Ad Section

Visualizzazione post con etichetta Libri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Libri. Mostra tutti i post

“Il corpo e l’anima” della Venere di Milo

“Il corpo e l’anima” della Venere di Milo

di FRANCESCO GRECO - “Ho vissuto tanto / ho visto tanto…” (Inno alla vita). Delicata, intimista, sensuale, attraversata dal fuoco della passione per la vita, declinata in tutte le sue infinite modulazioni (inclusa quella filosofica, “Io sono, tu sei / il principio e la fine”).

E’ solo una delle password per entrare pudicamente nell’universo poetico di Sandra Milo alla sua prima prova con un genere, la poesia, il più difficile da affrontare, non fosse altro perché occorre, indirettamente, confrontarsi con il passato, dai lirici greci alle tante avanguardie. “Il corpo e l’anima” (Le mie poesie), Morellini Editore, Milano 2019, pp. 104, euro 9.90, con le chine preziose di Sara Rambaldi, è una silloge che incuriosisce, spiazza, sorprende, emoziona.

“Ti porto con me / nei miei pensieri / nel mio cuore / sulle spiagge assolate…” (Il respiro dell’Universo). “Musa” di Fellini, multitasking, come vuole la “religione” del nostro tempo: star del cinema con la “c” maiuscola, d’autore (da Pietrangeli a Rossellini e Dino Risi), del teatro e della tv intelligente (il contrario di quella spazzatura), Salvatrice Elena Greco è nata a Tunisi e ha vissuto in Toscana.

E dalle due terre ha preso tutta l’energia e la solarità, la forza e la dolcezza. Che racchiude nei suoi versi. Chi ama la donna e l’artista coraggiosa, che da tutta la vita affronta le sue sfide e si mette in discussione, in questi versi troverà conferma dell’ulteriore dimensione di una Sandra Milo originale, unica nel suo modo di vivere la vita, senza finzioni né alibi, con lo sguardo fermo.

“Pedala, pedala / buffa come un airone / creatrice di incanti…”. Ancora per altri lustri, Salvatrice, continua a pedalare nel vento, lieve come nei sogni di Fellini e a regalarci i tuoi stupori, gli incanti della bambina (il “fanciullino” pascoliano) che è in te, a volare nel cielo come il candido albatros di Baudelaire.

Libri: la poesia dialettale di Fasano

Libri: la poesia dialettale di Fasano

di VITTORIO POLITO - Nell’epoca della globalizzazione ove le comunicazioni avvengono attraverso canali elettronici che, da una parte sono il frutto di un progresso inevitabile ma dall’altra ci tolgono il piacere di comunicare guardandoci negli occhi, parlare del dialetto può sembrare anacronistico. Non è così: il dialetto fa parte del bagaglio culturale che ognuno di noi porta sulle spalle ed è l’inevitabile segno che ci fa dire che apparteniamo ad un certo luogo, ad un certo tempo e che ci identifica e ci colloca nel posto preciso della nostra storia personale. Insomma è il nostro DNA dell’appartenenza ad una città o ad una regione.

Il dialetto, patrimonio di cultura e saggezza, rappresenta la somma dei valori umani e spirituali delle diverse località che si trasmettono in special modo attraverso il linguaggio e caratterizzano l’identità di una nazione.

Così, la poesia dialettale, che rappresenta l’espressione immediata dei nostri sentimenti, va risvegliando sempre più l’interesse da parte dei cultori, degli studiosi e di tutti coloro che se ne servono per deliziarsi o per esprimere le proprie sensazioni. Si parla da anni dell’agonia dei dialetti, ma, andando in fondo, ci si rende conto che non sono pochi coloro che in famiglia e tra amici parlano in dialetto. Non è forse con le parole del dialetto che si esprime la vera genuinità, la spontaneità, la naturalezza della vita concreta, l’autentico soffrire e sentire di un popolo?

Apollonia Angiulli, docente e poetessa dialettale di Fasano (BR) ha pubblicato recentemente il volume “Eredëtà de paraule - Versi in rima per chi verrà” (Faso Editrice).

Negli ultimi decenni, molte sono state le pubblicazioni finalizzate a promuovere il patrimonio linguistico dialettale fasanese per tramandarlo ai posteri e l’autrice ha dato il suo contributo ricorrendo alla prima lingua che, attraverso le sue poesie, facilita la diretta comunicazione con il lettore.

Il volume che presenta poesie e racconti in dialetto e in lingua, tratta argomenti come affetti, la nostra terra e le sue tradizioni, personaggi, umorismo, uomo e società e termina con un accorato appello, finalizzato a salvaguardare il dialetto fasanese e a continuare a parlare la lingua delle origini.

Palmina Cannone, che firma la presentazione, scrive che “La silloge di Angiulli si pregia di una vitalità e spontaneità linguistica che accompagnano agevolmente il lettore in un viaggio antropologico in cui brillano l’estro creativo, l’espressione, il suono e l’intimità dell’autrice”, argomenti condivisibili per i quali ci complimentiamo.

Libri, la rivoluzione fallita di Maifredi nella Juve 1990/91

Libri, la rivoluzione fallita di Maifredi nella Juve 1990/91

di PIERO LADISA – Non sempre le rivoluzioni nel mondo del calcio hanno dato responsi positivi. Lo sa molto bene la Juventus che lo provò sulla sua stessa pelle nel campionato 1990-91. La stagione dei grandi cambiamenti portò al posto di Dino Zoff sull’allora panchina bianconera Gigi Maifredi, proveniente dall’esperienza positiva al Bologna, l’acquisto della stella Roberto Baggio – mattatore della nostra Nazionale insieme a Totò Schillaci nel Mondiale disputato quell’estate proprio in Italia – e Luca Cordero di Montezemolo nel ruolo di vice presidente esecutivo. 

Ad analizzare approfonditamente quel travagliato campionato della squadra bianconera ci ha pensato il giornalista Enzo D’Orsi, che ha seguito la Juventus per il Corriere dello Sport dal 1979 al 2000, nel libro Non era champagne. La Juve di Maifredi, Montezemolo e Baggio (pp. 117, edizioni inContropiede, 2019). 

L’impronta tattica di Maifredi di arrivare ai risultati attraverso il bel gioco, cercando di emulare il Milan di Arrigo Sacchi ma con una rosa nel complesso inferiore qualitativamente rispetto a quella rossonera, naufraga quasi subito con la Juve che chiude negativamente quella stagione non andando oltre il settimo posto e mancando anche qualificazione alle coppe europee dopo 28 anni. 

Un fallimento a cui la famiglia Agnelli pose subito rimedio. Maifredi e Montezemolo salutarono infatti Torino al termine di quell'annata, tornando così al passato con i 'rientri' di Giampiero Boniperti come amministratore delegato e Giovanni Trapattoni in panchina.

Rotary: presentato a Bari 'Lettere dal Teneré' di Paolo Lopane

Rotary: presentato a Bari 'Lettere dal Teneré' di Paolo Lopane

BARI - Mercoledì due ottobre, nel suggestivo contesto del Museo Civico di Bari, il Rotary Club Bari Mediterraneo presieduto da Alessandro Amendolara ha promosso, alla presenza di un folto gruppo di estimatori tra cui anche i giovani brillanti del Rotaract Bari, e sulle note dell’entusiasmante duo Maria Giaquinto e Giuseppe De Trizio del ben noto fenomeno musicale “Radicanto”, l’esperienza di vita contemplata nell’opera letteraria “Lettere dal Teneré”, primo lavoro narrativo di un apprezzato autore barese, Paolo Lopane, noto per i suoi autorevoli saggi di carattere storico e storico-religioso, è un breve romanzo di grande fascino e suggestione, un raffinato pezzo di ‘realismo magico’ dalla forte connotazione lirica.

Ambientato nella cornice geografica e antropologica del Sahara centro-meridionale, questo racconto epistolare risente del fecondo incontro dell’autore con la cultura dei Tuareg – i mitici “Uomini blu” – un tempo i veri e fieri signori del deserto ed ancor’oggi custodi di una tradizione millenaria che resistette secoli fa all’islamizzazione ed ancora resiste all’omologazione strisciante della globalizzazione.

Indimenticabili, in tal senso, le figure di Yussuf e di sua moglie Kadhidja, in cui pare quasi incarnarsi lo spirito del deserto, un deserto che, specie nella seconda parte della narrazione, si erige a vero e proprio luogo dell’anima – luogo di morte e rinascita –, grandioso scenario in cui si riflette il percorso di rigenerazione spirituale che Adrien, il protagonista della vicenda, vive nel ricordo struggente della sua Corinne, donna profondamente amata e tragicamente perduta.

Affamato d’assoluto, mortalmente stanco delle risposte monche delle filosofie e disincantato nei confronti di ogni fede normativa, Adrien si spinge in latitudini dello spirito che travalicano anche materialmente l’Occidente e il suo vuoto di senso per ritrovare ciò che Carl Gustav Jung definì “Spirito del Profondo” e che nel linguaggio della gnosi è il “Vero Io”: ossia quella dimensione dell’essere – la Coscienza pensante – che preesiste alla manifestazione cerebrale e rappresenta il nucleo indistruttibile ed eterno della persona umana.

E’ questa, infatti, la vera cifra della narrazione, e ben si legge nella sinossi editoriale che “l’iniziatico viaggio di Adrien è innanzitutto un percorso di risveglio spirituale, un percorso di rigenerazione nel grembo oscuro di un’umanità dolente, smarrita, prigioniera dei propri asfittici orizzonti, dimentica delle proprie latitudini celesti; ma è, insieme, un viaggio ed un volo nuziale, una toccante storia d’amore che si snoda nel tempo e nello spazio e destinata a vivere oltre il tempo ed oltre lo spazio”. Un romanzo, dunque, di rara e raffinata bellezza, un racconto iniziatico che esorta il lettore a sondare i più segreti panorami dell’anima – le sue vette celesti come i suoi abissi – per ritrovare in sé la celata sorgente e la luce dell’Io: la luce dello Spirito.

Dai dilettanti alla Serie A: la carriera di Maurizio Sarri

Dai dilettanti alla Serie A: la carriera di Maurizio Sarri

(Credits: Juventus)

di PIERO LADISA – Il mondo del calcio è fatto di parabole straordinarie, inattese, non solo dal punto di vista dei calciatori ma anche per quel che riguarda gli allenatori. Uno degli esempi più lampanti di quest’ultima categoria vede protagonista Maurizio Sarri. 

Sulla biografia del tecnico toscano è uscito di recente un libro, edito dalla casa editrice calabrese Rubbettino, dal titolo “Maurizio Sarri. Una vita da raccontare” (2019, pp 218, € 15) scritto da Nicola De Ianni. 

L’autore, grazie anche all’ausilio di numerose fonti, ripercorre la vita di Sarri: dai sogni di un ragazzo adolescente, che con la famiglia di trasferisce da Napoli per far ritorno nella sua Figline Valdarno, fino alla consacrazione come allenatore arrivata proprio nel capoluogo partenopeo. Nel mezzo le scelte che l’uomo Maurizio ha dovuto fare, come quella spartiacque dove ha rinunciato ad occupazione fissa da impiegato presso la Banca Toscana per inseguire l’affermazione come allenatore. 


Il libro si conclude con l’addio al Napoli, maturato al termine della stagione 2017/18, dove la squadra partenopea ottiene il record di punti della propria storia (91) sfiorando lo scudetto andato poi alla Juventus. La spettacolare filosofia di gioco offerta dal tecnico toscano nel triennio napoletano non è sfuggita neanche alla Treccani, che lo scorso anno ha reso omaggio proprio a Sarri coniando un nuovo neologismo nella lingua italiana: il “sarrismo”. 

Per ovvi motivi temporali (il libro è uscito nei primi mesi del 2019, ndr) non è presente l’esperienza inglese al Chelsea – dove Sarri ha conquistato il suo primo trofeo da professionista, ovvero l’Europa League battendo l’Arsenal per 4-1 nella finale tutta british di Baku – e l’approdo nel giugno scorso alla Juve. Ma questa è un’altra storia…

Libri: 'Come anime scelte che si ritrovano' di Gianni Verdoliva

Libri: 'Come anime scelte che si ritrovano' di Gianni Verdoliva

di REDAZIONE - Lo scrittore torinese Gianni Verdoliva presenta “Come anime scelte che si ritrovano”, una raccolta di venti racconti avvolti nel mistero e nella magia, in cui si narra l’amore nelle sue tante e meravigliose sfumature. Storie evocative e struggenti che raccontano di uomini e donne speciali che diventano l’anello di congiunzione tra il passato e il presente, e che con la purezza delle loro anime sapranno cancellare torti e dolore, e riportare pace a fantasmi perduti nel tempo e nello spazio. Un’opera originale e significativa, a metà strada tra il paranormal romance e il realismo magico.

“Come anime scelte che si ritrovano” di Gianni Verdoliva è una raccolta di racconti molto suggestiva in cui si mette a nudo l’anima di uomini e donne che sanno vedere oltre le apparenze, che sanno squarciare il velo del reale e osservare ciò che non c’è più, ma che sempre riecheggia nel tempo. In brevi e intensi racconti l’autore riesce a creare un’atmosfera ricca di suspence e mistero, descrivendo manieri pieni di segreti, abbazie perse in isole disabitate, ma anche luoghi all’apparenza “normali” che d’improvviso sembrano attrarre energie sinistre e anime erranti. Ognuno dei protagonisti di queste storie sembra essere giunto a un bivio; sono esseri umani che vogliono tornare all’essenziale, e per questo motivo ricercano la solitudine e il silenzio. Ma il silenzio in queste storie è spesso rotto da brusii, mormorii, e musiche che con le loro note accarezzano le orecchie dei protagonisti, e arrivano fino al lettore. La musica è elemento ricorrente nei racconti: che provenga da un’arpa, da un pianoforte o da un liuto, essa diventa spesso un ponte tra il passato e il presente, tra chi riemerge da un tempo dimenticato e chi sta cercando di riappropriarsi del proprio tempo presente. Ma ci sono anche altri temi importanti che attraversano l’opera, come potenti e significativi fils rouges: la magia, il senso del mistero, l’amore, e soprattutto la collisione tra passato e presente che genera nuova vita, che porta trasformazione. “A Michela sembra di trovarsi in un’altra dimensione, dove il presente e il passato si toccano”: è proprio ciò che succede in queste storie, a Michela come agli altri personaggi, di riuscire a sfiorare l’ineffabile e a instaurare una comunicazione con entità atemporali. Sono storie oniriche ma anche profondamente reali, che narrano di incontri fugaci e viaggi interiori intrapresi in un’atmosfera da racconto d’altri tempi, in cui c’è un tocco di gotico e di mistery, e soprattutto tanto romanticismo. Le storie d’amore raccontate hanno un occhio di riguardo per l’inclusività, tema tanto attuale ai nostri tempi che merita sempre più attenzione, e sono descritte nella loro semplicità, nella loro forza, nella loro quotidiana magia. Amori che superano ogni ostacolo, anche quello definitivo della morte, amori tra fantasmi che inquietano ma che non fanno paura, e che chiedono aiuto ai protagonisti per conquistare l’agognata pace, e per riunirsi alle loro anime gemelle. Fantasmi da liberare, da ascoltare, e da cui imparare a comprendersi nel profondo.


TRAMA. Quando il passato e il presente si toccano, accade qualcosa di magico. Specie in certi luoghi dove il silenzio e la tranquillità conducono i sensi oltre ciò che è apparente. In una cornice da racconto gotico, tra vecchi monasteri, paesi abbandonati, ville di campagna e antiche dimore, circondati da un’atmosfera suggestiva, l’elemento sovrannaturale rappresenta lo snodo, misterioso quanto affascinante, di queste vicende a metà tra i racconti di fantasmi e le storie d’amore. Tra reincarnazioni, presagi, incantesimi e dejà vu, i misteri si possono svelare e le maledizioni potranno essere interrotte. Venti storie cariche di emozioni e di sentimento, nelle quali i protagonisti sono donne e uomini lontani da stereotipi e cliché, pronti a sorprendere e a sorprenderci, capaci di vivere appieno le loro vicende. Personaggi, ma soprattutto anime, particolari e profonde, che si ritrovano.

Gianni Verdoliva vive e lavora a Torino. È un giornalista pubblicista e uno scrittore che ama i racconti di fantasmi e il paranormale. Dopo aver ultimato la scuola triennale di counselling ad indirizzo Analitico-Transazionale, è attualmente S.F.E.R.A. Coach. “Come anime scelte che si ritrovano” è la sua opera di esordio, una raccolta di racconti pubblicata da Robin Edizioni nella collana Robin&sons, finalista al Premio “Il Convivio” nella categoria opera inedita.

Libri: a scuola con Socrate tra ricerca e didattica

Libri: a scuola con Socrate tra ricerca e didattica

di VITTORIO POLITO - La Wip Edizioni ha pubblicato in questi giorni il volume di Mariagrazia Raffaeli e Marisa Valente “A scuola con Socrate tra ricerca e didattica”, con prefazione di Luca Mori e copertina di Nicoletta de Candia.

Il testo vuole essere il lavoro di una maestra e di una formatrice che da anni condividono la loro passione per la filosofia con gli alunni della scuola primaria.

Diceva Aristotele «Gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia», la meraviglia che si trasforma nei bambini, con la continua ricerca della verità, proprio come i filosofi. Insomma ci troviamo di fronte al “bambino-filosofo”, che cerca la “verità” con le sue domande intese a dare senso e significato alle cose: a ciò che vede, sente, vive.

Le autrici, che hanno già pubblicato altre opere, hanno suddiviso il volume in quattro parti “Io, il mondo e la scuola”, “Verso una didattica alternativa”, “Filosofia e miti” e “Il progetto didattico: la parola ai miti”. In sostanza il testo si snoda in un originale percorso filosofico per i bambini che li coinvolge anche a fare nuove esperienze in compagnia dei docenti alla ricerca di nuove conoscenze.

“Il compito dell’insegnante o del formatore  che introducono all’avventura filosofica – scrive Luca Mori nella prefazione – non sarà quello  di suggerire risposte , né quello di fare la (propria) morale, bensì quello di accompagnare i gruppi a sporgersi oltre a quel che già sanno o pensano di sapere, con il linguaggio di cui dispongono, per mettere in relazione intuizioni, ipotesi e pensieri mai pensati prima, con la pazienza di cogliere sintonie e contraddizioni tra le diverse voci e con il gusto di ascoltare idee differenti dalla propria”.

Un libro interessante e istruttivo, non solo per i discenti, ma anche per i genitori per i quali è stato predisposto un questionario che li esorta ad uscire dalla caverna dell’iperprotezionismo e dalla loro tendenza ad anteporre sempre la loro volontà a quella dei propri figli.

Un plauso alle autrici che “accompagnano” i bambini a pensare autonomamente e da “grandi” in cerca della verità e della felicità.

Il pedagogista Giuseppe Prenna ‘interpreta’ in un nuovo volume gli 'Errati sentimenti'

Il pedagogista Giuseppe Prenna ‘interpreta’ in un nuovo volume gli 'Errati sentimenti'

di LIVALCA - Il quinto volume pubblicato da Giuseppe Prenna, sempre con la Levante editori di Bari, reca in copertina un particolare del  Dipinto di Tiziano  «L’Amor sacro e l’Amor profano» che riassume forse il senso di questo romanzo originale, atipico, eterogeneo, e pur tanto avvincente, che il pedagogista  di Taranto ha costruito con passione e infinito Amore, mettendosi nei panni di una signora di nome Roberta.

« Errati sentimenti» il titolo di questa  accorata storia che, in una breve ma intensa prefazione, la scrittrice Rina Bello circoscrive e non giudica: «Non è dato allo scrivente né tantomeno al lettore, la facoltà d’assoluzione o colpevolezza delle avventure al limite dell’etica e moralità della fragile ed al contempo forte protagonista di queste avvincenti  pagine, in cui attraverso una vera e propria ‘confessione’…», ma si limita a considerare gli avvenimenti descritti  come  ‘fallimenti di un’anima’.

Avevo lasciato Prenna oltre due lustri fa  quando mi sono ‘imbattuto’ prima e appassionato dopo a quel suo libro in cui raccontava di una Beatrice che anelava  il ricordo di uno sconosciuto che la ringraziava per averlo indirizzato verso una fontana con queste parole : « Porterò nel mio cuore il tuo volto e tanta dolcezza e premura per me»; il titolo del lavoro  dello scrittore dell’Amore ‘difficile’ (questo l’appellativo con cui è identificato il nostro per via dei libri «Piccolo Compendio di Analisi Transazionale», « L’altra faccia dell’amore»  e « Ti voglio bene…Amore e menzogna ») era «Così persi il mio ‘dio’» , un romanzo che poteva essere identificato con un interrogativo ‘Perché non c’è amore che dispensi solo piaceri?’. Quel libro di Prenna  aveva una dedica speciale ‘A mia madre’, forse per giustificare un linguaggio poetico ermetico, sigillato, quasi impenetrabile come il rapporto tra madre e figlio.

Torniamo al volume « Errati sentimenti» in cui lo stesso autore, con  una spontanea e partecipata  nota introduttiva,  ci delinea quelle che secondo lui sono state le cause  che hanno spinto Roberta ad errare sui sentimenti : « L’assenza dei genitori, la morte prematura dei nonni, la mancanza di una guida nel campo dell’educazione dei sentimenti, il ruolo possessivo della suocera verso il figlio immaturo e retrivo che, giovanissima, lei sceglie come sposo e l’incontro con troppi ‘maschi’ affetti da insufficiente moralità».

Onestamente dopo le prime  pagine mi era parso di imbattermi nel libro di Jane Austen dal titolo «Emma», ma, non avendolo trovato nella mia babelica struttura, pomposamente denominata libreria, non sono in grado di avvalorare l’impressione  con giusti riferimenti.   Spero che lo studioso dei vari modelli cui danno vita le coppie quando si formano, vorrà giudicare con benevolenza questo mia ‘pindarica’ invasione nel suo complesso modo di valutare, concepire e assolvere tutto ciò che entra  in relazione con la vita amorosa.

Roberta la protagonista indiscussa di «Errati sentimenti»  mai è riuscita a convincermi ( pur avendo chi scrive letto il testo due volte)  di essere una ‘perseguitata’ dalla vita, costretta a subire le prepotenze di uomini immorali e senza scrupoli.  Al contrario è stata sempre lei a scegliere uomini, compagni o amori e l’unica volta che tale Matteo, molto più giovane di lei e mai invadente o prepotente,  ha manifestato un proprio problema ‘psichiatrico’ ( caro amico lettore solo procurandoti il libro potrai capire !) è stato messo alla porta senza riguardi o generiche attenuanti , le stesse che invoca, con immacolata innocenza, Roberta e non certo perché ‘ non si negano a nessuno’.  Tale storia, o affettuosa amicizia, era nata per esplicito volere della donna  e lei aveva programmato ogni passo, oserei dire, ordito lo sviluppo che solo il caso ha fatto deflagrare in modo ‘negativo’.  Se fosse stata solo un poco innamorata del povero Matteo, avrebbe dovuto provare a capirlo ed aiutarlo a superare il ‘blocco’ di cui era prigioniero.

In una prefazione molto professionale la psicologa, psicoterapeuta Milena Romita ci descrive le emozioni che suscita il romanzo :« Incredulità; fastidio; compassione; rabbia».

All’incredulità abbinerei il libro « Buio» di Dacia Maraini, al fastidio «Anima mundi» di Susanna Tamaro», alla compassione « Nessuno si salva da solo» di Margaret Mazzantini e alla rabbia « L’orgoglio e la rabbia» di Oriana Fallaci.   Tutte donne che molto avrebbero, forse,  da ‘insegnare’ al  Giuseppe Prenna  che in un romanzo al femminile, cerca di addossare a uomini di ‘strada’ colpe che al massimo sono da condividere con l’altra metà del cielo.  La giovanissima Roberta,  protagonista del romanzo di Prenna, ha la fortuna di conoscere Vittorio, uomo bello, elegante, di buona famiglia che sfida il suo casato per coronare con un matrimonio la sua storia d’amore.   Nell’intimità Roberta, che nei pochi anni di vita non si è ‘risparmiata’, nota la poco pratica del suo sposo, ma si guarda bene dal testimoniare del come lei sia più avanti negli ‘studi’ : ritengo che un atto di onestà e sincerità avrebbe potuto giovare alla causa, quando il marito, istigato dalla madre,   si fosse deciso a chiedere  informazioni su di un passato ‘libero’, non dico legittime ma almeno giustificabili.

Prenna ho una sola moglie e due figlie, al liceo eravamo 6 uomini e 22 donne in classe: Rispetto, amicizia, amore vi è sempre stato fra noi e ognuno poteva vantare una sua propria storia personale, atta a farlo assolvere per mancanze  nei riguardi del prossimo.  Il ’68 e la minigonna ci è scivolato addosso portandoci gioie e dolori e un passato che risulta fascinoso solo perché è passato. Si poteva fare di più e meglio, ma sempre restando nell’ambito del reciproco scambio di amorosi, non sempre innocenti, sensi.  Chi può dire ( una mia amica cui ho fatto leggere la prima stesura del tuo  libro, mi ha detto ‘ non penso abbia rimpianti Roberta, ha vissuto, lottato, ottenuto quello che voleva, forse pagando più nella forma che nella sostanza, e, oggi, cerca giustificazioni per un qualcosa che…rifarebbe’) dopo tanto tempo  se vi è stato qualche comportamento di maschio intollerante o donna esuberante e se tutti i 28 ragazzi di allora hanno provato ‘l’amore forse’, ‘l’amore quasi’ o l’Amore totale e appagante? 

Il romanzo merita una sceneggiatura da ricavarne un film, magari  diretto da un regista che ama le donne e il loro ‘corpo’, e  che possa  divulgare quel messaggio di perdono non fine a se stesso  che può essere riassunto nel pensiero di S. Luca :  « Le saranno perdonati molti peccati, perché ha molto amato».

Detto ciò Livalca non può fare a meno di presumere che il Prenna  scrittore sia stato un frequentatore curioso e attento di quel Publio Ovidio Nasone da Sulmona, che fin da avanti Cristo iniziò a pubblicare gli «Amores», a cui fece seguito, nei primi anni d.C.,   l’«Ars amatoria» e i « Medicamina faciei feminae», ancor oggi pilastro di qualsiasi produzione precettistica‘erotica’, di qualsiasi seduzione cui facessero ricorso le donne per  ammaliare gli uomini e di quanto il gentil sesso tenesse al proprio aspetto esteriore.

Da allora sono passati oltre duemila anni e ritengo che nei prossimi duemila anni gli argomenti sui cui dibattere in materia di  ‘Amore forse, quasi o completo’ non potranno mai prescindere da alcune frasi lasciateci dal poeta latino che si sposò tre volte, ma  amò solo Fabia, e che nelle sue opere consacrò Corinna  come figura predominante per parlare di schermaglie amorose : « Non di rado accade di innamorarsi per davvero, dopo aver farto il cascamorto per finta », « L’amore si ammanta spesso  del vago nome dell’amicizia, ma da amico ad amante il passo è breve», « L’amore necessita di assidua cura, intensiva ed omeopatica», «Ogni nuovo amore prospetta la promessa di nuove più intense gioie, infatti si desidera con furore ciò che non si possiede», « In amore si vince solo arrendendosi».

Dopo due lustri Ovidio si cimentò con le «Metamorfosi»  ( quasi lo  lo stesso tempo che ha impiegato il professore Prenna per  passare dal suo romanzo dedicato a Beatrice, alla controllata ‘metamorfosi’ in soccorso di Roberta ) e, con la maturità cui tutti approdiamo, anche senza volerlo,  ha messo insieme un piccolo testamento cui  ispirarsi per il bene dell’umanità :  « Per farsi amare di più, bisogna farsi desiderare almeno un poco», « Una volta Venere aveva l’abitudine di arrossire quando si vergognava. In seguito ( Ovidio che ‘indovino’!) si vergognerà di arrossire»,  « Felice è colui che ignora gli amori della propria donna. Saggio è colui che finge di ignorarli».

Prima di lasciarvi alle lettura di «Errati sentimenti», fedelissimi che mi seguite con affetto pur non sapendo condividere, permettetemi di  segnalare una gentile, deliziosa, incantevole signora, la professoressa Caterina Casriotta che, come  lo stesso Prenna afferma,  è stata fondamentale per la pubblicazione  :«….la cui competenza è stata determinante per portare a termine il mio lavoro».  Questo delicato personaggio, con autorevole semplicità , è riuscita a farmi passare dalla parte del torto pur sapendo entrambi come stavano realmente le cose, con una dolcezza, un sorriso schietto e conciliante che mi ha fatto apparire vincitore, pur essendo stato sconfitto.   Anche al telefono è parso evidente  il suo essere totalmente schierata con colui che, facendole  correggere le  bozze, l’ha coinvolta nel progetto; per cui la strada da lei  tracciata è stata quella che ‘abbiamo’ dovuto seguire… perché così doveva essere.  Fortunato l’uomo che è riuscito a fare breccia in questo cuore, indossato in un corpo elegante e tanto femminile,  così sublime: Potrà dire di aver incontrato l’AMORE.

La scrittrice Giannotte presenta 'La resilienza'

La scrittrice Giannotte presenta 'La resilienza'

MILANO - La scrittrice e avvocatessa cagliaritana R. P. Giannotte presenta “La resilienza”, secondo volume del Ciclo del Parma Caffè, inaugurato con il suo romanzo d’esordio “La finestra al sole”. Nella sua ultima opera l’autrice racconta di vite spezzate in attesa di ricomporsi, sullo sfondo di una storia intrigante incentrata sulla finanza al femminile. Un romanzo che ha cuore e cervello nel parlare della capacità umana di accettare il proprio destino e di rialzarsi con coraggio, e nel proporre uno scenario originale, quello del mondo spietato e calcolatore del trading finanziario.

Nel secondo romanzo della scrittrice R. P. Giannotte La resilienza si fa la conoscenza di due personaggi molto lontani per esperienze di vita passata e presente, ma che nel corso dell’opera avranno modo di veder concordare le proprie identità. Pia Ludovica Bartoli è una trader milanese che lavora per una importante società di investimento, la Dolby’s; una donna realizzata, che ama scommettere e rischiare nel suo lavoro, molto meno invece nella sua vita privata. Diego Vascelli, nome d’arte Diego Vas, è un cantante molto famoso di Pop-Trap, proprietario di un locale e di una società di produzione musicale; un giovane spesso rabbioso, tormentato da un ingiusto passato. La vicenda è ambientata a Cagliari, città ben descritta dall’autrice, che tiene particolarmente a dipingere un ritratto veritiero della Sardegna contemporanea. È un romanzo narrato in terza persona, che accoglie però al suo interno delle parti in prima persona, in cui i due protagonisti raccontano il proprio passato, mostrando al lettore quanto ciò che accade nell’infanzia possa influenzare l’intero corso della vita. In quest’opera si parla di realizzazione personale, di amicizia vera, della famiglia che ci tocca e di quella che si sceglie, di compromessi e di ritorni al passato, spesso necessari per chiudere il cerchio della propria esistenza. Pia è una donna che sembra totalmente proiettata in avanti: un matrimonio imminente, il desiderio di un figlio, la lotta per una promozione meritata; Diego ha invece gli occhi rivolti sempre verso il passato, un passato che ha condizionato la sua vita e con il quale ha deciso di chiudere i conti. Tra Pia e Diego vi è l’anello di congiunzione di un personaggio che con la sua presenza/assenza ha influito sulle loro esistenze e sul loro destino; una figura che non appare direttamente nel romanzo se non nei ricordi dei protagonisti, ma non per questo ha meno peso sullo svolgimento della trama. Una trama interessante, che svela poco alla volta l’anima e i tormenti dei personaggi, e che non rinuncia a proporre anche una storia spietata legata al mondo della finanza, tecnicamente molto curata, che svela una realtà poco frequentata in narrativa, soprattutto trattando della figura della donna in questo ambiente ritenuto prettamente maschile. È di intrighi aziendali che si parla, di una serpe in seno che va scovata e neutralizzata, e di una missione in cui Pia dovrà imparare a seguire l’istinto per riconquistare un grosso cliente e smascherare la spia. Ma ancora più importante sarà la scoperta della donna di essere diversa e migliore dell’immagine erroneamente perfetta che si era creata nella testa, e in parallelo si assisterà alla presa di consapevolezza di Diego di essere andato avanti testardamente nonostante il suo cuore spezzato, di avercela fatta nonostante le sue mancanze. Perché è di questo che parla con profondità il romanzo, di resilienza, di coraggio di rialzarsi, di reagire ai traumi e di riprendersi la propria vita più forti di prima. 

TRAMA. È una linea sottile quella che unisce Pia Ludovica Bartoli, trader in carriera di una multinazionale finanziaria con sede a Milano, e Diego Vascelli, in arte Diego Vas, cagliaritano, cantante Pop-Trap del momento. Le loro vite sono scivolate su strade che si sono sfiorate senza mai incrociarsi. Fino al giorno in cui Diego decide di affidare il proprio capitale alla società di Pia per un investimento che si rivelerà disastroso. Non solo per colpa di Pia, responsabile dell’operazione, ma anche perché all’interno della società qualcuno ha remato contro. Questo costringerà Pia a recarsi a Cagliari – dove Diego Vas ha programmato le riprese per il suo prossimo videoclip – per non perdere il cliente e scoprire chi tra i suoi colleghi ha tradito. Pia e Diego si incontreranno, si conosceranno e si metteranno a nudo. Scopriranno, insieme, che cosa voglia dire resilienza, l’adattamento necessario alle circostanze che la vita presenta.

Laureata col massimo dei voti in Giurisprudenza, attualmente lavora come avvocato amministrativista. “La finestra al sole” è il suo romanzo d’esordio, con cui inaugura il Ciclo del Parma Caffè, per il quale vince il Premio Nazionale Bonifacio VIII 2018 dell'Accademia Bonifaciana di Anagni, e il secondo posto nel Concorso Artistico Internazionale Amico Rom 2018 e nel Premio Letterario Catone2018. Con “La resilienza” riceve il 1° posto al Premio Internazionale Genesis - sezione aforismi per la frase nel retro di copertina: «Non nasciamo mica con le istruzioni per l'uso». 

Libri: Georgi Hristulev ci svela i segreti per diventare un venditore di successo

Libri: Georgi Hristulev ci svela i segreti per diventare un venditore di successo




MILANO - Georgi Hristulev è il nuovo guru del commercio pronto a svelare i segreti per diventare un venditore efficace, di successo e - persino - virtuoso. “Vivi quello che vendi” è il messaggio chiave del suo manuale, una frase iconica da ricordare quando si tratta di vendere ghiaccio agli eschimesi. Non ci sono ricette miracolose o piani difficili da realizzare, solo un metodo di addestramento pragmatico, “Il virtuoso della vendita”, attraverso il quale l’autore chiarisce le caratteristiche che dovrebbero avere tutti coloro intenti a vendere auto, immobili, aspirapolveri, caffè o qualsivoglia prodotto.

Senza particolari formule magiche, Hristulev propone un percorso di studio teorico abbinato a esercizi pratici da seguire scrupolosamente. “Venditori non si nasce, si impara a esserlo”, ragion per cui il saggio diventa un’occasione di crescita personale e di sviluppo delle proprie capacità. Oggi, accade spesso che si prendano le distanze dagli agenti di vendita, rei di non svolgere (forse) un mestiere dietro una scrivania, dunque, “comodo” e senza troppi colpi di scena. Si tratta di un pregiudizio radicato nel tessuto lavorativo che andrebbe sdoganato e messo a tacere. La vendita regge l’economia intera, i posti di lavoro esistono perché ci sono aziende che vendono beni e servizi, lo stesso prodotto interno lordo (PIL) è legato al concetto di consumo, nonché alla vendita. Ma anche nella vita privata siamo tutti negozianti. In ogni ambito non vendiamo le nostre competenze, abilità, le nostre migliori risorse?

La vendita è una metafora della vita per realizzare se stessi, tant’è che il saggista se ne assume le responsabilità sottoponendo a chi legge, prima di addentrarsi nella lettura del testo, un contratto da firmare, corredato da alcune raccomandazioni per il raggiungimento degli obiettivi prefissati. Un approccio originale quello dello scrittore, complici gli studi di cinematografia alle spalle che gli hanno consentito di trovare l’equilibrio tra business e creatività. Georgi Hristulev spiega agli uomini d’affari e non solo, come ottenere di più. In altre parole, l’arte della compravendita consiste nell’imparare a proporre al cliente le cose per acquisire la risposta che si vuole e offrire la soluzione di cui l’altro ha bisogno, senza dimenticare 2 prerequisiti fondamentali: voglia di lavorare e perseveranza. Il libro è suddiviso in quindici capitoli che affrontano le diverse sfaccettature delle relazioni con i potenziali clienti. Si va così da un’analisi del linguaggio del corpo quando si comunica, alla descrizione delle varie fasi commerciali. Traguardo finale: costruire un rapporto nel tempo con un compratore. In che modo? Ad esempio, attraverso regali e bonus con cui lusingarlo. Attenzione e cura sono, quindi, marchi di fabbrica che consentiranno alle persone che acquistano di decidere se farlo o no, ancora una volta, nella stessa azienda.



Laureato in Regia Cinematografica e con una profonda passione per le vendite, Georgi Hristulev unisce le abilità acquisite in queste 2 attività per raggiungere standard elevati di eccellenza come venditore e professionista del settore. Master Practitioner in PNL, mediatore professionale, esperto in negoziazione, in strategia di marketing, ha ideato, progettato e applicato con successo il metodo formativo per essere “virtuoso della vendita”.


'Anschluss', così la Germania tornò grande

'Anschluss', così la Germania tornò grande

di FRANCESCO GRECO - Profetico Khol: “A nessuno andrà peggio di prima, a molti andrà meglio”. In realtà andrà meglio a tutta la Germania, che con la riunificazione assumerà un maggiore peso politico con cui determinerà i destini dell’UE. Due le icone cool che affiorano alla memoria di quei giorni convulsi: microfono in mano, Lilli Gruber sotto la Porta di Brandeburgo (9 novembre 1989) e i tedeschi dell’Est che, sguardo trasognato, come se tornassero nel Paradiso perduto, sciamano a ovest (1 luglio 1990), ansiosi di cambiare i risparmi in marchi sonanti.

E l’unificazione delle due Germanie nate dalla fine del sogno hitleriano sulle macerie del Terzo Reich fu cosa fatta. Un successo del cancelliere Helmut Khol. Sul background però si è lesinato sui dettagli, ci hanno dato elementi sociologici, quasi folkloristici: eravamo in credito di retroscena, di dinamiche socio-economiche, contesti micro-meso-macro, sfondi storici e geo-politici. Si sa come funziona al tempo della comunicazione globale e della società liquida: si crea una suggestione mediatica, un mantra, si inventa uno storytelling, una vulgata, per cui a un certo punto una cosa appare logica, necessaria, inevitabile.

La Storia a volte conferma la bontà dell’accelerazione di certi processi, altre volte smentisce. Con puntiglio analitico e dovizia di particolari, a ricostruire quel complesso momento storico che, in tutta evidenza, influenza le sorti dell’Europa, ci ha provato Vladimiro Giacchè (La Spezia, 1963) in “Anschluss” - L’annessione (L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa), Edizioni Imprimatur, Reggio Emilia 2016, pp. 212, euro 9.90 (giunto alla seconda edizione). Con documenti di prima mano, anche in lingua tedesca (ha studiato a Pisa e anche in Germania), Giacchè non parte da assunti che porge al lettore, viceversa, lo smonta come si fa con un giocattolo e spiega i meccanismi interni intrecciando i livelli di un’indagine polisemica, echi e rimandi, personaggi e contesti.

Per andare a fare la spesa a ovest (e avere “infrastrutture ricostruiti, centri storici risanati”), i tedeschi dell’Est hanno sacrificato tutto: risparmi, ceto intellettuale, imprese, ecc. Hanno subìto “le privatizzazioni peggiori d’Europa” (della compagnia di bandiera, per esempio). Crollo di pil, export, occupazione. Così la Germania ricca ha condiviso il proprio “modello vincente”. Guai ai vinti!, disse uno che ne capiva. Ai tedeschi orientali non restava che passare sotto il giogo delle lobby, banche, poteri forti. Il conto dell’unificazione l’ha pagato la Rdt. Il comunismo si è rivelato un’ideologia di enunciazioni, e ai popoli che ci avevano creduto non restava che farsi annettere contrattando sulle macerie del fallimento.

Libri: Vedi sopra (…l’estate della mia vita…) di Alessandro Monti

Libri: Vedi sopra (…l’estate della mia vita…) di Alessandro Monti

MILANO - Alessandro Monti presenta “Vedi sopra (…l’estate della mia vita…)”, la storia di una profonda amicizia e di un grande amore che avranno la forza di superare il tempo e lo spazio. Un’appassionante vicenda raccontata dal punto di vista di sei amici legati da un rapporto trentennale, e ambientata in due epoche storiche differenti, il 1985 e il 2016. Un romanzo citazionista, nostalgico, in cui la musica dei meravigliosi anni ottanta diventa colonna sonora della surreale storia dei sei ragazzi, oltre che presenza imprescindibile, concreta e significante.

Nel romanzo d’esordio di Alessandro Monti, Vedi sopra (…l’estate della mia vita…), viene narrata un’intensa storia d’amicizia e d’amore dal punto di vista del protagonista Jerry, con piccole incursioni degli altri cinque personaggi dell’opera, voci narranti nei capitoli a loro intitolati. Una vicenda raccontata tra presente e passato (e oltre) ambientata a Pesaro nel 2016, e in seguito nel 1985. Un viaggio nel tempo non solo attraverso la memoria; un vero e proprio ritorno al passato voluto dal destino che, a volte, decide di dare una seconda occasione. La storia di Jerry, Max, Alex, Barbie, Vale e Marco ha il sapore dell’estate e di quel momento dell’adolescenza in cui tutto sembra possibile. I ragazzi si incontrano per caso - o forse no - in un caldo agosto che cambierà per sempre le loro vite. Tra i sei amici nascerà un’amicizia che né il tempo né il dolore potranno mai scalfire. Un’amicizia tanto forte che li spingerà a ricomporre in un diverso puzzle i pezzi della loro esistenza. Vedi sopra (…l’estate della mia vita…) è un romanzo malinconico ma anche pieno di speranza nel raccontare della bellezza ineguagliabile dell’amicizia e dell’amore. Con delicatezza e semplicità si narra del legame unico tra sei ragazzi che diventano una cosa sola, stretti in un eterno cerchio magico formato dal loro abbraccio, che permetterà loro di rimediare a una tragedia del passato, con la complicità del Fato. Alessandro Monti presenta un romanzo citazionista che riprende i miti e i simboli degli anni ottanta, e che ripropone i valori che si potevano trovare nei film e nei romanzi per ragazzi di quel periodo. Un’opera nostalgica, che riecheggia il profondo rapporto tra i protagonisti del romanzo di Stephen King It, o quello dei protagonisti del film di Rob Reiner Stand by me. E soprattutto ripropone la musica che si ascoltava a quei tempi nei mitici walkman, come quella dei Roxette, dei Bad English, degli Spandau Ballet, dei Poison, dei Mötley Crüe. Musica che si sente quasi in dovere di mettere in sottofondo mentre si legge il romanzo, per far sì che chi ha vissuto quegli anni possa rievocarne l’atmosfera, e chi non ha avuto questa fortuna possa cogliere un frammento di quel periodo magico.

TRAMA. A chi non piacerebbe rilanciare i dadi della vita e rivivere il passato cambiando il destino? Agosto 1985, Pesaro: Jerry, Vale, Marco, Barbie, Max e Alex si incontrano un giorno per caso, o forse no. Tra loro è subito intesa, ma non sanno ancora che stanno per vivere l’estate della loro vita, quella che li cambierà per sempre. Quando è il momento di chiudere gli ombrelloni del “Bagno Lello” e di tornare a casa, tra amori nati e amicizie rinforzate, i sei promettono di non lasciarsi più. E così sarà, ma il destino ha in serbo altri programmi… Chi poteva sapere cosa c’era scritto nel libro della loro vita, cosa fosse giusto e cosa no? Ma a volte anche quello che è scritto può essere cambiato. A volte la vita offre una seconda occasione, starà a loro coglierla e rimettere le cose a posto. Vedi sopra (…l’estate della mia vita…) è la storia di un’amicizia nata tra sei ragazzi nell’estate del 1985, e destinata a durare per sempre. Un romanzo diviso in tre parti, che dal presente ci proietta nel passato. Una storia che parla di una splendida amicizia e di un amore, quello tra Alex e Jerry, che supererà il tempo e lo spazio.

Alessandro Monti (Modena, 1968) ha collaborato come articolista per la Gazzetta di Modena ed è un grande appassionato di musica. Vedi sopra, (…l’estate della mia vita…) è il suo primo romanzo.

Storia e leggende del popolo delle aquile

Storia e leggende del popolo delle aquile

di FRANCESCO GRECO - Curioso e tragico il destino del popolo albanese, che da sempre vive oppresso “dall'occupante di turno e i più elevati capiclan”. Un potere tribale, retto da “una piramidalità gelosa ed esibita” e da leggi morali che echeggiano mondi perduti.  

Dai Pelasgi – i loro “padri”, per quel poco che si riesce a capire - al geniale Scanderbeg che beffò i Turchi, Re Zogu e l'occupazione fascista, passando per l'ateismo militante di Henver Hoxia e gentile signora omaggiata finanche da Madre Teresa la macedone. Una terra dove “la polizia politica sapeva tutto, controllava tutto, soffocava tutto” e poi i flirt con Urss e Cina (“Non si può certo chiamare zio il porco”), l'isolamento e l'ortodossia marxista, i piani industriali falliti, la Sigurimi che cambia nome ma non concept, la visita di Giovani Paolo II e Prodi, gli aiuti economici dell'Occidente, la nascita del Partito democratico (gemmazione del Partito del lavoro nato dalle ceneri del comunismo), Ramiz Alia (Scutari), anni '80, cupo burocrate svezzato a Mosca critico con la perestrojka, che tentò di usare per eternare il partito e impedire la deriva del Paese, e poi Vlora 91 (“Lamerica”), le rivolte, le galere aperte, le truffe con le finanziarie tollerate da Sari Berisha, fino a Fatos Nano e oggi Edi Rama. 

Una storia tormentata, un dna complesso, un po' tragedia greca, un po' commedia latina. Poco meno di 3 milioni di abitanti sparsi su 28.746 km quadrati, profonde differenze antropologiche e religiose fra Nord e Sud, la gente delle coste (commerci e artigianato) e dell'interno rurale (pastorizia, allevamenti, agricoltura), divisa in quattro confessioni religiosi, nell'anno dedicato all'eroe nazionale Giorgio Castriota Scanderbeg (morì nel 1468, 550 anni fa), che dovrebbe rappresentare l'elemento unificante della Nazione, un saggio aiuta a leggere il loro passato e a tentare di decifrare il futuro.   

”Storia del popolo albanese” (Dalle origini ai giorni nostri), di Ettore Marino (Cosenza, 1966), Donzelli Editore, Roma 2018, pp. 220, euro 26,00 entra negli interstizi più reconditi della storia dell'Albania dall'identità sfaccettata, sospesa fra Oriente e Occidente, Balcani e Mediterraneo. e dà un retroterra dialettico a un Paese dinamico e vivo di oggi, che sta nella Nato e vorrebbe far parte dell'Europa (che è nei suoi cromosomi), che da un anno ha riconfermato il riformista Edi Rama (un artista), il cui Pil cresce tumultuosamente grazie anche all'intreccio fra l'economia legale e nera, e le cui bellezze sconosciute richiamano 5 milioni di turisti all'anno in questo secondo decennio del XXI secolo. Corruzione e giustizia abborracciata, traffici sporchi, ecc. E' come aver liberato un animale selvaggio.    

Arbresh di Vaccarizzo Albanese, Marino ci ha messo la passione dell'appartenenza, la profondità delle radici dei padri, il pathos della memoria insonne quanto impietosa, che nulla tace, nasconde, addomestica. Attingendo col metodo più rigoroso a una bibliografia sconfinata. 

Dal poeta Agolli (morto un anno fa) a Kadare, l'esito è un saggio utile, necessario, che spiega le sedimentazioni storiche di un paese amico, dipana splendori e miserie di un popolo che noi del Sud sentiamo “fratello” tante e di varie modulazioni sono le sovrapposizioni storiche e culturali. 

Magari lo adottassero nelle scuole di Tirana e Valona, formatterebbe le ultime, inconsce resistenze che tarpano le ali alla nuova Albania.   

Salvate il soldato Vito

Salvate il soldato Vito

di FRANCESCO GRECO - Seconda guerra mondiale: 50mila prigionieri italiani furono mandati negli Stati Uniti e distribuiti in 140 campi sparsi dall’Atlantico al Pacifico. Le dinamiche di una guerra sono sempre misteriose, imprevedibili, come la vita. Nel passato e oggi. L’ultima, per dire. Ci fu chi morì alle porte di Leningrado, di freddo e fame, chi fu internato in Germania e lavorò nelle grandi fabbriche e chi finì in Pennsylvania, a Letterkenny, dove fu impiegato nel ramo bellico di zio Sam e costruì una chiesa, oggi monumento nazionale, assistito spiritualmente da preti italo-americani.
A’ la guerre comme a la guerre: i soldati italiani fatti prigionieri in tutto furono un milione e 200mila. Di questi, 600mila furono quelli fatti dai tedeschi all’indomani dell’8 settembre 1943, quando la guerra cambiò registro. I restanti 600mila li fecero gli Alleati: 408mila gli inglesi, 70/80mila i sovietici, 35mila i francesi, 125mila gli americani. Di questi, 75mila restarono nell’Africa settentrionale per essere poi aggregati all’avanzata degli Alleati in Francia a Germania. Gli altri presero la via dell’America.

La storiografia ha sinora trattato poco questo filone di ricerca. A colmare tale lacuna, Flavio Giovanni Conti e Alan R. Perry in “Prigionieri di guerra italiani in Pennysilvania 1844-1945”, il Mulino, Bologna 2018, pp. 372, euro 30,00. Entrambi storici autorevoli per cv (non di quelli taroccati), hanno fatto una ricerca davvero meticolosa e attenta, recuperando documenti e relazionandosi con molti famigliari di quegli italiani, in possesso di materiali inediti, frugando negli archivi di mezzo mondo, attingendo a una bibliografia sconfinata. Ne esce uno spaccato ricco di vissuto, multiforme, polisemico: storico, antropologico, sociologico, umano, estremamente contaminato, semanticamente intrecciato.

Dalla cattura al ritorno nell’Italia post-bellica come cittadini liberi, i soldati italiani (di cui si pubblica un elenco dove abbiamo trovato il nostro zio Vito da Lucugnano) sono proposti nella quotidianità, nel lavoro appassionato, negli affetti sospesi, nelle relazioni col paese ospitante, nella vita che continua e dove progettano di tornare. “A oltre settant’anni dalla fine delle ostilità e dal rimpatrio dei prigionieri – dicono gli autori – vogliamo rendere omaggio a quei soldati che, spontaneamente, fecero del loro meglio per riabilitare il loro paese dopo la tragica esperienza del fascismo, dell’alleanza e dell’entrata in guerra con la Germania, collaborando con gli americani e contribuendo, con il loro lavoro, ad accelerare la fine della guerra”.

Ancora una volta mostrammo di essere unici nelle guerre, come aveva intuito Hemingway, che della materia ne sapeva. D’altronde, del fatto di reagire a ogni situazione e di arrangiarci (come nel film di Dino Risi “La grande guerra”) abbiamo fatto un’arte, anzi, un archetipo. E questo ci salva sempre: dalla depressione e a volte anche la vita. Italiani, brava gente!

Pedro Lenz presenta il nuovo libro 'La bella Fanny'

Pedro Lenz presenta il nuovo libro 'La bella Fanny'

di REDAZIONE - Pedro Lenz presenta “La bella Fanny”, un’opera introspettiva e ironica, in cui si intraprende un viaggio nell’anima e nella mente del protagonista Jackpot, un’aspirante scrittore. Ambientato nel comune svizzero di Olten, una terra di mezzo malinconica e monotona, il romanzo si focalizza sulla vita interiore di Jackpot, e sul suo bisogno di trovare un senso alla natura sfuggente dell’amore e dell’arte. Una nuova e affascinante opera per il pluripremiato scrittore svizzero Pedro Lenz, tradotta da Amalia Urbano e pubblicata in Italia da Gabriele Capelli Editore.
Nel nuovo romanzo di Pedro Lenz, La bella Fanny, si fa la conoscenza di un personaggio autentico e complesso, Frank, che in realtà odia il suo nome e vuole farsi chiamare Jackpot. Un aspirante scrittore che si muove nel sobborgo svizzero di Olten quasi in punta di piedi, come se non volesse turbare la quiete e la monotonia del luogo. Per mezzo di un flusso di coscienza ben gestito dall’autore si entra nella mente di Jackpot, nella sua inquietudine, nella sua banale quotidianità che, trasportata sulla pagina, acquista straordinarietà. È affascinante osservare la vita di un giovane uomo che non sa ancora qual è il suo posto nel mondo ma che è comunque a suo agio nell’indeterminatezza dell’esistenza, che è “felice di non essere potente e potentemente felice” ma allo stesso tempo è malinconico e disincantato. 

Jackpot è ossessionato dalla bellissima Fanny, una ragazza misteriosa, portatrice di una maledizione; una presenza tanto forte all’inizio dell’opera quanto evanescente nell’ultima parte del libro. L’incontro con Fanny apre il romanzo e stravolge l’esistenza del protagonista: l’amore passionale, devoto e angoscioso che prova per lei lo porta in alto per poi scaraventarlo prepotentemente a terra. Neanche le sagge parole dei suoi cari amici, gli anziani pittori Louis e Grunz, possono spegnere il fuoco che lo sta divorando, che brucia la sua lucidità, che intossica la sua mente. I due pittori sono la coscienza di Jackpot, sono l’esperienza che vuole domare l’irrequietezza giovanile, sono gli oracoli che profetizzano la dolorosa verità che l’amore, così come l’arte e l’ispirazione, è fugace. La bella Fanny è un romanzo semplice e diretto, che però svela pagina dopo pagina un’anima complessa e profonda; un’opera che contiene una riflessione a volte amara sull’arte e sulla figura dell’artista, e su come l’arte debba necessariamente trascendere il vissuto dell’artista, su come essa debba essere libera di trasformare la realtà. E infine un testo sull’amore e sulla sua mancanza, che parla di un personaggio in disperata attesa che inizi la sua storia con una donna stupenda, così come tarda a palesarsi l’incipit del suo romanzo. Perché senza un buon inizio non ci potrà mai essere una degna conclusione. 


Jackpot è uno scrittore esordiente che è alla ricerca disperata del filo conduttore del suo romanzo. Louis e Grunz sono due pittori che amano la vita e le sue bellezze. Tutti e tre si dedicano all’arte e il destino sembra non essergli sfavorevole... fino al giorno in cui entra nelle loro vite la bella Fanny. Al comparire della femme fatale vacillano gli equilibri che tenevano insieme l’amicizia dei tre uomini. Per i tre artisti bohemiens il passato ritorna spesso attraverso vecchie melodie e si unisce allo scotto di aver vissuto il ’68 in maniera spudorata. Grande inno all’amicizia, che non sembra conoscere limiti di tempo e spazio. Bella e intrigante la lingua di Lenz: saltella dal discorso diretto al flusso interiore con incredibile leggerezza. Unisce il colloquiale e il quotidiano a profonde riflessioni sull’esistenza, senza mai annoiare. L’autore riesce con grande abilità a rendere uno spaccato del suo mondo bernese, con tutta la monotonia della vita di provincia mista di ricordi.

Pedro Lenz (Langenthal, 1965) ha intrapreso la sua carriera letteraria nel 2001. Scrive su diversi giornali e riviste, per vari gruppi di teatro e per la Radio Svizzera. Vive a Olten. Per la Gabriele Capelli Editore ha pubblicato nel 2011 Der Goalie bin ig (In porta c’ero io!). Nel 2014 la regista Sabine Boss cura la trasposizione cinematografica del romanzo. L’autore ha conseguito diversi premi, tra i quali: il Premio alla cultura “Goldener Biberfladen Appenzell” nel 2005, il Premio letterario del Canton Berna per In porta c’ero io! nel 2010, il Premio alla cultura dell’Ufficio Federale della Cultura nel 2010 e il Premio Schiller per la letteratura per In porta c’ero io! nel 2011.

Il Palazzo delle lacrime, il nuovo libro di Paolo Grugni

Il Palazzo delle lacrime, il nuovo libro di Paolo Grugni

MILANO - Paolo Grugni presenta “Il Palazzo delle lacrime”, un’adrenalinica storia di spionaggio ma anche un noir angosciante ambientato in una Berlino spaccata in due. Il protagonista Martin Krause, un agente dei servizi segreti della Stasi, è incaricato di indagare sul misterioso omicidio di una ragazza, che aprirà un pericoloso vaso di Pandora da cui usciranno menzogne e violenze. Una storia di intrighi politici, di azioni disumane e di verità svelate a un prezzo altissimo, immersa in una cupa atmosfera di malinconia e disincanto e raccontata da un autore di razza che ha esordito nella narrativa nel 2004 con il romanzo “Let it be” per la casa editrice Mondadori.

Nel nuovo romanzo di Paolo Grugni Il Palazzo delle lacrime, ambientato a Berlino a cavallo tra il 1976 e il 1977, si racconta della lotta alla sopravvivenza e della ricerca disperata della verità di un uomo tormentato, la cui mente è stata per anni manipolata dalle meschine e sporche mani del potere. Martin Krause è un agente del controspionaggio che lavora per la Stasi. Vive nella parte Est di Berlino, una città sfregiata da un muro descritto dal protagonista come “la spira che abbraccia e soffoca diciassette milioni di persone. La crepa che ha spaccato in due pensieri e azioni di un popolo. Un antistorico tentativo di fermare il tempo”. In una città già martoriata dalla guerra, e diventata in seguito una prigione a cielo aperto, Martin svolge il suo lavoro con profondo senso del dovere, pur sentendosi condannato a una situazione opprimente, che sembra non offrire alcuna via d’uscita. Ma la sua coscienza si sta lentamente risvegliando, perché sono troppi i dubbi su un’ideologia che predica di voler rendere tutti uguali, e invece tiene sotto scacco la popolazione. L’indecifrabile omicidio a sfondo politico di una giovane e apparentemente indifesa ragazza è la goccia che fa traboccare il vaso del suo scetticismo. Il Palazzo delle lacrime è tratto da una storia vera, raccontata all’autore dalla figlia di un uomo coraggioso, e letta anche nel prezioso diario che egli ha tenuto durante il suo tentativo di combattere e sfuggire a un regime dittatoriale che ha cancellato tante vite e tante speranze. 

Paolo Grugni restituisce dignità a questa figura e alla storia stessa della Germania divisa dal Muro. Martin Krause diventa il simbolo di tutti quegli uomini e donne che hanno combattuto per la libertà, anche a costo della vita, che hanno avuto il coraggio di andare contro un ordine sociale e politico costruito sulle menzogne e sulla violenza. Il personaggio di Martin vuole fare pace con sé stesso e con il mondo, e sa che per farlo dovrà accettare di essere una pedina sacrificabile in un gioco molto più grande di lui. Il romanzo ha un ritmo mozzafiato che tiene incollati alle pagine: la storia di Martin Krause è un susseguirsi di momenti di tensione, di disvelamento di verità agghiaccianti, di rocambolesche fughe tra Berlino Est e Berlino Ovest. Ma l’opera è anche attraversata da una vena malinconica che riesce a colpire nel profondo: la ricostruzione accurata del periodo più nero della città di Berlino è tanto realistica da far sentire il pianto di chi deve lasciare i propri cari dall’altra parte del Muro, da far vedere il degrado e l’anacronismo della Berlino Est, e l’ingannevole follia consumistica della Berlino Ovest. Paolo Grugni racconta una storia intensa e avvincente, in cui spie senza scrupoli, complotti e meschinità sono presenti sullo sfondo di una città divisa, il cui popolo è condannato a vivere in una perenne tristezza, che impregna ogni cosa.

TRAMA - Una ragazza viene ritrovata uccisa a Treptower Park, nella Berlino Est. A essere incaricato del caso è il maggiore Martin Krause del controspionaggio. Figlio di italiani fuggiti in Germania nella zona di competenza sovietica dopo la fine della guerra, è en­trato a far parte dei servizi segreti della Stasi. Le indagini prendono subito una piega imprevista legata alla simbologia politica dell’omicidio, e si complicano ul­teriormente quando la pista seguita conduce a Berlino Ovest. Ne nasce un intreccio tra servizi segreti, insospettabili agenti, trafficanti di droga e di ragaz­ze avviate alla prostituzione. Intanto la scia di sangue prosegue sia all’Est che all’Ovest, fino a quando Krause capisce che gli omicidi hanno un forte legame con le alte sfere della Germania comunista. È questo il momento in cui viene fermato e deposto dall’incarico. Ma Krause non molla e decide di fuggire all’Ovest per fermare l’assassino. Riuscirà a oltrepassare la cortina di ferro?

Paolo Grugni (Milano, 1962) ha esordito con il romanzo Let it be (Mondadori, 2004; Alacràn, 2007, Laurana Editore, 2017). Ha poi pubblicato Mondoserpente (Alacràn, 2006), Aiutami (Barbera, 2008 e nel 2014 in ebook per Laurana Editore), Italian Sharia (Perdisa, 2010), L’odore acido di quei giorni (Laurana Editore, 2011), La geografia delle piogge (Laurana Editore, 2012), L’Antie­sorcista (Novecento Editore, 2015), Darkland (Melville, 2015), Pura razza bastarda (Laurana Editore, 2018). È inoltre autore della silloge Frammenti di un odioso discorso (in ebook per Laurana Editore, 2017). Il Palazzo delle lacrime (Laurana Editore, 2019) è il suo ultimo romanzo. Paolo Grugni vive e lavora a Berlino.

Oriana, la prima della classe

Oriana, la prima della classe

(Getty)
di FRANCESCO GRECO - “Ho ancora tante cose da fare e invece devo prepararmi ad andarmene…”. Aggredita a tradimento dall’Alieno, “un male stupido. Morirà con me alla mia morte. Sconfitti entrambi!”, Oriana Fallaci tornò a Firenze, la città dov’era nata nel 1929 e con cui ha intrattenuto un rapporto di odio-amore, tale e quale a Montanelli. 

“Sto male, molto male. Il dolore alla schiena si è fatto insopportabile... La vista è peggiorata ancora…”. Ha un desiderio: “Voglio morire nella torre dei Mannelli, guardando l’Arno dal Ponte Vecchio”. Lì nel 1944 c’era il quartiere generale dei partigiani al comando di suo padre e lei, 14 enne, fece la staffetta consegnando ai grandi bombe a mano nascoste nel sesto dell’insalata a cui toglieva il “cuore”: “Ai posti di blocco i tedeschi non mi fermavano quasi mai…”. 

“Dormo poco e male e la mattina sono fuori uso…”. La grande inviata di guerra e scrittrice è in incognito, ha chiamato il vecchio amico Riccardo Nencini – consigliere regionale in Toscana – per confidargli le ultime volontà (diritti d’autore, testamento, organizzazione del funerale, ecc.) cose di cui ammette si è occupata poco. Il resoconto quasi stenografico di quei giorni è la sostanza di “Oriana Fallaci” (Morirò in piedi), Edizioni Polistampa, Firenze 2016, pp. 78, euro 6,00, un long-seller giunto alla quinta ristampa, con edizioni anche in inglese e in serbo. 

Oriana parla a cuore aperto della sua infanzia da predestinata (“prima della classe fino da piccola”), della lotta partigiana s’è detto e poi la vocazione precoce del giornalismo di cui sarà maestra di stile (“Ripugna la rima” e la prosa rileccata, “sicofanti e vigliacchi”), l’Europeo, l’insurrezione ungherese, le guerre (ottobre ’68, Olimpiadi in Messico, proteste di piazza: “Sentii il rombo degli elicotteri… Vidi un bambino piccolo, ma piccolo!, con la testa scoperchiata…Mi credettero morta, mi portarono all’obitorio... Nemmeno in Vietnam ho visto massacri come quello messicano… Dopo le guerre non arriva subito la pace. Mai…”), le interviste ai grandi, da Khomeini a Gheddafi, gli amori (il rivoluzionario Panagulis ucciso dalla Grecia dei colonnelli, ma anche un collega francese incontrato a Saigon che non divorzierà dalla moglie a cui la giornalista manderà un pacco di lettere), due aborti, tanti best-seller, “Se il sole non muore”, (“Lettera a un bambino mai nato”, 1975, 4 milioni e mezzo di copie vendute), i libri sull’Occidente in crisi (“La Rabbia e l’Orgoglio”, 2001, ecc.), “Rammollita, l’Europa si è rammollita…L’Occidente è malato, ha perso la voglia di lottare… E’ grasso e loro hanno fame…”, che non capisce la sfida politica e culturale che gli è stata lanciata dall’Islam (Corano alla mano, “il caro Adel Smith invita i suoi fratelli ad ammazzarmi… I musulmani avrebbero pagato oro per farmi la pelle”). 

Subì persino un surreale processo, a Bergamo, per reato d’opinione (assolta per “morte del reo”). Cascami di subculture declinanti. Questo snodo fuori dal politicamente corretto ne ha fatto quasi una Cassandra, il femminismo un’icona di destra. I limiti di una cultura provinciale ossessionata da un’ideologia masochista, in putrefazione. “Colta, tagliente, sempre fuori dal coro, scomoda”, la Fallaci che esce dalla prosa giornalistica di Nencini è una ragazza bellissima, dagli occhi azzurri, coraggiosa, unica: fa tanta tenerezza, “Dolce, fragile, indifesa…”. 

Un mito ineguagliabile, una leggenda, una divinità fra gli immortali. “Non mangio quasi nulla, non riesco a digerire…”. Morirà il 15 settembre 2006. E’ sepolta nel Cimitero degli Allori accanto al padre, la madre, la sorella e Panagulis, nella sua Firenze da 16 milioni di visitatori, ma irriconoscibile, “bottegaia, prostituita al turismo... un obbrobrio... questa città mi fa male, tutto è involgarito... era bella quando era più piccola e più povera…”.

Ascesa e declino di Forza Italia, il “partito di plastica”

Ascesa e declino di Forza Italia, il “partito di plastica”


di FRANCESCO GRECO - E’ allucinante che i partiti della prima repubblica (Psi, Dc, Pli, Pri, Psdi) siano stati distrutti brevi manu dalle inchieste giudiziarie. Italian style. Roba da copyright. Si salvarono incredibilmente la sinistra Dc e i post-comunisti, profumati gigli di campo in mezzo al letame. In democrazia dovrebbe essere il corpo elettorale a decretarne l’estinzione. 

Le inchieste di Mani Pulite, negli anni ’90, annientarono il vecchio Psi dopo un secolo di vita. La sua classe dirigente era ancora giovane, non poteva andarsene all’osteria a elaborare il lutto bevendo e bestemmiando alla tragedia. 

Iniziò la diaspora, che dura tuttora, se mai finirà. Ci fu chi cercò di far rinascere il garofano (Intini, De Michelis, Bobo Craxi), senza successo, e chi si riciclò nei partiti che offrivano una candidatura sicura nel listino: il potere è come il tossico che non può fare a meno della “roba”. E infatti Tangentopoli fu l’input: il Psi fu definitivamente assassinato, rottamato dagli stessi socialisti che si cibarono delle sue carni. Un esempio di antropofagia raro nella Storia patria.
  
Fabrizio Cicchitto (Roma, 1940), nel 1999 trovò rifugio in Forza Italia e quando questa entrò nel Pdl divenne capogruppo alla Camera. Cosa non si fa per portare il pane a casa, magari pure il companatico.
  
Forse si turò il naso: Berlusconi non era di certo estraneo alla vulgata giustizialista, anzi, le sue tv soffiarono nelle vele (ricordate Paolo Brosio fra i binari della metro?) perché aveva interesse a destabilizzare per poi ergersi a messia dei tempi nuovi. 
  
Un’angolazione privilegiata da cui il “politico di professione” ha osservato il partito-azienda (“monarchico e anarchico”, ipse dixit il Cavaliere della Tavola Rotonda), raggiungere l’apoteosi e 25 anni dopo la liquidazione, sgusciando come un’anguilla quando tutto stava andando alla malora con B. circondato da un harem di ragazze pon-pon al top di tempeste ormonali.
  
Nulla di nuovo che già non si sapesse: i meccanismi politici e i retroscena di un quarto di secolo di vita italiana sospesa fra prima, seconda e terza repubblica, narrati con acume e intelligenza in “Storia di Forza Italia” (1994-2018), Rubbettino editore, Soveria Mannelli, 2019, pp. 374, euro 24, con la prefazione di Francesco Verderami, il quale riconosce a Berlusconi “una funzione storica nella sfera culturale”: addirittura? Chissà se lo diranno anche gli storici. Come diceva Nanni Moretti: “Non mi preoccupa B. fuori di me, ma quello dentro di me” (e rollò una maxicanna).       

Dalla “discesa in campo” (“L’Italia è il paese che amo” e che, disse l’Economist, “ha fottuto”), alle infinite traversie giudiziarie, troppe e sospette per non dare ragione a B., sino allo tsunami dell’anno scorso (vittoria di populisti e sovranisti), Cicchitto usa la lente dell’entomologo facendo lievitare, pagina dopo pagina, un senso di nausea e di impotenza. 
  
Nauseato, Gardini si suicidò quando capì che il sistema dei partiti aveva sfruttato gli imprenditori e poi li aveva abbandonati alla gogna mediatica, la loro tragica sorte.

Capiamo allora perché poi su quel nulla Salvini ha edificato un partito del 34,3%, circa come i grillini un anno fa e anche perché le profferte di B. al Capitano non saranno mai accettate. Chi mai si affiderebbe a un naufrago senza il rischio di essere tirato giù in fondo al mare della Storia? 

Un saggio brillante e veloce, scritto con acutezza analitica e intelligenza: Cicchitto è uomo di prima repubblica, e si sente. Altri tempi. 

Libri: un pregevole volume dedicato a Martina Franca

Libri: un pregevole volume dedicato a Martina Franca


di VITTORIO POLITO - È stato pubblicato per i tipi di Adda editore il volume di Vito Bianchi e Anna Marangi “Martina Franca”, illustrato con le inconfondibili foto di Nicola Amato, ad eccezione di alcune altre che sono di Anna Marangi, Cecilia Vaccari e Marta Massafra.

Martina Franca, una delle perle della Valle d’Itria, non ha bisogno di presentazioni, basta ricordare che sorge alle pendici meridionali della Murgia ed è abitata da circa cinquantamila persone, che il suo nome deriva dal Santo Patrono francese, Martino di Tours e contornata dai Trulli.

Il pregevole volume è diviso in quattro parti: La storia della città; Itinerario nel borgo antico; Viaggio nella campagna martinese e Approfondimenti. Affronta numerosi argomenti tra storia, identità della città, il Festival della Valle d’Itria, le decorazioni del Palazzo Ducale, le Chiese, i Conventi, la Collegiata, il Bosco delle Pianelle, i riti della Settimana Santa, la Valle d’Itria ed i suoi trulli, il convento dei Cappuccini, la Ciclovia dell’Acquedotto, la costruzione di un trullo, ecc. Per gli approfondimenti si parla di Martina a tavola, dei Santi Patroni, del folklore, dell’artigianato dei viaggiatori nel tempo, dei viaggiatori ed anche del dialetto. Com’è noto Martina Franca anche se faceva parte della Terra d’Otranto, nel suo dialetto ha risentito della terra apulo-barese e di alcuni strascichi grecofoni, orientali e francofoni. Nel volume, sono riportati alcuni detti, scritti in maniera semplice per una facile lettura e comprensione, finalizzata a dare un’idea della martinesità e della saggezza popolare.

Scorrendo le pagine del volume noto una foto relativa al Palazzo Recupero, un palazzo che parla di storia e di arte ed ha ancora lo stemma di casa Caracciolo, che da oltre trentacinque anni ospita nel suo “Salotto”, magistralmente gestito da Teresa Gentile, autentici portatori di talenti pittorici, poetici, artigianali, musicali o canori, ecc., uno spazio finalizzato al rafforzamento della presa di coscienza del proprio valore.

I più umili e volenterosi, quelli che non si autocelebrano, ma sanno dialogare con chi è migliore per poter sempre meglio esprimere la propria idea di bellezza e di armonia, sono pervenuti a notorietà ma hanno continuato ad essere accanto agli altri perché ormai legati da sincera e rispettosa amicizia. E, chi scrive, ha avuto l’onore di essere presente a una delle serate, quella dell’amicizia, prezioso tassello di pace, gioia, ottimismo, positività, opportunità, riconoscenza, rispetto reciproco e speranza.

77 caffè alle 7 del mattino

77 caffè alle 7 del mattino

di FRANCESCO GRECO - “Entrò nel bar e ordinò un caffè ristretto, aveva bisogno di bere un po’ di caffeina, si sentiva i muscoli contratti e tesi…” (“Un incontro disastroso”, di Monica Sabella, scrittrice di Alessano). 

Nonostante il caffè, però, irritata dalle avance di uno sconosciuto, Sonia gli tira uno schiaffo. Dovrà incontrarlo di lì a poco per un affare che deve salvare l’azienda di tessuti per cui lavora…

L’idea del crownwriting è venuta a Marcello Lanza ed è originale, e in un paese devastato culturalmente come il nostro, dove la tv nazionalpopolare detta i costumi, è intrigante. 

77 scrittori che in 500 battute mettono giù un racconto sullo stesso tema: il caffè, icona dell’identità nazionale (infatti il progetto nasce a Napoli dove il caffè è un rito), archetipo della nostra quotidianità magicamente sospesa fra Europa e Mediterraneo e il bar è il luogo più frequentato di ogni altro. 

Il risultato è un libro pregevole e accattivante, che si legge d’un fiato, in cui vari approcci narrativi sono magnificamente ibridati. “Scriviamoci un caffè”, self publishing, 2019, pp. 197, s.i.p. è indubbiamente un’innovazione nel mondo asfittico e talvolta autoreferenziale delle patrie lettere. 

Lanza ha assemblato 77 sorsi da bere con calma zen per poterli gustare al massimo. Gli scrittori vengono da tutta Italia (qualcuno è nato extra moenia), hanno c.v. molto assortiti sociologicamente e antropologicamente (dall’imprenditore all’istruttore di nuoto, dall’avvocato alla psicoterapeuta alla designer di gioielli, ecc.) e possono essere considerati un saggio trasversale di quel che bolle e si agita nel sottosuolo letterario del paese in questi anni tormentati e densi di novità, in attesa della grande pubblicazione. 

La cifra stilistica dei racconti è decisamente polisemica, nel senso di una variazione che va dall’avanguardia e lo sperimentale all’impostazione tradizionale, classica. 

Oltre alla scrittrice pugliese (17ma pubblicazione), firmano i racconti Alessandra Di Napoli, Alessandro Iafrate, Alex Abate, Alfonso Ascione, Andrea Rotta, Angelantonio (Totò) Pugliese, Angelo Petrella, Anna Elisa Chiuppani, Annarita Sarro, Antonella Falato Bellisario, Antonio Garofalo, Aurelia Alaia, Carmelina Ianniciello, Carmine Andreotti, Carmine Lima, Dario Pinazzo, Davide Pagnoncelli, Diana Buonomo La Rossa, Elia Angiolini, Elia Issa, Elia Pinto, Erica Vernetti Prot, Felice Silvi, Gennaro Rinaldi, Giacomo Pluchino, Giancarlo Paga, Gianfranco Iapicca, Luigi (Gino) Maffei, Giovanna Kiferle, Giovanni Rizzo, Giulia Bertolucci, Giuseppe Merlini, Giuseppe (Peppino) Pelosi, Grazia, Vinci, Katia Tossi, Katiuscia Berretta, Laura Vedani, Loana Loscialpo, Lorena Enrici, Luca Guglielmi, Lucia Di Maria, Luigi Caruso, Luigi Manzo, Maevee Sandonati, Maria Luigia Cipriano, Manuela Pia, Marcello Lanza, Marina Giacobbe, Mario Scala, Massimo Minoletti, Michele Cangero, Michele Ciasullo, Michele De Stefano, Michele Ranieri, Mickail Scuro Masciano, Nicoletta Sangiorgio, Nunzia Esposito, Paola Pepino, Pasqualino Di Cecilia, Patrizia Maria Abate, Patrizia Setteducati, Piergiorgio Franchini, Pina Baiano e Mimmo Caputo, Roberta Melasecca, Rosanna Rossi, Rossella Donadeo, Rossella Iacobucci, Rubina Giacci, Rudy Rinaldi, Sabrina Brunelli, Silvia Piconi, Sophie Leray, Stefania Soldati, Stefano Panci, Tancredi Di Cecilia, Tiziana Gargiulo, Velia Tortora.

Iscriviti ora