Visualizzazione post con etichetta Salute e benessere. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Salute e benessere. Mostra tutti i post

Occhio al nido di vespe in città: residenti preoccupati. Pericolo di shock anafilattico per allergici

LECCE - Un nido, sembrerebbe di vespe, in città. Accade in via San Domenico Savio, angolo via De Giorgi, quartiere Salesiani a Lecce nei pressi delle abitazioni e locali commerciali. Ci mancavano le vespe, ha commentato preoccupata una donna, residente nella zona, che ha segnalato allo “Sportello dei Diritti” la presenza da diversi giorni degli insetti.

L’allarme vespe, che ha fatto scattare la segnalazione presenta anche quest’anno il problema del come difendersi, e soprattutto da chi. In questo periodo di sciamatura sono tre i tipi di insetti pronti a infastidire, o peggio ancora a preoccupare seriamente: le api, le vespe i calabroni. Tutti tendono a nidificare nei posti più impensati, in particolare nelle tapparelle, nei cassonetti dell’immondizia e nei sottotetti. In questo caso, trattandosi di un nido sospetto, potrebbero essere vespe o calabroni, serve l’intervento di un veterinario interpellato dalla Asl.

Il consiglio è comunque, evidenzia Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, quello di essere sempre prudenti, soprattutto i soggetti allergici: in caso di puntura potrebbero andare incontro ad un potenziale shock anafilattico. Per rimuovere i nidi di vespe si può impiegare anche un’intera giornata: di giorno questi insetti abbandonano il loro nido e ritornano solo la sera. Le vespe sono quindi più difficili da prendere e, per giunta, pungono con maggiore facilità. Ora si spera in qualche intervento immediato.

Utilizzata al 'Fazzi' una tecnica innovativa ad 'onde d’urto' che demolisce le placche delle coronarie: è il primo caso in tutto il Sud Italia


LECCE - Si chiama "Shockwave", letteralmente sistema ad onde d'urto, la tecnica innovativa utilizzata per la prima volta nell’Unità operativa di Cardiologia Interventistica dell’Ospedale “Vito Fazzi” di Lecce.

La metodica è stata impiegata nei giorni scorsi su una paziente di 78 anni con molteplici fattori di rischio cardiovascolare e con una storia recente di angina da sforzo.  L’esame coronarografico aveva messo in evidenza un restringimento critico dell’arteria coronaria, con evidenti calcificazioni sul tratto prossimale. L’équipe di Cardiologia Interventistica, guidata dal dr. Giuseppe Colonna, ha quindi deciso di applicare la tecnica “Shockwave” tagliando un importante traguardo: è, infatti, il primo caso del genere eseguito in tutto il Sud Italia, da quando la tecnica è stata presentata per la prima volta a Parigi, al congresso PCR dal 22-25 maggio 2018.

La paziente è stata quindi sottoposta a trattamento percutaneo, una procedura mini-invasiva che evita l’intervento chirurgico, con l’esecuzione della tecnica “Shockwave” seguita da un’angioplastica tradizionale con l’impianto di stent multipli, particolari tubicini usati per riparare le arterie ostruite o indebolite. Il pre-trattamento con shockwave ha permesso di rimodellare la lesione calcifica e di trattarla agevolmente con l’angioplastica di routine con un ottimo risultato finale.

«La  tecnica – spiega il dr. Colonna - sfrutta il principio della litotrissia, già ampiamente utilizzato in urologia per il trattamento della calcolosi renale, e permette di trattare con semplicità e sicurezza le lesioni coronariche maggiormente calcifiche. Si tratta di placche molto dure, difficilmente dilatabili con i comuni palloni di angioplastica e con gli stents; tali placche richiedono metodiche particolarmente cruente ed aggressive come il Rotablator, una fresa che polverizza la placca calcifica, aumentando il rischio procedurale».

Si tratta di un catetere a palloncino, dotato di emettitori per litotrissia posizionati sulla lunghezza utile del palloncino, e di un generatore (collegato al catetere con un cavo di connessione) che viene utilizzato per attivare, tramite un pulsante, i cicli di litotrissia e quindi l’emissione delle onde d’urto che, in pratica, triturano le placche che ostruiscono l’arteria.

La nuova metodica che si avvale del sistema per litotrissia intravascolare coronarica, promette di fatto di rivoluzionare il trattamento delle lesioni coronariche calcifiche

«Con questa recente metodica la Cardiologia Interventistica del “Fazzi” - conferma il dr. Colonna - si appropria di un'ulteriore innovazione tecnologica incrementando le potenzialità di trattamento interventistico sulle lesioni più complesse e ponendosi all'avanguardia alla pari di centri italiani di eccellenza. Tali trattamenti sono peraltro possibili grazie all'utilizzo del nuovo angiografo di ultima generazione ormai a pieno regime da circa tre mesi».

Nella nuova sala angiografica si effettuano procedure sempre più complesse, impensabili fino a qualche anno fa, grazie alla perizia dell'équipe e dell'Heart Team (specialisti di emodinamica, cardiochirurghi e cardioanestesisti che operano insieme), ma soprattutto sfruttando le potenzialità tecnologiche di cui oggi dispone l’Unità operativa di Emodinamica e la possibilità, fornita dal secondo angiografo, di garantire una maggiore sicurezza per il paziente acuto in caso di avaria.

L’incremento quantitativo e qualitativo delle prestazioni si è registrato non solo per l'ambito coronarico (nel 2017 sono state eseguite 1881 procedure totali, più 9 per cento sul 2016, con 703 angioplastiche coronariche) ma anche per quello della patologia strutturale, come la valvulopatia aortica. In questo specifico campo d’intervento, quest'anno sono stati eseguiti un numero doppio di procedure di TAVI (l'impianto della valvola aortica attraverso catetere, senza fermare il cuore) rispetto allo stesso periodo del 2017.

Rete oncologica pugliese: oggi la partenza operativa

BARI - Oggi ha preso operativamente il via la Rete Oncologica Pugliese dopo l’insediamento dello scorso 11 maggio, con la riunione dell’Unità di Coordinamento Oncologico Regionale (UCoOR).

L’UCoOR è l’organismo che deve dare esecutività agli indirizzi strategici assegnati dalla Consulta Oncologica e cui compete il coordinamento e la gestione operativa delle attività e delle risorse finanziarie della ROP. Hanno diretto i lavori Giovanni Gorgoni - Commissario Straordinario dell’AReSS - che della Rete Oncologica è progettista ed Antonio Delvino - Direttore Generale dell’IRCCS “Giovanni Paolo II” che assume in quanto tale l’incarico di Presidente dell’UCoOR.

Erano presenti con diritto di voto le direzioni generali delle dieci aziende sanitarie pubbliche e dei tre enti ecclesiastici, e i quattro Coordinatori Operativi dei Dipartimenti Integrati Oncologici - Maiello, Moschetta, Pisconti e Di Rienzo - e, con funzioni di supporto tecnico-scientifico il Dott. Attolini e la Dott.ssa Graps di AReSS Puglia.

La base di partenza dei lavori odierni è stato il cronoprogramma dello scorso maggio.

In particolare sono stati costituiti i gruppi di lavoro che, nei tempi previsti dal crono programma, dovranno elaborare i seguenti documenti:

·         proposta del regolamento di funzionamento dell’Unità di Coordinamento;
·         linee guida per la costituzione e il funzionamento dei COrO (Centro di Orientamento Oncologico); si partirà con un numero di COrO stabilito sulla base di un rapporto con la popolazione di 1 ogni 250.000 abitanti, per giungere, a regime, ad un numero pari ad 1 ogni 125.000 abitanti; il COrO sarà il riferimento principale dei pazienti e dei professionisti per informazioni, orientamento, e presa in carico globale;
·         proposta del Piano di Rete;
·         criteri di costruzioni delle sottoreti di patologia (polmone, prostata, utero e colon) in analogia con quanto già fatto per il tumore del seno.

Nella stessa seduta è stato designato all’unanimità Gianmarco Surico, quale  Coordinatore Operativo Regionale della ROP, in considerazione della sua alta autorevolezza scientifica, delle sue competenze cliniche e della sua esperienza relazionale.

La Dr.ssa Patrizia Tesauro, dirigente medico dell’IRCCS Giovanni Paolo II ed esperta di sistemi qualità, è stata inoltre individuata per garantire il raccordo tra tutti i membri dell’UCoOR.

Nei prossimi mesi si procederà al reclutamento dello staff dell’UCoOR, già finanziato dal Dipartimento Salute con il precedente DIEF.

La riunione è stata aggiornata al 6 luglio, sempre presso l’IRCCS “Giovanni Paolo II” di Bari, sede ufficiale della Rete Oncologica Pugliese.

“Sembrava la cosa più complicata – ha detto il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano -  per lo stallo di oltre tredici anni e invece, in poco più di anno, abbiamo progettato la più complessa delle reti, in parte ispirandoci alle buone pratiche di altri e in parte integrando con specifiche organizzative tutte pugliesi.

E queste ultime rappresentano la parte più ambiziosa: entro fine anno saranno avviati i primi Centri di Coordinamento Oncologico che si incaricheranno di risposte complete ai malati, qualunque sia la natura del disagio che vivono - clinico, lavorativo, sociale, informativo e psicologico.

La designazione di Gianmarco Surico, quale Coordinatore Operativo regionale, arricchisce una rete già impreziosita delle professionalità dei quattro Coordinatori di area vasta. A loro va la mia gratitudine per l’onere non facile di dare gambe e anima a un organismo così complesso e l’augurio di buon lavoro”.

“Un altro e concreto passo avanti – dice infine il commissario Aress Giovanni Gorgoni - e soprattutto una condivisione motivazionale tra tutti i compimenti come raramente mi era capitato prima. Ma abbiamo la consapevolezza che siamo appena all’inizio e che la strada sarà solo in salita. Ora le risposte concrete: entro fine 2018 le sottoreti di patologia, con relativi centri di riferimento e PDTA, di polmone, seno, prostata, colon e utero. E il bando, a cura dell’IRCCS, per il sistema informativo della Rete Oncologica”.

Ipertensione arteriosa: sei pazienti su dieci non sono curati

ROMA – Il 60% degli europei affetti da ipertensione arteriosa non assume una terapia. Di questi pazienti appena uno su tre presenta livelli di pressione al di sotto dei valori di 140/90 mmHg. Questo avviene nonostante sia i medici che i malati abbiano a disposizione da molti anni farmaci efficaci e ben tollerati e dispongano di strumenti assai precisi per la diagnosi. Per invertire questa tendenza l’European Society of Hypertension (ESH) insieme alla European Society of Cardiology (ESC) ha preparato una nuova edizione aggiornata delle Linee Guida per la diagnosi e il trattamento dell’ipertensione arteriosa.

Una prima presentazione del documento è avvenuta a Barcellona durante il Congresso 2018 dell’ESH che si è svolto nella città catalana dall’8 all’11 giugno e la registrazione completa di questo evento è disponibile sul portale on line della Società (www.eshonline.org). “L’ipertensione continua a essere la prima causa di mortalità e di sviluppo di gravi malattie cardiovascolari e renali in tutto il mondo - afferma il prof. Enrico Agabiti Rosei, Past President dell’ESH -. E questo fenomeno interessa sia i Paesi in via di sviluppo che quelli industrializzati. I principali motivi che impediscono una buona gestione dell’ipertensione sono l’inerzia del medico, la scarsa aderenza alle cure da parte dei pazienti e l’insufficiente utilizzo di terapie di combinazione. L’ipertensione nella maggioranza dei casi è provocata da diversi meccanismi e fattori che interagiscono tra di loro. Per contrastarla è necessario l’uso simultaneo di più farmaci. Le Linee Guida consigliano nella maggioranza dei casi di iniziare il trattamento con terapie di combinazione di farmaci in dosi predefinite. Avere due o più molecole nella stessa compressa presenta degli indubbi vantaggi in termini di efficacia e favorisce l’assunzione regolare e continua dei farmaci, ovvero una maggiore persistenza e aderenza alla terapia”.

Fondamentali obiettivi del nuovo documento dell’ESH sono riuscire a controllare la pressione in un più ampio numero di persone e ottenere valori pressori più bassi rispetto alle precedenti indicazioni. La pressione arteriosa dovrebbe essere ridotta al di sotto di 130 mmHg nei pazienti adulti e al di sotto di 140 mmHg nei pazienti anziani (con più di 65 anni e anche sopra gli 80 anni se in buone condizioni di salute), purché non vi siano effetti collaterali legati alle terapie. “Anche nelle forme più lievi viene raccomandato il trattamento farmacologico - aggiunge il prof. Giuseppe Mancia, dell’Università Milano-Bicocca e co-Chairman delle Linee Guida, coordinatore di una Task Force composta, oltre che dal prof. Agabiti Rosei, da altri venti specialisti europei -. E’ dimostrato da alcuni studi scientifici che maggiore è la riduzione della pressione più grande è il vantaggio addizionale che riusciamo a garantire ad un paziente. Tra le altre raccomandazioni vi è anche l’incremento dei controlli della pressione al di fuori degli studi medici. Come alternativa suggeriamo la misurazione a domicilio o il monitoraggio ambulatoriale per 24 ore. In questo modo si può confermare con maggiore precisione la prima diagnosi che solitamente viene effettuata dal medico di famiglia. Inoltre si riesce a individuare più facilmente le così dette forme di ipertensione da “camice bianco” o “ipertensione mascherata””.

Le Linee Guida presentano alcuni capitoli specifici dedicati allo screening dell’ipertensione secondaria e ai trattamenti specifici delle emergenze ipertensive e a quelli riservati ad alcune particolari categorie di persone: donne in gravidanza, bambini, pazienti con altre patologie croniche come diabete o insufficienza renale, con complicanze cardio- e cerebro-vascolari. “Il documento dell’ESH ribadisce anche l’estrema importanza della valutazione del danno d’organo iniziale - conclude il prof. Agabiti Rosei -. E’ un aspetto che da sempre riveste particolare rilevanza nelle linee guida europee rispetto a quelle statunitensi. Siamo, infatti, convinti che i danni precoci, asintomatici, causati dall’ipertensione a organi come cuore, reni o cervello determinino un rischio globale molto elevato. Il danno iniziale può regredire grazie alle terapie e questo miglioramento può consentire una minore incidenza di tutte le patologie cardio-vascolari”.


Salute: a Bari il convegno sulle biotecnologie per le patologie del ginocchio

BARI - Ortopedici e fisiatri, fisioterapisti e medici dello sport, specializzandi e studenti della facoltà di Scienze motorie di tutto il sud Italia per una giornata organizzata dalla Società italiana artroscopia (SIA). Il tema è quello delle Biotecnologie applicate al ginocchio. Un importante appuntamento scientifico che ha lo scopo di fare il punto sulle moderne biotecnologie applicate soprattutto ai traumi della cartilagine, ai menischi e ai legamenti del ginocchio.

Organizzato dalla Società italiana artroscopia, il convegno si terrà sabato 16 giugno a Villa Romanazzi Carducci. Si tratta di uno dei più rilevanti appuntamenti scientifici nel panorama italiano con la presentazione di numerose case history e l'approfondimento di tutti i nuovi concetti alla base dei trattamenti conservativi e di quelli chirurgici più innovativi, oltre che dei nuovi approcci alla riabilitazione.

Le relazioni che si alterneranno - durante la giornata di studio - avranno lo scopo di mettere in evidenza la possibilità di trattare le lesioni della cartilagine del ginocchio, non più esclusivamente con le protesi, ma con un nuovo approccio "biologico" conservativo, ovvero utilizzando biomateriali costruiti in laboratorio che creano un "habitat" favorevole alle cellule per riprodursi e ricostruire il tessuto compromesso.

Nel corso del congresso sono previsti due momenti di proiezione di interventi chirurgici in diretta dalla sala operatoria del Policlinico di Bari. Durante il primo intervento si potranno osseravare gli specialisti mentre praticano la ricostruzione della  cartilagine del condilo femorale con "scaffold tridimensionale". Nel ssecondo intervento, invece, i chiurghi in sala operatoria effettueranno una ricostruzione di legamento crociato anteriore con trapianto artificiale lars.

"In questa giornata - spiega Lorenzo Moretti, medico specialista nel reparto di Ortopedia del Policlinico e presidente del congresso - passeremo in rassegna tutte le novità che la bio-ortopedia ci fornisce per evitare interventi 'demolitivi' che in passato erano routine".

"Questo tipo di chirurgia - aggiunge Giovanni Vavalle, primario di ortopedia della clinica Santa Maria e presidente del congresso con Moretti - non è praticata da tutti i centri. Le indicazioni sono ristrette a quella ormai crescente fascia di pazienti attivi e sportivi amatoriali che riportano lesioni focali, un tempo trattate con chirurgia 'demolitiva'".

Non mancherà una sessione di ecografia applicata all'ortopedia seguita da prove pratiche gratuite che farà da apripista al master Ecotho che avrà inizio a settembre.

Al termine della giornata di studio, infine, ci sarà una novità per i colleghi più giovani. Quest'anno, infatti, la SIA ha dato vita alla LIGA - Lega Italiana Giovani Artroscopisti. Si tratta di una competizione nazionale destinata a tutti i medici chiururgici unsder 45 specialisti in ortopedia e traumatologia e agli specializzandi, iscritti alla Sia. Un campionato nazionale che coinvolgerà 5 specialisti e altrettanti specializzandi provenienti da ogni regione. A Bari si terrà la fase regionale della LIGA. Duecento i partecipanti che si sfideranno con test a quiz per passare il turno; in trenta andranno alla successiva fase "zonale" e avranno la possibilità di incontrare gli opinion leader dei centri ortopedici più importanti di tutta Italia. Solo otto accederanno alla finale, in programma a Monaco, e che li vedrà protagonisti nei cadaverlab (iscrizioni durante il congresso; info su www.siaonline.net).

"Lavorando con la SIA come responsabile under 45 - ha spiegato Moretti, ideatore di questo progetto -  ho capito che esiste una grande necessità di avvicinare i giovani all'artroscopia. Il format che abbiamo pensato - conclude - mette insieme competizione ed educational , creando una rete nazionale tra i vari centri universitari e non".

L'evento è inserito nel piano formativo annuale per l'ECM con 4,9 crediti formativi. L'iscrizione è gratuita. 1 CFU per gli studenti del corso di laurea in Scienze delle Attività Motorie e Sportive. Info su: www.siaonline.net

Uova contaminate: trovati quindici pesticidi vietati in quelle biologiche

ROMA - Nuove ombre si addensano sui controlli sanitari degli allevamenti di pollame dopo lo scandalo delle uova al Fipronil diffusosi a partire dall’agosto dello scorso anno e segnalato per primo in Italia dallo “Sportello dei Diritti”, quando si riteneva che fosse limitato a quelle commercializzate solo in alcuni paesi del Nord Europa. Com’è noto dopo la diffusione della notizia, decine di milioni di uova sono state distrutte e rimosse dai supermercati di tutta Europa e mezzo mondo, fino a raggiungere persino Hong Kong. Ma questo scandalo, potrebbe essere la cosiddetta "punta dell'iceberg".

Perché per Foodwatch, la nota associazione dei consumatori con base in Germania, quello del Fipronil è solo una piccola parte di un più ampio problema che riguarda gli allevamenti di uova in Europa. L'organizzazione attiva per la tutela del "cibo sano, onesto e sicuro" ha rilasciato sabato una serie di report d’ispezione del supervisore Skal Biocontrol, ente olandese che certifica i prodotti biologici, che ha riguardato 250 allevamenti di uova biologiche, che vanno dal gennaio 2016 al febbraio 2018. Mentre i rapporti pubblicati fino all'estate scorsa stabiliscono che le aziende agricole hanno soddisfatto i requisiti biologici, nuove "ispezioni mirate" sono state condotte dallo Skal a partire dal 2017, dopo lo scandalo delle uova contaminate e la chiusura delle aziende agricole nei Paesi Bassi. È la conseguenza di queste indagini, ha rivelato l'uso di fipronil e altri prodotti vietati, afferma l'associazione.

Tra gli insetticidi o disinfettanti riscontrati vi sarebbero MenthoBoast, MiteClean, CID 20, Kilcox, VIROCID, Inciprop Extra, Kickstart, e M50Q Macrodes, il cui uso non è consentito dal Consiglio olandese per la autorizzazione di prodotti fitosanitari e biocidi. "Sembra che le ispezioni regolari prima della crisi del fipronil siano state piuttosto superficiali", ha dichiarato la ricercatrice di Foodwatch Corinne Cornelisse, citata dall'agenzia di stampa olandese ANP. "Gli ispettori hanno fallito, sono venuti in tutte le aziende e avrebbero dovuto notarlo." L'organizzazione chiede un'audizione da parte del ministro per l'agricoltura e la qualità alimentare Carola Schouten nella camera bassa del parlamento. "Se il controllo non migliora, prevediamo un altro scandalo alimentare", ha dichiarato Foodwatch. L'autorità di controllo Skal non era disponibile sabato sera a rilasciare dichiarazioni. I risultati dell'indagine della commissione speciale sullo scandalo del fipronil nei Paesi Bassi dovrebbero essere pubblicati a fine giugno, secondo l’olandese RTL Nieuws.

In attesa di questi nuovi dati, un elemento certamente desta preoccupazione e riguarda la superficialità dei controlli precedenti all’emergere dello scandalo delle uova al fipronil, rileva Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”. Superficialità che ha consentito, nei fatti, l’utilizzo di una serie di prodotti chimici di vario tipo che, purtroppo, sono assorbiti negli alimenti che utilizzano ovoderivati e che quindi potenzialmente possono incidere sulla salute dei cittadini. È chiaro, quindi, che gli organi deputati ai controlli di tutta Europa, non si possano più permettere di abbassare la guardia ma, allo stesso tempo, la cittadinanza tutta deve conoscere gli esiti delle indagini già svolte per avere piena contezza delle sostanze sinora utilizzate negli allevamenti.

Come avere una temperatura ottimale nella propria casa con una caldaia a gas

Durante tutto l’anno si cerca di risparmiare il più possibile sulla bolletta dell’elettricità e del gas, ma, per ovvi motivi, non sempre si riesce. Ad esempio, in inverno, quando il riscaldamento viene acceso per molte ore, e quindi la vostra caldaia a gas continua a produrre calore per un lasso di tempo molto lungo, non è facile risparmiare.

Dunque, per evitare di spendere troppo e di ricevere bollette salate, si possono seguire alcuni semplici consigli che, nella maggior parte, consistono in piccoli accorgimenti che possono fare la differenza. La caldaia a gas, ad esempio, è un tipo di caldaia tradizionale molto diffuso sia nelle abitazioni, che negli uffici, nei negozi o in edifici adibiti a showroom. In questi ambienti, normalmente, il riscaldamento viene tenuto acceso per molte ore ed è perciò necessario ricorrere a qualche stratagemma per risparmiare sulla bolletta.

Negli edifici in cui l’impianto di riscaldamento è centralizzato, i termosifoni vengono accesi solo ed esclusivamente durante il range di ore stabilito dal proprio comune. Ovviamente, nel nord Italia il riscaldamento centralizzato partirà prima rispetto che al sud Italia, dove, ad esempio, a settembre fa ancora abbastanza caldo.

In altri posti, al contrario, verso la metà di settembre inizia pienamente la stagione autunnale, con un sensibile calo delle temperature: sulla base di ciò, vi sono leggi comunali e nazionali che permettono di regolare la temperatura all’interno di quegli immobili provvisti di riscaldamento centralizzato, senza gravare eccessivamente sulle spese del consumo di energia e, quindi, sulle bollette.

Un’altra domanda da porsi è la seguente: qual è la temperatura ottimale da avere nella propria casa, così da ottenere un discreto margine di guadagno sulle bollette? A questo proposito, bisogna fare alcune precisazioni: come prima cosa, bisogna accertarsi che la propria caldaia tradizionale riporti la classificazione da A+ a G e, se la classificazione è A o A+, allora il risparmio di energia sarà massimo, mentre, se la caldaia riporta una classificazione inferiore a quella A, allora il consumo sarà maggiore.

Inoltre, il risparmio di energia dovrebbe essere uno dei punti cardine per puntare alla salvaguardia dell’ambiente. Per questo motivo, vi devono essere da parte degli utenti, degli accorgimenti e delle accortezze mirate anche ad un corretto mantenimento della temperatura all’interno della propria casa. In un’abitazione, infatti, non tutti gli ambienti vengono vissuti allo stesso modo, ed è per tale ragione che bisognerebbe regolare i propri impianti di riscaldamento in modo da far raggiungere diverse temperature all’interno di specifiche stanze.

Secondo l’OMS (ovvero, l’Organizzazione Mondiale della Sanità), la temperatura ottimale da mantenere nella propria casa è di 21°. Inevitabilmente, però, vi sono alcuni ambienti della casa che raggiungono una temperatura più o meno elevata a seconda del modo in cui vengono vissuti. Ad esempio, la cucina dovrebbe essere riscaldata in modo diverso, a causa della presenza del forno e dei fornelli: per tale motivo, la temperatura ottimale da tenere in questa stanza è quella di 18°.

Il soggiorno, a differenza della cucina, non è riscaldato da altre fonti di calore, ma non si può certo negare che sia l’ambiente più vissuto di tutta la casa. In generale, questa è la zona in cui tutta la famiglia trascorre il suo tempo libero e, di conseguenza, è consigliabile che la temperatura della casa si aggiri intorno ai 20°.

La zona notte, invece, richiede una temperatura inferiore a quella del soggiorno e della cucina, e, in tal caso, la temperatura consigliata è di 16°. Questo per tutelare appieno la salute perché, se nella propria camera da letto vi sono delle temperature troppo elevate, allora potrebbero insorgere, ad esempio, problemi di circolazione o di respirazione. Lo stesso vale anche quando vi sono bambini o neonati presenti nelle abitazioni. In questo caso è consigliabile mantenere una temperatura che si aggira intorno ai 18°-19° (di notte) e 20°-21° (durante il giorno), così da evitare che il caldo eccessivo possa essere un rischio per la salute dei più piccoli.

Inoltre, per far riscaldare la casa più velocemente, è consigliabile far arieggiare la stanza per qualche minuto, sia la mattina appena alzati e sia la sera prima di andare a letto, mantenendo un’umidità che si aggira intorno al 45-50%. In genere, l’umidità è un altro importante fattore che aiuta a mantenere all’interno della propria abitazione la temperatura ideale.

Se il tasso di umidità è troppo alto, raggiungendo così un livello che va oltre l’80%, allora possono insorgere problemi per il nostro corpo, sia in caso di caldo sia di freddo, facendo percepire una temperatura troppo alta nel primo caso, ovvero facendo percepire un caldo afoso, e una temperatura molto bassa nel secondo caso, facendo così percepire un freddo umido. In egual modo, se l’umidità scende sotto il 20%, quindi se è troppo bassa, l’aria diventa troppo asciutta e può causare problemi alle vie respiratorie, rischi di infiammazione, fastidio a respirare e a produrre la saliva.

Si parlerà di naso, non ‘a naso’ ma a Naso, per garantire il nostro benessere

di VITTORIO POLITO -  Si svolgerà a Naso (Messina) dal 5 all’8 settembre 2018 il Congresso Nazionale Inter-Accademico di Rinologia e Citologia Nasale. Si dice "avere naso" per indicare una dote preziosa che non tutti possono vantare. Eppure, a dispetto di ciò, il nostro organo olfattivo, strumento principe dell’esistenza dal momento che consente il respiro, è spesso dimenticato e ridotto al rango di Cenerentola del corpo umano.

“Avere il naso chiuso, associato o meno a starnuti, con effluvio nasale e prurito è molto fastidioso, tanto da compromettere la qualità di vita sia di giorno e, soprattutto di notte, impedendo un ottimale riposo con le conseguenti ridotte prestazioni scolastiche e lavorative - spiega Matteo Gelardi, noto otorinolaringoiatra e citologo nasale del Policlinico di Bari nonché Presidente dell’Accademia Italiana di Rinologia. Il naso è al centro, oltre che del viso, di numerose discipline specialistiche quali allergologia, pediatria, pneumologia, infettivologia, chirurgia plastica e persino medicina legale; infatti, uno studio ha dimostrato che si può stabilire il momento del decesso nelle prime 12 ore, dal funzionamento delle cellule ciliate del naso che sopravvivono per molte ore alla morte dell’individuo”.

Secondo gli ultimi dati presentati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’inquinamento atmosferico mondiale rappresenta, in tutto il mondo, il 17% di tutti i decessi e malattie da infezione respiratoria inferiore acuta. L’organo più esposto all’inquinamento dell’aria è proprio il naso a cui è affidato il compito di cercare di limitare l’impatto dell’inquinamento filtrando l’aria: ogni giorno il naso filtra circa quindicimila litri di aria, funzione essenziale per consentire all’aria, e all’ossigeno in essa contenuto, di raggiungere i polmoni. Sempre l’OMS prefigura che, nel 2020, il 50% dei bambini italiani sarà allergico, e sarà necessario essere pronti ad affrontare queste problematiche visto l’impatto di queste alte percentuali. Purtroppo fino a pochi anni fa si pensava che il naso fosse un organo di secondo livello tanto che nell’ambito della branca dell’otorinolaringoiatria era considerato la ‘Cenerentola’ delle specializzazioni. La conferma? Per l’orecchio esiste una scuola di specializzazione che si chiama ‘audiologia’, per la laringe una scuola di specializzazione che si chiama ‘foniatria’ per il naso non è mai stata creata una scuola di specializzazione ad hoc. Eppure è un dato di fatto che nessuno sta bene con il naso chiuso o sofferente.

“Il naso che non ventila bene è un naso che s’infetta e infetta le zone limitrofe, quindi i seni paranasali, provocando rinosinusiti, e l’orecchio medio con conseguenti otiti. La terapia deve essere mirata e oggi sono disponibili dispositivi medici o farmaci in grado di nebulizzare e veicolare il farmaco attraverso le cavità nasali con ottimi benefici terapeutici. Da non dimenticare che strettamente legato all’attività nasale, c’è anche l’olfatto, che rappresenta un essenziale sistema di allarme: per esempio sentire puzza di bruciato o non sentirla è fondamentale per proteggere se stessi e gli altri”, conclude Gelardi.

L’olfatto, l’organo dell’odorato, stimolato da oltre cinquemilioni di cellule che eccitano le terminazioni nervose e invitano il cervello alla decodifica del tipo di fragranze, è l’organo di senso preposto alla funzione specifica della percezione degli odori. Va considerato che l’uomo primitivo affidava all’odorato compiti importantissimi, come la ricerca del cibo, la difesa dai pericoli, l’eccitazione dell’appetito sessuale, ecc.

Per ridare il giusto valore e la giusta considerazione a questo organo si terrà, dal 5 all’8 settembre 2018, a Naso, in provincia di Messina, il primo Congresso Nazionale Inter-Accademico delle Accademie di Rinologia e Citologia Nasale. Ma la città di Naso non è stata scelta “a naso”, infatti vi sono una serie di convergenze: San Cono è il Santo protettore dei Rinologi ed è anche il santo Patrono di Naso, ridente cittadina di 4000 anime, situata a 500 mt sopra il livello del mare in provincia di Messina; è interessante notare che nello stemma della città di Naso sono disegnati sia il naso che le orecchie che potrebbe essere considerata come la prima descrizione dell’unità rino-tubarica. Ma non solo, la chiesa di San Cono si trova di fronte alla chiesta di San Biagio, il Santo protettore della gola e degli otorinolaringoiatri. Alla luce di tali scoperte possiamo dire che la città di Naso è sicuramente il luogo della spiritualità dell’otorinolaringoiatria.

Usa, epidemia da Cyclospora colpisce oltre 98 persone in quattro stati

STATI UNITI - Secondo quanto segnalato dalla FDA e il Dipartimento di Sanità Pubblica dell'Illinois negli Stati Uniti decine di persone sono state colpite da un’infezione parassitaria legata molto probabilmente al consumo di prodotti ortofrutticoli freschi. A dare l’allarme sono stati i centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie. La maggior parte delle intossicazioni da Cyclospora cayetanensis, questo il nome dell’agente patogeno che avrebbe causato l’infezione, è stata individuata nell' Illinois e Indiana.

“Solitamente questo tipo di parassita si trova in frutta, verdura ed erbe aromatiche coltivate nelle regioni tropicali e subtropicali, ha dichiarato l’epidemiologo statunitense Barbara Herwaldt. Sinora è stato scoperto che i prodotti da 28 once di verdure fresche e pre-tagliate imbustate a marchio Del Monte, contengono tracce di questo parassita, perciò sono stati associati a quello che i funzionari chiamano "cluster di ciclosporia". Le confezioni di verdure fresche e pre-tagliate imbustate, sono state vendute presso una varietà di rivenditori, tra cui Kwik Trip, Demond's, Sentry, Country Market e Peapod e hanno una scadenza minima di conservazione del 17 giugno o precedente. Le confezioni di verdure miste contengono broccoli, cavolfiori, carote e aneto.

La buona notizia, evidenzia Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, è che l’infezione è facilmente curabile con antibiotici prontamente disponibili. La maggior parte delle persone con un sistema immunitario sano e forte, possono riprendersi dall’intossicazione senza sottoporsi ad alcun trattamento. Le persone anziane e quelle con un sistema immunitario debole, invece, potrebbero subire conseguenze peggiori e guarire molto più lentamente. Questa contaminazione viene causata dall’ingestione di cibo o acqua contenente il parassita unicellulare Cyclospora cayetanensis, troppo piccolo per essere rilevato ad occhio nudo.

I sintomi che accompagnano il malessere includono diarrea acquosa, vomito e dolori muscolari e, solitamente, si manifestano entro alcuni giorni dal consumo del cibo contaminato. A titolo precauzionale, le autorità sanitarie americane hanno invitato le persone a prestare particolare attenzione alle misure igieniche suggerendo, per esempio, di lavare accuratamente le mani e i prodotti ortofrutticoli stessi prima di mangiarli. In ogni caso, il lavaggio o altri processi di pulizia potrebbero non essere sufficienti per eliminare il parassita dai prodotti freschi o altri alimenti crudi, mentre la cottura è di solito garanzia di igiene, secondo la FDA.

Sigarette elettroniche: la classifica dei migliori e peggiori paesi dove 'svapare'

ROMA - In Thailandia si può essere arrestati perché si possiede una sigaretta elettronica, persino se si viene da un altro Paese. Lo abbiamo già detto, ma lo ripetiamo perché proprio in questi giorni è stata presentata una ricerca al Global Nicotine Forum che si chiude oggi a Varsavia. L'indagine è stata condotta chiedendo alle organizzazioni che fanno parte dell'International Network of Nicotine Consumer Organisations di 'nominare' i cinque peggiori Paesi dove 'svapare' e i cinque migliori. La Thailandia ha "vinto" con 33 menzioni, mentre al secondo posto si è piazzata l'Australia, dove è vietata la vendita delle e-cig che contengono nicotina.

"La Thailandia ha un approccio draconiano con i turisti e la popolazione locale, che vengono regolarmente arrestati per 'vaping' - spiega Asa Ace Saligupta dell'organizzazione End Cigarette Smoke Thailand -. La Polizia spesso perquisisce le auto ai posti di blocco cercando e-cig e poi le usa per estorcere le multe". Gli stati migliori dove poter svapare sono la Gran Bretagna, che ha la legislazione più permissiva e dove usano questi dispositivi tre milioni di persone, seguita da Germania e Francia.

"Quattro anni fa la Gran Bretagna stava cercando di bandire totalmente le e-cig - spiega Gerry Stimson della charity New Nicotine Alliance -. Oggi ha tre milioni di svapatori, e come conseguenza positiva vi è una netta riduzione del numero dei fumatori tra i britannici". Forse è l’unico dato positivo, rileva Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti” associazione che comunque ha più volte sottolineato i potenziali pericoli connessi all’utilizzo delle sigarette elettroniche. Ovviamente l’unica sicurezza per i cittadini è il non fumare proprio.

Milioni di uova contaminate dall'antibiotico lasalocid: allerta massima in Europa

ROMA - Un nuovo capitolo si aggiunge allo scandalo europeo delle uova di gallina contaminate al fipronil che era stato segnalato in Italia dallo “Sportello dei Diritti”, già a partire dal 1 agosto dello scorso anno. Milioni di uova contaminate sono state ritirate dai supermercati e dai magazzini in Germania, Paesi Bassi e Polonia dopo che sono stati rilevati elevati livelli dell'antibiotico "Lasalocid". Il servizio veterinario polacco venerdì, infatti, ha richiamato circa 4,3 milioni di uova contaminate dall'antibiotico, pochi giorni dopo che le uova olandesi sono state richiamate dagli scaffali dei supermercati in Germania.

Il capo del servizio veterinario polacco Pawel Niemczuk ha dichiarato che il farmaco è stato aggiunto "erroneamente" al mangime somministrato alle galline ovaiole in una fattoria vicino a Poznan. "Il mangime per polli da ingrasso (che utilizza legalmente l'antibiotico) è stato erroneamente dato alle galline ovaiole", ha inoltre aggiunto. Martedì scorso le autorità tedesche hanno ritirato circa 73.000 uova olandesi dagli scaffali dei supermercati dopo che sono stati trovati contaminati dal fipronil, lo stesso insetticida che ha provocato un enorme spavento alimentare lo scorso anno. Il ministero dell'agricoltura della Bassa Sassonia ha affermato che il lotto di uova contaminate proveniva da una fattoria biologica nei Paesi Bassi, ma ha insistito che non vi era alcun pericolo per la salute umana.

Lo spavento ha ravvivato i ricordi dello scandalo del fipronil dello scorso anno, quando milioni di uova contaminate con l'insetticida sono state distrutte in 45 paesi in tutto il mondo. Secondo un rapporto della Soil Association, la maggiore organizzazione inglese che si occupa di agricoltura biologica, il 20% del pollame e il 10% delle uova presenti sul mercato europeo, conterrebbero tracce dell'antibiotico "Lasalocid", molto dannoso per la salute umana. Il farmaco anti-microbico, usato per controllare i parassiti intestinali nel pollame, è altamente tossico e può provocare tumori, malformazioni e attacchi cardiaci. A rischio sarebbe, secondo l'associazione, anche polli e uova italiane.

Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, chiede ai ministri della Sanita' e delle Risorse Agricole maggiori controlli negli allevamenti industriali del nostro Paese e propone la sospensione cautelativa in Italia dell'uso degli antibiotici denunciati dalla Soil Association, in attesa di ulteriori ricerche che ne escludano la tossicita' per la salute umana.

Policlinico di Bari: Ruscitti delibera nuove assunzioni OSS per Policlinico e Giovanni XXIII

BARI - Il commissario straordinario del Policlinico di Bari Giancarlo Ruscitti ha deliberato l’assunzione a tempo indeterminato mediante mobilità regionale ed interregionale di 132 operatori socio sanitari  (OSS) con contratto  sanità pubblica a seguito dell’istituzione di nuovi 119 posti di OSS, di cui 98 per il Policlinico di Bari e 21 per l’Ospedale Giovanni XXII.

In particolare le assunzioni sono state consentite attraverso la creazione di 119 nuovi posti OSS per sopperire alla necessità di avere a disposizione tali figure per garantire il necessario supporto al personale infermieristico, alle Unità Operative con elevata intensità assistenziale e in quelle del sistema emergenza/urgenza.

"Si tratta – spiega il Commissario Straordinario Ruscitti – di ridefinire e potenziare la dotazione organica delle due aziende secondo la strategia che la direzione generale e sanitaria stanno applicando per garantire un elevato supporto assistenziale alle unità operative che richiedono un numero ampio di operatori come le terapie intensive e sub intensive, i centri trapianti e nelle degenze. Per questo abbiamo istituito altri 119 posti di OSS ossia di personale direttamente impegnato nella cura e nell' assistenza del paziente".

Con l’ampliamento dei posti così come previsto dalla nuova dotazione organica dei 119 OSS, il Policlinico avrà a disposizione 266 operatori mentre l’ospedale Giovanni XXIII 31: si tratta comunque di modifiche dei posti della dotazione organica riguardante lo stesso accorpamento di personale che non comporta, tra l’altro, nessun aumento di spesa.

Asma grave, Lecce: al via nell'Asl uno studio per l’istituzione del Registro nazionale

LECCE - E’ un «esercito» di 43mila persone quello che nella nostra provincia soffre di ASMA. Perciò la Asl di Lecce ha aderito convintamente allo studio osservazionale proposto dal progetto per l’istituzione del Registro Nazionale Asma Grave.

Il progetto, unico in Italia, è promosso dall’Associazione Italiana Pneumologi Ospedalieri (AIPO) e dall’Associazione Allergologi Immunologi Italiani Territoriali e Ospedalieri (AAIITO) ed è stato presentato a Milano nel dicembre scorso.

Attraverso la raccolta dei casi seguiti sarà possibile fenotipizzare i pazienti, ossia attribuire il corretto fenotipo e quindi poter scegliere la terapia biologica più adeguata per ciascun paziente.

Inoltre, sulla base dei parametri biologici, si possono seguire nel tempo i pazienti non responsivi a terapia, quindi avviare studi clinici mirati a comprendere meglio la patologia. Una terapia personalizzata dell’Asma che va regolata sulla base del livello di gravità della malattia.

Lo studio osservazionale, non interventistico, nella Asl di Lecce, è stato autorizzato dal Comitato Etico e dalla direzione generale, il 4 giugno scorso.

Responsabile principale dello studio è il Dr. Lionello Muratore, primario di Allergologia e Immunologia Clinica al “Vito Fazzi”, affiancato dal Dr. Domenico Toraldo, pneumologo presso il Centro di Riabilitazione cardio-respiratoria di San Cesario di Lecce.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Asma e l’Asma grave sono malattie molto complesse. Motivo per cui è importante saper identificare i vari fenotipi di malattia al fine di prescrivere una terapia sempre più personalizzata.

Gli specialisti definiscono l’Asma grave quando richiede trattamenti farmacologici a dosaggi elevati per lungo tempo con risultati clinici scarsi e inefficaci.

Nella provincia di Lecce, evidenze statistiche hanno stimato che le persone (di età superiore ai 15 anni) affette da Asma normale sono circa 43mila (pari al 6,1% della popolazione). Più colpite le donne (23.400 - pari al 6,6%) rispetto agli uomini (19.500 – pari al 5,5%).   L’Asma grave invece colpisce nel Leccese circa 2200 – 4200 persone (5-10%).

Studio shock: i pesticidi possono causare il morbo di Parkinson

ROMA - Una ricerca pubblicata recentemente sul FASEB Journal, ha rilevato che anche bassi livelli di pesticidi possono portare allo sviluppo del morbo di Parkinson in coloro che sono a rischio di sviluppare la condizione. I pesticidi come il paraquat, il maneb e il rotenone hanno in precedenza dimostrato di avere un effetto sul morbo di Parkinson, ma gli ultimi studi rivelano come hanno un effetto, e sono stati effettuati anche in condizioni che imitano più da vicino la fisiologia umana. Scott Ryan, professore nel Dipartimento di Biologia Molecolare e Cellulare dell'Università di Guelph, spiega che questo studio è applicabile ai casi umani.

"Siamo tra i primi a indagare su ciò che sta accadendo all'interno delle cellule umane", spiega, mentre la maggior parte degli studi sul legame tra pesticidi e Parkinson in passato si basava su studi sugli animali. Il team di ricerca ha utilizzato cellule staminali umane con una mutazione nel gene α-sinucleina, che è associato a un aumento del rischio di Parkinson e le ha trasformate in neuroni produttori di dopamina (le cellule colpite nel cervello di pazienti con malattia di Parkinson). I ricercatori hanno scoperto che quando i neuroni produttori di dopamina sono esposti ai pesticidi, producono ossido nitrico (NO), che impedisce il movimento dei mitocondri verso le aree della cellula nervosa dove è più necessario.

L’NO è coinvolto nella modificazione di strutture chiamate microtubuli che trasportano normalmente i mitocondri intorno alla cellula. Una mancanza di trasporto mitocondriale significa che non viene prodotta abbastanza energia per mantenere la cellula. La causa esatta del morbo di Parkinson è ancora sconosciuta, ma sappiamo che può svilupparsi a causa della morte dei neuroni che producono dopamina in certe aree del cervello, e quindi della mancanza di dopamina in queste aree. La conseguente mancanza di energia mitocondriale causa la morte del neurone, portando al morbo di Parkinson. La dose di pesticidi a cui erano esposti questi neuroni era in realtà inferiore al livello di effetto osservato più basso precedentemente pensato. Le persone con una predisposizione per il morbo di Parkinson sono più colpite da queste esposizioni di basso livello agli agrochimici e quindi più propense a sviluppare la malattia ".

I risultati dimostrano che con alcune leggi attuali, le persone possono ancora sviluppare una probabilità molto probabile di sviluppare la malattia di Parkinson dopo l'esposizione a questi pesticidi, se hanno determinate mutazioni che danno loro un rischio più elevato. La produzione di ossido nitrico può essere fermata o rallentata dall'uso di inibitori NOS. Queste sono molecole che inibiscono gli enzimi che generano l'ossido nitrico. Questo studio ha utilizzato l'estere metilico Nω-nitro-L-arginina inibitore del NOS per fermare gli effetti del pesticida.

Al di là della certezza o meno dei risultati dello studio che sicuramente meritano un approfondimento, per Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, occorre comunque un abbassamento normativo delle soglie massime di pesticidi in agricoltura e la sostituzione degli stessi con tecniche meno invasive dal punto di vista chimico. Solo in questo modo è possibile eliminarne ogni effetto negativo anche potenziale.

Società italiana di pediatria: un avviso importante per mamma e papà




Cari genitori, aprite gli occhi. No a smartphone e tablet prima dei due anni, durante i pasti e prima di andare a dormire: è l'appello lanciato dalla Società italiana di pediatria, che per la prima volta pubblica un documento ufficiale sull'utilizzo di cellulari e altri dispositivi elettronici da parte dei bambini da 0 a 8 anni di età. Tra le altre linee guida, viene raccomandato di limitarne l'uso a massimo un'ora al giorno nei bimbi tra i 2 e i 5 anni e al massimo due ore al giorno per quelli tra i 5 e gli 8 anni.

In Italia otto bambini su dieci tra i 3 e i 5 anni sanno usare il cellulare dei genitori. A volte, mamma e papà, sono troppo spesso permissivi: il 30% dei genitori utilizza infatti lo smartphone per distrarli o calmarli già durante il primo anno di vita, mentre il 70% al secondo anno.

Quali sono i danni che possono riportare ai bambini? A livello cerebrale si crea una sorta di squilibrio tra neurotrasmettitori in zone cerebrali coinvolte in altri tipi di dipendenza. Una volta che si comincia è difficile tornare indietro.

Alberto Villani, il presidente della Società italiana di pediatria, ha spiegato:"Nessuna criminalizzazione delle tecnologie digitali, ma come pediatri che hanno a cuore la salute psicofisica dei bambini non possiamo trascurare i rischi documentati di un'esposizione precoce e prolungata a smartphone e tablet". "Numerose sono le evidenze scientifiche sulle interazioni con lo sviluppo neuro-cognitivo, il sonno, la vista, l'udito, le funzioni metaboliche, le relazioni genitori-figli", ha aggiunto.

Morbillo, l'emergenza continua: 25 morti nel 2018

ROMA - Sono sempre in aumento i casi di morbillo in Europa, con epidemie in Romania, Francia, Grecia, Italia e Gran Bretagna. Lo riferisce il Centro europeo per il controllo delle malattie (Ecdc), precisando che sono 25 le persone morte a causa della malattia da inizio anno. Secondo gli esperti, per sconfiggere il morbillo il 95% della popolazione dovrebbe essere vaccinato con due dosi. Solo 5 Stati membri hanno però raggiunto tale obiettivo.

Il numero più alto di casi, dall'inizio dell'anno, lo ha registrato la Romania (3.284), seguita da Francia (2.306), Grecia (2.097) e Italia (1.258). In Inghilterra e Galles i casi di morbillo confermati ammontano invece a 1.346

"Le epidemie di morbillo si stanno verificando in diversi Paesi europei. Ciò rende più importante che mai che le persone siano vaccinate con le due dosi previste prima dell'inizio delle vacanze", spiega Andrea Ammon, direttrice dell'Ecdc.

Il futuro della medicina è già oggi: ‘promosse’ le prime terapie avanzate, in arrivo anche in Italia

ROMA - La biomedicina del futuro è già realtà: terapie geniche, terapie cellulari e ingegneria tessutale escono dai laboratori per diventare protagoniste nella real life e nella pratica clinica, prescrivibili per alcune popolazioni di pazienti con indicazioni specifiche, per malattie rare e non e anche per alcuni tumori.

Recentemente, per la prima volta in Europa e Stati Uniti è stata immessa sul mercato una terapia avanzata con cellule T del paziente ingegnerizzate e ‘trasformate’ in un’arma utilizzata per curare alcune forme di tumore. Una terapia a base di cellule staminali mesenchimali allogeniche, che hanno dimostrato di possedere proprietà anti-infiammatorie e rigenerative dei tessuti, è stata invece approvata in Europa – e sarà quindi presto disponibile anche in Italia – per il trattamento delle fistole perianali complesse nei pazienti con malattia di Crohn, per le quali i trattamenti farmacologici disponibili non sono particolarmente efficaci e in genere sono necessarie procedure chirurgiche ripetute, associate a incontinenza fecale e maggiore rischio di stomia permanente.

Le terapie avanzate, ultima frontiera della biomedicina, che offre nuove opportunità per il trattamento di malattie e disfunzioni del corpo umano grazie ai progressi scientifici nel campo delle biotecnologie cellulari e molecolari, si affacciano dunque sul mercato farmaceutico, portando però con loro delle questioni di ordine etico, di regolamentazione e accesso alle cure e di corretta informazione.

Comunicare efficacemente l’innovazione quando si parla di un settore complesso e in continua evoluzione come quello delle terapie avanzate non è infatti impresa facile. Sempre più appare necessario costruire una sorta di ‘alleanza comunicativa’ tra ricercatori e giornalisti per raccontare nel modo giusto i progressi e i fallimenti della ricerca e non generare false speranze o aspettative nel lettore, che sia paziente o familiare/caregiver.

Su questo argomento di grande attualità si sono confrontati ieri ricercatori, medici, bioeticisti e giornalisti nel Corso di Formazione Professionale “Comunicare la medicina del futuro: le terapie avanzate tra aspetti etici, informazione corretta e responsabilità sociale del giornalista”, promosso dal Master di comunicazione scientifica della Sapienza SGP – La Scienza nella Pratica Giornalistica, con il supporto di Takeda Italia.

L’avvento della medicina rigenerativa basata sull’impiego di cellule staminali e ingegneria tessutale ha fornito ai medici una nuova ed efficace strategia terapeutica da impiegare in molte patologie, genetiche e non.

«È chiaro – dichiara Rachele Ciccocioppo, Professore Associato di Gastroenterologia, Dipartimento di Medicina, AOUI Policlinico G. B. Rossi & Università di Verona – come la medicina rigenerativa consentirà di superare le limitazioni del trapianto d’organo in termini di identificazione di una sorgente inesauribile di organi e tessuti, di eliminazione delle problematiche legate al danno da ischemia/riperfusione, di evitare l’immunosoppressione e i problemi legati a tale trattamento, nonché l’abbattimento delle liste d’attesa».

La terapia genica è una forma innovativa di medicina molecolare che mira a trattare una malattia alle sue basi genetiche, rimpiazzando, riparando o controbilanciando un gene malfunzionante nelle cellule colpite dalla malattia. L’idea alla base della terapia genica è di introdurre nella cellula la copia corretta di un gene difettoso, il cui malfunzionamento causa tipicamente una malattia genetica.

«Secondo una definizione di ampio respiro, la terapia genica consiste nell’introdurre nell’organismo un gene che determini un effetto terapeutico – afferma Alessio Cantore, Istituto San Raffaele Telethon per la Terapia Genica (SR-Tiget) e Università “Vita Salute” San Raffaele, Milano – le potenzialità della terapia genica spaziano quindi dalle malattie genetiche ereditarie fino al cancro, passando per le malattie autoimmuni e le malattie infettive. Le tecniche di trasferimento genico, propedeutiche alla terapia genica devono risolvere il limite imposto dalle barriere biologiche, che separano l’informazione genetica delle cellule dall’ambiente cellulare ed extra-cellulare».
È una storia lunga più di un decennio, quella delle terapie avanzate in Italia, caratterizzata da un panorama anche normativo quanto mai variegato e complesso come quello che deve portare allo sviluppo di medicinali per queste terapie.

«In Europa dal 2009 – sottolinea Giovanni Migliaccio, Direttore Scientifico del Consorzio per le Valutazioni Biologiche e Farmacologiche - le autorità competenti su questi prodotti sono le agenzie nazionali per le sperimentazioni cliniche e la produzione mentre le autorizzazioni all’immissione sul mercato sono centralizzate presso l’Agenzia Europea per i medicinali (EMA). L’introduzione del Regolamento 1394/2007 ha rallentato lo sviluppo accademico di questi prodotti e ha creato un mercato che si è rivelato costoso e difficile. La progressiva raccolta di dati sulle differenze strutturali (legate alla natura stessa delle cellule), dei rischi e degli effetti sulla disponibilità di nuove cure, richiederà aggiustamenti continui nel tipo di controlli richiesti per la produzione, sperimentazione clinica e immissione sul mercato».

Le terapie avanzate pongono questioni di tipo bioetico riguardo il loro uso: vanno salvaguardati alcuni principi come quello del rispetto del paziente attraverso un reale consenso informato e della salvaguardia dei dati da parte del ricercatore; entra in gioco anche il principio di giustizia ed equo accesso alle terapie da parte dei cittadini.

«Garanti dei diritti dei pazienti e della loro sicurezza rimangono i Comitati Etici (CE) – commenta Antonio Gioacchino Spagnolo, Direttore Istituto di Bioetica e Medica Humanities Fondazione Policlinico A. Gemelli IRCCS, Università Cattolica Sacro Cuore di Roma – i quali hanno l’importante ruolo di valutazione dei protocolli sperimentali ma anche degli usi compassionevoli delle terapie avanzate laddove esse rappresentino l’ultima chance per un paziente che è già stato sottoposto senza successo alle terapie tradizionali. È necessario che i Comitati Etici mantengano la loro autonomia e il loro carattere di terzietà affinché nessun altro interesse della società o di enti profit possa prevalere su quello del paziente». 

Tumore del colon-retto: mezzo milione di italiani vive dopo la diagnosi

MILANO – Per promuovere l’educazione dei clinici in tema di carcinoma del colon-retto metastatico, Bayer ha lanciato il progetto Evolving Oncology. L’obiettivo è individuare, raccogliere e condividere, a beneficio della comunità scientifica, le migliori esperienze cliniche in cui modalità innovative di approccio personalizzato e l’alleanza terapeutica si siano rivelate utili. Esistono infatti barriere nel trattamento delle persone con tumore del colon-retto metastatico che possono essere superate anche grazie alle soluzioni innovative.

In otto anni (2010-2017) in Italia sono aumentati del 29% i pazienti vivi dopo la diagnosi di tumore del colon-retto, particolarmente elevato l’incremento fra gli uomini (+33%, fra le donne +24%). I motivi vanno ricondotti alla maggiore adesione agli esami di screening (test del sangue occulo nelle feci) e a terapie sempre più efficaci. Oggi infatti quasi mezzo milione di italiani (464mila) vive dopo aver affrontato questo tumore. E, nel trattamento della malattia metastatica, la scoperta e l’aggiunta di nuove armi alle terapie disponibili hanno determinato un prolungamento della sopravvivenza, fino a raggiungere una media di 30 mesi rispetto ai 12 di circa 20 anni fa.

Entro il 30 giugno gli oncologi, registrandosi sul portale www.evolvingoncology.it, potranno presentare fino a due casi clinici indicando in particolare le modalità di gestione del rapporto con il paziente e con i caregiver e l’eventuale utilizzo di tecnologie innovative (strumenti di digital health) a supporto di questa relazione.

I casi clinici verranno valutati da una Commissione e i tre migliori si aggiudicheranno l’invito al Congresso “Gastrointestinal Cancers Symposium ASCO GI” che si svolgerà a San Francisco dal 17 al 19 gennaio 2019. 

Biotecnologie nel trattamento delle patologie al ginocchio: trasmessi in diretta due interventi chirurgici del Policlinico di Bari

BARI - Ortopedici e fisiatri, fisioterapisti e medici dello sport, specializzandi e studenti della facoltà di Scienze motorie di tutto il sud Italia si incontreranno a Bari per una giornata di studio sulle moderne biotecnologie applicate alle patologie del ginocchio.

Organizzato dalla Società italiana artroscopia (SIA), il convegno si terrà sabato 16 giugno a Villa Romanazzi Carducci (dalle 09.00 alle 17.00). Si tratta di uno dei più rilevanti appuntamenti scientifici nel panorama italiano con la presentazione di numerose case history e l'approfondimento di tutti i nuovi concetti alla base dei trattamenti conservativi e di quelli chirurgici più innovativi, oltre che dei nuovi approcci alla riabilitazione.

L'evento è inserito nel piano formativo annuale per l'ECM con 4,9 crediti formativi. L'iscrizione è gratuita. 1 CFU per gli studenti del corso di laurea in Scienze delle Attività Motorie e Sportive. Info su: www.siaonline.net

Donna completamente sfigurata dopo la puntura di una zecca

ROMA - Scampagnate, gite nei boschi e spiagge che iniziano ad essere frequentate, così entra nel vivo anche questa primavera che sta già facendo spazio ad un anticipo d'estate, interrotta solo da qualche acquazzone rinfrescante. Ma più si trascorre tempo all'aria aperta in campagna, nei prati, nei boschi o anche nelle spiagge e più aumentano i rischi di essere punti da qualche antipatico insetto. Non solo vespe e zanzare, con quest'ultime che iniziano ad infestare gli ambienti aperti ma mano che si prolungano i caldi e l'umidità dell'aria aumenta, ma si aggiungono i rischi connessi alle punture di un insetto assai fastidioso per non dire pericoloso: la temibile zecca.

Ne sa qualcosa Rachel Foulkes-Davies del Denbighshire, nel Galles,che è stata morsa da una zecca nel giugno 2015 mentre con i suoi tre bambini si trovava nel giardino dai casa sua e da allora ha contratto una grave infezione batterica che peggiora le sue condizioni di salute giorno dopo giorno. Inizialmente, i medici credevano che si trattasse di meningite, visto che aveva stanchezza, febbre, dolori muscolari, brividi, poi le hanno diagnosticato la malattia di Lyme, un disturbo che la costringe a vivere sullle ha causato una paresi facciale. A peggiorare terribilmente la situazione è che perfino la sua bocca non può aprirsi correttamente e Rachel non più in grado di parlare. Da allora, è in grado di mangiare solo con una cannuccia oltre a provare dolori lancinanti in continuazione.

Di recente, ha condiviso le foto della sua malattia con l'obiettivo non è però farsi compatire dagli utenti del web, quanto piuttosto far conoscere a tutti la malattia di Lyme. Per Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti” il modo più efficace per limitare l’infezione e le possibili conseguenze è quello di educare chi frequenta le aree endemiche per limitare il più possibile la puntura delle zecche: quando si frequentano aree boschive e prati bisogna usare vestiti chiari, che consentono una migliore individuazione di tali parassiti, e piuttosto spessi con calzature serrate alle caviglie e maniche lunghe chiuse ai polsi.

Dovrebbe essere prassi di chiunque, dopo la scampagnata, effettuare un’attenta osservazione sui vestiti e sulle aree cutanee esposte, così da consentire la rimozione precoce di eventuali insetti, utilizzando una pinzetta, la quale non deve schiacciare la zecca, ma afferrarla nel punto in cui inserisce l’apparato boccale nella cute; la ferita dev'essere ovviamente disinfettata immediatamente. Il rischio di trasmissione di agenti infettivi, infatti, è tanto minore quanto più breve è la permanenza del parassita nella cute. In ultimo, anche sulle spiagge sono stati segnalati casi di punture di zecche e conseguenti contagi, sia per la diffusissima prassi di portare i cani in spiaggia che per la presenza di randagi che in alcune località balneari si spostano indisturbati. È ovvio che un tuffo in mare può limitare i rischi di punture, ma un controllo della propria pelle dopo una giornata a mare non fa mai male.