggetti che hanno contratto il virus e ad oggi sono 550 i pazienti affetti da Hiv che segue il suo centro. Le nuove infezioni riguardano la fascia d’età tra i 20 e i 35 anni e le cause sono quasi sempre riconducibili ad un mancato uso di precauzioni.

“È importante - conclude Trevisi - un monitoraggio costante dei nuovi casi e dei trattamenti terapeutici  e continuare a tenere alta l’attenzione sul tema. L’informazione è fondamentale per evitare la diffusione dell’HIV. L’obiettivo deve essere riportare l’attenzione su un tema che sembra essere dimenticato.”

Medicina nucleare: al 'Dimiccoli' di Barletta arrivano le due nuove Gamma Camere

BARLETTA - “Le implementazioni tecnologiche che abbiamo presentato oggi sono molto importanti e ci restituiscono la consapevolezza di quanto abbiamo investito, e stiamo ancora investendo, sull’ospedale di Barletta affinchè diventi punto di riferimento per le eccellenze nella sanità. Insomma stiamo facendo tutti i giorni il nostro dovere”.
Così il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano che questa mattina ha presentato a Barletta, presso l’Ospedale Dimiccoli, insieme con il direttore generale ASL Bt Giovanni Delle Donne e il direttore dell’unità operativa di Medicina Nucleare Pasquale Di Fazio, le due nuove Gamma Camere presso l’unità operativa di Medicina Nucleare, in uso da gennaio. Si tratta di apparecchiature di ultima generazione (costo complessivo di circa 2 milioni e 300mila euro) che permettono tempi di diagnosi più rapidi e con minor dose di radiazione.

“Naturalmente – ha proseguito Emiliano - non si può pensare che in tre anni qualcuno riesca a realizzare quello che nei trent'anni precedenti è stato fatto in modo approssimativo. Ma stiamo facendo il percorso più veloce possibile. La velocità peraltro è quella consentita dalle leggi, dobbiamo fare gli appalti, rispettare  termini e la parità delle condizioni. Avere ospedali più grandi, con più medici e con più attrezzature è di fondamentale importanza”.

Emiliano poi ha ribadito quanto sia stato importante attuare il Piano di riordino.

“Vorrei ribadire – ha aggiunto il presidente - che se non fossi riuscito ad attuare il piano di riordino tanto odiato (perché ha riconvertito alcuni ospedali in luoghi di lungodegenza o di gestione delle malattie croniche) non avrei potuto procedere alle assunzioni di nuovi medici e operatori. Assunzioni che erano bloccate dal 2001. I cittadini pugliesi devono sapere che purtroppo noi non siamo una Regione libera perché me l'hanno consegnata in piano di rientro; questo significa che il Ministero dell'economia e finanze mi deve autorizzare ogni assunzione che facciamo. E, ripeto, se oggi possiamo finalmente fare le assunzioni è solo perché abbiamo attuato il Piano di riordino. Stiamo andando nella strada giusta”.

Infine Emiliano ha ricordato di quanto siano migliorati i nostri Lea, livelli essenziali di assistenza, perché ora la Puglia è a 179 punti “il livello più alto mai raggiunto nella storia della nostra regione”.

LA STRUTTURA - Il reparto è dotato di due nuove Gamma Camere, una ibrida con Tac e una dedicata all’attività cardiologica: le due nuove apparecchiature hanno un costo complessivo di circa 2 milioni e 300mila euro e sono state acquistate con fondi Fesr 2014-2020.

La Gamma Camera è una apparecchiatura utilizzata in Medicina Nucleare per l’acquisizione delle immagini scintigrafiche: queste rappresentano infatti visivamente la distribuzione nel corpo umano della radioattività emessa dai radiofarmaci iniettati nel corpo del paziente a scopo diagnostico o terapeutico.

La Gamma Camera ibrida incorpora una Tac e come tale permette una valutazione sia funzionale (relativa al modo in cui funziona un organo) che strutturale: in questo modo è possibile proiettare l’immagine dell’iperaccumolo della sostanza radiottivasulla informazione strutturale della Tac. Questo consente una maggiore precisione nella valutazione del medico. 

La nuova Gamma Camera ibrida permette inoltre un tempo di diagnosi molto più rapido rispetto al passato: un esame effettuato in passato in circa 50 minuti, oggi viene effettuato in 15 minuti.

La nuova Gamma Camera cardiologica consente, rispetto al passato, di effettuare esami diagnostici in un tempo molto ridotto e con minor dose di radiazione: l’esame che in cardiologia nucleare convenzionale viene eseguito in 4-5 ore ora viene portato a termine in una sola ora.

L’apparecchiatura in uso permette un’alta precisione diagnostica per tutte le patologie cardiache (ischemie e necrosi) e consente anche di valutare l’evoluzione della patologia.

“L’investimento in alta tecnologia risponde alla precisa volontà di dare risposte sempre più efficaci – dice Alessandro Delle Donne, Direttore Generale Asl Bt – abbiamo utilizzato i fondi europei per garantire una maggiore precisione diagnostica e maggiore comfort ai pazienti. L’ospedale di Barletta va verso una sempre maggiore attenzione alle patologie tumorali e dobbiamo essere in grado di migliorare sempre di più le risposte di diagnosi e cura che riusciamo a dare. Abbiamo le competenze, ed è volontà ferma di questa Direzione Strategica di offrire le apparecchiature migliori”.

“Sono molto fiero dei risultati che abbiamo raggiunto fino ad oggi – dice Pasquale Di Fazio, Direttore Medicina Nucleare Barletta – le competenze del nostro personale, la collaborazione sviluppata nel tempo con le altre professionalità e apparecchiature all’avanguardia ci permetteranno di fare un ulteriore importante salto di qualità, a vantaggio dei pazienti del nostro territorio e non solo”.

Imparare a riconoscere e curare una distorsione della caviglia


Chiunque abbia praticato uno sport sa che la distorsione alla caviglia è uno degli infortuni più frequenti e anche uno dei più fastidiosi. Questo per via del fatto che si parla dell’articolazione posta più in basso, collocata fra la gamba e il piede, nonché una delle più delicate: soprattutto perché il peso del corpo, gioco forza, finisce per gravare in questo punto. Per questo è importante imparare a riconoscerla subito e a curarla nella maniera più adeguata in base alla gravità della situazione. 

Come avviene e quali sono i sintomi 

Il termine stesso “distorsione” indica un infortunio dovuto al torcersi dell’articolazione della caviglia. Ovvero, quando l’articolazione si piega o si sposta in modo innaturale andando oltre il proprio raggio di movimento, i tendini e i legamenti che la compongono possono danneggiarsi. Attenzione però, esistono infatti diversi tipi di distorsioni, con diversi livelli di gravità: una caviglia può infatti distorcersi con un movimento innaturale verso l’esterno o verso l’interno, mentre i legamenti e i muscoli possono stirarsi o lesionarsi e nei casi più gravi rompersi. 

Le cause di una distorsione possono essere diverse, anche se spesso la si procura poggiando male la punta del piede e ruotando la caviglia verso l’interno o l’esterno: in base all’energia e alla forza impiegata durante questo movimento innaturale, i danni possono farsi più o meno estesi. Imparare a riconoscerne i sintomi poi, fortunatamente, non è poi così difficile dato che in genere sono piuttosto chiari: intanto la si prende sempre dopo un trauma che porta un immediato dolore fisico, spesso accompagnato da una fitta. Detto ciò, una caviglia post-distorsione produce spesso un gonfiore localizzato oppure la presenza di ematomi o ecchimosi (zone nere o rosse). 

Come comportarsi in caso di distorsione 

Il comportamento da avere in questi casi dipende sempre dalla gravità della situazione, ma è comunque consigliabile intervenire immediatamente. La prima cosa da fare è mettere subito il ghiaccio, ricordandosi di farlo evitando il contatto diretto con la pelle per evitare ustioni da freddo. In seguito, servirà attendere che la caviglia si sgonfi per poter fare una lastra o una risonanza magnetica: è utile per verificare l’eventuale presenza di danni ai legamenti. 

Naturalmente, qualunque sia la gravità della situazione, bisogna difendere la caviglia da altri traumi, soprattutto quando si è in piena fase di recupero: il suggerimento, è di affidarsi ad un tutore per limitare i movimenti della parte colpita. Se non ci si sente in grado di muoversi, è possibile affidarsi a siti come shop-farmacia.it che si occupa anche della vendita di prodotti ortopedici online e porta direttamente a casa l’ordine. Altri trattamenti utili sono ovviamente i farmaci contro il dolore e le infiammazioni sia topici che in pastiglie, insieme a terapie come il laser, che aiuta le articolazioni a ristabilirsi. Per aiutare il processo di guarigione inoltre, si possono utilizzare anche rimedi naturali come ad esempio l’arnica, dalle forti proprietà antinfiammatorie e antidolorifiche. 

Quando ci si fa male alla caviglia, è importante agire immediatamente e seguire tutti i passaggi necessari per un recupero che possa dirsi completo e attento.

Melanoma: ogni anno in Puglia oltre 650 nuovi casi


BARI – In Puglia vivono più di 3.600 persone con una diagnosi di melanoma. Si calcola che in Regione i nuovi casi l’anno siano oltre 650. Migliora però la sopravvivenza e oggi otto pazienti su dieci riescono a sconfiggere la neoplasia. Sono questi alcuni dei numeri emersi durante l’evento “Mela Talk” che si è svolto sabato scorso presso l’Istituto dei Tumori “Giovanni Paolo II” di Bari. Il progetto, realizzato con il contributo incondizionato di Bristol-Myers Squibb, prevede un ciclo di incontri su tutto il territorio nazionale interamente dedicati a questo tumore della pelle.

“Nella lotta contro questa neoplasia abbiamo raggiunto risultati impensabili fino a pochi anni fa - afferma la prof.ssa Paola Queirolo, responsabile scientifico di ‘Mela Talk’ e Direttore UO Tumori Cutanei dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova -. Gran merito di questo successo è dovuto all’arrivo di nuove cure, prima fra tutte l’immunoterapia. Grazie a questi farmaci riusciamo a stimolare le cellule del nostro sistema immunitario a combattere i tumori. Proprio il melanoma è stata la prima neoplasia nella quale siamo riusciti a verificare l’efficacia del trattamento. Attualmente viene utilizzato anche in altri tumori come quelli del rene, polmone, vescica e testa-collo”. La tappa “Mela Talk” di Bari ha visto la partecipazione di oncologi, dermatologi, nutrizionisti e psico-oncologi e di alcune associazioni di pazienti. Ha avuto il patrocinio di A.I.Ma.Me. (Associazione Italiana Malati di Melanoma), APaIM (Associazione Pazienti Italia Melanoma), Associazione Melanoma Italia Onlus e Emme Rouge Onlus.

“Abbiamo affrontato anche l’importante tema della prevenzione primaria - aggiunge la prof.ssa Queirolo -. Il melanoma è una patologia sempre più curabile ma non va dimenticato che provochi ogni anno in tutta Italia oltre 1.900 decessi. E’ possibile evitarla prestando molta attenzione ai nei che rappresentano dei campanelli d’allarme da non sottovalutare. In particolare bisogna tenere sotto controllo i cambiamenti nella forma, dimensione o colore. E infine va contrastata l’esposizione al sole indiscriminata e senza protezioni. Bisogna sempre utilizzare una crema solare al mare d’estate ma anche in montagna d’inverno”.

Donne si ammalano di cancro a causa delle protesi mammarie: Ue avvia indagine


ROMA - L'UE ha istituito un gruppo di lavoro internazionale per studiare la relazione tra protesi mammarie e cancro e l'Italia partecipa alle riunioni in qualità di osservatore. Dopotutto i casi stanno aumentando in tutto il mondo dove si sospetta una connessione tra la chirurgia del seno e il tumore. Per la prima volta, la FDA (United States Drug Administration) ha lanciato l'allarme nel 2011 per identificare un campione.

Da allora, le autorità di tutto il mondo stanno cercando febbrilmente casi simili. Ad oggi, le autorità sanitarie hanno identificato a livello mondiale 660 casi di tumore attribuibile alle protesi. Nove donne sono morte per tumori ai linfonodi, ai polmoni o al fegato. Ogni anno circa 1,5 milioni e mezzo di donne si fanno operare il seno.

Per decenni le protesi mammarie sono state considerate innocue: ora le cose potrebbero cambiare. Sussistono molti elementi che fanno pensare come le portatrici di protesi mammarie siano confrontate con un rischio accresciuto di cancro: ma non conosciamo ancora la connessione esatta, affermano alcuni ricercatori.

Ora le autorità stanno discutendo su una eventuale limitazione dell'uso delle protesi. A tutte le donne che hanno protesi mammarie, dunque, Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, raccomanda di effettuare regolarmente un controllo annuale con ecografia mammaria o almeno questa dovrebbe essere la normale procedura raccomandata da tutti i medici.

Coop richiama cozze in rete per presenza di biotossina


ROMA - La catena di supermercati COOP ha diffuso il richiamo di tre lotti di cozze (MYTILUS GALLOPROVINCIALIS) a marchio Lepore Mare per la presenza di biotossina prodotta dalle alghe. Il richiamo riguarda esclusivamente i lotti con scadenza 07-02-19, 04-02-19 e 31-01-19. Entrambi i prodotti impacchettati nello stabilimento di Siracusa dell'azienda Lepore Mare  in via La Maddalena, 19, sono venduti in confezioni in rete da 1 kg. I consumatori in possesso dei prodotti coinvolti dal richiamo, evidenzia Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, possono riportarli nel punto vendita che provvederà al rimborso.

Inaugurato il nuovo reparto di Oncologia dell'IRCCS Saverio De Bellis di Castellana

BARI - Questa mattina il Presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, insieme con il direttore generale dell’Ente Tommaso Stallone e il direttore scientifico Gianluigi Giannelli, ha inaugurato il nuovo reparto di Oncologia dell’IRCCS “Saverio de Bellis” di Castellana Grotte. Il Reparto di Oncologia ha sei posti letto attivati e laboratori di ricerca dedicati alla Medicina Personalizzata, alla Genetica Medica e all’Immunopatologia.

“L’IRCCS di Castellana Grotte è un luogo storico – ha detto il Presidente Emiliano visitando la struttura ospedaliera – prima di tutto perché da sempre è punto di riferimento per le malattie legate all'apparato gastrodigerente e poi perché dal 1982, sino ad oggi naturalmente, ha avuto il riconoscimento dal Ministero di Istituto di Ricerca e cura scientifica con le numerose attività di ricerca e di studio.  Oggi stiamo inaugurando il reparto di oncologia che onestamente ci riempie di serenità perché questo è un luogo dove si guarisce dal cancro. Ricordiamoci che il cancro del colon retto è uno dei tumori più difficili da aggredire e da diagnosticare. Qui sia la diagnosi che la cura sono un’eccellenza assoluta”.

Emiliano ha anche ricordato come oggi l’IRCCS di Castellana Grotte si sia anche attrezzato, con letti e degenze specifiche, per la gestione dei grandi obesi le cui malattie metaboliche spesso si associano anche alle malattie tumorali e oncologiche.

“Quando sono diventato presidente – ha poi aggiunto Emiliano - tutti e due gli IRCCS pugliesi, sia l'Oncologico di Bari che questo, erano al collasso e rischiavano di chiudere. Il de Bellis addirittura stava rischiando di perdere la sua caratteristica di IRCCS. Oggi possiamo dire invece che non solo il de Bellis ha avuto la riconferma dal Ministero per il 2018, ma il suo Impact Factor (il valore che si basa sul numero delle citazioni degli articoli pubblicati su riviste nazionali ed internazionali nei cinque anni precedenti ndr) è salito a 400 per la prima volta. E per questo dobbiamo ringraziare sia il direttore generale dell’Ente Tommaso Stallone che il direttore scientifico Gianluigi Giannelli”.

Emiliano ha quindi visitato i laboratori di ricerca, tra i quali quello dedicato alla medicina personalizzata.

“In queste stanze – ha aggiunto il Presidente – si lavora per creare i protocolli di cura personalizzati per ciascun paziente. Questo lavoro si collega alla perfezione con quello che stiamo facendo in Puglia, finanziato dalla Regione, attraverso la costituzione del Tecnopolo a Lecce in collaborazione con il CNR. Sostanzialmente è quello che volevano fare nell'area dell'Expo di Milano e che non sono ancora riusciti a fare. Noi in Puglia siamo già partiti e stiamo lavorando davvero bene: l'IRCCS di Castellana Grotte è la punta di diamante della medicina personalizzata”.

Il direttore generale dell’IRCCS Tommaso Stallone si è soffermato sugli aspetti complessivi legati al Piano di riordino.

“Il Piano di riordino della rete ospedaliera – ha detto Stallone - ci porta a completare i posti letto di questo IRCCS. Ora con i sei posti letto  di oncologia attivati, arriviamo a 89 posti letto. Il passo successivo sarà di arrivare a 124 posti letto. La prima operazione da fare è aumentare i posti letto di chirurgia che passeranno dai 35 attuali a 50 con due unità operative, una dedicata alle complessità del tubo digerente e l'altra dedicata alla patologia epato bilio pancreatica attraverso le nuove tecniche di laparoscopia avanzata”.

Per il direttore scientifico dell’Ente Gianluigi Giannelli “i laboratori di medicina personalizzata si rifanno alla medicina di precisione fortemente voluta dall’ex Presidente Obama qualche anno fa, una medicina di precisione che rappresenta un diverso approccio culturale, laddove la stessa malattia e gli stessi farmaci possono avere conseguenze diverse a seconda dell’individuo che le ospita”.

Infine il direttore di oncologia dell’Irccs Ivan Roberto Lolli ha ringraziato il Presidente “per aver portato a termine un percorso che ha dato al de Bellis una struttura di eccellenza di oncologia che ha il compito gradualmente di mettersi allo stesso livello delle altre eccellenze già presenti nell’IRCCS”.

RICONOSCIMENTO DELL’IRCCS E IMPACT FACTOR - Anche per il 2019 è in arrivo dal Ministero la conferma del riconoscimento al de Bellis di Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico. La novità di quest’anno è rappresentata dal valore dell’Impact Factor (il valore si basa sul numero delle citazioni degli articoli pubblicati su riviste nazionali ed internazionali nei cinque anni precedenti). Per la prima volta l’IF del de Bellis è salito a 400 nel 2018. Era 271 nel 2017 e nel 2016 addirittura 55 (ultimo in classifica). Da quando è stato riconosciuto IRCCS (31 marzo 1982), l’Impact Factor più alto del de Bellis è stato raggiunto nel 2014 con 169 punti.

Un livello alto di prestazioni assistenziali e la qualità della  ricerca scientifica consentiranno di centrare l’obiettivo dell’equilibrio economico-finanziario e per puntare a diventare un polo attrattivo per le altre regioni italiane e anche per l’estero.

CHE COSA È L’IRCCS DI CASTELLANA GROTTE - L’IRCCS “de Bellis” di Castellana Grotte (Bari) è un centro di riferimento per la patologia del tratto gastroenterico. Offre prestazioni in ambito gastroenterologico sia di tipo medico che di tipo chirurgico di alta specializzazione e complessità con procedure diagnostiche ed interventistiche di tipo endoscopico e di chirurgia complessa per patologia tumorale e non sul tubo gastroenterico con un ruolo centrale nella rete del cancro del colon-retto ed anche su esofago, stomaco, fegato e pancreas.

Inoltre sono molto attive le prestazioni ambulatoriali anche per patologie meno complesse con gli ambulatori che assicurano anche prestazioni di diagnostica come ad esempio il test di permeabilità intestinale al magnitolo e lattulosio eseguite presso l’IRCCS come unica struttura sanitaria da Napoli in giù.

Tutte le attività assistenziali sono abbinate a linee di ricerca sia di tipo laboratoristico che di tipo sperimentale che assicurano sempre il meglio e le più innovative terapie ed indagini strumentali.

ORGANIZZAZIONE DELL’ENTE - L’Ente è organizzato in due unità operative di degenza di gastroenterologia (con 20 posti letto ognuna ed indirizzi clinici diversificati: una epatologica e l’altra endoscopica), una unità operativa di degenza di oncologia dove, dal mese di gennaio 2019, sono stati attivati 6 posti letto previsti dal piano di riordino (presenti da anni sulla carta ma mai resi operativi), una unità operativa di chirurgia generale con 35 posti letto attualmente che entro l’anno 2019 saranno portati a 50 e le unità di chirurgia diventeranno 2.

Anche le due unità di chirurgia avranno indirizzi diversificati una sul tubo gastroenterico con annessa chirurgia bariatrica e l’altra con focalizzazione sulla patologia epato-bilio-pancreatica e laparoscopia avanzata.

Completano la struttura organizzativa dell’Ente una unità operativa di rianimazione con 8 posti letto ed annessa anestesia, e le unità operative di anatomia patologica, di radiologia, di genetica medica e di patologia clinica.

PASSI FUTURI - Nel breve tempo saranno attivate le unità operative di malattie metaboliche e di medicina previste dal piano di riordino e con 10 posti letto ognuna, piano di riordino che assegna al de Bellis 124 posti letto (ad oggi operativi 89 posti letto compresi i 6 posti letto di oncologia appena attivati).

Con questo assetto strutturale, che è stato già condiviso, concordato e finanziato dalla Regione Puglia e dal Ministero della Salute che hanno fortemente creduto e voluto un rilancio della struttura, sarà possibile svolgere un ruolo centrale nella patologia oncologica addominale ma anche  percorsi che coinvolgono i corretti stili di vita come il tema dell’obesità.

Iss: le morti legate all'influenza 2019 sono 78


ROMA - Salgono a 78 i morti e a 431 i casi gravi di influenza segnalati da ottobre 2018 a oggi in Italia, tra cui 7 donne in gravidanza. Lo segnala il nuovo bollettino Flunews Italia, a cura dell'Istituto superiore di sanità (Iss). I casi gravi sono stati segnalati, finora, da 19 Regioni e Province autonome.

Il 61% è di sesso maschile e il 75% dei casi si è verificato in soggetti di età pari o superiore a 50 anni. Nell'82% dei casi gravi e nell'85% dei deceduti era presente almeno una condizione di rischio preesistente (diabete, tumori, malattie cardiovascolari, malattie respiratorie croniche, obesità, ecc.) e l'82% dei casi risulta non vaccinato. Sette casi gravi si sono verificati in donne in stato di gravidanza.

Tutti i casi, riporta il bollettino dell'Iss, sono stati ricoverati in una Unità di Terapia Intensiva e 310 sono stati intubati. Tutti i casi, riporta il bollettino dell'Iss, sono stati ricoverati in una Unità di Terapia Intensiva e 310 sono stati intubati.

Insomma, anche da il nuovo bollettino Flunews Italia arriva un monito a non sottovalutare l'influenza, evidenzia Giovanni D'Agata, fondatore dello “Sportello dei Diritti”, che sottolinea come ancora oggi costituisca una delle cause principali di decessi tra i bambini ed anziani o comunque soggetti immunodepressi.

Aids: ricercatori italiani scoprono vaccino che abbatte il 90% del virus


ROMA - Non è più un'utopia un futuro libero dai farmaci antiretrovirali per i malati di Aids. La somministrazione del vaccino terapeutico italiano Tat contro l'Hiv/Aids a pazienti in terapia antiretrovirale (cART) è capace di ridurre drasticamente - del 90% dopo 8 anni dalla vaccinazione - il "serbatoio di virus latente", inattaccabile dalla sola terapia, e apre una nuova via contro l'infezione.

Il vaccino terapeutico italiano è stato messo a punto dall’equipe guidata da Barbara Ensoli, direttore del Centro Nazionale per la Ricerca su HIV/AIDS dell’Istituto Superiore di Sanità. Da cui si evince che la somministrazione del vaccino Tat a pazienti in terapia antiretrovirale (cART) si è rivelata capace di ridurre drasticamente il “serbatoio di virus latente” inattaccabile dalla sola cART.

“Si tratta di risultati - dichiara Ensoli - che aprono nuove prospettive per una cura “funzionale” dell’HIV, ossia una terapia in grado di controllare il virus anche dopo la sospensione dei farmaci antiretrovirali. In tal modo, si profilano opportunità preziose per la gestione clinica a lungo termine delle persone con HIV, riducendo la tossicità associata ai farmaci e migliorando l'aderenza alla terapia e la qualità di vita, problemi di grande rilevanza soprattutto in bambini e adolescenti, con l’obiettivo, in prospettiva, di giungere all’eradicazione del virus”.

L'HIV/AIDS rimane quasi 40 anni dopo la scoperta del virus un’emergenza globale che colpisce soprattutto le fasce più povere e fragili della popolazione mondiale, in particolare le donne e i bambini, gli omosessuali, bisessuali e transgender (LGBT), i lavoratori del sesso, le popolazioni migranti, gli utilizzatori di sostanze iniettabili. A oggi, ben 40 milioni di persone nel mondo convivono con l’infezione da HIV, la metà delle quali senza ricevere alcuna terapia.

La cura per HIV/AIDS richiede ancora molti sforzi, ingenti investimenti e strategie innovative per l’eradicazione del virus. Infatti, il virus HIV non può essere eliminato dalla cART perché persiste, senza replicarsi, in alcune delle cellule infettate in forma di DNA virale. Questa forma “silente” del virus (DNA provirale) costituisce un “serbatoio di virus latente” che rimane invisibile al sistema immunitario ed è inattaccabile dalla terapia cART. Il virus latente periodicamente si riattiva e comincia a replicarsi; pertanto, l’interruzione della cART determina inevitabilmente la ripresa dell’infezione. Di qui la necessità di assumere la terapia ininterrottamente per tutta la vita.

Salute: conservanti proibiti, pigmenti vietati o sconosciuti rilevati in diverse tinte per capelli


BASILEA - Il laboratorio cantonale di Basilea in Svizzera, ha fatto ritirare dal commercio quattro tinture per i capelli e nove coloranti a base di hennè. I prodotti in questione contengono fra l'altro pigmenti e conservanti vietati. Il laboratorio basilese, in collaborazione con i cantoni di Argovia, Berna e Zurigo, ha esaminato 19 tinte per capelli permanenti, 18 tinture leggere (cachet), 12 coloranti all'hennè e 2 agenti ossidanti.

In oltre il 40% di questi 51 preparati, la maggior parte provenienti da Regno Unito, Italia, India e Francia, c'era qualcosa da contestare, precisa una nota odierna. In diverse tinte per capelli di due produttori inglesi sono state rilevati pigmenti vietati o sconosciuti. Quattro di questi preparati sono stati ritirati dalla vendita. Una colorazione permanente di un produttore francese conteneva inoltre anche tracce di un conservante proibito. Nel caso di vari coloranti a base di hennè, sono stati tra l'altro superati i valori limite. Inoltre prodotti di provenienza turca e indiana contenevano una sostanza vietata per tingere i capelli.

Sei prodotti, inoltre, non contenevano sostanze accoppianti, motivo per cui le tinture per capelli in essi contenute possono essere dannose per la salute. In diverse confezioni sono poi state accertate manchevolezze nelle dichiarazioni o pubblicità ingannevole. Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, avverte che i pericoli per la salute di prodotti che non soddisfano i requisiti di legge "non sono trascurabili".

San Valentino: oggi e il 14 febbraio test salivari Hiv gratuiti nella sede di Cama Lila


BARI - In vista della festa di San Valentino, questo pomeriggio e giovedì 14 febbraio, dalle ore 17 alle 20, nella sede di CAMA LILA, in via Castromediano 66, i volontari dell’associazione, in collaborazione con i medici dell’ambulatorio di counselling e screening HIV dell’istituto di Igiene dell’AUO Policlinico di Bari, offriranno il test salivare HIV a risposta rapida, in modo anonimo e gratuito.

Gli appuntamenti rientrano nell’ambito del progetto “Accesso rapido - Interventi per favorire la diagnosi tempestiva dell’infezione da HIV” finanziato dall’assessorato al Welfare ad esito dell’avviso pubblico per promuovere azioni di contrasto alla grave marginalità adulta.

A coloro che vorranno accedere al servizio saranno proposti colloqui di supporto e orientamento su tutti i temi concernenti l’Hiv: prevenzione, salute, diritti, nonché un eventuale accesso “facilitato” ai centri clinici, qualora necessario. Il test viene eseguito da personale formato ed è accompagnato, appunto, da un colloquio di counselling finalizzato alla valutazione dei rischi corsi. Prima di effettuare lo screening si raccomanda di astenersi dal bere, fumare e mangiare per almeno 30 minuti. L’esito del test verrà consegnato 20 minuti dopo la somministrazione.

Se il test risulterà reattivo (ovvero preliminarmente positivo), la persona sarà indirizzata presso un centro specializzato, con un percorso di accesso facilitato, dove potrà eseguire un test di conferma convenzionale ed essere inserito in un programma di cura.

Ad oggi non esiste una cura in grado di guarire dall’Hiv ma, se l’infezione viene diagnosticata precocemente, le terapie antiretrovirali disponibili offrono un’aspettativa di vita paragonabile a quella della popolazione generale. Oltre a sostenere lo stato di salute, le terapie antiretrovirali hanno un’importante funzione preventiva, riducendo la quantità di virus nell’organismo e il rischio che l’Hiv venga trasmesso ad altre persone. Se la terapia è efficace, la quantità di virus è talmente ridotta da eliminare completamente il rischio di trasmissione.

In Italia, però, è altissima e in costante crescita la percentuale di diagnosi tardive: sono molte le persone che non sanno di aver contratto il virus e che si sottopongono al test Hiv in uno stato di salute già debilitato. Si stima, inoltre, che la maggior parte delle infezioni sia trasmessa proprio dalle persone che non sanno di avere l’Hiv e che non adottano alcuna precauzione.

La diagnosi precoce offre, dunque, importanti vantaggi: la possibilità per le persone con Hiv di ricevere adeguate cure, assistenza e sostegno e di prevenire il rischio di trasmissione del virus ad altre persone.

Per ulteriori informazioni: 080 5563269.

Pericoloso batterio nelle salviette per bimbi


ROMA - Carrefour sta richiamando a scopo precauzionale un lotto di 'Salviette pelle sensibili' per la possibile presenza di un batterio patogeno del genere Burkholderia cepacia. Il prodotto richiamato che appartiene al lotto numero 0765181022 a marchio Carrefour Baby, è venduto in confezioni da 72 pezzi.

In caso di contaminazione scatenata da salviettine contaminate, i pazienti immunocompromessi sarebbero soggetti a un rischio più elevato di infezione. Carrefour, evidenzia Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, raccomanda ai clienti in possesso di confezioni richiamate di non usarle e di riportarle al punto vendita d’acquisto, dove si provvederà alla sostituzione o al rimborso La catena si scusaper il disagio.

Nuovo richiamo Gorgonzola Dop contaminato da Listeria


ROMA - Dopo il richiamo di diversi lotti di Gorgonzola Dop della scorsa settimana di marchi provenienti dallo stesso stabilimento è stati identificato dal ministero perché a rischio microbiologico altro lotto di Gorgonzola Dop. Il sito del ministero della Salute, infatti, segnala la presenza di Listeria monocytogens in un gorgonzola a marchio Colle maggio.

Il lotto n° 0088003 con scadenza 17/02/2019, è stato prodotto nello stabilimento di Camari, provincia di Novara da IGOR srl (bollo identificativo IT 01124 CE), e sul sito del ministero sono indicate tutte le informazioni.La Listeria è una famiglia di batteri composta da dieci specie che si possono trovare nel terreno, nelle piante, nelle acque o in alcune specie animali.

Una tipologia di batterio, la Listeria monocytogenes, causa la listeriosi, una malattia che colpisce l’uomo e gli animali (COS'È E COME SI TRASMETTE). Seppur rara, la listeriosi è spesso grave, con elevati tassi di ricovero ospedaliero e mortalità. Nel 2011, in Unione Europea sono stati segnalati in tutto circa 1.470 casi, con un tasso di mortalità del 12,7 %. Il consumo di cibo o mangime contaminato è la principale via di trasmissione per l’uomo e gli animali, ma le infezioni possono verificarsi anche attraverso il contatto con animali o persone infetti.

La cottura a temperature superiori a 65 °C uccide i batteri ma il batterio Listeria può essere presente in diversi alimenti pronti e, a differenza di molti altri batteri di origine alimentare, sopravvive negli ambienti salati e alle basse temperature (tra +2 °C e 4 °C). A scopo cautelativo e al fine di garantire la sicurezza dei consumatori, Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, raccomanda a coloro che hanno acquistato il prodotto medesimo del lotto di appartenenza, di NON consumarlo e di restituirlo al punto vendita dove è stato acquistato.

Procreazione assistita: Ospedale S.Maria di Bari 1° in Italia per n° di cicli IUI (inseminazione intrauterina)

MILANO - L'Istituto Clinico Humanitas di Rozzano, in provincia di Milano, si riconferma 1° in Italia per numero di cicli di ICSI e FIVET - tecniche di fecondazione in vitro di II e III livello. Seguono gli Istituti Clinici Zucchi – Gruppo San Donato di Monza, che dal 4° posto passano al 2°. Il Centro Chianciano Salute di Chianciano Terme, in provincia di Siena, è 3° come nel 2015. Avanza il Policlinico San Pietro – Gruppo San Donato di Ponte San Pietro, in provincia di Bergamo, passando dal 5° al 4° posto. Il Centro Demetra di Firenze, invece, perde tre posizioni e diventa 5°.

In cima alla lista per volume di procedure da scongelamento di embrioni (FER) – tecnica di II e III livello - ritroviamo l'Istituto Clinico Humanitas di Rozzano, seguito dalla Clinica Valle Giulia di Roma, dall’Ospedale San Raffaele – Gruppo San Donato di Milano, dagli Istituti Clinici Zucchi – Gruppo San Donato di Monza e dall’Ospedale Maggiore Policlinico – Clinica Mangiagalli di Milano.

In prima posizione per numero di procedure da scongelamento di ovociti (FO) – tecnica di II e III livello - c’è, invece, il Policlinico Sant’Orsola - Malpighi di Bologna, seguito dall’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, dall’Istituto Clinico Humanitas di Rozzano, dall’Ospedale Sandro Pertini di Roma e dall’Ospedale Santa Maria - GVM Care & Research di Bari.

Al 1° posto, per numero di cicli con donazione di gameti - fecondazione che fa parte dei trattamenti di I, II e III livello (IUI, ICSI e FIVET) - c'è la Clinica Eugin di Modena. Seguono il Centro Chianciano Salute di Chianciano Terme in provincia di Siena, il Centro Le Betulle di Appiano Gentile in provincia di Como, l'Azienda Ospedaliera Universitaria Careggi di Firenze e il centro EUBIOS di Merano in provincia di Bolzano.

In prima posizione, per numero di cicli di IUI (inseminazione intrauterina) - tecnica di I livello - infine, si riconferma l'Ospedale Santa Maria – GVM Care & Research di Bari, seguito dall'Istituto Clinico Humanitas di Rozzano, che nel 2015 era 3°. L'Ospedale Microcitemico – A.O. Brotzu di Cagliari dal 4° posto sale al 3°. L'Ospedale Luigi Sacco di Milano, dalla seconda posizione scende alla quarta mentre l'Ospedale Niguarda Ca’ Granda di Milano si aggiudica il 5° posto.

Aumentano le coppie che si rivolgono ai centri di PMA
In base alla Relazione per il Ministro della Salute sull’attività del 2016 del Registro Nazionale Procreazione Medicalmente Assistita dell’Istituto Superiore di Sanità (12° report) si è registrato un incremento di attività di PMA. Le coppie che si sono sottoposte a Procreazione Medicalmente Assistita, in Italia, sono passate da 74.292 a 77.522. Conseguentemente, sono aumentati i cicli, da 95.110 a 97.656, e i bambini nati, da 12.836 a 13.582. Questi ultimi, secondo i dati ISTAT, rappresentano il 2,9% del totale di nati nel 2016 (473.438). “La tendenza all’aumento dell’applicazione delle tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita nel nostro Paese può essere valutato positivamente, così come la percentuale di bambini nati, che pian piano si sta avvicinando alla media europea”, commenta Giulia Scaravelli, Responsabile Registro Nazionale Procreazione Medicalmente Assistita dell’Istituto Superiore di Sanità. “I dati disponibili riflettono una situazione in progressivo miglioramento per quanto riguarda sia la maggiore offerta di trattamenti sia le più semplici modalità di accesso”.

L’incremento è correlato soprattutto alla fecondazione con donazione di gameti
”L’aumento di attività si deve soprattutto alla fecondazione con donazione di gameti al cui utilizzo in Italia ha dato il via libera la sentenza della Corte Costituzionale del 9 aprile 2014”, spiega Elena Azzolini, medico specialista in Sanità Pubblica e membro del Comitato Scientifico di www.doveecomemicuro.it. Le coppie che si sono sottoposte a fecondazione con donazione sono aumentate in maniera significativa tra il 2015 e il 2016, passando da 2.462 a 5.450 (+121%). Si è registrato, inoltre, un incremento di cicli, che da 2.800 sono saliti a 6.247 (+123%), e di bambini nati, passati da 601 a 1.457 (+142%).

“La modifica della legge 40 del 2004, avvenuta con la sentenza della Corte Costituzionale, ha reso possibile l’accesso alle tecniche di PMA anche a tutte le coppie che non dispongono di gameti competenti, che oggi, nel nostro Paese, possono contare sia sulla donazione di gameti maschili, sia su quella di gameti femminili, sia sulla doppia donazione, cioè sulla donazione contemporanea di gameti maschili e femminili. Queste tecniche vengono eseguite per lo più in strutture private o private convenzionate con il Sistema Sanitario Nazionale”, spiega Giulia Scaravelli.

“La loro applicazione, però, dipende ancora dall'organizzazione sanitaria regionale perché, nonostante tutte le prestazioni di PMA siano state inserite nei LEA, i Livelli Essenziali di Assistenza (con il DPCM del 12 gennaio 2017), manca un decreto che determini le tariffe a carico del SSN”.

Una situazione che ha inevitabilmente influenzato il tipo di offerta in Italia. “Ad esempio, per quanto riguarda l’approvvigionamento dei gameti ai centri pubblici e privati convenzionati, la Toscana, il Friuli Venezia Giulia e l’Emilia Romagna si sono mosse prima delle altre Regioni”, spiega Giulia Scaravelli. Così facendo, hanno favorito la fecondazione con donazione di gameti in regime di convenzione sul proprio territorio.

Tariffe: sono in vigore quelle definite dalle Regioni
“Per quanto riguarda le prestazioni di PMA con donazione di gameti, quasi tutte le Regioni hanno recepito la tariffa convenzionale definita dalla Conferenza Stato Regioni e Provincie Autonome di Trento e Bolzano 14/121/CR7c/C7 del 25 settembre 2014: € 1.500 (compresi € 500 per i farmaci) per fecondazione con seme da donatore con inseminazione intrauterina; € 3.500 (compresi € 500 per i farmaci) per fecondazione con seme da donatore in vitro; € 4.000 (compresi € 500 per i farmaci) per fecondazione con ovociti da donatrice”, spiega la Responsabile del Registro. Alle coppie che si sottopongono alle procedure di PMA eterologa può essere richiesto di contribuire con una quota di compartecipazione nella misura fissata dalle Regioni e dalle Province Autonome.

Età massima della donna per accedere alle tecniche in convenzione con e senza donazione
A seconda della Regione cambia, invece, l’età massima della donna per accedere alle tecniche di PMA in convenzione, con e senza donazione. “La maggior parte delle Regioni hanno stabilito un’età massima di 43 anni - o più precisamente di 42 anni e 364 giorni - e rimborsano fino a 3 cicli di trattamento. Fanno eccezione l'Emilia Romagna e l'Abruzzo - che hanno scelto di rimborsare fino al compimento dei 46 anni di età e 6 cicli di trattamento - e il Veneto, che offre cicli fino al 50° anno della donna”.

Età massima per l'accesso a PMA in convenzione
Regioni
41
Umbria
43



Piemonte, Valle d'Aosta, Friuli Venezia Giulia, Toscana, Marche, Lazio,  Calabria, Sicilia, Basilicata, Liguria, Lombardia (solo con donazione)

46

Emilia Romagna, Abruzzo; PA Trento, Sardegna (solo con donazione), PA Bolzano
50
Veneto


La Campania si sta adeguando a quanto previsto dai LEA con un documento che sarà pubblicato a breve: l’età massima della donna per l’accesso alle tecniche in convenzione con il SSN sarà di 46 anni. Il Molise, invece, ad oggi non ha emesso delibere: essendo una Regione in piano di rientro e commissariata, non può erogare ai propri cittadini prestazioni di PMA. Lo stesso vale per la Puglia che, essendo in Programma Operativo, non ha inserito la PMA nei Lea regionali.

Per informazioni aggiornate sull’età massima per l’accesso alle tecniche con o senza donazione in regime di convenzione, il numero di cicli a carico del SSN, i costi, ecc..., è necessario contattare gli appositi sportelli della propria Regione di residenza (ASL, URP e Assessorato regionale alla Sanità).

Cresce l’applicazione delle tecniche di crioconservazione
Oltre che alla fecondazione con donazione, l’aumento di attività registrato nel 2016 si deve anche al maggiore ricorso alle tecniche di crioconservazione. In particolare, nell'ambito dei cicli senza donazione di gameti, è in progressivo aumento l’applicazione della FER, procedura che prevede la crioconservazione e il successivo scongelamento di embrioni (tecnica che permette di non ripetere la stimolazione farmacologica dell’ovaio e di non procedere ad un nuovo intervento di prelievo ovocitario, grazie all’utilizzo di embrioni precedentemente crioconservati): dai 508 cicli di FER eseguiti nel 2008 si è passati ai 14.990 del 2016, pari al 21,3% delle prestazioni di II e III livello senza donazione (nel 2015 la percentuale si attestava al 18,5%).

Alla diffusione della FER ha contribuito la modifica della Legge 40 del 2009, con la rimozione del divieto di creare massimo 3 embrioni e l'obbligo di impiantarli tutti contemporaneamente. Quanto alla crioconservazione degli ovociti (FO), il suo ricorso è in calo e rappresenta il 2% delle procedure senza donazione.

Probabilità di successo: in costante aumento la percentuale cumulativa di gravidanza su ciclo iniziato
“L’indicatore che attualmente rappresenta più realisticamente le probabilità che una coppia ha in un determinato ciclo di ottenere una gravidanza è la percentuale cumulativa di gravidanza su ciclo iniziato”, spiega Giulia Scaravelli. Questo valore viene calcolato sommando, nell'anno preso in esame, le gravidanze ottenute sia da cicli a fresco che da scongelamento diviso per i cicli iniziati. Ebbene, questa percentuale è in costante aumento: nel 2016 è stata del 25,4% contro il 24,8% del 2015 e il 20,1% del 2005. Dato che la percentuale di gravidanza su cicli iniziati per tecniche a fresco nel 2016 si è attestata al 17,3%, la differenza (di 8,1%) equivale a un 47% di probabilità in più - grazie allo scongelamento - di ottenere una gravidanza rispetto all’utilizzo delle sole tecniche a fresco. Questo vale per tutte le classi di età (tenendo conto, però, che l’età della donna è una delle variabili che influisce maggiormente sul buon esito dell’applicazione delle tecniche di PMA).

Come orientarsi nella scelta del centro di PMA?
“Se in diversi ambiti della chirurgia esiste una correlazione diretta tra volume di interventi eseguiti in un anno e migliori esiti, nella Procreazione Medicalmente Assistita le cose sono più complesse. Per comprendere quali garanzie offre un centro di PMA non basta considerare solo il numero di cicli di PMA effettuati in un anno, ma bisogna tener conto anche dei volumi annuali di procedure di crioconservazione di ovociti (FO) e di embrioni (FER): tecniche che permettono di avere più trattamenti e quindi più chance di successo senza dover ripetere la stimolazione farmacologica e senza doversi sottoporre nuovamente al prelievo degli ovociti”, spiega Giulia Scaravelli.

Al riguardo, è utile sapere che solo un quarto (il 24,6%) dei centri italiani di II e III livello raggiunge 500 cicli annui di PMA contro una media europea del 41%. E che i centri di dimensioni maggiori - che eseguono più di 1.500 cicli l’anno - sono quelli che registrano la più alta percentuale di trasferimenti in utero con la tecnica FER (39,2%). Questa prestazione, nel 2016, ha registrato una maggiore applicazione, rispetto al 2015, in tutte le classi di dimensione dei centri (+4,6% sul totale dei trasferimenti).

“Altri elementi a cui prestare attenzione al momento di scegliere il centro di PMA sono il tipo di tecniche diagnostiche offerte - che in alcune situazioni possono incidere sugli esiti - e la concentrazione di coppie con particolari problemi di infertilità in una struttura, perché può raccontare molto dell'esperienza acquisita dal suo team riguardo a una patologia specifica. Fondamentale è, poi, il colloquio diretto con gli operatori”, continua Giulia Scaravelli.

Riguardo agli esiti comunicati direttamente dalle strutture, bisogna tener conto che non sono sottoposti ad alcun controllo e hanno quindi solo valore indicativo.

“La raccolta del dato aggregato, così come avviene oggi, infatti, non consente di operare un confronto tra i centri in questo senso. Per questa ragione, è in corso un progetto pilota finanziato dal ministero della Salute che si propone di implementare l’attuale sistema di sorveglianza del Registro nazionale della PMA con una raccolta dati basata sui singoli cicli. Obiettivo è valutare approfonditamente la dimensione del fenomeno PMA in tutte le sue applicazioni, la sua rilevanza e le eventuali problematiche correlate all’efficacia dei trattamenti e alla loro sicurezza”, spiega la Responsabile del Registro.

Come contrastare l'ipertrofia prostatica benigna e le infiammazioni della prostata


Con l'avanzare dell'età, è normale che la prostata sia soggetta ad una serie di disturbi. Tra i più comuni vi è l'ipertrofia prostatica benigna (o adenoma delle prostata), una patologia che si manifesta, tendenzialmente, a partire dai 50 anni di età, e che comporta un ingrossamento della prostata, a causa di un'anomala proliferazione delle cellule.

Di fatto, si sviluppa un adenoma, ossia di un tumore benigno, al centro della prostata e a poca distanza dall'uretra. Non a caso, uno dei sintomi più significativi che si manifesta è la difficoltà ad urinare. Tuttavia, spesso si sente il bisogno di urinare più del normale, soprattutto di notte. Inoltre, la minzione può essere intermittente o si può percepire la sensazione costante di non aver svuotato del tutto la vescica.

Nei casi più gravi, poi, può insorgere anche la completa incapacità ad urinare, tanto da rendere indispensabile il ricorso al catetere per lo svuotamento. Importante da ricordare, è che il permanere troppo a lungo dell'urina nella vescica può portare, con il tempo, allo sviluppo di infiammazioni e di infezioni croniche e, qualche volta, alla formazione di cristallizzazioni o di calcoli.

Come intervenire in maniera efficace
L'ipertrofia prostatica benigna, nella maggior parte dei casi è dovuta a delle alterazioni ormonali, che si manifestano a seguito della vecchiaia. Tuttavia, è possibile anche che tale patologia si manifesti per dei fattori ereditari. Di fatto, per quanto riguarda la terapia, è possibile intervenire con degli inibitori enzimatici, che agiscono sulla produzione di ormoni, o con farmaci alfabloccanti.

Di fatto, però, gli effetti collaterali previsti sono numerosi (vertigini, ipotensione, problemi di eiaculazione e di erezione). Un valido aiuto in questi casi può essere fornito da Prostamol, un integratore vegetale che agisce allo stesso modo degli inibitori enzimatici, andando, però, a ridurre notevolmente gli effetti secondari.

Ma nello specifico Prostamol a cosa serve? I principi attivi della Serenova Repens contenuti in tale prodotto svolgono un'azione antinfiammatoria, contrastano il dolore e favoriscono la corretta minzione. Nei casi più gravi di adenoma della prostata, invece, può essere necessario ricorrere all'intervento chirurgico, che viene stabilito dall'urologo, dopo tutti gli accertamenti del caso.

L'importanza della prevenzione
La cosa migliore è sottoporsi, dopo i 50 anni, a periodiche visite specialistiche, meglio se effettuate da un urologo. In questo modo, infatti, è possibile cercare di prevenire il manifestarsi di disturbi spiacevoli a livello della prostata, come l'ipertrofia prostatica benigna, appunto. Inoltre, la prevenzione è fondamentale, in quanto consente di verificare l'eventuale insorgenza di forme tumorali maligne, che potrebbero portare a conseguenze piuttosto gravi, soprattutto se non prese per tempo.

Di fatto, è fondamentale imparare a riconoscere i sintomi e rivolgersi al medico in caso di necessità, ovvero non lasciar passare troppo tempo, magari per vergogna. Del resto, provare fastidio a livello della vescica e della prostata, soprattutto in età avanzata, è normale, bisogna solo imparare ad intervenire al meglio. Anche perché, a volte, a differenza di quello che si potrebbe pensare, può essere sufficiente un trattamento non troppo invasivo o aggressivo.

Aids: a Bari grande adesione per la serata Open-test

BARI - Ieri, sabato 9 febbraio 2019, dalle ore 20 nel Centro Storico di Bari – Piazza del Ferrarese, ANLAIDS Sezione Lombarda ha organizzato “C'ha ditt u' dottor? Te fa’u’test!”, una serata all’insegna della prevenzione dalle infezioni sessualmente trasmissibili che ha offerto la possibilità di effettuare gratuitamente il test salivare rapido HIV, alla presenza di medici infettivologi in servizio presso Malattie Infettive del Policlinico Universitario di Bari. La serata è stata realizzata in collaborazione con Comitato Regionale A.S.C. PUGLIA (A.S.C. BARI - Attività Sportive Confederate) nella persona del Suo Presidente, Avv. Elena Cuccovillo, Clinica Malattie Infettive Policlinico di Bari diretta dal Prof. Gioacchino Angarano e insieme a Medici  con l'Africa – CuammBari, con il suo referente Dott. Francesco Di Gennaro, che hanno coordinato l’evento sul territorio.

“OPEN-TEST” è un progetto giunto alla sua seconda edizione e realizzato grazie al cofinanziamento ricevuto da M∙A∙C AIDS Fund nel 2018, arrivato per la prima volta in Puglia: 'C'ha ditt u' dottor? Te fa’u’test!” ha ricevuto il patrocinio della Regione Puglia e del Comune di Bari.

In Piazza del Ferrarese hanno fatto il test 150 persone, esaurendo così i kit salivari disponibili per la serata: chi non è riuscito ad accedere all’iniziativa ha prenotato la consulenza al Policlinico nei prossimi giorni. Dalle 8 di sera fino alle 3 del mattino la coda davanti allo spazio allestito da Analids è stata costante: "Non possiamo che ringraziare la città per la bellissima risposta” - commentano Carmine Falanga e Donatella Mainieri responsabili Anlaids di questo progetto - “grazie anche per l'attenzione mediatica e istituzionale che ci è stata riservata".

Il progetto OPEN-TEST - creato da Anlaids (Associazione Nazionale per la lotta contro l’Aids) Sezione Lombarda e cofinanziato da M∙A∙C AIDS Fund – sta affrontando con ogni mezzo la questione della prevenzione dell'HIV rendendo le persone consapevoli del loro status: con un focus particolare sulle categorie maggiormente  esposte al rischio di infezione e attraverso la promozione dell’esame,  considerato come la chiave per espandere la prevenzione, il trattamento e la cura, OPEN-TEST punta a diffondere la cultura del test HIV e ad aumentare la consapevolezza e la conoscenza delle persone a rischio infezione, portandole così a controllarsi regolarmente.

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