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Dal territorio alla tavola, storie e leggende

di FRANCESCO GRECO - Sapevate che Cesare, governatore della Gallia Cisalpina, trovava disgustosi gli asparagi? Glieli avevano cucinati col burro. Invece, come tutto i Romani, preferiva cotti con l’olio d’oliva. E sapevate che erano già nelle pitture egizie? Sono diuretici e “dettano la lussuria”.
 
Le patate nascono sulle Ande, in Europa le portano gli spagnoli di Pizarro a metà del Cinquecento. In Italia fu la Chiesa a farcele conoscere e gustare. Ma solo a metà dell’Ottocento conquistò le nostre tavole. Se conservate in posti al buio, senza umidità, durano a lungo…
 
Gli Aztechi chiamavano “Xitomatl” il pomodoro, nato fra Messico e Perù. Ancora gli Spagnoli lo portarono in Europa nel 1540, come “bottino” della conquista di quelle terre… Artusi nel 1891 ci insegnò come preparare un buon sugo. 

Mitica l’origine del carciofo: la ninfa Cynara era bellissima, Zeus la voleva, lei sdegnava le sue attenzioni, e allora la trasformò in vegetale dal colore verde-violastro come gli occhi della ragazza. Così nacque, nel bacino del Mediterraneo, il carciofo, già noto a Greci e Romani. Ne parlano infatti Teofrasto e Plinio il Vecchio. Mentre Columella ne conferma la coltivazione per uso alimentare e in Medicina.
 
E’ ricco di antiossidanti e favorisce il rinnovamento cellulare: è il radicchio citato da Zola in “Germinal”. Aiuta la circolazione e previene le malattie cardiovascolari, contrasta l’insonnia, fa bene alla pelle…
 
Sapevate che Avicenna scagliò un anatema contro la melanzana? Forse a causa del gusto amarognolo, la riteneva causa di gravi malattie della pelle e addirittura di attacchi epilettici. Qualcun altro si adeguò considerandola causa di sbalzi di umore, tisi, follia, addirittura cancro. Proveniente da India e Cina, probabilmente, allo stato grado, era presente già in epoca preistorica.

Leggende nere che furono formattate d’impeto quando qualcuno azzardò che “sollecita animo e pulsioni… spinge alla lussuria”.

Siamo nel Settecento e le voci giunsero alla corte del Re di Francia, e furono i botanici d’Oltralpe a presentare la melanzana come un potente afrodisiaco. Vero o meno, il successo fu, è assicurato…
 
C’era un cibo che permetteva ai sacerdoti di entrare in contatto con gli dei dell’Olimpo. E quell’occhio permetteva di vedere nell’aldilà, i morti, durante i riti. Il fagiolo è da sempre considerato un alimento nutriente, che salva i popoli in caso di carestie o povertà. I Romani lo ritenevano un cibo rozzo, ma forse gli aristocratici, quelli della Suburra invece lo agognavano. Fu Apicio (il Vissani dell’epoca) a sdoganarlo quando nel trattato “De re coquinaria” lo vede bene, chissà perché, come antipasto, condito con interiora di pesce (“garum”) o salsa piccante.
Nell’Alto Medioevo il fagiolo fu il re incontrastato dei conventi…     
 
E che dire della nocciola cui i Romani attribuivano poteri magici, metafisici? Quando ci si sposava era d’uso donare i frutti agli sposi: era di ottimo augurio per una vita felice. Anche i Celti ne avevano una grande considerazione mistica: il suo legno era usato per le tavole divinatorie.

Era una pianta tenuta in grande considerazione anche dai Greci e i Romani, aurea magica che contagia anche i cristiani: inseguita da una vipera, la Madonna trova riparo proprio all’ombra di un cespuglio di nocciola.

E’ nel Medioevo però che, chissà perché, tutto cambia e la nocciola è vista con un’aura cupa. Shakespeare la cita in “Giulietta e Romeo” (la Regina Mab arriva su  un cocchio di guscio di nocciola). Jane Austen la cita in “Persuasione” (1817). 
 
Oltre a “enormi ricchezze in metalli preziosi”, Cristoforo Colombo porta anche il peperone (famiglia delle solanacee), diffuso nell’America del Sud e nelle Antille.

A Napoli, chissà perché, era considerato, nel 1773, un “cibo rustico e volgare”. Il “Capsicum annuum” è la specie più diffusa.

E’ citato da Hemingway, buongustaio e bevitore, in “Per chi suona la campana”. “Il peperone” è il titolo di una hit di successo, anni Sessanta, di Edoardo Vianello…   
 
Da dove deriva l’espressione “vendersi per un piatto di lenticchie”? Dalla Bibbia. Esaù torna a casa stanco e affamato, il fratello Giacobbe sta cucinando appunto il legume amato dal padre Isacco. Gliene chiede un piatto, ma il fratello, scaltro, gli propone un cambio: la sua primogenitura (la rinuncia cioè all’eredità paterna). Esaù accetta…
 
Tre semi del cereale sono stati ritrovati in una tomba risalente al 2200 a. C. Fu materia di discussione nei simposi filosofici ad Atene, era noto a Roma. Un cereale che era offerto ai defunti (Artermidoro), si mangiava nei periodi di lutto, simbolo di fortuna e ricchezza…
 
I cibi sono la storia dell’uomo, e dicono di noi più di quel che noi vorremmo dire. Dimmi come e cosa mangi e ti dirò chi sei…
 
Bello che l’editore romano Iacobelli abbia deciso di pubblicare delle sapide monografie (pp. 60, euro 8) da tenere a portata di mano perché di grande aiuto: accanto alla storia ci sono 30 ricette sospese fra la cucina di ieri e quella di oggi.
 
La collana si intitola “Eccellenze a tavola” ed è curata da Valeria Arnaldi, “cronista di enogastronomia”. Che firma quelle dedicate alla nocciola, il fagiolo, la melanzana, il radicchio, il carciofo, il pomodoro, l’asparago, la patata. 
 
Mentre di peperone e lenticchia si è occupata altrettanto brillantemente Fiorenza Cilli, romana, “cultrice di una cucina di tradizione ripensata con creatività”. Guarda caso, proprio come noi. Buon appetito! 

'Selvaggi' prigionieri della metropoli

di FRANCESCO GRECO - Anche il mito del “buon selvaggio” è ciclico. Anzi, più procediamo sulla strada del presunto progresso, illusi dal telecomando e dai social di contare men che uno, e di non essere invece consumatori di emozioni seriali e cibo spazzatura, e più cresce lo straniamento e lo sradicamento dal reale e il rimpianto per il paradiso perduto.
 
E il richiamo a una forma di panteismo si fa forte e quasi irresistibile. Chiusi nelle gabbie metropolitane, più siamo confusi e smarriti nella modernità che, direbbe Emile A. Cioran, ci è toccata in sorte, più cerchiamo il piatto della nonna e siamo attratti dal bosco e dai fondali marini.
 
Tentati dal darci alla vita selvaggia, teorizzata da Rousseau (ma già era l’idea di Virgilio secoli prima), tentati dalla fuga dalla civiltà di cui fu capace Paul Gaugain trovando la pace dei sensi e l’ispirazione per la sua opera. Che poi la mattina mitizziamo la natura (perché non la conosciamo) e la sera buttiamo monnezza all’angolo della via fa parte delle contraddizioni del nostro tempo.
 
In questo filone diremmo della nostalgia per le radici, per l’Eden perduto, si inserisce “Selvaggi” (Il rewilding della terra, del mare e della vita umana) di George Monbiot (1963), Piano B Edizioni, pp. 304, euro 17,90 (fuori collana).
 
Britannico, già giornalista della BBC e oggi collaboratore del “Guardian”), Monbiot descrive in punta di penna infiniti scenari “vissuti” a ogni angolo del mondo con una delicatezza a tratti commuovente.

Dalle coste del Galles  alle Highlands scozzesi, nelle cupe foreste dell’Europa dell’Est europeo, ci descrive il possibile rewilding, e ci spiega che tornando a respirare all’unisono con la natura, forse potremmo salvarci. La sua narrazione, immediata, emozionante, acuisce il rimpianto per il modello di sviluppo di rapina, devastante, predatorio che ci siamo dati e di cui paghiamo le conseguenze.
 
Ma, ci dice Monbiot, non siamo giunti ancora a un punto di non ritorno, se solo prendessimo coscienza del baratro, potremmo arrestarci sul ciglio. Magari fosse vero…

Bari, la Divina Commedia e il dialetto

di VITTORIO POLITO - Bari può essere onorata ed orgogliosa di essere stata citata da Dante Alighieri nel canto VIII del “Paradiso della sua “Divina Commedia”, citazione che la Puglia divide solo con Brindisi con l’invidia di molte città. Quanto sopra è riportato da Armando Perotti nel volume “Bari dei nostri nonni” (Adriatica Editrice).

Quanto sopra è riportato anche da Nicola Roncone nella sua corposa pubblicazione “L’Istria e la Puglia negli Studi di Francesco Babudri” (Istituto per la Storia del Risorgimento), nella quale si legge che la nostra città non è citata “come un insignificante inciso, ma come termine essenziale nella trafila di un discorso in uno dei più delicati canti del Paradiso, l’ottavo, in cui traspira il dramma della mancata vita di un principe magnifico, Carlo Martello, il quale se fosse vissuto più a lungo, avrebbe saputo compiere tante belle imprese di pacifica e proficua politica. In questo ambiente di luce appare il nome di Bari, circoscrivendo una configurazione politica di grande momento”.

Ecco i versi di Dante:

per suo segnore a tempo m’aspettava,
e quel corno d’Ausonia che s’imborga
di Bari e di Gaeta e di Catona,
da ove Tronto e Verde in mare sgorga».

Gaetano Savelli (1896-1977), considerato “il miglior poeta della sua generazione”, autore de «La “Chemmedie” de Dante veldat’a la barese» (Savarese), così tradusse in dialetto barese i citati versi di Dante:

«La ripe ca da manghe jè abbagnate
dau Ròtten’addò u Sorghe se ne vene,
a tìembe, com’a rre m’hav’aspettate;

e u cuèrne dell’Itaglie c’assà tene
cetate, Bare, Gajet’e Catone
ca u Tronde l’acqu’e u Verd’a mar’ammene.» 

Arturo Santoro (1902-1988), noto e prolifico poeta dialettale barese, autore di centinaia di poesie, alcune pubblicate in tre distinti volumi, che rappresentano un diario di viaggio di chi sta sempre dalla parte dei deboli e si esprime senza peli sulla lingua, ipotizza quello che sarebbe successo se Dante Alighieri, fosse nato a Bari. I versi sono stati scritti il 7 ottobre 1965 in occasione del 7° Centenario della nascita di Dante Alighieri (1265-1321).

Se Dante fosse nato a Bari
di Arturo Santoro

L’Itàgglie jè la tèrr de le dialètt:
ci pàrl sguaiàte, ci a vòcca strètt.
Venèzzie pàrlene u Venezziàne,
a Nàbbue u Nabbeldàne,
a Melàne u Melanèse,
a Torìne u Piemondèse,
a Ròme pàrlene Romàne,
e a Ferènz pàrlene u Toscàne.

Pe ogne pajìse, c’u pròbbie dialètt,
se pàrl che l’amìsce e le parjìnde,
ma po’ a la scòle mbàrame u Taggliàne,
ca jè… u dialètt de le Toscàne!
Stù fàtt jè vècchie e nò da jìre,
e u prìme fu Dand Aleghjìre,
c’acchemenzò a scrive c’u dialètt sù,
ca ngi’avònn’ nzegnàte pur’a’nnù!

Ma stù fàtt no jè nù màle, jè nu bbène,
ca ngi àve libberàte da tànda pène,
percè jère pèsce apprìme,
quànn tùtt parlàvene u latìne:
nesciùn’u capescève, mànghe ddò,
e tùtt jèvene ciùcce, com’a mmò!

Dùngue, come stève a dìsce,
u mèrete fù de Dànd e Viatrìsce,
ca stù dialètt de la Toscàne,
devendò la lèngue de le Taggliàne.
Ma jì demànn: e ce Dànd avèsse nasciùte ddò,
v’u’mmagenàte vù, nu picch mò?
A racchendàue acsì, mò, pàre na rìse:
devendàve Taggliàne u dialètt de le Barìse!

E vedìme nu picch, ce seccedève,
ce Dànd a Bbàre la Chemmèdia sò screvève!
Ca u Paravìse, u’Mbjìrne, u Pregatòrie,
jèven’a passà a la Stòrie,
che le parole andìche de le Barìse,
– com’u pàrlene angòre a la Vaddìse –
come non u pàrl chiù nesciùne,
dialètt ca se pàrl a le Cressiùne:
Nzòmm, nu dialètt chiù crestiàne,
ca u’èrema parlà tutt le Taggliàne!

Gianfranco Spinazzi presenta il nuovo romanzo 'La zanzara muta'

ROMA - La zanzara muta di Gianfranco Spinazzi è un romanzo molto particolare. I suoi protagonisti, due anziani con una vita interiore spesso confusa e irrazionale, colpiscono il lettore per la loro complessa caratterizzazione: il loro stanco muoversi nell’esistenza con un pesante carico di rabbia e sogni infranti si bilancia a una visione della vita fanciullesca e a tratti magica. I due personaggi, prima costretti nei ruoli di vittima e carnefice, si ritrovano a essere lo specchio in cui riflettere ognuno le proprie illusioni e i propri “ingorghi mentali”. In un dialogo serrato e sofferto, questi uomini ritrovano il senso di una condivisione scomparsa da troppo tempo, e pur se arroccati nelle loro storie e nelle loro idiosincrasie, individuano un punto di incontro nella lucida consapevolezza dei loro fallimenti.

E la zanzara muta del titolo diventa metafora di un’assoluzione giunta forse troppo tardi ma necessaria a entrambi, la fine di un incessante ronzio nelle orecchie e nell’anima come chiusura di una vita di rimpianti. In una Venezia ostile e instabile come gli stessi protagonisti, i due anziani uomini arrivano a firmare una sorta di armistizio con le loro esistenze, prima trascinate nella solitudine e ora, forse, illuminate da un incontro accidentale quanto disperatamente cercato. Gianfranco Spinazzi offre al lettore uno squarcio sulla crudezza di una vecchiaia organizzata in rigidi schemi con cui i protagonisti cercano illusoriamente di controllare le proprie vite, per poi creare un incidente in cui ogni labile certezza crolla, e in cui non c’è più posto per l’ostilità verso il genere umano ma solo comprensione e accettazione.

Il romanzo offre un nuovo modo di intendere la delicata fase della senilità, sostituendo al senso di vacuità e di fine, metaforicamente rappresentata dall’immagine del piccione che va a morire solo e in disparte, una prospettiva di rinascita e di redenzione dagli errori commessi e dalle scelte non intraprese. Una storia che non si dimentica, due personaggi stravaganti ma anche dolorosamente umani e un messaggio profondo e universale: l’esistenza ha un senso e l’incompiutezza dell’uomo trova soluzione solo nella condivisione e nell’apertura verso gli altri.

TRAMA. Due vecchi si incontrano in un bar veneziano gestito da un nano che si veste in stile “belle époque”. Stabiliscono di incontrarsi a casa di uno dei due per approfondire il comune interesse per gli alianti, e qui, a visita avvenuta, il padrone di casa aggredisce l'invitato colpendolo alla testa. Non si tratta di un colpo mortale. I due si fronteggiano in un serrato dialogo in cui affiorano ricordi, amarezze e squarci dell'infanzia perduta. I toni sono spesso concitati ed enigmatici, soprattutto da parte del padrone di casa, un uomo incattivito dalla solitudine e preda di idiosincrasie. Nella seconda  parte del romanzo si inquadra la figura dell'aggredito, con i suoi dolori e il suo bisogno di comprendere le proprie scelte di vita. E sarà proprio il confronto con questo semi sconosciuto, un confronto prima subìto e poi cercato, che porterà l’uomo a ripercorrere la propria vita, e ad analizzare la complessità della natura umana.

Gianfranco Spinazzi è nato a Barcellona (Spagna) nel 1941 e vive a Venezia. Ha debuttato nel 1997 con Le Fototette per Supernova Edizioni. Per la stessa casa editrice ha pubblicato nel 2001 Foghera a Venezia–C'erano una volta i cinematografi (finalista “Premio Calvino”). Nel 2006 pubblica per la casa editrice Il Filo Cartoline e carichi pesanti (targa “Premio Letterario Internazionale Città di Cava de' Terreni”) e nel 2008 Attenti a quei due. Del 2011 è A.A.A. Venezia cercasi (Supernova Edizioni) e del 2012 Nel pozzo (Book Sprint Edizioni). Con la Tragopano Edizioni pubblica nel 2013 Pagine Elisha, nel 2014 la trilogia sulle “Botteghe veneziane”: L'emporio a bussola di calle delle Bande; I mari del sud di calle dei Fabbri; Meridiano Toletta. Nel 2015 pubblica per Tragopano Edizioni la raccolta di racconti La catastrofe degli elementi, e partecipa con un racconto al romanzo collettivo Il Palazzo. Per la stessa casa editrice pubblica Clessidra nel 2016 e La zanzara muta nel 2018.

Info:

www.facebook.com/alberto.spinazzi

Libri: 'Britannica', 500 sfumature di rock

di FRANCESCO GRECO - “La vita è ingiusta/ ucciditi o riprenditela” (“Child’s Psycology”, nell’album “England Med Me”, 1998, del trio londinese “Black Box Recorder”). Cos’è mai il rock nelle sue infinite declinazioni se non un linguaggio universale, trasversale alle generazioni, decodificabile a ogni angolo del pianeta? Un modo di attraversare il proprio tempo, di vivere la vita?

Una password maieutica che rilegge il reale ipotizzando altri mondi possibili, utopie, speranze? Non è un caso che il rock era inviso ai tiranni, che lo leggevano come una minaccia agli equilibri sociali costruiti col terrore, il sangue, la repressione. In Gran Bretagna, il periodo fra gli Ottanta e i Novanta, dal punto di vista musicale, fu denso di esperienze innovative. Se il decennio thatcheriano aveva fatto arretrare e devastato la società in ogni suo aspetto, quello che seguì – con Blair e i laburisti al potere – fu segnato dalla nascita e la diffusione di esperienze musicali alternative che spuntavano in ogni angolo del Regno Unito, dal nord operaio distrutto dalla reaganomics della lady di ferro al sud della City. “Britannica” (dalla scena di Manchester al Britpop), di Alessio Cacciatore e Giorgio Di Berardino, Vololibero Edizioni, Milano 2018, pp. 336, euro 19,50 (copertina e design di Manuele Scalia) ricostruisce quegli anni formidabili.

Un’antologia che allinea band grandi e piccole, che sono ancora vive o si sono sciolte dopo il primo lavoro, nate in ogni città della Gran Bretagna. Cose per noi che siamo ancora abbarbicati al Festival di Sanremo fetish e i neomelodici che sanno solo un accordo, sono impensabili. Cacciatore (Penne, PE, 1978) e Di Berardino (Pescara, 1980: su RadiostArt condiucono “Britannica”) ricostruiscono il contesto storico, politico, sociale, economico, musicale, trovando echi e risonanze di superficie e carsiche. Gruppi di cui avete sentito parlare solo una volta, che hanno inciso solo qualche demo e poi si sono sciolti: li troverete tutti. Forse nemmeno a Londra e Manchester ne hanno traccia. Un lavoro certosino, di quelli che restano. Perché abbiamo tutti un blues da piangere (e ognuno si suicida come gli pare, se proprio non può riprendersi una vita ingiusta…).

Libri: quel piccolo mondo antico del 'Cavallo rosso'

di FRANCESCO GRECO - Chissà perché, si sospetta sempre dei romanzi troppo lunghi, delle saghe famigliari, delle epopee. Come se non lo fossero anche l’Odissea, la Divina Commedia, i Promessi Sposi. Non di quelli extra moenia, però. Devastante provincialismo.

L’oblio ha sommerso l’Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo, tutta l’opera di Morselli, di Moravia si sta perdendo la memoria, nessuno lo ristampa.
 
Stessa sorte tocca, in patria, a “Il cavallo rosso”, di Eugenio Corti, Edizioni Ares, Milano 2015, pp. 1080, euro 24. Giunto intanto alla 32ma edizione. E però sdoganato dalla critica straniera: per Sébastien Lapaque (Le Figaro), Corti è “uno degli immensi scrittori del nostro tempo, uno dei più grandi…”.
 
E’ un “caso” letterario da mezzo milione di copie (tradotto anche negli USA), ma nessuno se n’è accorto: il pregiudizio e la nuova semantica dell’editoria al tempo di Amazon trattengono per le briglie il cavallo di Corti (Besana Brianza, 1921-2014, oggi il nome di una Fondazione).
 
Il romanzo è una saga famigliare dentro al cuore cupo e barocco del Novecento: le sue utopie e illusioni, la deriva, le tragedie che lo hanno insudiciato e umiliato e offeso l’uomo. Una famiglia contadina lombarda per caso, in cui si legge in trasparenza un’Italia ingenua e forte, che ha dei valori forse non soggetti a relativismo, in cerca di una sua identità, un posto nella Storia, quando la rivoluzione industriale sta per abbattersi sul Paese, con le sue infinite contraddizioni: una metamorfosi che include la sua anima antica e profonda, che comunica una grande spiritualità quale barriera al relativismo, la secolarizzazione, la barbarie.
 
Un classico accostato a “Guerra e pace” e al Solgenitzin migliore, a Stendhal, ma anche all’incanto bucolico e minimalista di Olmi (“L’albero degli zoccoli”), che “non contiene una parola di retorica, né compiacimenti morbosi” (Orsola Nemi), mette a nudo le nostre radici euro-mediterranee, cristiane e laiche, religiose ma anche illuministiche, che però resta ai margini delle patrie lettere, forse impaludate nell’effimero da comparsata tv e da libri costruiti da astuti agenti letterari.
 
Il cavallo rosso - figura presa dall’Apocalisse (Rivelazione) - non mitizza alcuna arcadia retorica, non trasfigura un Eden perduto, però sfiora il mistero della vita e del suo senso più segreto e ci dice quale era l’architettura del mondo di ieri, i sentimenti dell’animo umano, le relazioni fra uomini smarriti e sgomenti dinanzi all’incedere violento della Storia e alle sue laceranti aberrazioni: nazismo, comunismo, fascismo, e dai “due flagelli dell’Odio e della Morte” (Jacques Robichez).
 
E’ qui, o anche qui, la sua destrutturante forza escatologica che raggruma un’epoca di cui ci restano macerie e consegna “Il cavallo rosso” alla posterità. Che certamente saprà leggerlo meglio di noi.         

L’aspra colica del malamore


di FRANCESCO GRECO -   Un autista di autobus fuori di testa, “ci sono uomini così malvagi… in una giornata bisestile”, sequestra due donne affette dal maledamore, e le porta in un posto primitivo, selvaggio, un’isola ignota anche a Google Maps, dove esse ritrovano la loro animalità, l’io più recondito e primitivo, i suoi infiniti labirinti.

Parte così, con un curioso espediente letterario (ma potrebbe essere anche cinematografico) ben congegnato, e anche riuscito, un viaggio al confine della notte, e di se stesse, di Virginia e Viola (“donne nuove, animate, reattive”), occasionali compagne di ventura, in cui – grazie anche alla c0mplicità tutta femminile - il vissuto delle due “virago in grado di nono cedere alla paura, alla tenerezza alla nostalgia” è tirato fuori, in superficie, come in una seduta psicanalitica, impietosa, spietata, dopo che ogni sovrastruttura culturale è stata relativizzata e rimossa e il flusso di memoria scorre implacabile, impudico, privo di alibi e freni inibitori. Memoria in senso proustiano (ma il lettore troverà anche altre chiavi estetico-letterarie, anche carsiche).

E’ il mainstream, il sostrato interno che regge l’architettura di “Nemesi d’Aprile”, Robin Edizioni, Torino 2018, pp. 190, euro 12,00, romanzo scritto a quattro mani, via email, dalla triestina Serena Castro Stera (nata a St. Charles, USA) e la calabrese (Acri, Cosenza) Angela Aurora Luzzi.

La password più evidente è la spietatezza da cupio dissolvi, un maledamore trasfigurato in un lutto difficile, forse impossibile, da elaborare, fallimenti (il matrimonio di Virginia con PIemme), ferite che non si rimarginano più, perché ogni finzione borghese è svaporata, ogni velo lacerato e il dirsi le cose taciute agli altri e anche a se stesse, diviene una sorta di (auto)terapia che lenisce il dolore.

Sospesa fra Adriatico e Mediterraneo, con i rispettivi topoi culturali, intrecciati e contaminati (pregni di cultura classicheggiante e dei suoi miti più fascinosi), la prosa ne risulta assai sapida e densa come mosto, con una sua luce interna livida e screziata (“che mi fa ammattire”), una possente forza escatologica, maieutica, che cattura la nostra attenzione sino all’ultima riga.

Giunta a un punto morto, in una palude in cui l’ha spinta l’eccesso di marketing (e di marchette), in cui si assecondano ruffianescamente per vendergli qualcosa di effimero, la narrativa italiana torna alle origini, e cioè ai fertili sperimentalismi degli anni Sessanta, si inventa una nuova koinè, rimodula i suoi canoni etici-estetici: rinnovarsi per non perire.

Come se volesse rigenerarsi nell’etimo, ridando senso alla parola, ritrovare la freschezza dei suoi archetipi fondanti, le ragioni del suo esistere, se vogliamo della mission.

E che siano due donne (la Castro Stera si sta guadagnando una sua immagine nel panorama delle patrie lettere) a farlo (avallate da un piccolo editore, i migliori a scannerizzare il nuovo e trovarci delle perle), mettendo sulla pagina senza astuzie dialettiche né accademie di sorta (da scuole di scrittura creativa) i loro furori uterini, incuriosisce e sorprende, ma non più di tanto, essendo la donna intorno a noi oggi più sincera dell’uomo, disposta a mettersi in gioco, e a destabilizzare lo status quo che ci ha ridotti a ectoplasmi clonati, fra terrorismi e fughe dalle responsabilità.

'L'allenatrice' a Libri nel Borgo Antico


BISCEGLIE (BT) - Conclusasi la entusiasmante tre giorni di "Libri nel Borgo Antico", la ormai rinomata kermesse letteraria che ad agosto anima le vie del borgo di Bisceglie. Una sfilata di oltre cento autori per allietare le sere dei residenti e del folto pubblico che solitamente interviene. Nomi eccellenti e di spicco come quelli di Vittorio Sgarbi, Gianrico Carofiglio e Pierluigi Pardo e gente che esordiente non è più e che si sta ritagliando una propria interessante strada.

Tra questi può annoverarsi l'avvocato e scrittore barese Christian Montanaro che, dopo l'esperienza di qualche anno fa col suo precedente lavoro "Bestseller - l'incubo riNcorrente", è tornato a Bisceglie a presentare il suo nuovo lavoro "L'allenatrice" (Mario Adda Editore).

Il libro, giunto quinto nella sezione sport alla seconda edizione del concorso letterario nazionale "Bari Città Aperta", narra le avventure/disavventure della simpatica Addolorata Pallone, mister in gonnella a cui presta il volto la nota attrice Lia Cellamare, in un'opera che vanta le partecipazioni di famosi giornalisti del calibro di Alessandro Bonan, Gianluca Di Marzio ed Enzo Tamborra.

A presentare l'autore alla "Mondadori Book Store - Vecchie Segherie" la bravissima Barbara Palladino, in una serata che ha visto un folto pubblico e la partecipazione di tanti altri bravi autori.

"Per me è sempre un piacere tornare in questa manifestazione, a cui sono molto legato - ha dichiarato Montanaro -, non foss'altro che per il piacere di vedere tanta gente interessata alla cultura "otturare" praticamente con la propria gradita presenza le vie cittadine. Nel ringraziare il mio editore, l'organizzazione, i volontari e la impeccabile Barbara Palladino, sono davvero lieto che Addolorata Pallone si sia fatta conoscere anche qui e che l'attento e partecipe pubblico abbia colto il messaggio "sportivo" insito nella storia, legato alle pari opportunità e all'ascesa di quello che è un autentico movimento calcistico femminile".

L'opera - che ha avuto la singolare caratteristica nel periodo dei mondiali in russia di dare vita ad una seguitissima trasmissione sulla pagina facebook del libro dal titolo "I Mondiali Addolorati" (e a cui hanno partecipato personaggi famosissimi del mondo dello sport e dello spettacolo) verrà presentata domani, martedì 28 agosto, alle ore 18,30, presso la "Terrazza di Cristallina", un nuovo ma già rinomato salotto letterario a Modugno capitanato dalla attivissima padrona di casa Cristina Scorcia.

A presentare l'opera sarà la giornalista Antonella Paparella, conduttrice insieme a Christian Montanaro del programma di cui abbiamo scritto qualche rigo sopra.

Stefano Benni a Grottaglie per Aperitivo d'Autore


di REDAZIONE - È Stefano Benni l'ospite di Aperitivo d'Autore in programma mercoledì 29 agosto (ore 20) alla masseria Rosario, a Grottaglie. Una imperdibile occasione per incontrare il "Lupo", tra i più popolari e apprezzati scrittori umoristici italiani. Con lui si parlerà della sua poliedrica carriera artistica e verrà presentata l'ultima fatica letteraria, "Prendiluna" (Feltrinelli Editore), che arriva dopo svariati libri amati da milioni di lettori in tutto il mondo: da “Bar Sport” a “Terra!”, da “Comici spaventati guerrieri” a “Baol”, da “Elianto” a “Il bar sotto il mare”, passando per “La grammatica di Dio”, “Saltatempo” e tanti altri. “Prendiluna” è apocalittico e travolgente. L'indomabile immaginario di Stefano Benni, in una lingua ricca di ironia e di invenzioni, capace di unire risate e umorismo alla coscienza dell'orrore contemporaneo. Converserà con lo scrittore l'ideatore di Aperitivo d'Autore, il giornalista Vincenzo Parabita. Invece il reading sarà a cura dell'attore Gaetano Colella.

Per prendere parte all'evento è obbligatorio prenotare chiamando al numero 380.4385348 oppure scrivendo all'indirizzo email aperitivodautore@gmail.com. I partecipanti godranno di un ricercato aperitivo realizzato anche stavolta dal Symposium Cafè e degusteranno gli eccellenti vini di Tenute Motolese. Sono partner dell'iniziativa anche la community Ig Taranto e la libreria AmicoLibro.

Aperitivo d'Autore è il format itinerante di Volta la Carta che, dal 2015, abbina la letteratura contemporanea di qualità alla buona enogastronomia del nostro territorio, il tutto in location ricercate di Taranto e provincia.


L'AUTORE
Stefano Benni nasce a Bologna nel 1947. Giornalista, scrittore e poeta, collabora con numerose testate, tra cui il giornale francese Libération. Ha diretto per Feltrinelli la collana Ossigeno. Ha curato la regia e la sceneggiatura del film "Musica per vecchi animali" (1989), scrive per il teatro e ha allestito e recitato in numerosi spettacoli con musicisti jazz e classici. Tiene da anni seminari sull'immaginazione e reading. Genio della satira e dei neologismi, è autore di numerosi romanzi di successo pubblicati da Feltrinelli e tradotti in più di 30 lingue, tra cui "La compagnia dei celestini" (1992), “Blues in sedici” (1998), "Achille piè veloce" (2003), "Margherita Dolcevita" (2005), "Pane e tempesta" (2009), "Bar sport Duemila" (2010), "Di tutte le ricchezze" (2012), "Cari mostri" (2015), "La bottiglia magica" (2016) e di molti testi teatrali tra cui "Le Beatrici" (2011). A Stefano Benni e al suo mondo letterario è dedicata la Bennilogia, un’enciclopedia online interamente e liberamente costruita dai suoi lettori. Tutti possono partecipare al progetto e incontrare gli altri benniani al “Bar Sport”. Benni è grande amico dello scrittore francese Daniel Pennac. Fu proprio lo scrittore bolognese a convincere la casa editrice Feltrinelli a tradurre i primi libri di Pennac in italiano.


IL LIBRO
Una notte in una casa nel bosco, un gatto fantasma affida a Prendiluna, una vecchia maestra in pensione, una Missione da cui dipendono le sorti dell’umanità. I Diecimici devono essere consegnati a dieci Giusti. È vero o è un’allucinazione? A partire da questo momento non saprete mai dove vi trovate, se in un mondo onirico farsesco e imprevedibile, in un sogno Matrioska o in un Trisogno profetico, se state vivendo nel delirio di un pazzo o nella crudele realtà dei nostri tempi. Incontrerete personaggi magici, comici, crudeli. Dolcino l’Eretico e Michele l’Arcangelo – forse creature celesti, forse soltanto due matti scappati da una clinica, che vogliono punire Dio per il dolore che dà al mondo. Un enigmatico killer-diavolo, misteriosamente legato a Michele. Il dio Chiomadoro e la setta degli Annibaliani, con i loro orribili segreti e il loro disegno di potere. E altri vecchi allievi di Prendiluna: Enrico il Bello, Clotilde la regina del sex shop, Fiordaliso la geniale matematica. E il dolce fantasma di Margherita, amore di Dolcino, uccisa dalla setta di Chiomadoro. E conosceremo Aiace l’odiatore cibernetico e lo scienziato Cervo Lucano che insegna agli insetti come ereditare la terra. Viaggeremo attraverso il triste rettilario del mondo televisivo e la gioia dei bambini che sanno giocare al Pallone Invisibile, periferie desolate e tunnel dove si nascondono i dannati della città. Conosceremo i Diecimici e poi Hamlet il pianista stregone, il commissario Garbuglio che vorrebbe diventare un divo dello schermo, e l’ultracentenaria suor Scolastica, strega malvagia e insonne in preda ai rimorsi. Fino all’Università Maxonia, dove il sogno diventerà una tragica mortale battaglia e ognuno incontrerà il proprio destino. E ci sveglieremo alla fine sulla luna, o in riva al mare, o nella dilaniata realtà del nostro presente.


LA LOCATION
Situata nell'omonima contrada in territorio di Grottaglie, la masseria Rosario fa parte delle Tenute Motolese, insieme alla masseria Angiulli Grande e alla masseria la Cattiva.

Si tratta di una struttura del XVIII secolo, a corte chiusa e costituita da un corpo principale adibito a residenza padronale. All’interno si trova un grande cortile dove si affacciano i locali un tempo utilizzati come scuderie, stalle, abitazioni dei contadini e ovili, oggi adibiti ad agriturismo. Nella corte vi è anche una chiesetta. Attualmente i terreni sono tutti condotti in regime di agricoltura biologica e coltivati a uliveto, sia secolare che intensivo, e vigneti allevati a spalliera di varietà Aleatico doc, Negramaro e Primitivo igt. La masseria è destinata ad agriturismo e masseria didattica ed è servita da un impianto fotovoltaico di ultima generazione installato sul tetto piano di uno dei corpi di fabbrica. Inizialmente vi era una coltura mista di oliveti, mandorleti, vigneti e seminativi anche associati. Fino alla prima metà del 1900 grande importanza ebbe la pratica zootecnica con conseguente produzione e commercializzazione di latte fresco e pastorizzato confezionato in azienda. All'epoca la vaccheria era considerata tra le più grandi del Mezzogiorno. Per tale motivo fu una della masserie più importanti del territorio. Masseria Rosario si trova sulla strada interpoderale alberata di fronte all'ingresso dello stabilimento Alenia, nei pressi dell'aeroporto “M. Arlotta”.


I VINI
Da sempre vocata all’agricoltura e all’amore per la terra, l’Azienda Agricola Motolese ha radici antiche. La storia agricola della famiglia Motolese affonda le sue radici nel XIX secolo: infatti già prima del 1850, e da allora ad oggi per ben otto generazioni, la passione per la coltivazione della vite e dell’olivo è stata alla base del lavoro quotidiano. Oggi l’azienda si compone di oltre 200 ettari di terreno e tre masserie fortificate tutte situate nel cuore della Puglia. Dal 1998 è in corso un processo di rinnovamento sia agronomico che tecnologico, che interessa sia gli oltre 50 ettari di vigneto che le oltre 12mila piante di olivo. Questo sta portando l’azienda a presentarsi sui mercati nazionali e internazionali con prodotti caratterizzati dalla qualità della materia prima, senza dimenticare quelle che sono le caratteristiche tipiche del territorio d’origine. Con il marchio Tenute Motolese vengono commercializzati i vini Primitivo, Negroamaro, Rosato di Negroamaro e Fiano, oltre all’olio extra vergine d’oliva biologico. Ultimamente il Primitivo e il Negroamaro hanno ottenuto importanti riconoscimenti a Bruxelles e in Piemonte.

''Inseguire un fantasma'', il nuovo romanzo del giornalista Natale Cassano



BARI - Inseguire un fantasma è il titolo del nuovo romanzo del giornalista barese Natale Cassano, edito per Eretica Edizioni.

SINOSSI. Come cambierebbe la tua vita se tutto d’un tratto quello che sapevi del tuo passato si rivelasse un’enorme bugia? Giovanni Corsetti, cinico pubblicitario di successo trasferitosi a Milano fin dall’università, lo scopre dopo la morte dell’anziano padre Andrea. Per partecipare ai suoi funerali Giovanni torna a Bari, la città dove è cresciuto, e scopre che il parente gli ha lasciato in eredità una ricca collezione di quadri. Grazie a quell’eredità Giovanni e la sorella gemella Clara scopriranno una nuova verità riguardo alla loro madre tedesca, Linda, di cui non avevano più avuto notizie in seguito al suo ritorno in Germania per disintossicarsi dalla dipendenza di eroina.


Una storia che si rivela falsa, visto che la sua fuga è invece legato a quelle tele. Per scoprire la verità sul suo passato e su quell’eredità Giovanni viaggerà per l’Europa insieme alla sorella gemella Clara, da Milano a Londra. E ad attenderlo alla fine del viaggio ci sarà una sorpresa che mai avrebbe immaginato di trovare. Una girandola di colpi di scena per un romanzo noir dal ritmo serrato, capace di rivelare nuove verità ad ogni pagina. Una storia sviluppata tra due epoche molto diverse, che abbraccia la storia del Gruppo Gehlen, un gruppo di controspionaggio nato durante la Seconda Guerra Mondiale su impulso del disertore tedesco Reinhard Gehlen. Il generale, a capo dell'intelligence militare tedesca che operava sul fronte russo, scelse infatti di allearsi con gli americani ed effettuare operazioni di spionaggio antisovietico nel bel mezzo della Guerra Fredda. Un commando di sovversivi, che vide tra le sue fila anche diversi ex partigiani italiani; un importante tassello di quel passato che Giovanni sta ostinatamente cercando di portare alla luce e che lo porterà a mettere in pericolo la vita di tutte le persone a cui vuole bene.


“Quando ho iniziato a scrivere questa storia – spiega l’autore, Natale Cassano - ho subito cercato di indagare un aspetto importante: quanto può influenzare la nostra crescita l’assenza di un genitore? Ѐ stato bello scoprire che le risposte a questa domanda sono tante. Diversi comportamenti che già vediamo nei due protagonisti del thriller: Giovanni, cresciuto cinico e avverso ai rapporti personali, e Clara, che quel dolore lo ha abbracciato e ne ha fatto uno scudo per la crescita”.

Natale Cassano è nato a Bari nel 1989. Giornalista professionista dal 2015. Negli anni ha collaborato con diverse testate, tra cui i tg dell’emittente televisiva Mediaset. Attualmente collabora con il quotidiano La Repubblica - Bari e con il sito d’informazione BariToday. Inseguire un fantasma è il suo secondo romanzo pubblicato dopo l’esordio letterario con La storia che non ti ho raccontato (2017). 

Quel superstizioso di Hitler


di FRANCESCO GRECO - Ogni potere, specie se autoritario o pseudo-democratico, sin dall’antichità, ha sempre cercato legittimazione ai suoi stessi occhi e pensato di dominare la volontà popolare, anche attraverso suggestioni, superstizioni, pratiche occulte, alchimie e tutto quell’apparato al confine fra ragione e irrazionalità.
E’ una sovrastruttura sempre presente nella Storia, che a volte funziona, a volte meno, dipende da infinite variabili. Le classi alte, l’aristocrazia, i sovrani, vi ricorrevano sia per convinzioni personale, sia per ragion di Stato: tenere il popolo nella sudditanza.

Magari sopravvive ancora oggi, al tempo 2.0: ha solo cambiato forma, è più sottile, avendo i popoli qualche strumento culturale, sebbene omologato. A questo tramestio con l’occulto, magari taroccato, non sono sfuggiti i regimi che hanno insanguinato il Novecento. Di Hitler e Mussolini sappiamo, di altri meno: Stalin, Ceaucescu, Henver Hoxia, Fidel Castro, ecc. Hitler cercò sostegno al suo delirio etnico la mitologia nordica (elfi, troll, ecc.). Mussolini aveva più materiale: le icone dell’Impero Romano, ma sconfinò nel grottesco quando credendosi Cesare, finì nel grottesco con i famosi soldati con l’orologio al polso. 

Avviso ai tiranni (anche quelli “democratici”) di domani: rammentate Thomas Mann: “In ogni attitudine spirituale c’è un’attitudine politica latente”. In parole povere: se vi mettete ad armeggiare con l’occulto e il mito, lo fate a vostro rischio e pericolo, poiché finirete anche voi nel ridicolo e i fratelli Guzzanti vi copriranno di satira.
   “Satana e la svastica” (il nazismo e l’occulto), di Francis King, Edizioni L’Età dell’Acquario, Torino 2015, pp. 358, euro 24.50 (collana Uomini Storia e Misteri, bella traduzione di Diana Mengo), è un excursus ben esposto (divulgativo) e ovviamente documentato sul background del nazismo in rapporto all’occulto. Che poi abbia avuto un ruolo così decisivo e non sociologico è da vedere, ma risulta ostico credere che Hitler decideva annessioni e invasioni consultando i maghi. O dovevano essere spie russe o ciarlatani quelle che gli consigliarono la tragedia dell’invasione dell’URSS. 

Circondato da siffatti ciarlatani (da Madame Blavatsky a Horbinger), che facevano strame della cultura accademica partendo dalle terza glaciazione e demolendola senza tante remore, ma che scambiava per oracoli, Hitler non poteva che finire male, trascinando nell’immane tragedia l’Europa e il mondo. Chissà se l’astrologo glielo aveva detto che sarebbe finito suicida nel bunker.
   Inglese, studioso di occultismo, astrologia, tecniche divinatorie e magia sessuale, Francis King (1939-1994) ci fa entrare nei chiaroscuri del nazismo e ci mette in guardia dalle suggestioni e le superstizioni.
 
Se ovunque sorgono nostalgici del nazismo, se populisti e sovranisti si sovrappongono di striscio alle sue deliranti teorie, è segno che la lezione non è servita. Così altre tragedie si annunciano all’orizzonte. Peggio per noi…







La Roma del Superbo? Uguale a quella della Raggi

di FRANCESCO GRECO - Oggi che la narrativa ha una modulazione mordi e fuggi, o usa e getta, il romanzo storico non ha molto officianti. O almeno non quando si intende dargli una forma ben strutturata e possente, che ti immerge in un mondo facendolo rivivere in ogni suo anfratto.
E si capisce perchè: occorre lavoro, una documentazione lunga, laboriosa, verifiche da certosini: frugare attentamente negli interstizi del passato, il suo background, i chiaroscuri, la  complessità, le psicologie sottintese dei personaggi.
 
Un lavoro improbo, cui probabilmente si sottoposero anche Omero e Sheherazade al momento di attingere all'affabulazione popolare per darla agli ingrati posteri. 

Per cui, salutiamo con riconoscenza “Il segreto di Bruto”, di Raffaele Alliegro, Edizioni Spartaco, Santa Maria Capua Vetere 2018, pp. 240, euro 14 (collana “Dissensi”).
 
A prima vista, si evince la sua provenienza giornalistica (caporedattore al “Messaggero”): stile asciutto, veloce, efficace, hemingwaiano. Aggettivazione quanto basta, ritmo sincopato, pennellate efficaci, padronanza del plot.
 
Ne esce un affresco formidabile, dall'architettura potente sulla Roma dei re che durò circa due secoli e mezzo (siamo al tempo di Tarquinio il Superbo, il tiranno), che svela la complessità della nascita dell'Urbe, i popoli che vivevano intorno, i Greci stanziali a sud dell'Urbe: due mondi e culture fatalmente destinati a incontrarsi, contaminarsi, intrecciarsi, arricchirsi.

Sullo sfondo, a far da background storico, quell' “Ab Urbe condita” lasciatoci da Tito Livio, storico vero lontano da pregiudizi militanze, e che della complessa transizione fra monarchia e repubblica (oligarchie) fu attento osservatore, registrando ogni evento, pubblico e privato, intrecciandolo con  la sapienza e l'oggettività dello storico serio che fa parlare i fatti senza partigianerie.
 
Il mondo classico (Roma, come  già detto, a sud ha le colonie greche che parlano tramite una vecchia Pizia e i suoi libri sibillini dove c'è scritto il mondo che verrà) era ben più sfaccettato della modernità che attraversiamo insonni, banale e anche volgare.

Le psicologie dei romani sono più sfumate, le spinte emotive più forti, le pulsioni e il senso della mission incarnate nel dna.
 
Allo snodo fra due concezioni della Storia e della vita visionarie, dense di escatologia (lo schiavo si emancipa salvando la patria dal ritorno di Tarquinio), i suoi primi vagiti e le interfacce sociali, politiche, etiche, il romanzo corre su due livelli: il format narrativo suggerisce la dimensione antropologica, sociologica, estetica, la stratificazione delle classi sociali, le dinamiche interne, la sovrastruttura mentale di ogni popolo, le superstizioni, la mitologia, la spiritualità, le radici, l'appartenenza, il culto degli avi (i lari) e i loro moniti morali: un magma barocco e fascinoso che incuba la mission di Roma, che cerca di assorbire le piccole etnie intorno, i loro travicelli, ma già guarda al mondo che verrà, da conquistare, al protagonismo finchè non verrà un altro re: il papa.
 
Un mondo svelato da Alliegro attraverso gli intrighi del potere, i complotti, il sangue che scorre anche tra le famiglie bene, gli eroi e gli uomini di ogni giorno, alla base della piramide sociale, e poi quel Bruto che si finge uno sciocco per sopravvivere e perseguire il suo sogno, un desiderio che cambierà filologia con l'incalzare turbinoso degli eventi.

E poi il continuo confronto fra le donne etrusche, protagoniste liberate, e quelle romane, chiuse in casa, virtuose (Lucrezia moglie di Collatino ne incarna l'archetipo). 
 
L'ibridazione dei livelli narrativi che scansionano la vita dell'Urbe e dei suoi popoli al tempo del settimo re di Roma, etnie, gruppi sociali, idee del potere, visioni si fondono, si separano, tornano a contaminarsi, in un magico gioco di specchi e di echi e risonanze proposto da continue incursioni e rimandi, carsicità insospettate che conquistano il lettore.
 
Ci sono perfino vaghe tracce di Atlantide, il continente sommerso di cui parlò Platone, da cui è arrivata Larenzia, un personaggio sintesi, melting-pot diremmo oggi, ben dentro i giochi di potere nell'Urbe.
 
Con un salto temporale inatteso, di cinque secoli, infine, irrompomo le Idi di marzo del 44: un Cesare tormentato, che vuol farsi re e non sa a chi lasciare l'eredità, che si reca in Senato nonostante i presagi (“i sogni degli indovini fanno paura soltanto alle donne”), o forse proprio per quelli, ma un capo non può avere paura, come i politici di oggi che, contestati, scappano dal sottoscala, affronta i pugnali dei congiurati, incluso quello del figliastro Bruto, discendente di quello che si finse sciocco per abbattere la monarchia...   
 
Fra tanta spazzatura bombardata dai media, costruita dagli uffici-stampa e dai feticismi, questo romanzo storico riconcialia col bello scrivere e contiene il senso di un mondo che dal passato influenza anche il nostro.

A riprova che l'apologo del potere e dell'uomo è sempre uguale a se stesso, immortale, e infatti in alcuni passaggi leggiamo l'Italia di oggi, le sue oligarchie, le satrapie, i populismi, la propaganda, la sete di potere, i patrizi e la plebe avida (che saccheggia la dimora e i beni di Tarquinio l'etrusco), le suppliche, la vanità, il denaro, perfino la grande scrofa: un mondo che si presenta come nuovo, ma che talvota si rivela già vecchio, perché elitario, incapace di raffigurare un blocco sociale dove ognuno dia secondo le sue possibilità e abbia a seconda dei suoi bisogni.     
 
Un romanzo storico essenziale per capire la Storia, l'uomo, la donna, l'eterna lotta per il potere e chi lo cerca con ogni mezzo e fine: ieri, oggi, sempre. Uno di quei libri che resterà.      

Libri: quelle 'essenze floreali' che curano il corpo e lo spirito

di FRANCESCO GRECO - Si calcola che ci sono ancora circa ventimila piante da censire, senza nome. Di cui, ovviamente, si ignorano le proprietà curative. Anticamente le medicine erano ricavate solo dalle piante (accade ancora in Cina). E anche noi abbiamo avuto, e in minima parte ci sono ancora, ordini di monaci che si dedicano alla preparazione di farmaci a base di erbe. E’ bello pensare che fra quelle piante ignote ci sia anche quella che ha il potere se non di darci la felicità, quanto meno di curare orribili patologie. Nel frattempo possiamo ingannare il tempo e coltivare la speranza sfogliando “Fiori salentini” (Essenze floreali), di Rosanna Toraldo, Edizioni Città Futura, Lecce 2015, pp. 84, euro 12 (a cura dell’Accademia “Le Cinque Sinergie” di Lecce).

Premesso che il Salento e la Puglia sono dei paradisi ricchissimi di flora (e la pubblicazione propone un apparato fotografico di rilievo), il libro si può dividere in due parti: nella prima la Toraldo – scoperta la sua tiroidite di Hashimoto e dei noduli, da cui poi guarirà - ci presenta lacerti di vita vissuta estrapolati dalla sua biografia (“Un giorno che non riuscivo a raccapezzarmi e soprattutto a staccare la mente allopatica sulla fisiologia dell’organo malato, secondo i medici, lessi una frase: Dimmi dove ti fa male e ti dirò perché”) in cui riflette – come si fa nelle filosofie orientali (“Tre cose non possono essere nascoste a lungo: il Sole, la Luna e la Verità”, Buddha) - sulle radici delle malattie, le cause di tanti disagi, del corpo e dello spirito. Cosa che la medicina ufficiale non fa, preferendo andare ex abrupto sulla farmacologia (un business planetario) che molto spesso ha effetti collaterali, o include quello suggestivo, detto placebo. E’ la medicina da ambulatorio, da catena di montaggio alla “Tempi moderni” di Chaplin, da cui non si sa, o non si vuole, uscire: troppi interessi. 

E, nella seconda, la scoperta della floriterapia e dei testi che la teorizzano: in primis E. Bach (“Le costellazioni famigliari”), poi Hellinger (“Psico Magia”) e persino il cineasta cileno Alexander Jodorowski (anche le Ande sono piene di piante e fiori). Nella seconda parte ci sono le schede dei fiori intorno a noi e le riflessioni sulle loro essenze, la loro storia, le emozioni che suscitano. Dal cappero (“Calma gli eccessi di rabbia, gelosia, o anche gioia ed euforia…”), all’euforbia a cui Plinio diede il nome e che “Lavora sul chakra del cuore, portandolo a spostare l’attenzione da pensieri oscuri e fissi verso l’Amore…” . Incluso il mandorlo che “lavora sull’autocontrollo, sulla dipendenza di cibo…”. Un libro utile, da tenere a portata di mano, casomai incontrassimo una pianta, o un fiore nuovo e ci provocasse un benessere psico-fisico sconosciuto, un brainstorming indescrivibile…

I dialetti? Un patrimonio da salvare

di VITTORIO POLITO - I dialetti, com’è noto, rappresentano gli idiomi di determinate comunità, caratterizzati dall’uso in ristretti ambiti geografici, diffusi lungo l’arco della penisola e rappresentano un inestimabile patrimonio linguistico da salvaguardare e diffondere per conservarli nell’ambito delle realtà regionali, senza dimenticare che essi fanno parte della storia e delle tradizioni.

La differenza fra l’italiano e i tanti dialetti? Secondo gli esperti, nessuna. Dal punto di vista linguistico, i dialetti hanno le loro regole e le loro parole, proprio come la lingua, la differenza sta nella storia. L’italiano stesso era un dialetto, un dialetto toscano che “ha fatto carriera”, diffondendosi attraverso la letteratura.

In una trasmissione TV di qualche tempo fa, alcuni esperti affermavano che il dialetto di Dante, il fiorentino, ha avuto più successo di quello di Petrarca e Boccaccio, diventando dapprima la lingua degli scrittori e poi quella degli italiani. In sostanza gli esperti asserivano che “i dialetti non possono sostituire l’italiano, che è la lingua nazionale, ma non sono lingue da buttar via: sono una ricchezza in più. Molte parole dei dialetti oggi sono diventate italiane a tutti gli effetti. ‘Panettone’ e ‘risotto’ vengono dal milanese, ‘grissino’ viene dal piemontese, ‘mozzarella’ dal napoletano,‘vestaglia’, ‘gondola’, e perfino ‘ciao’ vengono dal dialetto di Venezia. Eppure, oggi, chi direbbe mai che queste parole non sono italiane?”

«Nel corso dell’800 fu invece Manzoni a proporre la diffusione del fiorentino colto per cercare di raggiungere l’unità linguistica nella Penisola: i suoi ‘Promessi Sposi’ sono il frutto di una lunga elaborazione, durata oltre vent’anni e fatta di correzioni e ripensamenti, soprattutto linguistici. Dopo l’Unità d’Italia fu l’opera di alfabetizzazione a diffondere l’italiano standard da Nord a Sud, ma ancora nella prima metà del secolo scorso, durante un ipotetico incontro, un contadino del sud e un operaio del nord si sarebbero difficilmente capiti. Nella seconda metà del secolo invece fu essenziale l’opera svolta dai mezzi di comunicazione: la cosiddetta ‘paleotelevisione’, termine coniato dallo scrittore Pierpaolo Pasolini per distinguere la fase statale dell’emissione televisiva italiana dalla successiva fase commerciale, fu fondamentale nella diffusione di una lingua unitaria per tutta la penisola. I suoi programmi, dagli intenti volutamente educativi, riuscirono a diffondere un senso di “italianità” tanto a Nord quanto a Sud; grazie a loro la lingua ufficiale assorbì gli influssi di alcuni fra i dialetti più diffusi, fra cui il napoletano di Totò e il romanesco di Sordi» (Alice Martinelli).

Per Carla Marcato, docente di Linguistica Italiana, “L’Italia è un paese di eccezionale varietà linguistica, cui contribuiscono l’italiano standard (con le sue diverse colorazioni regionali), i dialetti e le minoranze linguistiche”.

E oggi come stanno le cose? Secondo Luca Serianni (già docente di “Storia della lingua italiana” alla “’Sapienza’ di Roma), e Lucilla Pizzoli (docente di “Linguistica Italiana” all’Università per gli studi internazionali di Roma - UNINT), in una recente pubblicazione (Storia illustrata della lingua italiana – Carocci Editore), affermano che “I dialetti restringono a poco a poco il loro ambito d’uso, arrivando sul finire del secolo a trovarsi in posizione marginale nella comunicazione. Eppure, è proprio il pieno predominio dell’italiano da parte della stragrande maggioranza della popolazione a rendere possibile il rilancio di un nuovo uso del dialetto, visto ora non più come il registro inevitabile di chi non sa usare l’italiano, ma come quello di chi, ormai pienamente italianizzato, lo usa consapevolmente per dare espressività e autenticità al proprio discorso”.

Merita anche un cenno il dialetto barese con le importanti testimonianze presenti in specifiche pubblicazioni (poesia, poemi, racconti storici, teatro, commedie, ecc.), di Francesco Saverio Abbrescia, Gaetano Savelli, Giuseppe De Benedictis, Vitantonio Di Cagno, Alfredo Giovine, Gaetano Granieri, Giovanni Panza, Vito De Fano, Giuseppe Capriati, Vito Barracano, Vito Maurogiovanni, Domenico Triggiani, Onofrio Gonnella, Agnese Palummo, Lorenzo Gentile, Arturo Santoro, Vito Carofiglio, Marcello Catinella, ed ancora più recentemente, Felice Alloggio, Luigi Canonico, Enzo Migliardi, Pino Gioia, Emanuele Battista, Peppino Zaccaro e tantissimi altri. Solo per citarne qualcuno, dal momento che l’elenco sarebbe troppo lungo.

Secondo Pasquale Sorrenti (1927-2003), poeta, scrittore, giornalista, autodidatta, è stato anche titolare a Bari di una libreria dal 1947 al 1993, “Il dialetto è un linguaggio vivo, sentito, e quello che più spesso tiene a mantenersi puro”.

Secondo chi scrive, il dialetto, lingua sorella dell’italiano, rappresenta un patrimonio, non solo come strumento di comunicazione, di cultura e di esaltazione della parola, ma anche di tradizioni, usi, costumi, poesia, cucina, proverbi e soprannomi e quindi da insegnare ai giovani. Il dialetto è anche una forma di linguaggio verbale più immediata e nello stesso tempo più sofisticata, in quanto riesce ad imprimere quel tanto di drammatizzazione al nostro parlare, funzionando l’espressione dialettale come efficace rafforzamento del nostro eloquio. Infine, è un mezzo linguistico ricco di importanti contenuti storici, etici ed identitari di chi ci ha preceduti, e quindi di noi stessi, per cui si rende necessario salvaguardarlo, parlarlo e diffonderlo ai posteri.

E, per rimanere in tema, mi piace riportare una poesia del grande poeta e scrittore dialettale Giovanni Panza (1916-1994), barese doc, laureato in Giurisprudenza, fondò e diresse nel 1948 il settimanale satirico-sportivo “L’Arciere”. “La checine de nononne – U mangià de li barise d’aiire e de iosce” (Schena, 1982), rappresenta il suo best seller ed è tuttora disponibile nelle librerie.


U Dialette
di Giovanni Panza

L’amore per il linguaggio avito con il quale si possono esprimere anche i più riposti sentimenti

Percè scrìveche ’ndialette?
Pe prisce e pe dilette;
acquanne tenghe da chendà
ccose viicchie da recherdà

jind’o core tanne senghe
tutte le ccose ca tenghe:
recuerde a mè chiù ccare,
bedde cose, patem’amare;

la passata giovendùte
le speranze ca ssò perdute,
l’amore granne pe le figghie,
la malingonì ca me pigghie

acquanne penze ca non ghiù
che mè stonne; ca nù e dù
remanute sime a nvecchià
p’aspettà de scirne ddà.

Quanne le penziiere brutte
e la mende mènene tutte e
me vòlene assagrà*
e me fàscene male assà

sop’a la carte me mètteche
e tanne me permètteche
de chendarte le fessarì
come u sàcceche fa ji.
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* Assalire
Da “Cazzavune” di G. Panza, Schena Editore, Fasano (Br) 1984, 2a Edizione, p. 147.

Austerity o spesa? This is the question

di FRANCESCO GRECO - Austerity o spesa pubblica no limit, magari di matrice elettorale? Rigore dei conti o investimenti nelle infrastrutture (sempre quelle: Ponte sullo Stretto, Tav, ecc., e poi non chiudono manco le buche di Roma) di denaro virtuale (o derivato da tagli lineari), nella speranza, magari un po' ingenua, di una ricaduta virtuosa sul sistema, al centro e in periferia, classe media e nuovi poveri (“i perdenti”)? This is the question, direbbe il bardo.
 
Due scuole di pensiero pregne di chiaroscuri, entrambe relativizzate dalla globalizzazione, dalla lettura che se ne dà, e dal liberismo selvaggio, facce perverse del sovranismo e del populismo, che si reggono su propaganda e fake-news.
 
La giovane economista Veronica De Romanis riflette su questi concetti semanticamente affollati e riccamente innervati in “L'austerity fa crescere” (Quando il rigore è la soluzione), Marsilio Editore, Venezia 2017, pp. 158, euro 16,00, (collana “Nodi”, realizzazione editoriale Valeria Bovè).
 
Non è un partito preso, come direbbe Totò, a prescindere. Dividendo l'austerity in buona e cattiva, a seconda degli esiti, l'economista (insegna Politica Economica Europea alla Stanford University di Firenze e alla LUISS Guido Carli a Roma) ci conduce nei retroscena delle crisi economiche/politiche degli ultimi anni, spiegandone le dinamiche interne, citando fonti, portando dati, estrapolando link: la Grecia di Tsipras, la Spagna di Rajoy, la Brexit al tempo di Cameron, il Portogallo, la Francia (e la sindrome degli idraulici polacchi), ecc.
 
Se la politica ha anche una componente di suggestione, o psicologica, spesso prevalente, l'economista dimostra dei differenti riflessi a seconda dei popoli e dei momenti storici. Se ben l'85% del welfare italico va ai vecchi, se gli 80 euro di Renzi (2014) non hanno incrementato i consumi, se la classe media si è estinta, se i figli oggi hanno meno chance dei padri, ai giovani non resta che emigrare col master e il trolley. Per non tornare più.

Anche così i populismi fanno il pieno elettorale senza un'idea, una visione, un barlume.
 
Ma dove la De Romanis è davvero superba, e anche convincente, è nell'analisi delle forze “antisistema”, la nascita e l'affermazione dei movimenti populisti di destra (Austria e Polonia), sinistra (Grecia, Spagna) o neutri (posto che ne esistano e quello del M5S non sia piuttosto un espediente culturale, levantino, opera di un algoritmo per drenare consenso dappertutto, com'è avvenuto il 4 marzo 2018).
 
L'aggettivo “resistibile” che mette accanto al termine “ascesa” (riferito sempre ai populismi), scalda il cuore di chi, ovunque nel mondo, vive questa fase come una cappa di piombo nel cielo sopra la sua testa, come se gli mancasse l'aria: dagli USA sovranisti al Belpaese cromaticamente originale in gialloverde, Lega al Nord, Grillo al Sud, come se ci fosse stata una scissione “dolce”.

I francesi invece sono stati scaltri: per arginare la deriva populista hanno messo su con Macron una sorta di unità nazionale.
 
Offrire “soluzioni semplici a problemi complessi” è il tratto distintivo dei populismi. Votati dai “perdenti della globalizzazione”, per “contrastare gli svantaggi derivanti dalle maggiori aperture della economie”, che si vorrebbe contrastare con la chiusura. Ma chiudersi, dice la De Romanis, “non può essere considerata una strada praticabile, perchè i mercati sono oramai troppo integrati e interconnessi...”. E cita Bill Gates, per cui la globalizzazione “offre più opportunità che svantaggi”.
 
Saranno i mercati (come fu per Berlusconi nel 2011) a riportare in campo le forze politiche tradizionali, sconfiggendo gli aberranti algoritmi, formattando piattaforme e app che ci imprigionano  come i lillipuziani con Gullliver?

Libri: a Porto Cesareo presentato 'Violetta dal mare' di Raffaele Colelli

PORTO CESAREO (LE) - Il Comune di Porto Cesareo, in collaborazione con la Biblioteca Comunale "A. Rizzello", l'Associazione Culturale Liber e il Gal Terra D'Arneo, presenta il progetto "Libri in festa tour", Festival Nazionale del Libro e della Lettura.

Un interessante progetto culturale caratterizzato da presentazioni di libri alla presenza degli autori ed arricchito da esibizioni teatrali, musicali e poetiche

Il 18 Agosto alle 21:30, a cura della Biblioteca Comunale, sarà la volta della presentazione del nuovo libro dell'autore Raffaele Colelli, cittadino di Porto Cesareo e ormai alla sua terza opera letteraria.

Il libro dal titolo “Violetta dal Mare” racconta la storia difficile e piena di insidie di una ragazza colpita da vicende esistenziali che partono dal mare, se ne allontanano ma che poi un giorno ritornano per rinsaldare il rapporto con le proprie origini.

Si ritrovano nomi, vicende, luoghi riconducibili ad una Porto Cesareo degli anni ’50, con personaggi narrati ed in parte realmente esistiti nel piccolo borgo marinaro.

Dialogherà con l'autore la Dott.ssa Chiara Lorenzoni, autrice di numerosi racconti e filastrocche per bambini pubblicati con diverse case editrici italiane.

La serata sarà allietata dalle letture a cura di Arianna Greco, Artista nata a Porto Cesareo ma di fama internazionale conosciuta per la sua Arte Enoica ovvero l’arte di dipingere utilizzando il vino al posto dei tradizionali colori. Fra i tanti successi internazionali ospite del Golden Tour a Mosca e a San Pietroburgo, la Performance in Brasile dove ha rappresentato l'Italia ad Encontro de Vinhos,la Fiera mondiale dei vini, quelle ad Hong Kong , Miami Beach ed il conferimento del 34th EUROPEAN AWARD FOR THE TOURISM in Croazia, solo per citarne alcuni.

'Selvaggi' prigionieri della metropoli

di FRANCESCO GRECO - Anche il mito del “buon selvaggio” è ciclico. Anzi, più procediamo sulla strada del presunto progresso, illusi dal telecomando e dai social di contare men che uno, e di non essere invece consumatori di emozioni seriali e cibo spazzatura, e più cresce lo straniamento e lo sradicamento dal reale e il rimpianto per il paradiso perduto.
 
E il richiamo a una forma di panteismo si fa forte e quasi irresistibile. Chiusi nelle gabbie metropolitane, più siamo confusi e smarriti nella modernità che, direbbe Emile A. Cioran, ci è toccata in sorte, più cerchiamo il piatto della nonna e siamo attratti dal bosco e dai fondali marini.
 
Tentati dal darci alla vita selvaggia, teorizzata da Rousseau (ma già era l’idea di Virgilio secoli prima), tentati dalla fuga dalla civiltà di cui fu capace Paul Gaugain trovando la pace dei sensi e l’ispirazione per la sua opera. Che poi la mattina mitizziamo la natura (perché non la conosciamo) e la sera buttiamo monnezza all’angolo della via fa parte delle contraddizioni del nostro tempo.
 
In questo filone diremmo della nostalgia per le radici, per l’Eden perduto, si inserisce “Selvaggi” (Il rewilding della terra, del mare e della vita umana) di George Monbiot (1963), Piano B Edizioni, pp. 304, euro 17,90 (fuori collana).
 
Britannico, già giornalista della BBC e oggi collaboratore del “Guardian”), Monbiot descrive in punta di penna infiniti scenari “vissuti” a ogni angolo del mondo con una delicatezza a tratti commuovente.

Dalle coste del Galles  alle Highlands scozzesi, nelle cupe foreste dell’Europa dell’Est europeo, ci descrive il possibile rewilding, e ci spiega che tornando a respirare all’unisono con la natura, forse potremmo salvarci. La sua narrazione, immediata, emozionante, acuisce il rimpianto per il modello di sviluppo di rapina, devastante, predatorio che ci siamo dati e di cui paghiamo le conseguenze.
 
Ma, ci dice Monbiot, non siamo giunti ancora a un punto di non ritorno, se solo prendessimo coscienza del baratro, potremmo arrestarci sul ciglio. Magari fosse vero…       

La storia illustrata della lingua italiana

di VITTORIO POLITO - Una recente sentenza della Corte Costituzionale (n. 42/2017), ha affermato che “le legittime finalità dell’internazionalizzazione non possono ridurre la lingua italiana, all’interno dell’università italiana, a una posizione marginale e subordinata, obliterando quella funzione, che le è propria di vettore della storia e dell’identità della comunità nazionale, nonché il suo essere, di per sé, patrimonio culturale da preservare e valorizzare”. In realtà la lingua italiana ha una storia lunga molti secoli, milioni sono le persone che la utilizzano nei pensieri e nelle parole, sia nelle professioni che nella vita comune.

Meritevole quindi l’iniziativa di Luca Serianni (già docente alla “’Sapienza’ di Roma), e Lucilla Pizzoli (docente all’Università per gli studi internazionali di Roma - UNINT), che hanno recentemente pubblicato per Carocci Editore, l’interessante volume “Storia illustrata della lingua italiana”, un testo utilissimo non solo per gli “addetti ai lavori”, ma per tutti, scritto con semplicità e illustratissimo.

Il testo accompagna il lettore, soprattutto non ‘specialista’, in un viaggio che rende visibili, attraverso un ricco corredo di immagini, le mille voci ed i mille volti di coloro che nel corso del tempo hanno plasmato e poi reso vitale e creativa una delle lingue di cultura più apprezzate nel mondo, destando il suo interesse per la lingua italiana ben oltre la curiosità superficiale e la rivendicazione di appartenenza. In sostanza serve per apprezzare di più chi ha saputo magistralmente modellare in precedenza l’italiano.

La rinnovata attenzione per la visibilità della lingua si inserisce in una più ampia riflessione sulla possibilità di rappresentare, anche in forma museale, beni considerati immateriali. Dopo che, nel 2003, l’ UNESCO ha inserito la lingua tra i segni della cultura nazionale dei paesi (nella Convenzione internazionale per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale), sono sorti numerosi musei dedicati a lingue nazionali in paesi lontani tra loro per storia e tradizioni (anche per lingue molto meno diffuse dell’italiano: oltre all’afrikaans, al quale è stato dedicato un museo nel 1975, anche danese, occitano e lituano) e ancora molti progetti sono in corso di realizzazione per descrivere il patrimonio delle lingue: l’attenzione al plurilinguismo, alla biodiversità linguistica, va di pari passo con la consapevolezza che la tutela dei diritti linguistici rientri tra i mezzi efficaci a garantire la pacifica convivenza tra i popoli.

Gli autori hanno trattato moltissimi argomenti con molta semplicità e comprensibili per tutti: partendo dalla nascita della lingua italiana, alla lingua parlata, che è stata sempre molto diversa da quella scritta, all’influenza e al contributo delle lingue straniere all’italiano e, infine, alla lingua italiana nel mondo, e lo hanno fatto arricchendo i temi citati in numerosi altri argomenti, tra i quali non hanno tralasciato il dialetto nell’Italia di oggi,

Scrivono gli autori che “I dialetti restringono a poco a poco il loro ambito d’uso, arrivando sul finire del secolo a trovarsi in posizione marginale nella comunicazione. Eppure, è proprio il pieno predominio dell’italiano da parte della stragrande maggioranza della popolazione a rendere possibile il rilancio di un nuovo uso del dialetto, visto ora non più come il registro inevitabile di chi non sa usare l’italiano, ma come quello di chi, ormai pienamente italianizzato, lo usa consapevolmente per dare espressività e autenticità al proprio discorso”. Vi pare poco?

In ogni caso gli autori hanno scritto un testo, in parte tecnico, alla portata del comune di tutti, arricchendolo con moltissimi argomenti e immagini che rendono fruibile a tutti la comprensibilità. Da non perdere.