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Le primarie democratiche: presagio di nubi per Trump


di DOMENICO MACERI* - “Il socialismo non è la soluzione”. Parla John Hickenlooper, ex governatore del Colorado, e uno dei 24 candidati alla nomination del Partito Democratico in un discorso nel recente convegno del Partito Democratico della California tenutosi a San Francisco. I fischi erano inevitabili e Hickenlooper li aspettava poiché il pubblico presente, tendente a sinistra, non vede il termine socialismo negativamente anche se non pochi candidati democratici continuano a minimizzare i legami con questa ideologia politica.

Hickenlooper è stato astuto a crearsi un po' di attenzione considerando il fatto che lui è uno di parecchi candidati alla nomination che riceve scarso interesse mediatico. Adesso si parla di lui ma soprattutto per il nodo additato sulle due correnti nel Partito Democratico, l'ala moderata e quella più “socialista”. Un dilemma esistente da molti anni che diverrà più accanito nel corso della campagna come si vedrà nel primo dibattito programmato per Miami alla fine del corrente mese.

Il conflitto fra le due ali del Partito Democratico si è visto anche nelle primarie dell'elezione presidenziale del 2016. Va ricordato che Bernie Sanders, senatore del Vermont, il quale si era dichiarato democratico socialista, diede filo a torcere a Hillary Clinton, la quale alla fine ebbe la meglio. Questa volta si potrebbe avere un risultato diverso anche se all'inizio l'ex vice presidente Joe Biden, parte dell'establishment moderato, si trova al primo posto nei sondaggi.

L'ex vice presidente si è assentato dal convegno in California ma al momento rimane il candidato da sconfiggere come ci indicano i sondaggi nazionali ma anche un recentissimo sondaggio dello Stato dell'Iowa dove si svolgerà la prima contesa delle primarie democratiche. Il più recente sondaggio del Des Moines Register, CNN e Mediacom piazza Biden al primo posto con il 24 percento dei consensi, seguito da Bernie Sanders (16 percento), Elizabeth Warren, senatrice del Massachusetts (15 percento), e Pete Buttigieg, sindaco di South Bend, Indiana (14 percento). Sanders e la Warren al momento di fanno la concorrenza per l'ala sinistra del partito mentre Biden e Buttigieg riflettono i consensi dei moderati. Segue un altro gruppetto di nomi abbastanza noti come Kamala Harris, senatrice della California (7 percento) e Beto O'Rourke, che ha dato filo da torcere a Ted Cruz per il seggio al Senato del Texas, (2 percento). Il resto del gruppo riceve l'uno percento o meno. Si crede che tre dei ventitré che non hanno qualificato per essere presenti sul palco del primo dibattito potrebbero gettare la spugna fra breve o subito dopo i risultati della primaria in Iowa. Questi candidati deboli potrebbero dunque concentrassi sulle corse per il Senato dove un'eventuale maggioranza democratica sarebbe utilissima a un neoeletto presidente dello stesso partito.

Da rilevare che Biden ha beneficiato della sua notorietà come vice di Obama per otto anni. Donald Trump, l'attuale inquilino della Casa Bianca, lo ha anche riconosciuto come suo probabile avversario, lanciandogli non poche frecciate, suggerendo che Biden sia vecchio e non completamente sano di mente. Insinuazioni tipiche del 45esimo presidente a quasi tutti quelli che vede come avversari ma che spesso fanno boomerang e ci dicono più su di lui che degli altri. Ciononostante, Biden, sembra essere in lieve discesa poiché nello stesso sondaggio citato riceveva fino a poco tempo fa il 27 percento dei consensi. La Warren invece è salita dal 9 al 15 percento e continua a sfornare programmi senza fine ed è divenuta l'avversaria numero uno di Sanders per il primo posto nell'ala sinistra del Partito Democratico. Un sondaggio in California piazza la Warren al secondo posto dopo Biden nelle preferenze degli elettori democratici del Golden State. Secondo alcune voci provenienti dal campo di Sanders, la Warren avrebbe “rubato” le idee al senatore del Vermont.

Chiunque dovrebbe vincere la nomination potrebbe essere un pericolo per Trump come ci indicano altri sondaggi nazionali che lo danno perdente in scontri diretti (Biden 53%-Trump 40%; Sanders 51%-Trump 42%; Warren 49%-Trump 42%). Un'altra nube per l'attuale inquilino della Casa Bianca consiste del suo smilzo indice di approvazione (42%), cifra molto bassa specialmente se si considera il buono stato dell'economia attuale.

Nel suo poco popolare discorso a San Francisco, Hickenlooper ha spiegato che sarebbe il candidato ideale poiché da governatore del Colorado, uno stato in bilico, lui ha non solo vinto ma ha anche avuto successo a governare in modo bipartisan. Hickenlooper ha riassunto alcuni dei suoi successi indicando l'ampliamento della sanità ai poveri del suo Stato come pure l'approvazione di leggi per limitare il possesso di armi da fuoco. Si tratta di una strada politica pratica che potrebbe essere messa in atto a Washington. Il problema per Hickenlooper è che per conquistare la Casa Bianca bisogna prima vincere la nomination del suo partito che al momento per lui sembra un miraggio.
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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

Il rapporto di Mueller: l'insufficienza della parte scritta

di DOMENICO MACERI* - Il notissimo attore Robert De Niro, vincitore del Premio Oscar nel 1974 e 1980, in tempi recentissimi sta interpretando il ruolo di Robert Mueller nel programma satirico “Saturday Night Live”. De Niro ha ricordato questo ruolo in una lettera rivolta a Mueller pubblicata dal New York Times nella quale dissente dall'ex procuratore speciale quando questi ha detto che il suo rapporto parla per lui e che non ha intenzione di dire altro sul soggetto. Va ricordato che Mueller, dopo avere chiuso l'ufficio sulle indagini del Russiagate, ha parlato per otto minuti sintetizzando il rapporto di 448 pagine e alla fine ringraziando i suoi collaboratori per la loro professionalità e “integrità” nel corso delle indagini.

De Niro ha colto nella sua lettera che il rapporto di Mueller non rappresenta la fine del lavoro del procuratore speciale. L'attore insiste che i parlamentari e gli avvocati devono leggere il rapporto e capirlo ma l'americano medio ha bisogno di chiarimenti. Ha ragione. Le conseguenze del silenzio di Mueller si sono già viste. Quando lui ha consegnato il rapporto a William Barr, il ministro di Giustizia, il 22 marzo del corrente anno, ha suggerito che i riassunti preparati dalla sua squadra potrebbero essere resi pubblici. Barr ha però preferito preparare una breve sintesi di sua stesura secondo la quale Donald Trump è scagionato di collusione e anche dichiarato innocente di ostruzione poiché Mueller non lo ha incriminato.

Questa “traduzione” del rapporto non è stata gradita da Mueller il quale pochi giorni dopo, il 27 marzo per essere precisi, ha inviato una lettera a Barr nella quale dimostrava il suo disappunto con la sintesi perché “non ha colto appieno il contesto, la natura e la sostanza” delle indagini contenute nel rapporto. Barr, testimoniando davanti alla Commissione Giudiziaria al Senato, ha caratterizzato questa lettera di “snitty”, sgradevolmente nervosa, mostrando la sua delusione che il suo “amico” non gli avesse telefonato invece di scrivere la lettera.

Mueller ha messo nero su bianco invece di usare il suo cellulare perché sapeva che le parole scritte rimangono mentre quelle orali spesso vengono dimenticate o private del senso originale. In ogni probabilità, Mueller si era visto tradito dalla sintesi fatta da Barr e ha voluto indicarlo pubblicamente. L'ex procuratore speciale ha capito che quando sono gli altri a parlare del suo rapporto le loro interpretazioni non sono necessariamente affidabili.

Questa ovvia conclusione ci farebbe credere che Mueller vorrebbe “difendere” l'integrità del suo rapporto poiché se un amico come Barr lo ha frainteso o storpiato per scopi personali o politici, altri potrebbero fare peggio. Ciononostante, Mueller ha deciso di non dire di più e ha anche dichiarato che se il Congresso lo interpellerà a testimoniare lui si limiterà ad additare al rapporto.

De Niro ha capito che questa strada presa da Mueller non è quella giusta come ci ha già dimostrato l'interpretazione di Barr, il quale ha creato una falsa narrativa di Trump come innocente. Il rapporto di Mueller non raggiunge questa conclusione ma lo fa con un linguaggio poco chiaro anche se suggestivo. Muller ha scritto che “Se fossimo stati convinti che il presidente non avesse commesso un reato lo avremmo detto”. Si deve concludere che Trump non è innocente e che dovrebbe essere incriminato come nel caso di una trentina di altre persone, alcune delle quali sono già in carcere. Mueller continua a spiegare, sempre con un linguaggio poco accessibile all'americano medio, che il presidente in carica può essere giudicato ma solo dal Congresso.

Il Congresso è un organo legislativo ma anche politico. Per giudicare l'ostruzione di Trump, reato su cui Mueller include una dozzina di possibili esempi, i legislatori devono agire ma allo stesso convincere il popolo americano che l'impeachment sarebbe la strada indicata nel rapporto. Per caldeggiare l'opinione pubblica ci vuole qualcosa in più di un rapporto di 448 pagine che parli da sé. È necessario anche ribaltare la falsa narrativa creata da Barr che Trump sia innocente. Al momento, il 76 percento degli elettori democratici crede che Trump meriti l'impeachment. Il 41 percento di tutti gli americani lo considera appropriato. Una cifra significante specialmente se la si compara a quella dell'inizio dell'impeachment di Richard Nixon, prevenuto solo dalle sue dimissioni.

Il numero di parlamentari che si è già dichiarato favorevole all'impeachment ha raggiunto 61 democratici e un repubblicano (Justin Amash, Michigan). Se Trump non può essere giudicato dal sistema giudiziario poiché occupa la carica di presidente, come ha detto Mueller, le due Camere sono l'unico percorso. Bisogna però comunicare chiaramente alla nazione. Ecco quello che ha spiegato De Niro nella sua lettera. L'attore italo-americano ha concluso che “il paese ha bisogno dell'autentica voce di Mueller per fare chiarezza in modo autorevole” poiché il procuratore speciale è la voce del rapporto e il Paese ha bisogno di “ascoltare questa voce”.

Nei suoi otto minuti di discorso a conclusione del suo lavoro Mueller ha detto che i russi hanno interferito chiaramente nell'elezione del 2016, il che “merita l'attenzione di tutti gli americani”. Giusto. Anche lui è americano e sicuramente sarà preoccupato. Questa preoccupazione sarà sufficiente a seguire il consiglio di De Niro?

Lo vedremo fra breve. La commissione Giudiziaria alla Camera presieduta da Jerry Nadler, parlamentare di New York, inizierà una serie di audizioni titolate “Lezioni del rapporto di Mueller: l'ostruzione presidenziale e altri reati”. Rimane in dubbio se Mueller si presenterà a testimoniare per chiarire e difendere l'integrità del suo rapporto. Il fatto che il suo “amico” Barr sta investigando gli investigatori, tramite nuove indagini sulla legalità delle azioni che hanno scatenato l'inchiesta del Russiagate, convincerà Mueller a porre fine alla sua reticenza?
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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

I battibecchi fra Pelosi e Trump: preludio all'impeachment?


di DOMENICO MACERI* - “Il fatto è che questo presidente sta ostruendo la giustizia ed è impegnato in un insabbiamento”. Queste le parole durissime di Nancy Pelosi, speaker della Camera, mentre commentava la questione del possibile impeachment di Donald Trump. Qualche giorno dopo, Trump, adirato da queste aspre parole, ha reagito ponendo fine dopo solo tre minuti a un incontro sulle infrastrutture con la Pelosi e Chuck Schumer, leader della minoranza democratica al Senato. In una conferenza stampa nel Rose Garden, Trump ha poi dichiarato che lui “non fa insabbiamenti”.

Gli scontri verbali fra i due sono continuati nei prossimi giorni e la Pelosi ha aumentato i toni suggerendo che la famiglia o l'amministrazione del presidente dovrebbe fare un intervento con Trump per metterlo sulla strada giusta. Il 45esimo presidente ha controbattuto immediatamente dichiarando che la Pelosi era “pazza” e che lui era “un genio molto stabile”, espressione usata spesso da Trump per cercare di giustificare alcuni suoi comportamenti poco ortodossi. Trump e i suoi alleati hanno continuato i loro attacchi su Pelosi, cadendo nel ridicolo, distribuendo un video manipolato dove si vede la Pelosi balbettare durante una conferenza stampa per suggerire che fosse ubriaca o poco lucida. Trump ha condiviso il video nonostante il fatto che anche la Fox News lo ha classificato come falsato. Rudy Giuliani, l'avvocato “televisivo” di Trump, ha anche lui condiviso il video, aggiungendo legna al fuoco per deridere la leader democratica. Il video è apparso su Facebook ed altri social media ed è stato visionato da parecchi milioni di utenti. YouTube lo ha rimosso appena stabilito che si trattava di un falso ma i dirigenti di Facebook si sono rifiutati di seguire la stessa strada asserendo che vogliono lasciare al pubblico di decidere per se stessi.

Per dimostrare che lui aveva ragione, Trump ha anche fatto una “scenetta” con parecchi suoi collaboratori, telecamere presenti, dove si vede il presidente che chiede loro quale era stato il suo tenore nell'incontro con Pelosi e Schumer. Tutti quelli chiamati in causa hanno detto che il loro capo si era comportato con calma. Ovviamente non potevano dire altrimenti poiché di tratta di individui che lo conoscono bene e si rendono conto dell'importanza di assecondarlo.

Trump però ha dichiarato ai giornalisti che non coopererà con i democratici su infrastrutture o altri programmi se loro continuano a investigare sul suo operato. Si tratta di una continua caccia alle streghe, secondo lui, come era stata l'indagine del Russiagate. Ciononostante alcuni dei suoi collaboratori si trovano già in carcere ma Trump non è stato incriminato. Il Congresso, però, continua a indagare tramite le sue commissioni e il 45esimo presidente ha deciso che sfiderà tutte le subpoena che i parlamentari democratici continuano a inviare. Fino ad adesso il sistema giudiziario si è schierato coi democratici ma Trump spera che queste richieste di informazioni verranno esaminate alla fine dalla Corte Suprema, dove crede di uscirne vincitore.

Nel frattempo, Trump ha deciso che non svolgerà i suoi compiti legislativi e non coopererà coi democratici. In un certo senso si sbaglia, specialmente nel caso delle infrastrutture. Si tratta di un tema condiviso da tutti poiché bisogna investire per il futuro. Trump potrebbe uscirne vincitore poiché un accordo coi democratici dimostrerebbe a tutti che può governare in modo bipartisan, dando prova di essere il grande negoziatore che si è sempre vantato di essere.

Ma al di là dei capricci di Trump, un accordo sulle infrastrutture sarebbe molto utile al Paese anche se politicamente poco vantaggioso per i democratici. Una cooperazione con Trump gli conferirebbe qualità di un leader tradizionale, legittimandolo, anche se non completamente, come “presidenziale”. Conferirebbe a Trump una vera vittoria legislativa poiché nei due anni e mezzo di presidenza può solo additare alla riduzione delle tasse come suo unico risultato, che come si ricorda, ha però beneficiato in grande misura i benestanti. Ovviamente ci sarebbe il nodo del supporto dei repubblicani, i quali non sono propensi a spendere soldi, e quindi Trump li avrebbe dovuto convincere con le buone o con le cattive.

Con cooperazione o no, i democratici continueranno le loro indagini e giorno dopo giorno sembra che Pelosi si stia dirigendo verso la presa di posizione dell'ala sinistra del suo partito che ha già deciso sulla necessità di sottomettere Trump all'impeachment. La speaker però continua ad avere dubbi sulla saggezza di una tale manovra. Lei crede che anche se la Camera, dominata dal suo partito, avrebbe la meglio su un voto di impeachment, il Senato richiederebbe 60 voti per condannare Trump. La Pelosi crede che l'impeachment senza la condanna del Senato aiuterebbe Trump a essere rieletto nel 2020. Questa in sintesi la sua spiegazione a un gruppo di leader democratici in un incontro privato.

La Pelosi potrebbe cambiare idea specialmente dopo il recentissimo discorso di Robert Mueller, il reticente procuratore speciale sul Russiagate. In otto minuti Mueller ha reiterato le conclusioni incluse nel suo rapporto. I russi hanno interferito nell'elezione americana del 2016 per aiutare Trump. Questa interferenza dovrebbe preoccupare tutti gli americani, secondo Mueller. Per quanto riguarda l'ostruzione alla giustizia e la possibile colpevolezza di Trump, Mueller ha ripetuto che il suo rapporto non esonera il presidente e se “non avesse commesso un reato” il rapporto lo avrebbe confermato. Con riguardo alla colpevolezza del presidente, Mueller ha anche riconfermato, come si legge nel rapporto, che un presidente in carica “non può essere incriminato”, seguendo la direttiva del ministero di giustizia. Mueller ha di nuovo aggiunto che la costituzione include percorsi per giudicare il presidente. La strada suggerita da Mueller è l'impeachment. Per la Pelosi sta diventando sempre più difficile escludere una tale ipotesi specialmente considerando che Justin Amash, parlamentare repubblicano del Michigan, ha indicato che il rapporto di Mueller non lascia alternative.
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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

La riforma sull'immigrazione di Trump: primo passo falso

di DOMENICO MACERI* - “Si tratta di un piano grande, bello e coraggioso”. I superlativi di Donald Trump sono tipici quando parla di qualcosa associata a se stesso. In questo caso il 45esimo presidente lodava il suo piano sulla riforma dell'immigrazione che altri hanno etichettato “Dead on arrival”, ossia ricevuto in stato “non operativo”.

Il piano di Trump riformerebbe l'immigrazione da un sistema che predilige i ricongiungimenti familiari sostituendolo con uno che agevolerebbe i meriti di coloro che vogliano entrare nel Paese. Si tratta di un piano che adotta principi utilizzati da sistemi dell'Australia, Nuova Zelanda e Canada. Modificherebbe la formula attuale che distribuisce il numero di immigrati con il 66 percento riservato ai ricongiungimenti familiari e il resto per questioni di meriti, umanitari, e richiedenti asilo. Trump riserverebbe il 57 percento dei posti ai meriti, il 33 percento ai ricongiungimenti familiari e il resto a beneficio di caratteristiche umanitarie. Il numero totale di 1,1 milioni cartellini verdi rimarrebbe a essere in vigore. Il piano di Trump attirerebbe più immigrati preparati a entrare nel mondo del lavoro e richiederebbe che i nuovi arrivati imparino o conoscano già l'inglese e si sottopongano a un esame di educazione civica.

Il piano è stato annunciato da Trump ma, Jared Kushner, suo genero e consigliere speciale, lo aveva presentato a un gruppo di senatori repubblicani per cercare di ottenere il loro sostegno. Alcuni giornali hanno riportato che l'incontro non ha entusiasmato. In alcune delle sue risposte Kushner è stato interrotto da Stephen Miller, collaboratore di ultra destra del presidente, per offrire chiarimenti. Il senatore Lindsey Graham del South Carolina, grande sostenitore del presidente, ha dichiarato che il piano non mira a divenire legge ma consiste di un primo passo. Più delusa la senatrice Susan Collins del Maine poiché il piano di Trump non include una soluzione alla tragica situazione dei “dreamers”, i giovani portati illegalmente in America dai loro genitori. Buona parte di loro hanno beneficiato del DACA, un ordine esecutivo di Barack Obama che permette loro di restare negli Stati Uniti temporaneamente. Il piano di Trump non tocca nemmeno la situazione degli 11 milioni di immigrati non autorizzati già nel Paese.

L'allontanamento dai principi di ricongiungimenti familiari richiama la legge sull'immigrazione del 1924. Questa legge impose limiti al numero di immigrati basandoli su una quota del due percento secondo la nazionalità degli americani, legata al censimento del 1890. La legge causò notevoli riduzioni a immigrati provenienti dall'Europa del Sud favorendo ingressi di individui dalla Gran Bretagna e l'Europa settentrionale. Nel 1965 il Congresso ha cambiato la legge che corrisponde in grande misura a quella attuale, favorendo i ricongiungimenti familiari.

Il piano di Trump avrebbe simili effetti riducendo gli ingressi di Paesi poveri come quelli del Sud America e Africa. Si tratta di luoghi che Trump aveva dispregiato come “di m...da”, preferendo quelli del Nord Europa. Comunque sia, il piano di Trump non ha quasi nessuna possibilità di divenire legge, considerando il controllo democratico alla Camera ma soprattutto perché manca di serietà poiché esclude la situazione dei “dreamers” e degli altri immigrati non autorizzati. Perché dunque fare un annuncio sull'immigrazione?

Trump ha ripreso il tema dell'immigrazione per caldeggiare la sua base e i sentimenti anti-immigrati etichettandoli come criminali e pericolosi alla sicurezza del Paese. Secondo questa visione è stato facile affibbiare a Trump l'etichetta di essere anti-immigrazione considerando la sua aspra retorica e l'assenza quasi totale di parole che lodino gli immigrati come costruttori del Paese. Si ricordano facilmente i suoi duri attacchi agli immigrati durante la campagna politica del 2016 ma anche durante la sua presidenza. L'enfasi sul bisogno della costruzione del muro, il bando contro immigrati di parecchi Paesi musulmani, e la separazione delle famiglie di rifugiati al confine col Messico principalmente del Centro America, hanno stabilito il 45esimo presidente come interprete della visione anti-immigranti della sua base.

Trump con il suo piano vuole intorbidire le acque, asserendo che si oppone solo all'immigrazione illegale. Il suo tentativo di allontanarsi dalla sua aspra retorica contro gli immigrati sarà difficilmente digerito eccetto per i suoi fedelissimi che hanno idee molto negative sui nuovi arrivati. Ann Coulter, la giornalista di ultra destra che in tempi recenti ha sostenuto Trump, adesso lo attacca persino nel suo nuovo piano ricordando che non ha mantenuto la promessa della costruzione del muro al confine e che il numero degli immigrati rimane identico a quello attuale.

Questa insoddisfazione del piano di Trump dall'estrema destra perché troppo liberal dovrebbe suggerire qualche spiraglio verso un compromesso coi democratici. Kevin McCarthy, presidente della minoranza repubblicana alla Camera, ha dichiarato che il piano di Trump consiste di un primo passo verso un disegno di legge più completo, suggerendo un tentativo bipartisan.Trump però ha messo fine a una tale prospettiva. L'attuale inquilino della Casa Bianca ha recentemente etichettato i democratici come il partito di “frontiere aperte, salari bassi, e completa illegalità”. Trump ha continuato minacciando che se i democratici non coopereranno con il suo piano per “riforme storiche” bisognerà farlo dopo l'elezione del 2020 quando, secondo lui, i repubblicani controlleranno ambedue le Camere e la Casa Bianca. Perché non ha implementato il suo piano sull'immigrazione durante i primi due anni della sua presidenza quando infatti i repubblicani controllavano ambedue le Camere e la Casa Bianca rimane un mistero. Forse perché si tratta di un piano irrealizzabile il cui vero scopo è mantenere felice la sua base?
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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

Trump e i democratici: sfida politico-giudiziaria

(Pixabay)
di DOMENICO MACERI - “Caso chiuso”. Così ha tuonato Mitch McConnell, senatore del Kentucky e presidente della maggioranza repubblicana al Senato, per farla finita una volta per tutte con le indagini del Russiagate. McConnell ha insistito che il rapporto di Robert Mueller, il procuratore speciale sulle indagini dell'interferenza russa nell'elezione americana del 2016, segna l'ora di voltare pagina. Qualche giorno dopo però, il senatore Richard Burr, repubblicano del North Carolina e presidente della commissione Intelligence, ha inviato una subpoena, un atto di comparizione a Donald Trump Jr., figlio del presidente, per chiarire risposte già date che alla luce di altre informazioni potrebbero rivelare contraddizioni. Burr è repubblicano e alcuni membri del suo partito lo hanno criticato ma il senatore del North Carolina ha spiegato che il figlio maggiore del presidente non si era presentato volontariamente a testimoniare il mese scorso e la subpoena è stata l'ultima carta da giocare.

McConnell ha fatto marcia indietro dichiarando che lui continua ad avere fiducia su Burr. I leader democratici della Camera non hanno cambiato rotta invece e continuano a scavare per chiarire il significato del rapporto di Mueller rilasciato in forma censurata da William Barr, il ministro di Giustizia. Barr ha cooperato ma solo in parte e i democratici hanno aumentato il volume con le loro indagini che vanno al di là del Russiagate includendo anche le finanze, gli affari, e la politica del presidente. Il Washington Post ha calcolato almeno venti inchieste  alle quali il presidente ha deciso di opporsi con tutte le sue forze avvertendo i suoi collaboratori a non presentarsi a testimoniare al Congresso anche in casi di subpoena. I democratici hanno calcolato che  Trump ha bloccato 79 richieste per informazioni.

Questo clima di continue indagini e conflitti ha spinto alcuni a parlare di crisi costituzionale considerando l'ostruzionismo di Trump che continua ad aumentare. Kerry W. Kircher, l'ex legale della Camera durante la maggioranza repubblicana, ha dichiarato che la situazione di stallo indica una “completa rottura e una completa ostruzione al ruolo del Congresso”. Se i giudici supporteranno Trump si arriverebbe a una “presidenza imperiale”. Ciò è improbabile poiché la Corte Suprema nel 1993 ha costretto l'allora presidente Richard Nixon a consegnare al Congresso registrazioni e altri documenti richiesti mediante la subpoena.

La strategia democratica per continuare le indagini ed agire di contrappeso alla politica di Trump non sembra però indietreggiare. I leader delle diverse commissioni stanno usando tutti gli strumenti a loro disposizione per ottenere le informazioni necessarie facendo uso di subpoena e affibbiando l'accusa di oltraggio al Congresso in casi di individui con comportamenti ricalcitranti.

Richard Neal, presidente del Comitato Ways and Means della Camera, ha richiesto le dichiarazioni di reddito di Trump, usando una legge poco nota, approvata nel 1924, secondo cui la sua carica attuale gli consente di richiedere le dichiarazioni di reddito di qualunque individuo. Il segretario al Tesoro degli Stati Uniti Steven Mnuchin ha però rifiutato, dichiarando che la Camera non ha “un proposito legale legittimo”. La risposta di Neal è stata quasi immediata con una subpoena e una denuncia sulle quali un giudice federale ha indicato che darà una decisione fra breve, deludendo gli avvocati di Trump che volevano ritardare.

Jerry Nadler, presidente della commissione Giudiziaria alla Camera, ha richiesto che Robert Mueller si presenti a testimoniare per chiarire contraddizioni nel suo rapporto. Inizialmente Barr, il ministro di Giustizia, aveva detto che non vi si opporrebbe ma adesso le cose sono cambiate, e si è arrivati a un braccio di ferro con Nadler. La commissione di Nadler ha reagito affibbiandogli l'oltraggio al Congresso per rifiutare di presentarsi a testimoniare e per impedire a Mueller di farlo. Le ultimissime notizie ci dicono però che Barr abbia ceduto.

Trump da parte sua si è opposto alla pubblicazione del rapporto di Mueller invocando il suo privilegio esecutivo nonostante il fatto che la maggioranza del rapporto sia già stata resa pubblica. Il 45esimo presidente ha anche proibito a Donald McGahn, avvocato ed ex consigliere legale alla Casa Bianca, di testimoniare alla Camera. Trump ha anche denunciato la Deutsche Bank cercando di impedire la cooperazione con la Commissione sulle Finanze che sta investigando prestiti dati al Trump imprenditore. Inoltre l'attuale inquilino alla Casa Bianca sta conducendo una battaglia legale contro una denuncia sull'emoluments clause (clausola sugli emolumenti) che impedisce al presidente  di ottenere regali o benefici da fonti estere o di trarre profitti, che nel caso di Trump avverrebbero mediante la rete dei suoi interessi aziendali dai quali non si è completamente separato.

Imporre il volere delle varie commissioni parlamentari non sarà facile considerando il clima di sfiducia fra la Casa Bianca e la Camera. Il parlamentare Adam Schiff, democratico della California, presidente della Commissione intelligence, ha dichiarato che la Camera può imporre multe di 25.000 dollari al giorno a coloro che si rifiutano di presentarsi a testimoniare. Ovviamente, pioverebbero denunce  le quali formano  la strategia di Trump. Il sistema giudiziario non funziona tempestivamente e gli darebbe tempo. Nel frattempo i democratici alla Camera potrebbero essere visti come nullafacenti dal punto di vista legislativo. Infatti questa è proprio la sfida della maggioranza democratica alla Camera. Da una parte devono funzionare di contrappeso ai comportamenti poco tradizionali  e possibilmente illegali di Trump e  dall'altra mettere in atto l'agenda legislativa promessa nella campagna elettorale del 2018 che ha dato loro la maggioranza alla Camera. C'è ovviamente il pericolo che gli atteggiamenti poco presidenziali di Trump potrebbero divenire più forti in una sua possibile vittoria presidenziale nel 2020. In questo panorama i repubblicani si sono schierati completamente nel campo di Trump chiudendo non uno ma ambedue occhi sui comportamenti personali e presidenziali di Trump che poco hanno a che fare con la dignità tradizionale della Casa Bianca. La mancanza di collaborazione dei legislatori repubblicani di servire da contrappeso ai poteri presidenziali rende più oneroso il compito dei democratici.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

Trump e l'ottimismo sulla Russia: Bolton e Pompeo dissentono


di DOMENICO MACERI* - "La montagna ha partorito un topolino".Queste le parole di Vladimir Putin per commentare i risultati delle indagini di Robert Mueller sul Russiagate. Putin ha ripetuto essenzialmente le stesse parole nella recente conversazione telefonica con Donald Trump, secondo le dichiarazioni del 45esimo presidente.

Rispondendo alla domanda di un giornalista se i due leader avevano discusso l'interferenza russa nelle elezioni, Trump ha detto che non hanno toccato il tema. Nessuno gli ha domandato se avessero discusso la situazione dei dodici ufficiali dell'intelligence russa incriminati da Mueller nel mese di luglio del 2018 e la loro possibile estradizione. Ma con ogni probabilità i due non lo hanno discusso nemmeno.

Secondo Trump i due leader hanno toccato parecchi temi incluso la situazione in Venezuela. L'inquilino della Casa Bianca ha dichiarato che Putin si interessa a una soluzione pacifica. Tutto bene dunque, secondo le parole di Trump.

La visione rosea di Trump sulla Russia e Putin non è però condivisa dallo staff del presidente. Emerge infatti una politica sulla Russia in netto contrasto con i suoi collaboratori.

Il rapporto di Mueller non ha dimostrato alcuna cospirazione fra la campagna di Trump e i russi nonostante i frequenti contatti. Da aggiungere i dodici agenti russi incriminati da Mueller, e Maria Butina, spia russa condannata in America a 18 mesi di carcere per avere cospirato contro il governo degli Stati Uniti. Mueller però ha confermato ciò che si sapeva già dai servizi di intelligence americana che la Russia aveva interferito nell'elezione americana del 2016 in maniera “sistematica” aiutando Trump e fomentando discordia mediante i social media. Trump da parte sua non ha mai digerito questa verità vedendola come macchia alla sua vittoria presidenziale. Ecco perché quando si è incontrato con Putin a Helsinki nel mese di luglio del 2018, Trump ha dichiarato che il leader russo era stato molto forte nella sue negazioni di interferenza. Trump in effetti ha rinnegato le raccomandazioni di 17 agenzie di intelligence americana. Per questa posizione alcuni ex leader dei servizi segreti statunitensi hanno dato del traditore a Trump.

Non si sa esattamente che cosa avranno discusso i due leader a Helsinki poiché Trump ha detto alla sua interprete di distruggere gli appunti presi durante l'incontro. Ciò rappresenta una violazione delle procedure tipiche poiché storicamente i presidenti informano in dettaglio il loro staff di quello che esattamente si discute in questi colloqui. L'idea è di evitare contraddizioni quando i collaboratori americani si riuniscono con i loro omologhi russi o di altri Paesi.

Le contraddizioni fra l'intelligence americana e la visione di Trump sull'interferenza russa nell'elezione si stanno ripetendo adesso nella situazione del Venezuela. Nonostante il quadro roseo di Trump che Putin non è coinvolto in Venezuela, i russi hanno un ruolo molto attivo e possibilmente destabilizzante, secondo John Bolton, il consigliere di sicurezza nazionale, e Mike Pompeo, segretario di Stato. Pompeo non è d'accordo con le parole di Trump e ha dichiarato che i russi hanno “centinaia o più di persone” in Venezuela che assistono le migliaia di cubani a mantenere Nicolas Maduro al potere. Pompeo ha anche dichiarato che Maduro deve andare via e che i cubani e i russi in Venezuela devono “seguirlo”. Il segretario di Stato americano ha anche detto che avvertirà i suoi omologhi russi in incontri imminenti a non interferire in Venezuela.

Anche Bolton ha usato parole simili persino minacciando che se i russi continuano la loro influenza malevole in Venezuela “ne pagheranno le conseguenze”. Bolton è preoccupato dal ruolo russo in Venezuela dichiarando che Putin non vorrebbe altro che ottenere il controllo di un Paese in America del Sud. Secondo Bolton, i russi sono stati informati che il loro comportamento è inaccettabile.

Trump però continua a ripetere che buoni rapporti con la Russia recheranno benefici ai due Paesi. Il problema però rimane che il 45esimo presidente non riesce ad affrontare la realtà, continuando a non vedere che un Paese ostile ha interferito nell'elezione americana. In ciò l'atteggiamento di Trump riflette un'insicurezza personale che lui trasporta in campo politico. La sua ex direttrice dell'Homeland Security, Kirstjen Nielsen, licenziata da Trump il mese scorso, i cui compiti includevano anche possibili interferenze straniere sulle elezioni americane, aveva tentato di organizzare riunioni di alto livello per affrontare il problema. La Nielsen era però stata informata da altri membri del gabinetto di Trump di non fare molto rumore sulla questione poiché il presidente non ne vuole sentire parlare.

In ciò Trump abbandona uno dei compiti fondamentali del presidente di difendere la democrazia americana non solo dalla Russia ma da altri potenziali avversari come la Cina e l'Iran. Se l'unica superpotenza al mondo non riesce a difendersi da hackeraggio di Paesi ostili, che speranza possono avere Paesi molti meno deboli?

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

Il lavoro incompleto di Mueller sul Russiagate: Trump colpevole?


di DOMENICO MACERI* - “Ringrazio il brillante e rispettatissimo avvocato Alan Dershowitz per avere demolito le stupidissime asserzioni legali del 'Giudice' Andrew Napolitano”. Questa la reazione di Donald Trump per commentare le recenti prese di posizioni di due collaboratori della Fox News sul tema dell'ostruzione alla giustizia contenuto nel rapporto del procuratore speciale Robert Mueller sul Russiagate. Dershowitz ha fatto piacere a Trump prendendo le sue difese.  Napolitano  invece ha dichiarato che il rapporto di Mueller specifica la colpevolezza del presidente per ostruzione alla giustizia, considerando i suoi comportamenti “illegali, indifendibili e condannabili”. Secondo Napolitano, esistono i presupposti per procedere all'impeachment.

Napolitano ha poi fatto dichiarazioni che cercano di colmare il buco nei suoi rapporti con Trump, spiegando in un'intervista alla Fox Business Network che il presidente è un suo amico da trent'anni e lo sarà per altri trenta. Ha etichettato anche normale che il 45esimo presidente lo abbia attaccato personalmente per distrarre l'attenzione dal rapporto di Mueller.

Come abbiamo scritto in queste pagine in precedenza, Mueller ha concluso le sue indagini senza però incriminare il presidente. Il rapporto non ha trovato prove di cospirazione fra Trump e i russi nonostante la campagna “sistematica” russa di sconvolgere l'elezione americana del 2016. Sulla questione di ostruzione alla giustizia però il rapporto ci dice che non può esonerare il presidente considerando 11 episodi in cui Trump  forse sarà colpevole. Allo stesso tempo però Mueller non ha incriminato il presidente come ha fatto con 34 altri individui, alcuni dei quali sono già in carcere e altri hanno in corso dei processi. Da aggiungere anche che Mueller ha anche indirizzato altre 14 inchieste ad altri procuratori, 12 delle quali sono finora segrete.

Nel caso del presidente però Mueller aveva già deciso fin dall'inizio che non ci sarebbe stata incriminazione. In ciò Mueller ha seguito una direttiva del ministero di Giustizia la quale ritiene che un presidente in carica non può essere incriminato. Mueller spiega questo principio  aggiungendo anche che “un'accusa criminale contro un presidente in carica” inciderebbe negativamente sulle sue capacità di governare. Questo potrebbe spiegare il suo comportamento nelle indagini dirette su Trump. Si ricorda che il 45esimo presidente non è stato interrogato direttamente da Mueller il quale si è limitato a rispondere a domande per iscritto che ovviamente sono state preparate con l'assistenza dei suoi legali. A parecchie di queste domande Trump ha risposto di non “ricordare”. 

La storia ci dice che un procuratore speciale può interrogare un presidente in carica. George W. Bush e Bill Clinton si sono sottoposti a testimoniare in casi di possibile ostruzione. Il primo nel caso di Valerie Plame, l'agente della Cia la cui identità fu rivelata da alcuni funzionari del governo. Uno di questi responsabili, Lewis “Scooter” Libby, capo di Gabinetto del vice presidente Dick Cheney a quei tempi, fu condannato per mentire agli investigatori, ma alla fine fu graziato in parte da Bush e in modo definitivo da Donald Trump. Clinton dovette testimoniare davanti un gran giurì per le indagini di Whitewater, un'inchiesta su investimenti di immobiliari della famiglia Clinton e alcuni collaboratori.

Mueller però ha deciso di non insistere sull'interrogatorio faccia a faccia con Trump perché credeva di avere sufficienti informazioni da altre fonti. Ciononostante si legge nel rapporto che le risposte scritte erano “insufficienti”. Inoltre il procuratore speciale non ha pressato per la testimonianza diretta di Trump prevedendo, accuratamente, lunghi ritardi data l'opposizione dei legali del presidente. In effetti, Mueller non ha aperto tutte le porte per vederci chiaro ma la mancata intervista faccia a faccia, temuta dai legali di Trump, avrebbe potuto chiarire perché un candidato presidenziale aveva accettato volentieri assistenza russa, una potenza ostile, per vincere l'elezione. Inoltre, avrebbe fatto luce sulle motivazioni del presidente per i suoi frequenti ostacoli alle indagini di Russiagate, considerandole un pericolo alla sua presidenza

Mueller rimane una persona rispettabile nonostante gli attacchi ricevuti da Trump durante i 22 mesi di indagini. Gli americani hanno un'opinione positiva di lui secondo un sondaggio (53 percento favorevoli). Il fatto che lui non abbia incriminato il presidente non si deve interpretare però come suggerimento che il procuratore speciale lo vede al di sopra della legge. Infatti, il rapporto spiega che il “Congresso può applicare le leggi di ostruzione al presidente” seguendo il principio che “nessuno”  ha completa immunità, nemmeno il presidente.

Mueller difatti, come hanno rilevato parecchi analisti e in particolar modo Laurence Tribe, esperto di diritto costituzionale della Harvard University, ha fornito al Congresso una road map per procedere e giudicare il presidente. Questa road map non è completa ma il Congresso ha il dovere di continuare a fare chiarezza. Il fatto che Trump abbia dichiarato ai suoi collaboratori di non obbedire a ingiunzioni di comparizione emessi dal Congresso ci indica che il presidente continua a temere. Se Mueller ha esonerato Trump, come la Casa Bianca ha ripetuto in molte occasioni, perché continuano gli ostacoli alle indagini della legislatura? Mueller non ha esonerato il presidente ma non lo ha trovato innocente nemmeno,  ritenendo che la legge gli lega le mani dall'incriminare il presidente in carica. Il Congresso non ha questo impedimento.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

Mueller e l'ostruzione alla giustizia di Trump: patata bollente al Congresso


di DOMENICO MACERI* - "Oh Dio mio. È terribile. Questa è la fine della mia presidenza. Sono fottuto". Queste le parole di Donald Trump venute a galla nel rapporto di Robert Mueller, il procuratore speciale sul Russiagate. Il 45esimo era appena stato informato dall'allora ministro della Giustizia Jeff Sessions che il suo vice, Rod Rosenstein, aveva dato l'incarico a Mueller di investigare l'interferenza russa nell'elezione americana del 2016.

Va ricordato che il 2 marzo del 2017, Sessions si era ricusato dall'inchiesta sull'interferenza russa a causa della sua attiva partecipazione nella campagna elettorale di Trump. L'inquilino della Casa Bianca non aveva gradito, ritenendo che il ruolo del ministro di Giustizia fosse di difendere il presidente. Sessions, agendo secondo il consiglio dei legali del ministero di Giustizia, non vide alternativa all'autoricusazione. La sua azione creò discordi con Trump il quale, dopo non pochi tweet poco gradevoli nei riguardi di Sessions, lo licenziò nel mese di novembre del 2018.

Il rapporto di Mueller, in parte censurato dall'attuale ministro di Giustizia William Barr, non ha incriminato Trump di cospirazione anche se ha dimostrato l'influenza dei russi nell'elezione americana. Come già si sapeva da altre fonti e confermato da Mueller, la Russia nell'elezione del 2016 aveva un candidato favorito e questi era proprio Trump. I russi lo hanno aiutato mediante il rilascio di informazioni negative su Hillary Clinton divulgate tramite WikiLeaks ma anche con annunci e disinformazioni nei social networks.

Trump non ha mai digerito l'idea che fosse stato aiutato dai russi per aprirgli le porte della Casa Bianca. La sua inaspettata vittoria nel 2016 mediante l'Electoral College non ha però incluso la maggioranza del voto popolare poiché la Clinton ha ricevuto tre milioni di voti più di Trump. L'inchiesta di Mueller è però rimasta inconcludente sulla questione di ostruzione alla giustizia da parte di Trump.

Il ministro di Giustizia Barr ha interpretato l'essenza del rapporto di Mueller come scagionamento di Trump. La realtà è molto più complessa e nonostante la mancata incriminazione di Mueller i guai legali del 45esimo presidente non sono finiti e potrebbero condurre all'impeachment. Mueller non ha incriminato Trump di ostruzione alla giustizia poiché una direttiva del ministero di Giustizia sostiene che un presidente in carica non può essere incriminato. Si tratta di un'interpretazione della costituzione che non è mai stata sfidata. Ciononostante Mueller l'ha seguita.

Mueller però non ha scagionato Trump avendo trovato  almeno dieci azioni del presidente su possibili ostruzioni alla giustizia. Includono “influenza inappropriata” sulle investigazioni giudiziarie. In particolare Trump ha tentato di “limitare le indagini”, ha cercato di “scoraggiare testimoni di cooperare”, suggerendo “possibili future grazie” come ricompensa. Le azioni di Trump ci dicono, secondo il rapporto, che il presidente intendeva “intimidire testimonianze” che minacciano “l'integrità del sistema giudiziario”.  Chiarisce che se le indagini avessero provato l'innocenza di Trump nell'ostruzione alla giustizia lo “avrebbero reso specifico” e che quel giudizio di innocenza “non è stato raggiunto”. Traduzione: Trump ha ostruito la giustizia e quindi non può essere esonerato. 

Mueller ha incriminato 34 persone con le sue indagini, alcuni dei quali sono già in carcere. Nel caso del presidente, però, Mueller  ci ricorda che il Congresso  possiede l'autorità di imporre l'applicazione delle leggi  “a tutti incluso il presidente”. Nessuno, continua il rapporto, è “al di sopra della legge”. Nemmeno Trump che lui, Mueller, non ha incriminato perché la sua carica di presidente glielo impedisce.

Mueller in effetti ha passato la patata bollente delle possibili illegalità di Trump al Congresso. Il rapporto chiarisce che l'immunità del presidente non impedisce l'incriminazione “dopo la fine del mandato del presidente” purché avvenga nell'arco di cinque anni dall'atto illegale.

L'impeachment nella mente di molti americani significherebbe che Trump potrebbe essere espulso dalla Casa Bianca. Di fatti, l'impeachment è solo l'accusa, cioè il primo passo che spetterebbe alla Camera. La seconda parte, la condanna, che includerebbe in seguito l'espulsione dalla carica di presidente toccherebbe al Senato se 2/3 di loro (67 voti) voterebbero contro Trump.

La storia ci dice che nessun presidente americano è stato espulso dalla Casa Bianca mediante la condanna del Senato. Né Andrew Johnson (1868)  né Bill Clinton (1998), gli unici presidenti ad avere subito l'impeachment alla Camera, furono condannati dal Senato (Richard Nixon si dimise prima dell'impeachment). Il primo prevalse di un solo voto al Senato mentre il secondo prevalse con un margine molto più amplio (55 favorevoli a Clinton, 45 contrari).

Il fatto che Mueller non abbia incriminato Trump non vuol dire mancanza di atti illegali. La strada più “facile” sarebbe di concentrarsi sull'elezione del 2020 e sconfiggerlo alle urne. Questa sarebbe la strada prudente suggerita fino al momento da Nancy Pelosi, speaker della Camera. Altri però hanno già indicato che bisogna investigare di più, richiedendo ulteriori testimonianze al Congresso per determinare se procedere con l'impeachment.

Ciononostante la strada giusta non è sempre quella più facile. Alcuni candidati alla nomination democratica come Elizabeth Warren, senatrice del Massachusetts, Kamala Harris, senatrice della California, e Julian Castro, Segretario di edilizia e sviluppo urbano nell'amministrazione di Barack Obama, sono favorevoli all'impeachment. A questi si aggiungono alcune parlamentari come Alexandria Ocasio Cortez, New York, e Rashida Tlaib del Michigan. La senatrice Warren ha colto molto bene perché bisogna procedere con l'impeachment. La Warren  ha dichiarato che “ignorare i ripetuti tentativi di un presidente di ostruire un'indagine nei suoi comportamenti sleali infliggerebbe seri danni al Paese e suggerirebbe che l'attuale e futuri presidenti avrebbero carta bianca di mettere in pratica simili abusi”.
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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

Trump e WikiLeaks: 'amore' finito


di DOMENICO MACERI - “Non so niente di WikiLeaks”. Ecco la reazione di Donald Trump poco dopo l'arresto di Julian Assange a Londra in seguito all'espulsione dall'ambasciata ecuadoriana. Il fondatore di WikiLeaks vi si era rifugiato nel 2012 onde sfuggire all'estradizione in Svezia per le accuse di stupro e molestie sessuali di cui era stato accusato. Trump però nella campagna elettorale del 2016 aveva menzionato WikiLeaks più di 140 volte, ripetendo in più di 14 occasioni che lui “adorava WikiLeaks”.

Si sa benissimo che Trump cambia idea e dimentica o sostiene di avere detto o non avere detto qualcosa anche quando le prove lampanti ci dicono il contrario. Ma al di là della veridicità delle asserzioni del 45esimo presidente i legami con WikiLeaks ci sono stati e non sono affatto insignificanti.

In uno dei momenti più bui della campagna elettorale dell'attuale inquilino alla Casa Bianca, Assange ha dato una grossa mano a Trump. Con la divulgazione del video di Access Hollywood, in cui si sente Trump dire che come star lui può fare quello che vuole con le donne, persino prenderle dalle “parti intime”, WikiLeaks lo ha aiutato e non poco. La notizia del video era avvenuta il 10 ottobre 2016 e sembrava che la campagna del tycoon stesse per implodere. Si credeva a quei tempi che senza il video Trump avesse il 25 percento di possibilità di sconfiggere Hillary Clinton. La divulgazione del video aveva ovviamente diminuito le sue chance. Mentre Trump e i suoi collaboratori stavano freneticamente cercando di spiegare l'orrenda dichiarazione di Trump sulle donne che si aggiungeva a molte altre fatte in precedenza, Assange ha rilasciato la prima parte delle e-mail di John Podesta, amico dei Clinton, e a quei tempi direttore della campagna elettorale di Hillary. Il contenuto delle e-mail mirava a creare l'immagine di Bernie Sanders come truffato della nomination per convincere i sostenitori del senatore del Vermont a non votare per la Clinton. Il rilascio delle e-mail ha avuto l'effetto programmato di distrarre l'attenzione mediatica dal video, sminuendo, anche se non eliminando completamente, la bufera delle rivelazioni compromettenti.

Si è saputo più tardi che Assange aveva ottenuto queste e-mail dalla intelligence russa sotto la maschera di Guccifer 2.0. Il rilascio delle e-mail intendeva ovviamente aiutare Trump e, forse meglio per i russi, di fomentare confusione e incertezze nell'elezione americana per dimostrare la corruzione della loro democrazia.

I legami di Assange con Trump non sono stati diretti ma le ultime informazioni venute a galla in parte mediante Michael Cohen, ex avvocato di Trump, nelle sue testimonianze alla Camera, ci dicono che Roger Stone, collaboratore di Trump nella campagna elettorale, aveva fatto da intermediario. I contatti di Assange con Trump, però, ci vengono anche dimostrati da e-mail inviate dal fondatore di WikiLeaks a Donald Trump Junior in cui gli offre consigli politici sul miglior metodo di sfruttare le e-mail di Podesta. In particolare, Assange consiglia al primogenito di Trump siti internet dove ottenere massima distribuzione e incoraggia l'allora candidato di usarli nei suoi tweet. La mattina dell'elezione, quando ancora tutti prevedevano la vittoria di Hillary Clinton, Assange ha mandato un'altra e-mail a Donald Junior consigliando che il padre non dovrebbe accettare la sconfitta e che dovrebbe sfidare i risultati, sostenendo corruzione nel sistema elettorale.

Perché Assange ha deciso di aiutare Trump dopo che lui si era fatto un nome rivelando notizie rubate sulle atrocità commesse da forze militari americane in Iraq nel 2009 sulle quali il governo statunitense avrebbe chiuso non uno ma ambedue gli occhi? La divulgazione di documenti trafugati non aveva dunque reso Assange persona grata agli americani. Si crede però che Assange volesse uscire dall'ambasciata ecuadoriana dove in effetti era divenuto carcerato per i limiti imposti dal nuovo presidente ecuadoriano Lenín Moreno, eletto nel 2017. Il nuovo presidente era stato vittima di fuga di notizie e foto compromettenti per le quali il governo ecuadoriano aveva addossato la responsabilità ad Assange. Considerando altri comportamenti poco gradevoli come lo spargimento di feci sui muri dell'ambasciata e il costo di un milione di dollari di spese annue per Assange, Merino non ne ha potuto più e ha deciso di buttarlo fuori. La polizia inglese lo ha subito arrestato perché Assange aveva violato la libertà condizionale nel 2012 e si era rifugiato nell'ambasciata ecuadoriana accettando l'asilo politico di Rafael Correa, l'allora presidente dell'Ecuador.

Non potendo continuare ad abitare all'ambasciata ecuadoriana dove la sua situazione era in effetti divenuta un carcere, Assange avrà cercato una via d'uscita la quale gli sarebbe potuta arrivare mediante Trump. Secondo un articolo pubblicato nella rivista The Atlantic, Assange, cittadino australiano, aveva suggerito a Donald Trump Junior, che il padre potrebbe mettere pressione sul governo australiano affinché lo nominasse ambasciatore agli Stati Uniti. Inoltre, Roger Stone, consigliere di Trump incriminato per avere mentito sulle sue comunicazioni su WikiLeaks, avrebbe comunicato ad alcuni suoi collaboratori che Assange potrebbe ricevere una grazia in caso fosse estradato negli Stati Uniti.

Il dipartimento di Giustizia di Trump ha richiesto l'estradizione di Assange accusandolo di avere cospirato con Chelsea Manning di ottenere documenti segreti illegalmente e di avere tentato di aiutarla a hackerare una password per ottenere altri documenti segreti. Se estradato in America e condannato delle accuse, potrebbe andare in carcere per 5 anni. Le accuse di stupro e molestie sessuali di cui Assange è accusato lo potrebbero però fare estradare in Svezia che ha di recente riaperto l'inchiesta. Si teme che se gli Stati Uniti vincessero la contesa con la Svezia e riuscissero a processare Assange, ulteriori accuse più pesanti potrebbero emergere, anche se gli accordi bilaterali di estradizione fra Stati Uniti e Gran Bretagna permettono solo un processo sui capi d'accusa nella richiesta di estradizione. Una possibile estradizione agli Stati Uniti potrebbe anche condurre a chiarezza sulle responsabilità russe nell'interferenza sull'elezione americana, che ovviamente non farebbe piacere a Trump.

Trump e la miopia sui migranti: una politica solo sui sintomi

di DOMENICO MACERI* - “Se non li fermano, chiudiamo il confine. Lo chiudiamo. E lo terremo chiuso a lungo. Non sto scherzando”. La minaccia di Donald Trump era indirizzata al Messico perché permette ai migranti centroamericani di attraversare il Paese per entrare in America, la destinazione finale. Non soddisfatto di minacciare i messicani il 45esimo presidente ha poi continuato minacciando di bloccare l'assistenza finanziaria all'Honduras, El Salvador e il Guatemala, i tre  Paesi centroamericani da dove provengono le carovane di migranti.

La politica di Trump è spesso colorata da minacce, riflettendo il suo modo di comunicare, spesso a ruota libera, senza tenere conto delle conseguenze né delle radici dei problemi né di quelli causati dalle sue parole. I sintomi vanno attaccati direttamente in modo semplice. Si possono fermare i migranti con la costruzione di un muro o impedire loro di entrare negli Stati Uniti con minacce, aumentando i pericoli del loro viaggio oppure facendoli bloccare da altri. Problema altrui. America first, porte chiuse, tutto a posto.

Le conseguenze delle minacce di Trump sono però ovvie. La chiusura del confine col Messico non impedirebbe gli ingressi dei migranti perché la stragrande maggioranza non li usa. Quelli che entrano nei porti di ingresso hanno i documenti pronti. Chiudere il confine impedirebbe gli ingressi legali ma non avrebbe nessun effetto sui migranti che cercano asilo e tipicamente entrano lontano dai porti di ingresso.

Trump ha rallentato con la minaccia della chiusura del confine perché evidentemente qualcuno lo avrà informato che le conseguenze economiche sarebbero disastrose. Il Messico è il terzo partner commerciale degli Usa e la chiusura del confine significherebbe severi danni all'economia di ambedue Paesi. Si tratta di 600 e più miliardi di affari annui che avvengono attraverso il confine. Ogni giorno migliaia di camion attraversano il confine portando merci in ambedue le direzioni. Questi includono prodotti ortofrutticoli, manifatturieri, ma anche il movimento di individui che si recano al loro lavoro giornaliero. La chiusura del confine significherebbe un disastro per i prodotti agricoli che in pochi giorni di ritardo marcirebbero. Nel mese di novembre dell'anno scorso il porto di ingresso di San Ysidro fu chiuso per alcune ore con risultati molto negativi. Uno studio della San Diego Association of Government ha scoperto che persino un ritardo di 15 minuti al confine causerebbe la perdita di un miliardo di dollari annui e 134.000 posti di lavoro.

L'altra minaccia di Trump di bloccare l'assistenza economica americana ai Paesi Centroamericani avrebbe l'effetto contrario di quello desiderato. In effetti, aggraverebbe la difficile situazione economica e sociale causando un incremento di migranti. Di nuovo Trump non si rende conto delle radici dei problemi. L'amministrazione di Barack Obama aveva cercato nel 2014 di raddoppiare i sussidi economici in America Centrale, raggiungendo una cifra di 750 milioni di dollari per migliorare la situazione. I fondi sono amministrati da gruppi no-profit che cooperano con le istituzioni locali, offrendo istruzione e programmi che possano aiutare l'economia e la sicurezza per stabilizzare la situazione e mantenere la gente a casa loro. L'Honduras, l'El Salvador e il Guatemala sono i Paesi più poveri e violenti al mondo. Non si tratta di regali dunque poiché l'idea è di ridurre anche le spese e i disagi in America con la gestione del confine. Meno migranti, meno spese. La situazione di sicurezza in America Centrale è però così pericolosa che spesso l'unica via di uscita è l'emigrazione. La soluzione di Trump di eliminare questi fondi non farebbe altro che peggiorare la situazione causando un incremento di migranti.

Le minacce di Trump non sono completamente vuote di significato ma quasi. La chiusura del confine sarebbe sfidata legalmente non solo dalle aziende e consumatori perché si scontrerebbe con le leggi di immigrazione federale. L'eliminazione dei sussidi ai Paesi Centroamericani sarebbe inoltre politicamente difficile poiché i fondi sono stati stanziati dal Congresso anche se il presidente ha della flessibilità sulla loro amministrazione. Alla fine le minacce di Trump si riallacciano alla  sua dichiarazione di crisi al confine che ambedue Camere hanno bloccato legislativamente senza però riuscire a scavalcare il veto imposto del presidente.

La linea dura sull'immigrazione è stata usata da Trump nella campagna elettorale delle elezioni di midterm con scarso successo ma il 45esimo presidente la considera il suo cavallo di battaglia per l'elezione del 2020. Farà piacere alla sua base di fedelissimi ma come ci ha dimostrato l'elezione di midterm non condurrà a esiti positivi per Trump.

Dopo alcuni giorni di minacce Trump ha però fatto retromarcia. Nelle sue ultimissime dichiarazioni ha lodato il Messico per l'ottimo lavoro fatto a impedire migranti centroamericani di entrare in territorio messicano. Silenzio sull'altra sua minaccia di bloccare i sussidi all'America Centrale ma adesso accusa i democratici di non volere cambiare le leggi sull'immigrazione, una cosa facilissima secondo lui che si potrebbe completare in 45 minuti. Trump dimentica però che per i primi due anni della sua amministrazione il suo partito ha controllato il potere esecutivo e quello legislativo. Evidentemente non ha trovato 45 minuti per risolvere la questione dell'immigrazione.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

La fedeltà di Barr scagiona Trump dal Russiagate?

di DOMENICO MACERI* - “ESONERATO (maiuscole di Trump) completamente”.  Ecco il tweet di Donald Trump subito dopo avere letto la sintesi di quattro pagine  del rapporto di Robert Mueller scritte da William Barr, il ministro della Giustizia. Come spesso fa, Trump prende una briciola di verità e ne crea un castello. La sintesi fatta da Barr cita specificamente  una frase di Mueller che di fatti non lo “esonera completamente” di ostruzione alla giustizia.

Ma al di là di questa esagerazione la sintesi di Barr rappresenta una vittoria per l'attuale inquilino della Casa Bianca poiché si aspettava molto di peggio. Lo ha confermato anche Rudy Giuliani, uno dei legali di Trump. Il resoconto di Barr è però problematico sotto due punti di vista. Il primo perché ha creato una narrativa che Trump sia stato scagionato, accettata in grande misura dai media americani. Il secondo perché la sintesi di Barr non è altro che una “traduzione” fatta da un ministro della Giustizia che è ovviamente di parte.

Bisogna ricordare che Barr ha ottenuto il posto di ministro dopo che Trump aveva licenziato Jeff Sessions al quale il 45esimo presidente aveva rimproverato in raffiche di tweet di essersi ricusato dall'inchiesta sul Russiagate. Sessions non aveva mostrato “fedeltà” al suo capo proteggendolo da questioni legali. Questa l'interpretazione di Trump della giustizia. Lui assume dipendenti i quali gli devono fedeltà. In caso contrario vengono licenziati come faceva da imprenditore, senza capire che  nel governo persino il presidente non ha poteri infiniti. 

Una volta licenziato Sessions, Trump lo ha rimpiazzato temporaneamente con Matt Whitaker. Si ricorda, come abbiamo scritto in queste pagine in precedenza, che Whitaker aveva ottenuto il suo incarico al ministero della Giustizia con un tipo di “provino” che consiste di non poche presenze televisive in cui attaccava l'indagine di Mueller. L'attuale ministro della Giustizia ha seguito la stessa strada di Whitaker, avendo dichiarato completamente giustificato il licenziamento di James Comey, direttore della Fbi, nel mese di maggio del 2017, agli inizi delle inchieste del Russiagate. Inoltre, senza nessuna richiesta, Barr aveva inviato un memorandum di 19 pagine alla Casa Bianca, spiegando i suoi dubbi sulle indagini di Mueller. In particolar modo, Barr aveva ricalcato le sue ragioni per cui Mueller non aveva il diritto legale di intervistare il presidente in carica sulla questione di ostruzione alla giustizia. Una tale azione è caratterizzata nel memorandum come “gravemente irresponsabile” e “concepita erroneamente” .

Bisogna anche ritornare indietro alla biografia di Barr per capire la sua filosofia giudiziaria e politica. Barr era già stato ministro della Giustizia  fra il 1991-93 nell'amministrazione di George  Bush padre. Pochi mesi prima di essere costretto a lasciare la Casa Bianca, dopo essere stato sconfitto da Bill Clinton, Bush graziò parecchi individui incriminati nello scandalo Iran Contra. Barr è stato promotore di queste grazie specialmente nel caso di Caspar Weinberger, ministro della Difesa nell'amministrazione di Ronald Reagan, accusato di testimonianze false e ostruzione alla giustizia nelle vendite illegali di armi all'Iran. Prima del processo, Weinberger fu graziato.

Barr ha consegnato la sua lettera sul rapporto di Mueller ai vertici del Congresso. Ma la sua sintesi è stata criticata aspramente da alcuni giornalisti e legali ma specialmente da Neal  Katyal. Katyal aveva lavorato come funzionario nel ministero di Giustizia di Barack Obama ma è anche l'individuo che ha scritto le regole usate da Mueller nelle sue indagini. Quindi ne sa qualcosa. Katyal, in un articolo nel New York Times, rimprovera a Barr la frettolosa sintesi conclusa in meno di 48 ore ma mette in dubbio anche il fatto che Mueller  doveva provare “l'intenzione di corruzione”. Katyal si domanda come sia possibile identificare la corruzione senza avere intervistato personalmente il presidente? Katyal su questo punto addita Barr ma anche Mueller il quale si è limitato ad accettare risposte scritte dal presidente, ovviamente redatte in consultazione dei suoi legali.

La lettera di Barr ha apportato un forte sollievo a Trump il quale però ha già sfruttato la narrativa mediatica creata dal ministro della Giustizia per attaccare i suoi avversari. Presentandosi come vittima di un grande complotto, Trump ha già dichiarato che adesso bisogna investigare i suoi avversari. I suoi alleati al Senato hanno già suggerito che bisogna aprire un fascicolo sulle e-mail di Hillary Clinton, l'ex first lady e candidata democratica alle elezioni presidenziali del 2016. 

La mancanza della pistola fumante per incriminare Trump avrà deluso le aspettative dei democratici i quali però non hanno accettato, con ragione, la sintesi fornita da Barr. L'ottanta percento degli americani, secondo un recente sondaggio, vuole che il rapporto sia reso pubblico. Sei presidenti di commissioni alla Camera vogliono che tutto il rapporto di Mueller venga reso pubblico entro il 2 aprile. Alcuni dei leader delle commissioni alla Camera hanno anche dichiarato che intendono esigere le testimonianze di Barr e Mueller per capire il contenuto completo delle indagini. La traduzione di Barr del rapporto di Mueller dovrà fare i conti con le parole precise e spiegazioni  del procuratore speciale.

Trump da parte sua, anche se si considera scagionato, ha ancora grattacapi legali. Mueller ha consegnato i frutti delle sue ricerche al ministero della Giustizia ma allo stesso tempo aveva indirizzato ad altri investigatori indagini che possono coinvolgere l'attuale inquilino della casa Bianca. Nel frattempo però Trump potrà essere contento della prestazione fedele di Barr.
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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

Il muro repubblicano di Trump: spuntano alcune crepe

di DOMENICO MACERI* - “Questo è un voto per la costituzione e l'equilibrio dei poteri”. Con queste parole Mitt Romney, senatore repubblicano dello Utah e già candidato presidenziale nel 2012, ha spiegato il suo voto che ha contribuito a bloccare la dichiarazione di emergenza al confine dichiarata da Donald Trump il mese scorso. Altri undici senatori repubblicani e tutti i loro colleghi democratici hanno votato contro il presidente per un totale di 59 su 100.

La mozione contro l'emergenza al confine era già stata approvata alla Camera con 241 favorevoli dove 13 parlamentari repubblicani hanno abbandonato il presidente. Nonostante i voti alla Camera e al Senato al momento non vi sarebbero sufficienti consensi per sconfiggere il veto annunciato immediatamente in un tweet da Trump. I democratici dovrebbero convincere una quarantina di colleghi alla Camera e altri 8 al Senato per scavalcare il veto e bloccare definitivamente la dichiarazione di Trump.

L'inquilino della Casa Bianca sembrerebbe dunque di averla fatta franca con la sua dichiarazione  di emergenza ma il fatto che Mitch McConnell, l'astuto presidente del Senato, non sia riuscito a bloccare il voto, ci indica che la pazienza dei repubblicani con Trump non è infinita. McConnell, infatti, ha fatto pochissimo per convincere i senatori repubblicani al Senato come avrebbe fatto in altre situazioni. Il messaggio per Trump è che si trattava di una sconfitta annunciata.

Allo stesso tempo però è chiaro che il 45esimo presidente non può contare sul supporto unanime dei legislatori del suo partito, erodendogli il potere. Da aggiungere ovviamente il controllo della Camera dei democratici. Se in passato Paul Ryan, lo speaker repubblicano, non avrebbe mai permesso un voto sull'emergenza al confine, adesso con Nancy Pelosi al timone, la musica è cambiata.

I dodici senatori al Senato che hanno votato contro il loro presidente hanno giustificato la loro decisione in termini di principi costituzionali anche se alcuni hanno aggiunto di essere preoccupati su possibili abusi di dichiarazioni di emergenza da futuri presidenti. In effetti, hanno interpretato la dichiarazione di Trump come una forzatura costituzionale.

Trump avrebbe preferito di non dovere fare uso del suo veto, il primo della sua presidenza, ed ha cercato di convincere personalmente alcuni senatori a non abbandonarlo. In particolar modo, l'attuale inquilino della Casa Bianca ha consultato direttamente il senatore Rand Paul, repubblicano del Kentucky, senza però riuscire a convincerlo. Inoltre, il vicepresidente Mike Pence ha consultato parecchi senatori, cercando almeno di limitare i danni. Questi sforzi avranno avuto dei frutti poiché solo Susan Collins, senatrice del Maine, che ha votato contro Trump, deve affrontare la rielezione nel 2020. Gli altri 11 hanno poco da preoccuparsi dalle minacce poco celate di Trump di incoraggiare candidati a lui più fedeli a sfidarli alle primarie. In uno dei tanti tweet il 45esimo presidente ha infatti lodato i senatori a lui fedeli dichiarando che quando ritorneranno ai loro Stati gli elettori li “ameranno” più di prima. Traduzione: avete il mio supporto.

Il fatto che solo dodici senatori e tredici parlamentari abbiano abbandonato Trump sulla questione dell'emergenza non sarebbe un grosso allarme ma altri recenti voti ci confermano che la sua nave ha cominciato a fare acqua sul serio. Il Senato ha recentemente votato (54-46) per mettere fine al supporto delle brutali azioni militari dell'Arabia Saudita nello Yemen. In questo caso 7 senatori repubblicani hanno votato a favore della mozione, suggerendo che il supporto americano per la politica dei sauditi, amici di Trump, in parte per ragioni economiche, sta erodendo.

C'è da aggiungere che la Camera ha anche votato in maniera schiacciante bipartisan (420 Sì, zero No) una risoluzione che renderebbe pubblico il rapporto di Robert Mueller, procuratore speciale sul Russiagate, non appena sarà completato. La risoluzione non è vincolante ma il fatto che tutti i parlamentari repubblicani abbiano votato a favore (eccetto 4 che si sono astenuti votando semplicemente “presente”) vuol dire che anche i repubblicani desiderano trasparenza.Trump non si è opposto al voto ed ha infatti dichiarato che il rapporto dovrebbe essere reso pubblico. La decisione spetterà al nuovo procuratore generale William Barr recentemente confermato dal Senato. Trump potrebbe ovviamente mettere pressione per renderlo pubblico ma se lo metterebbe in cattiva luce potrebbe facilmente cambiare idea.

La sua dichiarazione di emergenza al confine però, salvata dal suo veto, deve affrontare il sistema giudiziario. Parecchie denunce la hanno sfidata e si prevede  che alla fine la Corte Suprema dovrà fare da arbitro. I due voti contrari in entrambe le Camere potrebbero però essere considerati dalle deliberazioni dei giudici come desiderio della legislatura di non spendere soldi per il muro al confine. I giudici dovranno decidere se la costituzione concede veramente alla legislatura il potere di stanziare i fondi o il potere del presidente gli permette di raggirare le leggi.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

Trump osannato al CPAC ma crepe coi repubblicani vengono a galla

di DOMENICO MACERI* - “Sapete. Io non so, forse voi sapete. Sapete, sono completamente fuori copione, va bene? Ecco come sono stato eletto, essendo fuori copione.... e se non andiamo fuori copione, il nostro Paese sarà in grossi guai, ragazzi”. Così il presidente Donald Trump al convegno annuale del CPAC (Conservative Political Action Conference). Trump ha continuato il suo discorso continuando a ruota libera per due ore dandoci l'impressione di uno dei suoi tanti comizi, ricevendo ovviamente i desiderati applausi dei partecipanti.

La settimana horribilis  di Trump prima del discorso si era conclusa col disastro in Vietnam per il mancato accordo di pace con Kim Jong Un, il leader della Corea del Nord e le quasi contemporanee testimonianze  di Michael Cohen, ex avvocato di Trump, alla Commissione vigilanza della Camera del Congresso. Cohen, che tra breve andrà in carcere per tre anni, ha accusato il suo ex cliente di essere “razzista, truffatore e imbroglione”. Il 45esimo presidente aveva dunque bisogno di contrattaccare come fa quando si sente ferito. Il discorso gli ha offerto una buona opportunità di parlare senza nessun filtro attaccando una grande varietà di avversari, riservando in particolare alcune delle stoccate per Robert Mueller, il procuratore speciale del Russiagate. I leader  democratici alla Camera sono stati anche bersagliati poiché di questi giorni hanno intensificato le loro inchieste sull'operato di Trump da quando era imprenditore, poi candidato politico e anche presidente. Senza dimenticare di mandare qualche messaggio in prospettiva dell'elezione del 2020 che ovviamente comincia a scaldarsi con il folto numero di candidati alla nomination del Partito Democratico.

Com'è solito quando parla senza copione Trump si comporta in maniera poco presidenziale, usando la sua arma politica efficace degli insulti ma anche delle asserzioni fuorvianti e ovviamente anche falsità. Il Washington Post ci informa che durante il recente discorso al CPAC Trump ha espresso 104 asserzioni false o fuorvianti. Quando si aggiungono al suo totale si arriva più di 9 mila fra menzogne, asserzioni fuorvianti e esagerazioni.

In effetti, per Trump si tratta della sua visione della realtà basata su numeri esagerati e insinuazioni che fanno piacere ai suoi fedelissimi e anche al pubblico del CPAC. L'inchiesta del Russiagate è dunque per il 45esimo presidente un caccia alle streghe e non c'è mai stata collusione con i russi. Asserzioni che si scontrano con le ricerche dei rapporti della sua intelligence che Trump ignora, preferendo la sua visione istintiva. La realtà è diversa come ci dimostrano fino ad ora i risultati di Mueller che includono 199 accuse criminali, 37 incriminazioni e ammissioni di colpevolezza, 4 sentenze già emesse e alcuni ex collaboratori  di Trump in carcere o in procinto di andarci.

Altre falsità ovvie anche all'osservatore casuale includono la ripetizione a nausea che il muro al confine col Messico si sta costruendo e che l'economia in America è la migliore di tutti i tempi. Quando poi Trump accetta di avere fatto la richiesta ai russi di rivelare le e-mail di Hillary Clinton in campagna elettorale si rifugia nel suo umorismo. Si trattava solo di una  richiesta sarcastica, ha spiegato il 45esimo presidente al pubblico del CPAC, perché fu fatta in un comizio in cui “tutti si divertivano”, in effetti una barzelletta, in un discorso politico che somigliava a un reality. Nulla di serio dunque.

Il linguaggio di Trump è già noto per i suoi toni derisori, offensivi e anche volgari. Nel discorso al CPAC ha persino dichiarato che i suoi nemici vogliono farlo fuori con “bull...t” (stronz...e) perché ha vinto l'elezione. Una simile espressione volgare è stata usata per deridere Adam Schiff, presidente della Commissione di intelligence alla Camera, che si appresta ad indagare l'operato di Trump in relazione all'interferenza russa nell'elezione del 2016.

Il pubblico del CPAC si è comportato come a un tipico rally di Trump applaudendolo ed accettando la realtà alternativa di Trump.  Anche il Partito Repubblicano, che ha abbandonato i principi di patriottismo e moralità che storicamente professava, si comporta come il pubblico del CPAC. Ciononostante qualche frattura fra Trump e il Partito Repubblicano comincia però a intravedersi. Tredici parlamentari repubblicani hanno votato coi loro colleghi democratici per bloccare la dichiarazione di emergenza di Trump al confine col Messico che gli permetterebbe di trasferire fondi stanziati per alcuni programmi e utilizzarli per la costruzione del famigerato muro. Preliminari informazioni ci indicano che anche al Senato si avrà un voto simile con parecchi repubblicani pronti ad abbandonare la posizione del presidente. Trump potrà imporre il suo veto ma forse il Partito Repubblicano ha già iniziato a mandare segnali al presidente che sta esagerando e il loro supporto ha  i suoi limiti.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

I candidati democratici e la sanità per tutti: utopia o realtà?

di DOMENICO MACERI* - Obamacare, la riforma sulla sanità approvata nel 2010 durante l'amministrazione di Barack Obama, fu attaccata dagli inizi dai repubblicani. Dopo più di una sessantina di voti alla Camera e poi anche al Senato i repubblicani si avvicinarono al loro obiettivo di revocarla nel 2017 ma poi alla fine si arresero, costretti ad accettarla, anche se l'amministrazione di Donald Trump ha fatto di tutto per erodere la sua efficacia.

Obama era riuscito a fare approvare la sua riforma ottenendo la cooperazione di diversi gruppi incluso le aziende di assicurazioni le quali furono obbligate a offrire copertura a tutti anche  in casi di malattie preesistenti. In compenso, la riforma ampliò il numero di assicurati imponendo l'obbligo a tutti di comprare assicurazione eccetto nel caso di coloro che la ricevono dai loro datori di lavoro o da altri programmi governativi come Medicare (sanità per gli anziani) o Medicaid (sanità per i poveri).

Con la conquista democratica della Camera nelle elezioni di midterm del novembre scorso l'idea di ampliare l'assicurazione medica a tutti gli americani sta prendendo forma soprattutto nelle discussioni dei candidati  alle primarie del Partito Democratico. Come si sa, c'è già un folto numero di individui che hanno già annunciato la loro intenzione di candidarsi alla presidenza ma si crede che il numero crescerà. La sanità diverrà un tema importante per questi candidati e nelle ultime settimane si è già sentito moltissimo sul piano di “Medicare for All” (Medicare-4-All),  che si tradurrebbe in sanità per tutti gli americani ma allo stesso amplierebbe la copertura dell'attuale sanità della quale usufruiscono gli anziani.

In realtà non tutti gli anziani possono accedere al Medicare poiché richiede dieci anni o più di contributi al Social Security. Inoltre, il programma, nonostante il suo grande valore,  esclude le medicine, la copertura dentale, oculistica e la sanità mentale. Copre l'80 percento delle spese mediche e ospedaliere. Il restante 20 percento è a carico individuale ma si può coprire mediante l'acquisto di un'assicurazione privata. 

Il Medicare è stato di grande aiuto agli anziani ed è popolare con gli americani. Ecco perché i candidati democratici hanno iniziato da un programma stabilito e popolare per ampliare l'assicurazione medica per tutti e portare l'America a un sistema di sanità universale tipica del Canada e altri Paesi industrializzati.

Il piano più completo per coprire tutti gli americani lo ha già offerto Bernie Sanders, senatore del Vermont, il quale ha introdotto un disegno di legge al Senato nel 2017. Sanders creerebbe una sanità nazionale rimpiazzando l'attuale Medicare, Medicaid, Obamacare, e l'assicurazione privata. Coprirebbe spese mediche fisiche e mentali, medicine, dentali, oculistiche, ed eliminerebbe anche i ticket che con i programmi attuali spesso colpiscono i più poveri i quali a volte devono scegliere fra cibo e medicine. Il disegno di Sanders include un periodo  di transizione graduale di quattro anni per l'implementazione completa.

Un piano molto simile a quello di Sanders è stato recentemente apparso alla Camera sponsorizzato dalla parlamentare Pramila Jayapal, dello Stato di Washington. Ha già 100 sponsor alla Camera e sotto alcuni aspetti andrebbe persino oltre il disegno di legge di Sanders poiché ridurrebbe la  transizione a solo due anni.

Il piano di “Medicare-4-All” è condiviso da Kirsten Gillibrand, senatrice dello Stato di New York, dal sindaco di San Antonio Joaquin Castro, dalla senatrice californiana Kamala Harris, e da Elizabeth Warren, senatrice del Massachusetts, tutti candidati alle primarie democratiche. Altri però hanno preso una posizione meno ambiziosa. Il senatore Cory Booker preferirebbe ridurre a 55 anni l'età per qualificare per il Medicare. Il senatore  Sherrod Brown dell'Ohio invece l'abbasserebbe a 50 anni. La senatrice Amy Klobuchar del Minnesota ha indicato anche lei cautela dichiarando che il piano di Sanders “potrebbe essere una possibilità nel futuro” ma lei vuole fare ciò che funziona adesso.

Attualmente 30 milioni di americani non hanno assicurazione medica. Ovviamente, il sistema in corso non funziona per questi individui. Ma anche per coloro che hanno assicurazione esiste molta incertezza. Gli anziani e i poveri che beneficiano dei programmi governativi Medicare e Medicaid spesso non ricevono tutte le cure mediche in parte per le lacune di questi programmi che escludono procedure basiche e i ticket che possono raggiugnere cifre eccessive specialmente con i prezzi a volte astronomici delle medicine.

Sanders ha giustamente indicato che i costi delle spese mediche in America sono eccessivi per il fattore profitti rappresentato dal potere delle aziende di assicurazione e farmaceutiche. Secondo dati del censimento statunitense 217 milioni di americani ottengono l'assicurazione medica da aziende private (181 milioni pagata da datori di lavoro, 51 milioni comprata direttamente da individui). I programmi governativi coprono 121 milioni (Medicare 55 milioni, Medicaid 62 milioni, forze armate 15 milioni). Trenta milioni non hanno assicurazione medica.

Il piano di Sanders e Jayapal che eliminerebbe le assicurazioni private sarebbe ovviamente combattuto ferocemente perché le compagnie di assicurazione sarebbero contrarie a qualunque riforma che li terrebbe fuori. Ciononostante i candidati democratici alla presidenza parlano di riformare la sanità vedendola come un diritto umano come lo è in molti altri Paesi. Per i repubblicani che  invece hanno sempre combattuto contro tutti i programmi di sanità governativa si tratta di un prodotto da comprarsi. L'eliminazione delle aziende di assicurazione private rimane improbabile  in un Paese complesso come gli Stati Uniti. Passi avanti per migliorare la situazione però avverranno in modo incrementale ma ci vorrà un controllo democratico sia al livello legislativo ed esecutivo. L'esperienza di Obamacare ce lo dimostra. La riforma di Obama non ha eliminato le aziende di assicurazione privata ma ha fornito assicurazione medica a più di 20 milioni di persone apportando anche miglioramenti per tutti. Riuscirà Sanders a fare meglio? Staremo a vedere.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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