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Msc Meraviglia fa il suo debutto a New York

Msc Meraviglia fa il suo debutto a New York

NEW YORK - L'ammiraglia del gruppo Msc crociere, la Meraviglia, ha fatto il suo debutto a Manhattan, New York, e con una capacità massima di 5.655 passeggeri e una stazza lorda di 171.598 tonnellate stabilisce il record della più grande ad aver mai fatto scalo nella Grande Mela.

"Msc Meraviglia salperà da New York per tre diversi itinerari e sarà possibile scoprire alcune delle destinazioni d'oltreoceano più suggestive - dichiara in una nota Leonardo Massa Country Manager MSC Crociere -. Successivamente si sposterà a Miami per trascorrere l'intera stagione invernale nel Mar dei Caraibi".

"Msc Meraviglia si aggiunge, quindi, a MscSeaside e Msc Armonia che fanno base a Miami per tutto l'anno e Msc Divina che opera stagionalmente - conclude -. Avere la possibilità di ammirare l'autunno in nord America rappresenta uno degli spettacoli più suggestivi che la natura possa offrire, con le immense distese di boschi dove si susseguono giochi cromatici propri dell'autunno, che vanno dal rosso al marrone, dall'arancio all'oro".

Dopo la stagione inaugurale a Miami, Msc Meraviglia tornerà a navigare in Nord Europa, da aprile ad ottobre 2020, per poi posizionarsi nuovamente oltreoceano.

Usa-Cina di nuovo insieme dopo il 10 ottobre

Usa-Cina di nuovo insieme dopo il 10 ottobre


di BENNY MANOCCHIA - Se gli Stati Uniti e la Cina si mettono d'accordo, l'economia del mondo otterra' benefici inattesi. Questa affermazione, che rincuora milioni di persone oggi in fase di attesa, e' stata fatta dal ministro degli Esteri della presente amministrazione, Mike Pompeo. Il geniale Secretary of State, di origine abruzzese, e' giornalmente a contatto con i suoi colleghi cinesi ed e' convinto che nella prossima riunione del 10 ottobre, "ci saranno novita' molto attese, insomma Trump e Xi diranno si' ad un accordo che fara' piacere alle due potenze mondiali ma anche a milioni di persone di mezzo mondo".

A questo punto, Pompeo sottolinea che "per quanto riguarda l'Italia, sara' soprattutto il Mezzogiorno a ricevere benefici economici che cambiera' il volto di quella stupenda fetta della penisola italiana". I dettagli sono tanti, ma Pompeo insiste che questo non e' ancora il momento per metterli in mostra.Dovrete avere fiducia nella mia parola". Conosco Mike Pompeo da tre anni, da quando era a capo della CIA e prima che venisse scelto come uomo di punta del governo Trump.

Gli ho chiesto per telefono se il presente problema dell'impeachment riuscira' a cambiare, a bloccare il trattato USA-Cina. "Non ci sono basi serie per andare avanti con il progetto", ha risposto il ministro degli Esteri americano. "E comunque, sara' il Senato ad avere l'ultima decisione. E il Senato non ha alcuna intenzione di disturbare l'eccezionale situazione economica degli Stati Uniti e dei suoi alleati", Cosi' stanno le cose.

L'Ucrainagate fa la prima vittima: si dimette Kurt Volker

L'Ucrainagate fa la prima vittima: si dimette Kurt Volker

di PIERO CHIMENTI - Kurt Volker, inviato speciale Usa in Ucraina, è la prima vittima della Ucrainagate. Volker ha rassegnato le dimissioni dopo che il suo nome era emerso nella trascrizione resa pubblica dalla Talpa. L'uomo ha fatto da tramite tra l'avvocato personale di Trump e un alto collaboratore del leader ucraino.

Rocky VI, 73 anni e non sentirli...

Rocky VI, 73 anni e non sentirli...

di BENNY MANOCCHIA - Eccolo qui, Michael Sylvester Gardenzio Stallone, 73 anni, 3 mogli e 5 figli, attore regista sceneggiatore. Ha qualche chilo di piu' addosso, ma ancora "atletico". Ci conosciamo da anni, da quando gli insegnai a dire correttamente lo scioglilingua pugliese "Sciamaninne" e lui mi raccontava del suo primo lavoro in Svizzera, come "protettore=guida" in una scuola per giovinette. 

"Come mettere un gallo in un pollaio", diceva. Cinquantanni fa, pensate. Quando ride non puo' fermare il movimento irregolare della bocca. I medici alla sua nascita dovettero usare il forcipe... La sua mente lavora continuamente. Ora si e' messo in mente di sviluppare un copione per Rocky VI. Ma dai, vuoi sciupare tutto il lavoro e conseguente successi delle prime versioni di Rocky Balboa? Riflette. Dice: "Eppure ci deve essere uno spunto per riuscire in questo intento. I lottatori combattono sul ring anche a 90 anni...". 

Fisicamente, afferma, potrebbe riprendere gli allenamenti di tanti anni; duri, certamente: pesce e riso, 25 tazze di caffe' ogni giorno, footing e sacco pesante. Ma poi rischierebbe di fare ridere gli spettatori, che nel mondo sono milioni. Allora, se proprio vuoi, se i cento milioni di dollari e piu' che hai in banca non ti bastano, perche' non torni nel personaggio di Rambo, meno faticoso di Rocky. 

Poi gli consiglio di fare i bagagli e andare a Gioia del Colle (dove lui e' stato piu' di una volta, per conoscere le radici della sua famiglia) e insegnare pugilato ai giovani della zona. Lui sorride. "Le mie tre figlie in Puglia? Allora si' che vedresti Rocky VI impegnato a tenere distanti i focosi giovanotti del Palo!". Geloso come tutti i papa' di questo mondo. Ma dimentica, forse, che prima o poi una delle sue tre figlie, Sophia, Sistina, Scarlet, 23, 21 e 17 anni, prima o poi lo faranno nonno. E allora...

Trump attacca Biden e Warren sorride

Trump attacca Biden e Warren sorride

di DOMENICO MACERI* - Donald Trump ha chiesto un favore al presidente ucraino Volodimir Zelenskij. Il 45esimo presidente, nella telefonata del 25 luglio 2019, ha pregato il presidente ucraino di riaprire l'inchiesta di corruzione su Joe Biden e suo figlio Hunter. Il figlio dell'ex vicepresidente aveva fatto parte del consiglio di amministrazione della Burisma Holdings, un'azienda di petrolio e gas ucraina. Trump ha anche suggerito al suo omologo ucraino di mettersi in contatto con il ministro di Giustizia americano William Barr per andare a fondo e scoprire tutti i dettagli delle presunte malefatte dei Biden. Tutto ovviamente per danneggiare l'ex vicepresidente che Trump aveva identificato come il suo avversario all'elezione presidenziale del 2020.

Trump ha sbagliato non solamente per il fatto che la richiesta a Zelenskij ha scatenato l'inchiesta democratica di impeachment. Lo sbaglio più importante consiste del fatto che Biden potrebbe benissimo non vincere la nomination del suo partito. Due recentissimi sondaggi infatti mettono in serio dubbio la prima posizione di Biden fra i candidati alla nomination democratica.

Il primo di questi sondaggi, condotto dal Des Moines Register, Cnn, e Mediacom piazza Elizabeth Warren al primo posto in Iowa con il 22 percento dei consensi, Biden 20 percento, e Bernie Sanders 11 percento. Il secondo sondaggio che vede la Warren al primo posto è stato condotto per la California dal UC Berkeley Institute of Government Studies su richiesta del Los Angeles Times. Warren riceve il 29 percento, Biden 20, Sanders 19. Persino Kamala Harris, senatrice del Golden State, che gioca dunque in casa, riceve solo l'8 percento. Al livello nazionale la Warren continua la sua ascesa ma Biden rimane in prima posizione anche se in un recentissimo sondaggio della Quinnipiac University la senatrice del Massachusetts lo supera di due punti (27 a 25 percento). La situazione in Iowa e California però dovrebbe creare serie preoccupazioni a Biden alle quali si aggiungono gli attacchi fasulli di Trump sulla corruzione in Ucraina.

L'Iowa e la California sono due Stati importanti ma per diverse ragioni. Il primo perché terrà nel mese di febbraio la primaria iniziale, riflettendo in questo senso la tradizione. Il secondo perché come stato-nazione (40 milioni di abitanti, 495 delegati su un totale di 4.532) il Golden State ha un'influenza notevole nel Paese anche perché le primarie democratiche si terranno a marzo invece del mese di giugno quando la decisione sulla nomination democratica era in grande misura già stata fatta dagli altri stati.

I dettagli su questi due sondaggi dovranno lanciare un campanello d'allarme a Biden. Nel sondaggio dell'Iowa, la Warren riceve un indici di gradimento del 75 percento ed è vista come la prima scelta dal 71 percento. La Warren genera entusiasmo per 32 percento dei consensi mentre Biden raggiunge solo il 22 percento. L'entusiasmo degli elettori a livello nazionale ricalca quello del sondaggio in Iowa. Il folto numero di pubblico ai recenti comizi della Warren ne dà un'indicazione (20.000 a New York, 15.000 a Seattle, 12.000 a St. Paul, nel Minnesota). Questo entusiasmo per la senatrice del Massachusetts rivela anche forze intangibili ma si tradurrà in volontari che andranno porta a porta a spargere il programma della Warren.

Biden si trova ancora avanti per quanto riguarda l'eleggibilità. Un altro sondaggio della Fox News ci informa che in uno scontro diretto fra Biden e Trump, l'ex vicepresidente prevale di 14 punti. Anche la Warren prevale su Trump in questo scontro ma il suo margine è di 6 punti.

Biden continua però a beneficiare dai suoi legami con Barack Obama. Gli afro-americani nei sondaggi sull'Iowa e la California lo riflettono. Ma la Warren è definitivamente in ascesa. Una sua possibile vittoria in Iowa aprirebbe le porte a quelle di altri piccoli Stati nel mese di febbraio a servirebbe di spinta in quella importante del South Carolina alla fine del mese. Il 3 marzo si arriverebbe al Super Tuesday con le primarie in 12 Stati, incluso la California.

La forza di Biden si trova nell'ala centrista del Partito Democratico mentre quella della Warren in quella di sinistra. Con il calo di Bernie Sanders, l'altro pilastro dell'ala sinistra, la Warren ne beneficerà, ereditando poco a poco i seguaci del senatore del Vermont. Riflettendo i principi della sinistra del Partito Democratico, la Warren è stata fra i primi a dichiarare il suo supporto per l'impeachment di Trump subito dopo la pubblicazione del rapporto di Robert Mueller sull'indagine del Russiagate. Con l'annuncio della telefonata di Trump al presidente ucraino Warren ha persino attaccato i vertici del suo partito per non agire immediatamente sull'impeachment.

L'attacco di Trump a Biden con la sua richiesta agli ucraini di investigarlo ha causato un auto sgambetto all'attuale inquilino della Casa Bianca. L'ex vice presidente e il figlio non hanno fatto nulla di illegale secondo analisi affidabili. Ciononostante, la frecciata di Trump, oltre a convincere la riluttante Nancy Pelosi, speaker della Camera, a lanciare l'inchiesta di impeachment, ha beneficiato la Warren che continua ad apparire intoccabile. Fino a quando non diventerà la chiara prima della classe per la nomination democratica. A quel punto il 45esimo presidente scoccherà le sue frecce velenose alla senatrice del Massachusetts. Si vedrà allora se lei ha capito gli sbagli fatti da Hillary Clinton, la quale nonostante avere vinto il voto popolare, ha ceduto la Casa Bianca a Trump a causa dell'Electoral College.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

Roseto, in Pennsylvania il paese con il piu' basso tasso di infarti negli Usa

Roseto, in Pennsylvania il paese con il piu' basso tasso di infarti negli Usa

(credits: CC BY-SA 4.0)
di BENNY MANOCCHIA - Nello Stato della Pennsylvania c'e' un paese che si chiama Roseto. E' famoso perche' ha il piu' basso tasso di infarti negli Stati Uniti. Medici e scienziati lo hanno definito "Roseto effect", senza comunque dare chiare spiegazioni sul perche' di "tanta grazia". I 1600 abitanti di Roseto sono convinti che si tratta di "aria buona, di cibo sano e di pace,tanta pace nella piccola comunita'". 

Eppure a Roseto c'e' una "lotta continua" perche' i rosetani pugliesi affermano che si tratta di Roseto di Valfortore, non ci sono dubbi al riguardo, perdiana. Qualche dubbio, comunque, viene dalla Roseto abruzzese, rappresentata dal 15 per cento della popolazione. Ho parlato con il sindaco di Roseto USA, il signor Joseph Angelini. "Questa e' Roseto di Valfortore" ha detto senza esitazione. "Gli amici abruzzesi sono inquieti perche' perdono sempre a settemezzo con noi, e noi siamo superiori a loro per quanto riguarda il numero di bicchieri di birra che beviamo". 

Insomma una lotta all'ultima pinta. A Roseto USA di Valfortore sono venuti delegati delle due regioni italiane e dopo vivaci discussioni sono rimasti d'accordo che questa Roseto qui e' proprio pugliese,dei pugliesi. D'altronde Roseto nella Pennsylvania e' un pezzo di terra di 1.6 chilometri quadrati, a 200 metri sul livello del mare. Non possono essere "nemici" in questa fetta di terra che per molti e' benedetta dal Signore. Ne' esiste la possibilita' che venendo a vivere qui, l'infarto (purtroppo di casa in questa nazione) vi lasci in pace. Nella "valle delle rose" ogni anno organizzano una festa alla quale partecipano le due fazioni (diciamo cosi') sottobraccio, d'amore e d'accordo. Le lotte interne, piu' o meno politiche, non riescono a superare il muro del "qui, signore e signori, gli infarti no pasaran".

Fiera del Levante, business focus Usa. Borraccino: "Ottimi rapporti commerciali tra Puglia e Usa"

Fiera del Levante, business focus Usa. Borraccino: "Ottimi rapporti commerciali tra Puglia e Usa"

BARI - "Ho portato i saluti istituzionali stamane in Fiera al Convegno 'Business focus USA: sfide e opportunità di un mercato in continua evoluzione'. E’ stata un’utile occasione di confronto e dibattito sulle sfide e le strategie per lo sviluppo nelle relazioni economiche tra l’Italia e gli USA, grazie anche all’intervento di esperti del mercato, nonché di rappresentanti del mondo economico e politico impegnati a creare e mantenere un contesto favorevole di collaborazione. In particolare, i rappresentanti del mondo dell’imprenditoria hanno presentato le proprie esperienze e il loro punto di vista sulle strategie di sviluppo internazionale, con specifico riferimento al mercato statunitense". Così in una nota Mino Borraccino, Assessore allo Sviluppo Economico Regione Puglia.

"Gli Stati Uniti, ancorchè geograficamente lontani dalla Puglia, rappresentano in realtà uno dei Paesi del mondo più vicini a noi per le relazioni commerciali, culturali e turistiche. Infatti oggi tra Puglia e Stati Uniti c’è un interscambio (esportazioni più importazioni) che vale 1,339 miliardi euro. 

Anche grazie agli incentivi regionali, Società statunitensi continuano ad investire in Puglia. I progetti in corso di realizzazione qui da noi hanno un valore di 120 milioni di euro.

Società pugliesi, britanniche e americane stanno collaborando per la realizzazione dei progetti legati all’aeroporto di Grottaglie. Com’è noto lo scalo tarantino già utilizzato come “Test Bed” di aeromobili a pilotaggio remoto, diventerà anche il primo spazioporto in Italia, pronto ad accogliere i voli suborbitali ed il lancio di microsatelliti. Dalla Puglia dunque si aprono nuovi scenari per i voli in assenza di gravità che potranno far viaggiare merci, ma anche turisti spaziali. Progetti che aprono nuove collaborazioni con multinazionali statunitensi.

Per la Puglia gli Stati Uniti - spiega - sono un ottimo partner commerciale per le esportazioni: al secondo posto nel primo semestre del 2019. In termini assoluti la Puglia nel 2018 ha venduto merci verso questo Paese per più di 715 milioni di euro: un volume d’affari che rappresenta da solo quasi il 9% dell’intero fatturato export pugliese.

Con il nuovo ciclo di programmazione (2014-2020) stanno investendo in Puglia varie società statunitensi, grazie alle agevolazioni dei Contratti di Programma regionali. 

GE Avio, che opera nel settore aerospaziale, realizzerà due progetti per 94,5 milioni di euro totali, uno a Bari, interamente dedicato alla ricerca, riguarda il controllo di futuri propulsori aeronautici avanzati da impiegare anche per i droni; l’altro, a Brindisi, è dedicato alla realizzazione di celle di lavorazione completamente automatizzate per la produzione di turbine a bassa pressione con componenti ad elevato contenuto tecnologico. Sempre a Brindisi saranno realizzati anche impianti per tecnologie innovative di riparazione di motori aerospaziali. 

Sta investendo in Puglia un’altra società statunitense: Experis Srl con un progetto di ricerca e sviluppo che vale più di 3,8 milioni di euro. Il programma riguarda nuove tecnologie applicate alle reti ottiche a banda ultralarga. 

Gli USA, insomma, si confermano uno dei principali partner commerciali per l’Italia e la Puglia. Su questo continueremo a lavorare con convinzione e ad ampio raggio", conclude Borraccino.

Il monolinguismo di Julián Castro: fallimento o solo assimilazione?

Il monolinguismo di Julián Castro: fallimento o solo assimilazione?


di DOMENICO MACERI* - Julián Castro, ex sindaco di San Antonio, ha annunciato la sua candidatura alla presidenza degli Stati Uniti sia in inglese che in spagnolo. "Yo soy candidato para presidente de Estados Unidos" non sarebbe sorprendente, considerando il suo nome e i suoi suggerimenti linguistici. In effetti, lo spagnolo di Castro è piuttosto debole, come lui stesso ha ammesso diverse volte.

Parlare la lingua dei propri antenati non è richiesto per i candidati che fanno risalire la loro origine ad altri gruppi etnici. Nel caso dei candidati latinos, è considerato un requisito fondamentale. Diversi avversari di Castro per la nomination democratica, tuttavia, sono in realtà bilingui. Beto O'Rourke e Corey Booker parlano uno spagnolo accettabile anche se non eccellente. Pete Buttigieg parla anche spagnolo e parecchie altre lingue, tra le quali il norvegese, francese, italiano, maltese, arabo e dari, con diversi livelli di fluidità.

Se i candidati anglo parlano lingue straniere, lo consideriamo un vantaggio. Se un candidato latino parla spagnolo, è considerato semplicemente un requisito basico. Se qualcuno come Castro non lo parla, o parla con notevoli limiti, viene considerato carente politicamente. Nessuno si aspetterebbe che Donald Trump parli tedesco perché suo nonno era nato in Germania. Come Castro, l'attuale presidente è un americano di terza generazione (seconda da parte di madre, nata in Scozia).

Quando gli immigrati vengono negli Stati Uniti da paesi non anglofoni, fanno fatica a imparare la lingua dominante del nuovo Paese. Di conseguenza, l'integrazione diventa difficile a causa di una serie di fattori, in particolare la padronanza della nuova lingua. Imparare l'inglese può essere molto difficile soprattutto per coloro che vengono negli Stati Uniti da adulti. Inoltre la complessità della lingua può rappresentare un serio ostacolo per individui con alfabeti non romani ma anche a causa della mancanza di tempo e dell'istruzione limitata nella lingua madre degli immigrati. Sebbene la lingua straniera possa essere parlata a casa, i bambini di genitori immigrati sono spesso incoraggiati a concentrarsi sull'inglese, che è giustamente considerato il passaporto all'integrazione e la porta alle opportunità nel nuovo Paese. Parlare una lingua straniera, come lo spagnolo, può essere spesso visto con scetticismo e derisione. Non era insolito che gli scolari immigrati venissero rimproverati o addirittura puniti per parlare la lingua dei genitori invece dell'inglese. 

La seconda generazione è spesso ancora legata alla lingua e alla cultura dei genitori, ma la cultura inglese e americana diventano dominanti. L'autore di queste righe ha cugini di primo grado che conoscono a malapena alcuni rudimenti dell'italiano nonostante il fatto che i loro genitori siano nati in Italia. Anche la cultura dei genitori inizia a prendere il secondo posto. L'amore per il calcio è spesso sostituito da sport americani tradizionali come il football, il basketball o il baseball.
Se la seconda generazione mantiene un po' della lingua dei genitori, la terza generazione in genere la perde completamente. I nipoti degli immigrati manterranno alcuni tratti culturali dei nonni, come la cucina e altri costumi, ma in realtà la lingua e le tradizioni del vecchio Paese verranno sostituiti in grande misura da quelli americani.

Castro non è diverso dagli altri americani di terza generazione. Nato negli Stati Uniti, ha fatto le scuole elementari e superiori in inglese, conseguendo poi una laurea alla Stanford University e infine una seconda laurea in giurisprudenza alla Harvard University. Una storia di successo americano ottenuta ovviamente con la lingua del Paese: l'inglese. Tuttavia, il suo nome lo lega alla lingua spagnola, perché nella mente di molti americani, i latinos dovrebbero conoscere lo spagnolo. Ciò è dovuto in parte all'importanza della lingua spagnola in America. 

Ci sono oltre 41 milioni di parlanti spagnoli negli Stati Uniti. Circa il 65 percento di loro parla anche inglese con vari livelli di padronanza. Se gli Stati Uniti fossero un Paese di lingua spagnola, si classificherebbe al quarto posto dopo il Messico (121 milioni), la Colombia (48 milioni) e la Spagna (46 milioni). Lo spagnolo negli Stati Uniti si trova quindi in una posizione diversa rispetto alle altre lingue degli immigrati per i suoi numeri, ma anche per ragioni storiche.

candidati presidenziali trovano lo spagnolo una lingua utile per raggiungere gli elettori latinos. È vero che alcuni latinos possono vedere un candidato anglo che usa lo spagnolo solamente per entrare nelle loro grazie, in genere parlare spagnolo durante una campagna politica comporta vantaggi. George W. Bush ha usato il suo limitatissimo spagnolo a suo vantaggio, ottenendo circa il 40% del voto Latino nelle elezioni presidenziali del 2004, un risultato eccellente per un repubblicano.

La limitata conoscenza dello spagnolo di Castro avrà scarso effetto per una vittoria della nomination democratica. Tuttavia, la convinzione che il suo cognome richieda la conoscenza dello spagnolo è un altro ostacolo che i candidati delle minoranze devono superare. Addirittura, nel caso di Barack Obama, il fatto che suo padre fosse nato in Kenya ha messo in discussione la legittimità della sua cittadinanza nonostante il fatto che il 44esimo presidente fosse nato nelle Hawaii. Se Castro non vince la nomination, potrebbe avere buone possibilità come candidato alla vice presidenza. 

Nel frattempo, però, sta migliorando il suo spagnolo. La conoscenza di questa lingua non è indispensabile, ma sicuramente utile non solo in politica ma per stabilire l'identità etnica. I bambini di Castro, americani di quarta generazione, vengono istruiti in inglese e spagnolo. Una mossa positiva non per futuri vantaggi politici ma per dimostrare che la conoscenza della lingua dei nostri antenati ci rende più americani.
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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

Le primarie democratiche: presagio di nubi per Trump

Le primarie democratiche: presagio di nubi per Trump


di DOMENICO MACERI* - “Il socialismo non è la soluzione”. Parla John Hickenlooper, ex governatore del Colorado, e uno dei 24 candidati alla nomination del Partito Democratico in un discorso nel recente convegno del Partito Democratico della California tenutosi a San Francisco. I fischi erano inevitabili e Hickenlooper li aspettava poiché il pubblico presente, tendente a sinistra, non vede il termine socialismo negativamente anche se non pochi candidati democratici continuano a minimizzare i legami con questa ideologia politica.

Hickenlooper è stato astuto a crearsi un po' di attenzione considerando il fatto che lui è uno di parecchi candidati alla nomination che riceve scarso interesse mediatico. Adesso si parla di lui ma soprattutto per il nodo additato sulle due correnti nel Partito Democratico, l'ala moderata e quella più “socialista”. Un dilemma esistente da molti anni che diverrà più accanito nel corso della campagna come si vedrà nel primo dibattito programmato per Miami alla fine del corrente mese.

Il conflitto fra le due ali del Partito Democratico si è visto anche nelle primarie dell'elezione presidenziale del 2016. Va ricordato che Bernie Sanders, senatore del Vermont, il quale si era dichiarato democratico socialista, diede filo a torcere a Hillary Clinton, la quale alla fine ebbe la meglio. Questa volta si potrebbe avere un risultato diverso anche se all'inizio l'ex vice presidente Joe Biden, parte dell'establishment moderato, si trova al primo posto nei sondaggi.

L'ex vice presidente si è assentato dal convegno in California ma al momento rimane il candidato da sconfiggere come ci indicano i sondaggi nazionali ma anche un recentissimo sondaggio dello Stato dell'Iowa dove si svolgerà la prima contesa delle primarie democratiche. Il più recente sondaggio del Des Moines Register, CNN e Mediacom piazza Biden al primo posto con il 24 percento dei consensi, seguito da Bernie Sanders (16 percento), Elizabeth Warren, senatrice del Massachusetts (15 percento), e Pete Buttigieg, sindaco di South Bend, Indiana (14 percento). Sanders e la Warren al momento di fanno la concorrenza per l'ala sinistra del partito mentre Biden e Buttigieg riflettono i consensi dei moderati. Segue un altro gruppetto di nomi abbastanza noti come Kamala Harris, senatrice della California (7 percento) e Beto O'Rourke, che ha dato filo da torcere a Ted Cruz per il seggio al Senato del Texas, (2 percento). Il resto del gruppo riceve l'uno percento o meno. Si crede che tre dei ventitré che non hanno qualificato per essere presenti sul palco del primo dibattito potrebbero gettare la spugna fra breve o subito dopo i risultati della primaria in Iowa. Questi candidati deboli potrebbero dunque concentrassi sulle corse per il Senato dove un'eventuale maggioranza democratica sarebbe utilissima a un neoeletto presidente dello stesso partito.

Da rilevare che Biden ha beneficiato della sua notorietà come vice di Obama per otto anni. Donald Trump, l'attuale inquilino della Casa Bianca, lo ha anche riconosciuto come suo probabile avversario, lanciandogli non poche frecciate, suggerendo che Biden sia vecchio e non completamente sano di mente. Insinuazioni tipiche del 45esimo presidente a quasi tutti quelli che vede come avversari ma che spesso fanno boomerang e ci dicono più su di lui che degli altri. Ciononostante, Biden, sembra essere in lieve discesa poiché nello stesso sondaggio citato riceveva fino a poco tempo fa il 27 percento dei consensi. La Warren invece è salita dal 9 al 15 percento e continua a sfornare programmi senza fine ed è divenuta l'avversaria numero uno di Sanders per il primo posto nell'ala sinistra del Partito Democratico. Un sondaggio in California piazza la Warren al secondo posto dopo Biden nelle preferenze degli elettori democratici del Golden State. Secondo alcune voci provenienti dal campo di Sanders, la Warren avrebbe “rubato” le idee al senatore del Vermont.

Chiunque dovrebbe vincere la nomination potrebbe essere un pericolo per Trump come ci indicano altri sondaggi nazionali che lo danno perdente in scontri diretti (Biden 53%-Trump 40%; Sanders 51%-Trump 42%; Warren 49%-Trump 42%). Un'altra nube per l'attuale inquilino della Casa Bianca consiste del suo smilzo indice di approvazione (42%), cifra molto bassa specialmente se si considera il buono stato dell'economia attuale.

Nel suo poco popolare discorso a San Francisco, Hickenlooper ha spiegato che sarebbe il candidato ideale poiché da governatore del Colorado, uno stato in bilico, lui ha non solo vinto ma ha anche avuto successo a governare in modo bipartisan. Hickenlooper ha riassunto alcuni dei suoi successi indicando l'ampliamento della sanità ai poveri del suo Stato come pure l'approvazione di leggi per limitare il possesso di armi da fuoco. Si tratta di una strada politica pratica che potrebbe essere messa in atto a Washington. Il problema per Hickenlooper è che per conquistare la Casa Bianca bisogna prima vincere la nomination del suo partito che al momento per lui sembra un miraggio.
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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

Il rapporto di Mueller: l'insufficienza della parte scritta

Il rapporto di Mueller: l'insufficienza della parte scritta

di DOMENICO MACERI* - Il notissimo attore Robert De Niro, vincitore del Premio Oscar nel 1974 e 1980, in tempi recentissimi sta interpretando il ruolo di Robert Mueller nel programma satirico “Saturday Night Live”. De Niro ha ricordato questo ruolo in una lettera rivolta a Mueller pubblicata dal New York Times nella quale dissente dall'ex procuratore speciale quando questi ha detto che il suo rapporto parla per lui e che non ha intenzione di dire altro sul soggetto. Va ricordato che Mueller, dopo avere chiuso l'ufficio sulle indagini del Russiagate, ha parlato per otto minuti sintetizzando il rapporto di 448 pagine e alla fine ringraziando i suoi collaboratori per la loro professionalità e “integrità” nel corso delle indagini.

De Niro ha colto nella sua lettera che il rapporto di Mueller non rappresenta la fine del lavoro del procuratore speciale. L'attore insiste che i parlamentari e gli avvocati devono leggere il rapporto e capirlo ma l'americano medio ha bisogno di chiarimenti. Ha ragione. Le conseguenze del silenzio di Mueller si sono già viste. Quando lui ha consegnato il rapporto a William Barr, il ministro di Giustizia, il 22 marzo del corrente anno, ha suggerito che i riassunti preparati dalla sua squadra potrebbero essere resi pubblici. Barr ha però preferito preparare una breve sintesi di sua stesura secondo la quale Donald Trump è scagionato di collusione e anche dichiarato innocente di ostruzione poiché Mueller non lo ha incriminato.

Questa “traduzione” del rapporto non è stata gradita da Mueller il quale pochi giorni dopo, il 27 marzo per essere precisi, ha inviato una lettera a Barr nella quale dimostrava il suo disappunto con la sintesi perché “non ha colto appieno il contesto, la natura e la sostanza” delle indagini contenute nel rapporto. Barr, testimoniando davanti alla Commissione Giudiziaria al Senato, ha caratterizzato questa lettera di “snitty”, sgradevolmente nervosa, mostrando la sua delusione che il suo “amico” non gli avesse telefonato invece di scrivere la lettera.

Mueller ha messo nero su bianco invece di usare il suo cellulare perché sapeva che le parole scritte rimangono mentre quelle orali spesso vengono dimenticate o private del senso originale. In ogni probabilità, Mueller si era visto tradito dalla sintesi fatta da Barr e ha voluto indicarlo pubblicamente. L'ex procuratore speciale ha capito che quando sono gli altri a parlare del suo rapporto le loro interpretazioni non sono necessariamente affidabili.

Questa ovvia conclusione ci farebbe credere che Mueller vorrebbe “difendere” l'integrità del suo rapporto poiché se un amico come Barr lo ha frainteso o storpiato per scopi personali o politici, altri potrebbero fare peggio. Ciononostante, Mueller ha deciso di non dire di più e ha anche dichiarato che se il Congresso lo interpellerà a testimoniare lui si limiterà ad additare al rapporto.

De Niro ha capito che questa strada presa da Mueller non è quella giusta come ci ha già dimostrato l'interpretazione di Barr, il quale ha creato una falsa narrativa di Trump come innocente. Il rapporto di Mueller non raggiunge questa conclusione ma lo fa con un linguaggio poco chiaro anche se suggestivo. Muller ha scritto che “Se fossimo stati convinti che il presidente non avesse commesso un reato lo avremmo detto”. Si deve concludere che Trump non è innocente e che dovrebbe essere incriminato come nel caso di una trentina di altre persone, alcune delle quali sono già in carcere. Mueller continua a spiegare, sempre con un linguaggio poco accessibile all'americano medio, che il presidente in carica può essere giudicato ma solo dal Congresso.

Il Congresso è un organo legislativo ma anche politico. Per giudicare l'ostruzione di Trump, reato su cui Mueller include una dozzina di possibili esempi, i legislatori devono agire ma allo stesso convincere il popolo americano che l'impeachment sarebbe la strada indicata nel rapporto. Per caldeggiare l'opinione pubblica ci vuole qualcosa in più di un rapporto di 448 pagine che parli da sé. È necessario anche ribaltare la falsa narrativa creata da Barr che Trump sia innocente. Al momento, il 76 percento degli elettori democratici crede che Trump meriti l'impeachment. Il 41 percento di tutti gli americani lo considera appropriato. Una cifra significante specialmente se la si compara a quella dell'inizio dell'impeachment di Richard Nixon, prevenuto solo dalle sue dimissioni.

Il numero di parlamentari che si è già dichiarato favorevole all'impeachment ha raggiunto 61 democratici e un repubblicano (Justin Amash, Michigan). Se Trump non può essere giudicato dal sistema giudiziario poiché occupa la carica di presidente, come ha detto Mueller, le due Camere sono l'unico percorso. Bisogna però comunicare chiaramente alla nazione. Ecco quello che ha spiegato De Niro nella sua lettera. L'attore italo-americano ha concluso che “il paese ha bisogno dell'autentica voce di Mueller per fare chiarezza in modo autorevole” poiché il procuratore speciale è la voce del rapporto e il Paese ha bisogno di “ascoltare questa voce”.

Nei suoi otto minuti di discorso a conclusione del suo lavoro Mueller ha detto che i russi hanno interferito chiaramente nell'elezione del 2016, il che “merita l'attenzione di tutti gli americani”. Giusto. Anche lui è americano e sicuramente sarà preoccupato. Questa preoccupazione sarà sufficiente a seguire il consiglio di De Niro?

Lo vedremo fra breve. La commissione Giudiziaria alla Camera presieduta da Jerry Nadler, parlamentare di New York, inizierà una serie di audizioni titolate “Lezioni del rapporto di Mueller: l'ostruzione presidenziale e altri reati”. Rimane in dubbio se Mueller si presenterà a testimoniare per chiarire e difendere l'integrità del suo rapporto. Il fatto che il suo “amico” Barr sta investigando gli investigatori, tramite nuove indagini sulla legalità delle azioni che hanno scatenato l'inchiesta del Russiagate, convincerà Mueller a porre fine alla sua reticenza?
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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

I battibecchi fra Pelosi e Trump: preludio all'impeachment?

I battibecchi fra Pelosi e Trump: preludio all'impeachment?


di DOMENICO MACERI* - “Il fatto è che questo presidente sta ostruendo la giustizia ed è impegnato in un insabbiamento”. Queste le parole durissime di Nancy Pelosi, speaker della Camera, mentre commentava la questione del possibile impeachment di Donald Trump. Qualche giorno dopo, Trump, adirato da queste aspre parole, ha reagito ponendo fine dopo solo tre minuti a un incontro sulle infrastrutture con la Pelosi e Chuck Schumer, leader della minoranza democratica al Senato. In una conferenza stampa nel Rose Garden, Trump ha poi dichiarato che lui “non fa insabbiamenti”.

Gli scontri verbali fra i due sono continuati nei prossimi giorni e la Pelosi ha aumentato i toni suggerendo che la famiglia o l'amministrazione del presidente dovrebbe fare un intervento con Trump per metterlo sulla strada giusta. Il 45esimo presidente ha controbattuto immediatamente dichiarando che la Pelosi era “pazza” e che lui era “un genio molto stabile”, espressione usata spesso da Trump per cercare di giustificare alcuni suoi comportamenti poco ortodossi. Trump e i suoi alleati hanno continuato i loro attacchi su Pelosi, cadendo nel ridicolo, distribuendo un video manipolato dove si vede la Pelosi balbettare durante una conferenza stampa per suggerire che fosse ubriaca o poco lucida. Trump ha condiviso il video nonostante il fatto che anche la Fox News lo ha classificato come falsato. Rudy Giuliani, l'avvocato “televisivo” di Trump, ha anche lui condiviso il video, aggiungendo legna al fuoco per deridere la leader democratica. Il video è apparso su Facebook ed altri social media ed è stato visionato da parecchi milioni di utenti. YouTube lo ha rimosso appena stabilito che si trattava di un falso ma i dirigenti di Facebook si sono rifiutati di seguire la stessa strada asserendo che vogliono lasciare al pubblico di decidere per se stessi.

Per dimostrare che lui aveva ragione, Trump ha anche fatto una “scenetta” con parecchi suoi collaboratori, telecamere presenti, dove si vede il presidente che chiede loro quale era stato il suo tenore nell'incontro con Pelosi e Schumer. Tutti quelli chiamati in causa hanno detto che il loro capo si era comportato con calma. Ovviamente non potevano dire altrimenti poiché di tratta di individui che lo conoscono bene e si rendono conto dell'importanza di assecondarlo.

Trump però ha dichiarato ai giornalisti che non coopererà con i democratici su infrastrutture o altri programmi se loro continuano a investigare sul suo operato. Si tratta di una continua caccia alle streghe, secondo lui, come era stata l'indagine del Russiagate. Ciononostante alcuni dei suoi collaboratori si trovano già in carcere ma Trump non è stato incriminato. Il Congresso, però, continua a indagare tramite le sue commissioni e il 45esimo presidente ha deciso che sfiderà tutte le subpoena che i parlamentari democratici continuano a inviare. Fino ad adesso il sistema giudiziario si è schierato coi democratici ma Trump spera che queste richieste di informazioni verranno esaminate alla fine dalla Corte Suprema, dove crede di uscirne vincitore.

Nel frattempo, Trump ha deciso che non svolgerà i suoi compiti legislativi e non coopererà coi democratici. In un certo senso si sbaglia, specialmente nel caso delle infrastrutture. Si tratta di un tema condiviso da tutti poiché bisogna investire per il futuro. Trump potrebbe uscirne vincitore poiché un accordo coi democratici dimostrerebbe a tutti che può governare in modo bipartisan, dando prova di essere il grande negoziatore che si è sempre vantato di essere.

Ma al di là dei capricci di Trump, un accordo sulle infrastrutture sarebbe molto utile al Paese anche se politicamente poco vantaggioso per i democratici. Una cooperazione con Trump gli conferirebbe qualità di un leader tradizionale, legittimandolo, anche se non completamente, come “presidenziale”. Conferirebbe a Trump una vera vittoria legislativa poiché nei due anni e mezzo di presidenza può solo additare alla riduzione delle tasse come suo unico risultato, che come si ricorda, ha però beneficiato in grande misura i benestanti. Ovviamente ci sarebbe il nodo del supporto dei repubblicani, i quali non sono propensi a spendere soldi, e quindi Trump li avrebbe dovuto convincere con le buone o con le cattive.

Con cooperazione o no, i democratici continueranno le loro indagini e giorno dopo giorno sembra che Pelosi si stia dirigendo verso la presa di posizione dell'ala sinistra del suo partito che ha già deciso sulla necessità di sottomettere Trump all'impeachment. La speaker però continua ad avere dubbi sulla saggezza di una tale manovra. Lei crede che anche se la Camera, dominata dal suo partito, avrebbe la meglio su un voto di impeachment, il Senato richiederebbe 60 voti per condannare Trump. La Pelosi crede che l'impeachment senza la condanna del Senato aiuterebbe Trump a essere rieletto nel 2020. Questa in sintesi la sua spiegazione a un gruppo di leader democratici in un incontro privato.

La Pelosi potrebbe cambiare idea specialmente dopo il recentissimo discorso di Robert Mueller, il reticente procuratore speciale sul Russiagate. In otto minuti Mueller ha reiterato le conclusioni incluse nel suo rapporto. I russi hanno interferito nell'elezione americana del 2016 per aiutare Trump. Questa interferenza dovrebbe preoccupare tutti gli americani, secondo Mueller. Per quanto riguarda l'ostruzione alla giustizia e la possibile colpevolezza di Trump, Mueller ha ripetuto che il suo rapporto non esonera il presidente e se “non avesse commesso un reato” il rapporto lo avrebbe confermato. Con riguardo alla colpevolezza del presidente, Mueller ha anche riconfermato, come si legge nel rapporto, che un presidente in carica “non può essere incriminato”, seguendo la direttiva del ministero di giustizia. Mueller ha di nuovo aggiunto che la costituzione include percorsi per giudicare il presidente. La strada suggerita da Mueller è l'impeachment. Per la Pelosi sta diventando sempre più difficile escludere una tale ipotesi specialmente considerando che Justin Amash, parlamentare repubblicano del Michigan, ha indicato che il rapporto di Mueller non lascia alternative.
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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

La riforma sull'immigrazione di Trump: primo passo falso

La riforma sull'immigrazione di Trump: primo passo falso

di DOMENICO MACERI* - “Si tratta di un piano grande, bello e coraggioso”. I superlativi di Donald Trump sono tipici quando parla di qualcosa associata a se stesso. In questo caso il 45esimo presidente lodava il suo piano sulla riforma dell'immigrazione che altri hanno etichettato “Dead on arrival”, ossia ricevuto in stato “non operativo”.

Il piano di Trump riformerebbe l'immigrazione da un sistema che predilige i ricongiungimenti familiari sostituendolo con uno che agevolerebbe i meriti di coloro che vogliano entrare nel Paese. Si tratta di un piano che adotta principi utilizzati da sistemi dell'Australia, Nuova Zelanda e Canada. Modificherebbe la formula attuale che distribuisce il numero di immigrati con il 66 percento riservato ai ricongiungimenti familiari e il resto per questioni di meriti, umanitari, e richiedenti asilo. Trump riserverebbe il 57 percento dei posti ai meriti, il 33 percento ai ricongiungimenti familiari e il resto a beneficio di caratteristiche umanitarie. Il numero totale di 1,1 milioni cartellini verdi rimarrebbe a essere in vigore. Il piano di Trump attirerebbe più immigrati preparati a entrare nel mondo del lavoro e richiederebbe che i nuovi arrivati imparino o conoscano già l'inglese e si sottopongano a un esame di educazione civica.

Il piano è stato annunciato da Trump ma, Jared Kushner, suo genero e consigliere speciale, lo aveva presentato a un gruppo di senatori repubblicani per cercare di ottenere il loro sostegno. Alcuni giornali hanno riportato che l'incontro non ha entusiasmato. In alcune delle sue risposte Kushner è stato interrotto da Stephen Miller, collaboratore di ultra destra del presidente, per offrire chiarimenti. Il senatore Lindsey Graham del South Carolina, grande sostenitore del presidente, ha dichiarato che il piano non mira a divenire legge ma consiste di un primo passo. Più delusa la senatrice Susan Collins del Maine poiché il piano di Trump non include una soluzione alla tragica situazione dei “dreamers”, i giovani portati illegalmente in America dai loro genitori. Buona parte di loro hanno beneficiato del DACA, un ordine esecutivo di Barack Obama che permette loro di restare negli Stati Uniti temporaneamente. Il piano di Trump non tocca nemmeno la situazione degli 11 milioni di immigrati non autorizzati già nel Paese.

L'allontanamento dai principi di ricongiungimenti familiari richiama la legge sull'immigrazione del 1924. Questa legge impose limiti al numero di immigrati basandoli su una quota del due percento secondo la nazionalità degli americani, legata al censimento del 1890. La legge causò notevoli riduzioni a immigrati provenienti dall'Europa del Sud favorendo ingressi di individui dalla Gran Bretagna e l'Europa settentrionale. Nel 1965 il Congresso ha cambiato la legge che corrisponde in grande misura a quella attuale, favorendo i ricongiungimenti familiari.

Il piano di Trump avrebbe simili effetti riducendo gli ingressi di Paesi poveri come quelli del Sud America e Africa. Si tratta di luoghi che Trump aveva dispregiato come “di m...da”, preferendo quelli del Nord Europa. Comunque sia, il piano di Trump non ha quasi nessuna possibilità di divenire legge, considerando il controllo democratico alla Camera ma soprattutto perché manca di serietà poiché esclude la situazione dei “dreamers” e degli altri immigrati non autorizzati. Perché dunque fare un annuncio sull'immigrazione?

Trump ha ripreso il tema dell'immigrazione per caldeggiare la sua base e i sentimenti anti-immigrati etichettandoli come criminali e pericolosi alla sicurezza del Paese. Secondo questa visione è stato facile affibbiare a Trump l'etichetta di essere anti-immigrazione considerando la sua aspra retorica e l'assenza quasi totale di parole che lodino gli immigrati come costruttori del Paese. Si ricordano facilmente i suoi duri attacchi agli immigrati durante la campagna politica del 2016 ma anche durante la sua presidenza. L'enfasi sul bisogno della costruzione del muro, il bando contro immigrati di parecchi Paesi musulmani, e la separazione delle famiglie di rifugiati al confine col Messico principalmente del Centro America, hanno stabilito il 45esimo presidente come interprete della visione anti-immigranti della sua base.

Trump con il suo piano vuole intorbidire le acque, asserendo che si oppone solo all'immigrazione illegale. Il suo tentativo di allontanarsi dalla sua aspra retorica contro gli immigrati sarà difficilmente digerito eccetto per i suoi fedelissimi che hanno idee molto negative sui nuovi arrivati. Ann Coulter, la giornalista di ultra destra che in tempi recenti ha sostenuto Trump, adesso lo attacca persino nel suo nuovo piano ricordando che non ha mantenuto la promessa della costruzione del muro al confine e che il numero degli immigrati rimane identico a quello attuale.

Questa insoddisfazione del piano di Trump dall'estrema destra perché troppo liberal dovrebbe suggerire qualche spiraglio verso un compromesso coi democratici. Kevin McCarthy, presidente della minoranza repubblicana alla Camera, ha dichiarato che il piano di Trump consiste di un primo passo verso un disegno di legge più completo, suggerendo un tentativo bipartisan.Trump però ha messo fine a una tale prospettiva. L'attuale inquilino della Casa Bianca ha recentemente etichettato i democratici come il partito di “frontiere aperte, salari bassi, e completa illegalità”. Trump ha continuato minacciando che se i democratici non coopereranno con il suo piano per “riforme storiche” bisognerà farlo dopo l'elezione del 2020 quando, secondo lui, i repubblicani controlleranno ambedue le Camere e la Casa Bianca. Perché non ha implementato il suo piano sull'immigrazione durante i primi due anni della sua presidenza quando infatti i repubblicani controllavano ambedue le Camere e la Casa Bianca rimane un mistero. Forse perché si tratta di un piano irrealizzabile il cui vero scopo è mantenere felice la sua base?
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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

Trump e i democratici: sfida politico-giudiziaria

Trump e i democratici: sfida politico-giudiziaria

(Pixabay)
di DOMENICO MACERI - “Caso chiuso”. Così ha tuonato Mitch McConnell, senatore del Kentucky e presidente della maggioranza repubblicana al Senato, per farla finita una volta per tutte con le indagini del Russiagate. McConnell ha insistito che il rapporto di Robert Mueller, il procuratore speciale sulle indagini dell'interferenza russa nell'elezione americana del 2016, segna l'ora di voltare pagina. Qualche giorno dopo però, il senatore Richard Burr, repubblicano del North Carolina e presidente della commissione Intelligence, ha inviato una subpoena, un atto di comparizione a Donald Trump Jr., figlio del presidente, per chiarire risposte già date che alla luce di altre informazioni potrebbero rivelare contraddizioni. Burr è repubblicano e alcuni membri del suo partito lo hanno criticato ma il senatore del North Carolina ha spiegato che il figlio maggiore del presidente non si era presentato volontariamente a testimoniare il mese scorso e la subpoena è stata l'ultima carta da giocare.

McConnell ha fatto marcia indietro dichiarando che lui continua ad avere fiducia su Burr. I leader democratici della Camera non hanno cambiato rotta invece e continuano a scavare per chiarire il significato del rapporto di Mueller rilasciato in forma censurata da William Barr, il ministro di Giustizia. Barr ha cooperato ma solo in parte e i democratici hanno aumentato il volume con le loro indagini che vanno al di là del Russiagate includendo anche le finanze, gli affari, e la politica del presidente. Il Washington Post ha calcolato almeno venti inchieste  alle quali il presidente ha deciso di opporsi con tutte le sue forze avvertendo i suoi collaboratori a non presentarsi a testimoniare al Congresso anche in casi di subpoena. I democratici hanno calcolato che  Trump ha bloccato 79 richieste per informazioni.

Questo clima di continue indagini e conflitti ha spinto alcuni a parlare di crisi costituzionale considerando l'ostruzionismo di Trump che continua ad aumentare. Kerry W. Kircher, l'ex legale della Camera durante la maggioranza repubblicana, ha dichiarato che la situazione di stallo indica una “completa rottura e una completa ostruzione al ruolo del Congresso”. Se i giudici supporteranno Trump si arriverebbe a una “presidenza imperiale”. Ciò è improbabile poiché la Corte Suprema nel 1993 ha costretto l'allora presidente Richard Nixon a consegnare al Congresso registrazioni e altri documenti richiesti mediante la subpoena.

La strategia democratica per continuare le indagini ed agire di contrappeso alla politica di Trump non sembra però indietreggiare. I leader delle diverse commissioni stanno usando tutti gli strumenti a loro disposizione per ottenere le informazioni necessarie facendo uso di subpoena e affibbiando l'accusa di oltraggio al Congresso in casi di individui con comportamenti ricalcitranti.

Richard Neal, presidente del Comitato Ways and Means della Camera, ha richiesto le dichiarazioni di reddito di Trump, usando una legge poco nota, approvata nel 1924, secondo cui la sua carica attuale gli consente di richiedere le dichiarazioni di reddito di qualunque individuo. Il segretario al Tesoro degli Stati Uniti Steven Mnuchin ha però rifiutato, dichiarando che la Camera non ha “un proposito legale legittimo”. La risposta di Neal è stata quasi immediata con una subpoena e una denuncia sulle quali un giudice federale ha indicato che darà una decisione fra breve, deludendo gli avvocati di Trump che volevano ritardare.

Jerry Nadler, presidente della commissione Giudiziaria alla Camera, ha richiesto che Robert Mueller si presenti a testimoniare per chiarire contraddizioni nel suo rapporto. Inizialmente Barr, il ministro di Giustizia, aveva detto che non vi si opporrebbe ma adesso le cose sono cambiate, e si è arrivati a un braccio di ferro con Nadler. La commissione di Nadler ha reagito affibbiandogli l'oltraggio al Congresso per rifiutare di presentarsi a testimoniare e per impedire a Mueller di farlo. Le ultimissime notizie ci dicono però che Barr abbia ceduto.

Trump da parte sua si è opposto alla pubblicazione del rapporto di Mueller invocando il suo privilegio esecutivo nonostante il fatto che la maggioranza del rapporto sia già stata resa pubblica. Il 45esimo presidente ha anche proibito a Donald McGahn, avvocato ed ex consigliere legale alla Casa Bianca, di testimoniare alla Camera. Trump ha anche denunciato la Deutsche Bank cercando di impedire la cooperazione con la Commissione sulle Finanze che sta investigando prestiti dati al Trump imprenditore. Inoltre l'attuale inquilino alla Casa Bianca sta conducendo una battaglia legale contro una denuncia sull'emoluments clause (clausola sugli emolumenti) che impedisce al presidente  di ottenere regali o benefici da fonti estere o di trarre profitti, che nel caso di Trump avverrebbero mediante la rete dei suoi interessi aziendali dai quali non si è completamente separato.

Imporre il volere delle varie commissioni parlamentari non sarà facile considerando il clima di sfiducia fra la Casa Bianca e la Camera. Il parlamentare Adam Schiff, democratico della California, presidente della Commissione intelligence, ha dichiarato che la Camera può imporre multe di 25.000 dollari al giorno a coloro che si rifiutano di presentarsi a testimoniare. Ovviamente, pioverebbero denunce  le quali formano  la strategia di Trump. Il sistema giudiziario non funziona tempestivamente e gli darebbe tempo. Nel frattempo i democratici alla Camera potrebbero essere visti come nullafacenti dal punto di vista legislativo. Infatti questa è proprio la sfida della maggioranza democratica alla Camera. Da una parte devono funzionare di contrappeso ai comportamenti poco tradizionali  e possibilmente illegali di Trump e  dall'altra mettere in atto l'agenda legislativa promessa nella campagna elettorale del 2018 che ha dato loro la maggioranza alla Camera. C'è ovviamente il pericolo che gli atteggiamenti poco presidenziali di Trump potrebbero divenire più forti in una sua possibile vittoria presidenziale nel 2020. In questo panorama i repubblicani si sono schierati completamente nel campo di Trump chiudendo non uno ma ambedue occhi sui comportamenti personali e presidenziali di Trump che poco hanno a che fare con la dignità tradizionale della Casa Bianca. La mancanza di collaborazione dei legislatori repubblicani di servire da contrappeso ai poteri presidenziali rende più oneroso il compito dei democratici.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

Trump e l'ottimismo sulla Russia: Bolton e Pompeo dissentono

Trump e l'ottimismo sulla Russia: Bolton e Pompeo dissentono


di DOMENICO MACERI* - "La montagna ha partorito un topolino".Queste le parole di Vladimir Putin per commentare i risultati delle indagini di Robert Mueller sul Russiagate. Putin ha ripetuto essenzialmente le stesse parole nella recente conversazione telefonica con Donald Trump, secondo le dichiarazioni del 45esimo presidente.

Rispondendo alla domanda di un giornalista se i due leader avevano discusso l'interferenza russa nelle elezioni, Trump ha detto che non hanno toccato il tema. Nessuno gli ha domandato se avessero discusso la situazione dei dodici ufficiali dell'intelligence russa incriminati da Mueller nel mese di luglio del 2018 e la loro possibile estradizione. Ma con ogni probabilità i due non lo hanno discusso nemmeno.

Secondo Trump i due leader hanno toccato parecchi temi incluso la situazione in Venezuela. L'inquilino della Casa Bianca ha dichiarato che Putin si interessa a una soluzione pacifica. Tutto bene dunque, secondo le parole di Trump.

La visione rosea di Trump sulla Russia e Putin non è però condivisa dallo staff del presidente. Emerge infatti una politica sulla Russia in netto contrasto con i suoi collaboratori.

Il rapporto di Mueller non ha dimostrato alcuna cospirazione fra la campagna di Trump e i russi nonostante i frequenti contatti. Da aggiungere i dodici agenti russi incriminati da Mueller, e Maria Butina, spia russa condannata in America a 18 mesi di carcere per avere cospirato contro il governo degli Stati Uniti. Mueller però ha confermato ciò che si sapeva già dai servizi di intelligence americana che la Russia aveva interferito nell'elezione americana del 2016 in maniera “sistematica” aiutando Trump e fomentando discordia mediante i social media. Trump da parte sua non ha mai digerito questa verità vedendola come macchia alla sua vittoria presidenziale. Ecco perché quando si è incontrato con Putin a Helsinki nel mese di luglio del 2018, Trump ha dichiarato che il leader russo era stato molto forte nella sue negazioni di interferenza. Trump in effetti ha rinnegato le raccomandazioni di 17 agenzie di intelligence americana. Per questa posizione alcuni ex leader dei servizi segreti statunitensi hanno dato del traditore a Trump.

Non si sa esattamente che cosa avranno discusso i due leader a Helsinki poiché Trump ha detto alla sua interprete di distruggere gli appunti presi durante l'incontro. Ciò rappresenta una violazione delle procedure tipiche poiché storicamente i presidenti informano in dettaglio il loro staff di quello che esattamente si discute in questi colloqui. L'idea è di evitare contraddizioni quando i collaboratori americani si riuniscono con i loro omologhi russi o di altri Paesi.

Le contraddizioni fra l'intelligence americana e la visione di Trump sull'interferenza russa nell'elezione si stanno ripetendo adesso nella situazione del Venezuela. Nonostante il quadro roseo di Trump che Putin non è coinvolto in Venezuela, i russi hanno un ruolo molto attivo e possibilmente destabilizzante, secondo John Bolton, il consigliere di sicurezza nazionale, e Mike Pompeo, segretario di Stato. Pompeo non è d'accordo con le parole di Trump e ha dichiarato che i russi hanno “centinaia o più di persone” in Venezuela che assistono le migliaia di cubani a mantenere Nicolas Maduro al potere. Pompeo ha anche dichiarato che Maduro deve andare via e che i cubani e i russi in Venezuela devono “seguirlo”. Il segretario di Stato americano ha anche detto che avvertirà i suoi omologhi russi in incontri imminenti a non interferire in Venezuela.

Anche Bolton ha usato parole simili persino minacciando che se i russi continuano la loro influenza malevole in Venezuela “ne pagheranno le conseguenze”. Bolton è preoccupato dal ruolo russo in Venezuela dichiarando che Putin non vorrebbe altro che ottenere il controllo di un Paese in America del Sud. Secondo Bolton, i russi sono stati informati che il loro comportamento è inaccettabile.

Trump però continua a ripetere che buoni rapporti con la Russia recheranno benefici ai due Paesi. Il problema però rimane che il 45esimo presidente non riesce ad affrontare la realtà, continuando a non vedere che un Paese ostile ha interferito nell'elezione americana. In ciò l'atteggiamento di Trump riflette un'insicurezza personale che lui trasporta in campo politico. La sua ex direttrice dell'Homeland Security, Kirstjen Nielsen, licenziata da Trump il mese scorso, i cui compiti includevano anche possibili interferenze straniere sulle elezioni americane, aveva tentato di organizzare riunioni di alto livello per affrontare il problema. La Nielsen era però stata informata da altri membri del gabinetto di Trump di non fare molto rumore sulla questione poiché il presidente non ne vuole sentire parlare.

In ciò Trump abbandona uno dei compiti fondamentali del presidente di difendere la democrazia americana non solo dalla Russia ma da altri potenziali avversari come la Cina e l'Iran. Se l'unica superpotenza al mondo non riesce a difendersi da hackeraggio di Paesi ostili, che speranza possono avere Paesi molti meno deboli?

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

Il lavoro incompleto di Mueller sul Russiagate: Trump colpevole?

Il lavoro incompleto di Mueller sul Russiagate: Trump colpevole?


di DOMENICO MACERI* - “Ringrazio il brillante e rispettatissimo avvocato Alan Dershowitz per avere demolito le stupidissime asserzioni legali del 'Giudice' Andrew Napolitano”. Questa la reazione di Donald Trump per commentare le recenti prese di posizioni di due collaboratori della Fox News sul tema dell'ostruzione alla giustizia contenuto nel rapporto del procuratore speciale Robert Mueller sul Russiagate. Dershowitz ha fatto piacere a Trump prendendo le sue difese.  Napolitano  invece ha dichiarato che il rapporto di Mueller specifica la colpevolezza del presidente per ostruzione alla giustizia, considerando i suoi comportamenti “illegali, indifendibili e condannabili”. Secondo Napolitano, esistono i presupposti per procedere all'impeachment.

Napolitano ha poi fatto dichiarazioni che cercano di colmare il buco nei suoi rapporti con Trump, spiegando in un'intervista alla Fox Business Network che il presidente è un suo amico da trent'anni e lo sarà per altri trenta. Ha etichettato anche normale che il 45esimo presidente lo abbia attaccato personalmente per distrarre l'attenzione dal rapporto di Mueller.

Come abbiamo scritto in queste pagine in precedenza, Mueller ha concluso le sue indagini senza però incriminare il presidente. Il rapporto non ha trovato prove di cospirazione fra Trump e i russi nonostante la campagna “sistematica” russa di sconvolgere l'elezione americana del 2016. Sulla questione di ostruzione alla giustizia però il rapporto ci dice che non può esonerare il presidente considerando 11 episodi in cui Trump  forse sarà colpevole. Allo stesso tempo però Mueller non ha incriminato il presidente come ha fatto con 34 altri individui, alcuni dei quali sono già in carcere e altri hanno in corso dei processi. Da aggiungere anche che Mueller ha anche indirizzato altre 14 inchieste ad altri procuratori, 12 delle quali sono finora segrete.

Nel caso del presidente però Mueller aveva già deciso fin dall'inizio che non ci sarebbe stata incriminazione. In ciò Mueller ha seguito una direttiva del ministero di Giustizia la quale ritiene che un presidente in carica non può essere incriminato. Mueller spiega questo principio  aggiungendo anche che “un'accusa criminale contro un presidente in carica” inciderebbe negativamente sulle sue capacità di governare. Questo potrebbe spiegare il suo comportamento nelle indagini dirette su Trump. Si ricorda che il 45esimo presidente non è stato interrogato direttamente da Mueller il quale si è limitato a rispondere a domande per iscritto che ovviamente sono state preparate con l'assistenza dei suoi legali. A parecchie di queste domande Trump ha risposto di non “ricordare”. 

La storia ci dice che un procuratore speciale può interrogare un presidente in carica. George W. Bush e Bill Clinton si sono sottoposti a testimoniare in casi di possibile ostruzione. Il primo nel caso di Valerie Plame, l'agente della Cia la cui identità fu rivelata da alcuni funzionari del governo. Uno di questi responsabili, Lewis “Scooter” Libby, capo di Gabinetto del vice presidente Dick Cheney a quei tempi, fu condannato per mentire agli investigatori, ma alla fine fu graziato in parte da Bush e in modo definitivo da Donald Trump. Clinton dovette testimoniare davanti un gran giurì per le indagini di Whitewater, un'inchiesta su investimenti di immobiliari della famiglia Clinton e alcuni collaboratori.

Mueller però ha deciso di non insistere sull'interrogatorio faccia a faccia con Trump perché credeva di avere sufficienti informazioni da altre fonti. Ciononostante si legge nel rapporto che le risposte scritte erano “insufficienti”. Inoltre il procuratore speciale non ha pressato per la testimonianza diretta di Trump prevedendo, accuratamente, lunghi ritardi data l'opposizione dei legali del presidente. In effetti, Mueller non ha aperto tutte le porte per vederci chiaro ma la mancata intervista faccia a faccia, temuta dai legali di Trump, avrebbe potuto chiarire perché un candidato presidenziale aveva accettato volentieri assistenza russa, una potenza ostile, per vincere l'elezione. Inoltre, avrebbe fatto luce sulle motivazioni del presidente per i suoi frequenti ostacoli alle indagini di Russiagate, considerandole un pericolo alla sua presidenza

Mueller rimane una persona rispettabile nonostante gli attacchi ricevuti da Trump durante i 22 mesi di indagini. Gli americani hanno un'opinione positiva di lui secondo un sondaggio (53 percento favorevoli). Il fatto che lui non abbia incriminato il presidente non si deve interpretare però come suggerimento che il procuratore speciale lo vede al di sopra della legge. Infatti, il rapporto spiega che il “Congresso può applicare le leggi di ostruzione al presidente” seguendo il principio che “nessuno”  ha completa immunità, nemmeno il presidente.

Mueller difatti, come hanno rilevato parecchi analisti e in particolar modo Laurence Tribe, esperto di diritto costituzionale della Harvard University, ha fornito al Congresso una road map per procedere e giudicare il presidente. Questa road map non è completa ma il Congresso ha il dovere di continuare a fare chiarezza. Il fatto che Trump abbia dichiarato ai suoi collaboratori di non obbedire a ingiunzioni di comparizione emessi dal Congresso ci indica che il presidente continua a temere. Se Mueller ha esonerato Trump, come la Casa Bianca ha ripetuto in molte occasioni, perché continuano gli ostacoli alle indagini della legislatura? Mueller non ha esonerato il presidente ma non lo ha trovato innocente nemmeno,  ritenendo che la legge gli lega le mani dall'incriminare il presidente in carica. Il Congresso non ha questo impedimento.

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Mueller e l'ostruzione alla giustizia di Trump: patata bollente al Congresso

Mueller e l'ostruzione alla giustizia di Trump: patata bollente al Congresso


di DOMENICO MACERI* - "Oh Dio mio. È terribile. Questa è la fine della mia presidenza. Sono fottuto". Queste le parole di Donald Trump venute a galla nel rapporto di Robert Mueller, il procuratore speciale sul Russiagate. Il 45esimo era appena stato informato dall'allora ministro della Giustizia Jeff Sessions che il suo vice, Rod Rosenstein, aveva dato l'incarico a Mueller di investigare l'interferenza russa nell'elezione americana del 2016.

Va ricordato che il 2 marzo del 2017, Sessions si era ricusato dall'inchiesta sull'interferenza russa a causa della sua attiva partecipazione nella campagna elettorale di Trump. L'inquilino della Casa Bianca non aveva gradito, ritenendo che il ruolo del ministro di Giustizia fosse di difendere il presidente. Sessions, agendo secondo il consiglio dei legali del ministero di Giustizia, non vide alternativa all'autoricusazione. La sua azione creò discordi con Trump il quale, dopo non pochi tweet poco gradevoli nei riguardi di Sessions, lo licenziò nel mese di novembre del 2018.

Il rapporto di Mueller, in parte censurato dall'attuale ministro di Giustizia William Barr, non ha incriminato Trump di cospirazione anche se ha dimostrato l'influenza dei russi nell'elezione americana. Come già si sapeva da altre fonti e confermato da Mueller, la Russia nell'elezione del 2016 aveva un candidato favorito e questi era proprio Trump. I russi lo hanno aiutato mediante il rilascio di informazioni negative su Hillary Clinton divulgate tramite WikiLeaks ma anche con annunci e disinformazioni nei social networks.

Trump non ha mai digerito l'idea che fosse stato aiutato dai russi per aprirgli le porte della Casa Bianca. La sua inaspettata vittoria nel 2016 mediante l'Electoral College non ha però incluso la maggioranza del voto popolare poiché la Clinton ha ricevuto tre milioni di voti più di Trump. L'inchiesta di Mueller è però rimasta inconcludente sulla questione di ostruzione alla giustizia da parte di Trump.

Il ministro di Giustizia Barr ha interpretato l'essenza del rapporto di Mueller come scagionamento di Trump. La realtà è molto più complessa e nonostante la mancata incriminazione di Mueller i guai legali del 45esimo presidente non sono finiti e potrebbero condurre all'impeachment. Mueller non ha incriminato Trump di ostruzione alla giustizia poiché una direttiva del ministero di Giustizia sostiene che un presidente in carica non può essere incriminato. Si tratta di un'interpretazione della costituzione che non è mai stata sfidata. Ciononostante Mueller l'ha seguita.

Mueller però non ha scagionato Trump avendo trovato  almeno dieci azioni del presidente su possibili ostruzioni alla giustizia. Includono “influenza inappropriata” sulle investigazioni giudiziarie. In particolare Trump ha tentato di “limitare le indagini”, ha cercato di “scoraggiare testimoni di cooperare”, suggerendo “possibili future grazie” come ricompensa. Le azioni di Trump ci dicono, secondo il rapporto, che il presidente intendeva “intimidire testimonianze” che minacciano “l'integrità del sistema giudiziario”.  Chiarisce che se le indagini avessero provato l'innocenza di Trump nell'ostruzione alla giustizia lo “avrebbero reso specifico” e che quel giudizio di innocenza “non è stato raggiunto”. Traduzione: Trump ha ostruito la giustizia e quindi non può essere esonerato. 

Mueller ha incriminato 34 persone con le sue indagini, alcuni dei quali sono già in carcere. Nel caso del presidente, però, Mueller  ci ricorda che il Congresso  possiede l'autorità di imporre l'applicazione delle leggi  “a tutti incluso il presidente”. Nessuno, continua il rapporto, è “al di sopra della legge”. Nemmeno Trump che lui, Mueller, non ha incriminato perché la sua carica di presidente glielo impedisce.

Mueller in effetti ha passato la patata bollente delle possibili illegalità di Trump al Congresso. Il rapporto chiarisce che l'immunità del presidente non impedisce l'incriminazione “dopo la fine del mandato del presidente” purché avvenga nell'arco di cinque anni dall'atto illegale.

L'impeachment nella mente di molti americani significherebbe che Trump potrebbe essere espulso dalla Casa Bianca. Di fatti, l'impeachment è solo l'accusa, cioè il primo passo che spetterebbe alla Camera. La seconda parte, la condanna, che includerebbe in seguito l'espulsione dalla carica di presidente toccherebbe al Senato se 2/3 di loro (67 voti) voterebbero contro Trump.

La storia ci dice che nessun presidente americano è stato espulso dalla Casa Bianca mediante la condanna del Senato. Né Andrew Johnson (1868)  né Bill Clinton (1998), gli unici presidenti ad avere subito l'impeachment alla Camera, furono condannati dal Senato (Richard Nixon si dimise prima dell'impeachment). Il primo prevalse di un solo voto al Senato mentre il secondo prevalse con un margine molto più amplio (55 favorevoli a Clinton, 45 contrari).

Il fatto che Mueller non abbia incriminato Trump non vuol dire mancanza di atti illegali. La strada più “facile” sarebbe di concentrarsi sull'elezione del 2020 e sconfiggerlo alle urne. Questa sarebbe la strada prudente suggerita fino al momento da Nancy Pelosi, speaker della Camera. Altri però hanno già indicato che bisogna investigare di più, richiedendo ulteriori testimonianze al Congresso per determinare se procedere con l'impeachment.

Ciononostante la strada giusta non è sempre quella più facile. Alcuni candidati alla nomination democratica come Elizabeth Warren, senatrice del Massachusetts, Kamala Harris, senatrice della California, e Julian Castro, Segretario di edilizia e sviluppo urbano nell'amministrazione di Barack Obama, sono favorevoli all'impeachment. A questi si aggiungono alcune parlamentari come Alexandria Ocasio Cortez, New York, e Rashida Tlaib del Michigan. La senatrice Warren ha colto molto bene perché bisogna procedere con l'impeachment. La Warren  ha dichiarato che “ignorare i ripetuti tentativi di un presidente di ostruire un'indagine nei suoi comportamenti sleali infliggerebbe seri danni al Paese e suggerirebbe che l'attuale e futuri presidenti avrebbero carta bianca di mettere in pratica simili abusi”.
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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

Trump e WikiLeaks: 'amore' finito

Trump e WikiLeaks: 'amore' finito


di DOMENICO MACERI - “Non so niente di WikiLeaks”. Ecco la reazione di Donald Trump poco dopo l'arresto di Julian Assange a Londra in seguito all'espulsione dall'ambasciata ecuadoriana. Il fondatore di WikiLeaks vi si era rifugiato nel 2012 onde sfuggire all'estradizione in Svezia per le accuse di stupro e molestie sessuali di cui era stato accusato. Trump però nella campagna elettorale del 2016 aveva menzionato WikiLeaks più di 140 volte, ripetendo in più di 14 occasioni che lui “adorava WikiLeaks”.

Si sa benissimo che Trump cambia idea e dimentica o sostiene di avere detto o non avere detto qualcosa anche quando le prove lampanti ci dicono il contrario. Ma al di là della veridicità delle asserzioni del 45esimo presidente i legami con WikiLeaks ci sono stati e non sono affatto insignificanti.

In uno dei momenti più bui della campagna elettorale dell'attuale inquilino alla Casa Bianca, Assange ha dato una grossa mano a Trump. Con la divulgazione del video di Access Hollywood, in cui si sente Trump dire che come star lui può fare quello che vuole con le donne, persino prenderle dalle “parti intime”, WikiLeaks lo ha aiutato e non poco. La notizia del video era avvenuta il 10 ottobre 2016 e sembrava che la campagna del tycoon stesse per implodere. Si credeva a quei tempi che senza il video Trump avesse il 25 percento di possibilità di sconfiggere Hillary Clinton. La divulgazione del video aveva ovviamente diminuito le sue chance. Mentre Trump e i suoi collaboratori stavano freneticamente cercando di spiegare l'orrenda dichiarazione di Trump sulle donne che si aggiungeva a molte altre fatte in precedenza, Assange ha rilasciato la prima parte delle e-mail di John Podesta, amico dei Clinton, e a quei tempi direttore della campagna elettorale di Hillary. Il contenuto delle e-mail mirava a creare l'immagine di Bernie Sanders come truffato della nomination per convincere i sostenitori del senatore del Vermont a non votare per la Clinton. Il rilascio delle e-mail ha avuto l'effetto programmato di distrarre l'attenzione mediatica dal video, sminuendo, anche se non eliminando completamente, la bufera delle rivelazioni compromettenti.

Si è saputo più tardi che Assange aveva ottenuto queste e-mail dalla intelligence russa sotto la maschera di Guccifer 2.0. Il rilascio delle e-mail intendeva ovviamente aiutare Trump e, forse meglio per i russi, di fomentare confusione e incertezze nell'elezione americana per dimostrare la corruzione della loro democrazia.

I legami di Assange con Trump non sono stati diretti ma le ultime informazioni venute a galla in parte mediante Michael Cohen, ex avvocato di Trump, nelle sue testimonianze alla Camera, ci dicono che Roger Stone, collaboratore di Trump nella campagna elettorale, aveva fatto da intermediario. I contatti di Assange con Trump, però, ci vengono anche dimostrati da e-mail inviate dal fondatore di WikiLeaks a Donald Trump Junior in cui gli offre consigli politici sul miglior metodo di sfruttare le e-mail di Podesta. In particolare, Assange consiglia al primogenito di Trump siti internet dove ottenere massima distribuzione e incoraggia l'allora candidato di usarli nei suoi tweet. La mattina dell'elezione, quando ancora tutti prevedevano la vittoria di Hillary Clinton, Assange ha mandato un'altra e-mail a Donald Junior consigliando che il padre non dovrebbe accettare la sconfitta e che dovrebbe sfidare i risultati, sostenendo corruzione nel sistema elettorale.

Perché Assange ha deciso di aiutare Trump dopo che lui si era fatto un nome rivelando notizie rubate sulle atrocità commesse da forze militari americane in Iraq nel 2009 sulle quali il governo statunitense avrebbe chiuso non uno ma ambedue gli occhi? La divulgazione di documenti trafugati non aveva dunque reso Assange persona grata agli americani. Si crede però che Assange volesse uscire dall'ambasciata ecuadoriana dove in effetti era divenuto carcerato per i limiti imposti dal nuovo presidente ecuadoriano Lenín Moreno, eletto nel 2017. Il nuovo presidente era stato vittima di fuga di notizie e foto compromettenti per le quali il governo ecuadoriano aveva addossato la responsabilità ad Assange. Considerando altri comportamenti poco gradevoli come lo spargimento di feci sui muri dell'ambasciata e il costo di un milione di dollari di spese annue per Assange, Merino non ne ha potuto più e ha deciso di buttarlo fuori. La polizia inglese lo ha subito arrestato perché Assange aveva violato la libertà condizionale nel 2012 e si era rifugiato nell'ambasciata ecuadoriana accettando l'asilo politico di Rafael Correa, l'allora presidente dell'Ecuador.

Non potendo continuare ad abitare all'ambasciata ecuadoriana dove la sua situazione era in effetti divenuta un carcere, Assange avrà cercato una via d'uscita la quale gli sarebbe potuta arrivare mediante Trump. Secondo un articolo pubblicato nella rivista The Atlantic, Assange, cittadino australiano, aveva suggerito a Donald Trump Junior, che il padre potrebbe mettere pressione sul governo australiano affinché lo nominasse ambasciatore agli Stati Uniti. Inoltre, Roger Stone, consigliere di Trump incriminato per avere mentito sulle sue comunicazioni su WikiLeaks, avrebbe comunicato ad alcuni suoi collaboratori che Assange potrebbe ricevere una grazia in caso fosse estradato negli Stati Uniti.

Il dipartimento di Giustizia di Trump ha richiesto l'estradizione di Assange accusandolo di avere cospirato con Chelsea Manning di ottenere documenti segreti illegalmente e di avere tentato di aiutarla a hackerare una password per ottenere altri documenti segreti. Se estradato in America e condannato delle accuse, potrebbe andare in carcere per 5 anni. Le accuse di stupro e molestie sessuali di cui Assange è accusato lo potrebbero però fare estradare in Svezia che ha di recente riaperto l'inchiesta. Si teme che se gli Stati Uniti vincessero la contesa con la Svezia e riuscissero a processare Assange, ulteriori accuse più pesanti potrebbero emergere, anche se gli accordi bilaterali di estradizione fra Stati Uniti e Gran Bretagna permettono solo un processo sui capi d'accusa nella richiesta di estradizione. Una possibile estradizione agli Stati Uniti potrebbe anche condurre a chiarezza sulle responsabilità russe nell'interferenza sull'elezione americana, che ovviamente non farebbe piacere a Trump.

Trump e la miopia sui migranti: una politica solo sui sintomi

Trump e la miopia sui migranti: una politica solo sui sintomi

di DOMENICO MACERI* - “Se non li fermano, chiudiamo il confine. Lo chiudiamo. E lo terremo chiuso a lungo. Non sto scherzando”. La minaccia di Donald Trump era indirizzata al Messico perché permette ai migranti centroamericani di attraversare il Paese per entrare in America, la destinazione finale. Non soddisfatto di minacciare i messicani il 45esimo presidente ha poi continuato minacciando di bloccare l'assistenza finanziaria all'Honduras, El Salvador e il Guatemala, i tre  Paesi centroamericani da dove provengono le carovane di migranti.

La politica di Trump è spesso colorata da minacce, riflettendo il suo modo di comunicare, spesso a ruota libera, senza tenere conto delle conseguenze né delle radici dei problemi né di quelli causati dalle sue parole. I sintomi vanno attaccati direttamente in modo semplice. Si possono fermare i migranti con la costruzione di un muro o impedire loro di entrare negli Stati Uniti con minacce, aumentando i pericoli del loro viaggio oppure facendoli bloccare da altri. Problema altrui. America first, porte chiuse, tutto a posto.

Le conseguenze delle minacce di Trump sono però ovvie. La chiusura del confine col Messico non impedirebbe gli ingressi dei migranti perché la stragrande maggioranza non li usa. Quelli che entrano nei porti di ingresso hanno i documenti pronti. Chiudere il confine impedirebbe gli ingressi legali ma non avrebbe nessun effetto sui migranti che cercano asilo e tipicamente entrano lontano dai porti di ingresso.

Trump ha rallentato con la minaccia della chiusura del confine perché evidentemente qualcuno lo avrà informato che le conseguenze economiche sarebbero disastrose. Il Messico è il terzo partner commerciale degli Usa e la chiusura del confine significherebbe severi danni all'economia di ambedue Paesi. Si tratta di 600 e più miliardi di affari annui che avvengono attraverso il confine. Ogni giorno migliaia di camion attraversano il confine portando merci in ambedue le direzioni. Questi includono prodotti ortofrutticoli, manifatturieri, ma anche il movimento di individui che si recano al loro lavoro giornaliero. La chiusura del confine significherebbe un disastro per i prodotti agricoli che in pochi giorni di ritardo marcirebbero. Nel mese di novembre dell'anno scorso il porto di ingresso di San Ysidro fu chiuso per alcune ore con risultati molto negativi. Uno studio della San Diego Association of Government ha scoperto che persino un ritardo di 15 minuti al confine causerebbe la perdita di un miliardo di dollari annui e 134.000 posti di lavoro.

L'altra minaccia di Trump di bloccare l'assistenza economica americana ai Paesi Centroamericani avrebbe l'effetto contrario di quello desiderato. In effetti, aggraverebbe la difficile situazione economica e sociale causando un incremento di migranti. Di nuovo Trump non si rende conto delle radici dei problemi. L'amministrazione di Barack Obama aveva cercato nel 2014 di raddoppiare i sussidi economici in America Centrale, raggiungendo una cifra di 750 milioni di dollari per migliorare la situazione. I fondi sono amministrati da gruppi no-profit che cooperano con le istituzioni locali, offrendo istruzione e programmi che possano aiutare l'economia e la sicurezza per stabilizzare la situazione e mantenere la gente a casa loro. L'Honduras, l'El Salvador e il Guatemala sono i Paesi più poveri e violenti al mondo. Non si tratta di regali dunque poiché l'idea è di ridurre anche le spese e i disagi in America con la gestione del confine. Meno migranti, meno spese. La situazione di sicurezza in America Centrale è però così pericolosa che spesso l'unica via di uscita è l'emigrazione. La soluzione di Trump di eliminare questi fondi non farebbe altro che peggiorare la situazione causando un incremento di migranti.

Le minacce di Trump non sono completamente vuote di significato ma quasi. La chiusura del confine sarebbe sfidata legalmente non solo dalle aziende e consumatori perché si scontrerebbe con le leggi di immigrazione federale. L'eliminazione dei sussidi ai Paesi Centroamericani sarebbe inoltre politicamente difficile poiché i fondi sono stati stanziati dal Congresso anche se il presidente ha della flessibilità sulla loro amministrazione. Alla fine le minacce di Trump si riallacciano alla  sua dichiarazione di crisi al confine che ambedue Camere hanno bloccato legislativamente senza però riuscire a scavalcare il veto imposto del presidente.

La linea dura sull'immigrazione è stata usata da Trump nella campagna elettorale delle elezioni di midterm con scarso successo ma il 45esimo presidente la considera il suo cavallo di battaglia per l'elezione del 2020. Farà piacere alla sua base di fedelissimi ma come ci ha dimostrato l'elezione di midterm non condurrà a esiti positivi per Trump.

Dopo alcuni giorni di minacce Trump ha però fatto retromarcia. Nelle sue ultimissime dichiarazioni ha lodato il Messico per l'ottimo lavoro fatto a impedire migranti centroamericani di entrare in territorio messicano. Silenzio sull'altra sua minaccia di bloccare i sussidi all'America Centrale ma adesso accusa i democratici di non volere cambiare le leggi sull'immigrazione, una cosa facilissima secondo lui che si potrebbe completare in 45 minuti. Trump dimentica però che per i primi due anni della sua amministrazione il suo partito ha controllato il potere esecutivo e quello legislativo. Evidentemente non ha trovato 45 minuti per risolvere la questione dell'immigrazione.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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