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Riviste: in distribuzione il numero 46/2018 de 'L’Audioprotesista'

di VITTORIO POLITO - È in distribuzione il numero 46/2018 della rivista tecnico-scientifica dell’udito “l’Audioprotesista”, organo del comparto Audioprotesico Italiano e di altre associazioni del settore e membro dell’Associazione Europea degli Audioprotesisti (ECA Editrice).

La rivista, introdotta come di consueto dal direttore editoriale, Mauro Menzietti e dalla giornalista Valentina Faricelli, è dedicata al Congresso dell’Associazione Nazionale Audioprotesisti svoltosi a Rimini.

Gianni Gruppioni, presidente ANAP, scrive del cambiamento che è in corso, non esclusi i servizi audioprotesici che stanno cambiando radicalmente e in fretta, come sostengono gli esperti del settore.

Il giurista Luca Benci tratta degli obblighi e degli adempimenti della nuova normativa sulla privacy. Mentre l’avvocato Bartolomeo Grippa approfondisce il tema relativo alle “pratiche commerciali scorrette nella vendita di dispositivi medici”.

Claudia Cassandro affronta il problema delle gestione delle ipoacusie lievi in età scolare, sottolineando l’utilità della collaborazione dei genitori, finalizzata a evidenziare le minime difficoltà di comunicazione e comportamentali dei ragazzi ai fini di un eventuale approccio terapeutico.

Infine una nota di Paolo Petrone, otorinolaringoiatra e responsabile scientifico dell’Associazione “Nonno Ascoltami!”, illustra la dieta sana che può prevenire la perdita dell’udito. Infatti, sottolinea che mangiare sano aiuta a ridurre il rischio di ipoacusia fino al 30%.

Numerose altre note e rubriche trattano argomenti di interesse degli audioprotesisti.

Libri: Michele Palmiotta con Delio De Martino sulle… orme di Alvaro Cunqueiro

di VITTORIO  POLITO - Seguo da tempo la carriera di Delio De Martino - a prescindere dal fatto che il padre mi ha inserito in quel monumentale volume «PUGLIA MITICA» che riproduce in copertina i magnifici dipinti situati nelle sale  del Circolo Unione di Bari - e il percorso della sua esuberante «Oltre collana», che ha avuto il grande merito di togliere dall’oblio un romanzo giovanile  di quella gloria garganica-italo-americana che risponde al nome di Tusiani, ma non nascondo di essere rimasto stupito nel leggere l’ultimo titolo pubblicato «Un hombre a la vez melancòlico y fantàstico. Ironia y melancolìa en el ciclo bretòn de Cunqueiro» (Levante editori Bari, 2018).

L’autore Michele Palmiotta, giovane dottorando dell’Università di Bari e valente studioso che può già vantare diverse esperienze formative in Svezia e Germania, attualmente sta approfondendo le lingue e le letterature gallega (lingua usata fra il sec. XII e il XV anche in letteratura, oggi utilizzata solo a livello dialettale), e catalana lasciandosi ammaliare dallo scrittore spagnolo Alvaro Cunqueiro (Mondonedo, Galizia, 1911- Vigo, 1981), che iniziò il suo rapporto con la letteratura cimentandosi con poesie in gallego. Cunqueiro oggi riveste un posto di grande importanza nel panorama della narrativa contemporanea spagnola, sia in castigliano che in gallego. Leggendo, della secessione della Catalogna e del referendum di un anno fa, ho scoperto una cosa che ignoravo e che mi preoccupa e fa riflettere: il varo di una legge in Sardegna per il riconoscimento della lingua catalana come idioma ufficiale. Cunqueiro  è famoso anche per l’ironia che trasmette nelle sue storie che non ritengo un azzardo definire fantastiche e che per certi versi possono essere considerate ‘mitiche’; nel 1968 ha ricevuto il prestigioso premio Nadal per «Un hombre que se parecìa a Orestes» e come dice Delio De Martino: «…per rendersi conto come l’autore abbia saputo coniugare lingue e culture diverse, valorizzare terre, temi, personaggi così distanti tra loro in un’ottica allo stesso tempo locale e culturalmente universale». Di Cunqueiro avevo letto un volume pubblicato a Milano (Jaca-Book -1984) dal titolo «Cronache di un maestro di coro», in cui il protagonista veniva rapito da spiriti redivivi e, suo malgrado, era costretto a seguirli in un percorso per le strade della Bretagna, ascoltando storie di cui, forse, avrebbe fatto a meno di…occuparsi: ottimo romanziere.

Non posso non riportare integralmente, con i dovuti tagli per mancanza di spazio, quello che De Martino Jr, scrive: «La lezione di Cunqueiro è dunque quella di coniugare la riscoperta del valore della propria terra e della propria lingua con una visione che, senza rinchiudersi nel campanilismo, sa aprirsi alla grande tradizione della cultura occidentale, creando una letteratura allo stesso tempo locale, europea e globale… Questa lezione va oltre la sfera puramente letteraria e si propone più in generale come una proposta per una cultura sociale, politica, economica che sappia valorizzare tutte le risorse locali senza perdere mai di vista la complessità del mondo… Tra ironia e malinconia, anche Alvaro Cunqueiro, può dare ad un’Europa moderna sempre più a rischio di implosione un contributo per ritrovare un futuro migliore».

Di grande impatto visivo l’acrilico su tela della fisica e artista Dunja Calianno che impreziosisce la copertina: nella loro nuda semplicità i colori dimostrano che non basta avere una tecnica, ma ci vuole un’anima che sostenga il tutto. Non tutti i disegni si manifestano nello stesso modo, ma è anche vero che non tutte le arti figurative si ‘santificano’ allo stesso modo. Come non augurare ai giovani Michele Palmiotta e Dunja Calianno di mantenere questa intensità di studio e di non aspettare il vento per far gonfiare i loro sogni, ma di soffiarci loro dentro con forza: la giovinezza è un bene che va, oltre che sostenuto, alimentato con forza e coraggio.

Libri, da Grumo all’Unità d’Italia: la storia del generale garibaldino Filippo Minutilli

di PIERO LADISA – Tra le ultime novità editoriali della casa editrice barese Wip, segnaliamo il saggio storico Filippo Minutilli. Un grumese, Generale Garibaldino de I Mille” scritto da Domenico Palladino (2018, pp. 260, € 18,00). 

Palladino, Medico Radiologo e Primario Ospedaliero Emerito di Radiologia, con quest’opera ha voluto onorare la figura e le gesta di uno dei suoi più illustri concittadini, che ha condiviso con l’Eroe dei due Mondi le fatiche militare durante il Risorgimento italiano. 

Corredato da foto, documenti d’epoca, a cui fa capo una vasta bibliografia, il saggio - impreziosito dalla prefazione di Giuseppe Garibaldi, bisnipote del generale – è un valido sussidio storico per tutti coloro che volessero approfondire “la lacunosa storia di Minutilli, incastrandola nei grossi avvenimenti storici” come sottolinea l’autore nell'introduzione. 

INTERVISTA ALL’AUTORE 

D. Perché ha deciso di scrivere un libro sul Generale Minutilli? 
R. «L'idea e' venuta quasi casualmente. E' riportata nel libro. Siamo andati a curiosare Roma, salendo sul Colle del Gianicolo per dare un’occhiata a Largo Mimutilli. Era stata fatta una delibera da Roma Capitale nel 1982, di intestare a Filippo Minutilli, Generale Garibaldino, uno spazio proprio sul Gianicolo consacrato agli eroi della Repubblica Romana, a Garibaldi e ai Gaibaldini. Il Largo intestato non esisteva. Nella parte conclusiva del libro si legge l'anticipazione della nuova delibera che Roma Capitale ha predisposto, per intestazione di nuovo spazio a Minutilli, dietro l’istanza dell’Associazione Culturale CROSAT di Grumo Appula. Si attende solo un nulla osta della Prefettura di Roma. Da lì dunque è partito il desiderio di rendere giustizia a questo personaggio, come tanti delle nostre terre, trascurato dalla storia perché non sponsorizzati da "gente che conta"». 

D.Ha trovato particolari difficoltà nel reperire le fonti necessarie? 
R. «Quando sono andato a Roma per consultare l’Archivio presente all’Eur, nell’apposito comparto riguardante la spedizione dei Mille, c’era solo un foglio scarno di notizie. Mancava solo il fascicolo di Minutilli dei 1087 complessivi dei garibaldini. In realtà era stato ritirato dai suoi discendenti che negli anni ’70 avevano passato questi documenti al prof. Sirago, docente all'epoca di Storia Romana presso l’Università degli Studi di Bari, e che ne ricavò una biografia molto apprezzabile. Non senza difficoltà sono riuscito ad avere dal Ministero della Difesa lo stato di servizio di Minutilli, fonte infinita di notizie certe e definitive». 


D. Come ha accolto il suo lavoro la città di Grumo? 
R. «L’opera è stata accolta con qualche reticenza, dopo circa trent’anni dall'analoga del prof. Sirago citata in precedenza. Ma la lettura dei contenuti, suffragati da nuovi documenti, ha fatto ricredere qualcuno. Nella consapevolezza che la storia si scopre con gli approfondimenti dei ricercatori». 

D. Per il futuro ha in mente una nuova iniziativa editoriale di carattere storico? 
R. «Si. Amando molto la storia, ritengo che scriverò ancora qualche altra opera dello stesso genere. Sempre su personaggi negletti dalla storia ufficiale. I nostri "eroi", dimenticati dalla stampa e dalla storiografia nazionale».

Scrittrici: Soledad 'In carne e cuore'

di FRANCESCO GRECO - Soledad Alegre non è di quelle che ci si volta a guardare per strada: diciamo che è un tipo. E' una di quelle ragazze un po' cresciute, diversamente giovani, di cui è pieno il mondo 2.0 sotto la tirannia del pixel e la vita quotidiana. Schizzate al limite della paranoia, ovviamente in carriera, sfatte dalla tensione sovrumana per non lasciarsi andare alla cellulite e le smagliature (“il diretto interessato è l'ultimo ad accorgersi del disastro”), col filo interdentale nella borsa griffata, le puoi incontrare alla fermata della metro a smanettare sull'i-pad, in palestra, alla cassa del centro commerciale, dal dentista.
 
Le riconosci subito: hanno un'impronta somatica che non ha bisogno di eccessive decodificazioni e cercano l'uomo della loro vita. Soledad pensa di averlo trovato nel gigolò russo Adam “occhi caramello”, “un fisico fuori dal comune”, “la vita le pareva vuota, noiosa e insensata”, trovato sul web.
 
Sono un archetipo del nostro tempo complicato, che promette l'eterna giovinezza, un business che poi ti vende robaccia inutile, spesso dannosa: ricordate Laura Antonelli?
 
Soledad di più ha il senso di rivincita sociale che deriva dalle “umili origini”, un démone difficile da domare e che pure le dà la forza per non arrendersi alle asprezze della vita (inclusa una gemella fuori di senno).
 
Nella Spagna della grande crisi dove (“c'era sangue dappertutto”), dopo aver perduto la direzione del centro culturale “Triàngulo” lavora in una galleria d'arte dove si deve allestire una mostra di artisti maudit (da Burroughs che si taglia una falange col trinciapollo a Gàlvez che gira i bar a chiedere un obolo per seppellire il figlioletto fino alla sifilide di Maupassant), di quelli che inseguendo la fama hanno dovuto fare i conti con i crampi della fame.     
 
“In carne e cuore”, di Rosa Montero, Salani editore, Milano 2017, pp. 222, euro 16,80 (ottima traduzione di Michela Finassi Parolo), è un romanzo (forse autobiografico) che si legge con avidità anche perché ben scritto, come è sempre lo stile di chi proviene dal giornalismo (dal '76 scrive su “El Paìs”).
 
Ma anche perché Soledad è l'icona modernissima del XXI secolo. Sospesa fra troppa autostima e un narcisismo indotto da scienza e tecnologia e il web dove nei profili sui social siamo tutti giovani, ricchi e belli, e dimentichiamo che la vecchiaia “costosa” arriva all'improvviso e si resta soli (infatti Adam ha altri progetti e non con Soledad).

La donna ha puntato tutto, o quasi, sul corpo, sul vestito, l'apparire, ha smesso l'eleganza dello spirito, la sola che dà sicurezza e bellezza infinita.
 
Target, ostaggio di stilisti e pubblicitari, ha scordato che la bellezza ha origini misteriose e irrazionali: si può essere belle sempre e mentre un uomo vecchio può essere interessante (Tolstoj non scappò con una ragazzina), la donna è solo vecchia perché insieme alla tensione della carne perde anche la luce dello sguardo.
 
La prosa di Rosa Montero è piena di luce, di grazia e sincerità (come quella di Almudena Grandes). Abbagliante, sincopata e ipnotica, non riesci a smettere e ne vuoi sempre di più. Procuratevelo subito se volete sapere delle donne che ci stanno intorno, della loro e nostra vita: Soledad (e Dolores) sono nostre sorelle. 

“Muovete il culo!”

di FRANCESCO GRECO - Bill Gates aveva 53 anni quando si autopensionò da Microsoft per dedicarsi, con la moglie, alla beneficenza. E’ la stessa età in cui da noi i bamboccioni (o i nerd) ancora stanno attaccati alla paghetta di mamma. Che a volte, invece di spingere il vecchio figlio Peter Pan a calci in culo fuori dalla magione paterna, se lo coccola, se lo spupazza come fosse appena nato.

Anche questo è declino, il peggiore, perché non legittimato.

Da noi, se per caso fosse nato un Mark Zuckerberg, lo terremmo a 300 euro al mese, al call center del rione, a contratti a termine.

Anche per questo poi – dopo essere stati costosamente formati dall’Italia - se ne vanno a Barcellona, Londra, Berlino: salvano la paga, e anche la dignità, che qui ti insudiciano ogni mattina, se non sei amico degli amici, meritocrazia zero, cooptazione, becero familismo suicida, livellamento sulla mediocrità e la supponenza. 
 
Siamo un paese di vecchi, pieno di Napolitano, di morti di fame (c’è gente che sta in 20 board e cumulerà 20 pensioni), un nobile decaduto (“straordinario e straziato”). Un’immensa casa di riposo, culle vuote, paesi fantasma (ultimo rapporto SVIMEZ), terre abbandonate, emigrazione in ripresa. Ma a nessuno gliene importa. Non certo ai politici, che vendendo paradisi futuri ci campano: le istituzioni ormai sono ammortizzatori sociali, dal baretto sotto casa al Parlamento il passo è breve.
 
A frugare impietoso nel baratro in cui siamo finiti, Alberto Forchielli in “Muovete il culo!” (Lettera ai giovani perché facciano la rivoluzione in un Paese di vecchi), Baldini+Castoldi, Milano 2018, pp. 192, euro 15.
 
Un paese di morti, dove non si prendono decisioni, in cui la fuga dalle responsabilità è cultura. In un tempo virale, vuol dire stare fermi, suicidarsi.
 
Forchielli apre con la storia del milite ignoto, quel povero ragazzo friulano, Michele, che non ce l’ha fatta e s’è suicidato. Emblema di una generazione (solo una?) che fa “sforzi senza ottenere risultati”, che ha “subito il furto della felicità”.
 
Un gesto disperato, che andava decodificato ampiamente, ma di cui i media (i Vespa e i Floris) non si sono quasi occupati, dediti come sono al gossip politico da fifa e arena.
 
Ma quanti Michele ci sono (Generazione Standby) in un paese "messicanizzato", in cui ai casting del Grande Fratello e ai talent si presentano a migliaia? Dove la protesta è stata intrappolata dalle fake-news di sovranismi e populismi e in cui la sinistra è un ectoplasma? In cui il lavoro ha perso ogni dignità e valore (lo ha rilevato anche Papa Francesco), lo stato sociale si è dissolto, ascensore sociale rotto e ammortizzatori sociali zero, o quasi?
 
Forchielli se la prende anche con la sua generazione, ma non si capisce bene cosa avrebbe dovuto fare, da cosa nascono i sensi di colpa. Sarebbero diventati delle “muffe” a causa di “agi” e “vizi” che gli sono stati concessi. “Hanno perso geneticamente forza di volontà e spirito di sacrificio”. Ma ci sono anche quelli che ce l’hanno e lo stesso sono ricacciati ai margini, fuori dal patto sociale. Vero comunque che chi si è imboscato nei posti migliori senza fare niente (“la furbizia ha spodestato l’etica del lavoro”) oggi è fresco “come delle rose”, a 60 anni magari va in giro coi jeans sdruciti alla moda.
 
Un saggio da leggere subito, anche se non sortirà alcun effetto: viviamo in un paese alla tre scimmiette sul comò, di sordi, orbi e silenti, che vogliono vivere cento anni in pace. Quella eterna. 

Quel genio tormentato di Beethoven

di FRANCESCO GRECO - “Avvolto nell’ombra dell’eterna solitudine,/ nella tenebra impenetrabile di fitta luce…” (dai pensieri e diari). Malato, era in ansia per la salute della madre, la cui malattia lo faceva soffrire (1787). Scriveva amico e fratello con la maiuscola (a questo addirittura dava del “lei”, 1801). “Spirito degli spiriti, che sei diffuso in ogni porzione/ dello spazio e del tempo smisurato…” . Grande Beethoven, immortale la sua opera, eterno l’uomo inquieto, tormentato, “eccentrico” disse Goethe dopo una serata a casa sua, in cui suonò al pianoforte: i due furono in rapporto d’amicizia e di stima reciproca (Beethoven musicò “Egmont”).

Visse con i sensi sempre tesi: era cosciente sin dal principio della sua mission. E’ uno dei grandi compositori su cui si scava di più, e si scopre sempre qualcosa di inedito. Come in questa “Autobiografia di un genio”, di Ludwig van Beethoven (Lettere, pensieri, diari), Piano B Edizioni, Prato 2018, pp. 160, euro 14 (a cura di Michele Porzio). E’ una piccola antologia in cui il genio tedesco è ritratto “nature” tramite i suoi scritti (alcune lettere non furono mai inviate). L’osmosi fra arte e vita è strutturale anche nella sua parabola esistenziale. Se si conoscono, anche per sommi capi, gli snodi della sua vita, con tutte le “umane debolezze” e “le fissazioni caratteriali” (Porzio in prefazione), allora si comprende anche la sua arte sublime, inarrivabile: quartetti, sinfonie, ecc. ”Il nuovo e l’originale si manifestano (al compositore) da sé, senza che ci si pensi”.

Beethoven incarna i format del Romanticismo, magari senza volerlo, nè saperlo. Anche il suo rapporto con la donna è romantico: “Mio angelo, mio tutto, mio io…”, scrive, forse, a Antonie Brentano, inizi di luglio 1812. Una lettera che la destinataria (sposata con quattro figli) forse non lesse mai. Gli amori impossibili non sono forse una delle componenti dell’animo romantico? Ma Beethoven apparteneva all’arte, al mondo, all’eternità: il rifugio più sicuro per uno spirito nobile, sensibile, aristocratico: le pene d’amore sono accessori per borghesi e parvenu, “per gente volgare”.

'Una', storia di fantasmi mitteleuropei

di FRANCESCO GRECO - C’è forse un posto migliore dello studio di un fotografo da cui osservare il mondo e la sua ricca fauna antropologica? Accade a Trieste, cuor d’Europa (Svevo prima e Saba poi l’han fatta amare a noi tutti), città per sua definizione e storia riccamente contaminata e innervata da mille etnie, pulsioni, percezioni, sedimentazioni: un seducente melting-pot che la natura (la Bora) si incarica di centrifugare. Che si respirano con la sua salsedine, la pioggia, il vento, perché “l’incoerenza governa Trieste”.

Ruben Granieri l’ha affittato dopo che un sarto indiano se n’è andato regalandogli una camicia troppo stretta, e vivacchia filosofando tra un ritratto e un servizio esterno. Il suo spirito però vuole elevarsi di continuo, per cui pratica il deltaplano e il parapendio per cogliere “i rumori primi della vita”, “l’odore puro e definito dell’aria…”. Accade a tutti noi in un tempo “liquido”, banale, volgare e relativizzante.
Un’esistenza quieta, piccolo borghese, condizione comune alla provincia italica, anche al crocevia di imperi che han lasciato echi di splendori e miserie, nel paesaggio e nell’anima. E l’incipit di “Una”, primo romanzo della scrittrice giuliana (nata negli USA) Serena Castro Stera, Armando Curcio Editore, Milano 2017, pp. 160, euro 12,90 (direzione editoriale Cristina Siciliano, impaginazione Ivan Muccari, supervisione Ennio Salomone).

Diciamolo subito: il fascino del romanzo è nella ontologica intreccio e contaminazione fra un sostrato mitteleuropeo (psicoanalisi, ma anche l’altro da sè, smaterializzato, di Kafka), il rigore, l’etica marziale austro-ungarica, le effervescenze a tratti deliranti della cultura balcanica. E’, si suppone, l’aria respirata dalla scrittrice, che sulla pagina si sostanzia in un pathos lirico, a tratti surreale e metafisico, in certi squarci onirico e magico, certamente di grande effetto. Una prosa magmatica, sorprendente, che riserva sorprese pagina per pagina.

L’abilità della scrittrice sta non solo nel tratteggio psicologico dei personaggi, pure efficace e nella messinscena della loro ricchezza filologica, ma anche nell’evocare background e nel tenere insieme la storia, i suoi mille rivoli e chiaroscuri che corrono in superficie e a livello carsico, come un canovaccio tessuto al telaio dalle vecchie pugliesi. Quando la “magnetica e terribile” Una – che da precaria insegna disegno nelle scuole - si presenta da Ruben e chiede una foto per il padre, subito si capisce che ci sono lutti mai elaborati, dolorosi conflitti irrisolti, ispide edipicità, ostacoli che non si riesce a rimuovere.

La lettura che ne dà Ruben, una tavolozza su cui sono spalmati i colori della forza e della fragilità, della luce e della tenebra (“la sua pelle diventava luminosa, canticchiava spesso giocando con i peluche…”), i suoi occhi d’ambra (uguali a quelli della madre hippy) intrinsecamente incubano l’inclinazione naturale ai rischi dei sentimenti. Il resto il lettore lo scopra da sé: non gli faremo il torto di dirgli perché la ragazza vuole fare un foto per il padre Stefano, militare “anaffettivo, guerrafondaio” impegnato prima in Kosovo poi in Afghanistan, petto colmo di medaglie, della sorte della madre naturale Iris e di Teresa, l’altra madre con cui intreccia un delicato rapporto di complicità, ma che, sopraffatta dalla sensualità, sposa il cognato, di Thelma, Angela Luzzi Ispettrice, Monica, Stankovic, Adele, nella Trieste “maga e megera”, grumo semantico di tutti i mali del nostro tempo immondo (cancri, divorzi, stupri, violenze sulle donne), che i posteri forse seppelliranno sotto una laida risata. Meritata.

Quando un cane ti cambia, e ti salva, la vita

di FRANCESCO GRECO - “Fissa il tuo cane negli occhi e tenta ancora di affermare che gli animali non hanno un’anima” (Victor Hugo). Il caso che, come pensava Goethe, governa la vita, ha voluto che questo libro mi arrivasse una mattina in cui, passando davanti a un cimitero di un piccolo paese del Sud, dinanzi al portone chiuso di un cimitero, vedessi un cane.

“Gli animali possiedono bellezza senza vanità, forza senza insolenza, coraggio senza ferocia e tutte le verità dell’uomo senza i suoi vizi” (Arthur Schopenhauer). Sono sceso, sono entrato al primo bar e davanti al caffè ho chiesto di chi era. Mi è stato detto che il suo padrone era morto da qualche giorno e che la bestiola andava ogni mattina a trovarlo al cimitero e se trovava chiuso, aspettava paziente che il custode aprisse il cancello.

“Ho trovato più pericoli tra gli uomini che in mezzo alle bestie, perigliose sono le vie di Zarathustra. Possano guidarmi i miei animali!” (Frederich Nietzsche). Mi è venuto istintivo pensare che i cani sono capaci di ciò di cui noi forse non siamo più capaci, o lo siamo a fatica: provare emozioni, sentimenti, affetto.

In cambio dei nostri avanzi, di nulla. “Ciotole d’amore” (Quando un cane può cambiarti la vita), di Manuela Porta (prefazione di Roberto Marchesini, collana “Extra”), Cairo Editore, Milano 2018, pp. 140, euro 13,00, svela questi animali, “angeli a quattro zampe” (“la nostra ombra”, “l’altra faccia dell’umano”, “ha impostato le basi dell’ecumene insieme alla nostra specie”, Marchesini, etologo, filosofo, nella prefazione) da angolazioni nuove.

Dalla tomba del vecchio ebreo che 14mila anni fa si fece seppellire col suo cucciolo agli Egizi che rappresentavano il dio Anubi come un cane nero che accompagnava le anime dei defunti all’altro mondo. Ma nella succosa appendice, la “gattara dichiarata” Manuela vi spiegherà anche come “gestire” il vostro cane (malattie, visite dal veterinario, che fare quando abbaia troppo e disturba il caseggiato, cosa sono i forasacchi, ecc.), fornendovi persino gli indirizzi mail di chi vi potrà aiutare. Perché avere un cane non è facile, e quando decidete di prenderne uno, sappiate già da prima che è un impegno serio. Un animale non è un giocattolo, pretende rispetto e dignità. Proprio come gli uomini.

Libri: ‘Una vita in versi’, omaggio del mondo culturale ad Anna Santoliquido

BARI - Venerdì 28 settembre, alle ore 18,30, nella sala Massari del Comune di Bari, sarà presentato il volume “Una vita in versi”. È l’omaggio del mondo culturale ad Anna Santoliquido, un’autrice che ha segnato il Mezzogiorno con la creatività, gli incontri e le collaborazioni nazionali e internazionali. La varietà degli interventi e le sfumature artistiche avvalorano un lavoro d’anima e di ricerca della bellezza, che sfolgora da ogni testo del libro. Ne emerge un arazzo intessuto di terra e mare nel quale la sacralità dell’antico si coniuga con la dimensione del sogno e la preziosità del reale. Un itinerario umano e letterario, che può essere da sprono nell’attuale società tecno-globalizzata.

Il volume, curato dalla saggista lucana Francesca Amendola e pubblicato da LB Edizioni, è anche un dono per il suo compleanno speciale e per il lungo impegno nella scrittura. Il libro è corredato da alcune foto che rappresentano momenti dell’intensa vita letteraria della poeta che originaria della Basilicata, è da cinquant’anni residente nella città di Bari.

Le foto raccontano degli incontri con personalità della cultura che la poeta ha conosciuto durante la sua quasi quarantennale attività letteraria: il Nobel Iosif Brodskjj, la grande Desanka Maksimović, Predrag Matvejević, il siriano Adonis, le poete italiane Marniti, Guidacci, Spaziani, Mario Luzi. Non mancano le illustre figure del Mezzogiorno con i lucani Albino Pierro e Vito Riviello, la scrittrice pugliese Maria Marcone, il compianto professore Michele Dell’Aquila dell’Università di Bari e il meridionalista e poeta Vittore Fiore. La curatrice del volume, in un’apposita sezione, ha voluto evidenziare anche alcune delle opere pittoriche e scultoree che noti artisti hanno dedicato alla poeta: Barbarito, Damiani, De Luca, Linzalata, Lodeserto, Masini e altri.

Nella pubblicazione sono riportati anche dei componimenti dedicati alla Santoliquido da autori, tra cui Bettarini e Lucarini e alcuni spartiti musicali dei maestri Komorowski, Golia, Stea.

Alla manifestazione interverranno il Sindaco di Bari Antonio Decaro, che ha anche prefazionato il volume, Paola Romano Assessore del Comune, la curatrice Francesca Amendola, Ettore Catalano professore onorario dell’Università del Salento e Francesco Mastrandrea Sindaco di Forenza. Il giornalista Enzo Quarto modererà la serata e l’attore Lino De Venuto interpreterà alcune poesie della Santoliquido.

Dai 'moti' di Bandiera ai versi di Tusiani: una continua, proficua…’condivisione’

di LIVALCA - «Ascolta amico per me le ‘condivisioni’ sono come le pittule (pèttue a Bari) …spariscono subito e finiscono nello stomaco che fatica a digerirle»: questo ho detto ad un amico, attivissimo e prolifico giornalista, che mi faceva notare come i miei articoli avessero poche condivisioni (termine non solo astruso ma insignificante per generazioni come la mia che avevano difficoltà a condividere anche la propria donna con… altri). La mia convinzione, avvalorata da indizi che potrebbero ‘tramutarsi’ in prove senza difficoltà, parte dalla premessa che ‘condivisione’ non è garanzia di aver letto l’articolo ma sia una di quelle forme che possono generare orgoglio statistico-matematico senza che nessuno sia in grado di individuare la fonte o sorgente: non serve contarsi quando si è moltitudine, ma diventa necessario quando si deve dimostrare un qualcosa che tarda ad emergere. Dimenticavo non sono su Facebook e quindi non ho amici virtuali, ma solo quelli con cui si dialoga, litiga e ci si guarda negli occhi prima di ferirsi o tradirsi. Chiaramente questo non significa che non sia auspicabile aver sempre ‘condivisioni’, perché si tratta senz’altro di una forma che attesta un successo. Prometto di non tornare più sull’argomento fino al termine del secolo in corso. Non ho mai chiesto allo studioso Bandiera se fosse in qualche modo imparentato con il famoso omonimo fucilato nel 1844, ma voglio raccontargli, al riguardo, una storia vissuta dal sottoscritto in prima persona.

In una dignitosa aula del secolo scorso l’insegnante sta interrogando sei ragazzi, tre per ogni lato della cattedra, sui moti rivoluzionari dal 1820 in poi, e chiede al mio amico Pellegrini in che anno e dove furono fucilati i fratelli ‘veneziani’ Attilio e Emilio Bandiera, figli del barone e ammiraglio Francesco Giulio. Io ero seduto al primo banco, vicino la porta e il mio amico si era ‘schierato’ dall’altra parte pronto a recepire gli eventuali suggerimenti. Fu facile fargli capire 1844, problematico Vallone di Rovito ( Cosenza) in Calabria. Il mio amico che era sveglio, intelligente ed esuberante riuscì a carpire velocemente vallone e su Rovito, influenzato dalla sua velocità di pensiero che lo faceva collegare a ‘veneziani’, pronunciò Rovigo. L’insegnante imparziale gli fece ripetere più volte quel nome, onde specificare bene la g e non la t, e mentre io con la mano continuavo a fare ‘no, no, no,’ Stefano perse la pazienza e mi indicò e finimmo entrambi… fuori, in attesa di andare dal preside.
La preside Francesca Marangelli, definita femminista ante litteram e autentico esempio di vita dedicata alla scuola, severa ma saggia ci riportò in classe e disse all’intera scolaresca che nella vicenda ognuno aveva cercato di svolgere al meglio il proprio ruolo, ma qualcuno non era stato in grado di accettarne le conseguenze. Ci propose tre soluzioni ed un ‘invito’ per l’insegnante : studiare di più, imparare a suggerire meglio, abituarsi a fronteggiare gli imprevisti e rivolgendosi a chi era in cattedra: «fino al termine dell’anno scolastico li interroghi sempre insieme». Fu così che io e Stefano decidemmo di studiare insieme.

Ho raccontato questo fatterello perché sembra una di quelle storie che Bandiera con il titolo « Pittule letterarie» ha mandato alle stampe nel 2016 per i tipi della tipografia Castrignanò di Calimera e che nel loro asciutto, schematico, laconico, sintetico evolversi degli avvenimenti possono riportarci, come ci racconta Nicola Savarese in una sapida, arguta e vivace presentazione, senza enfasi: «…alla nostra umanità e a quella che vorremmo trovare anche nel prossimo». Emilio nell’inviarmi il lavoro ha voluto legittimarlo con una dedica: «A Gianni per una salutare pennicchella», pur sapendo che non riposo neanche di notte. Quel salutare mi ha fatto riflettere e mi sono rammentato che il Maestro di vita Emilio è anche Maestro di latino : andando indietro nei ricordi scolastici …pendiculare, latino volgare pendicare (pendeo, es, pependi, pendere) ossia pencolare, essere piegato, pendere da una parte, minacciando di cadere. Stupito che a Carpignano Salentino sappiano che sono in procinto di cadere…minacciato da una parte consistente, li tranquilizzo : posso anche cadere ma sempre da una parte e in piedi…e non solo in senso figurato. Ho letto ad aprile di quest’anno il volume di Bandiera e non riesco a ricordare come finiva il racconto dedicato alle ‘Disavventure dei chierichetti’ e non trovando il testo sulla mia scrivania - sottratto da qualche amico o semplicemente sparito nel caos di manoscritti che fa del nostro Paese un popolo di scrittori e non lettori : entrambi ai primi posti - voglio attestare che la mia potente memoria visiva ricorda che a pag. 15 e 16 vi erano due refusi : mancava una elle e vi era una n al posto della elle. Emilio quando lo ristamperai ti prometto che lo leggerò tutto e troverò minimo dieci refusi : deformazione professionale per cui ricordo gli errori e non i fatti (...per alcuni è un vantaggio).

Pensate, racconta nelle ‘pittule’ Bandiera, che in una masseria denominata Cacorzo vi era un cane che si chiamava ‘Pronto’ e che impazziva quando i giovani facevano esplodere ‘ i tronetti’( fuochi d’artificio artigianali); si parla di ragazzi che si erano cibati con i ‘purcidduzzi’, dolci a base di mandorle, miele, limone e cannella, e quindi erano un poco euforici. Emilio il mio cane, che si chiama Sansone e non Punto, oggi, dopo oltre 12 lustri, fa le stesse cose e i ragazzi vanno a festeggiare fuori, non più in casa, consumando dolci che a noi possono apparire ‘schifezze’, ma sono solo i loro ‘purcidduzzi’. Ti confesso Emilio che quando mi sono beato nella tua voglia di raccontare come si viveva nella seconda metà del secolo scorso e ho messo a punto il tuo modo di esporre asciutto, e pur ridondante di insignificanti particolari, ho pensato ai ‘Racconti romani’ di Moravia : i primi non i «Nuovi racconti romani’, ormai già oltre. La descrizione di quel modo di trascorrere il tempo semplice e pur tanto impegnativo vi pone al servizio della gente, quella disposta ad apprezzare la qualità della vita odierna e a non provare ‘ nostalgia’ per quella ‘povertà’ che è felice solo nella retorica di chi …’sta e stava bene’. Sarà questo il motivo che mi ha portato a considerare che mi sarebbe piaciuto chiedere al poeta italo-americano Joseph Tusiani se rimpiange di essere partito, nel lontano 1947 dalla sua San Marco in Lamis, per raggiungere un padre ‘sconosciuto’ a New York ed iniziare una vita la cui prospettiva era…Manhattan, ma ho ripiegato sulle frittelle di pasta cresciuta di cui si sarà nutrito in Italia…prima di gustarle in lingua latina e americana. Quindi mi sono rivolto ad una delle personalità femminili più attive e mitiche (…perché cerca le cose antiche !) del Gargano, sammarchese da sempre, per sapere come si chiamano in quel luogo famoso nel mondo per il ‘panecotte cu llu latte’, le ‘pittule’ cui fa riferimento Bandiera. Grazia Galante subito mi ha risposto ‘screppèdde’ ( raccomandandomi l’accento ‘grave’ con un…acuto !) e non ho potuto fare a meno di pensare che proprio questi dolci singolari, che Emilio almeno idealmente portava a Joseph nei suoi viaggi americani, siano stati il collante che ha spinto lo studioso salentino ad impegnarsi nell’analisi della produzione poetica in lingua latina di Tusiani. Il ‘The greatest living neoLatin poet’, affermazione di William Cooper, ha stampato nel 2018, nella collana Kleos della Levante editori-Bari, il volume« LUX VICIT Carmina Latina», con introduzione e traduzione italiana di Emilio Bandiera. L’idea che l’effluvio di questa farina intrisa d’acqua, lavorata e poi fritta, asciugata in zucchero o ‘vincotto’, abbia allietato sia Tusiani quando componeva che Bandiera quando traduceva, mi sembra il più bel ‘munus’ che io possa fare ai due amici che nel nome di una ‘pugliesità’, sempre propalata con dignità, fierezza e genuino orgoglio, hanno seminato nel mondo il seme del genio italico: unico ‘spread’ amico che tutti ci riconoscono.

L’uomo che nelle ‘pittole’ ci ha raccontato di un certo Cumpare Peppe pecoraio, contadino e felice esponente di quel minuto gruppo di individui che fanno della ‘saggezza fatta persona’ il loro credo di vita, si è accostato a tradurre i versi latini di Tusiani con la stessa umiltà, sorretta , però, da una profonda conoscenza della ‘latinità’. In ‘Discenda candido’ « Su di me discenda candido l’amore,/coprendomi di tenera e soave luce,/ e sparirà da questi giorni la vecchia/ombra contraria./ Che cosa c’è in me di tenebroso ed atro/ che impedisce che verso me venga/un nuovo amore che mi offra la sua/ felicità beata» Bandiera si è posto in perfetta sintonia con il poeta italo-americano a tal punto che ha voluto ripetere nella traduzione il termine ‘atro’ e non un più agevole nero, tetro, sinistro; grande testimonianza di fedeltà assoluta sullo stile del pensiero di Stendhal : « La fedeltà senza amore è contro natura». Da non credere che i racconti di Bandiera si chiudano con un pensiero di Cumpare Peppe « E fino agli ultimi suoi giorni, incontrando gli amici, ripeteva con la mano destra sul BASTONE e la sinistra rivolta verso il cielo: ‘ Ciò che non vuoi per te, altri non fare’», di contro Tusiani, tradotto da Bandiera, declama in ‘Momento di allegria’ « Gambe, siate forti oggi : finalmente state bene e camminate./Tu, BASTONE, sii di nuovo legno inutile e secco./E tu, stanco vecchio, ora cammina con vigore verso le stelle/ e vai ancora più avanti felice, vola, e con veemenza/ di’ al mondo: “ Genti tutte, la vecchiaia è finita”». Per la serie un ‘bastone’ per Amico. Molto efficace, nel suo nobile e pur accorato appello, la poesia che chiude la raccolta, in cui poeta e traduttore sembrano CONDIVIDERE quello che tutte le persone di buona volontà si sono chieste da quando è partita quella fantastica storia ( Venditti grazie !) che si chiama vita. ‘Dove Andiamo ?’ « Dove andiamo tu e io, “ quo vadimus”./Se stiamo ritornando a Roma, è perché/la grande “Roma est caput mundi” ancora,/o, come sembra più probabile, troveremo lì/ “cruces latronum expectantes nos”,/ due croci buone per ladri e buone per noi ?/ Ma che cosa abbiamo fatto noi due, “quid fecimus”?/ E’ un crimine il credere nella nuova fede di uno,/”est fides crimen” su questa vecchia terra ?/ O terra crudele, “crudelis terra”, mandami,/ inviami alle stelle “committe me/ ad astra”, dove pura luce è sempre più splendente, “ubi lux pura splendet” sempre più».

Come non condividere….’Mi chiamo Gesù e faccio il pescatore….a Bari, Carpignano Salentino, New York, San Marco in Lamis…’.

Dal territorio alla tavola, storie e leggende

di FRANCESCO GRECO - Sapevate che Cesare, governatore della Gallia Cisalpina, trovava disgustosi gli asparagi? Glieli avevano cucinati col burro. Invece, come tutto i Romani, preferiva cotti con l’olio d’oliva. E sapevate che erano già nelle pitture egizie? Sono diuretici e “dettano la lussuria”.
 
Le patate nascono sulle Ande, in Europa le portano gli spagnoli di Pizarro a metà del Cinquecento. In Italia fu la Chiesa a farcele conoscere e gustare. Ma solo a metà dell’Ottocento conquistò le nostre tavole. Se conservate in posti al buio, senza umidità, durano a lungo…
 
Gli Aztechi chiamavano “Xitomatl” il pomodoro, nato fra Messico e Perù. Ancora gli Spagnoli lo portarono in Europa nel 1540, come “bottino” della conquista di quelle terre… Artusi nel 1891 ci insegnò come preparare un buon sugo. 

Mitica l’origine del carciofo: la ninfa Cynara era bellissima, Zeus la voleva, lei sdegnava le sue attenzioni, e allora la trasformò in vegetale dal colore verde-violastro come gli occhi della ragazza. Così nacque, nel bacino del Mediterraneo, il carciofo, già noto a Greci e Romani. Ne parlano infatti Teofrasto e Plinio il Vecchio. Mentre Columella ne conferma la coltivazione per uso alimentare e in Medicina.
 
E’ ricco di antiossidanti e favorisce il rinnovamento cellulare: è il radicchio citato da Zola in “Germinal”. Aiuta la circolazione e previene le malattie cardiovascolari, contrasta l’insonnia, fa bene alla pelle…
 
Sapevate che Avicenna scagliò un anatema contro la melanzana? Forse a causa del gusto amarognolo, la riteneva causa di gravi malattie della pelle e addirittura di attacchi epilettici. Qualcun altro si adeguò considerandola causa di sbalzi di umore, tisi, follia, addirittura cancro. Proveniente da India e Cina, probabilmente, allo stato grado, era presente già in epoca preistorica.

Leggende nere che furono formattate d’impeto quando qualcuno azzardò che “sollecita animo e pulsioni… spinge alla lussuria”.

Siamo nel Settecento e le voci giunsero alla corte del Re di Francia, e furono i botanici d’Oltralpe a presentare la melanzana come un potente afrodisiaco. Vero o meno, il successo fu, è assicurato…
 
C’era un cibo che permetteva ai sacerdoti di entrare in contatto con gli dei dell’Olimpo. E quell’occhio permetteva di vedere nell’aldilà, i morti, durante i riti. Il fagiolo è da sempre considerato un alimento nutriente, che salva i popoli in caso di carestie o povertà. I Romani lo ritenevano un cibo rozzo, ma forse gli aristocratici, quelli della Suburra invece lo agognavano. Fu Apicio (il Vissani dell’epoca) a sdoganarlo quando nel trattato “De re coquinaria” lo vede bene, chissà perché, come antipasto, condito con interiora di pesce (“garum”) o salsa piccante.
Nell’Alto Medioevo il fagiolo fu il re incontrastato dei conventi…     
 
E che dire della nocciola cui i Romani attribuivano poteri magici, metafisici? Quando ci si sposava era d’uso donare i frutti agli sposi: era di ottimo augurio per una vita felice. Anche i Celti ne avevano una grande considerazione mistica: il suo legno era usato per le tavole divinatorie.

Era una pianta tenuta in grande considerazione anche dai Greci e i Romani, aurea magica che contagia anche i cristiani: inseguita da una vipera, la Madonna trova riparo proprio all’ombra di un cespuglio di nocciola.

E’ nel Medioevo però che, chissà perché, tutto cambia e la nocciola è vista con un’aura cupa. Shakespeare la cita in “Giulietta e Romeo” (la Regina Mab arriva su  un cocchio di guscio di nocciola). Jane Austen la cita in “Persuasione” (1817). 
 
Oltre a “enormi ricchezze in metalli preziosi”, Cristoforo Colombo porta anche il peperone (famiglia delle solanacee), diffuso nell’America del Sud e nelle Antille.

A Napoli, chissà perché, era considerato, nel 1773, un “cibo rustico e volgare”. Il “Capsicum annuum” è la specie più diffusa.

E’ citato da Hemingway, buongustaio e bevitore, in “Per chi suona la campana”. “Il peperone” è il titolo di una hit di successo, anni Sessanta, di Edoardo Vianello…   
 
Da dove deriva l’espressione “vendersi per un piatto di lenticchie”? Dalla Bibbia. Esaù torna a casa stanco e affamato, il fratello Giacobbe sta cucinando appunto il legume amato dal padre Isacco. Gliene chiede un piatto, ma il fratello, scaltro, gli propone un cambio: la sua primogenitura (la rinuncia cioè all’eredità paterna). Esaù accetta…
 
Tre semi del cereale sono stati ritrovati in una tomba risalente al 2200 a. C. Fu materia di discussione nei simposi filosofici ad Atene, era noto a Roma. Un cereale che era offerto ai defunti (Artermidoro), si mangiava nei periodi di lutto, simbolo di fortuna e ricchezza…
 
I cibi sono la storia dell’uomo, e dicono di noi più di quel che noi vorremmo dire. Dimmi come e cosa mangi e ti dirò chi sei…
 
Bello che l’editore romano Iacobelli abbia deciso di pubblicare delle sapide monografie (pp. 60, euro 8) da tenere a portata di mano perché di grande aiuto: accanto alla storia ci sono 30 ricette sospese fra la cucina di ieri e quella di oggi.
 
La collana si intitola “Eccellenze a tavola” ed è curata da Valeria Arnaldi, “cronista di enogastronomia”. Che firma quelle dedicate alla nocciola, il fagiolo, la melanzana, il radicchio, il carciofo, il pomodoro, l’asparago, la patata. 
 
Mentre di peperone e lenticchia si è occupata altrettanto brillantemente Fiorenza Cilli, romana, “cultrice di una cucina di tradizione ripensata con creatività”. Guarda caso, proprio come noi. Buon appetito! 

'Selvaggi' prigionieri della metropoli

di FRANCESCO GRECO - Anche il mito del “buon selvaggio” è ciclico. Anzi, più procediamo sulla strada del presunto progresso, illusi dal telecomando e dai social di contare men che uno, e di non essere invece consumatori di emozioni seriali e cibo spazzatura, e più cresce lo straniamento e lo sradicamento dal reale e il rimpianto per il paradiso perduto.
 
E il richiamo a una forma di panteismo si fa forte e quasi irresistibile. Chiusi nelle gabbie metropolitane, più siamo confusi e smarriti nella modernità che, direbbe Emile A. Cioran, ci è toccata in sorte, più cerchiamo il piatto della nonna e siamo attratti dal bosco e dai fondali marini.
 
Tentati dal darci alla vita selvaggia, teorizzata da Rousseau (ma già era l’idea di Virgilio secoli prima), tentati dalla fuga dalla civiltà di cui fu capace Paul Gaugain trovando la pace dei sensi e l’ispirazione per la sua opera. Che poi la mattina mitizziamo la natura (perché non la conosciamo) e la sera buttiamo monnezza all’angolo della via fa parte delle contraddizioni del nostro tempo.
 
In questo filone diremmo della nostalgia per le radici, per l’Eden perduto, si inserisce “Selvaggi” (Il rewilding della terra, del mare e della vita umana) di George Monbiot (1963), Piano B Edizioni, pp. 304, euro 17,90 (fuori collana).
 
Britannico, già giornalista della BBC e oggi collaboratore del “Guardian”), Monbiot descrive in punta di penna infiniti scenari “vissuti” a ogni angolo del mondo con una delicatezza a tratti commuovente.

Dalle coste del Galles  alle Highlands scozzesi, nelle cupe foreste dell’Europa dell’Est europeo, ci descrive il possibile rewilding, e ci spiega che tornando a respirare all’unisono con la natura, forse potremmo salvarci. La sua narrazione, immediata, emozionante, acuisce il rimpianto per il modello di sviluppo di rapina, devastante, predatorio che ci siamo dati e di cui paghiamo le conseguenze.
 
Ma, ci dice Monbiot, non siamo giunti ancora a un punto di non ritorno, se solo prendessimo coscienza del baratro, potremmo arrestarci sul ciglio. Magari fosse vero…

Bari, la Divina Commedia e il dialetto

di VITTORIO POLITO - Bari può essere onorata ed orgogliosa di essere stata citata da Dante Alighieri nel canto VIII del “Paradiso della sua “Divina Commedia”, citazione che la Puglia divide solo con Brindisi con l’invidia di molte città. Quanto sopra è riportato da Armando Perotti nel volume “Bari dei nostri nonni” (Adriatica Editrice).

Quanto sopra è riportato anche da Nicola Roncone nella sua corposa pubblicazione “L’Istria e la Puglia negli Studi di Francesco Babudri” (Istituto per la Storia del Risorgimento), nella quale si legge che la nostra città non è citata “come un insignificante inciso, ma come termine essenziale nella trafila di un discorso in uno dei più delicati canti del Paradiso, l’ottavo, in cui traspira il dramma della mancata vita di un principe magnifico, Carlo Martello, il quale se fosse vissuto più a lungo, avrebbe saputo compiere tante belle imprese di pacifica e proficua politica. In questo ambiente di luce appare il nome di Bari, circoscrivendo una configurazione politica di grande momento”.

Ecco i versi di Dante:

per suo segnore a tempo m’aspettava,
e quel corno d’Ausonia che s’imborga
di Bari e di Gaeta e di Catona,
da ove Tronto e Verde in mare sgorga».

Gaetano Savelli (1896-1977), considerato “il miglior poeta della sua generazione”, autore de «La “Chemmedie” de Dante veldat’a la barese» (Savarese), così tradusse in dialetto barese i citati versi di Dante:

«La ripe ca da manghe jè abbagnate
dau Ròtten’addò u Sorghe se ne vene,
a tìembe, com’a rre m’hav’aspettate;

e u cuèrne dell’Itaglie c’assà tene
cetate, Bare, Gajet’e Catone
ca u Tronde l’acqu’e u Verd’a mar’ammene.» 

Arturo Santoro (1902-1988), noto e prolifico poeta dialettale barese, autore di centinaia di poesie, alcune pubblicate in tre distinti volumi, che rappresentano un diario di viaggio di chi sta sempre dalla parte dei deboli e si esprime senza peli sulla lingua, ipotizza quello che sarebbe successo se Dante Alighieri, fosse nato a Bari. I versi sono stati scritti il 7 ottobre 1965 in occasione del 7° Centenario della nascita di Dante Alighieri (1265-1321).

Se Dante fosse nato a Bari
di Arturo Santoro

L’Itàgglie jè la tèrr de le dialètt:
ci pàrl sguaiàte, ci a vòcca strètt.
Venèzzie pàrlene u Venezziàne,
a Nàbbue u Nabbeldàne,
a Melàne u Melanèse,
a Torìne u Piemondèse,
a Ròme pàrlene Romàne,
e a Ferènz pàrlene u Toscàne.

Pe ogne pajìse, c’u pròbbie dialètt,
se pàrl che l’amìsce e le parjìnde,
ma po’ a la scòle mbàrame u Taggliàne,
ca jè… u dialètt de le Toscàne!
Stù fàtt jè vècchie e nò da jìre,
e u prìme fu Dand Aleghjìre,
c’acchemenzò a scrive c’u dialètt sù,
ca ngi’avònn’ nzegnàte pur’a’nnù!

Ma stù fàtt no jè nù màle, jè nu bbène,
ca ngi àve libberàte da tànda pène,
percè jère pèsce apprìme,
quànn tùtt parlàvene u latìne:
nesciùn’u capescève, mànghe ddò,
e tùtt jèvene ciùcce, com’a mmò!

Dùngue, come stève a dìsce,
u mèrete fù de Dànd e Viatrìsce,
ca stù dialètt de la Toscàne,
devendò la lèngue de le Taggliàne.
Ma jì demànn: e ce Dànd avèsse nasciùte ddò,
v’u’mmagenàte vù, nu picch mò?
A racchendàue acsì, mò, pàre na rìse:
devendàve Taggliàne u dialètt de le Barìse!

E vedìme nu picch, ce seccedève,
ce Dànd a Bbàre la Chemmèdia sò screvève!
Ca u Paravìse, u’Mbjìrne, u Pregatòrie,
jèven’a passà a la Stòrie,
che le parole andìche de le Barìse,
– com’u pàrlene angòre a la Vaddìse –
come non u pàrl chiù nesciùne,
dialètt ca se pàrl a le Cressiùne:
Nzòmm, nu dialètt chiù crestiàne,
ca u’èrema parlà tutt le Taggliàne!

Gianfranco Spinazzi presenta il nuovo romanzo 'La zanzara muta'

ROMA - La zanzara muta di Gianfranco Spinazzi è un romanzo molto particolare. I suoi protagonisti, due anziani con una vita interiore spesso confusa e irrazionale, colpiscono il lettore per la loro complessa caratterizzazione: il loro stanco muoversi nell’esistenza con un pesante carico di rabbia e sogni infranti si bilancia a una visione della vita fanciullesca e a tratti magica. I due personaggi, prima costretti nei ruoli di vittima e carnefice, si ritrovano a essere lo specchio in cui riflettere ognuno le proprie illusioni e i propri “ingorghi mentali”. In un dialogo serrato e sofferto, questi uomini ritrovano il senso di una condivisione scomparsa da troppo tempo, e pur se arroccati nelle loro storie e nelle loro idiosincrasie, individuano un punto di incontro nella lucida consapevolezza dei loro fallimenti.

E la zanzara muta del titolo diventa metafora di un’assoluzione giunta forse troppo tardi ma necessaria a entrambi, la fine di un incessante ronzio nelle orecchie e nell’anima come chiusura di una vita di rimpianti. In una Venezia ostile e instabile come gli stessi protagonisti, i due anziani uomini arrivano a firmare una sorta di armistizio con le loro esistenze, prima trascinate nella solitudine e ora, forse, illuminate da un incontro accidentale quanto disperatamente cercato. Gianfranco Spinazzi offre al lettore uno squarcio sulla crudezza di una vecchiaia organizzata in rigidi schemi con cui i protagonisti cercano illusoriamente di controllare le proprie vite, per poi creare un incidente in cui ogni labile certezza crolla, e in cui non c’è più posto per l’ostilità verso il genere umano ma solo comprensione e accettazione.

Il romanzo offre un nuovo modo di intendere la delicata fase della senilità, sostituendo al senso di vacuità e di fine, metaforicamente rappresentata dall’immagine del piccione che va a morire solo e in disparte, una prospettiva di rinascita e di redenzione dagli errori commessi e dalle scelte non intraprese. Una storia che non si dimentica, due personaggi stravaganti ma anche dolorosamente umani e un messaggio profondo e universale: l’esistenza ha un senso e l’incompiutezza dell’uomo trova soluzione solo nella condivisione e nell’apertura verso gli altri.

TRAMA. Due vecchi si incontrano in un bar veneziano gestito da un nano che si veste in stile “belle époque”. Stabiliscono di incontrarsi a casa di uno dei due per approfondire il comune interesse per gli alianti, e qui, a visita avvenuta, il padrone di casa aggredisce l'invitato colpendolo alla testa. Non si tratta di un colpo mortale. I due si fronteggiano in un serrato dialogo in cui affiorano ricordi, amarezze e squarci dell'infanzia perduta. I toni sono spesso concitati ed enigmatici, soprattutto da parte del padrone di casa, un uomo incattivito dalla solitudine e preda di idiosincrasie. Nella seconda  parte del romanzo si inquadra la figura dell'aggredito, con i suoi dolori e il suo bisogno di comprendere le proprie scelte di vita. E sarà proprio il confronto con questo semi sconosciuto, un confronto prima subìto e poi cercato, che porterà l’uomo a ripercorrere la propria vita, e ad analizzare la complessità della natura umana.

Gianfranco Spinazzi è nato a Barcellona (Spagna) nel 1941 e vive a Venezia. Ha debuttato nel 1997 con Le Fototette per Supernova Edizioni. Per la stessa casa editrice ha pubblicato nel 2001 Foghera a Venezia–C'erano una volta i cinematografi (finalista “Premio Calvino”). Nel 2006 pubblica per la casa editrice Il Filo Cartoline e carichi pesanti (targa “Premio Letterario Internazionale Città di Cava de' Terreni”) e nel 2008 Attenti a quei due. Del 2011 è A.A.A. Venezia cercasi (Supernova Edizioni) e del 2012 Nel pozzo (Book Sprint Edizioni). Con la Tragopano Edizioni pubblica nel 2013 Pagine Elisha, nel 2014 la trilogia sulle “Botteghe veneziane”: L'emporio a bussola di calle delle Bande; I mari del sud di calle dei Fabbri; Meridiano Toletta. Nel 2015 pubblica per Tragopano Edizioni la raccolta di racconti La catastrofe degli elementi, e partecipa con un racconto al romanzo collettivo Il Palazzo. Per la stessa casa editrice pubblica Clessidra nel 2016 e La zanzara muta nel 2018.

Info:

www.facebook.com/alberto.spinazzi

Libri: 'Britannica', 500 sfumature di rock

di FRANCESCO GRECO - “La vita è ingiusta/ ucciditi o riprenditela” (“Child’s Psycology”, nell’album “England Med Me”, 1998, del trio londinese “Black Box Recorder”). Cos’è mai il rock nelle sue infinite declinazioni se non un linguaggio universale, trasversale alle generazioni, decodificabile a ogni angolo del pianeta? Un modo di attraversare il proprio tempo, di vivere la vita?

Una password maieutica che rilegge il reale ipotizzando altri mondi possibili, utopie, speranze? Non è un caso che il rock era inviso ai tiranni, che lo leggevano come una minaccia agli equilibri sociali costruiti col terrore, il sangue, la repressione. In Gran Bretagna, il periodo fra gli Ottanta e i Novanta, dal punto di vista musicale, fu denso di esperienze innovative. Se il decennio thatcheriano aveva fatto arretrare e devastato la società in ogni suo aspetto, quello che seguì – con Blair e i laburisti al potere – fu segnato dalla nascita e la diffusione di esperienze musicali alternative che spuntavano in ogni angolo del Regno Unito, dal nord operaio distrutto dalla reaganomics della lady di ferro al sud della City. “Britannica” (dalla scena di Manchester al Britpop), di Alessio Cacciatore e Giorgio Di Berardino, Vololibero Edizioni, Milano 2018, pp. 336, euro 19,50 (copertina e design di Manuele Scalia) ricostruisce quegli anni formidabili.

Un’antologia che allinea band grandi e piccole, che sono ancora vive o si sono sciolte dopo il primo lavoro, nate in ogni città della Gran Bretagna. Cose per noi che siamo ancora abbarbicati al Festival di Sanremo fetish e i neomelodici che sanno solo un accordo, sono impensabili. Cacciatore (Penne, PE, 1978) e Di Berardino (Pescara, 1980: su RadiostArt condiucono “Britannica”) ricostruiscono il contesto storico, politico, sociale, economico, musicale, trovando echi e risonanze di superficie e carsiche. Gruppi di cui avete sentito parlare solo una volta, che hanno inciso solo qualche demo e poi si sono sciolti: li troverete tutti. Forse nemmeno a Londra e Manchester ne hanno traccia. Un lavoro certosino, di quelli che restano. Perché abbiamo tutti un blues da piangere (e ognuno si suicida come gli pare, se proprio non può riprendersi una vita ingiusta…).

Libri: quel piccolo mondo antico del 'Cavallo rosso'

di FRANCESCO GRECO - Chissà perché, si sospetta sempre dei romanzi troppo lunghi, delle saghe famigliari, delle epopee. Come se non lo fossero anche l’Odissea, la Divina Commedia, i Promessi Sposi. Non di quelli extra moenia, però. Devastante provincialismo.

L’oblio ha sommerso l’Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo, tutta l’opera di Morselli, di Moravia si sta perdendo la memoria, nessuno lo ristampa.
 
Stessa sorte tocca, in patria, a “Il cavallo rosso”, di Eugenio Corti, Edizioni Ares, Milano 2015, pp. 1080, euro 24. Giunto intanto alla 32ma edizione. E però sdoganato dalla critica straniera: per Sébastien Lapaque (Le Figaro), Corti è “uno degli immensi scrittori del nostro tempo, uno dei più grandi…”.
 
E’ un “caso” letterario da mezzo milione di copie (tradotto anche negli USA), ma nessuno se n’è accorto: il pregiudizio e la nuova semantica dell’editoria al tempo di Amazon trattengono per le briglie il cavallo di Corti (Besana Brianza, 1921-2014, oggi il nome di una Fondazione).
 
Il romanzo è una saga famigliare dentro al cuore cupo e barocco del Novecento: le sue utopie e illusioni, la deriva, le tragedie che lo hanno insudiciato e umiliato e offeso l’uomo. Una famiglia contadina lombarda per caso, in cui si legge in trasparenza un’Italia ingenua e forte, che ha dei valori forse non soggetti a relativismo, in cerca di una sua identità, un posto nella Storia, quando la rivoluzione industriale sta per abbattersi sul Paese, con le sue infinite contraddizioni: una metamorfosi che include la sua anima antica e profonda, che comunica una grande spiritualità quale barriera al relativismo, la secolarizzazione, la barbarie.
 
Un classico accostato a “Guerra e pace” e al Solgenitzin migliore, a Stendhal, ma anche all’incanto bucolico e minimalista di Olmi (“L’albero degli zoccoli”), che “non contiene una parola di retorica, né compiacimenti morbosi” (Orsola Nemi), mette a nudo le nostre radici euro-mediterranee, cristiane e laiche, religiose ma anche illuministiche, che però resta ai margini delle patrie lettere, forse impaludate nell’effimero da comparsata tv e da libri costruiti da astuti agenti letterari.
 
Il cavallo rosso - figura presa dall’Apocalisse (Rivelazione) - non mitizza alcuna arcadia retorica, non trasfigura un Eden perduto, però sfiora il mistero della vita e del suo senso più segreto e ci dice quale era l’architettura del mondo di ieri, i sentimenti dell’animo umano, le relazioni fra uomini smarriti e sgomenti dinanzi all’incedere violento della Storia e alle sue laceranti aberrazioni: nazismo, comunismo, fascismo, e dai “due flagelli dell’Odio e della Morte” (Jacques Robichez).
 
E’ qui, o anche qui, la sua destrutturante forza escatologica che raggruma un’epoca di cui ci restano macerie e consegna “Il cavallo rosso” alla posterità. Che certamente saprà leggerlo meglio di noi.         

L’aspra colica del malamore


di FRANCESCO GRECO -   Un autista di autobus fuori di testa, “ci sono uomini così malvagi… in una giornata bisestile”, sequestra due donne affette dal maledamore, e le porta in un posto primitivo, selvaggio, un’isola ignota anche a Google Maps, dove esse ritrovano la loro animalità, l’io più recondito e primitivo, i suoi infiniti labirinti.

Parte così, con un curioso espediente letterario (ma potrebbe essere anche cinematografico) ben congegnato, e anche riuscito, un viaggio al confine della notte, e di se stesse, di Virginia e Viola (“donne nuove, animate, reattive”), occasionali compagne di ventura, in cui – grazie anche alla c0mplicità tutta femminile - il vissuto delle due “virago in grado di nono cedere alla paura, alla tenerezza alla nostalgia” è tirato fuori, in superficie, come in una seduta psicanalitica, impietosa, spietata, dopo che ogni sovrastruttura culturale è stata relativizzata e rimossa e il flusso di memoria scorre implacabile, impudico, privo di alibi e freni inibitori. Memoria in senso proustiano (ma il lettore troverà anche altre chiavi estetico-letterarie, anche carsiche).

E’ il mainstream, il sostrato interno che regge l’architettura di “Nemesi d’Aprile”, Robin Edizioni, Torino 2018, pp. 190, euro 12,00, romanzo scritto a quattro mani, via email, dalla triestina Serena Castro Stera (nata a St. Charles, USA) e la calabrese (Acri, Cosenza) Angela Aurora Luzzi.

La password più evidente è la spietatezza da cupio dissolvi, un maledamore trasfigurato in un lutto difficile, forse impossibile, da elaborare, fallimenti (il matrimonio di Virginia con PIemme), ferite che non si rimarginano più, perché ogni finzione borghese è svaporata, ogni velo lacerato e il dirsi le cose taciute agli altri e anche a se stesse, diviene una sorta di (auto)terapia che lenisce il dolore.

Sospesa fra Adriatico e Mediterraneo, con i rispettivi topoi culturali, intrecciati e contaminati (pregni di cultura classicheggiante e dei suoi miti più fascinosi), la prosa ne risulta assai sapida e densa come mosto, con una sua luce interna livida e screziata (“che mi fa ammattire”), una possente forza escatologica, maieutica, che cattura la nostra attenzione sino all’ultima riga.

Giunta a un punto morto, in una palude in cui l’ha spinta l’eccesso di marketing (e di marchette), in cui si assecondano ruffianescamente per vendergli qualcosa di effimero, la narrativa italiana torna alle origini, e cioè ai fertili sperimentalismi degli anni Sessanta, si inventa una nuova koinè, rimodula i suoi canoni etici-estetici: rinnovarsi per non perire.

Come se volesse rigenerarsi nell’etimo, ridando senso alla parola, ritrovare la freschezza dei suoi archetipi fondanti, le ragioni del suo esistere, se vogliamo della mission.

E che siano due donne (la Castro Stera si sta guadagnando una sua immagine nel panorama delle patrie lettere) a farlo (avallate da un piccolo editore, i migliori a scannerizzare il nuovo e trovarci delle perle), mettendo sulla pagina senza astuzie dialettiche né accademie di sorta (da scuole di scrittura creativa) i loro furori uterini, incuriosisce e sorprende, ma non più di tanto, essendo la donna intorno a noi oggi più sincera dell’uomo, disposta a mettersi in gioco, e a destabilizzare lo status quo che ci ha ridotti a ectoplasmi clonati, fra terrorismi e fughe dalle responsabilità.

'L'allenatrice' a Libri nel Borgo Antico


BISCEGLIE (BT) - Conclusasi la entusiasmante tre giorni di "Libri nel Borgo Antico", la ormai rinomata kermesse letteraria che ad agosto anima le vie del borgo di Bisceglie. Una sfilata di oltre cento autori per allietare le sere dei residenti e del folto pubblico che solitamente interviene. Nomi eccellenti e di spicco come quelli di Vittorio Sgarbi, Gianrico Carofiglio e Pierluigi Pardo e gente che esordiente non è più e che si sta ritagliando una propria interessante strada.

Tra questi può annoverarsi l'avvocato e scrittore barese Christian Montanaro che, dopo l'esperienza di qualche anno fa col suo precedente lavoro "Bestseller - l'incubo riNcorrente", è tornato a Bisceglie a presentare il suo nuovo lavoro "L'allenatrice" (Mario Adda Editore).

Il libro, giunto quinto nella sezione sport alla seconda edizione del concorso letterario nazionale "Bari Città Aperta", narra le avventure/disavventure della simpatica Addolorata Pallone, mister in gonnella a cui presta il volto la nota attrice Lia Cellamare, in un'opera che vanta le partecipazioni di famosi giornalisti del calibro di Alessandro Bonan, Gianluca Di Marzio ed Enzo Tamborra.

A presentare l'autore alla "Mondadori Book Store - Vecchie Segherie" la bravissima Barbara Palladino, in una serata che ha visto un folto pubblico e la partecipazione di tanti altri bravi autori.

"Per me è sempre un piacere tornare in questa manifestazione, a cui sono molto legato - ha dichiarato Montanaro -, non foss'altro che per il piacere di vedere tanta gente interessata alla cultura "otturare" praticamente con la propria gradita presenza le vie cittadine. Nel ringraziare il mio editore, l'organizzazione, i volontari e la impeccabile Barbara Palladino, sono davvero lieto che Addolorata Pallone si sia fatta conoscere anche qui e che l'attento e partecipe pubblico abbia colto il messaggio "sportivo" insito nella storia, legato alle pari opportunità e all'ascesa di quello che è un autentico movimento calcistico femminile".

L'opera - che ha avuto la singolare caratteristica nel periodo dei mondiali in russia di dare vita ad una seguitissima trasmissione sulla pagina facebook del libro dal titolo "I Mondiali Addolorati" (e a cui hanno partecipato personaggi famosissimi del mondo dello sport e dello spettacolo) verrà presentata domani, martedì 28 agosto, alle ore 18,30, presso la "Terrazza di Cristallina", un nuovo ma già rinomato salotto letterario a Modugno capitanato dalla attivissima padrona di casa Cristina Scorcia.

A presentare l'opera sarà la giornalista Antonella Paparella, conduttrice insieme a Christian Montanaro del programma di cui abbiamo scritto qualche rigo sopra.

Stefano Benni a Grottaglie per Aperitivo d'Autore


di REDAZIONE - È Stefano Benni l'ospite di Aperitivo d'Autore in programma mercoledì 29 agosto (ore 20) alla masseria Rosario, a Grottaglie. Una imperdibile occasione per incontrare il "Lupo", tra i più popolari e apprezzati scrittori umoristici italiani. Con lui si parlerà della sua poliedrica carriera artistica e verrà presentata l'ultima fatica letteraria, "Prendiluna" (Feltrinelli Editore), che arriva dopo svariati libri amati da milioni di lettori in tutto il mondo: da “Bar Sport” a “Terra!”, da “Comici spaventati guerrieri” a “Baol”, da “Elianto” a “Il bar sotto il mare”, passando per “La grammatica di Dio”, “Saltatempo” e tanti altri. “Prendiluna” è apocalittico e travolgente. L'indomabile immaginario di Stefano Benni, in una lingua ricca di ironia e di invenzioni, capace di unire risate e umorismo alla coscienza dell'orrore contemporaneo. Converserà con lo scrittore l'ideatore di Aperitivo d'Autore, il giornalista Vincenzo Parabita. Invece il reading sarà a cura dell'attore Gaetano Colella.

Per prendere parte all'evento è obbligatorio prenotare chiamando al numero 380.4385348 oppure scrivendo all'indirizzo email aperitivodautore@gmail.com. I partecipanti godranno di un ricercato aperitivo realizzato anche stavolta dal Symposium Cafè e degusteranno gli eccellenti vini di Tenute Motolese. Sono partner dell'iniziativa anche la community Ig Taranto e la libreria AmicoLibro.

Aperitivo d'Autore è il format itinerante di Volta la Carta che, dal 2015, abbina la letteratura contemporanea di qualità alla buona enogastronomia del nostro territorio, il tutto in location ricercate di Taranto e provincia.


L'AUTORE
Stefano Benni nasce a Bologna nel 1947. Giornalista, scrittore e poeta, collabora con numerose testate, tra cui il giornale francese Libération. Ha diretto per Feltrinelli la collana Ossigeno. Ha curato la regia e la sceneggiatura del film "Musica per vecchi animali" (1989), scrive per il teatro e ha allestito e recitato in numerosi spettacoli con musicisti jazz e classici. Tiene da anni seminari sull'immaginazione e reading. Genio della satira e dei neologismi, è autore di numerosi romanzi di successo pubblicati da Feltrinelli e tradotti in più di 30 lingue, tra cui "La compagnia dei celestini" (1992), “Blues in sedici” (1998), "Achille piè veloce" (2003), "Margherita Dolcevita" (2005), "Pane e tempesta" (2009), "Bar sport Duemila" (2010), "Di tutte le ricchezze" (2012), "Cari mostri" (2015), "La bottiglia magica" (2016) e di molti testi teatrali tra cui "Le Beatrici" (2011). A Stefano Benni e al suo mondo letterario è dedicata la Bennilogia, un’enciclopedia online interamente e liberamente costruita dai suoi lettori. Tutti possono partecipare al progetto e incontrare gli altri benniani al “Bar Sport”. Benni è grande amico dello scrittore francese Daniel Pennac. Fu proprio lo scrittore bolognese a convincere la casa editrice Feltrinelli a tradurre i primi libri di Pennac in italiano.


IL LIBRO
Una notte in una casa nel bosco, un gatto fantasma affida a Prendiluna, una vecchia maestra in pensione, una Missione da cui dipendono le sorti dell’umanità. I Diecimici devono essere consegnati a dieci Giusti. È vero o è un’allucinazione? A partire da questo momento non saprete mai dove vi trovate, se in un mondo onirico farsesco e imprevedibile, in un sogno Matrioska o in un Trisogno profetico, se state vivendo nel delirio di un pazzo o nella crudele realtà dei nostri tempi. Incontrerete personaggi magici, comici, crudeli. Dolcino l’Eretico e Michele l’Arcangelo – forse creature celesti, forse soltanto due matti scappati da una clinica, che vogliono punire Dio per il dolore che dà al mondo. Un enigmatico killer-diavolo, misteriosamente legato a Michele. Il dio Chiomadoro e la setta degli Annibaliani, con i loro orribili segreti e il loro disegno di potere. E altri vecchi allievi di Prendiluna: Enrico il Bello, Clotilde la regina del sex shop, Fiordaliso la geniale matematica. E il dolce fantasma di Margherita, amore di Dolcino, uccisa dalla setta di Chiomadoro. E conosceremo Aiace l’odiatore cibernetico e lo scienziato Cervo Lucano che insegna agli insetti come ereditare la terra. Viaggeremo attraverso il triste rettilario del mondo televisivo e la gioia dei bambini che sanno giocare al Pallone Invisibile, periferie desolate e tunnel dove si nascondono i dannati della città. Conosceremo i Diecimici e poi Hamlet il pianista stregone, il commissario Garbuglio che vorrebbe diventare un divo dello schermo, e l’ultracentenaria suor Scolastica, strega malvagia e insonne in preda ai rimorsi. Fino all’Università Maxonia, dove il sogno diventerà una tragica mortale battaglia e ognuno incontrerà il proprio destino. E ci sveglieremo alla fine sulla luna, o in riva al mare, o nella dilaniata realtà del nostro presente.


LA LOCATION
Situata nell'omonima contrada in territorio di Grottaglie, la masseria Rosario fa parte delle Tenute Motolese, insieme alla masseria Angiulli Grande e alla masseria la Cattiva.

Si tratta di una struttura del XVIII secolo, a corte chiusa e costituita da un corpo principale adibito a residenza padronale. All’interno si trova un grande cortile dove si affacciano i locali un tempo utilizzati come scuderie, stalle, abitazioni dei contadini e ovili, oggi adibiti ad agriturismo. Nella corte vi è anche una chiesetta. Attualmente i terreni sono tutti condotti in regime di agricoltura biologica e coltivati a uliveto, sia secolare che intensivo, e vigneti allevati a spalliera di varietà Aleatico doc, Negramaro e Primitivo igt. La masseria è destinata ad agriturismo e masseria didattica ed è servita da un impianto fotovoltaico di ultima generazione installato sul tetto piano di uno dei corpi di fabbrica. Inizialmente vi era una coltura mista di oliveti, mandorleti, vigneti e seminativi anche associati. Fino alla prima metà del 1900 grande importanza ebbe la pratica zootecnica con conseguente produzione e commercializzazione di latte fresco e pastorizzato confezionato in azienda. All'epoca la vaccheria era considerata tra le più grandi del Mezzogiorno. Per tale motivo fu una della masserie più importanti del territorio. Masseria Rosario si trova sulla strada interpoderale alberata di fronte all'ingresso dello stabilimento Alenia, nei pressi dell'aeroporto “M. Arlotta”.


I VINI
Da sempre vocata all’agricoltura e all’amore per la terra, l’Azienda Agricola Motolese ha radici antiche. La storia agricola della famiglia Motolese affonda le sue radici nel XIX secolo: infatti già prima del 1850, e da allora ad oggi per ben otto generazioni, la passione per la coltivazione della vite e dell’olivo è stata alla base del lavoro quotidiano. Oggi l’azienda si compone di oltre 200 ettari di terreno e tre masserie fortificate tutte situate nel cuore della Puglia. Dal 1998 è in corso un processo di rinnovamento sia agronomico che tecnologico, che interessa sia gli oltre 50 ettari di vigneto che le oltre 12mila piante di olivo. Questo sta portando l’azienda a presentarsi sui mercati nazionali e internazionali con prodotti caratterizzati dalla qualità della materia prima, senza dimenticare quelle che sono le caratteristiche tipiche del territorio d’origine. Con il marchio Tenute Motolese vengono commercializzati i vini Primitivo, Negroamaro, Rosato di Negroamaro e Fiano, oltre all’olio extra vergine d’oliva biologico. Ultimamente il Primitivo e il Negroamaro hanno ottenuto importanti riconoscimenti a Bruxelles e in Piemonte.

''Inseguire un fantasma'', il nuovo romanzo del giornalista Natale Cassano



BARI - Inseguire un fantasma è il titolo del nuovo romanzo del giornalista barese Natale Cassano, edito per Eretica Edizioni.

SINOSSI. Come cambierebbe la tua vita se tutto d’un tratto quello che sapevi del tuo passato si rivelasse un’enorme bugia? Giovanni Corsetti, cinico pubblicitario di successo trasferitosi a Milano fin dall’università, lo scopre dopo la morte dell’anziano padre Andrea. Per partecipare ai suoi funerali Giovanni torna a Bari, la città dove è cresciuto, e scopre che il parente gli ha lasciato in eredità una ricca collezione di quadri. Grazie a quell’eredità Giovanni e la sorella gemella Clara scopriranno una nuova verità riguardo alla loro madre tedesca, Linda, di cui non avevano più avuto notizie in seguito al suo ritorno in Germania per disintossicarsi dalla dipendenza di eroina.


Una storia che si rivela falsa, visto che la sua fuga è invece legato a quelle tele. Per scoprire la verità sul suo passato e su quell’eredità Giovanni viaggerà per l’Europa insieme alla sorella gemella Clara, da Milano a Londra. E ad attenderlo alla fine del viaggio ci sarà una sorpresa che mai avrebbe immaginato di trovare. Una girandola di colpi di scena per un romanzo noir dal ritmo serrato, capace di rivelare nuove verità ad ogni pagina. Una storia sviluppata tra due epoche molto diverse, che abbraccia la storia del Gruppo Gehlen, un gruppo di controspionaggio nato durante la Seconda Guerra Mondiale su impulso del disertore tedesco Reinhard Gehlen. Il generale, a capo dell'intelligence militare tedesca che operava sul fronte russo, scelse infatti di allearsi con gli americani ed effettuare operazioni di spionaggio antisovietico nel bel mezzo della Guerra Fredda. Un commando di sovversivi, che vide tra le sue fila anche diversi ex partigiani italiani; un importante tassello di quel passato che Giovanni sta ostinatamente cercando di portare alla luce e che lo porterà a mettere in pericolo la vita di tutte le persone a cui vuole bene.


“Quando ho iniziato a scrivere questa storia – spiega l’autore, Natale Cassano - ho subito cercato di indagare un aspetto importante: quanto può influenzare la nostra crescita l’assenza di un genitore? Ѐ stato bello scoprire che le risposte a questa domanda sono tante. Diversi comportamenti che già vediamo nei due protagonisti del thriller: Giovanni, cresciuto cinico e avverso ai rapporti personali, e Clara, che quel dolore lo ha abbracciato e ne ha fatto uno scudo per la crescita”.

Natale Cassano è nato a Bari nel 1989. Giornalista professionista dal 2015. Negli anni ha collaborato con diverse testate, tra cui i tg dell’emittente televisiva Mediaset. Attualmente collabora con il quotidiano La Repubblica - Bari e con il sito d’informazione BariToday. Inseguire un fantasma è il suo secondo romanzo pubblicato dopo l’esordio letterario con La storia che non ti ho raccontato (2017). 

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