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Gli Usa: Paese 'socialista'?


di DOMENICO MACERI* - “Siamo nati liberi e rimarremo tali... L'America non sarà mai un Paese socialista”. Così Donald Trump nel suo recente discorso sullo Stato dell'Unione (SOTU) ricevendo gli applausi da  tutti i repubblicani e anche democratici presenti nell'Aula del Congresso.

Sam Donaldson, storico giornalista della Abc, ha dissentito ribattendo che “è già troppo tardi.” In un'intervista alla Cnn, Donaldson ha spiegato che “più della metà degli americani usufruisce di programmi socialisti del governo federale” come il Medicare (sanità per gli anziani), Medicaid (sanità per i poveri), welfare anche per i ricchi come le aziende agricole e i sussidi elargiti loro dal governo.

Donaldson ha continuato aggiungendo che in pochi anni si avrà un sistema sanitario single-payer, una forma di Medicare per tutti, che nessuno chiamerà socialismo perché il termine fa paura ma si tratta proprio di socialismo.

Donaldson non ha tutti i torti che gli Stati Uniti, nonostante l'etichetta di Paese capitalista, include una buona dosi di programmi sociali. Il termine socialista però continua a suscitare una forte antipatia soprattuto con gli americani che ricordano la guerra fredda e la vecchia Unione Sovietica. Per i giovani si tratta di un'altra cosa. Ma non solo. Bernie Sanders, che ha dato filo da torcere a Hillary Clinton per la nomination del Partito Democratico nelle primarie del 2016, non ha avuto paura di dichiararsi un socialista democratico.

Alexandria Ocasio-Cortez, la neo eletta parlamentare del 14esimo distretto di New York, seguendo in grande misura l'ideologia di Sanders, non ha mostrato nemmeno lei paura dell'etichetta.  Il termine socialista non fa paura nemmeno ai giovani i quali non interpretano il socialismo come sistema fallimentare da cui bisogna scappare.

Sanders, Ocasio-Cortez e i giovani  vedono nel socialismo un sistema rappresentato da Paesi europei e in particolar modo dalle nazioni scandinave. Si tratta di Paesi capitalisti ma con solidi programmi sociali molto più ampli di quelli citati da Donaldson in America. Si tratta in effetti di programmi che richiamano la New Deal di Franklin Delano Roosevelt a cui si ispirano infatti Ocasio-Cortez e Sanders. Roosevelt, si ricorda, era anche lui stato etichettato dai repubblicani socialista e comunista per i programmi sociali messi in atto, specialmente il Social Security, approvato nel 1935.

Anche il Medicare, approvato nel 1965, aveva causato paura. Paul Krugman, vincitore del Premio Nobel per l'economia,  ha scritto nel New York Times che prima dell'approvazione del Medicare, la destra lo aveva attaccato etichettandolo una minaccia mortale alla libertà individuale degli americani. I repubblicani che avevano opposto questi due programmi basilari per gli americani hanno dovuto con il passare del tempo ammettere la loro validità senza però nascondere il loro desiderio di privatizzarli e forse anche eliminarli. L'altro recente programma sull'ampliamento della sanità ottenuto con Obamacare, la riforma sulla sanità approvata dall'amministrazione di Barack Obama nel 2010, è stato attaccato ferocemente. I repubblicani, però, non sono riusciti a revocarlo nel primo anno di Trump nonostante il fatto che all'epoca controllavano la legislatura e la Casa Bianca.

Il socialismo come ideologia e i programmi sociali specifici non fanno solo paura ai repubblicani. Anche l'ala destra del Partito Democratico ne è preoccupata. Joe Manchin, senatore democratico del West Virginia, uno Stato molto conservatore che ha votato in modo schiacciante per Trump nell'elezione del 2016, è anche lui preoccupato dalle voci e programmi liberal annunciati da alcuni parlamentari come Ocasio-Cortez. Manchin (il cognome degli antenati era Mancini) si preoccupa che democratici come lui potrebbero avere difficoltà in future elezioni per quello che lui considera programmi troppo socialisti auspicati dal suo partito. Manchin è preoccupato dagli annunci di aumentare le tasse ai ricchi, l'enfasi sulle nuove tecnologie, il programma per affrontare il riscaldamento globale, il concetto del Medicare per tutti, ed altre idee che lui considera vicine al socialismo.

La conquista della maggioranza democratica  della Camera alle elezioni di midterm del 2018 ci indica però una sterzata a sinistra che ha già frenato l'agenda conservatrice di Trump e i repubblicani. La spinta della sinistra verso programmi sociali continuerà e sarà spronata da Ocasio-Cortez ed altri parlamentari progressisti. Ciò fornirà ai repubblicani una buona opportunità di etichettare i democratici come socialisti. La sterzata a sinistra però non sarà eccessiva poiché Nancy Pelosi, l'abile speaker della Camera e la sua leadership, la tempereranno anche se non troppo facilmente. L'estrema disuguaglianza fra i ricchi e poveri, però, sarà usata dai progressisti per i programmi sociali che per molti anni erano stati abbandonati. I repubblicani faranno di tutto per dipingere i democratici come socialisti sperando nell'efficacia dello spauracchio tradizionale causato dall'etichetta. Alla fine si tratterà di bilanciare il capitalismo con programmi sociali che beneficiano gli americani.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

Schumer sul SOTU: Trump divide l'America


di DOMENICO MACERI* - Il discorso sullo Stato dell'Unione (SOTU) fatto da Donald Trump recentemente era stato originalmente fissato per il 29 gennaio scorso. La speaker della Camera, Nancy Pelosi, aveva però disdetto quella data a causa dello shutdown del governo, suggerendo al presidente di farlo per iscritto oppure trovare un'alternativa. Dopo 35 giorni di shutdown, il più lungo nella storia americana, l'inquilino della Casa Bianca ha deciso di riaprire le porte del governo per tre settimane onde dare tempo alle negoziazioni che lui spera potrebbero condurre allo stanziamento dei fondi sul muro al confine col Messico. La Pelosi ha deciso di estendere l'invito per il SOTU che si è tenuto il  5 febbraio.

Trump avrebbe potuto trovare un'alternativa o scegliere di mandarlo alla Camera in forma scritta ma ha voluto tenere duro per attuarlo secondo la tradizione degli anni recenti. La storia  però presenta una varietà di metodi per soddisfare la Costituzione la quale richiede che di tanto in tanto il presidente riferirà al Congresso sullo stato dell'Unione.

Il primo presidente, George Washington, fece il primo SOTU nel 1790 alla Federal Hall di New York, l'allora capitale degli Stati Uniti. Lo fece davanti al Congresso e si concentrò, come era prevedibile, sugli aspetti militari e la difesa del Paese ma toccò anche la questione dell'immigrazione e quella della naturalizzazione degli stranieri. Il suo successore John Adams ne fece quattro ma Thomas Jefferson, il suo successore, nel 1801 decise di mandarlo al Congresso in forma scritta perché non voleva creare un'auto esaltazione che echeggiasse sfumature monarchiche.

La forma scritta di SOTU fu continuata fino alla presidenza di Woodrow Wilson il quale nel 1913 decise di ritornare alla forma orale davanti al Congresso esattamente per la ragione opposta da Jefferson, stabilendo il SOTU come un'ottima opportunità del presidente di reiterare la sua agenda politica.

L'uso della forma scritta divenne raro ma fu usata dal presidente Franklin Delano Roosevelt e Harry Truman durante la Seconda Guerra Mondiale. La presentazione diretta è stata usata e continua poiché dà al presidente una buona opportunità di comunicare con il popolo americano, specialmente con la trasmissione televisiva. Trump non ha voluto perdere la sua chance nel suo tentativo di promuovere la sua agenda in uno scenario in cui quasi tutti i membri del governo e le due legislature erano presenti, dandogli l'impressione di possedere poteri monarchici rifiutati da Jefferson.

Trump ha ovviamente iniziato il discorso lodando il suo operato dichiarando, come richiede la storia, che “Lo Stato dell'Unione è forte”. Poi ha continuato a sottolineare che per il bene del Paese bisogna governare in modo bipartisan, parole che suonano false considerando la sua politica spesso bellicosa e divisiva. Trump ha detto che con la sua amministrazione ci si trova in un miracolo economico, esagerando come spesso fa, senza dare credito ai contributi del suo predecessore, prendendosi il credito per il buono stato dell'economia.

In politica estera Trump ha dichiarato che se non fosse stato per il suo operato ci si troverebbe in una guerra con la Corea del Nord. Ha ripetuto la falsa asserzione di avere sconfitto l'Isis, contraddicendo le recenti dichiarazioni dei suoi servizi di intelligence e altri esperti.

Nonostante le sue dichiarazioni bipartisan Trump ha fratturato il Paese con la sua insistenza sul muro al confine col Messico e lo shutdown di 35 giorni. Nel suo discorso ha continuato a presentare la situazione al confine come un disastro da dove viene un'invasione di immigrati  che non fanno altro che commettere reati anche per la droga che portano nel Paese. Si tratta di una visione della realtà non condivisa né dai democratici e nemmeno dai repubblicani poiché la fine dello shutdown è stata auspicata da Mitch McConnell, presidente del Senato. I fatti ci dicono che il numero degli ingressi dal confine è diminuito negli ulti anni e la governatrice del New Messico, Michelle Lujan Grisham, ha appena ritirato i membri della sua Guardia nazionale dal confine annunciando che la crisi al confine consiste di una “farsa”. Trump però non ha menzionato di dichiarare un'emergenza nazionale per costruire il muro senza l'aiuto della legislatura.

Trump non ha  toccato alcuni temi come la separazione dei bambini dai loro genitori al confine, il riscaldamento globale, né la crescente diseguaglianza economica aggravata anche dai tagli fiscali approvati dalla sua amministrazione che hanno beneficiato in grande misura i benestanti.

Il 45esimo presidente non possiede le doti oratorie di Barack Obama ma il suo discorso è stato classificato accettabile anche se lui si trova molto più ad agio in un rally con i suoi fedelissimi che applaudono calorosamente tutto ciò che lui dice. Nel Congresso la maggioranza dei presenti sono democratici e quindi le sue parole non hanno ricevuto l'entusiasmo che lui si sarebbe aspettato da un pubblico a lui amico.

Poche ore prima del discorso però si era visto il tipico Trump che attacca a destra e manca i suoi avversari, riconfermandoci che  le sue parole di cooperazione sono lontane dalla realtà. Parlando con alcuni giornalisti mentre i suoi assistenti mettevano gli ultimi ritocchi al suo discorso Trump si è burlato del senatore John McCain, deceduto l'anno scorso, per il successo del suo ultimo libro. Trump ha usato parole molto più offensive per Joe Biden, ex vice presidente e possibile avversario nell'elezione del 2020, etichettandolo di “fesso” per le sue gaffe. Molto più pesanti ancora le parole su Chuck Schumer, senatore di New York e leader della minoranza democratica al Senato, che Trump ha classificato come “figlio di una p....a”.

Schumer da parte sua ha messo in dubbio la capacità di Trump di unificare il Paese poiché “passa 364 giorni all'anno dividendo e seminando uno stato di divisione”.  Per Schumer, “la palese ipocrisia del presidente che fa appello all'unione  è che lui è la causa principale che divide l'America”. Difficile dargli torto.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

New York, il Comitato per il retaggio e la cultura italiana celebra Matera 2019

NEW YORK - Il Comitato per il Retaggio e la Cultura Italiana di New York, Inc. (IHCC-NY, Inc.) ha annunciato che nella riunione del consiglio direttivo i suoi membri hanno votato con entusiasmo ”Matera, Capitale Europea della Cultura 2019” come tema per le celebrazioni della cultura Italiana del Mese di Ottobre 2019, tema proposto dal suo Consigliere Cav. Uff. Mico Delianova Licastro nominato Ambasciatore nel Mondo di Matera Capitale Europea della Cultura 2019 dall’On. Salvatore Adduce, presidente della Fondazione Matera Basilicata 2019, e che fara’ da tramite con la Fondazione. Questa decisione coincide con l'inaugurazione delle celebrazioni a Matera che iniziano il 19 Gennaio con la partecipazione del presidente della repubblica Italiana Sergio Mattarella.

In questa occasione, il presidente di IHCC-NY, Joseph Sciame, e l'intero Consiglio di amministrazione si sono congratulati con "la leadership della città di Matera e dei suoi cittadini per il patrimonio e l'importanza storica che è stata conservata nelle sue case, chiese rupestri, alberghi, musei, ristoranti, laboratori d’arte e artigianali. E’ una occasione per celebrare il passato, il presente e il futuro di Matera come simbolo del processo creativo e del rapporto tra uomo e ambiente.”

Il Consiglio di amministrazione di IHCC-NY è composto da un gruppo volontario di leader della comunità italiana e italiana americana, fondato nel 1976, con la missione di presentare, promuovere e preservare la cultura italiana e italo-americana nell'area TriState. Il tema è ripreso da altri stati nella loro programmazione annuale. Durante l'anno, e in particolare durante il mese di ottobre dedicato al retaggio e alla cultura italiana, l'IHCC-NY ospiterà, coordinerà o pubblicherà presentazioni tematiche, simposi, seminari, un concorso di saggistica, proclami e omaggi a Matera e ai suoi cittadini in Basilicata e nei Stati Uniti.

Alcuni consiglieri dell’associazione hanno collegamenti diretti con Matera tramite parenti o amici che vivono nella citta’. Inoltre, ci sarà un riconoscimento speciale, l'onore più alto conferito dall’IHCC-NY, il premio da Vinci. I materiali educativi prodotti dal Comitato, compresi posters, segnalibri e opuscoli con contenuti collegati al tema ufficiale, saranno distribuiti gratuitamente a istituzioni educative, culturali e pubbliche, garantendo l’educazione del pubblico sul valore della cultura italiana e italoamericana, e, per tutto il 2019, sui contributi di Matera attraverso la sua storia e cultura.

L'IHCC-NY, Inc. ha anche espresso congratulazioni alla Commissione Europea per la sua selezione di Matera e i migliori auguri alla cittadina di Plovdiv, in Bulgaria, designata con lo stesso onore per il 2019.

Lo shutdown e il muro: le crisi di Trump

(Pixabay)
di DOMENICO MACERI* - “Beh, e le 800 mila persone? Le importa? Ha un cuore? Sembra proprio di no”. Con queste parole LaVerne Byrd, una rappresentante sindacale dei dipendenti federali, si rivolgeva  direttamente a Donald Trump, considerandolo responsabile dello “shutdown”, la chiusura dei servizi governativi non essenziali. Byrd si preoccupava ovviamente della situazione finanziaria dei suoi soci.

Poche settimane fa in una riunione alla Casa Bianca con leader democratici, il 45esimo presidente aveva detto davanti alle telecamere che lui si prende la responsabilità per lo “shutdown”. Trump voleva lo stanziamento di 5,7 miliardi di dollari  per la costruzione di un muro al confine col Messico, ma né Nancy Pelosi, neo leader della Camera, né Chuck Schumer, leader democratico al Senato, hanno acconsentito.

Lo shutdown continua dal 22 dicembre ed è già il più lungo della storia americana. La costruzione del muro è divenuta un'ossessione per Trump il quale si è reso conto che non ha mantenuto la promessa fatta in campagna elettorale. Ciò non sarebbe tanto importante eccetto per il fatto che alcuni conduttori radiofonici molto popolari come Rush Limbaugh, Ann Coulter, e altri alla Fox News lo hanno ricordato ai loro ascoltatori. Trump sa benissimo che per mantenere la fedeltà della sua base ha bisogno di questi membri della comunicazione e quindi si è scavato una fossa dalla quale gli riesce difficile di uscirne.

Dopo due anni di presidenza e il controllo repubblicano della Camera e il Senato, Trump non era riuscito a mantenere la sua promessa di costruire il suo famigerato muro. Adesso con la Camera nelle mani dei democratici la sua impresa è diventata molto più ardua. Poco importa. Trump crede che stabilendo la narrativa politica sull'immigrazione gli sarà utile poiché vede la questione come una sua carta vincente.

Il problema è che l'attuale inquilino della Casa Bianca non è nemmeno riuscito a creare entusiasmo nei membri del suo partito. Ecco perché solo poche settimane fa il Senato aveva approvato il bilancio che non includeva stanziamento di fondi per il muro. Una volta emerse le sue obiezioni, la Camera, capitanata dall'uscente speaker Paul Ryan, ha approvato il disegno di legge che includeva i fondi richiesti da Trump. Mitch McConnell, il presidente del Senato, però, non l'ha sottoposto al voto perché richiedeva 60 voti e i repubblicani ne hanno solo 53.

Non appena  Nancy Pelosi ha rimpiazzato Ryan, i democratici hanno deciso di opporsi e hanno mandato al Senato lo stesso disegno di legge che la Camera Alta aveva approvato poche settimane prima.  McConnell non lo ha sottoposto al voto anticipando una sconfitta.

Nei suoi incontri per cercare di convincere i leader democratici della necessità del muro, Trump ha insistito che il confine rappresenta una crisi per gli Stati Uniti. Per aumentare l'allarme Trump ha fatto un discorso alla Nazione che le reti televisive hanno trasmesso nonostante si temevano contenuti di campagna politica. In effetti, il 45esimo presidente nei suoi 9 minuti ha riscaldato la minestra anti-immigranti della campagna elettorale e del suo discorso di insediamento. Per Trump si tratta di un'invasione di criminali  e terroristi che entrano nel Paese dal confine col Messico. I fatti però non hanno convinto nessuno. Persino Chris Wallace, conduttore della Fox News, rete conservatrice, ha smentito le asserzioni di Sarah Huckabee Sanders, portavoce di Trump, sul numero di individui arrestati sospettati di terrorismo. Si tratta di 4000 secondo la Sanders ma Wallace ha giustamente corretto che la stragrande maggioranza di questi individui non entrano dal confine col Messico ma in aereo. La Cnn ha confermato questi dati  citati da Wallace in un recente programma, secondo il quale, nel 2018 dodici potenziali terroristi sono stati bloccati al confine col Messico.

Con la sua invenzione della crisi al confine col Messico Trump ha però creato una vera crisi per l'America e specialmente per gli 800 mila dipendenti federali. Lo shutdown include un quarto delle attività federali per mancanza di fondi. Quattrocento mila di questi individui sono indispensabili perché lavorano nella sicurezza e nei trasporti e sono costretti a prestare servizio senza essere pagati, sperando di ricevere i loro assegni in futuro. Altri 380mila sono stati congedati senza stipendi e non sanno quando potranno ritornare a lavorare. Nel frattempo tutti questi 800mila dipendenti non sanno come arrivare a fine mese.

Non sono però i soli a soffrire le conseguenze dello shutdown. Si calcola che 38 milioni di poveri che ricevono sussidi dal governo per comprare cibo non li potrebbero ricevere perché il Dipartimento di Agricoltura che li gestisce è chiuso.  Il Dipartimento delle Case e Sviluppo Urbano  (HUD) ha inviato lettere a 1500 proprietari di case e appartamenti chiedendo loro di non sfrattare individui che ricevono sussidi governativi.

Rispondendo a una domanda di un giornalista sulla tragica situazione causata dallo shutdown, Trump ha detto che tutti si arrangeranno come hanno fatto in passato. In un altro caso, il 45esimo presidente ha dichiarato che la stragrande maggioranza dei dipendenti federali risiedono nella zona di Washington D.C. e sono democratici, suggerendo che non gliene importa niente perché non lo hanno votato. Sbaglia perché l'80 percento dei dipendenti federali sono sparsi in tutto il Paese, incluso stati che lo hanno aiutato a conquistare la Casa Bianca.

Nel suo discorso televisivo Trump ha menzionato che la crisi al confine include una dimensione umana. Ha ragione. La sua politica la ha aggravato con il trattamento degli immigrati, la separazione dei bambini dai genitori, e l'invio di truppe americane per bloccare questa gente che sfugge dalla disperazione dell'America Centrale. Il 45esimo presidente continua disperatamente i suoi tentativi per mantenere l'impossibile promessa elettorale della costruzione di un muro al confine col Messico. A farne le spese non sono solo gli immigrati ma anche gli americani.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

Trump e la politica estera: l'istinto non basta

di DOMENICO MACERI* - “Non siamo più fessi. E nessuno ci considera fessi”. Con queste parole Donald Trump spiegava a un gruppo di soldati americani in Iraq che non possono fare le guerre degli altri senza essere ricompensati. Per l'attuale inquilino della Casa Bianca questi pagamenti includono anche “ricompense monetarie”.

Trump cercava di giustificare le ragioni per il suo annuncio di ritirare le forze armate americane dalla Siria e anche di quelle dell'Afghanistan. Nella sua campagna elettorale Trump aveva criticato il coinvolgimento militare americano in altri Paesi prendendo le distanze dalla guerra in Iraq e quella in Afganistan per le spese enormi e i minimi risultati ottenuti. Adesso da presidente ha il potere di cercare di mantenere le sue promesse.

Sfortunatamente Trump lavora di istinto e con il suo annuncio del ritiro delle truppe dalla Siria è riuscito a unificare l'establishment di destra e di sinistra nella loro opposizione. Ciononostante, l'istinto del 45esimo presidente non è completamente sballato.

Si ricorda che anche Barack Obama era stato contrario alla guerra in Iraq. Nelle primarie democratiche Obama prese le distanze dalla sua avversaria Hillary Clinton la quale aveva invece votato a favore della guerra in Iraq.

Da presidente, Obama fece del suo meglio per riportare i soldati americani a casa anche se non vi riuscì completamente. Il 44esimo presidente capì che bisognava agire con cautela perché quando l'America si isola dai punti caldi del mondo, conseguenze negative possono emergere.

Trump non sembra capire queste conseguenze basando le sue decisioni sui suoi istinti. L'annuncio del ritiro delle truppe dalla Siria, avvenuto subito dopo una conversazione telefonica con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, ha causato la dimissioni del ministro della Difesa Jim Mattis. Inoltre, l'establishment democratico e repubblicano si sono dichiarati contrari.

Favorevole invece Vladimir Putin il quale ha applaudito la mossa di Trump. L'assenza delle 2mila truppe americane dalla Siria favorisce il terreno ai russi e i loro alleati nella zona come la Turchia. Il presidente turco Erdogan è anche lui soddisfatto perché indebolisce i curdi in Siria che rappresentano un pericolo date le loro ambizioni di creare uno stato curdo indipendente nel Medio Oriente. L'assenza degli americani in effetti dà carta bianca a Erdogan ma rappresenta un pericolo per i curdi, alleati americani, che molto hanno fatto per combattere l'Isis. Svantaggiati anche altri alleati nel Medio Oriente come l'Israele e l'Arabia Saudita.

L'isolazionismo degli Stati Uniti auspicato da Trump rappresenta anche un passo falso per il resto del mondo poiché crea un vuoto che regimi autoritari saranno ben contenti di riempire specialmente la Russia ma anche la Cina. Inoltre manda un segnale ad altri Paesi che guardano all'America come leader e vedono invece un colosso che si rifiuta di contribuire alla stabilità globale.

Ciononostante il ritiro delle truppe americane in alcuni luoghi come l'Afghanistan non sarebbe una grossa perdita poiché manca una vera strategia per risolvere la situazione in quel martoriato Paese. Non si tratta di completare un vittoria militare ma di creare una stabilità politica in una nazione i cui problemi millenari non saranno risolti da forze armate americane. Innestare un sistema politico democratico è quasi impossibile. Trump non ha dunque tutti i torti. Paradossalmente in questo senso la sinistra americana è d'accordo con lui vedendo le due guerre in Iraq e Afghanistan come disastri che hanno fatto poco oltre ad aumentare il potere dell'Iran data la loro vicinanza religiosa con l'Iraq.

Se l'istinto di Trump di ritirare le truppe americane dalla Siria e l'Afghanistan appare positivo la sua implementazione si deve scontrare con la realtà basica. Trump ha detto che l'America ha sconfitto l'Isis e quindi le truppe americane possono ritornare a casa. L'Isis però è stato sconfitto solo dal punto di vista militare poiché ha perso la stragrande maggioranza del territorio che controllava. L'ideologia del terrorismo dell'Isis rimane però una costante minaccia che potrebbe colpire in qualsiasi momento. Non si tratta dunque di celebrare la sconfitta militare dell'Isis che era scontata in partenza. Per sconfiggere il terrorismo, però, la strada è lunga ma Trump non sembra avere nessun'idea sul come farlo.

Riportare i soldati a casa da alcuni Paesi però dovrebbe fare ripensare al ruolo dell'America nel mondo. Trump però si interessa solo superficialmente al governo. La soluzione ai problemi mondiali richiede pazienza e diplomazia anche se la forza militare può ovviamente fare parte di una strategia politica internazionale. Obama lo aveva capito. L'accordo sul nucleare con l'Iran, che l'ex presidente americano era riuscito ad approvare, intendeva ridurre la possibilità di proliferazione nucleare nel Medio Oriente. Il 44esimo presidente intendeva altresì incanalare l'Iran a fare parte in futuri negoziati per stabilizzare il Medio Oriente. Sfortunatamente Trump ha fatto un passo indietro revocando l'accordo firmato dagli iraniani anche se gli altri Paesi firmatari continuano a seguirlo. In questo caso si è trattato di un istinto sbagliato. L'isolazionismo americano auspicato da Trump riflette anche un altro istinto errato che rende gli Stati Uniti meno sicuri ma allo stesso tempo fa il gioco di Putin, lasciandogli spazi più ampi per la sua politica di espansione globale.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Trump e i suoi collaboratori: turnover costante

di DOMENICO MACERI* - L'annuncio di Donald Trump che ritirerà le forze armate americane dalla Siria non è stato digerito dal generale Jim Mattis, il segretario della Difesa. Mattis aveva sconsigliato il ritiro e si è dimesso spiegando le sue ragioni in una lettera rilasciata poco dopo l'annuncio di Trump.

All'inizio il 45esimo presidente ha lodato Mattis in un tweet, citando i contributi fatti dal generale per la sicurezza americana. Pochi giorni dopo, Trump ha sentito attraverso la Fox News il contenuto della lettera di dimissioni che lui non aveva letto. L'inquilino della Casa Bianca ha criticato Mattis in un altro tweet, ricostruendo la storia del generale, ricordando che Barack Obama lo aveva licenziato ma lui gli aveva dato una seconda chance. Si ricorda anche che in una recente intervista Trump aveva caratterizzato Mattis come un “democratico”, termine poco lusinghiero per il presidente.

Mattis nella sua lettera aveva spiegato, molto diplomaticamente, che il presidente ha bisogno di un segretario della Difesa la cui visione di politica estera combaci con quella di Trump. Il generale ha anche citato l'importanza di mantenere rapporti cordiali con i Paesi alleati i cui contributi sono indispensabili per fare fronte alla politica espansiva della Russia, Cina e altri Paesi gestiti da regimi autoritari.

Le stoccate indirette ma cortesi di Mattis sono chiarissime. Il generale criticava i comportamenti poco diplomatici di Trump con gli alleati e indirettamente quelli molto “amichevoli” con i nemici degli Usa. Trump non ha gradito e invece di accettare le dimissioni per la fine di febbraio offerte da Mattis, per dare tempo di rimpiazzarlo, ha anticipato al primo gennaio 2019 la fine del compito di Mattis. Per sostituirlo, ha nominato temporaneamente Patrick Shanahan, vice di Mattis, il quale però ha poca esperienza in campo militare e diplomatico.

Poco importa. Assumere collaboratori stretti temporanei sta divenendo tipico per il 45esimo presidente in parte perché non ci sono molti professionisti in giro che vogliono lavorare per un capo che governa di istinto, ignorando i suggerimenti dei suoi consiglieri. Spesso infatti vengono smentiti da un giorno all'altro. È successo recentemente al suo consigliere di sicurezza nazionale, il falco John Bolton, il quale tre mesi fa aveva annunciato che per sconfiggere l'Isis e contenere l'Iran bisognava ampliare gli obiettivi militari americani in Siria.

Trump lavora bene nell'incertezza e preferisce collaboratori le cui qualità principali vertono sulla sudditanza ai suoi principi che sono difficili da capire. Membri temporanei del gabinetto di governo sono dunque preferibili. Al momento, oltre alla Difesa, Trump lavora con un capo di gabinetto temporaneo, Mick Mulvaney, che ha accettato l'incarico a malavoglia e Matt Whitaker, segretario di Giustizia temporaneo. Whitaker è considerato impreparato ma si crede che Trump lo abbia nominato come possibile argine alle indagini di Robert Mueller, il procuratore speciale che indaga le interferenze russe sull'elezione del 2016.

Il turnover dei collaboratori si addice allo stile governativo spesso improvvisato di Trump. Infatti, in questo rispetto è il campione. Uno studio della Brookings Institution che analizza i cambi di personale di parecchi presidenti ci informa che fra i collaboratori principali, “the A Team”, (la squadra titolare), Trump ne ha cambiati 42 su 65, ossia il 65 percento (Obama 24 percento, George W. Bush, 33%). Diciassette di questi collaboratori sono stati promossi, 14 sono stati costretti a dimettersi, 11 si sono dimessi di propria volontà. 

Il clima creato da Trump nella sua amministrazione non incoraggia specialisti ad accettare posti che si liberano. In parte si deve alla personalità del capo che governa in modo poco strutturato ma anche per le indagini del Russiagate. Lavorare vicino a Trump spesso richiede la necessità di assumersi un avvocato, considerando la possibilità che la vicinanza di Trump li renderà testimoni di irregolarità o azioni potenzialmente illegali, attirando l'attenzione di Mueller.

La partenza di Mattis si aggiunge a quella di molti altri “adulti”, individui di spessore, rappresentanti dell'establishment, con esperienza nelle strutture e metodologie del governo a livello nazionale ma anche internazionale. Si ricordano facilmente altre figure di notevole spessore (Jeff Sessions, giustizia), (Rex Tillerson, affari esteri), (H.R. McMaster, sicurezza nazionale) che per una ragione o un'altra hanno già lasciato la barca di Trump. Il 45esimo presidente sembra soddisfatto, preoccupandosi più della possibile fedeltà invece delle competenze dei collaboratori. 

Da candidato, Trump aveva detto che in politica estera lui consulta se stesso perché possiede “un buon cervello”. Il successo di Trump a conquistare la Casa Bianca quando nessuno se lo aspettava lo potrebbe rassicurare della sua intelligenza. In realtà una persona veramente intelligente ammetterebbe di non sapere tutto e considererebbe seriamente i pareri dei suoi consiglieri. Trump agisce dunque sempre più da leader autoritario con una sommaria conoscenza del sistema basato sui suoi istinti. Avendo notato il calo della borsa (9 percento per il 2018) Trump ha indagato se può licenziare Jerome Powell, chairman della Federal Reserve, considerandolo responsabile per l'aumento dei tassi di interessi. Non lo può fare. I contrappesi ai poteri del presidente continuano a tenere ma il 45esimo presidente non riesce a comprenderlo. Il fatto che lui voglia circondarsi da adulatori invece di specialisti che gli offrano i loro consigli potrà soddisfare il suo ego ma non giova né al Paese né al resto del mondo.
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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Trump scarica Cohen ma 'sorride' a Flynn e Manafort

di DOMENICO MACERI* - “Non posso assicurarla che se si continua oggi non riceverà una pena che escluda il carcere”. Con queste parole il giudice federale Emmet Sullivan ha cercato di incoraggiare Mike Flynn, ex consigliere della sicurezza nazionale del Presidente Donald Trump, a rinviare la sentenza che stava per emettere. Il primo dicembre del 2017, Flynn si era dichiarato colpevole di avere mentito alla Fbi per non avere rivelato i suoi contatti con l'ambasciatore russo. Inoltre Flynn non aveva denunciato alle autorità federali il suo lavoro di lobbista come agente straniero che svolse senza essere registrato.

Gli avvocati di Flynn avevano asserito che il loro assistito non meritava carcere per la sua preziosa collaborazione alle indagini condotte dal procuratore speciale Robert Mueller sulle interferenze russe nell'elezione americana del 2016. I rappresentanti di Mueller avevano anche loro riconosciuto la collaborazione di Flynn ed erano d'accordo.

Il giudice Sullivan però ha voluto dimostrare il suo “disgusto” sulla condotta di Flynn dicendo che l'ex consigliere della sicurezza nazionale, un “alto funzionario del governo”, ha fatto dichiarazioni false alla Fbi proprio nelle “stanze” della Casa Bianca. Il giudice ha continuato accusando Flynn di avere “svenduto la sua patria”, additando la bandiera americana dell'aula. Sullivan ha continuato con la sua linea dura chiedendo ai rappresentanti di Mueller se le azioni di Flynn meritassero di essere considerate “tradimento”. La domanda ha colto di sorpresa  Brandon Van Grack, il rappresentante legale del procuratore speciale, il quale però ha dichiarato che al momento non rientrava nelle loro valutazioni.

Alla fine, Sullivan, gli avvocati di Flynn e quelli di Mueller si sono accordati a rimandare la sentenza per tre mesi, dando l'opportunità all'ex consigliere della sicurezza nazionale di effettuare una collaborazione più completa. Tutti in effetti hanno cercato di evitare il carcere a Flynn. Persino il presidente Donald Trump il giorno prima dell'udienza di Sullivan aveva inviato un tweet augurando buona fortuna a Flynn.

Trump aveva anche usato parole dolci per Paul Manafort, il suo ex manager della campagna elettorale da marzo ad agosto del 2016. Manafort era stato condannato per frode fiscale e attendeva un secondo processo. Nel mese di settembre del 2018 ha poi deciso di cooperare con gli inquirenti dell'indagine sul Russiagate per cercare di ridurre la sua sentenza e ottenere clemenza per altri grattacapi legali. Ciononostante nel mese di novembre gli inquirenti dell'indagine del Russiagate hanno accusato Manafort di avere violato l'accordo. Sembrerebbe che mentre cooperava con l'indagine di Mueller, Manafort passava informazioni confidenziali ai legali di Trump. Si crede che con il suo doppio gioco Manafort avesse deciso di continuare ad assistere Trump sperando di ottenere una grazia presidenziale nel prossimo futuro. Trump, infatti, lo aveva lodato mediante parecchi tweet mentre allo stesso tempo attaccava le indagini dei legali di Mueller.

Un trattamento diverso è stato riservato da Trump al suo ex avvocato Michael Cohen, il cui ufficio era stato perquisito dalle forze dell'ordine, sequestrando numerosi documenti nel mese di aprile del 2018. Trump ha inizialmente reagito duramente verso Mueller dicendo che l'azione consisteva di un “attacco alla nazione, una caccia alle streghe”, citando anche la fine del privilegio fra cliente e avvocato. Nei prossimi mesi però Cohen ha deciso di abbandonare Trump e collaborare con i legali del Secondo Distretto di New York, incaricati delle indagini nel suo caso. La musica di Trump è dunque cambiata  e il 45esimo presidente ha accusato il suo ex legale di “tradimento”.

Cohen è stato condannato a tre anni di carcere, pena alleggerita dalla sua collaborazione con gli inquirenti del Russiagate. Il suo processo però era a carico del Secondo Distretto di New York con i quali Cohen ha anche collaborato ma non totalmente, forse per proteggere qualcuno a lui caro. Per quanto riguarda i suoi legami con Trump, però, Cohen ha confessato che lui aveva pagato due donne con cui Trump  aveva avuto rapporti intimi per mantenere il loro silenzio due settimane prima dell'elezione.

L'attuale inquilino della Casa Bianca ha accusato il suo ex legale di essere bugiardo e quindi non credibile. Anche uno dei suoi attuali legali, Rudy Giuliani, ha accusato Cohen di mentire per avere confessato che lui aveva fatto i pagamenti alle due donne con la cooperazione, la conoscenza e l'approvazione di Trump. Cohen sarebbe in possesso di registrazioni  per dimostrare le sue asserzioni. Inoltre, in un'intervista alla Abc il giorno dopo la sua condanna, Cohen ha chiarito che le sue testimonianze sono corroborate da informazioni possedute dagli inquirenti di Mueller.

Trump ha sempre asserito alla nausea che le indagini del Russiagate sono una caccia alle streghe e che lui non è colpevole di collusione con i russi. Il carcere del suo ex avvocato e la vicinanza delle condanne di Flynn e Manafort ci suggeriscono il contrario. Bisogna aggiungere il totale dei 34 individui incriminati, 26 dei quali sono cittadini russi.  Gli altri americani indagati da Mueller, alcuni dei quali stretti collaboratori ed altri molto vicini a Trump nel mirino di Mueller, stanno causando serie preoccupazioni all'attuale inquilino della Casa Bianca.

La conquista della maggioranza del Partito Democratico  alla Camera nelle elezioni del mese scorso appaiono altre nubi ingombranti su Trump. La possibilità di impeachment rimane sempre remota ma molto meno. Tutto dipende dalla conclusione delle indagini di Mueller che sono previste per il mese di febbraio 2019.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

Hillary Clinton e Varoufakis: due ricette per l'immigrazione

di DOMENICO MACERI* - “Credo che l’Europa debba trovare un modo di gestire l’immigrazione, perché è quello che ha acceso la miccia”.  Con queste parole in un'intervista al giornale britannico The Guardian, Hillary Clinton ha spiegato l'ascesa del populismo che ha causato la perdita di consensi elettorali alla sinistra in Europa ma anche in America. La Clinton ha continuato spiegando che ammira la generosità e accoglienza dimostrate ai migranti da Angela Merkel ma non si può continuare su quella strada perché scombussolerà il sistema politico.

La Clinton ha ragione che la destra ha usato la paura degli stranieri per ascendere al potere. Ce lo confermano il voto in Gran Bretagna con la Brexit e i successi elettorali di  regimi di destra in Europa dell'Est, in particolar modo quelli della Polonia e dell'Ungheria. Ma anche nell'Europa Occidentale la destra ha ampliato il suo potere conquistando maggioranze in Austria e erodendo il partito della Merkel in Germania con l'uscita di scena della Cancelliera dal vertice della Cdu (e al prossimo giro anche dal governo). Anche in Italia la Lega è riuscita a raddoppiare i suoi consensi, divenendo, secondo i più recenti sondaggi, il principale partito del Paese. Il più recente successo della destra si è manifestato in Spagna dove il Partito Vox ha vinto parecchi seggi nel parlamento dell'Andalusia, roccaforte della sinistra.

L'elettorato, preoccupato dalla presenza sempre crescente di migranti, si è rivolto ai partiti che hanno promesso soluzioni facili per affrontare i timori causati dai nuovi arrivati che aumentano l'incertezza economica ma anche sociale. I dati scientifici ci dicono che la paura non è basata su fatti reali poiché i reati stanno diminuendo. Inoltre i reati commessi dai migranti rappresentano cifre inferiori a quelli commessi dai nativi. Ciononostante un reato commesso da uno straniero viene spesso ampliato dai media e strumentalizzato da leader della destra per aumentare il clima di paura. C'è poi l'impatto culturale, che aggiunto alla paura dei migranti, amplia l'insicurezza generando l'impressione che i migranti vogliano imporre la loro religione e cultura.

I nuovi arrivati però non intendono imporre la loro cultura poiché non hanno nessuna intenzione di ricreare il sistema politico e economico che ha fallito nel loro Paese e li ha costretti ad andare via, spesso rischiando la vita. Ciononostante la loro presenza e la probabilità di nuovi arrivi causa allarme e costernazione.

Le soluzioni semplicistiche che i populisti offrono volentieri con muri e la chiusura delle frontiere vengono  ricompensati con voti.  Non ci sono però soluzioni facili. La sinistra ha potuto fare poc'altro che offrire la lodevole empatia per esseri umani che sfuggono da guerre e miseria. La strada politica meno pericolosa per limitare le sconfitte elettorali è stata quella di parlare poco di migranti e concentrarsi su altri temi. Lo hanno fatto con successo i democratici in America alle recenti elezioni di metà mandato, sottolineando l'importanza della sanità e l'antipatia verso Trump, i cui sondaggi lo danno al 38 percento di popolarità.

L'inquilino della Casa Bianca ha però insistito sulla questione dell'immigrazione intuendo, forse giustamente, la debolezza dei democratici sulla questione di nuovi arrivati. Trump ha etichettato la cosiddetta carovana di migranti dell'America Centrale come un'invasione, inviando 5mila soldati al confine per impedire loro l'ingresso. Il 45esimo presidente ha inoltre minacciato di togliere i contributi americani ai Paesi centroamericani, peggiorando la situazione, e alla fine generando più profughi.

I democratici però non hanno abboccato l'esca di Trump e hanno condotto una campagna politica sottolineando la questione della sanità nella quale hanno vantaggi sui repubblicani che avevano cercato negli ultimi due anni di ridurla, causando insicurezza. In particolar modo, i candidati democratici hanno usato la copertura delle condizioni preesistenti come elemento basico mentre i repubblicani volevano che le compagnie decidessero su chi assicurare o no prendendo in considerazione anche malattie preesistenti. La campagna dei democratici ha funzionato come ci conferma la loro conquista della maggioranza alla Camera, aiutati anche dalla tossica personalità di Trump.

Al di là dei risultati elettorali, la questione dei migranti non si risolverà facilmente. Matteo Salvini ha intuito la soluzione condensata nel suo slogan di “aiutarli a casa loro”. Ciò richiede tempo e cooperazione internazionale invece degli scontri verbali causati dal ministro dell'interno. Salvini però non ha fatto nulla per stabilire legami con altri Paesi europei e africani per gestire meglio la situazione. Mantenere l'insicurezza gli frutta più voti e gli dà l'opportunità di continuare la sua campagna elettorale.  Gli elettori, assetati di risposte immediate, continuano a incrementare il loro sostegno per Salvini e compagnia mentre la sinistra rimane senza idee.  Il suggerimento di Hillary Clinton sarebbe di copiare la destra divenendo in effetti una sinistra light, remando a destra.

Yanis Varoufakis, però, la vede in modo diverso. L'ex ministro delle finanze nel Governo Tsipras in Grecia, in un'intervista al programma americano Democracy Now, ha dichiarato che la sinistra deve in primo luogo appellarsi “all'umanità degli esseri umani” ma allo stesso tempo usare la logica. Varoufakis ha continuato spiegando che la sinistra deve fare di tutto per migliorare la situazione economica al livello globale, affrontando le insicurezze degli occidentali, ma migliorando allo stesso tempo l'economia e la stabilità nei Paesi da dove fuggono i migranti.  Una soluzione seria ma molto più lungimirante che non rappresenta le immediate soluzioni richieste dagli elettori.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

La California: sempre più 'blu'

di DOMENICO MACERI* - L'elezione in California è stata “bizzarra”. Parla Paul Ryan, l'attuale speaker della Camera, cercando di giustificare le perdite di seggi repubblicani nel Golden State nell'elezione di metà mandato il mese scorso. Ryan ha insistito che il giorno dopo l'elezione la sconfitta non sembrava così schiacciante ma dopo tre settimane “tutti i candidati repubblicani avevano perso”.

Ryan criticava il fatto che lo spoglio in California ha preso troppo tempo contrastando il sistema del Wisconsin, il suo Stato, dove, secondo lui, i risultati si sanno immediatamente. L'asserzione di Ryan è lontana dalla realtà per tante ragioni. Tutti i voti devono essere contati e la California, con 40 milioni di cittadini, richiede tempo, specialmente quando alcuni competitori sono vicinissimi e una manciata di voti può essere decisiva.

I repubblicani però non hanno perso tutte le elezioni in California ma per quanto riguarda i seggi alla Camera hanno subito una forte batosta. Nella scorsa legislatura 14 dei 53 seggi californiani alla Camera erano in mani repubblicane comparati a solo 7 in quella che inizia nel mese di gennaio 2019. Una forte perdita, ovviamente. Per il fatto della tempestività a ottenere i risultati, Ryan dà l'impressione di ignorare il sistema elettorale californiano che fa di tutto per avvicinarsi alla democrazia vera.  Le leggi sulle elezioni in California offrono tante possibilità di esercitare il voto. Come in tanti altri Stati americani, l'elezione in California non si svolge solo il giorno stabilito dal governo federale. I californiani possono votare anche per corrispondenza, un metodo che continua ad essere favorito poiché 2 terzi dei californiani lo ha usato. Inoltre ci sono 29 giorni  per votare anticipatamente nei municipi locali. Per coloro che non si sono iscritti alle liste elettorali c'è anche la possibilità di richiedere una scheda provvisoria il  giorno dell'elezione, soggetta a controlli, e votare subito dopo.

In sostanza, la California cerca di offrire più opportunità possibili ai suoi cittadini per  votare. Ryan, da repubblicano, preferisce quegli Stati che invece limitano le possibilità dell'esercizio del voto, perché storicamente, quando poca gente vota il suo partito tende ad essere favorito.

Ryan però ha buone ragioni per la delusione che va al di là dei risultati nazionali con la conquista democratica della maggioranza alla Camera. La sconfitta repubblicana è stata schiacciante poiché anche nell'Orange County, al sud di Los Angeles, tutti i 7 seggi alla Camera sono andati ai democratici. Orange County, come si ricorda, denominata Reagan Country,  è stata la roccaforte repubblicana per molti anni. Il fatto che  la maggioranza dei 3,2 milioni di abitanti abbia abbandonato il Partito Repubblicano è stato un colpo per Ryan e compagnia.

La sconfitta repubblicana nel Golden State è stata rimarcata anche dall'esito su scala statale che ha riassegnato le cariche principali alle mani dei democratici. Inoltre ambedue le Camere Statali hanno mantenuto la super maggioranza  democratica la quale permetterà loro di governare con minima opposizione repubblicana. Si calcola che dei 40 milioni di cittadini in California 30 milioni sono rappresentati da democratici e 10  milioni da repubblicani. I democratici  risiedono  principalmente nella costa e nelle grosse città della parte centrale  mentre gli elettori tendenti a destra si trovano nelle zone rurali e in quelle desertiche.

Gli analisti hanno spiegato la vittoria democratica in parte con l'antipatia riversata verso Donald Trump e l'aumento dell'affluenza al voto dei giovani. Bisogna però aggiungere la favorevole situazione demografica per i democratici che vede gli ispanici al primo posto con 39% del totale, i bianchi al 37%, gli asiatici al 15% e gli afro-americani al 6,5%. La forte presenza degli ispanici  e quella degli altri gruppi minoritari è stata e continuerà ad essere terreno fertile per i democratici. Alcuni hanno già parlato della California come Stato con un solo partito. Oltre alle cariche Statali e la forte maggioranza alla Camera le due senatrici che rappresentano la California a Washington sono anche loro democratiche.

La sorpresa di Ryan sugli esiti delle recenti elezioni di metà mandato è stata echeggiata da Donald Trump. Il 45esimo presidente ha spiegato la sconfitta appellandosi al fatto che in California votano anche i clandestini senza però offrire alcuna prova eccetto il suo istinto. Trump aveva usato la stessa spiegazione per la sua perdita del voto popolare nell'elezione presidenziale del 2016 vinto da Hillary Clinton con un margine di 3 milioni di voti, molti dei quali provenienti dalla California. Il segretario di Stato del Golden State Alex Padilla smentisce queste voci che sono anche smentite dagli analisti.

Il problema per i repubblicani in California è che sono diventati quasi irrilevanti. Jim Brulte, il  presidente del Partito Repubblicano del Golden State, ha etichettato l'esito dell'elezione come una “sconfitta imbarazzante”. Dovrebbero cambiare ma fin quando il Partito Repubblicano deve seguire la linea dura di Trump di attaccare i gruppi minoritari concentrandosi sul supporto dei voti di elettori bianchi, i democratici in California continueranno a sorridere.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

Usa: Pelosi riprende il ruolo di speaker

(Getty)
di DOMENICO MACERI* - “Nancy Pelosi merita di essere scelta dai democratici speaker della Camera. Se le causeranno problemi, magari io le procurerò dei voti repubblicani”. Così Donald Trump il giorno dopo le elezioni di metà mandato che ha visto i democratici ottenere la maggioranza alla Camera.

L'offerta del ramoscello d'ulivo dell'inquilino alla Casa Bianca contrasta ovviamente con la sua aspra retorica nella campagna elettorale diretta alla leader politica italo-americana. Trump l'aveva usata come spauracchio dicendo che la Pelosi avrebbe abolito le frontiere e imposto il socialismo all'America in caso di vittoria democratica. La Pelosi era per Trump il simbolo di “tasse alte, crimini alti” e amante “di MS-13”, la violenta gang centroamericana.

Il quadro dipinto da Trump  e copiato anche dalla retorica repubblicana ha avuto un impatto e dopo la vittoria del 6 novembre alcune voci nel partito democratico si sono alzate contro Pelosi. Una quindicina di deputati democratici tendenti a destra hanno dichiarato la loro opposizione alla candidatura di Pelosi come speaker. Si tratta di parlamentari che hanno votato in molte occasioni per l'agenda di Trump. Poco a poco, però, tutto ci fa credere che la Pelosi sarà eletta speaker.

Il problema principale alla sua opposizione è che nessun candidato credibile si è fatto avanti per sfidarla. La deputata Marcia Fudge, democratica dell'Ohio, aveva indicato di volere candidarsi ma dopo avere parlato a quattrocchi con Pelosi ha deciso di supportarla avendo ottenuto la promessa che le deputate afro-americane avrebbero un ruolo più prominente nella prossima legislatura.

Il deputato democratico Gerry Connolly del Virginia ha colto molto bene le capacità di Pelosi quando ha detto che lei sa “ispirare, persuadere e intimidire”. Il fatto che i democratici abbiano riconquistato la maggioranza alle recenti elezioni di metà mandato, aggiungendo quaranta deputati alle loro file, si deve a tante cose ma anche ai suoi contributi. La Pelosi ha lavorato e fatto campagna elettorale dove è stata invitata e ovviamente è riuscita anche a raccogliere 135 milioni di dollari per il suo partito nel 2018.

Poco a poco l'opposizione alla Pelosi si è squagliata come neve al sole in parte per le sue capacità di convincere in maniera diplomatica gli  scettici che la situazione in America è critica e per contrastare Trump e la maggioranza repubblicana al Senato ci vuole qualcuno che sappia navigare le turbolenti acque di Washington. Anche Alexandria Ocasio-Cortez, la 29enne neo deputata democratica socialista di New York, ha riconosciuto il valore di Pelosi. La Ocasio-Cortez ha accettato le qualità liberal della probabile speaker facendo notare che i suoi detrattori vengono dall'ala destra del partito.

La Pelosi infatti ha notevole esperienza e dal 1987 serve nella Camera rappresentando il quinto distretto della California che include la liberal San Francisco. È una delle deputate più liberal secondo VoteView, un'agenzia che misura l'ideologia mediante i voti espressi dai deputati. Pelosi è più liberal di 80 percento dei suoi colleghi democratici alla Camera e più del 93 percento se si considera l'intera Camera.

Inoltre Pelosi ha fatto storia divenendo la prima donna speaker della Camera nel 2007, terza carica del governo Usa, mantenuta fino al 2011. Nei suoi quattro anni di speaker è riuscita a fare approvare parecchie leggi importanti fra le quali spicca la riforma sulla sanità, detta Obamacare. I repubblicani la hanno demonizzato, dirigendo però le loro stoccate principalmente verso Barack Obama, attribuendogli la responsabilità. In realtà molto del credito per la riforma ricade sulla Pelosi e la popolarità sempre crescente della riforma ricalca il valore del suo contributo. Il fatto che i democratici abbiano conquistato la maggioranza alla Camera neutralizzerà qualunque tentativo di silurare la riforma da parte repubblicana per almeno due anni.

Il lavoro di speaker non è facile considerando le diverse fazioni del Partito Democratico e non lo era nemmeno ai tempi della maggioranza repubblicana. Ne sa qualcosa John Boehner il quale da speaker fece del suo meglio per mantenere le diverse fazioni dei deputati repubblicani uniti ma alla fine dovette dimettersi per il mancato appoggio degli ultra conservatori del Tea Party. Paul Ryan successe a Boehner ma anche lui non ha avuto vita facile e ha deciso di non ricandidarsi avendo probabilmente intuito una sconfitta del suo partito alle elezioni del mese scorso.

Il Partito Democratico non è nemmeno tanto unito ma la nuova energia di una centinaia di nuovi deputati, poco familiari con le acque sabbiose di Washington, richiederà un timoniere esperto come la Pelosi. L'agenda democratica include alcuni temi come  gli investimenti sulle infrastrutture e il costo delle medicine dove si potrebbe trovare terreno comune coi repubblicani. In altri casi si tratta di interessi principalmente democratici come l'aumento del salario minimo, l'ampliamento del Medicare  per coloro che hanno 50 anni, e la sfida del riscaldamento globale.  Non sarà facile né per i democratici né per un timoniere di esperienza come Pelosi poiché i repubblicani controllano il Senato e la Casa Bianca. Ma anche nei casi dove non si potrà trovare terreno comune sarà importante fare approvare disegni di legge prettamente democratici per ristabilire le credenziali della sinistra.  Alcune di queste leggi troppo “estremiste” per i repubblicani saranno importanti per i democratici anche se non andrebbero in porto. Permetterebbero ai democratici di acquistare futuro capitale politico che condurrebbe alla riconquista della Casa Bianca e del Senato. La Pelosi è la migliore speranza per il Partito Democratico e per il Paese.

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* Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto i premi della National Association of Hispanic Publications.

Sushi giapponese e pesce crudo pugliese si incontrano a New York


NEW YORK - New York, 14 novembre 2018. Una serata indimenticabile ieri all'Armani Restaurant per l'incontro fra sushi e crudo di mare a cura degli chef pugliese Tommaso Sanguedolce da Ugento e Masaru Kajihara dal Giappone, protagonisti sulla 5th avenue a New York. #weareinpuglia #italyinny

“Uno splendido incontro fra sushi e crudo  per una serata fantastica all’insegna dell’orgoglio italiano- ha commentato il Console Generale d’Italia a New York, Francesco Genuardi  - Grazie alla Regione Puglia stasera abbiamo fatto questa sfida amichevole e piena di armonia fra Italia, rappresentata dalla Puglia e Giappone; una conversazione e un menù a quattro mani fra Puglia e Giappone, un  confronto e incontro fra le due scuole di cucina  che ha già prodotto dei frutti: sto sentendo di collaborazioni nuove fra società italiane e giapponesi sul pesce crudo”.

La canzone 'Volare' ricordata in New York nel suo 60mo anniversario

NEW YORK - A distanza di sessant’anni dalla sua nascita, il brano “Volare” fa ancora parlare di sé nel mondo. Era il 1958 quando il famoso artista italiano Domenico Modugno (di origini pugliesi) e Franco Migliacci diedero “vita” a quello che è definito ancora oggi tra i brani Italiani più celebri nel mondo.

A ricordare ed omaggiare il brano in questo importante anniversario è stato il noto tenore Italo-Americano Luciano Lamonarca (anch’egli di origini pugliesi), che per l’occasione ha lanciato una pagina web dedicata dove, a parte includere importanti notizie sul compositore e sulla canzone stessa, mette a disposizione del visitatore la sua recente registrazione della canzone, in formato mp3, ed in maniera totalmente gratuita. L’iniziativa include anche il brano “Piove” (il quale titolo è Ciao, ciao bambina), e che è inclusa come bonus.

“Nel "marcare" il mio 10.mo anniversario qui negli Stati Uniti d'America, ho pensato che fosse arrivato il tempo di produrre il mio terzo album. Nel fare ciò ho voluto pagare il mio tributo alla canzone "Volare", composta da Domenico Modugno, e conosciuto qui negli U.S.A. come "Mr. Volare", nel 60.mo anniversario della sua composizione. Quale "figlio orgoglioso" della Puglia, non avrei potuto essere più felice nel lanciare questo progetto musicale, e di rendere disponibili i due brani musicali in maniera gratuita a tutti coloro che visiteranno la mia pagina web dedicata: www.lucianolamonarca.com/volare” ha dichiarato il Tenore Luciano Lamonarca.

Il singolo "Volare" è stato lanciato Martedì, 9 Ottobre 2018, all'interno dell'evento esclusivo "Experience Puglia", tenutosi presso il Domenico Vacca Club. Tra i presenti vi erano, a parte lo stilista Domenico Vacca che ha fatto gli onori di casa, il collaboratore CNN ed ex Presidente della Contea del Westchester dello Stato di New York, On. Robert Astorino, il chirurgo di fama internazionale Cataldo Doria, nonché la delegazione della Puglia in visita in New York e Washington, capeggiata dal Presidente della Regione, Michele Emiliano.

Emiliano a Washington: "Emozionato e orgoglioso dei pugliesi. Con gli Usa, grandi progetti"

WASHINGTON - “Guardo tutti voi e il mio cuore si riempie di emozione e orgoglio. In voi vedo la determinazione a realizzare grandi progetti che portano crescita e progresso. In voi vedo il coraggio di chi ha saputo superare tutti i confini, non solo geografici, ma quelli legati alle mille difficoltà di chi cerca la sua strada nel mondo. In voi vedo le mie radici, perché il legame forte con l’Italia si esprime in tutto ciò che fate e create. In voi rivedo soprattutto il sentimento che unisce un popolo, sempre e ovunque, e se incrocio i vostri sguardi sento la forza autentica dell’abbraccio esplosivo tra me e Nicola, emigrato quarant’anni fa, durante la Columbus Day Parade, che ci ha tanto emozionato”.
Così il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano ha salutato l’affollata e prestigiosa platea del Marriott Wardman Park Hotel di Washington, dove si è svolto il gala celebrativo per la Puglia organizzato dalla NIAF, la National Italian American Foundation, la fondazione che rappresenta oltre 20 milioni di cittadini italo-americani residenti negli USA e che ogni anno ad ottobre riunisce nella capitale degli Stati Uniti i più importanti esponenti del mondo politico, della cultura e della finanza. Nel 2018 la Puglia è Regione d’Onore.

“Vorrei proprio dirvi: benvenuti in Puglia! WeAreinPuglia! Perché stasera - ha proseguito Emiliano - in questa location tutto parla della Puglia e vi racconta che terra meravigliosa sia la nostra. Una terra che noi proteggiamo e tuteliamo per mantenerne integra la bellezza. Una bellezza che si esprime nei paesaggi incontaminati, nella ricchezza culturale e artistica dei suoi centri storici, nella bontà della tradizione della enogastronomia. Una bellezza - ha aggiunto - che negli Stati Uniti d’America si può ammirare anche grazie a produzioni cinematografiche internazionali che scelgono la nostra regione come set per i loro film”.

Il presidente della Regione, a capo della delegazione istituzionale pugliese, ha poi ricordato che le relazioni tra USA e Puglia sono anche economiche e industriali, in particolare legate alla realizzazione delle carlinghe dei Boeing 787 e ai nuovi progetti di sviluppo sostenibile nell’aerospazio: “Non è un caso che molte grandi imprese americane abbiano deciso di rafforzare il loro business proprio da noi, in sinergia con le nostre realtà imprenditoriali che portano alto il nome della nostra regione nel mondo. E quando dico che lo portano in alto, non sto usando una metafora, perché sapete qual è il settore trainante delle relazioni tra la Puglia e gli Stati Uniti? È l’aerospazio. Lo sa bene Vito Pertosa, che è qui e che saluto, che ha fatto crescere la sua azienda che fabbrica satelliti in mezzo agli ulivi secolari, in uno stabilimento ad impatto zero, autosufficiente energeticamente, che recupera persino l’acqua piovana. La Puglia punta a questo modello di sviluppo: una crescita sociale ed economica in armonia e nel rispetto dell’ambiente circostante e della salute delle persone”.

“Manteniamo forti - ha concluso Emiliano - i legami che abbiamo costruito e che si rafforzano stasera. Grazie ancora per tutto quello che fate, per essere ogni giorno un motivo di orgoglio per le nostre comunità. Che sia per vacanza, per business, per amore e amicizia, o semplicemente per tornare a sentire il profumo del nostro pane caldo appena sfornato accarezzati dal nostro maestrale in riva al mare, noi vi aspettiamo, la Puglia è casa vostra”.
I circa tremila partecipanti al gala non solo hanno potuto apprezzare i colori e i profumi della Puglia, ma sono stati rapiti dal ritmo ancestrale della pizzica salentina.

Il gala del Niaf si è concluso con una esibizione di musicisti, ballerini e danzatrici dell’Orchestra Popolare della Notte della Taranta che ha proposto una selezione del repertorio che ogni anno conquista turisti provenienti da tutto il mondo. E nessuno ha potuto resistere: dall’Ambasciatore al Presidente di Confindustria, dai membri del Board del Niaf agli imprenditori Italo-americani, tutti pizzicati dalla Taranta e dal calore unico della Puglia.. i colori e i sapori di puglia conquistano i tremila partecipanti al gala del niaf a washington. e alla fine tutti pizzicati dalla taranta.

Emiliano incontra i pugliesi nel mondo di New York

BARI - La delegazione pugliese guidata dal presidente Michele Emiliano si trasferisce a Washington per iniziare gli incontri istituzionali collegati alla grande cerimonia per il 43esimo Anniversario del Galà NIAF che si terrà sabato: la Puglia è la Regione d’Onore per il 2018 alla National Italian American Foundation, la fondazione che rappresenta gli oltre 20 milioni di cittadini italo-americani residenti negli USA e che ogni anno ad ottobre riunisce i più importanti esponenti del mondo politico, della cultura e della finanza, circa 3mila persone provenienti dagli Stati Uniti e dall’Italia.

L’ambito riconoscimento di Regione d’Onore comporta un focus estremamente rilevante per la Puglia e un’attenzione particolare da parte di tutta la comunità italo-americana e dei suoi massimi vertici. Tutte le iniziative NIAF e le attività sono infatti volte al supporto della Regione Puglia per valorizzarne e divulgarne eccellenze e tradizioni. Un’opportunità unica per stringere relazioni istituzionali al più alto livello, rafforzare i rapporti e gli scambi con la grande comunità degli italiani in America ed in particolare per promuovere l’economia pugliese.

La delegazione istituzionale della Regione Puglia ha in programma domani un ricevimento presso l’Ambasciata italiana a Washington, con l’Ambasciatore Armando Varricchio, il presidente del NIAF e tutto il sistema istituzionale dell’Italia negli Stati Uniti.

Durante la missione a New York, il presidente Emiliano, dopo la partecipazione alla Columbus Day Parade e gli eventi con il mondo dell’impresa, è intervenuto al Consolato Generale d’Italia a New York per una cerimonia dedicata proprio al Columbus Day. In quella occasione il presidente Emiliano, al termine del suo discorso, ha donato al Console Francesco Genuardi una bottiglietta contenente la Manna di San Nicola, simbolo di unione tra popoli.

Infine il presidente Emiliano ha incontrato i delegati delle comunità dei Pugliesi nel Mondo di New York e il loro presidente John Mustaro.

Una realtà importante se si pensa che sono oltre 50mila i newyorkesi di origine pugliese: l’attività delle associazioni è proprio quella di non disperdere i legami con la loro terra di origine, anzi di rafforzarli e creare sempre nuove occasioni di crescita e promozione.

“Sono con i nostri fratelli e sorelle pugliesi di New York - ha detto Emiliano a margine dell’incontro - stiamo collaborando con loro per favorire la vendita dei prodotti pugliesi a New York. Ognuno di loro è un promoter della Puglia, del turismo, dell'economia delle cose buone che siamo in grado di fare. Hanno fatto tanti sacrifici, si sono affermati, hanno posizioni importanti in questa città. Queste posizioni le vedremo tra qualche giorno al galà del Niaf a Washington. Lì sarà possibile accorgersi di quanta strada gli italiani immigrati in America hanno fatto, quelli che sono arrivati qui affamati, con le scarpe rotte, senza soldi, con la disperazione nel cuore, come purtroppo ancora oggi succede nel mondo, hanno saputo trasformare quella disperazione, quel disprezzo del quale erano circondati perché arrivavano da lontano, in grande stima e successo economico e sociale. Noi siamo qui orgogliosi di essere pugliesi al loro fianco e stasera e continuiamo a lavorare insieme per costruire nuove occasioni di crescita per la nostra comunità”.

Columbus Day: Puglia protagonista negli Usa con la 'Notte della Taranta'

NEW YORK - “Giornata bellissima, emozionante. Abbiamo cominciato con la messa in Saint Patrick’s Cathedral, una messa per il Columbus Day per tutta la comunità italiana, l'emozione di cantare alla fine della funzione prima l'Inno d'Italia poi l'inno americano. Una grandissima manifestazione questa sulla cultura italiana, un milione di persone per le strade di New York seguiranno questo evento. E avete sentito qualche Tamburello, no? Sono i ballerini della Taranta che sono qui affianco a me, c'è tutta la Puglia, c'è PugliaPromozione, c'è tutta la struttura dell'assessorato che ha prodotto i risultati straordinari sul turismo pugliese. Siamo qui ovviamente per spingere tutti i nostri connazionali di prima, seconda, terza generazione, quelli che non parlano neanche più italiano, ma solo dialetto, a tornare a trovarci, a partire dalla festa di San Nicola, patrono di tutta la Puglia e da tutte le nostre feste patronali. Oggi stiamo riabbracciando tanti nostri connazionali, abbiamo portato tutto il calore della Puglia a New York”
Lo ha detto il presidente Michele Emiliano che guida la delegazione pugliese in missione negli Stati Uniti di America.

Per la prima volta la Puglia sfila a New York alla Columbus Day Parade, la festa nazionale che celebra Cristoforo Colombo, evento che coinvolge oltre un milione di visitatori.
La delegazione pugliese è guidata dal presidente della Regione Michele Emiliano ed è composta dall'assessore Raffaele Piemontese, Luca Scandale coordinatore del Piano strategico del Turismo Puglia365, Bernardo Notarangelo responsabile delle Politiche internazionali della Regione, Massimo Manera presidente della Fondazione La Notte della Taranta.

Oggi lunedì 8 ottobre è il giorno della Columbus Day Parade, la più grande manifestazione dell’orgoglio italo-americano al mondo, la Fifth Avenue,  dalla 44th alla 72nd Street, sarà costellata di bande in festa, carri e figuranti suddivisi in circa 100 gruppi per un totale di 35mila partecipanti. Ogni anno la parata riesce a richiamare oltre 1 milione di persone, alle quali si aggiungono i milioni di spettatori che seguono l’evento in diretta televisiva.

La delegazione istituzionale della Regione Puglia sfilerà accompagnata da una rappresentanza dei Pugliesi nel Mondo di New York e di America. L’invito a partecipare a questo grande evento è arrivato al Governatore Emiliano lo scorso 24 settembre dalla Columbus Citiziens Foundation.

Ambasciatrice della cultura di Puglia è La Notte della Taranta: il ritmo del tamburello scandirà la partecipazione alla Columbus Parade sulla 5th Avenue. I musicisti e i ballerini dell’Orchestra Popolare, dopo il successo alle Olimpiadi invernali di Seoul e alla festa dei cittadini del presidente della Repubblica federale tedesca, sbarcano per la prima volta al Columbus Day. Icona culturale perfetta per celebrare la rinascita della Puglia, dell'autenticità dei luoghi, della natura incontaminata, dei paesaggi mozzafiato, dell’arte e dell’innovazione, La Notte della Taranta, per festeggiare il compleanno dell’America proporrà uno spettacolo ricco di emozioni con le potenti ed esplosive pizziche della tradizione salentina che hanno ormai varcato i confini nazionali conquistando il pubblico e i turisti. Diretti dal maestro Daniele Durante sono a New York il trombettista Frank Nemola, Roberto Chiga (tamburello) Antonio Amato (voce e tamburello) e Nico Berardi (fiati). Una marching band accompagnata dai danzatori Laura Boccadamo, Lavinia Ottolini, Cristina Frassanito, Andrea Caracuta, Marco Martano e Fabrizio Nigro. I tamburelli colorati con le “zagareddrhe” tricolore e la t-shirt con scritto I Love Puglia e #WeAreInPuglia lanceranno un messaggio di condivisione della bellezza di una regione pronta ad accogliere i turisti americani.

L’hashtag ufficiale #WeAreInPuglia compare anche su un grande striscione che sta sfilando con la delegazione pugliese per indirizzare in maniera efficace e mirata il grande pubblico sui canali social di promozione della Puglia.

La giornata terminerà con una celebrazione del Columbus Day a partire al Consolato Generale d’Italia a New York.

Chiesa: Padre Pio trova casa nel cuore di New York

NEW YORK - Nel cinquantesimo anniversario dalla morte di Padre Pio, non potevano mancare celebrazioni e festeggiamenti negli USA, soprattutto grazie alla folta presenza di italo-americani.

Su tutte sicuramente l’installazione della statua di Padre Pio “Io ti assolvo” creata dal più noto scultore del mondo cattolico, l’artista canadese Timothy Schmalz, rappresenta motivo di orgoglio per tutti gli italiani ed italo-americani, anche perché avviene all’interno delle celebrazioni della festa di San Gennaro organizzata in Little Italy da decenni, e che durante il suo svolgimento attrae più di cinquecentomila persone.

Tale statua è stata presentata e benedetta proprio ieri, domenica, 16 Settembre 2018, nel cuore Italo Americano di New York, Little Italy, ed è il simbolo per lanciare il primo Week di festeggiamenti dedicati a Padre Pio, che culmineranno il prossimo Sabato, 22 Settembre, con le venerazione di autentiche reliquie del frate di Pietrelcina, e una santa messa in suo onore celebrata dal Nunzio Apostolico della Santa Sede presso le Nazioni Unite, l’Arcivescovo Bernardito C. Auza.

La statua è stata donata alla Basilica Antica di San Patrizio dalla fondazione ONLUS Saint Pio Foundation, organizzazione cattolica nazionale che promuovere l’eredità spirituale di Padre Pio negli U.S.A. e nel mondo.

“E’ per noi della Saint Pio Foundation un grande privilegio poter donare questa importante statua interattiva alla Basilica Antica di San Patrizio, nel cuore di New York, e di averla potuta piazzare in strada, come simbolo di fede e di ispirazione per le migliaia di persone che ogni giorno cammineranno davanti ad essa. Padre Pio è sempre stato riconosciuto, tra le tante cose, come il grande confessore, avendo speso ore intere a raccogliere i sentimenti di centinaia di fedeli che ogni giorno arrivavano in San Giovanni Rotondo da tutte le parti del mondo per affidarsi a lui. Richiamando Padre Pio in confessionale, la statua invita il passante a sedersi e a poggiare la mano sulla croce di Cristo, dove dall’altra parte vi è Padre Pio. E’ come poter avere l’esperienza di una “confessione virtuale” con Padre Pio”, ha riferito il fondatore, Presidente e CEO della Saint Pio Foundation, il Maestro Luciano Lamonarca.

Si stima che la statua sarà visitata da almeno un milione di persone ogni anno.

Emiliano all'assemblea dei pugliesi del Nord America

BARI - Il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, parteciperà sabato 30 giugno all’Assemblea Continentale per l’America del Nord per il rinnovo del Consiglio Generale dei Pugliesi nel Mondo, organismo previsto dallo Statuto regionale.

I rappresentanti dei pugliesi nel mondo designati su base continentale per l’America del Nord sono sei, oltre a un rappresentante delle associazioni dei giovani pugliesi, secondo quanto previsto dalla legge regionale 23 del 2000, che stabilisce anche che sia il presidente della Regione a presiedere le assemblee.

Il regolamento di attuazione della legge prevede che “in sede di assemblea la designazione avviene unitariamente ovvero, in caso di mancata intesa, a scrutinio segreto con voto limitato a un nominativo”.

L’assemblea si terrà a New York, presso l’Hotel Marriott at the Brooklyn Bridge (333 Adams Street, Brooklyn, NY) con questo ordine del giorno:

10.00 saluti e introduzione del Presidente Emiliano; ore 10.30 proposte di candidature e interventi dei candidati; ore 12.00 consultazione informale dei Presidenti ai fini della presentazione di una lista unitaria; 15.00 designazione unitaria dei componenti del Consiglio Generale dei Pugliesi nel Mondo ovvero votazione a scrutinio segreto; 16.00 proclamazione eletti e chiusura lavori.

Al termine dei lavori il Presidente incontrerà i componenti delle Associazioni aventi sede a New York, al fine di scambiare informazioni ed opinioni sulla situazione sociale, economica e culturale delle comunità di emigrati, e di formulare proposte per interventi e azioni per lo sviluppo delle associazioni dei pugliesi all'estero.

L'assemblea americana fa seguito all'assemblea di Milano del 9 giugno, nel corso della quale sono stati designati i componenti europei del nuovo Consiglio Generale dei Pugliesi nel Mondo.

Usa, 'no' anche al Columbus Day: italo-americani in rivolta

di MARIAGRAZIA DI RAIMONDO - Negli Stati Uniti le lotte contro i simboli sudisti continuano, ad essere preso di mira adesso è l'esploratore Cristoforo Colombo. Il Consiglio comunale di Los Angeles ha stabilito che la figura di Colombo non dovrà più essere elogiata, in quanto si festeggia un uomo che ha provocato il genocidio dei nativi.

Questa iniziativa è stata presa anche da Seattle, Albuquerque e Denver. Anche il Comune di New York sta valutando l'ipotesi di eliminare le statue dedicate a Colombo e i suoi festeggiamenti, nell'imbarazzo del sindaco Di Blasio, che ha fatto della sua italianità un vanto elettorale.

Così il Columbus Day, che si festeggia il 12 ottobre in tutto il continente americano, rischia di essere cancellato dal calendario. L' idea sarebbe quella di sostituire la parata dedicata al navigatore italianocon quella dedicata agli indigeni, aborigeni e popoli nativi.

Immediata la protesta degli italo-americani, disposti a cambiare il giorno di festa pur di festeggiare il connazionale. Chrissie Castro, vice presidente della commissione dei nativi americani, ha appoggiato l'idea di abolire la parata per Colombo, dichiarando "Occorre smantellare le celebrazione di un genocidio sponsorizzate dallo Stato. Celebrare oggi o un altro giorno sarebbe un’ingiustizia".

La Farnesina è intervenuta dichiarando che la scoperta dell'America resta comunque patrimonio dell'umanità, nonostante ogni dibattito.

Usa: colpita Cosa Nostra. Oltre 40 arresti


USA - Maxi operazione portata a termine con successo a New York dall'Fbi. Oltre 40 soggetti appartenenti alle famiglie Genovese, Gambino, Lucchese, Bonanno e Columbo sono finiti in manette. A diffondere la notizia dell'arresto è la stessa agenzia federale, per mezzo di un messaggio su Twitter. "L'operazione è scattata dopo indagini che sono durate anni" - scrivono - "e ha interessato l'intera costa orientale degli Stati Uniti". Gli arresti, infatti, non hanno riguardato la sola New York, ma anche Miami, Boston, Newark e New Haven.

Direttamente dagli Stati Uniti a Bari: The Martinez Brothers per "Synphonya"


di Redazione - La migliore musica internazionale trasformerà il tradizionale spazio del nuovo Centro Congressi Fiera del Levante nel place to be della musica elettronica moderna, con l’inedito party seriale e in movimento che si esprime attraverso la coniugazione della musica con arte, fashion e food.
Tutto questo ha un nome: SYNPHONYA. I dettagli di uno degli appuntamenti più attesi dell’anno, organizzato da un team di professionisti, leader nel settore, saranno illustrati nel corso di una conferenza stampa a Bari lunedì 14 dicembre alle ore 10.30 (sala Triggiani della Fiera del Levante) da Vincent De Robertis owner dell’evento, Ugo Patroni Griffi Presidente della FDL e Carla Palone Assessore alle Attività Produttive del Comune di Bari. L’evento gode del patrocinio dal Comune di Bari e dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Bari.

Un evento nell’evento quello che si svolgerà sabato 19 dicembre nell’area nuova della Fiera del Levante di Bari a partire dalle ore 20 con un programma intenso caratterizzato dalla straordinaria presenza dei “THE MARTINEZ BROTHERS” sul MAIN STAGE del nuovo Centro Congressi della Fiera del Levante.

I fratelli Martinez, cresciuti nel Bronx, arrivano a Bari dopo una stagione da record. Steve e Chris che porteranno per tre ore la loro arte regalando sonorità mai scontate e una notte indimenticabile al loro fedele pubblico, oggi sono ritenuti i più giovani esponenti della scena tech house contemporanea.

SYNPHONYA è un party dai forti input:
#lacasagiusta, una location non convenzionale anche solo per una notte
#elegantbeat, Dj’s dal forte richiamo stilistico, legati a brand icone del mondo fashion e musica da grandi stage
#discoverstyle, sfilate e show di designer dalle visioni futuristiche, per uno stile che lascia il segno.
#chic&shockFood, degustazioni dei prodotti tipici, attraverso colori e sapori che fanno stare bene.
#artlovers, installazioni artistiche, Lighting & Art performance, perché l’arte ci completa.

“SYNPHONYA – spiegano gli organizzatori – è un ensemble di elementi ricercati in pieno mood da happening artistico e diretto ad un pubblico contemporaneo, pronto a lasciarsi guidare alla scoperta di eventi composti da input forti. Un party seriale in movimento, caratterizzato da musica con i dj’s del Guendalina, visual art show, performance artistiche, moda e buon cibo, che avrà il suo preludio a mezzanotte con The Martinez Brothers i quali per tre ore coinvolgeranno tutti con le loro sonorità.”

Direzione artistica affidata a Vincent De Robertis, attuale manager e A.D. del Guendalina e Guendalinadventure. Si tratta solo del primo di una serie di eventi che saranno organizzati dallo stesso team di professionisti del settore, in location unconventional.

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