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'Lettera agli italiani come me', e come noi

di FRANCESCO GRECO - “Dell’arrivo ricordo il lungo abbraccio e le lacrime di mia madre…”. In tempi di fetido razzismo, di delirante xenofobia, di paure irrazionali istillate e gestite elettoralmente (basta creare mostri), di depressione sociale (oltre che economica), di marketing politico e quotidiani bombardamenti di fake news destinate a “un’opinione pubblica anestetizzata dagli slogan”, fa bene al cuore e all’umore quotidiano questa “Lettera agli italiani come me”, di Elizabeth Arquinigo Pardo, People edizioni, Varese 2019, pp. 96, euro 9,00, postfazione di Andrea Sarubbi (progetto grafico di Riccardo e Tommaso Catone). 

Elizabeth è una ragazza peruviana, è figlia di un operaio e una badante, è arrivata a Milano nel 2000 (una sorella era già qui e lavorava assistendo gli anziani, poi la famiglia si è ritrovata), ha studiato, si laureata, lavora come mediatrice culturale. Eppure è una “clandestina”, di più, secondo il decreto sicurezza da poco approvato, chissà quando sarà “regolare”, è “prigioniera”, non può manco andare all’estero per un master (è già stata, sempre per motivi di studio, in Maryland e in Grecia). Insomma, Elizabeth è una “invisibile”, come i protagonisti dei romanzi del grande scrittore suo connazionale Manuel Scorza. 

Più che a quel milione di “italiane e italiani senza cittadinanza” (“campioni di pazienza e fuoriclasse del sorriso”), la “seconda generazione”, “alien minors” inclusi, la sua “lettera” è rivolta alla “nuova” politica che li ha criminalizzati (“la faccia feroce che tanto piaceva alle pance degli elettori”), ha intorbidito le acque per assecondare i bassi istinti del proprio elettorato (che non battè ciglio quando Maroni fece passare una sanatoria per colf e badanti necessarie all’equilibrio delle loro famiglie), quasi che, dividendo gli stranieri, come dice Sarubbi (“abbiamo trovato la ricetta facile per riscoprire l’amor patrio”), noi ritrovassimo d’incanto la compattezza di una nazione la cui unità mai è stata metabolizzata. 

“Il pregiudizio si batte solo con la conoscenza”, di Sarubbi. Bisogna guardare alle persone e alle loro storie (alla ragazza di Lima fu negata anche la gita a Londra quando “l’Italia era diversa “ e dove “Molti ci guardavano con curiosità. Altri ci guardavano con disprezzo. Altri ancora con timore”), non ai numeri e alle fantasiose “invasioni” barbariche. Sarà. Ma in tempi appena un po’ normali, un libro come questo aprirebbe un dibattito. 

Ma oggi, nell’Italia che chiude i porti (ma riapre i manicomi) e spiana i centri di accoglienza offrendo manovalanza alla criminalità, le tv son discariche zeppe di rubbish feticista e subcultura, di tuttologi e fregnacciari autoreferenziali che a ogni ora ripetono lo stesso mantra, cantando nel coro con una narrazione infame che un giorno si rivelerà suicida. Non ne parlerà nessuno, come diceva Montanelli “si scrive sull’acqua”. Purtroppo...

Libri: le opere e la ricerca interiore di Ivan Nossa

MILANO - Ivan Nossa è uno scrittore, un oratore e un motivatore. A quarantasette anni decide di lasciare la sua attività di imprenditore per realizzare il suo sogno di diventare un autore per diffondere messaggi di pace, gioia e armonia. Con grande coraggio e dedizione, spronato dalla passione per la ricerca interiore e dalla convinzione che si possa cambiare il proprio cammino di vita a qualunque età e in qualunque circostanza, inizia a studiare il potere della legge di Attrazione e riesce in breve tempo a collaborare con il famoso autore di best-seller Joe Vitale. Esempio concreto di come nella vita sia tutto possibile se lo si crede fermamente, Ivan Nossa continua il suo percorso umano e professionale pubblicando testi sul potere della gratitudine e del perdono, in cui insegna a ritrovare la pace e l’armonia interiore, e a cambiare positivamente la propria vita.

TRAMA IL POTERE E LA MAGIA DELLA GRATITUDINE. Grazie è una delle parole meno utilizzate al giorno d’oggi, ma racchiude al suo interno un grandissimo potere. Attraverso questo libro si imparerà a vivere nella gratitudine, ad aprire gli occhi e riconoscere i doni che la vita offre ogni giorno, a intraprendere un viaggio alla scoperta delle meraviglie che riposano all’interno del cuore, a fare esperienza di un nuovo e più alto livello vibrazionale che potrà cambiare la vita di ognuno, e a vivere un’emozione unica che porterà gioia e pace all’anima. Essere grati è una delle chiavi fondamentali per vivere una vita ricca di gioia e amore, e in questo libro si racconta come tutto ciò possa accadere. Prefazione di Joe Vitale e postfazione di Iacopo Melio.

TRAMA IL POTERE E LA MAGIA DEL PERDONO. In questo libro si può scoprire la vibrazione del perdono, che ha il potere di compiere miracoli e insegnare a vedere la meraviglia del mondo di cui si è parte integrante. L’opera insegna il valore e il potere immenso del perdono, che conduce alla propria pace e verso un cammino di luce. Introduzione di Sister Rosemary Nyirumbe (eroe dell’anno per la CNN e inserita tra le 100 persone più influenti al mondo dalla rivista Time Magazine) che compirà con Ivan una parte del cammino del perdono portandolo in Uganda per prendersi curo del nuovo orfanotrofio di Atiak.

TRAMA 10 GRAMMI DI FELICITÀ.L’opera è un’appassionata e coinvolgente conversazione tra il Dr. Joe Vitale (autore best-seller mondiale) e il Dr. Ivan Nossa, in cui vengono affrontati argomenti come la felicità, l’attrazione, la scrittura, la creatività, l’ispirazione, le esperienze di vita, la magia, l’Ho’oponopono, il denaro, il successo, la povertà, la gratitudine, l’autostima, l’inconscio e molto altro. Cosa c’è oltre quello che Joe Vitale ha scritto nei suoi libri? Cosa ha permesso all’autore di realizzare nella sua vita desideri e sogni apparentemente impossibili? Cosa non ci ha svelato fino ad ora? Questo libro permette di approfondire le ricerche e le opere dell’autore attraverso lo sguardo e le riflessioni di Ivan Nossa.

Libri: presentato libro Sergio D'Amaro


SAN MARCO IN LAMIS (FG) - Martedì 12 febbraio 2019 alle 17,30, nella sala della Fondazione ‘’A. e P. Soccio’’ di San Marco in Lamis, Sergio D’Amaro presenta la sua più recente opera narrativa L’allegro destino della signora Mariù, pubblicata dall’editore Besa di Nardò (Le). A dialogare con l’autore ci saranno Matteo Coco, docente dell’IISS ‘’P: Giannone‘’ della stessa città e la giovane Barbara Massaro, anch’essa docente, mentre a coordinare l’incontro interverrà il presidente della Fondazione Michele Galante. L’iniziativa è promossa dalla Fondazione in collaborazione col Comune di San Marco in Lamis.

In questo nuovo romanzo, Sergio D'Amaro costruisce un diario di formazione che affianca alle vicende personali della protagonista la storia e l'immaginario di un'intera generazione vissuta fra l'epoca della guerra e della conquista dell'Etiopia e gli anni Sessanta, fra i proclami del Duce e l'avvento della tv, dei quiz di Mike Bongiorno e del mito dell'America. Fantasticherie, ritorni di nostalgia e prese di contatto con il reale si mescolano in una scrittura che non perde mai la capacità di tratteggiare con tenera, delicata ironia i grandi e piccoli eventi della vita.

Nella vasta produzione letteraria di D’Amaro (nativo di Rodi Garganico, ma da tempo residente a San Marco in Lamis) è utile ricordare i diversi lavori dedicati a Carlo Levi (una biografia, una monografia, un carteggio, una guida e due volumi di atti di altrettanti convegni), due libri di racconti (Terra dei passati destini, Manni, 2005 e La casa degli oggetti parlanti, Besa, 2015), i versi de Il ponte di Heidelberg (Tracce, 1990, gratificato con alcuni riconoscimenti) e di Beatles (Caramanica, 2004), i romanzi brevi Romanzo meridionale e Il grande ghibli (entrambi da Besa, 2010 e 2016). Molto ampia e tuttora intensa la collaborazione, con articoli, recensioni e saggi al giornale ‘’La Gazzetta del Mezzogiorno’’ e ad alcune riviste culturali (‘’Il Ponte’’, ‘’Incroci’’, ‘’Altreitalie’’, ‘’Fermenti’’). Il suo nome è trattato in volumi di critica e suoi testi sono tradotti all’estero. È responsabile del Centro Studi ‘’J. Tusiani’’ di San Marco in Lamis, per cui dirige la rivista ‘’Frontiere’’.

Libri: Lo scrittore? Deve sapere cos’è lo Zen


di FRANCESCO GRECO - Se non avete letto i “Racconti di Natale” di Charles Dickens non potere fare gli scrittori (manco aps), posto che ne abbiate voglia: vi aspetta l’oblio. Se ignorate il Leopardi politico (non quello sdolcinato della donzelletta che vien dalla campagna), non scrivete versi: arriverà il dileggio dei contemporanei e dei posteri.

Ma non prendete in mano i pennelli se non avete mai visto una mostra di Manet e di Monet: sareste un sacco dozzinali, croste da arredo di un studio legale (e anche l’informale sarebbe un azzardo).
 
Idem con la filosofia, attenti: non basta Aristotele più di Platone, Confucio più di Avicenna, fareste solo il verso all’accademia, porte già sfondate.

E con i saggi storici: non ci provate senza aver metabolizzato il “De bello gallico” e poi Senofonte. E l’economia: Adam Smith più di J. M. Keynes.
 
Se avete ancora voglia di sputtanarvi agli occhi di chi verrà dopo di noi, il resto ve lo dirà Ray Bradbury in “Lo Zen nell’arte di scrivere” (Libera il genio creativo che è in te), Piano B Edizioni, Prato 2018, pp. 160, euro 15,00.
 
E’ una sorta di manuale per aspiranti scrittori in cui Bradbury (romanzi, racconti, poesie, saggi, teatro, cinema) vi suggerirà di andare “come una pantera dove dormono le verità sepolte”, a dar voce “alla bestia bella e  dorata che hai nascosta dentro”, a “vedere la bellezza e percepirne l’imperfezione”, a portare “l’impronta del pollice di Dio!”.
 
Ma sottotraccia vi svelerà anche se si scrive prima o dopo i pasti, prima o dopo il sesso e anche che alla fin fine si parla sempre e solo di se stessi, della propria vita. Nella stolta illusione di conoscerla bene, e di conoscersi bene.
 
Ma sarà il tempo a dire se avevate a sufficienza “energia, ritmo, passione, semplicità”, o se siete solo volgari impostori di cui si riderà nel 2150, anche su Marte...

'La Scelta', il nuovo romanzo di Morgane Mentil

MILANO - La Scelta è un paranormal romance che trascende i confini del genere fantasy di appartenenza per raccontare una storia che ha tratti distopici, che condivide aspetti del thriller poliziesco, che ha i ritmi serrati di un romanzo d’avventura e che riesce a far riflettere sull’uomo e sul suo legame con la spiritualità. Morgane Mentil narra una vicenda dai risvolti apocalittici ambientata in una Milano sconvolta da fenomeni inspiegabili che si riflettono in un disordine planetario, e al contempo racconta dell’incredibile forza degli esseri umani, della potenza dell’amore e del sacrificio e dell’importanza del libero arbitrio.

Morgane Mentil parla dell’imprevedibilità della vita, di lotte fratricide, di un amore all’apparenza impossibile, di libero arbitrio e di riscatto nel suo romanzo La Scelta. Il pianeta Terra è sconvolto da disastri inspiegabili che colpiscono senza una logica; una giovane giornalista, Sarah Terenzi, supera le sue paure e cerca di trovare un senso al mistero che avvolge queste tragedie. Durante le sue indagini si imbatte in un affascinante uomo in nero che sembra essere sempre presente nei luoghi dei disastri: sfuggente e dalla personalità incline alla rabbia, l’uomo le salva la vita e da quel momento ritrovarlo diventa lo scopo primario di Sarah, al pari di comprendere cosa sta causando morte e distruzione al suo mondo. La protagonista di questo avvincente romanzo è l’espressione più autentica della forza dell’essere umano, che pur se fragile sa rialzarsi anche nelle situazioni più difficili, e non smette mai di combattere per ciò che è davvero importante.

Gli altri personaggi dell’opera, Mita e i suoi fratelli Cory e Ruvo, rappresentano invece le sfumature che rendono labili i confini tra il bene e il male, tra la luce e l’oscurità. Per poter essere immortali e invincibili essi si devono nutrire della rabbia, del dolore e della paura degli esseri umani, ma nel corso della vicenda dovranno fare loro stessi i conti con le emozioni umane che li avvincono e li sconvolgono. Il titolo del romanzo fa riferimento alle scelte che ognuno di loro dovrà attuare, e che avranno ricadute sugli altri; scelte cruciali in cui emergerà la vera anima di creature umane e soprannaturali, costrette a decidere tra vita e morte, tra sé stessi e il bene comune, tra amore e solitudine. Nel dualismo che è il cuore pulsante dell’opera, si mette in scena l’incontro e lo scontro tra realtà all’apparenza inconciliabili, che trovano nella lotta a un nemico comune il coraggio di connettersi e di accettarsi. 

L’accettazione del diverso diventa così punto fondamentale in un romanzo fantasy che parla alla contemporaneità e alle sue complessità; La Scelta offre quindi un attento sguardo sulle dinamiche interpersonali e sulla natura a volte controversa dell’animo umano. Se è vero che non può esserci luce se non c’è oscurità, è altrettanto vero che è nell’incontro tra le due sfumature che si ha la verità, in quella zona grigia a volte incomprensibile: Sarah alla fine lo accetta, va oltre la concezione manichea della vita e l’autrice stessa cerca attraverso la sua opera di illuminare le zone oscure e di dare ombra alla luce più accecante. “La luce. Lui voleva la luce. Tu eri la sua luce. Il bene e il male. Il giorno e la notte. Voi due, insieme, eravate completi. E così lui è cambiato. È diventato più luminoso. E tu hai accettato la sua oscurità. Un equilibrio perfetto”. 


TRAMA. Milano, giorni nostri. La città è colpita da improvvise esplosioni. In una di queste resta coinvolta Sarah Terenzi che per miracolo sopravvive. Da quel momento la vita della giovane giornalista cambia. E non solo la sua. Le distruzioni si moltiplicano investendo l’intero Pianeta – dal Brasile alla Cina, dagli Stati Uniti all’Italia – e quel che sembrava un piano ben congegnato da una cellula terroristica assume i contorni di una devastazione su scala mondiale mai vista prima. Al fianco della ragazza, l’amico ed ex-fidanzato Michele Fontini, giornalista ambizioso e con la propensione a cacciarsi nei guai, e il suo cameraman Andrea. Scoprire la verità non è cosa semplice ma Sarah ha un asso nella manica: nel parco cittadino in cui si sono verificati i primi attacchi nota un uomo che porta in salvo molte vittime e si scontra con un altro, un tipo strano, cupo e accigliato, di cui presto si dimentica. Di lì a invaghirsi dell’eroe sconosciuto il passo è breve: scovare quel tizio diventa per Sarah un’ossessione, come comprendere chi si nasconde dietro gesti apocalittici che paiono compiuti da folli terroristi. Salvata anche lei dalle braccia e dal corpo di questo semidio un po’ scontroso, tenta di approcciarlo, ma viene cacciata in malo modo. La giovane però non si arrende e quando sembra che il fato abbia soltanto tirato un brutto scherzo, ecco rispuntare quel fantasma sfuggente in tutta la sua statuaria bellezza, intenzionato a fare amicizia con lei. L’uomo misterioso, custode di segreti ben oltre l’immaginabile, non ha calcolato l’amore per Sarah e, incastrato fra un padre padrone e un’accesa faida tra fratelli, dovrà fare i conti con il ruolo cruciale ricoperto in famiglia, la missione più che straordinaria sulla Terra e una coscienza per troppo tempo ignorata. Sia lui, sia Sarah dovranno scegliere tra il cuore e la ragione, la morte e la vita, il buio e la luce, senza per questo abbandonare a sé stessa l’intera Umanità.

Morgane Mentil ama la narrativa distopica, il filone thriller-giallo-poliziesco, le storie horror, i fantasy, ma è comunque aperta ai vari generi letterari. Interessata a cinema e serie TV, è cresciuta ascoltando in famiglia la musica jazz, i cori spirituals e il rock anni cinquanta e sessanta. È un’insegnante di yoga e ballerina di flamenco. Scrive regolarmente di letteratura sul suo sito internet. Nel 2018 è stata promotrice del contest creativo Instagram #leggoemergentiperché, un concorso avente per oggetto la sensibilizzazione del pubblico alla lettura di autori emergenti o auto pubblicati. La Scelta è il suo primo romanzo.

Libri: 'E tutto divenne luna', e follia


di FRANCESCO GRECO - Sapevate che c’è carenza di storie di Natale e che le riviste le cercano disperatamente? Che Babbo Natale è un ciccione inventato da una multinazionale delle bevande? Che, se non bastasse, forse è pure pedofilo? Che la festa altro non è che una “possente campagna pubblicitaria”, “un omaggio collettivo al vitello d’oro”?

E sapevate che il desiderio di paternità può portare un uomo a scambiare una bambola per una figlia, accudita come tale da un uomo incontrato sul treno che sta andando in ospedale (“i medici mi hanno detto che dovranno squartarmi”) e che la consegna allo scrittore “almeno per uno o due mesi”? 

Georgi Gospidonov (bulgaro del 1968) è forse il figlio che Emile A. Cioran avrebbe voluto avere. Stesso gusto per il paradosso amaro, al di là di ogni illusione e disincanto. Nel dna di chi è nato o ha vissuto in un regime comunista. Che nel surreale ha trovato una password per sopravvivere, o quanto meno non finire nella follia e nello smarrimento di se stessi.
 
“E tutto divenne luna”, Edizioni Voland, Roma 2018, pp. 144, euro 16, 00, collana Sirin (postazione di Giuseppe Dell’Agata, bella cover di Marco Meniero), allinea 19 racconti sublimi, di uno scrittore che può essere considerato un maestro di stile. 
 
La sua prosa “frammentaria, intertestuale e moderatamente postmoderna” (Dell’Agata) è quanto di più innovativo e diremmo anche rivoluzionario si muove nell’Est europeo che cerca mentalmente di fuoruscire dal comunismo, col rischio di sprofondare in una palude ancora più infida: i populismi e i sovranismi, facili da vendere (un po’ come Babbo Natale), soprattutto se per lungo tempo ci si è abituati alla negazione della democrazia, alla sua sciatta finzione, ma che forse ne rappresentano l’ontologico proseguimento, stessa chiusura culturale e politica, oltre che dominio sulle menti grazie a big data e algoritmi.
 
Il sole che illanguidisce la sua forza, mentre “Il gatto si è rintanato da qualche parte. Anche lui lo sa. Fuori la gente sta sprecando gli ultimi minuti di sole”. Quel che ci resta da vivere (“8 minuti e 19 secondi”, il racconto che apre la raccolta), cos’è se non un ammonimento, una cruda, livida allegoria, la metafora di quel che ci attende, se continuiamo a fuggire da ogni responsabilità, facendoci lavare la mente dagli astuti maghi del marketing, cinici profeti del nulla?

‘L’innocenza ritrovata’ di Cera rivanga nel ‘Solco’ della tradizione

di LIVALCA - Una domenica di metà novembre dello scorso anno ero a San Marco in Lamis per ritirare le bozze del nuovo libro di Grazia Galante e, mentre  sgranocchiavo una specialità del Forno Sammarco chiamata ‘dita’, il mio sguardo fu attratto da una scritta ‘PARALIPOMENI’ che sbucava da una pila di libri a riposo su un tavolo ‘fratino’. Il mio pensiero volò a quasi mezzo secolo prima al liceo, quando per compiacere una professoressa amante del genio di Leopardi, mi venne l’infelice idea di  definire un  capolavoro il poema in ottave ‘Paralipomeni della Batracomiomachia’.

Ancora ricordo:«Cavalli si tratta di opera frammentaria, discontinua che Gioberti definì ‘ libro terribile’…».  Fui costretto, per quella inopportuna affermazione,  a studiarmi che  ‘PARALIPOMENI’ in origine formavano un solo libro intitolato in ebraico ‘Dibre hajjamim‘ (discorsi dei giorni), poi nel tempo  ‘delle cose omesse’ ecc. ecc.: pensare che  ero partito dalla battaglia tra i topi e le rane.

Agevolato dal fatto che la professoressa Galante era impegnata sul pianerottolo in una discussione amichevole ma intransigente ( tipico  della stirpe sammarchese !) con una simpatica signora e il contendere era questione di condominio, spostai i libri per far  emergere un testo del preside Raffaele Cera dal titolo « L’innocenza ritrovata. Paralipomeni»( Edizioni del Rosone, 2018, Foggia). Ricordo di essermi imbattuto subito in Joseph Tusiani - l’America non ha scalfito l’intransigente marchio di fabbrica - che precisava come il titolo giusto dovesse  essere l’innocenza ricordata, ma subito - l’amichevole di cui sopra -  aggiungeva, dando  ragione a Cera, che quel ritrovata significasse  rivissuta, ossia mai troncata.   Ritengo di aver letto il testo nei 50 minuti che Grazia dedicò all’amica  - quel giorno vi fu un nulla di fatto, ma nei giorni successivi fu trovata l’intesa e la pace nel condominio - nutrendomi  di saggezza liquida e  anche sostanziosi biscotti, ottimi ma non per il mio…diabete.

Cera in una breve introduzione spiegava il richiamo a Leopardi e Paralipomeni nel senso di ‘cose tralasciate’,  quelle che io ho sopra citato delle ‘cose omesse’.

Il preside nel suo libro evidenziava come tutto quello che era affidato alla memoria, e quindi legato alle persone,  andava  perduto con lo scorrere del  tempo, qualora nessuno lo avesse messo su ‘carta’. Il discorso è legato, comunque, alla correttezza degli individui : spesso ci sono stati tramandati fatti, arricchiti di cose ‘inesistenti’ ma che faceva piacere raccontare più che ricordare.

Molto eloquente è il capitolo dedicato al silenzio interiore, che ha avuto il potere di rievocare ricordi scolastici che pensavo ‘smarriti’: l’autore  rammemora  come il Manzoni ‘celebrasse’  con grande maestria, nel suo capolavoro ‘I  Promessi sposi’, la notte tumultuosa vissuta dall’Innominato.   Nonostante il silenzio assoluto esterno, Bernardino Visconti, questo il nome dell’Innominato, aveva tormenti, affanni, angosce che gli rendevano impossibile il riposo.   La teoria di Cera su di me ha avuto un effetto immediato : sono tornate a galla reminiscenze che ignoravo di sapere ; nella prima stesura del  romanzo l’Innominato si chiamava ‘ Conte del Sagrato’ perché aveva ucciso un suo rivale  sulla porta di una chiesa,  Fra Cristoforo-Lodovico Picenardi da Cremona, Gian Paolo Osio-Egidio, Monaca di Monza- suor Virginia de Leyva-Gertrude  ecc. ecc.   Come giustamente ha rilevato Cera sono avvenimenti scolpiti nella nostra memoria : hanno solo bisogno di un richiamo per venire in superficie, oggi difficilmente replicabili perché in una giornata vi sono tante situazioni cangianti, spesso mutevoli, che  non abbiamo il tempo materiale di scolpire…però poi ci aiuta la tecnologia moderna, quella che ieri  era assente ‘giustificata’.

Cera con grande acume attribuisce un grande merito di aggregazione e di conservazione di identità culturali al periodico ‘Il Solco’, testata nata in San Marco negli anni ’30 ad opera di un gruppo di persone di cui potrei anticipare qualche nome ma non vorrei dimenticare qualche altro e  creare un ‘solco’ tra me e gli Amici sammarchesi.  La stampa locale, quella di piccole testate e riviste, ha visto dal ’40 fino al 2000 la nostra azienda ledaer  nel settore,  dando voce e spazio a realtà che hanno potuto ‘elevarsi’ e ‘costruirsi’ un futuro più prospero, poi i nuovi sistemi di comunicazione, ancora in evoluzione, hanno dettato la loro ‘legge’ : fra due lustri si vedrà…perché la musica non è mai finita del tutto.

Un cognome voglio farlo: D’Alessandro, che mi pare di ricordare sia stata insegnante di lettere dello studente Raffaele Cera; la mia nonna paterna, nativa di San Nicandro Garganico, di cognome faceva D’Alessandro e le figlie del fratello, entrambe insegnanti, si sono sposate a San Marco imparentandosi con le famiglie Bevilacqua e Ciavarella.

Un capitolo del saggio di Cera è dedicato agli usi e costumi di San Marco: la riflessione verte su certi comportamenti  ( feste di battesimo, comunione, fidanzamento) e usanze che  ormai vivono solo nei luoghi in cui tanti anni fa sono andati in cerca di lavoro i sammarchesi. Una frase molto veritiera di Gilbert :«Gli uomini fanno le leggi, le donne i costumi», ci racconta come quasi sempre è il mondo femminile che per il mezzo di mogli e figlie tramanda tradizioni e ricette culinarie. La stessa Grazia Galante nei suoi viaggi in Australia e in Sud America ha potuto notare che tendenze e abitudini scomparse nel paese nativo rivivono e convivono a migliaia di chilometri.   L’autore nota come la voglia di vivere e creare  a fine anni ’40 e inizio ’50 fosse tanta e vi era la necessità di divertirsi insieme, di dimenticare il passato : balli, musica, teatro, cinema.

Vi erano anche personalità carismatiche cui la comunità paesana riconosceva abili doti di intraprendenza ed efficienza: per esempio “don Giampre” (?) oggi moderno chef, allora solo cuoco, che svolgeva il lavoro che ai nostri giorni si chiama ‘catering’ con grande maestria ed impegno, avendo come unica pubblicità il ‘passa parola’. Altro pezzo da novanta era l’avvocato ‘don Fabie’ che, senza uno straccio di carta che legittimasse il suo operato, era solito frequentare la Pretura e il Circolo dei Signori, in virtù di una abilitazione conquistata sul campo e che, pare,  desse  utili e non utilitaristici consigli.

Caro Raffaele non sono in sintonia con te  quando concludi che questo rapporto di amicizia e cordialità non esista più nel tuo paese,perché  ritengo viva e si sviluppi in altri termini e modi :  noi anta, in genere, ricordiamo solo che  vogliamo rispetto, dimenticando che l’AMORE  esige intimità, quell’intimità di cui ricordiamo il cognome, ma il  cui nome è…rimpianto.  Dici bene  abbiamo ritrovato la nostra innocenza, per cui è giusto che ora la perdano coloro che fra tanti anni ci seguiranno : per l’armonia del mondo si nasce con l’innocenza e ci si congeda con la…‘ritrovata innocenza’.

'La solitudine nell'era dei social network': intervista alla scrittrice Sabrina Lanzillotti

di PIERO CHIMENTI - 'La solitudine nell'era dei social network' è il libro di esodio di Sabrina Lanzillotti, che con lo stesso zelo del 'mito' di Oriana Fallaci ha voluto affrontare lo 'spinoso' fenomeno dei social network. La giovane giornalista tarantina, originaria di Manduria, nella nostra intervista ci spiega come i social polarizzino milioni di persone, divenendo fenomeno globale che ha appassionato un po' tutti, senza distinzione di sesso o classe sociale, ma come effetto collaterale portino al disgregamento della società, con pericoli in cui soprattutto i giovanissimi possono incappare.

In cosa pensi di assomigliare alla Fallaci nel tuo modo di approcciarti alla scrittura?
Penso che mi piacerebbe tantissimo somigliare ad Oriana Fallaci, ma non credo di meritare un simile paragone. Sono cresciuta nel mito della Fallaci, una donna forte, determinata e combattiva, una donna con una voce, ed è questo ciò che più amo di lei.
Ho deciso di intraprendere la carriera giornalistica seguendo le sue orme e spero, un giorno, di poter dare un contributo concreto alla società proprio come ha fatto lei.

Cosa hanno i social da attrarre tutti indistintamente da classe sociale o sesso, tanto da desiderare un like?
Per parafrasare uno dei più grandi filosofi dell’Ottocento, i social network sono il nuovo “Oppio dei popoli”. La loro forza sta nel far leva sulla più grande paura dell’essere umano, quella del rifiuto. Essere rifiutati sui social è meno umiliante, soprattutto perché non ci si mette in gioco personalmente, ma attraverso uno schermo che, in questo caso, funge da potente armatura.
Il risvolto negativo è che così facendo si perde il contatto con la realtà, con conseguenze disastrose.

Com'è nata l'idea di questo libro? Quali 'effetti' speri che possa avere il libro sul lettore?
L’idea del libro è nata dall’osservazione. Guardandomi attorno ho notato quanto radicalmente siano cambiate le relazioni, quanto si siano “disumanizzate e digitalizzate”, e ciò mi ha spaventato. Ho deciso quindi di puntare i riflettori su un fenomeno che coinvolge tutti, indistintamente, sperando che le mie parole possano, in qualche modo, far riflettere ma, soprattutto, sperando che i lettori inizino a porsi delle domande perché, solo così facendo, avranno voglia di cercare delle risposte.

Quali consigli daresti agli adolescenti che si approcciano per la prima volta ai social?
Ad oggi negare l’uso dei social network è quasi impossibile, ed anche poco utile secondo me.
Ciò che consiglio agli adolescenti, quindi, è di ricordarsi sempre che i social sono un mezzo, uno strumento da utilizzare a nostro beneficio e non un qualcosa da cui essere sopraffatti.
Utilizzate quindi i social per svago, ma non rinunciate ad una partita a pallone, ad un caffè con gli amici o alla conversazione con una ragazza seduti su una panchina.

Il libro è acquistabile online, cliccando su questo link https://www.lafeltrinelli.it/libri/sabrina-lanzillotti/solitudine-nell-era-social-network/978887112434

ph credits: Stefania Cardone

Libri: 'I colori del cuore e dell'anima' presentato alla libreria ‘Campus’


BARI - Sabato 2 febbraio alle 17,30, presso la Libreria “Campus” di Bari, Via Toma, 76-78, Celestina Carofiglio presenterà la sua raccolta di racconti “I colori del cuore e dell’anima”, WIP Edizioni.

Con questo secondo libro di racconti, che vede la partecipazione di Santa Vetturi e Paola Potenza, Celestina Carofiglio ha voluto offrire ai suoi lettori delle storie che parlano al cuore con il cuore.

L’autrice mette a nudo le sue passioni: l’amore per la vita, per la natura, per la sua terra: la Puglia e, soprattutto, Bari; e, ancora, l’amore per il mare che è la voce del suo cuore. Nei suoi racconti, si moltiplicano le suggestive immagini pittoresche della sua città, con il suo meraviglioso mare e con i suoi monumenti.

La scrittrice riflette nelle pagine di questo libro i ricordi più dolci, gli affetti più cari, i sogni cullati, le attese deluse... la sua vita, insomma. E dal vissuto personale parte, come dal proprio bagaglio culturale e dalle esperienze del mondo, siano esse incontri o viaggi, per costruire storie che si nutrono di realismo e sono tuttavia permeate della sua innata natura romantica e fecondate da una fantasiosa creatività.

Mariella Castoro dialogherà con le autrici nel corso della presentazione, che sarà accompagnata dagli interventi di Floriana Uva (attrice) e Maria De Pasquale (musicista).

Romanzi: Il Nuovo Mondo di Marco Ianes

Il Nuovo Mondo è un romanzo dalla trama fantascientifica ma dagli intenti profondamente realistici, che racconta di un futuro non molto lontano in cui la Terra si ribellerà definitivamente all’uomo. Un’opera dai risvolti apocalittici nella prima parte, che si evolve poi in una emozionante visione di ricostruzione e di ritrovata armonia tra gli esseri viventi e la natura. Un romanzo dall’anima ecologica che con sguardo attento analizza i cambiamenti climatici e le possibili soluzioni allo sfruttamento insensato delle risorse ambientali, mettendo in scena il doloroso canto del cigno di un’umanità giunta all’autodistruzione.

Il Nuovo Mondo racconta dell’estinzione della razza umana a seguito della ribellione della Terra al suo sfruttamento e all’egoismo dell’essere vivente. Marco Ianes descrive con particolari tanto terrificanti quanto plausibili una nuova era di glaciazione nell’emisfero boreale e un disastroso surriscaldamento nell’emisfero australe, causa della quasi totale cancellazione dell’umanità. Il romanzo si divide in quattro capitoli: nel primo “La raccolta” si incontrano i cinque personaggi principali della vicenda e si comincia a familiarizzare con il profondo cambiamento che stravolgerà tutto ciò che l’uomo ha sempre dato per scontato, e che nella seconda parte “L’apocalisse” mostrerà tutta la sua potenza distruttiva. A partire da una catastrofica eruzione del Vesuvio nel 2020, passando poi all’eruzione di altri vulcani e alla grave siccità che colpirà il continente africano, fino alla nuova glaciazione originata in Groenlandia, la seconda parte dell’opera mostra con crudo realismo la faccia combattiva di Madre Natura, decisa a cancellare secoli di prevaricazioni e sfruttamenti sconsiderati delle proprie risorse.

Nella terza parte “La rivelazione” si cambia tono e si gettano le basi per un risveglio della coscienza e per una connessione necessaria tra gli esseri viventi e tra uomo e natura, attraverso il racconto della formazione di una nuova e più responsabile umanità sul pianeta Over, e della trasmissione di un “sapere superiore” ai pochi superstiti incaricati di ripopolare la Terra. Ed è così che nell’ultima parte “Il nuovo mondo” si assiste a un tentativo estremo di ripristinare una vita diversa su un pianeta che ha azzerato ogni crudeltà e intromissione nei suoi equilibri naturali, promuovendo un’esistenza consapevole che abbia l’obiettivo comune di creare un mondo a misura di bambino: “Noi siamo qui per ripopolare il mondo con una nuova razza umana che non guardi più al colore della pelle, al paese di provenienza, alla religione, alle affinità sessuali o a qualsiasi altro elemento che è stato causa di divisione tra i popoli”. Un messaggio importante che Marco Ianes rimarca nel corso dell’opera invitando ogni uomo a lavorare sempre per il bene comune, a pensarsi come parte di un tutto e a non chiudersi nel proprio egoismo e nella brama di potere e dominio, che lentamente e inesorabilmente lo sta portando all’autodistruzione.

Marco Ianes è nato a Trento nel 1965. È docente di elettrotecnica, impianti elettrici e domotica presso il C.F.P. ENAIP TRENTINO di Villazzano, progettista di impianti industriali e consulente tecnico ambientale e per le energie rinnovabili. Si occupa di ambiente e di sviluppo sostenibile, cercando di identificare e progettare percorsi innovativi per risparmiare energia. Cura un blog personale e un blog sulla versione on line de “Il Fatto Quotidiano”. Il Nuovo Mondo è il suo primo romanzo.

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A tavola con il Gargano di Grazia Galante


di GRAZIA STELLA ELIA - Grazia Galante, da esploratrice delle peculiari tradizioni della sua gente, ha già dato tanto alla sua città, impegnandosi in seri lavori demologici con passione ed entusiasmo. Questa volta il suo sguardo indagatore si spinge oltre i confini di San Marco in Lamis, perché si occupa della cucina garganica ed ecco ‘Il Gargano in tavola – Le ricette di ieri e di oggi’, (Levante editori), un corposo volume ricco di immagini e fotografie d’epoca.

Le opere già pubblicate la dicono lunga sulla propensione dell’autrice per gli studi di demologia. È autrice dei volumi ‘I proverbi popolari di San Marco in Lamis; La cucina tradizionale di San Marco in Lamis; La religiosità popolare di San Marco in Lamis – Li còse de Ddì; ‘Fiabe e favole raccolte a San Marco in Lamis; ‘Li cunte – Vangelo popolare e Racconti veri e verosimili; ‘La vadda de Stignane e altri canti popolari di San Marco in Lamis’; ‘I giochi di una volta. Come si divertivano i bambini di San Marco in Lamis’. Va sottolineato inoltre il certosino lavoro compiuto insieme al fratello Michele per compilare ‘Il Dizionario del dialetto di San Marco in Lamis’, pubblicato da Levante editori. Come si può notare, si tratta di un vero e proprio scandaglio nel mondo popolare di una collettività montanara, gelosa delle proprie tradizioni.

Sappiamo bene che dai modi di cucinare e di alimentarsi è possibile dedurre la storia di un luogo e Grazia Galante, entrando nelle pieghe delle cibarie garganiche, dipana la vita del suo popolo, sobrio e ricco di intelligenza creativa.

L’introduzione, un vero saggio storico-culinario intitolato ‘Il Gargano non è un’isola: nemmeno a tavola’, porta la firma di un autorevole intellettuale, Guido Pensato che, riferendosi al pancotto, scrive: “Il ricettario-repertorio di Grazia Galante documenta in maniera esemplare […] il duplice carattere-funzione di questo piatto -il pancotto, appunto - che riguarda tutta la Capitanata, raccontandone vicende e storia economica, sociale e alimentare; ma che sul Gargano, per la varietà delle condizioni  geografico-ambientali  e produttive e degli insediamenti, moltiplica in maniera esponenziale e squaderna tutte le  sue potenzialità, aprendo la strada e sollecitando una pratica della reinvenzione creativa, che una nuova leva di giovani cuochi mostra di saper cogliere e offrire ai buongustai di oggi, estendendola ad altre preparazioni tipiche”.

Effettivamente questa demologa, sondando in profondità il mare magnum della cucina del Promontorio, ha realizzato un repertorio del cibo ampio, capillare, unico per la ricchezza dei contenuti. Tutta la materia è suddivisa, con puntuale metodo, in numerose tipologie. Vi si nota la prevalenza delle ricette sul pane, che sembra farla da padrone quale cibo fondamentale, sul quale si leggono importanti pagine anche in appendice.

Bellissime le pagine di commossa letteratura ‘Pane ai pani’ di Pino Marchesino con Guido Pensato e ‘Pane nostro quotidiano: il pancotto’ di Pasquale Soccio, il quale descrive in maniera poetica la donna-massaia sammarchese.

Era lei che, andando di buon mattino per i campi, sceglieva e raccoglieva le erbe spontanee, con cui insaporire e profumare il pancotto, reso piacevolmente piccante con “un pizzico di diabolico peperoncino”.

Ed ecco l’apologia del pancotto, quanto mai poetica, concludersi con una massima:

Pancotto e acquasale

butta in corpo che non fanno male.

Dicevo della magistrale suddivisione delle ricette. Si procede infatti per un percorso incredibilmente lungo e vario: dai sughi alle pizze, alle polente, ai legumi, alle carni, al pesce, ai formaggi, ai dolci e tutto con il corredo delle varianti relative ai luoghi del Promontorio.

Un libro luminoso, che in copertina reca l’immagine di due donne: in alto una donna vestita all’antica maniera con sulla testa protetta dal cercine una tavola carica di pagnotte e in basso una donna attuale, intenta forse a spiegare come si panifica oggi.

Sono fotografie di Luigi Nardella e Pino Marchesino. Autrice del disegno inserito nel primo risguardo è Annalisa Nardella, mentre le locandine pubblicitarie degli agrumi situate nel secondo risguardo sono tratte da ‘Rodi Garganico - Splendori di un passato’ a cura di don Matteo Troiano.

Un libro splendido, uno dei lavori che Grazia Galante annovera nella sua carriera di ammirevole investigatrice che mira ad affermare sempre più chiaramente l’identità della sua terra, tanto antica, quanto depositaria di tesori tradizionali.

Tanto le devono San Marco in Lamis, il Gargano, la Puglia e l’Italia, perché ogni microstoria, elaborata come fa lei, è un tassello importante nel mosaico della macrostoria. Complimenti a Grazia, dunque e alla Casa editrice Levante editori di Bari, che conferisce ai libri la ormai consolidata cura con esemplare validità estetica.

Dal nostro inviato alla guerra di Troia


di FRANCESCO GRECO - “Guardando Priamo capì che tutti gli esseri umani, amici e nemici, sono legati alla grande ruota del destino”. Il mito, tutto è nel mito. Esso è immortale. La sua potenza dialettica, la ricchezza semantica, la forza dirompente si apre un varco nel tempo per giungere immutata sino a noi.
 
“Alcuni alberi ne ombreggiavano la tomba. Si diceva che crescessero orgogliosi fin quando dalle loro cime si poteva scorgere Troia…”. Eroi e dèi in bella prossimità, promiscuità: gli uni legati ontologicamente agli altri. E viceversa.
 
“Una volta estintosi il fuoco della pira e raccolte le ceneri di Patroclo in un’urna, si dette inizio ai giochi atletici in suo onore”. Omero il misterioso capì il bisogno di mito e di immortalità nell’uomo e raccolse dall’affabulazione popolare le loro gesta, passioni, capricci, vendette, finzioni.

Dalla teogonia di Esiodo alle guerre dove gli eroi mostrano il loro coraggio, onore e virtù. “Prima che la flotta sbarcasse a Troia, avvenne un altro fatto inquietante…”.
 
Perché uomini e dèi sono speculari come nello stagno dove si specchia Narciso. L’oracolo di Delfi (del dio Apollo) non intreccia indissolubilmente nel fato i loro destini, nel bene e ne male? “Sul corpo di Achille si accese una mischia furibonda, finché i Greci riuscirono a portare i cadaveri alle navi”.
 
Contaminando tutti i livelli dello storytelling: poesia, prosa, pittura (anche vascolare), scultura (manca solo la musica), con la ricchezza filologica derivante da una frequentazione  col mito che risale all’infanzia (un regalo di Natale), Giulio Guidorizzi offre una prospettiva originale di una delle guerre più raccontate in tre millenni, montate e smontate sotto ogni aspetto (militare, psicanalitico, antropologico, ecc.) e più semanticamente affollata: la guerra di Troia. Dove, forse, inizia a prender corpo il nostro dna identitario, culturale, antropologico, sociale, contribuendo a cesellare e definire – anche inconsciamente - quel che oggi è il nostro immaginario.

Non è difficile intravedere in quel mondo, le sue dinamiche, sovrapposizioni, fra élite e popolo, i topoi della nostra civiltà, i personaggi trasfigurati in archetipi (il cinema Usa lo aveva compreso e reso nel film “Il gladiatore”).
 
“Il grande racconto della guerra di Troia”, il Mulino, Bologna 2018, pp. 416, euro 48, 00 (cover design Vanessa Pasquali), è un’opera sublime, superba, commovente, che ti porta sul fronte, sul campo di battaglia dove scorre il sangue facendotene annusare l’odore, ma anche nelle corti, nelle diplomazie, nei talami dove gli eroi si accoppiano e procreano, nell’epos e l’etos, nell’Ade e nell’Olimpo.
 
I nostri eroi dell’infanzia rivivono tutti, protagonisti e comparse, re e principi, regine e ninfe: da Achille a Ettore, da Agamennone a Paride, da Andromaca alle Amazzoni prive di un seno per meglio impugnare l’arco… Un’opera possente, sorprendente, monumentale.
 
E come per lo storico (che ha insegnato Letteratura Greca e Antropologia del mondo antico all’ateneo torinese), anche noi potremo veder entrare dalla porta Elena (con la figlioletta Ermione), Pentesilea che vive il suo amore mentre agonizza sorretta da Achille, magari il dio Apollo che ci dona l’oracolo, senza alcuna intermediazione, bypassando Delfi…
 
In un tempo di omuncoli senza orgoglio né dignità, cialtroni e avventurieri d’ogni risma, senza parola, onore, virtù, anni in cui la bruttezza trasfigurata in valore si eleva a oscurare la bellezza, che pure balugina in noi e nelle nostre vite, le pubblicazioni che fanno rivivere il passato si moltiplicano. Sarà un caso?   

Mario Contino: "Nel mio nuovo libro racconto il folklore pugliese"

BARI - La Puglia è certamente una delle regioni d'Italia in cui maggiormente le antiche tradizioni si intrecciano con le moderne concezioni della vita, dando spesso origine ad eventi dal gusto antico ma freschi e contemporanei, come ad esempio l'ormai celeberrima "Notte della Taranta", oppure la "Focara di Novoli" (un enorme falò di circa 25 m, il più grande d'Italia, che viene acceso il 16 Gennaio in onore di Sant'Antonio Abate, e che è stato interesse di un documentario della National Geographic). Il folklore è dunque molto sentito dal popolo pugliese, che nel corso degli anni ha saputo conservare intatti riti, usi e costumi di un tempo forse trascorso troppo rapidamente, ma mai del tutto superato, del quale sopravvivono anche miti e leggende, storie di folletti, streghe. Fantasmi e demoni.

Mario Contino è uno studioso del folklore, esperto anche in materia di antroposofia religiosa e demonologia, fondatore dell'Associazione Italiana Ricercatori del Mistero, poi evolutasi nel gruppo G.I.R.P. (Gruppo Italiano Ricerca Psichica); Autore di molte pubblicazioni librarie e di articoli per riviste di rilevanza nazionale.

I suoi studi puntano più che altro alla comprensione, alla conservazione e alla divulgazione delle specifiche tematiche da lui trattate, ed oggi lo intervisteremo in relazione alla sua ultima "fatica letteraria", il libro dal titolo "Puglia Folk, tra miti e leggende", edito da IqdB edizioni – 2018.

Come mai ha deciso di scrivere questo libro proprio sul folklore pugliese?

Intanto vi ringrazio per l'intervista e per l'interesse nei confronti delle mie ricerche. Io sono pugliese di adozione, sono nato in Campania, nel magnifico Cilento, ma la Puglia non ha nulla da invidiare ad altre regioni. Da quando ho iniziato ad appassionarmi al folklore, ai miti e alle leggende in particolar modo, ho iniziato a ricercare soprattutto nel territorio in cui vivo, ossia la Puglia, scoprendo una mole impressionante di racconti quasi del tutto sconosciuti alla grande massa, noti solo nei pressi del luogo ove si tramandano. Il mio obiettivo è stato subito quello di trascrivere queste leggende e farle conoscere ad un più vasto pubblico, in modo tale da non farle estinguere.

Perchè ha optato per il titolo Puglia Folk, tra miti e leggende?

Il titolo è assolutamente esplicativo del contenuto. “Folk” è da intendersi come abbreviativo di “Folklore”, anche se di per se è un termine con significato proprio. Folklore è un termine che venne proposto per la prima volta dallo scrittore inglese Williams Thoms nel 1846, accettato dalla Comunità Scientifica Internazionale nel 1878. Il vocabolo si compone delle due parole inglesi “Folk” (popolo) e “Lore” (sapere), per esteso il termine folklore fa riferimento al sapere popolare, ergo all'intera tradizione popolare di un determinato territorio, che comprende usi, costumi, miti e leggende ecc.. Per questo motivo, insieme al Dott. Stefano Donno, editore di IqdB edizioni, si è optato per il titolo “Puglia Folk, tra miti e leggende”.

Ci dica brevemente cosa è possibile leggere all'interno della pubblicazione.

Come già accennato il tema principale è il folklore pugliese, quindi leggende relative a castelli infestati, fantasmi e spiriti inquieti, simbolismi esoterici, demoni, folletti, fate e persino streghe e stregoni. Ovviamente il tutto è trattato con metodica, non si tratta solo di reperire la leggenda e di pubblicarla nel libro, dietro di essa si sviluppa uno studio che, a volte, mi ha portato ad appostamenti notturni al fine di cercare di verificare la specifica testimonianza, e non sono mancate certo le sorprese, come potrete leggere nella pubblicazione. Ci sono anche descrizioni di riti religiosi millenari, che si ergono su concezioni cristiane intrise di antiche usanze pagane. Queste danno origine a spettacoli mozza fiato in perfetto equilibrio tra il sacro e il profano. Ovviamente c'è tanto altro nel libro ma non voglio anticipare oltre per non privare il lettore del gusto stesso della lettura.

Perché comprare il suo libro?

Io lo comprerei e come, anzi le dirò di più, l'ho scritto proprio perché in vendita ho trovato ben poco sull'argomento, a parte altri miei lavori letterari precedenti che però seguono filoni di studio leggermente differenti. L'ho scritto in modo tale da creare un volume piccolo ma completo, semplice ma allo stesso tempo ricercato, in modo tale da poter accontentare sia i fanciulli curiosi che gli studiosi più esperti. Lo comprerei perché non è il solito libro, anzi, è un libro insolito in tutti i sensi, dal tema trattato al formato di stampa scelto, facilmente trasportabile anche in borsa.

Bene, ringraziando ancora Mario Contino per aver partecipato a questa nostra intervista, non possiamo che augurarci che lo scopo principale del suo lavoro letterario possa in fine attuarsi, ossia che le antiche tradizioni pugliesi possano rivivere e trovare nuovamente il giusto rispetto in una società che tende a dimenticare troppo rapidamente le proprie, sane, origini.

Il dialetto martinese nei versi di Antonio Martino Fumarola

di VITTORIO POLITO - Il termine “dialetto”, oltre a non essere gradevolmente accettato è anche considerato, erroneamente, di valore inferiore rispetto alla “lingua”, ma l’Italia ha il privilegio di essere il paese più frazionato dai dialetti e quindi dimostra la ricchezza delle sue parlate e le sue numerose risorse, che li valorizza, tenendo conto che l’italiano stesso era un dialetto, un dialetto toscano che “ha fatto carriera”, diffondendosi attraverso la letteratura.

Oggi parliamo del tascabile di Antonio Martino Fumarola “La mia terra, la sua parlata” (Vitale Edizioni), una raccolta di poesie scritte in dialetto di Martina Franca o “martinese” che dimostra il suo appassionato amore per la sua terra e il suo dialetto.

Va detto che ogni pubblicazione dedicata al dialetto è un contributo alla salvaguardia ed alla sua conservazione dello stesso e Fumarola, da sempre assertore dell’importanza del mantenimento “in vita” dei dialetti come lingua fondante delle comunità locali, si è cimentato a pubblicare i suoi versi, dopo aver anche pubblicato “1000 Proverbi e Detti Martinesi” (in dialetto e in lingua). Dal 2008 organizza concorsi di poesia vernacolare e manifestazioni pubbliche, finalizzati al rilancio, alla conservazione e diffusione della lingua martinese.

L’agile volumetto di cui parliamo, si avvale della prefazione di Teresa Gentile, giornalista, scrittrice, poetessa e animatrice del Salotto Culturale “Palazzo Recupero” di Martina Franca, che scrive della “gradevole forma poetica e ricorrendo a riflessioni che possano continuare ad essere puro distillato di saggezza incastonato tra schegge di ieri e di oggi. Una storia di martinesità intessuta da operosità, fede e solidarietà e da quella mirabile dignità che contraddistingue non le persone fragili ma gli eroi del quotidiano”.

Michele Galiano, psicoterapeuta, che firma la postfazione, scrive che nella lettura dell’opera di Fumarola emerge “un elemento del suo stile narrativo, frutto di una profonda ricerca filologica e storico-culturale”.

Tutte le liriche sono tradotte anche in lingua, mentre il dialetto si rivela capace di aprire nuovi orizzonti sulle vere origini di Martina Franca e sugli influssi latini delle dominazioni spagnole, francesi ed arabe, riscontrabili in alcuni termini lessicali.

Il libretto riporta anche alcune note grammaticali e l’uso dei segni grafici utilizzati.

Libri: Novoli e 'Le Gioie di sant’Antonio Abate'

di FRANCESCO GRECO - NOVOLI (Le) – "Non aveva maniere rozze, quest’uomo, che fino alla vecchiaia viveva sul monte, / ma era piacevole, era arguto e la sua parola era condita di sale divino, / non invidiava nessuno, / ma aveva gioia per tutti coloro che andavano da lui" (Athanasius, “Vita Antoni”, IV secolo).
 
Ecco un Santo popolare e moderno, polisemico, amato e venerato da folle sconfinate, sospese fra Italia e Spagna (Catalogna, Aragona, Terragona).

Da secoli, ogni anno, nel cuore dell’inverno (16 gennaio), accorrono a Novoli (Terra d’Otranto, a due passi da Lecce) a scaldarsi al suo fuoco acceso da migliaia di fascine di tralci di vite, a purificarsi corpo e spirito, arricchirsi di dolce energia universale per affrontare l’avventura della vita con nuova linfa. Un rito emozionante, ricco di contaminazioni, che affratella popoli, etnie, credi religiosi, impossibile da descrivere: occorre solo andare a Novoli, visitare la sua chiesa, scaldarsi alla sua “focara”..

E’ Sant’Antonio abate, nemico del demonio tentatore, padrone del fuoco, protettore <<degli animali domestici, del bestiame, del lavoro dei contadini e dei mestieri rurali affini o derivati (macellai, fornai, pizzicagnoli, salumieri, tosatori, canestrai… taumaturgo e guaritore delle malattie della pelle, come l’herpes zoster, detto anche “fuoco di Sant’Antonio” o “fiamme di Satana”, Elsa Martinelli)>>, capace di dispensare “grazie celesti” a noialtri ectoplasmi, plancton sperduto nel cosmo insonne del terzo millennio e ai nostri amici animali: da lavoro, compagnia, guardia, cortile: tutte le bestie insomma che vivono in sintonia con noi dandoci affetto in cambio di qualche briciola di pane.
 
Anacoreta e, come già detto, taumaturgo della Tebaide, il Santo visse nel deserto dell’Egitto e vi morì nel 356 d. C. Il suo culto attraversa i secoli e giunge immutato e denso di dialettica e messaggi sino a noi per darci un input assai attuale: fra noi uomini e coi nostri amici animali possiamo, dobbiamo convivere in un neo-umanesimo da rivitalizzare nella semantica e rilanciare nel tempo che abbiamo davanti, se vogliamo vivere in armonia col cosmo.

Questa edizione della festa ha riservato una bella e colorata sorpresa ai devoti accorsi da tutto il mondo a filmare con i tablet la sua “focara”: una deliziosa pubblicazione densa di parole, immagini, preghiere, canti, poesie: affabulazioni che le nuove generazioni ignorano.     
 
“Le Gioie di sant’Antonio abate” (Una manciata di componimenti religiosi tra la fine del XVIII e l’inizio del XX secolo), a cura di Mario Rossi (che ha allestito anche la mostra), Il Parametro Editore, Novoli 2019, pp. 96, s.i.p., (Cover: cofanetto medievale contenente immaginette sacre), di Elsa Martinelli, Maria Cristina Calabrese e Piergiuseppe De Matteis (Associazione Culturale “Il Parametro”), patrocini: Università del Salento, Accademia di Belle Arti (Lecce), Comune di Novoli, Conservatorio di Musica “Tito Schipa” (Lecce). Collaborazioni: don Stefano Spedicato, Alfredo Calabrese, Cosimo Casarano, Sandra De Luca, Giuseppe Guglielmi, Lorella Ingrosso, Gianluca Legittimo, Michele Mainardi, Giorgio Perrone, Bruno Piccinno, Massimo Rossi, Andrea Tondo, Azienda Florovivaistica “Fata Bianca”, Plot Service di Campi Salentina. E, aggiungiamo noi, ospiti della civilissima città di Novoli, di tutti i cittadini entusiasti del “loro” Santo e della “loro” festa.   

“Sant’Antonie a lu deserte/ se cucinave le tajuline,/ Satanasse pé dispette/ je frechette le furcine. / Sant’Antonie nun s’è ‘ncagne/ e cu le mane se li magne”.
 
Quest’anno non è stato facile, stante a Novoli una crisi amministrativa che porterà a elezioni anticipate. Ma il commissario straordinario Paola Mauro si è prodigata senza requie e nessuno si è accorto dell’impasse (lei stessa nell’introduzione riconosce giustamente i meriti alla città che si è impegnata per la buona riuscita della festa e della “focara” (altezza 25 metri, diametro 20), per non deludere le magliaia di turisti che arrivano ogni anno per venerare il Santo che l’iconografia ufficiale ritrae (spiega in prefazione il prof. Mario Spedicato) con un bastone a forma di tau (ultima lettera dell’alfabeto ebraico) e un roseo e paffuto maialetto (“egli è capace di rendere puro da ogni male perfino il più impuro tra gli esseri viventi”).   

Segue il resoconto di un’emozionante e documentata ricerca della prof. Martinelli (un’eccellenza che tutta Europa ci invidia) dal titolo: “Del Dimoni Vencedor” (Sant’Antonio Abate nei canti devozionali (testi e musiche quasi tutti anonimi) della Catalogna: Girona, Lleida, Barcellona, Castellò, València, Castellò de la Plana, Mallorca, ecc., alcune addirittura prive di luogo di provenienza), che sono, appunto, le “gioie”, o “lodi”, o “goigs populares”, o le “Sette Allegrezze” della Vergine Maria: Annunciazione, Nascita di Gesù Cristo, Adorazione dei Re, Risurrezione, Ascensione, Discesa dello Spirito Santo, Assunzione che, spiega la grande studiosa docente al Conservatorio leccese, “intonati in onore di Sant’Antonio Abate presso eremi, cappelle rurali e chiese della Catalogna, in ambiti paraliturgici”.
 
“Chi siede nel deserto per vivere nella quiete con Dio/ è liberato da tre guerre:/ quella dell’udire, quella del parlare e quella del vedere/. Gliene rimane una sola: quella del cuore./ Sant’Antonio abate”.
 
Il libro, ch’è già un cult (custodiremo gelosamente la copia che gentilmente ci è stata donata, grazie!), attorno allo stupendo saggio della prof. leccese intreccia altri due interventi deliziosi: Maria Cristina Calabrese, “Le Gioie di sant’Antonio abate. Storia e iconografia della tradizione devozionale catalana” e Piergiuseppe De Matteis, “Sant’Antonio abate nella Letteratura e nella Musica”.

Libri: in distribuzione 'Scrigno di emozioni' 2018 a cura di Teresa Gentile

di VITTORIO POLITO – Anche quest’anno mi è stato fatto dono della bellissima Antologia del Salotto culturale “Palazzo Recupero” di Martina Franca: “Scrigno di emozioni”, curato da Teresa Gentile (Artebaria Edizioni). L’Antologia si avvale della prefazione di Elisa Silvatici, accademico dei Cavalieri del Santo Sepolcro.

Gli argomenti trattati nella raccolta antologica sono i più vari e numerosi: si parla di cuore, musica, teatro, dialetto, creatività, poesia, arte e, soprattutto, amicizia. Insomma la produzione dei numerosi e assidui frequentatori del “Salotto culturale”, un vero e proprio vivaio di talenti.

Io stesso ho avuto l’onore di partecipare al “Salotto” e posso testimoniare la bontà degli incontri con la regia di Teresa Gentile e con il maestro Egidio Cofano al pianoforte.

Tra gli interessi di Teresa Gentile, giornalista, scrittrice e poetessa, possono considerarsi ai primi posti il dialetto, la poesia, la musica, il canto, l’arte, i lavori artigianali, l’ambiente, le ricette locali, i talenti, l’attenzione ai segni di Fede in città e tra i campi, insomma un corteo di interessi letterari e culturali. Ha conseguito titoli accademici di Pedagogia e Vigilanza scolastica ed ha insegnato in classi di istruzione primaria. Ha collaborato con numerose testate locali, il “Corriere del Giorno di Puglia e Lucania” e, attualmente, con il “Giornale di Puglia”, ma non si stanca mai di conoscere, dialogare, scambiare emozioni con persone ricche di talento, capaci di vivere una vita operosa.

Come detto, nel volume sono trattati molti argomenti: poesia, arte, fede, integrazione, dialetto, nonché la produzione di poeti, scrittori, giornalisti, insegnanti, proprio uno scrigno di quelli da conservare amorevolmente utilizzando di tanto in tanto le ‘gioie’ che contiene, e sono tante. Teresa Gentile è nel vero senso della parola una speciale persona che dirige il “Salotto culturale Recupero” di Martina Franca, molto volitiva e grande organizzatrice di eventi culturali.

Elisa Selvatici, che firma la prefazione, scrive che l’antologia è «Un caleidoscopio di sentimenti concretato dalla ‘penna’ del cuore di Teresa Gentile che eleva il fruitore all’empireo delle emozioni e che, con la nobiltà del suo animo, si identifica nelle parole di Giorgio Vasari: ‘Nel normale corso degli eventi molti uomini e donne nascono con varie qualità e notevoli talenti, ma di tanto in tanto, in un modo che sembra trascendere la stessa natura, una singola persona si mostra pienamente dotata di bellezza, grazia e talento in abbondanza’». Si può ben dire che la nobiltà di Teresa Gentile rappresenta una vera eccellenza per Martina Franca nella prestigiosa cornice del “Palazzo Recupero”.

L’interessante miscellanea di “emozioni” con poesie che inneggiano alla vita, di cronaca, di sillogi poetiche e riflessioni filosofiche e di scritti vari, dedicato all’amicizia, ed ogni anno è finalizzato sempre a vari temi tutti interessanti, non esclusi quelli di carattere sociale.

Nella introduzione la curatrice scrive, tra l’altro, che «Gli scambi di emozioni tra poeti, pittori, musicisti e cantanti hanno sortito esiti importanti (creazione di un CD vernacolare di Giovanni Nardelli, poesie e canti di Cinzia Castellana, Raffaele Caforio, Angela D’Amone che sono stati trascritti e musicati da musicisti locali)».

Gli autori che hanno collaborato all’Antologia sono numerosi e lo spazio impedisce di citarli, ma a tutti va il plauso per il contributo che donano al “Salotto” di Martina Franca, perla della Valle d’Itria, alla cultura in generale ed a Teresa, regista d’eccezione, in particolare.

Valle d'Itria incantata: l'inno di Teresa Gentile


di VITTORIO POLITO - Recentemente è stato pubblicato da Artebaria Edizioni, l’agile volumetto “Valle d’Itria incantata” di Teresa Gentile, giornalista, scrittrice, poetessa e animatrice del Salotto Culturale “Palazzo Recupero” di Martina Franca.

Com’è noto la Valle d’Itria è una terra pugliese ricca di arte, storia e cultura. In realtà è una terra capace di suscitare emozioni e sentimenti di stupore, soprattutto se il nostro sguardo incrocia un trullo, la cui presenza massiccia è in Alberobello, senza dimenticare il barocco di Martina Franca o le Grotte di Castellana incastonate nell’azzurro dell’Adriatico. Insomma un mitico luogo di vita pastorale sopravvissuto alla dolcezza del clima.

Il volume è ricco di poesie e racconti, insomma un’antologia, la cui lettura suscita meraviglia e allieta l’animo sensibile di chi legge.

La Valle d’Itria, è definita dall’autrice “un ambiente fatato”, scorrendo le pagine del suo libro si “incontrano leggiadre fate nel mondo magico della fantasia, zona unica al mondo con l’odorosa calce abbacinata dal sole e simile a panna montata, con i suoi profumi di cibi gustosi, dei gerani, del basilico e del mosto e con l’intrecciarsi di tratturi che sfociano in boschi, campagne bucoliche e suoni di campane che invitano alla preghiera, al saper cogliere ogni attimo fuggente”.

Il volume riporta racconti di Francesco Locorotondo, Franca Albano, Damiano Leo, Anna Maria Zizzi, Maria Aquaro, Rosanna Cassano, Catia Mancarella, Flora De Vergori, Grazia Annicchiarico, Teresa Peluso Leo, Elisa Mascia e recensioni di Ana Stoppa, Edna Magenga, Maria Rosaria Longobardi e Lilly De Siati.

Sono presenti anche poesie in dialetto martinese e in lingua di Ana Stoppa, Giovanni Nardelli, Angela D’Amone, Cristina Sisto, Antonio Martino Fumarola, Isabella Casaluce, Giovanni D’Eredità, Rina Bello, Rosa Maria Vinci, Maddalena Corigliano, Rosa Muraglia, Cinzia Castellana, Amneris Aprile, Antonia Colucci, Teresa Peluso, Lilly De Siati, Norma Fumarola, Giovanni Monopoli, Maria Carmela Ricci, Grazia Semeraro, Damiano Leo, Pina Chirulli, Grazia Annicchiarico, Elena D’Arcangelo, Joseph Gorgone, Anna Balducci Gorgone. 

Ana Stoppa, scrittrice, poetessa e ambientalista brasiliana, che firma la prefazione, scrive che “Questa è la magia che tutti insieme siamo oggi chiamati a realizzare. Questo libro incastona schegge del mondo fatato, ha riverberi di umanità, pregnanza letteraria, che mai esulano da insegnamenti essenziali, finalizzati a far divenire piccoli e grandi lettori più ricchi di umanità e di attenzione verso gli altri e la natura”.

Un inno alla Valle d’Itria ed all’amicizia nel nome della Valle incantata che rappresenta il cuore, la capacità di amare noi, gli altri e Madre Natura, che solo Teresa Gentile, innamorata della sua Terra, poteva scrivere.

Violenza sulle donne e psicanalisi

di VITTORIO POLITO - La Magi Edizioni ha pubblicato per la collana “Parole d’altro genere” il volume “Vivere con Barbablù – Violenza sulle donne e psicoanalisi”, di Maria Cristina Barducci, psicologa e psicoanalista junghiana, Beatrice Bessi, analista infantile, e Rita Corsa, psichiatra e psicanalista.

Le autrici affrontano dal punto di vista della psicoanalisi un tema molto scottante e d’attualità, come è dato sapere dalle cronache degli ultimi tempi.

Oltre alla violenza fisica o sessuale le donne subiscono frequentemente anche violenza psicologica ed economica, cioè comportamenti di umiliazione, controllo ed intimidazione, nonché privazione o limitazione nell’accesso alle proprie disponibilità economiche o della famiglia.

Il dilagante fenomeno della violenza di genere impone anche alla psicoanalisi di far sentire la sua voce. Come aiutare sul piano intrapsichico le donne che, adesso sempre più numerose, denunciano di aver subito violenza sia psicologica sia fisica? A questa domanda rispondono da diversi punti di vista, le autrici del saggio, teso ad affrontare il tema da una prospettiva integrata, che tenga conto sia del dato oggettivo e dalla presa di posizione politica, giuridica e criminologica delle donne maltrattate.

Il libro che si articola in tre parti: il difficile percorso delle donne verso la propria soggettività, che tratta della violenza simbolica, della psicoanalisi e del mondo interno delle donne maltrattate; il lavoro sul campo e la psicologia del profondo: percorsi di integrazione; narrazioni violente, ‘dovremmo essere tutti femministi”, che tratta di piccole e grandi bugie e della violenza domestica. Ogni capitolo riporta la bibliografia relativa al testo trattato.

Perché Barbablù? Perché a ben vedere, la vicenda di Barbablù contiene in sé due tratti tipici dello schema criminologico che si ritrova nella casistica delle forme più gravi di violenza di genere: la dipendenza/sottomissione al potere maschile e l’isolamento della donna vittima. Il potere dell’ “orco” è prettamente economico: grazie alla sua grande ricchezza (“c’era una volta un uomo, il quale aveva palazzi e ville principesche e piatterie d’oro…”) riesce a sposarsi ancora una volta, nonostante il colore della barba che ispira ribrezzo e spavento e, soprattutto, il fatto che “aveva sposato diverse donne e di queste non s’era mai potuto sapere che cosa fosse accaduto”.  Ma l’ultima sposa che, trasgredendo il divieto, apre la stanza proibita dove stavano i corpi di parecchie donne sgozzate “morte e attaccate in giro alle pareti”, si salva da eguale sorte poiché, avendo conservato stretti i legami familiari, tramite la sorella riesce a chiamare in suo soccorso i due fratelli soldati, che giungono in tempo per uccidere il mostro.

In conclusione, ‘Vivere con Barbablù’ non risulta l’ennesimo contributo di genere, ma piuttosto un libro complesso e plurale, in cui la disamina dei modelli teorici rinvia costantemente a casi clinici e ai profili pratici, sempre illuminata da un’attenzione partecipata per le vittime di tante tristi realtà. Perché, come recita l’unica frase che campeggia sulla quarta di copertina “La donna è un soggetto a rischio”.

Animali nella psiche: il polpo ed i suoi simboli

(Pixabay)
di VITTORIO POLITO - La Magi Edizioni ha pubblicato per la collana “Bestiario psicologico”, il volume “L’octopus e i suoi simboli” di Federico de Luca Comandini, psicanalista e autore di numerose pubblicazioni.

Il polpo (octopus vulgaris), com’è noto, è un mollusco cefalopodo da non confondersi con il “polipo” che in medicina è una escrescenza patologica.

L’autore, attratto dai fondali marini e in particolar modo dai polpi, stranissimi e intelligenti creature marine, ha indagato le sue tracce simboliche ed i rapporti con l’immaginario umano. In sostanza ha raccolto ogni informazione relativa all’argomento, considerando che il polpo ha una struttura neurofisiologica eccezionalmente evoluta da destare l’interesse della scienza per le eccellenti abilità comportamentali.

Secondo l’autore, l’influsso delle immagini animali nutre la psiche e la personalità umana calibra il proprio processo identitario riflettendosi nello specchio delle altre forme di vita. Così essa mantiene in relazione gli opposti di cui è costituita: la permanenza degli istinti con la volatilità dello spirito, il bestiale con il divino, l’immanenza con la trascendenza. La sfera del sacro e il fenomeno della coscienza hanno in ciò fondamento archetipico. Di tale funzione simbolica il polpo rappresenta un caso esemplare.

Tra i più antichi abitanti del mare, l’octopus ha doti d'intelligenza e duttilità che lo rendono comparabile a mammiferi d’ordine superiore (fatto sorprendente per un mollusco), combinate a facoltà che in natura non hanno equivalente: polimorfo e policromo, esso vive imitando e confondendosi con il paesaggio sottomarino, vigilando con vista acutissima e mediante una sensibilità chimico-gustativa tramite cui analizza ogni evento delle acque intorno.

Non stupisce allora che nella storia dell’immaginario esso rivesta un ruolo significativo, ben al di là di quel che comunemente si crede. Le immagini che il polpo ispira ricalcano mimeticamente le vicende della coscienza, sostenendone le peripezie e compensandone l’unilateralità. Remote e aliene, ma non meno empatiche, le tracce mitiche dell’octopus tutelano fin dall’alba dei tempi il senso degli accadimenti umani, rinsaldando il vincolo con l’Anima del mondo.

La storia immaginaria dell’octopus accompagna le vicende dello spirito umano in modo versatile e piena di significato, dà sfondo alla coscienza, e, ove questa smarrisca il proprio radicamento nella natura, le viene incontro manifestandole intense visioni di relazione all’inconscio.

Al di là di considerazioni psicologiche ed altro, mi piace ricordare quanto scrive Lino Patruno, giornalista e scrittore barese, a proposito del polpo: “Chissà se sapere che meraviglia del creato sia il polpo, che monumento del mistero dell’universo rappresenti, possa muovere a pietà chi lo tratta solo come una sacrificale delizia gastronomica. Non ci sarà inferno sufficiente per contenere i peccatori che non capiscono la tua grandezza, caro inimitabile inarrivabile polpo. Non perdonare loro che non sanno ciò che fanno”.

Libri: Artemisia Gentileschi, l’immortale

di FRANCESCO GRECO - E’ vittima di un riflesso condizionato, quasi un pregiudizio che dura da quattro secoli. Artemisia Gentileschi (Roma, 8 luglio 1593, primogenita e unica donna di quattro figli) richiama subito il file dello stupro a opera del pittore Agostino Tassi (6 maggio 1611) e il processo che ne seguì.
 
Che montò una nuvola di morbosità in tutta Roma attorno alla ragazza ancora in boccio, tanto che il padre, Orazio, pensò di scrivere una lettera a Cristina di Lorena, vedova di Ferdinando I dè Medici (12 luglio 1612) per vantarne le precoci doti artistiche.

In realtà, per mandarla a Firenze, sottraendola in tal modo al ruolo di “vittima” a vita che l’avrebbe segnata e pregiudicato la carriera, la mission.   
 
Artemisia è la luce, poiché tutto è nella luce. Essa svela la realtà e i suoi mille chiaroscuri, l’anima e le sue facce nascoste, lo sguardo e i suoi infiniti orizzonti, le visioni e i deliri.
 
Fu la “poiesis” di Federico Fellini, resse tutta la sua monumentale opera. Nn era un’intuizione originale, era stata dapprima di Caravaggio e di Artemisia Gentileschi, contemporanei, che rubarono al cielo e alla terra quella luce violenta e pura che piove verticale su ogni cosa e che ci rende impotenti e muti, talvolta sgomenti e increduli, incapaci di un pensiero.

Se i Lumi furono anche un’ansia diffusa di modernità, una febbre, una smania di padroneggiare il proprio destino sortendo dalle tenebre e le superstizioni del Medioevo, in cui l’oscurantismo cattolico aveva tenuto i popoli, si può dire senza tema di smentita che Artemisia Gentileschi è stata una protagonista geniale e coraggiosa (anche per la sua parabola esistenziale), audace e innovativa, e si pone, per l’appunto, allo snodo fra un mondo destrutturato, in rapida decomposizione, e un altro tutto da inventare, esplorare, da costruire su postulati del tutto inediti, che al suo tempo erano appena vagheggiati. Ma anche un’icona immortale del femminismo ante litteram. Lo si intravede nell’opera tutta: la Giuditta che decapita il generale assiro Oloferne, per esempio, non è, psicanaliticamente, la proiezione di se stessa?

“Artemisia Gentileschi”, di Alessandro Grassi, Pacini Editore, Pisa 2017, pp. 272, euro 25,00, ricostruisce la vita, i viaggi, le traversie, le relazioni sociali e, ovvio, l’opera di una pittrice che segna il suo tempo, col rischio che la dimensione artistica, pubblica, ne venisse “soffocata”.
 
Un’opera sontuosa, impegnativa (realizzata al meglio da Federica Fontini, Stefano Fabbri, Elena Mariotti, traduzioni di Samuele Grassi), ma dettata anche da un evidente codice divulgativo (nel solco delle mostre dell’ultimo secolo), un tentativo di rendere “popolare” un’artista geniale e ribelle, nata postuma di se stessa, in cui ogni donna può specchiarsi e ritrovarsi, appropriandosene.
 
Sfatta dalle malattie, la grande artista morì, si crede, all’inizio del 1564. Fu sepolta in San Giovanni dei Fiorentini, ma della tomba non v’è più traccia. Resta la sua opera, immortale.     

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