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Libri: il 28 aprile la Basilicata ricorda il Suo Pedío con un volume curato da Bonsera

di GIANNI CAVALLI - «Senza una preliminare e doverosa precisazione, l’apporto di Tommaso Pedío alla copiosissima storiografia addensatasi di recente sul brigantaggio postunitario e sulla ‘questione meridionale’potrebbe risultare modesto, se non addirittura compiutamente assimilabile alle più organiche risultanze della storiografia marxista. Gli spetta, viceversa, il merito già riconosciutogli da Guido Dorso: la tempestiva riproposizione della tematica sin dal lontano 1944, quando ancora l’occupazione alleata ed il Governo di Brindisi stentavano a concedere un effettivo ripristino delle libertà democratiche. In rapporto alla mole davvero imponente della sua indagine, con la quale continua ad arricchire la storia della Basilicata e dell’Italia meridionale, tuttora validi risultano - e non soltanto a nostro avviso - i suoi contributi alla documentazione, quasi sempre di prima mano, delle ragioni del permanente divario tra le due Italie». Questo l’inizio della irreprensibile introduzione che il professore Mauro Spagnoletti scrisse nel 1982  al volume di Pedío « Brigantaggio e questione meridionale».

Ritengo che queste parole messe su carta  da un sincero amico, ma anche da un uomo schietto e severo, solido e preciso, rigoroso e mai fazioso,  siano il più bel riconoscimento a quello che lo storico potentino, nato il 17 novembre del 1917, iniziò a ‘predicare’  dalla giovane età di 27 anni. Gli altri non solo sono venuti dopo, ma  si sono schierati…dopo.

Il 28 aprile del corrente anno la Fondazione Premio Letterario Basilicata, nel Teatro Stabile di Potenza, presenterà il volume « Studi in ricordo di Tommaso Pedío» a cura del professore Santino G.  Bonsera, edizione che vede la partecipazione del Consiglio Regionale della Basilicata per i tipi della casa editrice erreci edizioni di Rocco Castrignano, Anzi (PZ).

Il volume si avvale delle testimonianze di Clara Pedío Monroy, Cosimo Damiano Fonseca, Raffaele Nigro, chi scrive, Mario Spagnoletti ( il figlio del Mauro di cui sopra) e di eruditi studi ad opera di Antonio Iurilli, Giovanni Girone ( recentemente scomparso), Massimiliano Pezzi, Giuseppe Ruotolo, Nico Perrone, Giuseppe Poli, Domenico Cofano e Nicola Roncone.

« La dimensione culturale della Basilicata di oggi deve molto all’abnegazione e all’opera di un intellettuale sincero e appassionato, innamorato della sua Terra quale fu Tommaso Pedío» : questo quello che scrive, in una deferente e affettuosa presentazione, il Presidente del Consiglio Regionale della Basilicata Francesco Mollica.  Diligente, meticolosa, corretta e scrupolosa l’introduzione di Bonsera, Presidente del Circolo Culturale Spaventa Filippi, che in rapide ma sostanziose pagine ci racconta il don Tommaso ‘fedele alla sua utopia’, ma anche lo studioso capace di pubblicare la «Storia della Basilicata dalla caduta dell’Impero Romano agli angioini» in cinque volumi.  Alla figlia di Pedío, Clara Monroy, colei che il padre apostrofava ‘la siciliana’, posso ribadire, dal momento che lei stessa afferma che il genitore fosse  contro ogni privilegio, ( a titolo personale preciso contro ogni ‘vitalizio’ avendo avuto la fortuna di discutere di politica con lo storico )  e ricorda che, in un viaggio nella fredda Torino, il padre in un attimo ‘le spiegò’ la questione meridionale : quella spiegazione, gentile signora, il professore la regalava a tutti…quel germoglio così abilmente elargito ha prodotto le gemme(libri) degli ultimi anni che avranno reso felice il professore, come quando aspirava le sue amate sigarette.   Molto onesta la ‘confessione’ di Cosimo Damiano Fonseca, Rettore Emerito dell’Università degli Studi di Basilicata, quando afferma che l’appena nata Università  non poteva tener conto di Pedío in quanto priva della Facoltà di Scienze Politiche.  Precisa Fonseca :« Era stata la mia una ‘mezza verità’ e non era sfuggito a Pedío l’animus con cui avevo risposto ai suoi estimatori potentini». L’Emerito Fonseca fa sue due verità solo in apparenza contrastanti: « Dire la verità è come sbattere una porta in faccia» e « Un po’ di falsità è mescolata ad ogni verità».  A Mario Spagnoletti  posso soltanto ripetere l’ennesimo invito a farmi visita ( sabato e domenica) affinchè possa , prima che sia troppo tardi, metterlo al corrente di gustosi, polemici  ‘scontri’ tra ‘don Tommasino’ e il genitore, a  dimostrazione che l’amicizia diventa più forte, quando è sincera, fino al punto di essere considerata il supremo fiore della civiltà.

Cosa dire al  comune amico che, avendo ricevuto il libro dal dr.  Roncone, mi ha fatto notare che ho errato nell’affermare che la parentela dello storico con lo zio Ciccotti ‘non è stata sbandierata come forse meritava’ e che, per avvalorare questa tesi,  cita un  nostro volume dal titolo  «Ettore Ciccotti: Socialismo e Libertà’» scritti e discorsi a cura di Pedío del 1983?  Ribadisco  che non ho detto ‘negata’ : mai lo studioso, nello stesso libro preso ad esempio, ha  detto ‘mio zio’. Questo il senso della mia affermazione.

Il  libro di Ciccotti è così nitido nella mia memoria  che sono in grado di rimembrare come Pedío, che   difficilmente  firmava le introduzioni ai suoi saggi, in questo caso invece, volle siglare  «t.p.» e ci tenne a sottolineare che alla morte di Ciccotti (20 maggio del 1939) la stampa quotidiana italiana, ad eccezione dell’«Osservatore Romano», ignorò l’accaduto. Ma il professore va oltre: « Mai nessuno ha scritto dell’ignominia consumata dal regime che ne vietò i funerali nella sua città natale e colpì quei pochi che avevano ‘osato’ parteciparvi». Con orgoglio Pedío annota che nel  1963, in occasione del centenario della nascita di Ciccotti, in una commemorazione promossa dall’Università di Pavia , Piero Treves parlava di storico di notevole valore, tesi confermata, qualche anno dopo, da Ernesto Ragionieri, che indica Ciccotti come uno dei più interessanti esponenti del socialismo meridionale.   Amico attento osservatore ti ringrazio per avermi aiutato a ‘rievocare’ : detto ciò confermo  ‘non sbandierata’…lievemente dissimile da ‘negata’.

Gli studi dedicati da insigni professori e studiosi a Pedío si aprono con un saggio raffinato e qualificato  di Antonio Iurilli su « La storiografia municipale pugliese fra i secoli XVI e XVIII», ma io voglio ricordare del docente dell’Università di Palermo il suo volume su «Quinto Orazio Flacco» che avrebbe reso felice ‘Don Tommaso’ per il semplice fatto che una Fondazione di Chicago, con un premio, avesse reso possibile la pubblicazione (…certo se fosse stata pubblicata da un editore italiano saremmo stati più contenti tutti, ma è risaputo che la Svizzera ‘calamita i flussi’).  Mi riesce difficile accettare che il professore Girone ci abbia lasciati : spesso, in compagnia di Peppino Patruno, il sabato mattina era in azienda ‘scortato’ da Nicola Roncone e, dopo una puntatina al bar, controllava i volumi pubblicati dalle collane classiche dirette da Francesco De Martino,  onde reperire le novità da regalare alla nuora. Con Massimiliano Pezzi e Giuseppe Poli vi è una frequentazione ‘sporadica’ e pur costante, oltre ad una solida amicizia per cui mi autorizzano a non citare i loro lavori.  Al saggio di Giuseppe Ruotolo,  urologo e grande esperto di numismatica a livello europeo, posso dire che la sua ‘Costanza’ viene posta in rilievo nel suo saggio, che definirei una ‘BOMBA’ ( solo chi ha letto il libro può capire, Pedío approvare).

Lo studio del professore Nico Perrone  parte dalla odiata tassa sul macinato ( oggi si direbbe del…mai incassato) e ci parla di ‘debito pubblico’ : «…Tutto questo dette il risultato di ridurre a 13 milioni il disavanzo. L’attivo di bilancio si raggiunse solo nel 1875 (14 milioni).  La destra  storica  aveva mantenuto fede al suo programma, scaricando sulla popolazione un onere elevatissimo. Dopo 16 anni di vessazioni, la destra dovette lasciare il governo». Perrone introduce il suo articolo con una frase ad effetto di John Maynard Keynes,  famoso economista inglese, di cui vi segnalo altre frasi  per ribadire  che in economia  il successo spesso si tramuta in…agonia: « Il lungo termine è una guida corrente per gli affari correnti : nel lungo termine saremo tutti morti», « Sfuggire alle tasse è l’unica impresa intellettuale che offra ancora un premio», « Il mercato può rimanere irrazionale più a lungo di quanto tu possa rimanere solvibile» ( Noi sulla ‘teoria  keynesiana’ abbiamo pubblicato parecchi  libri del professore Umberto de Girolamo). Lo studio del professore Domenico Cofano, incentrato sulla rivista ‘«Humanitas» e la Massoneria’ avrebbe destato senz’altro l’attenzione di Pedío in virtù di una  passione  sfrenata per ogni iniziativa atta a riportare alla luce riviste che avessero avuto una loro ragione di esistere, specialmente pubblicate in periodi ‘difficili’. Il libro curato da Bonsera  termina con  un intervento di Nicola Roncone, l’uomo che forse più di tutti con encomiabile disponibilità ha cercato di essere presente con i coniugi Pedío e alleviare le loro necessità di spostamento, rimediando a volte qualche simpatico rimprovero dal professore che, come tutti, una tantum perdeva ‘la pazienza’, ma ripagava  ampiamente, il funzionario della Camera di Commercio appassionato di storia, inserendolo di diritto nel gruppo ‘filopediano’.

Non posso chiudere queste brevi note senza citare mio padre che di Pedío è stato sempre fedele, accondiscendente, disinteressato amico e che fu il più grande ‘sponsor’ di Raffaele Nigro nei confronti del professore.  Mio padre è morto quattro anni dopo lo storico potentino e noi nel 2008 abbiamo pubblicato un volume per festeggiare i 60 anni di Nigro.  Prima dell’uscita del libro il genitore mi venne in sogno e mi ‘dettò’ una breve  lettera indirizzata a Nigro di cui vi riporto minimi ma significativi periodi : «….. In questo modo  ora  qui ( in cielo ! ) è di nuovo un continuo via vai. Molti vengono ancora a chiedermi  di te. Tommaso Pedío  si è tutto infervorato leggendo ‘Giustiziateli sul campo’, Raffaele Crovi è arrivato da poco e non sa ancora dove sistemarsi, se sulla nuvola degli scrittori o su quella degli editori, perché tutte e due le nuvole gli stanno a cuore……..Con Tonino ( il padre di Nigro), Pedío, Crovi  e tanti altri stiamo organizzando una gita a Stoccolma. Non mancare!». ( Mario Cavalli)

Vi sono dei ricordi a volte che, per  coincidenze o troppo dolcezze, inacidiscono nell’anima fino a diventare intollerabili, non è il caso del professore Tommaso Pedío : per noi resta l’immagine dell’uomo che entrava in azienda e rivolto a mio fratello esclamava  « Raffaele è spenta» ed era una piccola bugia perché la sigaretta era in attività, poi prendeva mio padre sotto braccio e andavano al ‘caffè’ non senza aver invitato a seguirli  chiunque  fosse presente in quel momento in azienda  «tanto deve pagare il padrone».

Carissimo professore, spesso scortato da Pezzi, mi dicevi  saggiamente « vivi, il lavoro va ‘gustato’», ma io ora non posso invocare il senno di poi, come non posso dimenticare che fui costretto a essere ‘pignolo’ con Lucio Albergo, da te portato e ‘abbandonato’. I ricordi sono tanti : come quando mio padre riuscì a gestire la tua animosità con Vito Maurogiovanni , tanto da tramutarla in grande sinfonia  ‘socialista’, armonia durata e consolidata fino al punto che spesso Vito, rientrando a casa con la sua famosa 500, ti lasciava all’inizio di Corso Sicilia, ossia quasi a casa. Vito le sue opere migliori le ha pubblicate dopo il 2000 e senz’altro avrebbe gradito la presenza  dell’amico storico per la presentazione  del libro dedicato a Matera «Gli anni della speranza», in questo modo avreste potuto continuare quella discussione infinita che riguardava il borgo ‘ La Martella’.

 Una cosa voglio sia chiara Don Tommaso, quando  sarò dei vostri,  quella spartana arringa, sempre frenata dal genitore, dovrò esporla e lo sguardo ‘scaltro’, con un sorriso appena annunciato, sarà la replica che, il penalista sempre presente in te, può concedere ai nuovi arrivi : in un momento avrò fatto mente locale e realizzato che,  nel luogo in cui sono approdato,  non vi sono ‘pene’, ‘condanne’, ‘sconti’, ‘permessi’…la giustizia è una duratura, autentica pace dei sensi, tanto è vero che non esistono divieti di nessun tipo, neanche il tuo mai sopportato ‘vietato fumare’.

Libri: domani evento Rotaract con lo scrittore barese Christian Montanaro

BARI - Un libro divertente, ma che fa anche riflettere su temi importanti come quello della parità tra i sessi. Parliamo del nuovo libro nato dall'estrosa penna dell'avvocato e scrittore pugliese Christian Montanaro, dal titolo "L'allenatrice" (Mario Adda Editore - costo 10 euro).

Un genere completamente diverso rispetto al suo precedente lavoro ("Bestseller- l'incubo riNcorrente") per dar sfogo alla sua grande passione per il mondo dello sport e alla sua correlata attività di giornalista sportivo.

L'opera - già da qualche mese in commercio - verte sulle vicissitudini della protagonista Addolorata Pallone, una specie di Oronzo Canà in gonnella (impersonata dall'attrice Lia Cellamare), che da "...casalinga disperata diventerà una allenatrice affermata", dando vita ad una serie di irresistibili gag e a contorte elucubrazioni tattiche, ed è la prima parte di una trilogia sul tema.

Classificatasi quinta per la sezione sportiva edita e inedita alla seconda edizione del concorso letterario nazionale "Bari città aperta", vi figurano come personaggi reali i noti giornalisti sportivi Alessandro Bonan, Gianluca Di Marzio ed Enzo Tamborra che hanno quindi modo di interagire con la protagonista. La prefazione, oltre che dello stesso Tamborra, è di Vito Roberto Tisci, Presidente della Lega Nazionale Dilettanti Puglia.

Dopo le presentazioni sin qui tenutesi al Rotary Club, alle Officine Bollenti Spiriti di Bitonto e alla libreria Quintiliano di Bari, l'opera sarà presentata sabato 21 aprile alle ore 11 presso la libreria Di Marsico di Bari, in via Calefati 134-136, nell'ambito della IV edizione de "La notte di Inchiostro di Puglia", manifestazione tesa a valorizzare gli autori del territorio, di cui Montanaro è un fedelissimo sin dalla prima edizione.

Un evento organizzato dai Club Rotaract cittadini Bari, Bari Agorà e Bari Alto, con il patrocinio del Distretto Rotaract 2120, all'interno di una mattinata di riflessione sul tema dei giovani e della lettura dal titolo "Io leggo perchè...".

Montanaro (che ha variegate esperienze letterarie ed è anche sceneggiatore e regista cinematografico e teatrale) racconterà, col suo stile brioso e tutt'altro che formale, la sua esperienza di autore insediato nel nostro territorio, dicendo la sua sul tema, in un dibattito aperto al pubblico e dall'ampio contenuto culturale, specialmente alla luce dei disarmanti dati attuali sul mondo della lettura.

Interverranno, oltre all'autore, Ivana Fico (rappresentante del Distretto Rotaract 2120), i Presidenti dei tre club Rotaract cittadini Davide Tommaso Angiulli, Antonio Favale, Jacopo Ciccarelli e la lettrice Barbara Palladino.

"La storia non finisce qui - dichiara scherzosamente l'autore -. Sono contento che il pubblico abbia preso a cuore la simpaticissima Addolorata e prometto che presto combinerà molti più danni. Il fenomeno del calcio femminile è in forte ascesa e lo so bene io che negli ultimi anni giocavo a calcetto misto. V'è un grande fermento dietro e, come insegna Addolorata, non vi sono più distinzioni di genere e/o preconcetti in merito. Una donna può benissimo riuscire come un uomo anche nel mondo del calcio calcio e mi fa piacere vedere alle presentazioni una folta rappresentanza femminile a rimarcare questo concetto. Divertire e far riflettere al tempo stesso è in effetti un po' lo scopo di questo libro".

'Il Genocidio armeno 1915 nel pensiero degli intellettuali arabi siriani': domani a Bari presentazione del libro di Nora Arissian

BARI - Domani, venerdì 20 aprile, alle ore 18, nella sala Massari di Palazzo di Città, sarà presentato il volume “Il Genocidio Armeno 1915 nel pensiero degli intellettuali arabi siriani” di Nora Arissian, armena siriana di Damasco, ricercatrice e traduttrice, in questo caso scrittrice con l’obiettivo di offrire nuovi punti di vista sul genocidio armeno

Il libro, pubblicato dalla casa editrice Radici Future, è composto da testimonianze, raccolte da Damasco ad Aleppo, che aiutano a comprendere i motivi della strage e a ricostruire i piani della “soluzione finale” orditi dai turchi per l’eliminazione del popolo armeno.

A curare la pubblicazione Kegham J. Boloyan, armeno siriano di Aleppo, docente di lingua e traduzione araba all’Università del Salento.

All’incontro di domani, oltre al professor Boloyan, interverranno l’assessore alle Culture Silvio Maselli, il vicepresidente della cooperativa editoriale Radici Future Vito Antonio Loprieno, la poetessa Anna Santoliquido, Leonardo Lestingi dell’Istituto Superiore di Scienze religiose “San Sabino” di Bari, il rappresentante emerito della Comunità armena a Bari Rupen Timurian, e Cosma Cafueri del centro Hrand Nazariant.

La presentazione sarà accompagnata da momenti musicali affidati al mezzosoprano Tiziana Portoghese.

Quei 'Diplomatici italiani in Svizzera' accanto agli emigranti

di FRANCESCO GRECO - BERNA (Ch). “La tratta delle bianche nel suo organismo e nel suo movimento, è, quasi, calcata su quella dei negri” con “prezzi dei listini di borsa che variano sempre a seconda dei paesi”, salvo “la fanciulla ebrea”, che, per sprezzo, è, invece, la preferita su tutti i mercati umani” (Raniero Paulucci di Calboli, Roma, 1861-1831, “regio ministro plenipotenziario di prima classe a Berna dal 1913 al 1919”).

L’azione di Reale (Ministro plenipotenziario voluto dall’allora Ministro degli Esteri Pietro Nenni) si concentrò sulla difesa dei diritti dei nostri lavoratori, spronando, nello stesso tempo, il loro dovere e il loro sentimento di rispetto verso il Paese ospitante (…). Inventò le libere colonie italiane in Svizzera, ma la sua fama fu schiacciata dal fratello.

Cinque esistenze, un unico denominatore: l’adesione totale alla “causa” degli emigranti italiani in Europa (oltre alla Confederazione, Francia, Gran Bretagna, ecc.) dove la rivoluzione industriale trattava i bambini come bestie.
 
Oltre a di Calboli ed Egidio Reale (Lecce, 1888, Locarno 1958), fratello del Ministro della Giustizia Oronzo, leccesi), Giulio Silvestrelli (1853-1938), Giuseppe De Michelis (1872-1944) e Attilio Tamaro (1884-1956).

Un secolo, poi detto “breve”, denso di avvenimenti e sconvolgimenti epocali, di orrori e tragedie per i popoli, di ideologie, di utopie, di “ismi”, di scontri sociali e ispide contraddizioni, i cui echi dal centro si propagano alle periferie riscrivendo ex abrupto la geopolitica.       
 
Ricostruito, nella sua complessa architettura (eventi, fatti, personaggi che hanno fatto la Storia), attraverso le loro biografie da Tindaro Gatani in “Diplomatici Italiani in Svizzera”, Camera di Commercio Italiana per la Svizzera, 2018, pp. 96, euro 20.
 
Un ampio corredo fotografico, molto evocativo e una prefazione in cui Pier Ferdinando Casini (Presidente della Commissione Esteri) rilegge il ruolo dell’ambasciatore al tempo del link e il troll (“la figura e il ruolo assumono una nuova e più profonda funzione”), ne fanno un lavoro ben strutturato, e diremmo necessario, sospeso fra storia, scienze politiche, sociologia, antropologia, Come, d’altronde, tutti i saggi di Gatani, ragazzo siciliano che ha fatto l’insegnante in Svizzera. 

Libri: valorizzazione del Paesaggio, Etica e Selvicoltura

di DONATO FORENZA - La prestigiosa Biblioteca Storica Nazionale dell’Agricoltura, in Roma, recentemente ha effettuato la presentazione di un libro afferente alle tematiche della Selvicoltura e del Paesaggio con particolare accezione alle dimensioni poliedriche di San Giovanni Gualberto, fondatore dei Benedettini dell’Abbazia di Vallombrosa, in Toscana.

L’interessante volume dal titolo ”Etica - Ecologia - Economia: un precursore San Giovanni Gualberto monaco benedettino, fondatore ed Abate di Vallombrosa”, evidenzia con peculiare valenza interdisciplinare, la rilevante attività della vita e delle opere del Santo, che è stato assunto quale patrono dei forestali (nel 1951 da Pio XII fu proclamato Patrono dei Forestali) e anche iniziatore della Scienza della Selvicoltura. Il libro è stato curato da Rocco Chiriaco e pubblicato da Editori Associati per la Comunicazione. Meritoria è la preziosa attività scientifica del Movimento Azzurro nella protezione dell’ambiente che ha implementato la manifestazione.

L’elegante volumetto, viene dedicato al Santo patrono dei Forestali, che visse intorno all’anno Mille in Toscana; in questi territori montani e collinari, curò il paesaggio forestale e la spiritualità e fondò importanti monasteri nei quali si creò un mirabile connubio tra la valorizzazione ambientale e le dimensioni dell’Etica, anticipando di un millennio il concetto di sostenibilità. San Gualberto inculcò nei monaci la coltura dei boschi: infatti,l’Abbazia di Vallombrosa è considerata un asse cardinale della Tecnica e della Scienza della Selvicoltura italiana. Giovanni di Gualberto nato in territorio fiorentino (anno 1000 circa), divenne frate in S. Miniato di Firenze; verso il 1035 contribuì a riforme monastiche e del clero.

Con la fondazione di Vallombrosa, si unirono altri monasteri, fra i quali Badia a Passignano nel Chianti, dove il santo abate morì il 12 luglio 1073; quivi riposano le sue ossa. Canonizzato da Celestino III nel 1193, è venerato eroe della carità, per le sue benemerenze nel campo sociale e della Selvicoltura, continuate dalla sua Congregazione. All’evento hanno partecipato Rocco Chiriaco (Autore del libro e Presidente Nazionale del Movimento Azzurro), Antonio Ricciardi (Comandante Generale Carabinieri Forestale C.U.F.A.A.), Dante Fasciolo (Giornalista, presidente dell’Accademia G. Merli) e Mario pulimenti (Direttore Vicario della Biblioteca Storica Nazionale dell’Agricoltura). Alla manifestazione hanno partecipato studiosi e un folto pubblico con positivi consensi.

Pasquale Sorrenti, il Principe dei librai

di GIANNI CAVALLI - Mercoledì  11 aprile, slittato di quasi 70 minuti un fastidioso e complesso esame clinico, trovandomi nei pressi di piazza Moro, avevo deciso finalmente di attuare la visita, sempre promessa e mai posta in essere, presso lo studio di Gianni Antonucci, l’immenso Gianni Antonucci : un professionista che sa tutto della squadra biancorossa e che possiede un archivio spaventoso, disseminato in tanti  preziosi libri pubblicati, alimentato giornalmente da passione, competenza e ‘tifo’.  Dal momento che, come espongo in seguito, l’incontro non vi è stato, mi impegno, con il vero medico ’curante’ del Bari, a festeggiare, la ‘possibile’ probabile promozione della squadra, presso la ‘memoria storica’ dei galletti ( Michele tranquillo offro io al genitore !).  Mentre attraversavo ‘lentissimamente’ dall’altezza del Monte Paschi per raggiungere lo studio Antonucci, una voce che non mi era parsa ‘estranea’ ha esclamato : « Finalmente, Gianni, ti ho incrociato. Che sia il mio giorno fortunato». 

Riconosciuto l’ interlocutore mi sono limitato a fare una battuta che esprimeva totalmente il mio stato d’animo: «Trovare la fortuna è possibile, trattenerla è difficile».  Il  mio vecchio amico di Flacco, ma non di classe, divenuto scrittore da pensionato, subito  voleva celebrare l’incontro nel vicino bar e sono stato costretto a dirgli che non  potevo per esigenze mediche ecc. ecc.   Sfortunatamente era libera anche una panchina  - non ti offendere amico qualora ti capitasse di leggere queste note : sai che mi piace celiare…dicendo cose verosimili - e appena ci siamo seduti il signor X ha aperto la borsa, da me ben conosciuta,  estraendo il suo ‘masterpeace’ che  ha tenuto a precisarmi aveva spurgato di oltre 115 pagine dal nostro ultimo incontro, avvenuto -  ricordi suoi - ai primi di agosto del 2016, occasione in cui gli avevo fatto notare una certa prolissità.  Non vi racconto della quasi mezz’ora trascorsa su una panchina diventata…bollente, ma il caso  - cosa diversa dalla dea bendata - ha voluto che Ruggiero Riefolo - l’archivio vivente ed efficiente della libreria Roma, professionista serio, scrupoloso e sempre allegro - passando e forse,  impietosito dal mio volto sofferente, mi ha ricordato che era arrivato il libro di mia figlia e che potevo prendere il testo dedicato a Pasquale Sorrenti. Sono convinto che il sempre vigile  Ruggiero avesse capito che avevo bisogno di concreto aiuto - non è facile andare in soccorso di qualcuno, ci vuole sensibilità, tatto, consuetudine ed esperienza, le stesse qualità  che richiedono il rapporto quotidiano con i libri - ed il suo comportamento è stato esemplare.  Salutato X, che verrà a trovarmi prossimamente, ho preso i libri, augurato la buona giornata al ‘patron’ della libreria, il sempre elegante Renato Gagliano, e sono tornato a disposizione della scienza.  Tutto questo spreco di parole mi è servito per farvi sapere che ho finalmente fra le mani il volume dedicato a Sorrenti dal titolo ‘Il principe dei librai’.  La pubblicazione  si deve all’iniziativa di Luigi Bramato che ha fondato «LB edizioni» con l’entusiasmo che solo i giovani possono e devono avere e che può essere considerata già una piccola realtà nel settore.

Il libro raccoglie le testimonianze di alcuni amici di Sorrenti : Bizzarro, il sottoscritto, Interesse, Laurora, Mastrolonardo, Pani, Santoliquido, Saponaro, Scianatico, Stagnani e dei figli Giovanna e Pierluigi Sorrenti.

Rino Bizzarro nel ricordare l’amico dice una verità inconfutabile :«…era anche un commerciante navigato, bisogna riconoscerlo, che proveniva da una gavetta lunga e durissima….non era un tipo tanto morbido o, come diremmo noi baresi ‘dolce di sale’…».  Italo Interesse rammenta che nel 1982 Sorrenti gli trovò immediatamente una guida di New York : posso garantirgli che non sempre era così e che spesso prima di giungere alla meta  occorreva del tempo, ma l’abile libraio invitava il cliente, qualora non fosse di ‘casa’, a dare una ‘sbirciatina’ in giro in cerca di qualcosa di particolare, spesso, questa ricerca, dava i frutti sperati per la felicità del compratore e  di Sorrenti.  Alla signora Graziella Laurora, che ricorda una gita con Sorrenti e Saponaro a Fasano per trovare un pittore svizzero che si era trasferito in zona per essere vicino alla leonessa Sciù-Sciù, rivelo che chi scrive varò una collana per lanciare il romanzo di Saponaro dal titolo ‘ La Leonessa’, ispirato  proprio da questo incontro. Forse non tutti sanno che nel film che volevo girare, tratto dal libro, anche Pasquale Sorrenti avrebbe avuto una parte.  Fu proprio il ‘principe dei librai’ a dirmi che Giorgio non avrebbe mantenuto l’impegno preso con me : questa è un’altra storia che niente può insegnare.  A proposito di Falanga signora, se vuole, posso darle il cellulare.

Raffaello Mastrolonardo può essere felice perché il Comune di Bari, per interessamento dell’Assessore Angelo Tomasicchio, ha reso possibile, con gli interessi, quello che lui aveva auspicato : sotto la Muraglia si può ammirare un giardino intitolato a Pasquale Sorrenti.

Così Egidio Pani ricorda Sorrenti : « Con il viso aperto e sornione al tempo stesso, sorridente e crucciato quando necessario. Gli occhi sempre aperti alla speranza. Libraio per vocazione». Ad Egidio dico per quanto riguarda il riferimento ad Osvaldo Greco , Assessore alla Cultura al Comune di Bari, per quei volumi sulla storia organica su Bari ritengo di aver ‘prestato’ consigli e tempo in quantità…poi ‘omnia munda mundis’.  Per cui non ti lamentare : non sempre il progetto premia chi lo ‘progettò’ e…

«Il ricordo di Pasquale Sorrenti profuma di buonumore e di disponibilità verso il prossimo, perché egli era attento alle relazioni che tesseva con umiltà e saggezza….Il fulcro di quell’ambiente semplice e suggestivo era lui, talvolta visibile a mezzo busto mentre dispensava consigli ai probabili acquirenti…».

Anna Santoliquido con queste schiette,  eppure poetiche parole, ci presenta l’uomo, il libraio, l’amico.

A  Giorgio Saponaro voglio raccontare un episodio che è testimonianza di vita vissuta e di grande stima-amore-considerazione che Pasquale nutriva per lui. Una mattina mi telefona alle 6,45 in azienda : « Gianni ti prego ho bisogno di aiuto vieni». Vado e vi era il caos : libri a terra,  acqua che scorreva dal muro. Ero giovane per cui velocemente spostai e lo aiutai, ma ad un certo punto per passare dall’altra parte presi la TUA sedia, su cui correttamente aveva ‘steso’ « La Gazzetta» appena acquistata, e cercai di salire… quando fui investito da un NOOOOO, avevo visto spesso Sorrenti adirato e alterato, ma mai così ‘incazzato’.  Mi cacciò, salvo venire verso le 8,30 per chiedere a mio padre due persone che dovevano aiutarlo a mettere ordine.  La mattina dopo, a tutti i costi, volle condividere con me un pezzo di focaccia e mi chiese secondo te : « E’ riscaldata».  Quando andai via quasi a scusarsi mi regalò : « Voi giovani fate le cose senza pensare».   

Leggendo il ricordo di Scianatico e del suo cenno alla mitica Olivetti di Sorrenti non posso fare a meno di ricordare che tutti gli consigliavamo di cambiare il nastro usurato;  per chi doveva comporre i libri erano dolori e lui diceva con grande eleganza e ‘impudenza’ si legge benissimo…leggendo cose che erano impresse nella sua mente, ma non sul foglio di carta.  Al carissimo assente per chiamata superiore Vittorio Stagnani - l’uomo di Amuleia e altri sogni - non posso che confermare che Sorrenti, una domenica mattina da noi, riuscì a convincere tutti gli amici abituali di Levante che la vera tiella si fa con riso, patate e cozze, senza ‘checòzze’…anche se dovette ammettere che la zucchina rende più sugoso il tutto, chiaramente l’abilità dell’operatore è fondamentale. Ritengo che in questa discussione culinaria fu il professore Mongelli a schierarsi da subito con Sorrenti, mentre, - questo il mio ricordo - altri, sottoscritto compreso, gradivano entrambe le soluzioni.  Più volte ho riaccompagnato a casa Pasquale la domenica, lui voleva scendere sempre ai giardini della Chiesa Russa, spesso mi ha parlato con amore e trasporto dei figli : doveva essere lui a intavolare la discussione, a volte mi chiedeva : « Sono troppo severo secondo te con loro », io difficilmente prendevo posizione perché avevo notato che lui si lasciava andare solo con mio padre. Tutte le volte che cercavo di dargli ‘suggerimenti’ di lavoro, nel comune interesse, lui andava da mio padre e ‘pretendeva’ la ragione, la sua ‘ragione’.   Vi è una verità che va detta e vale per tutti : i grandi uomini meritano la nostra riconoscenza, affetto e stima, ma non dobbiamo mai dimenticare che sono stati soltanto uomini.

Sorrenti è stato un grande uomo, un grande genitore, un grande libraio, anzi un principe dei librai ed è giusto che Giovanna, Pierluigi e tutti gli amici lo ricordino in questo modo : i libri che lui ha scritto serviranno a tramandarne la memoria.   Pasquale tranquillo non avrai bisogno della ‘rete’ per continuare a ‘vivere’…anzi per cortesia convinci Vittorio a lasciare la bicicletta, dalle vostri parti l’ecologia è insita nel sistema, almeno così pare a noi. Dimenticavo per quanto riguarda la copertina del libro : le eventuali ‘rimostranze’ per la  caricatura di Mino Colonna vanno rivolte all’editore Luigi Bramato, i tuoi figli  sono ‘innocenti’. A presto, ma… con calma.

La consapevolezza intollerante nel romanzo ‘Pentole e Pistole’

di PIETRO FABRIS - È un testo “Antipatico”, un lavoro fastidioso, un inciampo. Attraverso questa forma espressiva giocosa, questa amplificazione delle ridicole presunzioni, ci giungono con “immediatezza intollerante” aspetti dell’oggi imbruttito.

Franco Caprio e Vito Antonio Loprieno con il loro romanzo “Pentole e Pistole” (Edito da Radici Future produzioni) ci mettono di fronte a una realtà di piccineria di adulti invecchiati e spocchiosità vissuta con carnevalesca “serietà”.

È la rappresentazione paradossale dell’Essere una comunità che ambisce al superfluo nell’appariscente, una società che si compiace nell’inutile. Siamo un agglomerato di persone chiuse in un salotto di “parole ricercate”, anestetizzata, anzi ubriacata da trasmissioni televisive d’alta utenza. Compiaciuti di essere informati dei talk show di gran grido! Non si può ridere leggendo un libro che ci ritrae senza pietà e affilata ironia! Non si può accogliere con allegrezza il riflesso impietoso del “Noi Stessi” instupiditi! Certo è un libro scritto bene, oserei dire per certi versi divertente, ma nell’umorismo usato dagli autori che, mettono a fuoco il “disvalore” di certi personaggi (ricamati e descritti con tutti i peli e i nei), elevati agli onori di modelli da seguire, suscita una “reazione allergica” davanti alla quale non è intelligente chiudere gli occhi, oppure tener le mani in tasca per non sporcarsele. Noi siamo collusi al mal costume se non mettiamo pietra su pietra, idea su idea d’impresa alla vera umanità.

Nel libro i protagonisti, istruiti e profondi conoscitori del raffinato, sono esempi prepotenti senza scrupoli, di furbetti spietati e mitizzati la cui ombra urticante è un’onta per la società civile, un pessimo esempio per le coscienze fragili, naufraghe in un oceano di offerte di cultura ipocrita che si scandalizza e lamenta, prendendo le distanze dal malaffare del quale non è protagonista. L’umorismo amaro è la vera pietanza con gli ingredienti, sapientemente dosati, di violenza sottile (a cui siamo assuefatti) il vero “nervo infiammato” di questo romanzo ingombrante tra pietanze strabordanti e confetti di piombo.

Libri: la storia di Pietro, un ‘cafone’ meridionale emigrato in America


di VITTORIO POLITO - Nell’ambito della Rassegna Letteraria “Dialoghi e Monologhi” che si svolge presso l’Atelier della nota scultrice barese Anna Maria Di Terlizzi, è stato presentato da Nico Veneziani, cardiologo con la passione dell’arte e delle tradizioni, il volume di Vito De Bellis “Oltre la terra, il mare” (Progedit).

Anna Maria Di Terlizzi ha presentato Nico Veneziani, che ha dialogato con l’autore Vito De Bellis sulle vicende narrate nel libro, esponendo con dovizia di particolari, la storia dell’emigrazione italiana negli Stati Uniti d’America e le vicissitudini ed i sacrifici dei nostri emigranti nelle terre lontane.

In particolare il volume, che è un romanzo storico, riporta la storia di Pietro, un cafone meridionale attaccato alla terra che, all’inizio del Novecento, stanco della miseria e delle umiliazioni dei “caporali” e dei “galantuomini”, decide a malincuore di emigrare in America. Vuole essere un uomo libero dal bisogno e cercare un mondo nuovo dove trovare lavoro, pane, dignità e progresso.

A New York si inserisce nella Little Italy lavorando in un cantiere edile. Conosce Cecco, un socialista toscano, che lo sprona a imparare a leggere e scrivere e a formarsi una coscienza di classe. Tornato al suo paese compra l’agognato pezzo di terra e ritorna contadino. Ma, deluso dal tentativo di fondare una lega di braccianti, emigra di nuovo in America, a Chicago. Al suo ritorno gli eventi storici incalzano, la guerra di Libia pone inquietanti interrogativi politici a Pietro, che non condivide più tanti aspetti della mentalità del suo paese, anche se ama il mondo in cui è nato.

Il benessere è stato raggiunto, ma Pietro, non più contadino sprovveduto, è a disagio, non si sente “né carne né pesce”, ma ha compreso che c’è un altro mondo: oltre la terra c’è il mare.

Una storia vera raccontata con grande efficacia evocativa attraverso vicende del protagonista del romanzo, che alla fine del 900, insieme a centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini, è costretto ad emigrare, in cerca di fortuna, dalla terra di Puglia verso le Americhe.

Vito De Bellis, già docente di Storia dell’Arte nei licei, ha ricoperto per oltre vent’anni l’incarico di ispettore onorario nel ministero dei Beni Culturali. Ha pubblicato, tra l’altro, “Bari: dal Borgo Murattiano ai Lungomari del Ventennio” (Bari 2012); “Arte e storia a Bitritto dal XII al XVIII secolo” (Bari 1983); “Bitritto nella storia della Terra di Bari” (Bari 2007); “Mondo contadino ed emigrazione a Bitritto tra ’800 e ’900” (Bari 2014). Per Progedit, ricordiamo, con Rosa Colonna, il romanzo storico “Il fucile di Garibaldi”, ambientato nella Bari risorgimentale.

Libri: conosci te stesso, conoscerai gli altri (forse…)

di FRANCESCO GRECO - “Tu mi conosci abbastanza per sapere che nella mia vita non ho avuto molto tempo per accumulare saggezza astratta o teorica. Piuttosto una certa esperienza pratica nel dedurre qualcosa dai visi degli uomini e da ciò che non dicono…”, Hugo von Hofmannsthal, “Lettere del rimpatrio”.

Ecco un saggio utile a capire noi stessi, gli altri, il mondo che ci circonda, e in cui ci tocca vivere, galleggiare, per non soccombere al darwinismo ossificato in archetipo, cannibalismo, omo homini lupus, mors tua vita mea.
 
Una società atomizzata, liquida, preda di oscuri istinti di morte, fattasi “selva oscura” dopo l’ingenuità del dopoguerra, in cui prevalgono il cinismo, la negazione di ogni etica. In cui tutto è stato relativizzato, siamo “canne al vento”, le ideologie non ancorano più nessuno, il dolore è una voragine nel cuore, spalmato su di noi, lo smarrimento leopardiano ci pervade, lo sgomento cosmico ci ubriaca.
 
“Io penso che tu creda che lei sappia”, di Bruno Codenotti e Claudia Flandoli, Sironi Editore, Milano 2018, pp. 237, euro 16,80 (collana Galàpagos) aiuta a districarsi nella babele di messaggi, subliminali e non, parole, suoni, sensi sottintesi che ci avvolge come un perfido peplo facendo di noi esiguo pulviscolo sperduto che vaga senza meta e senza requie nelle più remote galassie. 
 
Lasciando intravedere sullo sfondo le dottrine orientali, il buddismo, la meditazione zen e l’autoanalisi come password e antidoti ai mali del mondo, e sostenendosi ai giganti del pensiero di tutti i tempi, Codenotti (Brescia, 1959, studioso della complessità, l’algoritmica, gli aspetti computazionali della teoria dei giochi e dell’economia) ci guida – con le illustrazioni della Flandoli (Torino, 1987, biologa e grafica, specializzata nella divulgazione scientifica a fumetti) per mano nella modernità indecifrabile, fra le sue asprezze e contraddizioni, posto che conoscerle significa gestirle, magari neutralizzarle, almeno smussarle.         
 
“Dietro tutte le cose che crediamo di conoscere bene, se ne nascondono altrettante che non conosciamo per niente…” (Haruki Murakami). Le seconde sono più numerose delle prime, ahimè: siamo nati per soffrire, non c’è scampo.
 
Questo libro è un anestetico, produce un effetto-placebo, balsamo sulle ferite. Sempre meglio di niente, come diceva Emile A. Cioran di Dio…

Con ‘Bioetica e bioterrorismo’ Sinno pone un problema di estrema attualità


di VITTORIO POLITO - Il volume del professore, filosofo specializzato in Bioetica Raffaele Sinno dal titolo  «Bioetica e bioterrorismo : aspetti scientifici, etici, giuridici» porta all’attenzione del lettore-cittadino del mondo un argomento di estrema attualità. Il libro è stato pubblicato nella collana Ethos della Levante editori di Bari, serie diretta da un famoso ordinario di Filosofia Morale dell’Università di Bari, il bioeticista Francesco Bellino, e dalla stessa responsabile dell’editrice la dottoressa Irene Cavalli.

Non si può tacere che le recenti vicende che vedono protagonista la Siria e l’uso di spore di antrace nella controversa vicenda dello spionaggio internazionale che ha creato una crisi politica tra UK e Federazione Russa, evidenziano che l’uso improprio di armi batteriologiche e/o virali è una questione articolata e complessa. L’obiettivo fondamentale, di questa attenta e meticolosa ricerca operata dal poliedrico Sinno, è quello di far conoscere ad un vasto pubblico il bioterrorismo, quale fenomeno che non sia esclusivamente dipendente da aspetti di tipo militari o politici. Questo intento si nota nel titolo stesso della pubblicazione, ossia un’indagine che esamini il confronto tra temi bioetici e gli aspetti scientifici, etici e giuridici, dell’uso di materiali biologici a scopo offensivo e difensivo. La novità di questo studio consiste nel fatto che si indaga con una metodologia che interconnette le questioni in campo. Dopo aver analizzato la storia del bioterrorismo, partendo dall’era neolitica per giungere fino ai recenti attacchi, l’autore pone una serie di analisi francamente innovative. Prima fra tutte è il confronto tra la bio-difesa e bio-attacco, considerando che l’utilizzo di arsenali biologici non è affatto debellato e che la stessa regolamentazione giuridica internazionale dei trattati non ha annullato il pericolo di un disastro globale che è altrettanto rischioso di quello nucleare. Ciò è dimostrato dagli studi di bio-economia che evidenziano come sia più agevole il mercato parallelo di queste armi di offesa. In effetti, un rapporto Onu sulle armi biologiche del 2010 riportava i costi delle diverse armi, da quelle tradizionali fino a quelle batteriologiche o virali in un attacco su di una popolazione civile. I dati del confronto sono impressionanti: per un chilometro quadrato colpito si spendono duemila dollari per le armi convenzionali, ottocento per il nucleare, seicento dollari per l’uso del gas nervino e solo un dollaro per gli agenti biologici. La facilità dell’uso di tali armi dipende inoltre da una crescente ricerca nei laboratori circa l’impiego di spore batteriologiche, o anche di virus geneticamente modificati. In pratica sono superati i cinque classici segni del terrorismo biologico, vale a dire:

1) L’uso improprio di materiale biologico estratto, combinato, da batteri, virus, funghi, con la produzione di endotossine capaci di provocare la morte, o gravissimi danni alla salute di una popolazione.
2) La possibilità di generare un attacco non previsto oppure prevedibile;
3) Il sovvertimento delle difese, e dei piani sanitari del nemico;
4) Gli effetti secondari sulla vita civile della popolazione colpita;
5) Il sentimento di paura e terrore, diretto o indiretto dell’evento.

Il reale obiettivo di un attacco biologico è quello di rendere inefficace una qualsiasi risposta all’evento, disarticolando l’ordine di uno Stato, amplificando i contrasti tra gruppi di persone, etnie, classi sociali, conflitti religiosi, all’interno di una comunità umana. Per tali motivi questo libro studia gli effetti, piuttosto che le motivazioni dell’uso di questi mezzi di distruzione di massa. Particolarmente interessante è l’analisi del ‘panico morale’, che si crea in una popolazione che subisce l’impiego di tali mezzi. Esso presenta dei livelli specifici che sono:

1)    La preoccupazione, espressa dai media e dalle autorità competenti, con l’uso di strumenti informativi capaci di generare sentimenti di angoscia;
2)    Il consenso, come ricerca di conformità universale nell’agire sociale e nel discorso pubblico;
3)    La sproporzione, ossia un’amplificazione della relazione con dati alterati ad hoc;
4)    La volatilità, nel significato di ripetizione degli argomenti in maniera ciclica, con archetipi in precedenza collaudati.

L’indagine degli aspetti etici conferma che essi sono congiunti a quelli della ricerca scientifica la quale, a causa dei finanziamenti, non valuta i pericoli del ‘double effect e benefict’ (principio del duplice effetto). Un atto terroristico si fonda essenzialmente sul categorico rifiuto della dignità della vita di ogni essere umano, quale valore universalmente riconosciuto dal diritto internazionale. La ricerca di Sinno, responsabile del Day Surgery Anestesiologico dell’Ospedale Fatebenefratelli di Benevento, evidenzia che in questo periodo storico il tema del bioterrorismo fa emergere diversi paradossi. Il primo è l’illusione della sicurezza delle società che si può ottenere tenendo distinte culture antropologiche differenti. Il secondo paradosso è ritenere valido l’adesione a progetti che semplificano le complessità umane. Il terzo mito è quello di risolvere ogni contrasto ricorrendo ad una tecnoscienza precisa e infallibile, senza considerare che nelle sue applicazioni è sempre più discriminatoria e illiberale.

Il bioterrorismo interroga le nostre coscienze, ci chiama a rispondere a diversi dilemmi etici, scientifici e giuridici. L’autore conclude affermando che difendere la vita è un traguardo possibile e razionale, se fossimo capaci di agire con saggezza, fonte e forma di equilibrio. Forse vale la pena leggere questo saggio: è una riflessione globale sulla precaria situazione dell’homo sapiens che, se non motiva la sua presenza pacifica nella biosfera e nell’universo, rischia di trasformarsi in quello ‘insapiens’. Da Cicerone «Non basta acquistare la sapienza, bisogna anche usarla bene» a San Agostino «La sapienza dell’uomo sta tutta nella pietà» in molti hanno provato a dare un senso alla sapienza umana, ma tutti sono stati in sintonia nel considerare il ricorso alle armi un atto di inutile crudeltà. Il libro di Sinno ci fa venire in mente la definizione che Pascal dà della pietà: «La pietà non è una moneta che si getta per l’elemosina a colui che soffre: è un tesoro di umanità, di cui si fa partecipe il sofferente». Un atto terroristico disprezza la dignità della vita: il messaggio del libro è un invito a recuperare il sorriso ed a far sgorgare le lacrime naturalmente e non certo per volontà umana.

Nella foto il professore Sinno con la figlia Francesca, che ha disegnato il graffito riprodotto sulla copertina del libro e che sembra chiedere al genitore: «What? What do you expeet me to say?».  I giovani, tutti i giovani del mondo, interrogano i loro genitori per chiedere (i latini direbbero non ‘peto’, ma ‘quaero’!): «Cosa? Cosa vi aspettate che io dica?». Per il futuro delle nuove generazioni, per il diritto a vivere dei nostri figli e nipoti possiamo trovare soluzioni se non giuste, almeno eque? Non è sufficiente un bacio affettuoso per tacitare la nostra coscienza di genitori: possiamo tutti insieme dare e fare di più!

Gino Pastore e la sua Capurso

di VITTORIO POLITO - Gino Pastore, prolifico scrittore e poeta dialettale, è noto per la varietà delle sue pubblicazioni. Egli infatti ha trattato diversi argomenti: dialetto, sport, religione, storia, tradizioni, dialetto, folclore, ecc. molti dei quali dedicati a Capurso, cittadina moderna e laboriosa in provincia di Bari, nota in tutto il mondo come il paese della Madonna del Pozzo, gelosa delle sue tradizioni, degli usi e dei costumi, ampiamente descritti da Pastore nel suo libro “La Storia di Capurso”. Ha anche pubblicato “Capurso. L’album sportivo”, “San Francesco di Paola in Capurso”, dando un notevole contributo alla conoscenza dei tanti aspetti presenti nella storia di una istituzione che per circa due secoli ha alimentato la fede religiosa dei capursesi, ispirando anche comportamenti di solidarietà umana.

Con “Entro le mura” ha contribuito alla conoscenza del nucleo antico di Capurso, sviluppatosi entro le sue mura tra XI e XIX secolo. Nei “Racconti popolari”, l’autore espone fatti veri o parzialmente inventati, resi nel loro svolgimento temporale, nati al solo scopo di lasciare traccia delle ansie, dei timori, delle speranze e dei sogni e degli svaghi nell’immaginario dei capursesi.

Pastore ha pubblicato anche “Lessico capursese”, una raccolta di piccole storie, liriche, versi d’occasione, dialoghi, filastrocche, indovinelli, espressioni tipiche dei giochi infantili, modi di dire, proverbi, tutti espressi nel dialetto capursese, ricavando così un primo minimo glossario. La ricerca non poteva non tener conto del fenomeno tipicamente capursese che va sotto il nome di “Linguaggio angelico”, ovvero di quel linguaggio in codice ideato fin dalla seconda metà del XVII secolo dai mercanti di quella cittadina per intendersi tra loro e che ha finito per contaminare anche l’ordinaria parlata dei capursesi, riflettendone sentimenti ed emozioni.

L’ultima sua fatica è dedicata alla “Storia di Capurso”, tra leggende, cronache e folclore, che offre ai suoi concittadini e particolarmente agli studenti, l’onere di far aumentare in loro il senso di appartenenza al loro paese, in modo che si facciano promotori e custodi dello sviluppo del loro paese. Un libro che racconta le vicende del passato alle giovani generazioni perché ne conservino la memoria.

Tutte le pubblicazioni citate sono edite da Levante Editori di Bari dei fratelli Cavalli, che l’autore ringrazia espressamente per aver fornito il meglio della lunga, colta e qualificata esperienza editoriale.

Libri: la storia militare del Regno delle Due Sicilie raccontata nell'ultima opera di Francesco Maurizio Di Giovine

di PIERO LADISA – La casa editrice napoletana Controcorrente, specializzata in storia del Mezzogiorno, ha pubblicato tra le sue ultime novità “Pagine di storia militare del Regno delle Due Sicilie” (pp. 221 € 20,00 ). In quest’opera l’autore, Francesco Maurizio Di Giovine, cultore di Storia Patria, racconta con dovizia di particolari gli avvenimenti bellici che videro protagonisti gli uomini dell’esercito borbonico, ma anche semplici civili, che difesero la causa del Regno fino alla morte. 

Tra gli episodi citati nel testo non mancano riferimenti riguardanti la Puglia, parte integrante e attiva del Regno delle Due Sicilie. Come ad esempio la fedeltà mostrata della famiglia Marulli originaria di Andria che, per sostenere economicamente la creazione di reparti di cavalleria specializzati, atti a sostenere l’armata della Santa Fede per liberare lo Stato borbonico, ipotecò i propri immobili. Oppure la difesa ad oltranza della maggior parte delle città e paesi della Capitanata che si è oppose all’esercito piemontese. 

Visti gli argomenti trattati, analizzati con criterio scientifico e accompagnati da una ricca e dettagliata bibliografia, il testo potrebbe essere tranquillamente utilizzato nei vari Atenei come parte monografica per l'esame di Storia Contemporanea.


INTERVISTA ALL'AUTORE 

D. Perché in questa nuova opera ha voluto focalizzare la sua attenzione sulla storia militare del Regno delle Due Sicilie?
R. «La storia militare del regno delle Due Sicilie è stata raccontata dalla parte uscita vincitrice dallo scontro risorgimentale. Ed il racconto è stato solo grottesco. Carico di menzogne e di luoghi comuni. La maggior parte degli uomini che nel 1860-61 indossavano la divisa dell'esercito Napolitano, non entrarono nell'esercito del regno d'Italia e furono molto vessati. Nel mio libro ci sono varie biografie che testimoniano la sofferenza di questi uomini. Morirono dopo essere stati dimenticati. Eppure avevano servito il loro Paese con lealtà e coraggio quando tutto sembrava perduto. Non ci fu mai un pubblico riconoscimento. Anzi questi uomini passarono alla storia come l'esercito di Franceschiello. A tale proposito La invito a leggere le poche pagine della lettera aperta che inviai a Paolo Mieli quando era direttore del Corriere della Sera ed in tale veste ospitò un disegno del bravo Giannelli, vittima anche lui del pregiudizio risorgimentalista che, nel descrivere lo stato di confusione che regnava nel PD, titolò la vignetta, dove si vedevano in marcia libera gli esponenti politici, con la stupida frase "L'Esercito di Franceschiello"». 

D. Consultando il testo ci si imbatte in un folta bibliografia. Tra gli episodi citati nel libro, quale ha richiesto un’analisi più approfondita delle fonti?
R. «La storia più complessa è quella che riguarda la Sicilia. Su di essa è stato scritto tanto ma sempre in termini utili al processo unitario. E' stato un lavoro lungo per ricercare le fonti obiettive. E devo aggiungere che proprio sulla Sicilia c'è ancora molto da studiare e da scrivere. La verità è che la Sicilia fu sin dall'inizio dell'Ottocento preda ambita dell'Inghilterra che se ne voleva impadronire e tutti gli avvenimenti successivi vanno in quella direzione. Paradossalmente mi permetto di sostenere che l'attuale Italia se conserva ancora la sovranità sulla Sicilia lo si deve a Ferdinando II che, dopo la rivoluzione del 1848, inviò in Sicilia il generale Filangieri con l'ordine di riconquistarla. Se ciò non fosse avvenuto la Sicilia sarebbe caduta elle mani dell'avida Inghilterra». 


D. Come mai la storia del Regno delle Due Sicilie viene ancora oggi screditata, bistrattata, e il più delle volte accantonata?
R. «Il ceto intellettuale del Sud si è sempre sentito asservito al ceto intellettuale del Nord e non ha mai avuto il coraggio di alzare la testa. Oggi a chi gioverebbe difendere la memoria storica del Sud? Nelle università del Sud è possibile trovare degli spiriti indipendenti che vogliono riscrivere la nostra storia, la storia del Mezzogiorno d'Italia, al di fuori degli schemi neo-illuministi?
Qualcosa si comincia a muovere e colgo l'occasione per rendere omaggio alla memoria di un grande storico del Sud che ha reso onore all'università di Bari. Tommaso Pedio. Il quale cominciò a scoperchiare il calderone delle menzogne giacobine sul Sud». 

D. Tesi gramsciana o tesi crociana? Lei in quale si rispecchia maggiormente?
R. «Per dare una risposta esauriente, ma breve, dobbiamo partire da Croce. Il quale sostenne che il regno delle Due Sicilie era morto in idea nel 1848. Cosa nasconde questa frase? L'impotenza degli intellettuali liberali che non perdonarono a Ferdinando II di aver sconfitto la rivoluzione borghese con le sole armi nazionali. Non ci furono eserciti stranieri per sconfiggere la rivoluzione napoletana. Essa fu sconfitta dal nostro esercito e dalla mancanza di appoggio popolare. Infatti non bisogna dimenticare, come ha spiegato brillantemente Tommaso Pedio, che gli operai di Napoli, il 15 maggio del 1848 non andarono sulle barricate fatte dai liberali e dagli studenti strumentalizzati. Essi rimasero al loro posto fedeli al Re. A Pietrarsa, gioiello metalmeccanico della monarchia borbonica, in quei giorni gli operai non si mossero dalle loro macchine. E questo deve pur dire qualcosa. Croce, che come ripeteva spesso il compianto Tommaso Pedio, fu una vera croce per il Sud. Aveva in testa un'idea della storia. Un'idea sua, rispettabile, ma che lui voleva far passare per realtà storica. E così non si può fare la storia. Concludo su questo punto affermando che la tesi crociana è da respingere. E dunque mi rifaccio alla tesi gramsciana. Gramsci era sardo, a passò l'infanzia a Gaeta e vide i resti straziati dei difensori di Gaeta, i soldati borbonici appunto, sepolti senza riti religiosi su terreni divenuti successivamente strade o piazze. Senza il pur minimo segno di ricordo e di rispetto. Poi osservò il brigantaggio ed individuò in esso i prodromi della futura lotta contadine. Di conseguenza ne diede una interpretazione che è da inserire nella storia della lotta di classe. Niente di più falso. Il brigantaggio, per confutare la tesi gramsciana, fu una guerra di legittima difesa a cui partecipò uno schieramento eterogeneo della popolazione. Dai soldati renitenti alla leva imposta dai vincitori unitaristi, ai commercianti, ai soldati, agli operai, agli artieri, ai contadini, ecc. Non lotta di classe ma guerriglia per la legittima difesa di un Sud cancellato dalle carte geografiche. Ed allora qualcuno si chiederà perché rispolverare queste storie. Rispondo con semplicità. Da uomo del Sud, mi sento discendente ed erede dei popoli che costituirono il regno delle Due Sicilie. Questo regno era uno dei più antichi d'Europa. Era sorto la notte di Natale del 1130 nella cattedrale di Palermo e, con dinastie diverse, ma tutte Napoletanizzatesi negli usi, nei costumi e nelle leggi, per concludersi il 21 marzo 1861 con la caduta di Civitella del Tronto. Studiare questa nostra storia per farla conoscere ai nostri giovani, agli uomini ed alle donne del sud, ai figli ed ai nipoti dei nostri fratelli che furono costretti ad emigrare dopo il 1861 è un atto di dovere e di necessità per riprendere con orgoglio il nostro cammino attraverso la storia». 

D. Future idee editoriali?
R. «Continuare a studiare ed a diffondere tutta la storia del sud. Dai tempi delle popolazioni italiche che si opposero alla forza di Roma, alla nascita delle prime monarchie meridionali. Dall'età medioevale al tempo in cui i destini di Napoli capitale si fusero con i destini di Madrid dando origine al progetto politico delle Spagne che costituì la cristianitas minore. Periodo violentemente distorto dalla storiografia laicista. Quindi Sud, sempre Sud, soltanto Sud».

La 'Pace come impegno' di padre Lauriola e Levante

di VITTORIO POLITO - Presso la “Pesciera” di Silvestro Carofiglio a Bari in via De Rossi non si degusta solo divinamente il ‘pesce’ in tutte le sue varie ‘sfaccettature’, ma si respira aria di grande cultura, che il prezioso alimento aiuta a ‘risvegliare’, al punto che è sede dell’Accademia del Mare. In questo modo il vostro cronista ha scoperto che il ‘dottore sottile’, epiteto con cui ci si riferisce al politico Giuliano Amato, era stato coniato per individuare il filosofo e teologo francescano Giovanni Duns Scoto (doctor subtilis).

Quando l’amico professore Pietro, intento a portare a casa dei gamberoni freschi, mi ha detto: «Scoto un grande, se vuoi ti regalo alcune fotocopie in cui si parla di lui», gli ho risposto «se mi accompagni a casa ti faccio vedere che ho dei libri che lo riguardano» e ci siamo incamminati verso la mia dimora. Per fortuna mia moglie non si formalizza, abituata alle mie incursioni, e, nonostante avesse lavato da poco, per cui la stanza in cui si trova la biblioteca fosse ancora bagnata, ci ha fatto entrare… e ‘sporcare’.  Pietro è rimasto di sasso quando ha potuto notare che avevo ben cinque testi dedicati a Duns Scoto e che erano mia intenzione regalarglieli.

Avevo già visto che tutti i libri erano della Levante editori e che quindi sarei potuto andare da Gianni Cavalli per farmeli omaggiare e quindi integrarli. In effetti le cose sono andate proprio così e, anzi, ho procurato anche altri due libri di Levante all’amico Pietro. Gianni non era in azienda, ma il fratello Raffaele - un uomo di poche parole, esperto informatico che, mi dicono, tutti chiamano ‘ministro dell’economia’ per la sua innata predisposizione a fare sempre gli interessi dello Stato e poi quelli dell’azienda e dell’eventuale cliente -  mi ha detto Vittorio « chiedi e ti sarà dato», l’unica che ha avanzato perplessità, evidentemente non gli sono simpatico, è stata la signora Lopez che ci ha tenuto a rimarcare che erano testi che avevo già avuto in precedenza.

I  cinque libri in questione sono dei quaderni del ‘Centro Studi Personalisti «Giovanni Duns Scoto» di Castellana Grotte e sono tutti curati dal padre professore Giovanni Lauriola, ad eccezione del terzo curato da padre Ambrogio Giacomo Manno che titola ‘ Introduzione al pensiero di Giovanni Duns Scoto’ e di cui vi cito un passo estrapolato dalla prefazione: «La dottrina della persona umana in Scoto riguarda non soltanto la vita individuale, ma anche tutta la realtà storica nelle concrete manifestazioni dello spirito: morale e diritto, politica ed economia…». Manno nella presentazione del libro ringrazia il professore Lauriola per la fattiva collaborazione nelle fasi di preparazione del testo per la stampa e per la disponibilità ad inserirlo nella collana da lui ideata, diretta e coordinata.

Il primo libro (1992) ha per titolo «Giovanni Duns Scoto» e si apre con una dedica particolare di padre Lauriola  “Al Beato Duns Scoto nel VII centenario Ordinazione Sacerdotale il mio XXV di Sacerdozio con amore dedico” e sono gli Atti del Convegno cui parteciparono studiosi del calibro di Sileo, Manno, Bellino, Danese, Rosini e tanti altri; da segnalare che ogni libro riportava sul frontespizio interno - ad alcuni anche in copertina - il motto del Centro Studi Personalisti «Ora et Cogita e Cogita et Ora». Dal libro mi piace prelevare una riflessione del filosofo Francesco Bellino: «Come ha insegnato Sant’Agostino non è buono chi conosce il bene, ma chi lo ama. Ne deriva che la corruzione della volontà è peggiore di quella dell’intelligenza… Nel cuore dell’uomo, nell’abisso della sua libertà, nella scelta di essere di più o di annientarsi, nella dialettica tra l’assurdo e il mistero della fede, come ci ha additato Duns Scoto, bisogna cercare le risposte più profonde ai problemi della civiltà contemporanea e anche della bioetica».

Il secondo volume (1993) sempre curato da Lauriola ha per titolo «Scienza filosofia e teologia» e si avvale di una dedica originale “Al Beato Duns Scoto modello di fedeltà alla verità e di dialogo nella ricerca dell’unità” e viene considerato come “omaggio” alla Beatificazione di Giovanni Duns Scoto, avvenuta il 20 marzo 1993, da parte di Giovanni Paolo II. Di questo interessante e pregevole libro vi segnalo l’articolo di uno dei maggiori filosofi del nostro tempo Dario Antiseri dal titolo “Quando la ragione tace” che si conclude con questo ‘vigoroso’ periodo: «In due parole: come si è ormai capito che la fede non si fonda su teorie scientifiche (falsificabili e in continua evoluzione) così è forse tempo di prendere atto che parimenti la fede non ha bisogno, per essere fondata, di questi prodotti umani, criticabili ed eliminabili, che sono le metafisiche. A fondamento del Cristianesimo non c’è Aristotele, ma Cristo. E la fede non è né un dato anagrafico né la conclusione di una catena di argomentazioni. La fede è dono. È Grazia». Il terzo è quello curato da padre Manno di cui ho fatto cenno prima, mentre il quarto (1995) titola «Antropologia ed etica politica» ed è dedicato alla memoria dello studioso Dino Marino, scomparso prematuramente. Molto significativo al riguardo il piccolo saggio che padre Lauriola dedica al processo di beatificazione di Scoto e merita di essere conosciuto, a partire da quando Papa Giovanni Paolo II, nella Basilica di San Pietro il 20 marzo 1993, diede con gioia l’annuncio. In questo modo il professore Lauriola commenta l’avvenimento: «Queste parole del Papa Giovanni Paolo II, echeggiate nella gremitissima Basilica di San Pietro, hanno posto fine ad un processo durato circa tre secoli (1706-1993), registrando nell’arco storico delle impennate e anche delle battute d’arresto, che a volte si colora perfino di ‘giallo’. Il suo iter è stato molto complesso e difficile per le tante circostanze che l’hanno accompagnato, fino a costituire meraviglia e stupore in chi non è addentro alla questione». Il quinto volume avente per titolo «La Pace come impegno» (1995) vede padre Lauriola spendersi per un problema che oggi più di ieri mina il vivere di tutti i popoli del mondo: una pace duratura. Scrive don Lauriola: «L’animatore spirituale di questo IV Convegno internazionale, che si sta svolgendo nell’Istituto Apostolico di Notre Dame of Jerusalem Center, è il Beato Giovanni Duns Scoto. Per la sua intercessione abbiamo pregato all’inizio il Signore, e, ora, ci rivolgiamo ai responsabili politici e sociali, perché contribuiscano a costruire, proprio qui, in Terra Santa, la pace su fondamenti essenziali accettati da tutti gli uomini amati dall’unico e vero Dio».

Il teologo e filosofo francescano Duns Scoto era nato nel 1266 a Maxton in Scozia e morì a Colonia nel 1308, la sua formazione avvenne   studiando ad Oxford e poi a Parigi e solo dopo la sua morte iniziò ad essere considerato dagli studiosi di tutto il mondo fino al punto che lo ‘scotismo’ divenne la dottrina ufficiale dell’Ordine francescano. Dopo quasi cinque lustri «La Pace come impegno» di padre Lauriola ci ricorda che per il bene del mondo è necessario che si agisca pensando che ricorrere alla forza è follia e ci vuole l’impegno di tutti - non solo di chi possiede il potere! - perché l’Umanità continui il suo percorso.

Ancora una volta i libri che hanno un’anima ‘pura’ possano insegnarci qualcosa e indicare una strada ‘illuminata’… magari resa più palpitante da una fede sincera.

Il bacio: significato, storia e curiosità

di VITTORIO POLITO - Qualcuno ha detto che «Vivere senza amore e senza baci è vivere senza felicità», mentre Trilussa sosteneva che «Il bacio è il più bel fiore che nasce nel giardino dell’amore». Ma vediamo il significato di questo atto.

Il bacio è una delle manifestazioni di affetto più diffuse al mondo e, pur non essendo di per sé impegnativo, o esprimendo solo un’affettuosità o un gioco, è comunque un segno certo di affettuosità e, in qualche caso, può preludere a un rapporto più “stretto”.

Gli antropologi sostengono che il bacio deriverebbe dall’uso della madre di passare piccoli bocconi alla prole in fase di svezzamento, mentre come gesto erotico era conosciuto a molti popoli dell’antichità, come mongoli, eschimesi, polinesiani e persino ai giapponesi.

I latini definirono tre tipi di baci: ‘osculum’ il bacio del rispetto; ‘savium’, il bacio della libidine e degli amori e ‘basium’, quello dell’affetto. In pratica, spiegava Isidoro di Siviglia, Santo, teologo e storico spagnolo, l’osculum si dà ai figli, il basium alle mogli e il savium, quello utilizzato nei contesti erotici, alle prostitute.

Erodoto, lo storico greco, racconta che già tra i persiani i baci erano un gesto istituzionalizzato, ma baciare sulla bocca era un gesto fra pari, baciare sulla guancia indicava lieve differenza sociale.

Anche nella Bibbia si parla di bacio: “Quando Labano sentì che era giunto Giacobbe, figlio di sua sorella, gli corse incontro, l’abbracciò e lo baciò e lo condusse a casa sua”, (Genesi 29.13); «Intanto il Signore disse ad Aronne: - Va’ incontro a Mosè verso il deserto – Egli andò e l’incontrò verso il monte di Dio, e lo baciò», (Esodo 4.27). La stessa Passione di Cristo inizia con il bacio del discepolo Giuda: «Colui che lo tradiva aveva dato loro questo segno: Chi bacerò, è lui: prendetelo» (Matteo 26.48). Non si tratta di una novità, infatti, nella cultura classica il bacio ebbe spesso la funzione di rappresentare l’inganno o il tradimento, velato dal gesto più amichevole che l’uomo potesse concepire. A questo punto sarà chiaro che il bacio a cui stiamo maliziosamente pensando, non è affatto quello più importante dell’amore, ma quello riferito alla amicizia, alla cortesia, alla fedeltà, all’ossequio.

L’episodio evangelico narrato da Matteo ci rimanda all’abitudine di salutarsi col bacio, oggi praticata più che mai. Il problema è quello di sapere quanti baci si debbano dare, e si passa dall’inflazionato baciarsi sulle guance dei francesi al più contenuto omaggio del gentiluomo che sfiora solo la mano della dama. Ma non tutti amano il saluto sotto questa forma, che se è comune nel sud dell’Europa, non lo è nel nord, dove il bacio sulle guance provoca imbarazzo e ‘arrossamento’ più del bacio sulle labbra. Andando verso oriente le cose cambiano e giungiamo al bacio russo, variante politica del bacio francese. Famosissima è la foto che ritrae l’unirsi delle labbra, ad occhi chiusi, di Leonid Breznev, presidente del Soviet Supremo russo, ed Erich Honecker, leader della Germania est, che suggellava un rapporto sulla cui natura gli anticomunisti di una volta non ebbero mai dubbi. Ma la malignità era fuori luogo, infatti gli uomini russi si baciano sulle labbra e non lo fanno solo a partire da Stalin, ma lo facevano già in epoca zarista. In una fotografia degli inizi del Novecento si vede lo zar Nicola II dare il bacio tradizionale di Pasqua ai semplici marinai della sua flotta, che in fila, attendono il loro turno. Anche sulla corazzata ‘Potëmkin’ ci furono i “Giuda” che non fecero partire solo baci volanti ma bordate rivoluzionarie.

Il bacio però è anche una convenzione. Dicono gli etologi che è proprio l’unirsi delle labbra a distinguere l’uomo dall’animale. Ma è anche vero che il bacio è un istinto naturale. Ricordate Tarzan, che pur non avendo vissuto da essere umano, ma da onorata scimmia, sapeva baciare, e come baciava! la sua Jane, pur non avendo avuto alcun insegnamento.

Molti sono i baci fatidici come, ad esempio, quello di Paolo e Francesca, bacio tragico, il cui dolce sapore si trasformerà in atroce dolore. Il bacio più celebre rimane quello che come linfa vitale ridesta la bella addormentata nel bosco. Ma vi è anche quello del Conte Dracula che vive di baci che avventate signorine o signore gli permettono di dare. Come dire di baci straziami, ma anche di baci saziami! Ma, se manca la fantasia e non sappiamo baciare cosa succede? Ecco alcuni consigli.

Il bacio delicato sulle palpebre: un modo molto romantico per comunicare che l’amore rende ciechi. Il bacio alla francese: sicuramente il bacio più intimo. La maggior parte delle persone considera questo bacio l’inizio di un rapporto. Il bacio all’eschimese: un tenero strofinare di nasi. Il bacio della farfalla: muovere le palpebre nelle zone erogene del nostro partner o della nostra partner.

Ma attenzione! Oggi la situazione è un po’ diversa: se tenti di dare un bacio rischi il carcere. Infatti, la Corte di Cassazione in una sentenza di qualche anno fa, ha condannato un direttore di banca a 14 mesi di reclusione ed a risarcire 1500 euro (1200 a copertura delle spese legali). Il danno subito dalla donna fu quindi quantificato in 300 euro per aver tentato di baciare, con un “mero sfioramento delle labbra”, una sua dipendente proprio nel giorno di San Valentino.

Il bacio è anche gesto di potere e di ossequio. Basti ricordare il virile “baciamo le mani” dei siciliani, molto ben esemplificato nel film “Il padrino”. Ma vi è anche l’arte del bacio all’anello episcopale o papale che richiede una notevole esperienza, o quello religioso e di rispetto al quale ci ha abituati Giovanni Paolo II quando baciava la terra che visitava, o il bacio al Crocifisso. Santa Caterina da Siena baciava i piedi dei lebbrosi per umiltà e per infondere loro coraggio, mentre Sant’Antonio, prima di recitare le sue preghiere baciava Gesù Bambino.

Gli appassionati di cinema non avranno certamente dimenticato le scene romantiche di «Casablanca», il bacio più lungo della storia del cinema in «Notorius» o la storia d’amore tra la bella attrice svedese Ingrid Bergman e il regista italiano Roberto Rossellini che negli anni cinquanta occupava le pagine dei rotocalchi.

Il bacio alla fine è entrato anche in pasticceria: molti dolci sono definiti baci. I più noti sono quelli di cioccolato di una famosa azienda di Perugia i quali sono sempre accompagnati da messaggi d’amore. Per chi volesse saperne di più provvede un libro inglese “The kiss in history” (Il bacio nella storia, Manchester University Press), una raccolta di saggi sull’argomento a cura della sociologa Karen Harvey, oppure “Storia del bacio” di Adriano Bassi, una pubblicazione distribuita dalla Perugina.

Ed ora qualche detto sull’argomento: “baciare i piedi a qualcuno” = dimostrargli una devozione esagerata; “baciare per terra” = mostrarsi riconoscente; “essere baciato dalla fortuna” = essere favorito dalla sorte in modo insperato e inaspettato.

E per finire ricordo che la storia del bacio accompagna la storia stessa dell’umanità, la sua arte come la sua letteratura, la vita pubblica come quella privata. Senza dimenticare che il primo bacio non si scorda mai. Il problema comincia quando, col passare degli anni, non ricordiamo più quando abbiamo dato l’ultimo.

San Giovanni Rotondo nella storia

di VITTORIO POLITO - Qualche anno fa Pasquale Perna ha pubblicato, con l’editore Levante di Bari, il volume “Padre Pio: faro sulla Via Langobardorum” per ricordare la storia della città che ha ospitato il Fraticello di Pietrelcina.

L’autore ha voluto ricordare una serie di eventi che hanno fatto da secoli la storia della cittadina garganica: dalle origini (età neolitica) ai nostri giorni (il vicus di Bisanum, area su cui sorge San Giovanni Rotondo).

Perna non si limita solo a tracciare la storia di San Giovanni Rotondo, ma si sofferma anche sui fatti prodigiosi che hanno interessato il Gargano (l’apparizione dell’Arcangelo San Michele, la conversione di San Camillo De Lellis), e come pietra miliare della nuova storia di questa cittadina, viene ricordato l’arrivo dell’umile fraticello che l’autore definisce “Faro della Via Sacra Langobardorum”. San Pio, infatti, è il nuovo faro della Montagna, verso la quale, come nel medioevo, schiere di pellegrini si avviano ripercorrendo le stesse strade.

Il tema conduttore dell’opera rappresenta la intensa spiritualità che emerge dal Gargano e che non sfugge al pellegrino o al turista, alla stregua di quanto avviene in altre località come Lourdes o Assisi o Pompei, quella spiritualità che attraverso i “fari spirituali” come Padre Pio, anzi San Pio, diventa contemplazione del Creato.

Ma il volume non fa solo la storia del Gargano e del Santo con le stimmate, ma nel “racconto” vengono riportate anche curiosità e notizie interessanti su personaggi illustri che hanno contribuito a fare la storia ed a rendere famosa San Giovanni Rotondo, con lo scopo di tramandare alle nuove generazioni la memoria storica, patrimonio sacro e prezioso.

Cosimo D’Angela, già presidente della Società di Storia Patria per la Puglia, che firma la presentazione, scrive: “La fatica di Perna è soprattutto rivolta ai suoi concittadini più giovani affinché non dimentichino la propria storia millenaria. Ad arricchire questa valenza didattica, in appendice sono pubblicate numerose schede che illustrano luoghi particolari, edifici di culto, usanze, personaggi locali illustri che ben meritano il ricordo dei posteri”.

Il volume molto ben illustrato, è documentato anche da spartiti musicali dedicati alla città e da un’ampia bibliografia.

Progetto grafico della copertina di Ignazio Danti.

Libri: 'Generare Dio', il mistero di una madre

di FRANCESCO GRECO - “La nascita carnale disturba, intriga; in Maria è maturato quel corpo-tenebra che Gesù dovrà raffinare e purificare”. Il mistero di una donna scelta per dare alla luce il Cristo è uno dei più intriganti per i credenti, e non solo. Un grumo semantico ricchissimo di contaminazioni.
Da sempre attrae teologi, filosofi, poeti, pittori. E da secoli resta irrisolto, intatto, pregno di pathos. “…è lei la piena di grazia, lei che ha accolto l’ombra, lei che ha cantato il Magnificat…”.
 
Il filosofo Massimo Cacciari lo indaga con dolcezza e poesia, con delicate pennellate alla stregua di un pittore rinascimentale in “Generare Dio”, editrice il Mulino, Bologna 2017, pp. 106, euro 12,00 (collana “Icone” diretta dallo stesso professore emerito all’Università San Raffaele di Milano).
 
“…scambia l’ombra con la madre, inconcepibile senza di lei, uniti senza confusione nell’unica, vera potenza: quella che tutto rende possibile… da cui ogni logos scaturisce, e nessun logos esaurisce…”.
 
Un mistero, quello della Vergine Maria, destinato a restare tale ancora per secoli, forse per sempre. E che Cacciari illumina con una leggerezza che lascia senza parole.




Libri: Biagio Santoro e ‘Persona e psiche in Luigi Stefanini’

di VITTORIO POLITO - Nel  mettere  ordine nella mia libreria ho notato che mi mancavano alcuni volumi della collana Ethos (giunta al numero  43 di volumi pubblicati!) e dal momento che vede la luce  dallo stesso editore dei miei libri, Levante di Bari, la domenica di Pasqua mi sono recato da Gianni  Cavalli per farmi omaggiare dei volumi mancanti. Disponibile come sempre, nonostante stesse sconsigliando ad un elegante anziano signore, accompagnato dalla figlia, la pubblicazione di un romanzo ‘prolisso e poco fruibile’ (sono parole sue), saputo il motivo della visita, mi ha condotto dove erano schierati i volumi della collana. Andati via i signori - per curiosità giornalistica! - gli ho chiesto come mai avesse ‘sprecato del tempo’ dal momento che la casa editrice Levante non si occupa di narrativa.  La sua risposta: «Era un amico di mio padre e mi aveva chiesto anche un parere sul testo, per cui ho dovuto leggere lo scritto» mi ha fatto rimpiangere di aver conosciuto il padre, ma di non essergli diventato amico.

Portati a casa i testi mancanti, la mia attenzione è caduta su un libro del filosofo Biagio Santoro - con cui mi scuso, ma che non avevo mai incrociato nelle mie letture - dal titolo “Persona e Psiche in Luigi Stefanini”: la mia curiosità era alimentata dal fatto che attribuivo al filosofo Osvaldo Rossi un libro su Stefanini. Aperto libro leggo prefazione del prof. Osvaldo Rossi e, con una breve ricerca fra i miei testi diligentemente catalogati, ho rintracciato il libro “Esistenza e persona in Luigi Stefanini” di Rossi.

In passato mi sono occupato di Stefanini (Treviso, 1891-Padova,1956) perché l’anno in cui è nato il Papa LEONE XIII promulgava la famosa enciclica «Rerum Novarum» (per inciso un famoso professore di latino, incrociato presso la casa editrice Levante, mi riprese in maniera molto dottorale perché va detto «De Rerum Novarum» e non mi consentì repliche…) dedicata ai problemi sociali e alla ‘classe operaia’.

Il volume del prof. Rossi reca una magistrale presentazione a firma del filosofo Giorgio Penzo (morto in maniera tragica, annegamento, nel 2006) di cui vi riporto il primo capoverso: «Stefanini è uno dei primi filosofi italiani che si apre alla problematica esistenziale. Egli parla di esistenzialismo. Più propriamente si può parlare di filosofia dell’esistenza, dato che si tratta di un filosofare che intende essere aperto alla trascendenza. La trascendenza tipica della filosofia dell’esistenza si dispiega nell’uomo, anche se non riesce mai ad esaudire tutta la sua interna dimensione ontologica».

Molta bella, chiara e articolata è la prefazione che Rossi dedica al libro del prof. Santoro, io, per accordi di battute con il direttore del ‘Giornale di Puglia’, posso riportare solo brevi periodi: «Il presente volume intende trattare una tematica che, nell’ambito degli studi dedicati alla figura di Stefanini, è restata piuttosto marginale… Di qui l’insistenza posta dal giovane studioso (Santoro) sul tema dell’atto nella vita psicologica. Questa è costituita da un insieme di atti coscienziali che ne scoprono la fragilità ed insieme la forza; la psiche è vita della coscienza individuale ed esiste nelle sue relazioni vitali interne e con gli altri. La rivendicazione dell’atto introduce dunque una dinamica relazionale».

Luigi Stefanini viene considerato uno dei più grandi studiosi di Platone, cui ha dedicato due monumentali volumi. Leggendo la sua biografia non posso notare che insegnò anche un anno a Messina 1936, per poi tornare a Padova (…professori che oggi vi lamentate per un trasferimento “lontano da casa”: consolatevi non è una novità!).  Notevole nella vita di Stefanini il suo mai celato dissenso nei riguardi del filosofo francese Maurice Blondel, colui che con “L’action” espose i capisaldi della filosofia dell’azione. 

Scriveva Stefanini: «L’opera del Blondel è più arte che filosofia. I passaggi più ardui superati con immagini ardite, anziché con logiche dimostrazioni… L’opera di Blondel è, più che una dottrina filosofica, un romanzo psicologico che descrive le esitazioni e le incertezze, le vane pretese e le supreme aspirazioni dell’umana volontà, che alfine si appaga e riposa in Dio…».  Personalmente mi affascina l’esistenzialismo francese di Blondel, ma andrebbero anche lette con più attenzione e meno partecipazione emotiva le riflessioni di Stefanini, anche quelle che riguardano Gioberti e Rosmini. Dovrò tornare dall’editore Levante per richiedere dei libri della collana ‘VESTIGIA’ e alcuni testi che non capisco perché siano fuori collana, dal momento che, secondo il mio modesto parere, erano attinenti ai temi trattati in ‘Ethos’.

Possibili veti incrociati? Per fortuna mi viene in soccorso Luigi Stefanini: «L’essere è personale e tutto ciò che non è personale nell’essere rientra nella produttività della persona, come mezzo di manifestazione della persona e di comunicazione tra le persone».

Libri: Biagio di Iasio e Teilhard de Chardin

di VITTORIO POLITO - La vita - così almeno la pensava Oscar Wilde - è troppo importante perché se ne possa parlare seriamente, è una verità assoluta, almeno alla luce di quello che mi è successo sabato 24 marzo scorso.

Ero passato dalla casa editrice Levante per salutare, augurare una buona giornata e vedere se Gianni Cavalli aveva deciso di pubblicare un mio nuovo lavoro, da tempo in giacenza presso di lui.

Era al telefono e dal tono della voce non mi pareva in ‘stato di grazia’ fino a quando ha detto: «…per prevedere tutto ciò non ci voleva Teilhard de Chardin…». Terminata la telefonata, con un sorriso indagatore, ho chiesto al mio editore lumi su quel cognome e per tutta risposta è andato a prendere un libro sentenziando: «…leggilo e troverai la risposta che cerchi…». Avrei voluto dire che lo trovavo dimagrito, pallido, con le occhiaie e ‘incavolato’ - cosa per lui abituale - ma sono riuscito solo a ‘biascicare’ che avrei provato a scrivere qualcosa sul libro… dato che dovevo ‘studiare’.

Tornato a casa ho aperto il volume del prof. Biagio di Iasio dal titolo ‘ Teilhard de Chardin ovvero la realtà dell’utopia’ e mi sono sentito in ‘famiglia’ dal momento che il volume è edito nella collana Ethos, diretta da Francesco Bellino e Irene Cavalli, da me largamente recensita in questi anni.

«Conobbi il pensiero di Teilhard agli inizi degli anni sessanta, allorché lo scrittore cattolico Giancarlo Vigorelli… A distanza di anni, densi di eventi storici, di illusioni svanite e di rivoluzioni mancate, ho riscoperto la saggezza della sintesi teilhardiana. Confortato dagli eventi, ho preso atto che la rivoluzione nelle cose e nella storia, attesa da Teilhard come conseguenza inevitabile del lento, ma sapiente, evolvere del mondo oggi costituisce una realtà. L’abbattimento dei ‘muri’ politici e lo sciogliersi dei blocchi ideologici… Teilhard, con la sua fede nell’avvento di un uomo nuovo, ‘planetario’ nel pensiero e nell’azione, precorre i tempi …a fine lettura mi sono accorto di trovarmi accanto non al sacerdote Teilhard, ma all’uomo dei nostri giorni, quello plurale e planetario come direbbero Morin e padre Balducci..., infine, ho scoperto che la sintesi del ‘gesuita proibito’, rappresenta il miglior antidoto all’imperversare del ‘pensiero debole’». Questo scriveva Biagio di Iasio a gennaio del 1992 come prefazione al suo testo. Il pensiero di padre Pierre Teilhard de Chardin - per inciso è morto il giorno di Pasqua del 10 aprile 1955 - anticipa le osservazioni su temi importanti come il nucleare, l’ecologia, l’unificazione delle coscienze e dei popoli e tutto quello che, dopo quasi trent’anni dalla pubblicazione del libro del di Iasio, stiamo vivendo nell’incertezza più totale. Vi è una frase che viene attribuita al sacerdote francese che merita di essere citata e che forse riassume quello che dovrebbe essere il nostro comportamento verso il prossimo: «Nel rapporto con gli altri non saremo mai troppo dolci e troppo buoni nel nostro modo di fare. La dolcezza è la prima delle forze e forse la prima delle virtù».

Il mio amico editore sarà anche un ‘manovale’ della virtù, ma non si può certo dire che indossi panni non suoi o che cerchi in qualche modo di apparire dotato di virtù eccelse per coprire eventuali vizi: è un uomo libero che non biasima gli altri e non loda se stesso (almeno questa riflessione ‘pasquale’ ritengo di doverla fare!).

Proverò a studiare a fondo il libro del professor di Iasio e vi lascio con una frase teilhardiana che spero attuino, magari migliorandola nella forma e sostanza, coloro che sono chiamati in ogni parte del mondo a gestire il potere: «Il passato mi ha rivelato la struttura del futuro».