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Trump e la miopia sui migranti: una politica solo sui sintomi

di DOMENICO MACERI* - “Se non li fermano, chiudiamo il confine. Lo chiudiamo. E lo terremo chiuso a lungo. Non sto scherzando”. La minaccia di Donald Trump era indirizzata al Messico perché permette ai migranti centroamericani di attraversare il Paese per entrare in America, la destinazione finale. Non soddisfatto di minacciare i messicani il 45esimo presidente ha poi continuato minacciando di bloccare l'assistenza finanziaria all'Honduras, El Salvador e il Guatemala, i tre  Paesi centroamericani da dove provengono le carovane di migranti.

La politica di Trump è spesso colorata da minacce, riflettendo il suo modo di comunicare, spesso a ruota libera, senza tenere conto delle conseguenze né delle radici dei problemi né di quelli causati dalle sue parole. I sintomi vanno attaccati direttamente in modo semplice. Si possono fermare i migranti con la costruzione di un muro o impedire loro di entrare negli Stati Uniti con minacce, aumentando i pericoli del loro viaggio oppure facendoli bloccare da altri. Problema altrui. America first, porte chiuse, tutto a posto.

Le conseguenze delle minacce di Trump sono però ovvie. La chiusura del confine col Messico non impedirebbe gli ingressi dei migranti perché la stragrande maggioranza non li usa. Quelli che entrano nei porti di ingresso hanno i documenti pronti. Chiudere il confine impedirebbe gli ingressi legali ma non avrebbe nessun effetto sui migranti che cercano asilo e tipicamente entrano lontano dai porti di ingresso.

Trump ha rallentato con la minaccia della chiusura del confine perché evidentemente qualcuno lo avrà informato che le conseguenze economiche sarebbero disastrose. Il Messico è il terzo partner commerciale degli Usa e la chiusura del confine significherebbe severi danni all'economia di ambedue Paesi. Si tratta di 600 e più miliardi di affari annui che avvengono attraverso il confine. Ogni giorno migliaia di camion attraversano il confine portando merci in ambedue le direzioni. Questi includono prodotti ortofrutticoli, manifatturieri, ma anche il movimento di individui che si recano al loro lavoro giornaliero. La chiusura del confine significherebbe un disastro per i prodotti agricoli che in pochi giorni di ritardo marcirebbero. Nel mese di novembre dell'anno scorso il porto di ingresso di San Ysidro fu chiuso per alcune ore con risultati molto negativi. Uno studio della San Diego Association of Government ha scoperto che persino un ritardo di 15 minuti al confine causerebbe la perdita di un miliardo di dollari annui e 134.000 posti di lavoro.

L'altra minaccia di Trump di bloccare l'assistenza economica americana ai Paesi Centroamericani avrebbe l'effetto contrario di quello desiderato. In effetti, aggraverebbe la difficile situazione economica e sociale causando un incremento di migranti. Di nuovo Trump non si rende conto delle radici dei problemi. L'amministrazione di Barack Obama aveva cercato nel 2014 di raddoppiare i sussidi economici in America Centrale, raggiungendo una cifra di 750 milioni di dollari per migliorare la situazione. I fondi sono amministrati da gruppi no-profit che cooperano con le istituzioni locali, offrendo istruzione e programmi che possano aiutare l'economia e la sicurezza per stabilizzare la situazione e mantenere la gente a casa loro. L'Honduras, l'El Salvador e il Guatemala sono i Paesi più poveri e violenti al mondo. Non si tratta di regali dunque poiché l'idea è di ridurre anche le spese e i disagi in America con la gestione del confine. Meno migranti, meno spese. La situazione di sicurezza in America Centrale è però così pericolosa che spesso l'unica via di uscita è l'emigrazione. La soluzione di Trump di eliminare questi fondi non farebbe altro che peggiorare la situazione causando un incremento di migranti.

Le minacce di Trump non sono completamente vuote di significato ma quasi. La chiusura del confine sarebbe sfidata legalmente non solo dalle aziende e consumatori perché si scontrerebbe con le leggi di immigrazione federale. L'eliminazione dei sussidi ai Paesi Centroamericani sarebbe inoltre politicamente difficile poiché i fondi sono stati stanziati dal Congresso anche se il presidente ha della flessibilità sulla loro amministrazione. Alla fine le minacce di Trump si riallacciano alla  sua dichiarazione di crisi al confine che ambedue Camere hanno bloccato legislativamente senza però riuscire a scavalcare il veto imposto del presidente.

La linea dura sull'immigrazione è stata usata da Trump nella campagna elettorale delle elezioni di midterm con scarso successo ma il 45esimo presidente la considera il suo cavallo di battaglia per l'elezione del 2020. Farà piacere alla sua base di fedelissimi ma come ci ha dimostrato l'elezione di midterm non condurrà a esiti positivi per Trump.

Dopo alcuni giorni di minacce Trump ha però fatto retromarcia. Nelle sue ultimissime dichiarazioni ha lodato il Messico per l'ottimo lavoro fatto a impedire migranti centroamericani di entrare in territorio messicano. Silenzio sull'altra sua minaccia di bloccare i sussidi all'America Centrale ma adesso accusa i democratici di non volere cambiare le leggi sull'immigrazione, una cosa facilissima secondo lui che si potrebbe completare in 45 minuti. Trump dimentica però che per i primi due anni della sua amministrazione il suo partito ha controllato il potere esecutivo e quello legislativo. Evidentemente non ha trovato 45 minuti per risolvere la questione dell'immigrazione.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

La fedeltà di Barr scagiona Trump dal Russiagate?

di DOMENICO MACERI* - “ESONERATO (maiuscole di Trump) completamente”.  Ecco il tweet di Donald Trump subito dopo avere letto la sintesi di quattro pagine  del rapporto di Robert Mueller scritte da William Barr, il ministro della Giustizia. Come spesso fa, Trump prende una briciola di verità e ne crea un castello. La sintesi fatta da Barr cita specificamente  una frase di Mueller che di fatti non lo “esonera completamente” di ostruzione alla giustizia.

Ma al di là di questa esagerazione la sintesi di Barr rappresenta una vittoria per l'attuale inquilino della Casa Bianca poiché si aspettava molto di peggio. Lo ha confermato anche Rudy Giuliani, uno dei legali di Trump. Il resoconto di Barr è però problematico sotto due punti di vista. Il primo perché ha creato una narrativa che Trump sia stato scagionato, accettata in grande misura dai media americani. Il secondo perché la sintesi di Barr non è altro che una “traduzione” fatta da un ministro della Giustizia che è ovviamente di parte.

Bisogna ricordare che Barr ha ottenuto il posto di ministro dopo che Trump aveva licenziato Jeff Sessions al quale il 45esimo presidente aveva rimproverato in raffiche di tweet di essersi ricusato dall'inchiesta sul Russiagate. Sessions non aveva mostrato “fedeltà” al suo capo proteggendolo da questioni legali. Questa l'interpretazione di Trump della giustizia. Lui assume dipendenti i quali gli devono fedeltà. In caso contrario vengono licenziati come faceva da imprenditore, senza capire che  nel governo persino il presidente non ha poteri infiniti. 

Una volta licenziato Sessions, Trump lo ha rimpiazzato temporaneamente con Matt Whitaker. Si ricorda, come abbiamo scritto in queste pagine in precedenza, che Whitaker aveva ottenuto il suo incarico al ministero della Giustizia con un tipo di “provino” che consiste di non poche presenze televisive in cui attaccava l'indagine di Mueller. L'attuale ministro della Giustizia ha seguito la stessa strada di Whitaker, avendo dichiarato completamente giustificato il licenziamento di James Comey, direttore della Fbi, nel mese di maggio del 2017, agli inizi delle inchieste del Russiagate. Inoltre, senza nessuna richiesta, Barr aveva inviato un memorandum di 19 pagine alla Casa Bianca, spiegando i suoi dubbi sulle indagini di Mueller. In particolar modo, Barr aveva ricalcato le sue ragioni per cui Mueller non aveva il diritto legale di intervistare il presidente in carica sulla questione di ostruzione alla giustizia. Una tale azione è caratterizzata nel memorandum come “gravemente irresponsabile” e “concepita erroneamente” .

Bisogna anche ritornare indietro alla biografia di Barr per capire la sua filosofia giudiziaria e politica. Barr era già stato ministro della Giustizia  fra il 1991-93 nell'amministrazione di George  Bush padre. Pochi mesi prima di essere costretto a lasciare la Casa Bianca, dopo essere stato sconfitto da Bill Clinton, Bush graziò parecchi individui incriminati nello scandalo Iran Contra. Barr è stato promotore di queste grazie specialmente nel caso di Caspar Weinberger, ministro della Difesa nell'amministrazione di Ronald Reagan, accusato di testimonianze false e ostruzione alla giustizia nelle vendite illegali di armi all'Iran. Prima del processo, Weinberger fu graziato.

Barr ha consegnato la sua lettera sul rapporto di Mueller ai vertici del Congresso. Ma la sua sintesi è stata criticata aspramente da alcuni giornalisti e legali ma specialmente da Neal  Katyal. Katyal aveva lavorato come funzionario nel ministero di Giustizia di Barack Obama ma è anche l'individuo che ha scritto le regole usate da Mueller nelle sue indagini. Quindi ne sa qualcosa. Katyal, in un articolo nel New York Times, rimprovera a Barr la frettolosa sintesi conclusa in meno di 48 ore ma mette in dubbio anche il fatto che Mueller  doveva provare “l'intenzione di corruzione”. Katyal si domanda come sia possibile identificare la corruzione senza avere intervistato personalmente il presidente? Katyal su questo punto addita Barr ma anche Mueller il quale si è limitato ad accettare risposte scritte dal presidente, ovviamente redatte in consultazione dei suoi legali.

La lettera di Barr ha apportato un forte sollievo a Trump il quale però ha già sfruttato la narrativa mediatica creata dal ministro della Giustizia per attaccare i suoi avversari. Presentandosi come vittima di un grande complotto, Trump ha già dichiarato che adesso bisogna investigare i suoi avversari. I suoi alleati al Senato hanno già suggerito che bisogna aprire un fascicolo sulle e-mail di Hillary Clinton, l'ex first lady e candidata democratica alle elezioni presidenziali del 2016. 

La mancanza della pistola fumante per incriminare Trump avrà deluso le aspettative dei democratici i quali però non hanno accettato, con ragione, la sintesi fornita da Barr. L'ottanta percento degli americani, secondo un recente sondaggio, vuole che il rapporto sia reso pubblico. Sei presidenti di commissioni alla Camera vogliono che tutto il rapporto di Mueller venga reso pubblico entro il 2 aprile. Alcuni dei leader delle commissioni alla Camera hanno anche dichiarato che intendono esigere le testimonianze di Barr e Mueller per capire il contenuto completo delle indagini. La traduzione di Barr del rapporto di Mueller dovrà fare i conti con le parole precise e spiegazioni  del procuratore speciale.

Trump da parte sua, anche se si considera scagionato, ha ancora grattacapi legali. Mueller ha consegnato i frutti delle sue ricerche al ministero della Giustizia ma allo stesso tempo aveva indirizzato ad altri investigatori indagini che possono coinvolgere l'attuale inquilino della casa Bianca. Nel frattempo però Trump potrà essere contento della prestazione fedele di Barr.
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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

Il muro repubblicano di Trump: spuntano alcune crepe

di DOMENICO MACERI* - “Questo è un voto per la costituzione e l'equilibrio dei poteri”. Con queste parole Mitt Romney, senatore repubblicano dello Utah e già candidato presidenziale nel 2012, ha spiegato il suo voto che ha contribuito a bloccare la dichiarazione di emergenza al confine dichiarata da Donald Trump il mese scorso. Altri undici senatori repubblicani e tutti i loro colleghi democratici hanno votato contro il presidente per un totale di 59 su 100.

La mozione contro l'emergenza al confine era già stata approvata alla Camera con 241 favorevoli dove 13 parlamentari repubblicani hanno abbandonato il presidente. Nonostante i voti alla Camera e al Senato al momento non vi sarebbero sufficienti consensi per sconfiggere il veto annunciato immediatamente in un tweet da Trump. I democratici dovrebbero convincere una quarantina di colleghi alla Camera e altri 8 al Senato per scavalcare il veto e bloccare definitivamente la dichiarazione di Trump.

L'inquilino della Casa Bianca sembrerebbe dunque di averla fatta franca con la sua dichiarazione  di emergenza ma il fatto che Mitch McConnell, l'astuto presidente del Senato, non sia riuscito a bloccare il voto, ci indica che la pazienza dei repubblicani con Trump non è infinita. McConnell, infatti, ha fatto pochissimo per convincere i senatori repubblicani al Senato come avrebbe fatto in altre situazioni. Il messaggio per Trump è che si trattava di una sconfitta annunciata.

Allo stesso tempo però è chiaro che il 45esimo presidente non può contare sul supporto unanime dei legislatori del suo partito, erodendogli il potere. Da aggiungere ovviamente il controllo della Camera dei democratici. Se in passato Paul Ryan, lo speaker repubblicano, non avrebbe mai permesso un voto sull'emergenza al confine, adesso con Nancy Pelosi al timone, la musica è cambiata.

I dodici senatori al Senato che hanno votato contro il loro presidente hanno giustificato la loro decisione in termini di principi costituzionali anche se alcuni hanno aggiunto di essere preoccupati su possibili abusi di dichiarazioni di emergenza da futuri presidenti. In effetti, hanno interpretato la dichiarazione di Trump come una forzatura costituzionale.

Trump avrebbe preferito di non dovere fare uso del suo veto, il primo della sua presidenza, ed ha cercato di convincere personalmente alcuni senatori a non abbandonarlo. In particolar modo, l'attuale inquilino della Casa Bianca ha consultato direttamente il senatore Rand Paul, repubblicano del Kentucky, senza però riuscire a convincerlo. Inoltre, il vicepresidente Mike Pence ha consultato parecchi senatori, cercando almeno di limitare i danni. Questi sforzi avranno avuto dei frutti poiché solo Susan Collins, senatrice del Maine, che ha votato contro Trump, deve affrontare la rielezione nel 2020. Gli altri 11 hanno poco da preoccuparsi dalle minacce poco celate di Trump di incoraggiare candidati a lui più fedeli a sfidarli alle primarie. In uno dei tanti tweet il 45esimo presidente ha infatti lodato i senatori a lui fedeli dichiarando che quando ritorneranno ai loro Stati gli elettori li “ameranno” più di prima. Traduzione: avete il mio supporto.

Il fatto che solo dodici senatori e tredici parlamentari abbiano abbandonato Trump sulla questione dell'emergenza non sarebbe un grosso allarme ma altri recenti voti ci confermano che la sua nave ha cominciato a fare acqua sul serio. Il Senato ha recentemente votato (54-46) per mettere fine al supporto delle brutali azioni militari dell'Arabia Saudita nello Yemen. In questo caso 7 senatori repubblicani hanno votato a favore della mozione, suggerendo che il supporto americano per la politica dei sauditi, amici di Trump, in parte per ragioni economiche, sta erodendo.

C'è da aggiungere che la Camera ha anche votato in maniera schiacciante bipartisan (420 Sì, zero No) una risoluzione che renderebbe pubblico il rapporto di Robert Mueller, procuratore speciale sul Russiagate, non appena sarà completato. La risoluzione non è vincolante ma il fatto che tutti i parlamentari repubblicani abbiano votato a favore (eccetto 4 che si sono astenuti votando semplicemente “presente”) vuol dire che anche i repubblicani desiderano trasparenza.Trump non si è opposto al voto ed ha infatti dichiarato che il rapporto dovrebbe essere reso pubblico. La decisione spetterà al nuovo procuratore generale William Barr recentemente confermato dal Senato. Trump potrebbe ovviamente mettere pressione per renderlo pubblico ma se lo metterebbe in cattiva luce potrebbe facilmente cambiare idea.

La sua dichiarazione di emergenza al confine però, salvata dal suo veto, deve affrontare il sistema giudiziario. Parecchie denunce la hanno sfidata e si prevede  che alla fine la Corte Suprema dovrà fare da arbitro. I due voti contrari in entrambe le Camere potrebbero però essere considerati dalle deliberazioni dei giudici come desiderio della legislatura di non spendere soldi per il muro al confine. I giudici dovranno decidere se la costituzione concede veramente alla legislatura il potere di stanziare i fondi o il potere del presidente gli permette di raggirare le leggi.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

Trump osannato al CPAC ma crepe coi repubblicani vengono a galla

di DOMENICO MACERI* - “Sapete. Io non so, forse voi sapete. Sapete, sono completamente fuori copione, va bene? Ecco come sono stato eletto, essendo fuori copione.... e se non andiamo fuori copione, il nostro Paese sarà in grossi guai, ragazzi”. Così il presidente Donald Trump al convegno annuale del CPAC (Conservative Political Action Conference). Trump ha continuato il suo discorso continuando a ruota libera per due ore dandoci l'impressione di uno dei suoi tanti comizi, ricevendo ovviamente i desiderati applausi dei partecipanti.

La settimana horribilis  di Trump prima del discorso si era conclusa col disastro in Vietnam per il mancato accordo di pace con Kim Jong Un, il leader della Corea del Nord e le quasi contemporanee testimonianze  di Michael Cohen, ex avvocato di Trump, alla Commissione vigilanza della Camera del Congresso. Cohen, che tra breve andrà in carcere per tre anni, ha accusato il suo ex cliente di essere “razzista, truffatore e imbroglione”. Il 45esimo presidente aveva dunque bisogno di contrattaccare come fa quando si sente ferito. Il discorso gli ha offerto una buona opportunità di parlare senza nessun filtro attaccando una grande varietà di avversari, riservando in particolare alcune delle stoccate per Robert Mueller, il procuratore speciale del Russiagate. I leader  democratici alla Camera sono stati anche bersagliati poiché di questi giorni hanno intensificato le loro inchieste sull'operato di Trump da quando era imprenditore, poi candidato politico e anche presidente. Senza dimenticare di mandare qualche messaggio in prospettiva dell'elezione del 2020 che ovviamente comincia a scaldarsi con il folto numero di candidati alla nomination del Partito Democratico.

Com'è solito quando parla senza copione Trump si comporta in maniera poco presidenziale, usando la sua arma politica efficace degli insulti ma anche delle asserzioni fuorvianti e ovviamente anche falsità. Il Washington Post ci informa che durante il recente discorso al CPAC Trump ha espresso 104 asserzioni false o fuorvianti. Quando si aggiungono al suo totale si arriva più di 9 mila fra menzogne, asserzioni fuorvianti e esagerazioni.

In effetti, per Trump si tratta della sua visione della realtà basata su numeri esagerati e insinuazioni che fanno piacere ai suoi fedelissimi e anche al pubblico del CPAC. L'inchiesta del Russiagate è dunque per il 45esimo presidente un caccia alle streghe e non c'è mai stata collusione con i russi. Asserzioni che si scontrano con le ricerche dei rapporti della sua intelligence che Trump ignora, preferendo la sua visione istintiva. La realtà è diversa come ci dimostrano fino ad ora i risultati di Mueller che includono 199 accuse criminali, 37 incriminazioni e ammissioni di colpevolezza, 4 sentenze già emesse e alcuni ex collaboratori  di Trump in carcere o in procinto di andarci.

Altre falsità ovvie anche all'osservatore casuale includono la ripetizione a nausea che il muro al confine col Messico si sta costruendo e che l'economia in America è la migliore di tutti i tempi. Quando poi Trump accetta di avere fatto la richiesta ai russi di rivelare le e-mail di Hillary Clinton in campagna elettorale si rifugia nel suo umorismo. Si trattava solo di una  richiesta sarcastica, ha spiegato il 45esimo presidente al pubblico del CPAC, perché fu fatta in un comizio in cui “tutti si divertivano”, in effetti una barzelletta, in un discorso politico che somigliava a un reality. Nulla di serio dunque.

Il linguaggio di Trump è già noto per i suoi toni derisori, offensivi e anche volgari. Nel discorso al CPAC ha persino dichiarato che i suoi nemici vogliono farlo fuori con “bull...t” (stronz...e) perché ha vinto l'elezione. Una simile espressione volgare è stata usata per deridere Adam Schiff, presidente della Commissione di intelligence alla Camera, che si appresta ad indagare l'operato di Trump in relazione all'interferenza russa nell'elezione del 2016.

Il pubblico del CPAC si è comportato come a un tipico rally di Trump applaudendolo ed accettando la realtà alternativa di Trump.  Anche il Partito Repubblicano, che ha abbandonato i principi di patriottismo e moralità che storicamente professava, si comporta come il pubblico del CPAC. Ciononostante qualche frattura fra Trump e il Partito Repubblicano comincia però a intravedersi. Tredici parlamentari repubblicani hanno votato coi loro colleghi democratici per bloccare la dichiarazione di emergenza di Trump al confine col Messico che gli permetterebbe di trasferire fondi stanziati per alcuni programmi e utilizzarli per la costruzione del famigerato muro. Preliminari informazioni ci indicano che anche al Senato si avrà un voto simile con parecchi repubblicani pronti ad abbandonare la posizione del presidente. Trump potrà imporre il suo veto ma forse il Partito Repubblicano ha già iniziato a mandare segnali al presidente che sta esagerando e il loro supporto ha  i suoi limiti.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

I candidati democratici e la sanità per tutti: utopia o realtà?

di DOMENICO MACERI* - Obamacare, la riforma sulla sanità approvata nel 2010 durante l'amministrazione di Barack Obama, fu attaccata dagli inizi dai repubblicani. Dopo più di una sessantina di voti alla Camera e poi anche al Senato i repubblicani si avvicinarono al loro obiettivo di revocarla nel 2017 ma poi alla fine si arresero, costretti ad accettarla, anche se l'amministrazione di Donald Trump ha fatto di tutto per erodere la sua efficacia.

Obama era riuscito a fare approvare la sua riforma ottenendo la cooperazione di diversi gruppi incluso le aziende di assicurazioni le quali furono obbligate a offrire copertura a tutti anche  in casi di malattie preesistenti. In compenso, la riforma ampliò il numero di assicurati imponendo l'obbligo a tutti di comprare assicurazione eccetto nel caso di coloro che la ricevono dai loro datori di lavoro o da altri programmi governativi come Medicare (sanità per gli anziani) o Medicaid (sanità per i poveri).

Con la conquista democratica della Camera nelle elezioni di midterm del novembre scorso l'idea di ampliare l'assicurazione medica a tutti gli americani sta prendendo forma soprattutto nelle discussioni dei candidati  alle primarie del Partito Democratico. Come si sa, c'è già un folto numero di individui che hanno già annunciato la loro intenzione di candidarsi alla presidenza ma si crede che il numero crescerà. La sanità diverrà un tema importante per questi candidati e nelle ultime settimane si è già sentito moltissimo sul piano di “Medicare for All” (Medicare-4-All),  che si tradurrebbe in sanità per tutti gli americani ma allo stesso amplierebbe la copertura dell'attuale sanità della quale usufruiscono gli anziani.

In realtà non tutti gli anziani possono accedere al Medicare poiché richiede dieci anni o più di contributi al Social Security. Inoltre, il programma, nonostante il suo grande valore,  esclude le medicine, la copertura dentale, oculistica e la sanità mentale. Copre l'80 percento delle spese mediche e ospedaliere. Il restante 20 percento è a carico individuale ma si può coprire mediante l'acquisto di un'assicurazione privata. 

Il Medicare è stato di grande aiuto agli anziani ed è popolare con gli americani. Ecco perché i candidati democratici hanno iniziato da un programma stabilito e popolare per ampliare l'assicurazione medica per tutti e portare l'America a un sistema di sanità universale tipica del Canada e altri Paesi industrializzati.

Il piano più completo per coprire tutti gli americani lo ha già offerto Bernie Sanders, senatore del Vermont, il quale ha introdotto un disegno di legge al Senato nel 2017. Sanders creerebbe una sanità nazionale rimpiazzando l'attuale Medicare, Medicaid, Obamacare, e l'assicurazione privata. Coprirebbe spese mediche fisiche e mentali, medicine, dentali, oculistiche, ed eliminerebbe anche i ticket che con i programmi attuali spesso colpiscono i più poveri i quali a volte devono scegliere fra cibo e medicine. Il disegno di Sanders include un periodo  di transizione graduale di quattro anni per l'implementazione completa.

Un piano molto simile a quello di Sanders è stato recentemente apparso alla Camera sponsorizzato dalla parlamentare Pramila Jayapal, dello Stato di Washington. Ha già 100 sponsor alla Camera e sotto alcuni aspetti andrebbe persino oltre il disegno di legge di Sanders poiché ridurrebbe la  transizione a solo due anni.

Il piano di “Medicare-4-All” è condiviso da Kirsten Gillibrand, senatrice dello Stato di New York, dal sindaco di San Antonio Joaquin Castro, dalla senatrice californiana Kamala Harris, e da Elizabeth Warren, senatrice del Massachusetts, tutti candidati alle primarie democratiche. Altri però hanno preso una posizione meno ambiziosa. Il senatore Cory Booker preferirebbe ridurre a 55 anni l'età per qualificare per il Medicare. Il senatore  Sherrod Brown dell'Ohio invece l'abbasserebbe a 50 anni. La senatrice Amy Klobuchar del Minnesota ha indicato anche lei cautela dichiarando che il piano di Sanders “potrebbe essere una possibilità nel futuro” ma lei vuole fare ciò che funziona adesso.

Attualmente 30 milioni di americani non hanno assicurazione medica. Ovviamente, il sistema in corso non funziona per questi individui. Ma anche per coloro che hanno assicurazione esiste molta incertezza. Gli anziani e i poveri che beneficiano dei programmi governativi Medicare e Medicaid spesso non ricevono tutte le cure mediche in parte per le lacune di questi programmi che escludono procedure basiche e i ticket che possono raggiugnere cifre eccessive specialmente con i prezzi a volte astronomici delle medicine.

Sanders ha giustamente indicato che i costi delle spese mediche in America sono eccessivi per il fattore profitti rappresentato dal potere delle aziende di assicurazione e farmaceutiche. Secondo dati del censimento statunitense 217 milioni di americani ottengono l'assicurazione medica da aziende private (181 milioni pagata da datori di lavoro, 51 milioni comprata direttamente da individui). I programmi governativi coprono 121 milioni (Medicare 55 milioni, Medicaid 62 milioni, forze armate 15 milioni). Trenta milioni non hanno assicurazione medica.

Il piano di Sanders e Jayapal che eliminerebbe le assicurazioni private sarebbe ovviamente combattuto ferocemente perché le compagnie di assicurazione sarebbero contrarie a qualunque riforma che li terrebbe fuori. Ciononostante i candidati democratici alla presidenza parlano di riformare la sanità vedendola come un diritto umano come lo è in molti altri Paesi. Per i repubblicani che  invece hanno sempre combattuto contro tutti i programmi di sanità governativa si tratta di un prodotto da comprarsi. L'eliminazione delle aziende di assicurazione private rimane improbabile  in un Paese complesso come gli Stati Uniti. Passi avanti per migliorare la situazione però avverranno in modo incrementale ma ci vorrà un controllo democratico sia al livello legislativo ed esecutivo. L'esperienza di Obamacare ce lo dimostra. La riforma di Obama non ha eliminato le aziende di assicurazione privata ma ha fornito assicurazione medica a più di 20 milioni di persone apportando anche miglioramenti per tutti. Riuscirà Sanders a fare meglio? Staremo a vedere.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

Il muro al confine: emergenza politica per Trump

di DOMENICO MACERI* - “Potrei costruire il muro in tempi più lunghi. Non avevo bisogno di fare questo”. Così Donald Trump ha cercato di spiegare la sua dichiarazione  di emergenza nazionale nel suo tentativo di giustificare la necessità della costruzione del muro al confine col Messico. Gli avversari del presidente hanno subito attaccato facendo giustamente notare che non si tratta di emergenza come spiegano le stesse parole del 45esimo presidente. Un'emergenza richiede azione immediata. Trump ha detto, volontariamente o no, che si potrebbe aspettare e risolvere il problema nel futuro.

Poco importa all'attuale inquilino della Casa Bianca. L'emergenza di cui lui parla esisteva durante la campagna elettorale e secondo lui è continuata anche dopo l'elezione. La questione dell'immigrazione ha portato frutti politici a Trump e lui crede che continuerà a pesare sulla sua rielezione. Basta mantenere il tema caldo per soddisfare i suoi fedelissimi che vedono l'immigrazione come invasione del Paese e fonte di tutti i tipi di crimini citati a nausea da Trump.

Il 45esimo presidente aveva fatto un passo falso con lo shutdown di 35 giorni che non gli aveva fruttato i 5,7 miliardi di dollari richiesti per la costruzione del muro. Lui si era addossato la responsabilità sulla chiusura dei servizi federali ma alla fine ha dovuto cedere, riaprire le porte del governo, e mettere in atto il piano “B”, ossia di dichiarare l'emergenza nazionale per ottenere i fondi e iniziare la costruzione del muro al confine. Trump crede che l'emergenza gli permetterà di utilizzare quasi 6 miliardi di dollari stanziati dal Congresso per programmi specifici e usarli come lui crede.

Gli avversari della dichiarazione di emergenza si sono fatti vivi immediatamente. Sedici Stati hanno già denunciato l'amministrazione di Trump. Il 45esimo presidente si aspettava queste denunce e ha già spiegato che dopo alcune possibili decisioni sfavorevoli si arriverà alla Corte Suprema dove lui crede di potere avere la meglio.

Oltre ai grattacapi legali vi sarà opposizione dalla Camera dominata dai democratici. Secondo la legge delle dichiarazioni di emergenza il Congresso può intervenire e bloccarle se considerate abusi di potere del presidente. Nancy Pelosi, la speaker, otterrà il supporto dei parlamentari democratici ai quali si aggiungerebbero anche alcuni repubblicani. Entro due settimane il Senato per legge dovrà esprimersi anche mettendo Mitch McConnell, il presidente repubblicano della Camera alta, nella difficile situazione di ribaltare il voto di Pelosi e i democratici.

Il voto sulla legalità dell'emergenza di Trump metterà nei guai i 22 senatori senatori che devono correre per la rielezione nel 2020. Alcuni fra i più noti includono Thom Tillis (North Carolina), John Cornyn (Texas),  Martha McSally (Arizona), e Tom Cotton (Arkansas). Votare  contro Trump potrebbe significare il mancato supporto del presidente e la possibilità che lui incoraggi qualcuno più fedele a sfidare queste senatori nelle primarie. Un voto favorevole a Trump potrebbe essere difficile da giustificare per i senatori da Stati al confine col Messico considerando il fatto che il muro non è popolare. Togliere fondi stanziati per le forze armate sarebbe difficile da digerire per ultra conservatori come Cotton che vedono l'indispensabilità delle forze armate come la vera emergenza. Un voto per mantenere la legalità dell'emergenza sarà un vero test per McConnell perché i dati non confermano la necessità di agire.

Parlando con i giornalisti Trump ha cercato di giustificare la sua dichiarazione dicendo di usare tanti tipi di dati. Il problema per lui è che i dati del suo governo ci dicono che il numero dei migranti fermati al confine è ai più bassi livelli  in dieci anni. Per quanto riguarda la droga che Trump dice entra dal confine gli esperti del governo sostengono che un muro non risolverebbe il problema poiché la stragrande maggioranza entra nel Paese dai punti di ingresso legali. La dichiarazione dell'emergenza ha poco a che vedere con la realtà obiettiva e gli americani lo hanno già capito. Un sondaggio della National Public Radio (NPR) ci informa che la maggioranza non approva la dichiarazione di emergenza di Trump (61 percento no, 39  percento sì) e il 57 percento la vede come abuso dei poteri del presidente. 

Trump in effetti ha fabbricato una crisi inesistente riprendendo la sua retorica anti-immigranti che lo ha aiutato non poco a vincere l'elezione del 2016. Nelle elezioni di midterm del novembre scorso il risultato è stato diverso. L'inquilino della Casa Bianca ha continuato a insistere sull'immigrazione  inviando soldati al confine per sottolineare quello che lui vede come crisi senza però ottenere il successo sperato poiché i democratici sono riusciti a conquistare una solida maggioranza alla Camera. 

Dopo due anni di presidenza Trump non è riuscito a mantenere la sua promessa fatta in campagna politica sulla costruzione del muro che lui aveva ripetuto sarebbe stato pagato dal Messico.  Poi ha cercato di farlo pagare ai contribuenti richiedendo i fondi dal Congresso. Avendo fallito anche in questo tentativo sta cercando di ottenere il suo scopo con la sua dichiarazione di emergenza nazionale.

Non importa se vi riuscirà. Per Trump si tratta di apparire paladino dei suoi fedelissimi, identificando gli immigrati come nemici  e tutti gli altri che gli sbarrano il cammino come collaboratori. Questi includono i democratici ma anche quei repubblicani poco fedeli. Nella campagna politica per la sua rielezione Trump insisterà sull'immigrazione ma ha già cominciato a cambiare la narrativa. Non si tratta di costruire il muro ma bensì di “finire il muro” poiché la costruzione, secondo Trump, sta avvenendo “mentre noi parliamo”.  Quando Trump non ottiene i suoi scopi cambia la narrativa per ricreare un realtà alternativa che gli permette di dichiarare vittoria.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

Gli Usa: Paese 'socialista'?


di DOMENICO MACERI* - “Siamo nati liberi e rimarremo tali... L'America non sarà mai un Paese socialista”. Così Donald Trump nel suo recente discorso sullo Stato dell'Unione (SOTU) ricevendo gli applausi da  tutti i repubblicani e anche democratici presenti nell'Aula del Congresso.

Sam Donaldson, storico giornalista della Abc, ha dissentito ribattendo che “è già troppo tardi.” In un'intervista alla Cnn, Donaldson ha spiegato che “più della metà degli americani usufruisce di programmi socialisti del governo federale” come il Medicare (sanità per gli anziani), Medicaid (sanità per i poveri), welfare anche per i ricchi come le aziende agricole e i sussidi elargiti loro dal governo.

Donaldson ha continuato aggiungendo che in pochi anni si avrà un sistema sanitario single-payer, una forma di Medicare per tutti, che nessuno chiamerà socialismo perché il termine fa paura ma si tratta proprio di socialismo.

Donaldson non ha tutti i torti che gli Stati Uniti, nonostante l'etichetta di Paese capitalista, include una buona dosi di programmi sociali. Il termine socialista però continua a suscitare una forte antipatia soprattuto con gli americani che ricordano la guerra fredda e la vecchia Unione Sovietica. Per i giovani si tratta di un'altra cosa. Ma non solo. Bernie Sanders, che ha dato filo da torcere a Hillary Clinton per la nomination del Partito Democratico nelle primarie del 2016, non ha avuto paura di dichiararsi un socialista democratico.

Alexandria Ocasio-Cortez, la neo eletta parlamentare del 14esimo distretto di New York, seguendo in grande misura l'ideologia di Sanders, non ha mostrato nemmeno lei paura dell'etichetta.  Il termine socialista non fa paura nemmeno ai giovani i quali non interpretano il socialismo come sistema fallimentare da cui bisogna scappare.

Sanders, Ocasio-Cortez e i giovani  vedono nel socialismo un sistema rappresentato da Paesi europei e in particolar modo dalle nazioni scandinave. Si tratta di Paesi capitalisti ma con solidi programmi sociali molto più ampli di quelli citati da Donaldson in America. Si tratta in effetti di programmi che richiamano la New Deal di Franklin Delano Roosevelt a cui si ispirano infatti Ocasio-Cortez e Sanders. Roosevelt, si ricorda, era anche lui stato etichettato dai repubblicani socialista e comunista per i programmi sociali messi in atto, specialmente il Social Security, approvato nel 1935.

Anche il Medicare, approvato nel 1965, aveva causato paura. Paul Krugman, vincitore del Premio Nobel per l'economia,  ha scritto nel New York Times che prima dell'approvazione del Medicare, la destra lo aveva attaccato etichettandolo una minaccia mortale alla libertà individuale degli americani. I repubblicani che avevano opposto questi due programmi basilari per gli americani hanno dovuto con il passare del tempo ammettere la loro validità senza però nascondere il loro desiderio di privatizzarli e forse anche eliminarli. L'altro recente programma sull'ampliamento della sanità ottenuto con Obamacare, la riforma sulla sanità approvata dall'amministrazione di Barack Obama nel 2010, è stato attaccato ferocemente. I repubblicani, però, non sono riusciti a revocarlo nel primo anno di Trump nonostante il fatto che all'epoca controllavano la legislatura e la Casa Bianca.

Il socialismo come ideologia e i programmi sociali specifici non fanno solo paura ai repubblicani. Anche l'ala destra del Partito Democratico ne è preoccupata. Joe Manchin, senatore democratico del West Virginia, uno Stato molto conservatore che ha votato in modo schiacciante per Trump nell'elezione del 2016, è anche lui preoccupato dalle voci e programmi liberal annunciati da alcuni parlamentari come Ocasio-Cortez. Manchin (il cognome degli antenati era Mancini) si preoccupa che democratici come lui potrebbero avere difficoltà in future elezioni per quello che lui considera programmi troppo socialisti auspicati dal suo partito. Manchin è preoccupato dagli annunci di aumentare le tasse ai ricchi, l'enfasi sulle nuove tecnologie, il programma per affrontare il riscaldamento globale, il concetto del Medicare per tutti, ed altre idee che lui considera vicine al socialismo.

La conquista della maggioranza democratica  della Camera alle elezioni di midterm del 2018 ci indica però una sterzata a sinistra che ha già frenato l'agenda conservatrice di Trump e i repubblicani. La spinta della sinistra verso programmi sociali continuerà e sarà spronata da Ocasio-Cortez ed altri parlamentari progressisti. Ciò fornirà ai repubblicani una buona opportunità di etichettare i democratici come socialisti. La sterzata a sinistra però non sarà eccessiva poiché Nancy Pelosi, l'abile speaker della Camera e la sua leadership, la tempereranno anche se non troppo facilmente. L'estrema disuguaglianza fra i ricchi e poveri, però, sarà usata dai progressisti per i programmi sociali che per molti anni erano stati abbandonati. I repubblicani faranno di tutto per dipingere i democratici come socialisti sperando nell'efficacia dello spauracchio tradizionale causato dall'etichetta. Alla fine si tratterà di bilanciare il capitalismo con programmi sociali che beneficiano gli americani.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

Schumer sul SOTU: Trump divide l'America


di DOMENICO MACERI* - Il discorso sullo Stato dell'Unione (SOTU) fatto da Donald Trump recentemente era stato originalmente fissato per il 29 gennaio scorso. La speaker della Camera, Nancy Pelosi, aveva però disdetto quella data a causa dello shutdown del governo, suggerendo al presidente di farlo per iscritto oppure trovare un'alternativa. Dopo 35 giorni di shutdown, il più lungo nella storia americana, l'inquilino della Casa Bianca ha deciso di riaprire le porte del governo per tre settimane onde dare tempo alle negoziazioni che lui spera potrebbero condurre allo stanziamento dei fondi sul muro al confine col Messico. La Pelosi ha deciso di estendere l'invito per il SOTU che si è tenuto il  5 febbraio.

Trump avrebbe potuto trovare un'alternativa o scegliere di mandarlo alla Camera in forma scritta ma ha voluto tenere duro per attuarlo secondo la tradizione degli anni recenti. La storia  però presenta una varietà di metodi per soddisfare la Costituzione la quale richiede che di tanto in tanto il presidente riferirà al Congresso sullo stato dell'Unione.

Il primo presidente, George Washington, fece il primo SOTU nel 1790 alla Federal Hall di New York, l'allora capitale degli Stati Uniti. Lo fece davanti al Congresso e si concentrò, come era prevedibile, sugli aspetti militari e la difesa del Paese ma toccò anche la questione dell'immigrazione e quella della naturalizzazione degli stranieri. Il suo successore John Adams ne fece quattro ma Thomas Jefferson, il suo successore, nel 1801 decise di mandarlo al Congresso in forma scritta perché non voleva creare un'auto esaltazione che echeggiasse sfumature monarchiche.

La forma scritta di SOTU fu continuata fino alla presidenza di Woodrow Wilson il quale nel 1913 decise di ritornare alla forma orale davanti al Congresso esattamente per la ragione opposta da Jefferson, stabilendo il SOTU come un'ottima opportunità del presidente di reiterare la sua agenda politica.

L'uso della forma scritta divenne raro ma fu usata dal presidente Franklin Delano Roosevelt e Harry Truman durante la Seconda Guerra Mondiale. La presentazione diretta è stata usata e continua poiché dà al presidente una buona opportunità di comunicare con il popolo americano, specialmente con la trasmissione televisiva. Trump non ha voluto perdere la sua chance nel suo tentativo di promuovere la sua agenda in uno scenario in cui quasi tutti i membri del governo e le due legislature erano presenti, dandogli l'impressione di possedere poteri monarchici rifiutati da Jefferson.

Trump ha ovviamente iniziato il discorso lodando il suo operato dichiarando, come richiede la storia, che “Lo Stato dell'Unione è forte”. Poi ha continuato a sottolineare che per il bene del Paese bisogna governare in modo bipartisan, parole che suonano false considerando la sua politica spesso bellicosa e divisiva. Trump ha detto che con la sua amministrazione ci si trova in un miracolo economico, esagerando come spesso fa, senza dare credito ai contributi del suo predecessore, prendendosi il credito per il buono stato dell'economia.

In politica estera Trump ha dichiarato che se non fosse stato per il suo operato ci si troverebbe in una guerra con la Corea del Nord. Ha ripetuto la falsa asserzione di avere sconfitto l'Isis, contraddicendo le recenti dichiarazioni dei suoi servizi di intelligence e altri esperti.

Nonostante le sue dichiarazioni bipartisan Trump ha fratturato il Paese con la sua insistenza sul muro al confine col Messico e lo shutdown di 35 giorni. Nel suo discorso ha continuato a presentare la situazione al confine come un disastro da dove viene un'invasione di immigrati  che non fanno altro che commettere reati anche per la droga che portano nel Paese. Si tratta di una visione della realtà non condivisa né dai democratici e nemmeno dai repubblicani poiché la fine dello shutdown è stata auspicata da Mitch McConnell, presidente del Senato. I fatti ci dicono che il numero degli ingressi dal confine è diminuito negli ulti anni e la governatrice del New Messico, Michelle Lujan Grisham, ha appena ritirato i membri della sua Guardia nazionale dal confine annunciando che la crisi al confine consiste di una “farsa”. Trump però non ha menzionato di dichiarare un'emergenza nazionale per costruire il muro senza l'aiuto della legislatura.

Trump non ha  toccato alcuni temi come la separazione dei bambini dai loro genitori al confine, il riscaldamento globale, né la crescente diseguaglianza economica aggravata anche dai tagli fiscali approvati dalla sua amministrazione che hanno beneficiato in grande misura i benestanti.

Il 45esimo presidente non possiede le doti oratorie di Barack Obama ma il suo discorso è stato classificato accettabile anche se lui si trova molto più ad agio in un rally con i suoi fedelissimi che applaudono calorosamente tutto ciò che lui dice. Nel Congresso la maggioranza dei presenti sono democratici e quindi le sue parole non hanno ricevuto l'entusiasmo che lui si sarebbe aspettato da un pubblico a lui amico.

Poche ore prima del discorso però si era visto il tipico Trump che attacca a destra e manca i suoi avversari, riconfermandoci che  le sue parole di cooperazione sono lontane dalla realtà. Parlando con alcuni giornalisti mentre i suoi assistenti mettevano gli ultimi ritocchi al suo discorso Trump si è burlato del senatore John McCain, deceduto l'anno scorso, per il successo del suo ultimo libro. Trump ha usato parole molto più offensive per Joe Biden, ex vice presidente e possibile avversario nell'elezione del 2020, etichettandolo di “fesso” per le sue gaffe. Molto più pesanti ancora le parole su Chuck Schumer, senatore di New York e leader della minoranza democratica al Senato, che Trump ha classificato come “figlio di una p....a”.

Schumer da parte sua ha messo in dubbio la capacità di Trump di unificare il Paese poiché “passa 364 giorni all'anno dividendo e seminando uno stato di divisione”.  Per Schumer, “la palese ipocrisia del presidente che fa appello all'unione  è che lui è la causa principale che divide l'America”. Difficile dargli torto.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

New York, il Comitato per il retaggio e la cultura italiana celebra Matera 2019

NEW YORK - Il Comitato per il Retaggio e la Cultura Italiana di New York, Inc. (IHCC-NY, Inc.) ha annunciato che nella riunione del consiglio direttivo i suoi membri hanno votato con entusiasmo ”Matera, Capitale Europea della Cultura 2019” come tema per le celebrazioni della cultura Italiana del Mese di Ottobre 2019, tema proposto dal suo Consigliere Cav. Uff. Mico Delianova Licastro nominato Ambasciatore nel Mondo di Matera Capitale Europea della Cultura 2019 dall’On. Salvatore Adduce, presidente della Fondazione Matera Basilicata 2019, e che fara’ da tramite con la Fondazione. Questa decisione coincide con l'inaugurazione delle celebrazioni a Matera che iniziano il 19 Gennaio con la partecipazione del presidente della repubblica Italiana Sergio Mattarella.

In questa occasione, il presidente di IHCC-NY, Joseph Sciame, e l'intero Consiglio di amministrazione si sono congratulati con "la leadership della città di Matera e dei suoi cittadini per il patrimonio e l'importanza storica che è stata conservata nelle sue case, chiese rupestri, alberghi, musei, ristoranti, laboratori d’arte e artigianali. E’ una occasione per celebrare il passato, il presente e il futuro di Matera come simbolo del processo creativo e del rapporto tra uomo e ambiente.”

Il Consiglio di amministrazione di IHCC-NY è composto da un gruppo volontario di leader della comunità italiana e italiana americana, fondato nel 1976, con la missione di presentare, promuovere e preservare la cultura italiana e italo-americana nell'area TriState. Il tema è ripreso da altri stati nella loro programmazione annuale. Durante l'anno, e in particolare durante il mese di ottobre dedicato al retaggio e alla cultura italiana, l'IHCC-NY ospiterà, coordinerà o pubblicherà presentazioni tematiche, simposi, seminari, un concorso di saggistica, proclami e omaggi a Matera e ai suoi cittadini in Basilicata e nei Stati Uniti.

Alcuni consiglieri dell’associazione hanno collegamenti diretti con Matera tramite parenti o amici che vivono nella citta’. Inoltre, ci sarà un riconoscimento speciale, l'onore più alto conferito dall’IHCC-NY, il premio da Vinci. I materiali educativi prodotti dal Comitato, compresi posters, segnalibri e opuscoli con contenuti collegati al tema ufficiale, saranno distribuiti gratuitamente a istituzioni educative, culturali e pubbliche, garantendo l’educazione del pubblico sul valore della cultura italiana e italoamericana, e, per tutto il 2019, sui contributi di Matera attraverso la sua storia e cultura.

L'IHCC-NY, Inc. ha anche espresso congratulazioni alla Commissione Europea per la sua selezione di Matera e i migliori auguri alla cittadina di Plovdiv, in Bulgaria, designata con lo stesso onore per il 2019.

Lo shutdown e il muro: le crisi di Trump

(Pixabay)
di DOMENICO MACERI* - “Beh, e le 800 mila persone? Le importa? Ha un cuore? Sembra proprio di no”. Con queste parole LaVerne Byrd, una rappresentante sindacale dei dipendenti federali, si rivolgeva  direttamente a Donald Trump, considerandolo responsabile dello “shutdown”, la chiusura dei servizi governativi non essenziali. Byrd si preoccupava ovviamente della situazione finanziaria dei suoi soci.

Poche settimane fa in una riunione alla Casa Bianca con leader democratici, il 45esimo presidente aveva detto davanti alle telecamere che lui si prende la responsabilità per lo “shutdown”. Trump voleva lo stanziamento di 5,7 miliardi di dollari  per la costruzione di un muro al confine col Messico, ma né Nancy Pelosi, neo leader della Camera, né Chuck Schumer, leader democratico al Senato, hanno acconsentito.

Lo shutdown continua dal 22 dicembre ed è già il più lungo della storia americana. La costruzione del muro è divenuta un'ossessione per Trump il quale si è reso conto che non ha mantenuto la promessa fatta in campagna elettorale. Ciò non sarebbe tanto importante eccetto per il fatto che alcuni conduttori radiofonici molto popolari come Rush Limbaugh, Ann Coulter, e altri alla Fox News lo hanno ricordato ai loro ascoltatori. Trump sa benissimo che per mantenere la fedeltà della sua base ha bisogno di questi membri della comunicazione e quindi si è scavato una fossa dalla quale gli riesce difficile di uscirne.

Dopo due anni di presidenza e il controllo repubblicano della Camera e il Senato, Trump non era riuscito a mantenere la sua promessa di costruire il suo famigerato muro. Adesso con la Camera nelle mani dei democratici la sua impresa è diventata molto più ardua. Poco importa. Trump crede che stabilendo la narrativa politica sull'immigrazione gli sarà utile poiché vede la questione come una sua carta vincente.

Il problema è che l'attuale inquilino della Casa Bianca non è nemmeno riuscito a creare entusiasmo nei membri del suo partito. Ecco perché solo poche settimane fa il Senato aveva approvato il bilancio che non includeva stanziamento di fondi per il muro. Una volta emerse le sue obiezioni, la Camera, capitanata dall'uscente speaker Paul Ryan, ha approvato il disegno di legge che includeva i fondi richiesti da Trump. Mitch McConnell, il presidente del Senato, però, non l'ha sottoposto al voto perché richiedeva 60 voti e i repubblicani ne hanno solo 53.

Non appena  Nancy Pelosi ha rimpiazzato Ryan, i democratici hanno deciso di opporsi e hanno mandato al Senato lo stesso disegno di legge che la Camera Alta aveva approvato poche settimane prima.  McConnell non lo ha sottoposto al voto anticipando una sconfitta.

Nei suoi incontri per cercare di convincere i leader democratici della necessità del muro, Trump ha insistito che il confine rappresenta una crisi per gli Stati Uniti. Per aumentare l'allarme Trump ha fatto un discorso alla Nazione che le reti televisive hanno trasmesso nonostante si temevano contenuti di campagna politica. In effetti, il 45esimo presidente nei suoi 9 minuti ha riscaldato la minestra anti-immigranti della campagna elettorale e del suo discorso di insediamento. Per Trump si tratta di un'invasione di criminali  e terroristi che entrano nel Paese dal confine col Messico. I fatti però non hanno convinto nessuno. Persino Chris Wallace, conduttore della Fox News, rete conservatrice, ha smentito le asserzioni di Sarah Huckabee Sanders, portavoce di Trump, sul numero di individui arrestati sospettati di terrorismo. Si tratta di 4000 secondo la Sanders ma Wallace ha giustamente corretto che la stragrande maggioranza di questi individui non entrano dal confine col Messico ma in aereo. La Cnn ha confermato questi dati  citati da Wallace in un recente programma, secondo il quale, nel 2018 dodici potenziali terroristi sono stati bloccati al confine col Messico.

Con la sua invenzione della crisi al confine col Messico Trump ha però creato una vera crisi per l'America e specialmente per gli 800 mila dipendenti federali. Lo shutdown include un quarto delle attività federali per mancanza di fondi. Quattrocento mila di questi individui sono indispensabili perché lavorano nella sicurezza e nei trasporti e sono costretti a prestare servizio senza essere pagati, sperando di ricevere i loro assegni in futuro. Altri 380mila sono stati congedati senza stipendi e non sanno quando potranno ritornare a lavorare. Nel frattempo tutti questi 800mila dipendenti non sanno come arrivare a fine mese.

Non sono però i soli a soffrire le conseguenze dello shutdown. Si calcola che 38 milioni di poveri che ricevono sussidi dal governo per comprare cibo non li potrebbero ricevere perché il Dipartimento di Agricoltura che li gestisce è chiuso.  Il Dipartimento delle Case e Sviluppo Urbano  (HUD) ha inviato lettere a 1500 proprietari di case e appartamenti chiedendo loro di non sfrattare individui che ricevono sussidi governativi.

Rispondendo a una domanda di un giornalista sulla tragica situazione causata dallo shutdown, Trump ha detto che tutti si arrangeranno come hanno fatto in passato. In un altro caso, il 45esimo presidente ha dichiarato che la stragrande maggioranza dei dipendenti federali risiedono nella zona di Washington D.C. e sono democratici, suggerendo che non gliene importa niente perché non lo hanno votato. Sbaglia perché l'80 percento dei dipendenti federali sono sparsi in tutto il Paese, incluso stati che lo hanno aiutato a conquistare la Casa Bianca.

Nel suo discorso televisivo Trump ha menzionato che la crisi al confine include una dimensione umana. Ha ragione. La sua politica la ha aggravato con il trattamento degli immigrati, la separazione dei bambini dai genitori, e l'invio di truppe americane per bloccare questa gente che sfugge dalla disperazione dell'America Centrale. Il 45esimo presidente continua disperatamente i suoi tentativi per mantenere l'impossibile promessa elettorale della costruzione di un muro al confine col Messico. A farne le spese non sono solo gli immigrati ma anche gli americani.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

Trump e la politica estera: l'istinto non basta

di DOMENICO MACERI* - “Non siamo più fessi. E nessuno ci considera fessi”. Con queste parole Donald Trump spiegava a un gruppo di soldati americani in Iraq che non possono fare le guerre degli altri senza essere ricompensati. Per l'attuale inquilino della Casa Bianca questi pagamenti includono anche “ricompense monetarie”.

Trump cercava di giustificare le ragioni per il suo annuncio di ritirare le forze armate americane dalla Siria e anche di quelle dell'Afghanistan. Nella sua campagna elettorale Trump aveva criticato il coinvolgimento militare americano in altri Paesi prendendo le distanze dalla guerra in Iraq e quella in Afganistan per le spese enormi e i minimi risultati ottenuti. Adesso da presidente ha il potere di cercare di mantenere le sue promesse.

Sfortunatamente Trump lavora di istinto e con il suo annuncio del ritiro delle truppe dalla Siria è riuscito a unificare l'establishment di destra e di sinistra nella loro opposizione. Ciononostante, l'istinto del 45esimo presidente non è completamente sballato.

Si ricorda che anche Barack Obama era stato contrario alla guerra in Iraq. Nelle primarie democratiche Obama prese le distanze dalla sua avversaria Hillary Clinton la quale aveva invece votato a favore della guerra in Iraq.

Da presidente, Obama fece del suo meglio per riportare i soldati americani a casa anche se non vi riuscì completamente. Il 44esimo presidente capì che bisognava agire con cautela perché quando l'America si isola dai punti caldi del mondo, conseguenze negative possono emergere.

Trump non sembra capire queste conseguenze basando le sue decisioni sui suoi istinti. L'annuncio del ritiro delle truppe dalla Siria, avvenuto subito dopo una conversazione telefonica con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, ha causato la dimissioni del ministro della Difesa Jim Mattis. Inoltre, l'establishment democratico e repubblicano si sono dichiarati contrari.

Favorevole invece Vladimir Putin il quale ha applaudito la mossa di Trump. L'assenza delle 2mila truppe americane dalla Siria favorisce il terreno ai russi e i loro alleati nella zona come la Turchia. Il presidente turco Erdogan è anche lui soddisfatto perché indebolisce i curdi in Siria che rappresentano un pericolo date le loro ambizioni di creare uno stato curdo indipendente nel Medio Oriente. L'assenza degli americani in effetti dà carta bianca a Erdogan ma rappresenta un pericolo per i curdi, alleati americani, che molto hanno fatto per combattere l'Isis. Svantaggiati anche altri alleati nel Medio Oriente come l'Israele e l'Arabia Saudita.

L'isolazionismo degli Stati Uniti auspicato da Trump rappresenta anche un passo falso per il resto del mondo poiché crea un vuoto che regimi autoritari saranno ben contenti di riempire specialmente la Russia ma anche la Cina. Inoltre manda un segnale ad altri Paesi che guardano all'America come leader e vedono invece un colosso che si rifiuta di contribuire alla stabilità globale.

Ciononostante il ritiro delle truppe americane in alcuni luoghi come l'Afghanistan non sarebbe una grossa perdita poiché manca una vera strategia per risolvere la situazione in quel martoriato Paese. Non si tratta di completare un vittoria militare ma di creare una stabilità politica in una nazione i cui problemi millenari non saranno risolti da forze armate americane. Innestare un sistema politico democratico è quasi impossibile. Trump non ha dunque tutti i torti. Paradossalmente in questo senso la sinistra americana è d'accordo con lui vedendo le due guerre in Iraq e Afghanistan come disastri che hanno fatto poco oltre ad aumentare il potere dell'Iran data la loro vicinanza religiosa con l'Iraq.

Se l'istinto di Trump di ritirare le truppe americane dalla Siria e l'Afghanistan appare positivo la sua implementazione si deve scontrare con la realtà basica. Trump ha detto che l'America ha sconfitto l'Isis e quindi le truppe americane possono ritornare a casa. L'Isis però è stato sconfitto solo dal punto di vista militare poiché ha perso la stragrande maggioranza del territorio che controllava. L'ideologia del terrorismo dell'Isis rimane però una costante minaccia che potrebbe colpire in qualsiasi momento. Non si tratta dunque di celebrare la sconfitta militare dell'Isis che era scontata in partenza. Per sconfiggere il terrorismo, però, la strada è lunga ma Trump non sembra avere nessun'idea sul come farlo.

Riportare i soldati a casa da alcuni Paesi però dovrebbe fare ripensare al ruolo dell'America nel mondo. Trump però si interessa solo superficialmente al governo. La soluzione ai problemi mondiali richiede pazienza e diplomazia anche se la forza militare può ovviamente fare parte di una strategia politica internazionale. Obama lo aveva capito. L'accordo sul nucleare con l'Iran, che l'ex presidente americano era riuscito ad approvare, intendeva ridurre la possibilità di proliferazione nucleare nel Medio Oriente. Il 44esimo presidente intendeva altresì incanalare l'Iran a fare parte in futuri negoziati per stabilizzare il Medio Oriente. Sfortunatamente Trump ha fatto un passo indietro revocando l'accordo firmato dagli iraniani anche se gli altri Paesi firmatari continuano a seguirlo. In questo caso si è trattato di un istinto sbagliato. L'isolazionismo americano auspicato da Trump riflette anche un altro istinto errato che rende gli Stati Uniti meno sicuri ma allo stesso tempo fa il gioco di Putin, lasciandogli spazi più ampi per la sua politica di espansione globale.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Trump e i suoi collaboratori: turnover costante

di DOMENICO MACERI* - L'annuncio di Donald Trump che ritirerà le forze armate americane dalla Siria non è stato digerito dal generale Jim Mattis, il segretario della Difesa. Mattis aveva sconsigliato il ritiro e si è dimesso spiegando le sue ragioni in una lettera rilasciata poco dopo l'annuncio di Trump.

All'inizio il 45esimo presidente ha lodato Mattis in un tweet, citando i contributi fatti dal generale per la sicurezza americana. Pochi giorni dopo, Trump ha sentito attraverso la Fox News il contenuto della lettera di dimissioni che lui non aveva letto. L'inquilino della Casa Bianca ha criticato Mattis in un altro tweet, ricostruendo la storia del generale, ricordando che Barack Obama lo aveva licenziato ma lui gli aveva dato una seconda chance. Si ricorda anche che in una recente intervista Trump aveva caratterizzato Mattis come un “democratico”, termine poco lusinghiero per il presidente.

Mattis nella sua lettera aveva spiegato, molto diplomaticamente, che il presidente ha bisogno di un segretario della Difesa la cui visione di politica estera combaci con quella di Trump. Il generale ha anche citato l'importanza di mantenere rapporti cordiali con i Paesi alleati i cui contributi sono indispensabili per fare fronte alla politica espansiva della Russia, Cina e altri Paesi gestiti da regimi autoritari.

Le stoccate indirette ma cortesi di Mattis sono chiarissime. Il generale criticava i comportamenti poco diplomatici di Trump con gli alleati e indirettamente quelli molto “amichevoli” con i nemici degli Usa. Trump non ha gradito e invece di accettare le dimissioni per la fine di febbraio offerte da Mattis, per dare tempo di rimpiazzarlo, ha anticipato al primo gennaio 2019 la fine del compito di Mattis. Per sostituirlo, ha nominato temporaneamente Patrick Shanahan, vice di Mattis, il quale però ha poca esperienza in campo militare e diplomatico.

Poco importa. Assumere collaboratori stretti temporanei sta divenendo tipico per il 45esimo presidente in parte perché non ci sono molti professionisti in giro che vogliono lavorare per un capo che governa di istinto, ignorando i suggerimenti dei suoi consiglieri. Spesso infatti vengono smentiti da un giorno all'altro. È successo recentemente al suo consigliere di sicurezza nazionale, il falco John Bolton, il quale tre mesi fa aveva annunciato che per sconfiggere l'Isis e contenere l'Iran bisognava ampliare gli obiettivi militari americani in Siria.

Trump lavora bene nell'incertezza e preferisce collaboratori le cui qualità principali vertono sulla sudditanza ai suoi principi che sono difficili da capire. Membri temporanei del gabinetto di governo sono dunque preferibili. Al momento, oltre alla Difesa, Trump lavora con un capo di gabinetto temporaneo, Mick Mulvaney, che ha accettato l'incarico a malavoglia e Matt Whitaker, segretario di Giustizia temporaneo. Whitaker è considerato impreparato ma si crede che Trump lo abbia nominato come possibile argine alle indagini di Robert Mueller, il procuratore speciale che indaga le interferenze russe sull'elezione del 2016.

Il turnover dei collaboratori si addice allo stile governativo spesso improvvisato di Trump. Infatti, in questo rispetto è il campione. Uno studio della Brookings Institution che analizza i cambi di personale di parecchi presidenti ci informa che fra i collaboratori principali, “the A Team”, (la squadra titolare), Trump ne ha cambiati 42 su 65, ossia il 65 percento (Obama 24 percento, George W. Bush, 33%). Diciassette di questi collaboratori sono stati promossi, 14 sono stati costretti a dimettersi, 11 si sono dimessi di propria volontà. 

Il clima creato da Trump nella sua amministrazione non incoraggia specialisti ad accettare posti che si liberano. In parte si deve alla personalità del capo che governa in modo poco strutturato ma anche per le indagini del Russiagate. Lavorare vicino a Trump spesso richiede la necessità di assumersi un avvocato, considerando la possibilità che la vicinanza di Trump li renderà testimoni di irregolarità o azioni potenzialmente illegali, attirando l'attenzione di Mueller.

La partenza di Mattis si aggiunge a quella di molti altri “adulti”, individui di spessore, rappresentanti dell'establishment, con esperienza nelle strutture e metodologie del governo a livello nazionale ma anche internazionale. Si ricordano facilmente altre figure di notevole spessore (Jeff Sessions, giustizia), (Rex Tillerson, affari esteri), (H.R. McMaster, sicurezza nazionale) che per una ragione o un'altra hanno già lasciato la barca di Trump. Il 45esimo presidente sembra soddisfatto, preoccupandosi più della possibile fedeltà invece delle competenze dei collaboratori. 

Da candidato, Trump aveva detto che in politica estera lui consulta se stesso perché possiede “un buon cervello”. Il successo di Trump a conquistare la Casa Bianca quando nessuno se lo aspettava lo potrebbe rassicurare della sua intelligenza. In realtà una persona veramente intelligente ammetterebbe di non sapere tutto e considererebbe seriamente i pareri dei suoi consiglieri. Trump agisce dunque sempre più da leader autoritario con una sommaria conoscenza del sistema basato sui suoi istinti. Avendo notato il calo della borsa (9 percento per il 2018) Trump ha indagato se può licenziare Jerome Powell, chairman della Federal Reserve, considerandolo responsabile per l'aumento dei tassi di interessi. Non lo può fare. I contrappesi ai poteri del presidente continuano a tenere ma il 45esimo presidente non riesce a comprenderlo. Il fatto che lui voglia circondarsi da adulatori invece di specialisti che gli offrano i loro consigli potrà soddisfare il suo ego ma non giova né al Paese né al resto del mondo.
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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Trump scarica Cohen ma 'sorride' a Flynn e Manafort

di DOMENICO MACERI* - “Non posso assicurarla che se si continua oggi non riceverà una pena che escluda il carcere”. Con queste parole il giudice federale Emmet Sullivan ha cercato di incoraggiare Mike Flynn, ex consigliere della sicurezza nazionale del Presidente Donald Trump, a rinviare la sentenza che stava per emettere. Il primo dicembre del 2017, Flynn si era dichiarato colpevole di avere mentito alla Fbi per non avere rivelato i suoi contatti con l'ambasciatore russo. Inoltre Flynn non aveva denunciato alle autorità federali il suo lavoro di lobbista come agente straniero che svolse senza essere registrato.

Gli avvocati di Flynn avevano asserito che il loro assistito non meritava carcere per la sua preziosa collaborazione alle indagini condotte dal procuratore speciale Robert Mueller sulle interferenze russe nell'elezione americana del 2016. I rappresentanti di Mueller avevano anche loro riconosciuto la collaborazione di Flynn ed erano d'accordo.

Il giudice Sullivan però ha voluto dimostrare il suo “disgusto” sulla condotta di Flynn dicendo che l'ex consigliere della sicurezza nazionale, un “alto funzionario del governo”, ha fatto dichiarazioni false alla Fbi proprio nelle “stanze” della Casa Bianca. Il giudice ha continuato accusando Flynn di avere “svenduto la sua patria”, additando la bandiera americana dell'aula. Sullivan ha continuato con la sua linea dura chiedendo ai rappresentanti di Mueller se le azioni di Flynn meritassero di essere considerate “tradimento”. La domanda ha colto di sorpresa  Brandon Van Grack, il rappresentante legale del procuratore speciale, il quale però ha dichiarato che al momento non rientrava nelle loro valutazioni.

Alla fine, Sullivan, gli avvocati di Flynn e quelli di Mueller si sono accordati a rimandare la sentenza per tre mesi, dando l'opportunità all'ex consigliere della sicurezza nazionale di effettuare una collaborazione più completa. Tutti in effetti hanno cercato di evitare il carcere a Flynn. Persino il presidente Donald Trump il giorno prima dell'udienza di Sullivan aveva inviato un tweet augurando buona fortuna a Flynn.

Trump aveva anche usato parole dolci per Paul Manafort, il suo ex manager della campagna elettorale da marzo ad agosto del 2016. Manafort era stato condannato per frode fiscale e attendeva un secondo processo. Nel mese di settembre del 2018 ha poi deciso di cooperare con gli inquirenti dell'indagine sul Russiagate per cercare di ridurre la sua sentenza e ottenere clemenza per altri grattacapi legali. Ciononostante nel mese di novembre gli inquirenti dell'indagine del Russiagate hanno accusato Manafort di avere violato l'accordo. Sembrerebbe che mentre cooperava con l'indagine di Mueller, Manafort passava informazioni confidenziali ai legali di Trump. Si crede che con il suo doppio gioco Manafort avesse deciso di continuare ad assistere Trump sperando di ottenere una grazia presidenziale nel prossimo futuro. Trump, infatti, lo aveva lodato mediante parecchi tweet mentre allo stesso tempo attaccava le indagini dei legali di Mueller.

Un trattamento diverso è stato riservato da Trump al suo ex avvocato Michael Cohen, il cui ufficio era stato perquisito dalle forze dell'ordine, sequestrando numerosi documenti nel mese di aprile del 2018. Trump ha inizialmente reagito duramente verso Mueller dicendo che l'azione consisteva di un “attacco alla nazione, una caccia alle streghe”, citando anche la fine del privilegio fra cliente e avvocato. Nei prossimi mesi però Cohen ha deciso di abbandonare Trump e collaborare con i legali del Secondo Distretto di New York, incaricati delle indagini nel suo caso. La musica di Trump è dunque cambiata  e il 45esimo presidente ha accusato il suo ex legale di “tradimento”.

Cohen è stato condannato a tre anni di carcere, pena alleggerita dalla sua collaborazione con gli inquirenti del Russiagate. Il suo processo però era a carico del Secondo Distretto di New York con i quali Cohen ha anche collaborato ma non totalmente, forse per proteggere qualcuno a lui caro. Per quanto riguarda i suoi legami con Trump, però, Cohen ha confessato che lui aveva pagato due donne con cui Trump  aveva avuto rapporti intimi per mantenere il loro silenzio due settimane prima dell'elezione.

L'attuale inquilino della Casa Bianca ha accusato il suo ex legale di essere bugiardo e quindi non credibile. Anche uno dei suoi attuali legali, Rudy Giuliani, ha accusato Cohen di mentire per avere confessato che lui aveva fatto i pagamenti alle due donne con la cooperazione, la conoscenza e l'approvazione di Trump. Cohen sarebbe in possesso di registrazioni  per dimostrare le sue asserzioni. Inoltre, in un'intervista alla Abc il giorno dopo la sua condanna, Cohen ha chiarito che le sue testimonianze sono corroborate da informazioni possedute dagli inquirenti di Mueller.

Trump ha sempre asserito alla nausea che le indagini del Russiagate sono una caccia alle streghe e che lui non è colpevole di collusione con i russi. Il carcere del suo ex avvocato e la vicinanza delle condanne di Flynn e Manafort ci suggeriscono il contrario. Bisogna aggiungere il totale dei 34 individui incriminati, 26 dei quali sono cittadini russi.  Gli altri americani indagati da Mueller, alcuni dei quali stretti collaboratori ed altri molto vicini a Trump nel mirino di Mueller, stanno causando serie preoccupazioni all'attuale inquilino della Casa Bianca.

La conquista della maggioranza del Partito Democratico  alla Camera nelle elezioni del mese scorso appaiono altre nubi ingombranti su Trump. La possibilità di impeachment rimane sempre remota ma molto meno. Tutto dipende dalla conclusione delle indagini di Mueller che sono previste per il mese di febbraio 2019.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

Hillary Clinton e Varoufakis: due ricette per l'immigrazione

di DOMENICO MACERI* - “Credo che l’Europa debba trovare un modo di gestire l’immigrazione, perché è quello che ha acceso la miccia”.  Con queste parole in un'intervista al giornale britannico The Guardian, Hillary Clinton ha spiegato l'ascesa del populismo che ha causato la perdita di consensi elettorali alla sinistra in Europa ma anche in America. La Clinton ha continuato spiegando che ammira la generosità e accoglienza dimostrate ai migranti da Angela Merkel ma non si può continuare su quella strada perché scombussolerà il sistema politico.

La Clinton ha ragione che la destra ha usato la paura degli stranieri per ascendere al potere. Ce lo confermano il voto in Gran Bretagna con la Brexit e i successi elettorali di  regimi di destra in Europa dell'Est, in particolar modo quelli della Polonia e dell'Ungheria. Ma anche nell'Europa Occidentale la destra ha ampliato il suo potere conquistando maggioranze in Austria e erodendo il partito della Merkel in Germania con l'uscita di scena della Cancelliera dal vertice della Cdu (e al prossimo giro anche dal governo). Anche in Italia la Lega è riuscita a raddoppiare i suoi consensi, divenendo, secondo i più recenti sondaggi, il principale partito del Paese. Il più recente successo della destra si è manifestato in Spagna dove il Partito Vox ha vinto parecchi seggi nel parlamento dell'Andalusia, roccaforte della sinistra.

L'elettorato, preoccupato dalla presenza sempre crescente di migranti, si è rivolto ai partiti che hanno promesso soluzioni facili per affrontare i timori causati dai nuovi arrivati che aumentano l'incertezza economica ma anche sociale. I dati scientifici ci dicono che la paura non è basata su fatti reali poiché i reati stanno diminuendo. Inoltre i reati commessi dai migranti rappresentano cifre inferiori a quelli commessi dai nativi. Ciononostante un reato commesso da uno straniero viene spesso ampliato dai media e strumentalizzato da leader della destra per aumentare il clima di paura. C'è poi l'impatto culturale, che aggiunto alla paura dei migranti, amplia l'insicurezza generando l'impressione che i migranti vogliano imporre la loro religione e cultura.

I nuovi arrivati però non intendono imporre la loro cultura poiché non hanno nessuna intenzione di ricreare il sistema politico e economico che ha fallito nel loro Paese e li ha costretti ad andare via, spesso rischiando la vita. Ciononostante la loro presenza e la probabilità di nuovi arrivi causa allarme e costernazione.

Le soluzioni semplicistiche che i populisti offrono volentieri con muri e la chiusura delle frontiere vengono  ricompensati con voti.  Non ci sono però soluzioni facili. La sinistra ha potuto fare poc'altro che offrire la lodevole empatia per esseri umani che sfuggono da guerre e miseria. La strada politica meno pericolosa per limitare le sconfitte elettorali è stata quella di parlare poco di migranti e concentrarsi su altri temi. Lo hanno fatto con successo i democratici in America alle recenti elezioni di metà mandato, sottolineando l'importanza della sanità e l'antipatia verso Trump, i cui sondaggi lo danno al 38 percento di popolarità.

L'inquilino della Casa Bianca ha però insistito sulla questione dell'immigrazione intuendo, forse giustamente, la debolezza dei democratici sulla questione di nuovi arrivati. Trump ha etichettato la cosiddetta carovana di migranti dell'America Centrale come un'invasione, inviando 5mila soldati al confine per impedire loro l'ingresso. Il 45esimo presidente ha inoltre minacciato di togliere i contributi americani ai Paesi centroamericani, peggiorando la situazione, e alla fine generando più profughi.

I democratici però non hanno abboccato l'esca di Trump e hanno condotto una campagna politica sottolineando la questione della sanità nella quale hanno vantaggi sui repubblicani che avevano cercato negli ultimi due anni di ridurla, causando insicurezza. In particolar modo, i candidati democratici hanno usato la copertura delle condizioni preesistenti come elemento basico mentre i repubblicani volevano che le compagnie decidessero su chi assicurare o no prendendo in considerazione anche malattie preesistenti. La campagna dei democratici ha funzionato come ci conferma la loro conquista della maggioranza alla Camera, aiutati anche dalla tossica personalità di Trump.

Al di là dei risultati elettorali, la questione dei migranti non si risolverà facilmente. Matteo Salvini ha intuito la soluzione condensata nel suo slogan di “aiutarli a casa loro”. Ciò richiede tempo e cooperazione internazionale invece degli scontri verbali causati dal ministro dell'interno. Salvini però non ha fatto nulla per stabilire legami con altri Paesi europei e africani per gestire meglio la situazione. Mantenere l'insicurezza gli frutta più voti e gli dà l'opportunità di continuare la sua campagna elettorale.  Gli elettori, assetati di risposte immediate, continuano a incrementare il loro sostegno per Salvini e compagnia mentre la sinistra rimane senza idee.  Il suggerimento di Hillary Clinton sarebbe di copiare la destra divenendo in effetti una sinistra light, remando a destra.

Yanis Varoufakis, però, la vede in modo diverso. L'ex ministro delle finanze nel Governo Tsipras in Grecia, in un'intervista al programma americano Democracy Now, ha dichiarato che la sinistra deve in primo luogo appellarsi “all'umanità degli esseri umani” ma allo stesso tempo usare la logica. Varoufakis ha continuato spiegando che la sinistra deve fare di tutto per migliorare la situazione economica al livello globale, affrontando le insicurezze degli occidentali, ma migliorando allo stesso tempo l'economia e la stabilità nei Paesi da dove fuggono i migranti.  Una soluzione seria ma molto più lungimirante che non rappresenta le immediate soluzioni richieste dagli elettori.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

La California: sempre più 'blu'

di DOMENICO MACERI* - L'elezione in California è stata “bizzarra”. Parla Paul Ryan, l'attuale speaker della Camera, cercando di giustificare le perdite di seggi repubblicani nel Golden State nell'elezione di metà mandato il mese scorso. Ryan ha insistito che il giorno dopo l'elezione la sconfitta non sembrava così schiacciante ma dopo tre settimane “tutti i candidati repubblicani avevano perso”.

Ryan criticava il fatto che lo spoglio in California ha preso troppo tempo contrastando il sistema del Wisconsin, il suo Stato, dove, secondo lui, i risultati si sanno immediatamente. L'asserzione di Ryan è lontana dalla realtà per tante ragioni. Tutti i voti devono essere contati e la California, con 40 milioni di cittadini, richiede tempo, specialmente quando alcuni competitori sono vicinissimi e una manciata di voti può essere decisiva.

I repubblicani però non hanno perso tutte le elezioni in California ma per quanto riguarda i seggi alla Camera hanno subito una forte batosta. Nella scorsa legislatura 14 dei 53 seggi californiani alla Camera erano in mani repubblicane comparati a solo 7 in quella che inizia nel mese di gennaio 2019. Una forte perdita, ovviamente. Per il fatto della tempestività a ottenere i risultati, Ryan dà l'impressione di ignorare il sistema elettorale californiano che fa di tutto per avvicinarsi alla democrazia vera.  Le leggi sulle elezioni in California offrono tante possibilità di esercitare il voto. Come in tanti altri Stati americani, l'elezione in California non si svolge solo il giorno stabilito dal governo federale. I californiani possono votare anche per corrispondenza, un metodo che continua ad essere favorito poiché 2 terzi dei californiani lo ha usato. Inoltre ci sono 29 giorni  per votare anticipatamente nei municipi locali. Per coloro che non si sono iscritti alle liste elettorali c'è anche la possibilità di richiedere una scheda provvisoria il  giorno dell'elezione, soggetta a controlli, e votare subito dopo.

In sostanza, la California cerca di offrire più opportunità possibili ai suoi cittadini per  votare. Ryan, da repubblicano, preferisce quegli Stati che invece limitano le possibilità dell'esercizio del voto, perché storicamente, quando poca gente vota il suo partito tende ad essere favorito.

Ryan però ha buone ragioni per la delusione che va al di là dei risultati nazionali con la conquista democratica della maggioranza alla Camera. La sconfitta repubblicana è stata schiacciante poiché anche nell'Orange County, al sud di Los Angeles, tutti i 7 seggi alla Camera sono andati ai democratici. Orange County, come si ricorda, denominata Reagan Country,  è stata la roccaforte repubblicana per molti anni. Il fatto che  la maggioranza dei 3,2 milioni di abitanti abbia abbandonato il Partito Repubblicano è stato un colpo per Ryan e compagnia.

La sconfitta repubblicana nel Golden State è stata rimarcata anche dall'esito su scala statale che ha riassegnato le cariche principali alle mani dei democratici. Inoltre ambedue le Camere Statali hanno mantenuto la super maggioranza  democratica la quale permetterà loro di governare con minima opposizione repubblicana. Si calcola che dei 40 milioni di cittadini in California 30 milioni sono rappresentati da democratici e 10  milioni da repubblicani. I democratici  risiedono  principalmente nella costa e nelle grosse città della parte centrale  mentre gli elettori tendenti a destra si trovano nelle zone rurali e in quelle desertiche.

Gli analisti hanno spiegato la vittoria democratica in parte con l'antipatia riversata verso Donald Trump e l'aumento dell'affluenza al voto dei giovani. Bisogna però aggiungere la favorevole situazione demografica per i democratici che vede gli ispanici al primo posto con 39% del totale, i bianchi al 37%, gli asiatici al 15% e gli afro-americani al 6,5%. La forte presenza degli ispanici  e quella degli altri gruppi minoritari è stata e continuerà ad essere terreno fertile per i democratici. Alcuni hanno già parlato della California come Stato con un solo partito. Oltre alle cariche Statali e la forte maggioranza alla Camera le due senatrici che rappresentano la California a Washington sono anche loro democratiche.

La sorpresa di Ryan sugli esiti delle recenti elezioni di metà mandato è stata echeggiata da Donald Trump. Il 45esimo presidente ha spiegato la sconfitta appellandosi al fatto che in California votano anche i clandestini senza però offrire alcuna prova eccetto il suo istinto. Trump aveva usato la stessa spiegazione per la sua perdita del voto popolare nell'elezione presidenziale del 2016 vinto da Hillary Clinton con un margine di 3 milioni di voti, molti dei quali provenienti dalla California. Il segretario di Stato del Golden State Alex Padilla smentisce queste voci che sono anche smentite dagli analisti.

Il problema per i repubblicani in California è che sono diventati quasi irrilevanti. Jim Brulte, il  presidente del Partito Repubblicano del Golden State, ha etichettato l'esito dell'elezione come una “sconfitta imbarazzante”. Dovrebbero cambiare ma fin quando il Partito Repubblicano deve seguire la linea dura di Trump di attaccare i gruppi minoritari concentrandosi sul supporto dei voti di elettori bianchi, i democratici in California continueranno a sorridere.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

Usa: Pelosi riprende il ruolo di speaker

(Getty)
di DOMENICO MACERI* - “Nancy Pelosi merita di essere scelta dai democratici speaker della Camera. Se le causeranno problemi, magari io le procurerò dei voti repubblicani”. Così Donald Trump il giorno dopo le elezioni di metà mandato che ha visto i democratici ottenere la maggioranza alla Camera.

L'offerta del ramoscello d'ulivo dell'inquilino alla Casa Bianca contrasta ovviamente con la sua aspra retorica nella campagna elettorale diretta alla leader politica italo-americana. Trump l'aveva usata come spauracchio dicendo che la Pelosi avrebbe abolito le frontiere e imposto il socialismo all'America in caso di vittoria democratica. La Pelosi era per Trump il simbolo di “tasse alte, crimini alti” e amante “di MS-13”, la violenta gang centroamericana.

Il quadro dipinto da Trump  e copiato anche dalla retorica repubblicana ha avuto un impatto e dopo la vittoria del 6 novembre alcune voci nel partito democratico si sono alzate contro Pelosi. Una quindicina di deputati democratici tendenti a destra hanno dichiarato la loro opposizione alla candidatura di Pelosi come speaker. Si tratta di parlamentari che hanno votato in molte occasioni per l'agenda di Trump. Poco a poco, però, tutto ci fa credere che la Pelosi sarà eletta speaker.

Il problema principale alla sua opposizione è che nessun candidato credibile si è fatto avanti per sfidarla. La deputata Marcia Fudge, democratica dell'Ohio, aveva indicato di volere candidarsi ma dopo avere parlato a quattrocchi con Pelosi ha deciso di supportarla avendo ottenuto la promessa che le deputate afro-americane avrebbero un ruolo più prominente nella prossima legislatura.

Il deputato democratico Gerry Connolly del Virginia ha colto molto bene le capacità di Pelosi quando ha detto che lei sa “ispirare, persuadere e intimidire”. Il fatto che i democratici abbiano riconquistato la maggioranza alle recenti elezioni di metà mandato, aggiungendo quaranta deputati alle loro file, si deve a tante cose ma anche ai suoi contributi. La Pelosi ha lavorato e fatto campagna elettorale dove è stata invitata e ovviamente è riuscita anche a raccogliere 135 milioni di dollari per il suo partito nel 2018.

Poco a poco l'opposizione alla Pelosi si è squagliata come neve al sole in parte per le sue capacità di convincere in maniera diplomatica gli  scettici che la situazione in America è critica e per contrastare Trump e la maggioranza repubblicana al Senato ci vuole qualcuno che sappia navigare le turbolenti acque di Washington. Anche Alexandria Ocasio-Cortez, la 29enne neo deputata democratica socialista di New York, ha riconosciuto il valore di Pelosi. La Ocasio-Cortez ha accettato le qualità liberal della probabile speaker facendo notare che i suoi detrattori vengono dall'ala destra del partito.

La Pelosi infatti ha notevole esperienza e dal 1987 serve nella Camera rappresentando il quinto distretto della California che include la liberal San Francisco. È una delle deputate più liberal secondo VoteView, un'agenzia che misura l'ideologia mediante i voti espressi dai deputati. Pelosi è più liberal di 80 percento dei suoi colleghi democratici alla Camera e più del 93 percento se si considera l'intera Camera.

Inoltre Pelosi ha fatto storia divenendo la prima donna speaker della Camera nel 2007, terza carica del governo Usa, mantenuta fino al 2011. Nei suoi quattro anni di speaker è riuscita a fare approvare parecchie leggi importanti fra le quali spicca la riforma sulla sanità, detta Obamacare. I repubblicani la hanno demonizzato, dirigendo però le loro stoccate principalmente verso Barack Obama, attribuendogli la responsabilità. In realtà molto del credito per la riforma ricade sulla Pelosi e la popolarità sempre crescente della riforma ricalca il valore del suo contributo. Il fatto che i democratici abbiano conquistato la maggioranza alla Camera neutralizzerà qualunque tentativo di silurare la riforma da parte repubblicana per almeno due anni.

Il lavoro di speaker non è facile considerando le diverse fazioni del Partito Democratico e non lo era nemmeno ai tempi della maggioranza repubblicana. Ne sa qualcosa John Boehner il quale da speaker fece del suo meglio per mantenere le diverse fazioni dei deputati repubblicani uniti ma alla fine dovette dimettersi per il mancato appoggio degli ultra conservatori del Tea Party. Paul Ryan successe a Boehner ma anche lui non ha avuto vita facile e ha deciso di non ricandidarsi avendo probabilmente intuito una sconfitta del suo partito alle elezioni del mese scorso.

Il Partito Democratico non è nemmeno tanto unito ma la nuova energia di una centinaia di nuovi deputati, poco familiari con le acque sabbiose di Washington, richiederà un timoniere esperto come la Pelosi. L'agenda democratica include alcuni temi come  gli investimenti sulle infrastrutture e il costo delle medicine dove si potrebbe trovare terreno comune coi repubblicani. In altri casi si tratta di interessi principalmente democratici come l'aumento del salario minimo, l'ampliamento del Medicare  per coloro che hanno 50 anni, e la sfida del riscaldamento globale.  Non sarà facile né per i democratici né per un timoniere di esperienza come Pelosi poiché i repubblicani controllano il Senato e la Casa Bianca. Ma anche nei casi dove non si potrà trovare terreno comune sarà importante fare approvare disegni di legge prettamente democratici per ristabilire le credenziali della sinistra.  Alcune di queste leggi troppo “estremiste” per i repubblicani saranno importanti per i democratici anche se non andrebbero in porto. Permetterebbero ai democratici di acquistare futuro capitale politico che condurrebbe alla riconquista della Casa Bianca e del Senato. La Pelosi è la migliore speranza per il Partito Democratico e per il Paese.

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* Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto i premi della National Association of Hispanic Publications.

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