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"Lotte e Storie di Briganti tra Puglia e Basilicata", appuntamento a il 29 agosto a Binetto (BA)


BARI - Il Rotary Club Bari Mediterraneo, con il patrocinio del Comune di Binetto, giovedì 29 agosto, alle ore 19.30, nel Centro Culturale Baronessa Ottavia Castelli d'Amely (Binetto), promuoverà l’interessante confronto su uno dei temi più scottanti delle nostre terre, il Brigantaggio.
Gli autorevoli relatori, il Generale Michele Torres e il prof Nicola Di Modugno, avranno modo di approfondire il meticoloso e sapiente lavoro di analisi e raccolta delle fonti storiche, portato avanti dallo scrittore Michele De Santis, nel cui ultimo libro “Lotte e Storie di Briganti tra Puglia e Basilicata 1861-1866 (Vol. III Terlizzi e l’Unita’ d’Italia)” sono stati riportati alcuni importanti documenti ufficiali utili a ricostruire lo scenario, sotto i profili socio-politico e amministrativo, sotteso al drammatico epilogo del Brigantaggio. 

Al netto degli sviluppi storici, è ancora oggi difficile decretare vincitori e vinti di questa curiosa quanto angusta vicenda umana, che ha purtroppo assistito allo scontro fratricida nell’alveo della neonata e fragile coscienza unitaria, costellata di numerosi provvedimenti legislativi e amministrativi finalizzati al compimento dell’ambizioso, seppur necessario, progetto dell’Unità d’Italia.


‘A Bari si attraversa di sguincio’, detti popolari in dialetto barese

di VITTORIO POLITO - È stato pubblicato da Adda Editore il volume di Vincenzo Sassanelli “…a Bari si attraversa di sguincio”, una raccolta di detti popolari in dialetto barese “privatissimo”, come scrive l’autore.

Il volume di Sassanelli, che tratta numerosi argomenti, vuole essere un’agile raccolta di detti popolari dialettali (molti sconosciuti), “da lasciare ai figli”, alcuni dei quali scritti in un dialetto impreciso. In realtà si lasciano ai posteri detti dialettali scritti con vocaboli non corretti, secondo autori qualificati come Barracano, Colasuonno, Gentile, Romito, ecc., come ad esempio “moshque” (mosca), che si scrive “mosque”, o “gn’tteve” (ingoiava), che si scrive “gnettève”, o l’pine (lupino) che si scrive lepìne, mparà” (imparare) che si scrive ambarà o mbarà, o “chijidde” (quelle - quelli) che si scrive “chidde” o “viccijarì’ (beccheria o macelleria) che si scrive vecciarì o vicciarì. Così pure l’uso abbondante della lettera “J”, anche quando non serve.

Va detto innanzitutto che “la lingua barese” – come sostiene l’autore – non “sta inesorabilmente morendo”, quello che sta morendo è il modo corretto di scriverla, come si evince dalle sue citazioni nel testo. Il fatto di scusarsi con i lettori per gli “strafalcioni” non ha alcun pregio se solo si tiene conto dei numerosi testi grammaticali e di dizionari disponibili per la consultazione e gli approfondimenti ai quali rimando.

«Il dialetto, scrive Francesco Granatiero, non è una parola di cui vergognarsi, è una lingua parlata locale, una lingua senza potere economico-politico-militare, ma con una dignità, una civiltà, una cultura e, per chi lo ha succhiato con il latte materno, il senso profondo dell’esistenza e degli affetti più cari, la lingua-madre madre delle lingue, il sussulto della terra che parla, l’oralità che precede la scrittura e la grammatica», quindi possibilmente scriviamolo secondo i dettami di competenti autori.

Anche Michele Emiliano, che presenta l’edizione, pur dichiarando di conoscere il dialetto barese (?), inizia la sua prefazione con “Na parol de men e retiret a cast”, che invece si dovrebbe scrivere “Na paròle de mene e retirete a caste”.

Quel poeta un pò filosofo, Cosimo Russo

di FRANCESCO GRECO - “Sono a un bivio,/ incerto sulla via da percorrere./ Da una parte la lusinga di un/ Dio col Paradiso/. Dall’altra l’indipendenza solitaria di Cartesio;/ ovunque vada ho fatto provvista/ di Devi”.

Se cerchi una password per accedere pudicamente e tentare di decodificare l’universo di un poeta, la seconda silloge di Cosimo Russo declina nell’esistenziale e nel filosofico, nella terra desolata delle eterne domande dell’uomo, agganciandosi alla grande tradizione della poesia europea e del mondo classico che la contiene.

Se la prima raccolta, “Per poco tempo” (Manni, 2017) può essere letta come una poesia sperimentale, di formazione, di scoperta di se stesso, degli altri e del mondo intorno col suo kharma e pathos, visti con lo sguardo dell’albatros di Baudelaire, quella appena uscita, “Ancora una volta” (Manni, Lecce 2019, pp. 144, euro 16,00, collana ”Pretesti” a cura di Anna Grazia D’Oria, cover di Giancarlo Greco: il 7 agosto presentazione  all’Oratorio parrocchiale di Gagliano, il 27 a Lucugnano, Palazzo Comi, letture dell’attrice Francesca Stajano Sasson), svela un poeta (e un uomo) maturo, cosciente del “dono” avuto dagli déi che sa usare con innocenza e dolcezza, tormento ed estasi: “Lo so, la mia poesia vacilla/ come olive/ nelle mani di un contadino…”.

Pudico, appartato, coinvolto, nella sua breve parabola Russo (era nato a Gagliano nel 1972, laurea in Economia e Commercio, ha lasciato la moglie Lucia Ciardo e le figlie Chiara e Sofia) non ha pubblicato niente: semplicemente non s’era posto la questione, ma forse stava per decidersi a farlo. 
Scriveva su quaderni e fogli volanti che conservava (“versi che ora implodono nei cassetti”) dice come avesse il presentimento di non vedere mai la sua opera nelle mani del lettore incantato. 

Quel che oggi ci è dato conoscere è il frutto del lavoro amorevole di ricognizione e trascrizione della madre, Luigina Paradiso (bibliotecaria storica nella città di Vincenzo Ciardo), che riordina le “sudate carte” attingendo a uno scrigno (“Non importa al gabbiano/ di planare/ sugli scrigni delle ossessioni…”) senza fondo, colmo di tesori, che ci darà ancora altri versi in futuro. 
  
“Ancora una volta” ha una sua struttura estetica e filologica, un mainstream: si compone di 100 poesie divise in due parti, le prime 35 risalgono agli anni 2015-2016, gli ultimi vissuti dal poeta atteso da una sorte crudele quanto ingiusta e forse evitabile. Le altre 65 sono state estrapolate dalla grande mole di materiale inedito e non hanno una cronologia ben delineata, anche se c’è da pensare che sono precedenti.        

Se ogni poeta è una voce a sé, con un destino forse già scritto, in questa seconda pubblicazione sono evidenti gli echi del tormento leopardiano: la solitudine e lo smarrimento dinanzi al cosmo e ai suoi infiniti misteri (“Salita la notte,/ il cielo stellato ha inventato il mondo e le/ forme…”), la natura materna ma anche matrigna come rifugio (“Provo a respirare / come se stessi per morire…”, “Incanto di Leuca”), la conoscenza quale balsamo per lenire le ferite della vita e sopportare il dolore senza esserne travolti. 

Russo si interroga sul suo essere (“Non so perché scrivo poesie…/ o per celebrazioni/ o come difesa dal nulla/ per bisogno di perfezione/ che non trovo in nessuna religione”). Si pone le domande di sempre, mutuate dai poeti classici greci e romani, attuali anche oggi al tempo virale che attraversiamo inquieti e senza pace: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo, che ci facciamo qui, il senso delle parole, il destino ultimo delle cose e di noi stessi. 

Interrogativi aspri (“Dietro questi ulivi che c’è./ Dietro questi fichi che c’è…/ Ditemi le loro sillabe…”), dalle risposte sfuggenti, inafferrabili, immutate nel tempo, ben consapevoli dei nostri limiti e che “Non siamo nessuno,/ fuori da questi santuari/ della speranza/ fuori da questo spazio euclideo…”.

Solo il poeta per definizione può osare, sfiorare il mistero e farcene dono. Cosimo Russo il “filosofo” ha avuto questo privilegio. Che ha condiviso con noi suoi contemporanei. La sua partenza inattesa e lacerante ci fa riflettere sulla vulnerabilità dell’uomo insonne e debole e sul magma denso del tutto, ma al suo nucleo più intimo, segreto, contiene anche un rimpianto: chissà quanti versi ci sono stati negati con la sua assenza improvvisa ma ancora presente fra noi e che sempre lo sarà, in attesa di un nuovo inizio?

“Le mie braccia tendono/ aspre e dolenti sull’aurora/ del giorno…”. Forse accade anche nell’Olimpo dei poeti e tutto ricomincia e la sua assenza è solo il proseguimento del viaggio accanto a noi: la poesia è una lingua universale parlata da loro e da noi.

Frank Iodice presenta il nuovo romanzo 'I disinnamorati'

MILANO - Frank Iodice presenta “I disinnamorati”, una storia in cui si dipinge con appassionate e lucide pennellate la complessità dei rapporti umani. Una sensibile trattazione sul tema dell’incomunicabilità, una riflessione sull’impossibilità di comprendere nel profondo anche l’anima di chi ci è più vicino. Antonino e Anisetta sono il simbolo dell’amore che conosce ostacoli, degli amanti che non sanno affrontare il futuro stretti l’uno all’altra. Antonino percorre la strada della vita con un senso di smarrimento che si ripercuote nei suoi rapporti, dilaniato tra il desiderio di solitudine e la paura del vuoto e del silenzio. Uomini come lui non conoscono requie, né consolazione, solo attimi fugaci in cui illudersi di capire cos’è la felicità.

TRAMA. Estate del 1982, Nizza. Antonino Bellofiore è un giovane agente di polizia di origini siciliane. Fuma sigarette di contrabbando e indossa calzini spaiati. Anisetta è una ragazza genovese che si è trasferita in Francia per studiare all’università; ha il collo delicato e gli occhi grandi e gialli come quelli dei gatti. Si sono incontrati una mattina sulla Promenade, il posto in cui tutti gli uomini soli e le donne appena arrivate in città vanno a passeggiare. Bellofiore passa le notti disteso a pancia in su, con le braccia incrociate, a studiare la forma vaga del soffitto, senza sapere che Anisetta, accanto a lui, sta facendo lo stesso. Durante il giorno investiga su alcune cartoline datate 1952 arrivate con trent'anni di ritardo, indirizzate a suo padre Antonio che ha abbandonato lui e sua madre quando era ancora un bambino. Anisetta sta scrivendo una tesi sui disamori, sotto la guida di un giovane e affascinante professore in prestito da Parigi. Bellofiore vorrebbe liberarsi di lei, o vorrebbe amarla, semplicemente. Intanto tenta di sciogliere i fili che lo legano al passato per risolvere il mistero delle cartoline, e nel mentre s’imbatte in traffici illeciti tra la Corsica e Monte Carlo. A mano a mano che decifra gli indizi, l’indagine da pubblica diventa privata. Se riesce a chiudere il caso, riceverà la promozione che non ha mai chiesto. Ma a quale prezzo?

Frank Iodice è uno scrittore di origini napoletane; vive tra la Francia e gli Stati Uniti da circa vent’anni ed è autore di numerosi romanzi e racconti, alcuni dei quali sono stati tradotti in inglese, francese, spagnolo e portoghese. Tra le sue opere si ricordano: i romanzi Anne et Anne (2003), Kindo (2011), Acropolis (2012), Gli appunti necessari (2013), Le api di ghiaccio (2014), Un perfetto idiota (2017), Matroneum (2018), La meccanica dei sentimenti (2018) e le raccolte di racconti La fabbrica delle ragazze (2006) e La Catedral del tango (2014). Breve dialogo sulla felicità con Pepe Mujica è stato distribuito gratuitamente in diecimila copie nelle scuole. I disinnamorati (prima edizione in francese presso Le Lys Bleu éditions, 2018) è pubblicato nel 2019 in Italia dalla casa editrice Eretica Edizioni.

Giovanni Romano e il suo ‘Invito a Spoon River’

di VITTORIO POLITO - È stato pubblicato da Giuliano Ladolfi Editore, il saggio di Giovanni Romano “Invito a Spoon River”.

Il libro vuole essere un tributo e una introduzione all’Antologia di Spoon River, uno dei massimi capolavori della letteratura americana. Uno straordinario mosaico dove ciascuno si racconta attraverso la propria irripetibile esperienza, ma finisce col restituirci il ritratto indimenticabile di una collettività in cui si scontrano il bene e il male, la vigliaccheria e l’eroismo, il successo e i sogni infranti.

L’«Antologia di Spoon River» di Edgar Lee Masters (1868-1950), è una raccolta di 244 brevi poesie scritte sotto forma di epitaffio (iscrizione sepolcrale, spesso in forma di breve componimento in versi, che per lo più contiene le lodi del defunto), dedicati a protagonisti, ormai non più in vita, di un villaggio dell’Illinois, vissuti tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, che si raccontano nello spazio di intensissimi versi, rivivendo ognuno l’evento particolare che l’ha segnato e ne ha fatto sempre un vincitore o un vinto, una persona felice e realizzata o un relitto condannato a trascinarsi dietro fallimenti e rimorsi senza rimedio.

Giovanni Romano, autore di altre opere, docente in una Scuola professionale di Trani, collaboratore della rivista “Studi Cattolici”, dichiara senza mezzi termini che nella storia della letteratura niente è più vivo di questa “Antologia” i cui protagonisti sono dei morti, voci che parlano della definitiva sincerità di chi non ha più nulla da nascondere. Un dialogo al quale nessun lettore può sottrarsi, perché gli epitaffi finiscono inesorabilmente per interrogarlo sul suo stesso destino.

Il saggio di Romano, riporta nel suo interessante saggio, l’elenco dei personaggi citati nell’Antologia, l’elenco delle poesie citate nel saggio e i suoi commenti.

Libri: il mare, questo sconosciuto


di FRANCESCO GRECO - “E la terra era una massa informe e vuota; e le tenebre ricoprivano l’abisso”, (Genesi). Attuale, attualissimo: pur se scritto negli anni Sessanta dell’altro secolo, “Il mare intorno a noi”, di Rachel Carson, Piano B Edizioni, Prato 2019, pp. 280, euro 15,ripropone le stesse angosce di oggi, moltiplicate all’ennesima potenza, sulla salute del mare e della vita umana.

“Per lungo tempo abbiamo tratto un certo conforto dalla persuasione che almeno il mare fosse inviolato, al di là della capacità dell’uomo di mutare e saccheggiare”. Ma già allora non lo era a causa dei bidoni di spazzatura radioattiva che si depositavano sul fondale senza sapere la loro fine (ma la si poteva sospettare), visto che era stato “scelto come luogo naturale di seppellimento dei rifiuti contaminati”. E che la radioattività entrava nel ciclo biologico dei suoi abitanti, e quindi nel nostro.

A 60 anni di distanza, questo libro bellissimo, poetico, struggente (un long-seller con milioni di copie vendute, tradotto in 28 lingue), pieno d’amore per il mare, la vita, l’uomo, dovrebbe essere aggiornato con le tonnellate di plastica che vagano negli oceani, con il disfacimento che, anche questo, entra nella catena alimentare e quindi in noi, con “la distribuzione universale dei contaminanti radioattivi”, oltre a varie ed eventuali sopraggiunte nel frattempo.
  
Biologa e zoologa statunitense, ambientalista quando il movimento non faceva politica attiva, la Carson era nata nel 1907 e morì precocemente nel 1964. Oggi il suo grido di dolore ne uscirebbe amplificato, perché in questi decenni tutto è peggiorato: il masochismo e l’egoismo hanno ispirato le scelte folli dei potenti e i popoli le subiscono, per cui fare un bagno è a rischio e mangiare del pesce anche.

Leggiamolo comunque come un romanzo, restiamo in superficie: le maree, gli tsunami, le forme di vita ancora inesplorate laggiù, dagli organismi monocellulari ai grandi capodogli. Giusto per non rovinarci l’estate…  

San Biagio e San Cono, protettori degli Otorinolaringoiatri

di TERESA GENTILE - Oggi segnaliamo una assoluta novità editoriale relativa a un inusuale campo di ricerca relativo ai Santi protettori degli Otorinolaringoiatri. Si tratta di un testo agile, raffinato, ricco di numerosi e interessanti spunti di fede, di scienze e di storia, leggenda e tradizione. Il testo è stato certosinamente curato da Domenico Petrone, Matteo Gelardi e Vittorio Polito, con il coordinamento editoriale di Valentina Faricelli, Virginia Gigante e Antonio Lauriola (ECA Editrice).

Nella dotta prefazione il presidente della Società Italiana di Otorinolaringoiatria, Claudio Vicini, rimarca il binomio inscindibile che pone in costante equilibrio la salute del corpo e quella dell’anima intese come campi d’azione di medicina e religione presenti al di là d’ogni effimero limite di spazio e di tempo in ogni zona del mondo ed in ogni epoca.

Interessantissimi si rivelano poi alcuni documenti rari e le notizie sui Santi che proteggono coloro che soffrono, a causa di malanni che colpiscono gli organi del gusto, del tatto, dell’udito e della fonazione. Si susseguono, come in un prezioso caleidoscopio, notizie, detti popolari, ricette mediche, proverbi, modi di dire molto diffusi, non solo in campo nazionale ma anche internazionale. Inoltre  davvero suggestivi sono i rimandi relativi ai costanti e graduali progressi delle conoscenze mediche e di cura popolare volte a serbare in un ottimo stato di salute i preziosissimi organi sensoriali che mirano a spalancare le nostre sensazioni più intime e intense volte ad ascoltare, assaporare, parlare, gustare e, addirittura, imparare a dipingere il proprio dolore per aver perso l’udito, come il pittore spagnolo Goya, o comporre meravigliose sinfonie, come l’inno alla Gioia di Beethoven, per placare l’angoscia derivante dalla sordità.

Di prima mano poi le notizie relative al Santo armeno Biagio e al simpaticissimo San Naso di Cono (ME), festeggiato il 1° settembre. È oggi …poco noto ma ...certamente vi attirerà con la forza della sua esuberante fede e il suo combattivo spirito francescano con cui… spesso dimostra di voler continuare a proteggere la sua terra da malattie, epidemie, carestie, terremoti e tiranniche dominazioni.

La pubblicazione si avvale del contributo dell’Istituto Acustico Maico e del “Gruppo Menzietti”.

Il Matteo Salvatore di Beppe Lopez tra Luciani e Galante


di  LIVALCA - Ritengo di aver ascoltato Matteo Salvatore nei primi anni ’60 a Foce Varano prima e San Menaio dopo, ero ragazzino e mi interessava l’aria di festa che si respirava in questi piccoli centri e non certo lo spettacolo allestito. Penso  sia lui, probabilmente accompagnato già dalla signora Adriana Fascetti, perché i commenti delle signore rivolte alla donna non erano ‘teneri’, rea, la ‘poverina’ di circuire l’uomo marito di un’altra donna (Per l’artista Doriana iniziano da subito le difficoltà del suo sfortunato rapporto artistico-amoroso). Questa premessa ha una sua logica: se Beppe Lopez, che conosco dalla metà degli anni ’60, mi avesse interpellato, così come ha fatto con Vincenzo Luciani e Matteo Galante, avrei potuto arricchire  le sue informazioni facendo ricorso alla memoria dei miei cugini con cui trascorrevo le vacanze nella settimana a cavallo ( che animale a me famigliare) di ferragosto.

Il volume che il giornalista barese ha dedicato a quel Matteo Salvatore, “ vissuto come un diavolo, ma che cantava come un angelo”, testimonia il percorso formativo di questo cronista da sempre,  giornalista per passione, scrittore per bisogno intellettivo, direttore di giornali e di agenzia per attitudine al comando, amante   della politica e della vita,  oggi attivissimo blogger (ma non chiedetemi cosa significhi !). Un uomo di successo - non mi riferisco a quella fortuna che genera la stima e rende anche simpatici - che ha scalato la vita partendo dal basso, forte solo della sua passione di ‘capatosta’, della sua non comune intelligenza, e di quel sano e pur spietato ‘individualismo puro’ che lo portò a rifiutare nell’estate del 1966 la mia collaborazione , lui con solo qualche anno più di me,  per completare celermente una pagina di giornale della testata diretta da Aurelio Papandrea.  

Lopez  si è formato nel mestiere all’epoca del piombo e delle macchine da scrivere e ha avuto la fortuna di poter mettere in risalto, le sue indubbie qualità, appena ventenne ricoprendo l’incarico di addetto stampa del Consiglio Regionale Pugliese nella prima legislatura con Beniamino Finocchiaro presidente.  Penso che fosse diventato pubblicista l’anno prima e sia passato professionista al termine della legislatura (1975):  per cui grazie Regione Puglia ritengo  possa affermarlo  pacatamente, la ‘scordanza’ non ci rende  migliori.  Il   libro «Matteo Salvatore l’ultimo cantastorie» (Aliberti compagnia editoriale, 2018) è costruito con grande maestria e l’autore snocciola gli avvenimenti con grande imparzialità, anche se spesso sottolinea come il cantore di Apricena  abbia sprecato tante occasioni per prendere il volo, frenato dal suo carattere  chiuso e ‘ombroso’,  solo in parte giustificato da una vita di stenti fin dalla nascita.  La mia personale interpretazione è che il periodo in cui si nasce ti può condizionare l’esistenza: Salvatore se soltanto fosse nato 22 anni dopo (quel ’47 che ha visto partorire talenti in tutti i campi artistici ) oggi, senza forse, staremmo esaminando una storia diversa.

Significativa e intrigante la testimonianza di Vincenzo Luciani (Vincenzo tu che santifichi ogni giorno la tua Ischitella con il premio ‘Pietro Giannone’, tu che dai vita a testate on line tipo Abitareroma,  tu che con la tua rivista ‘Periferie’ scuoti le coscienze, tu che solidifichi origini, radici e fonti  con il centro di documentazione della poesia dialettale ‘Vincenzo Scarpellino, tu che spingi la tua ‘Edizioni Cofine’ ben oltre i normali ‘confini’ editoriali…come fai a dire che nel 1971 Matteo Salvatore  si accontentò di solo duecentomilalire (sottolineo  200.000 ) a Torino per una ben riuscita  esibizione  in  un Festival organizzato  dall’Unita ?) che  nel ’71, giovane consigliere comunale a Torino, si trovò per la prima volta al cospetto  di un cantore della sua terra e fu orgoglioso del successo riservato a quel cantante che si ostinava a servirsi  di un dialetto  ‘singolare’ e a dir poco ‘particolare’.   Nel libro  non si precisa che in quella stessa serata Piero Fassino, giovane dirigente comunista, si esibì  ( o forse  solo accompagnato ? ) con Gipo Farassino ( che continua scoperta la vita !).  Ritengo che la moneta denominata euro abbia prodotto tanta confusione da alterare i nostri ricordi in lira ( solo per questo ti giustico Luciani !), la quale lira, per coloro che sanno,  era anche un nobile ed  antico strumento musicale greco  a corde…’pizzicate’ : la ‘pizzica’ altra storia, era ancora in…embrione.

Difficile spiegare cosa fosse per Salvatore la compagna di scena e di vita ‘Adriana Doriani’, la vera vittima di questa storia crudele, anzi di questo disumano ( si può dire punito solo in parte ?)  delitto;  il lettore deve leggere  ( ho almeno 500 affezionati amici lettori, tutti ‘imbranati’ come me, che non sanno ‘condividere’…) il libro e poi ognuno si faccia una propria idea, anche se le sei donne, da me interpellate, non hanno dimostrato pietà per l’uomo Matteo.   La storia nota è che 26  il agosto 1973  (ironia  della sorte Salvatore è morto il 27 agosto di 32 anni dopo )  viene trovato il corpo senza vita della signora Adriana, nella vasca da bagno di un albergo di San Marino in cui gli artisti avevano pernottato :  il cantante aveva ucciso la compagna in maniera brutale per un presunto tradimento da lei confessato per lettera (Una frase  cinica ma verosimile di WILDE è  illuminante al riguardo :« La fedeltà in amore è soltanto questione di fisiologia, non ha nulla a che fare con la volontà. I giovani vogliono essere fedeli e non lo sono; i vecchi vogliono essere infedeli e non…possono). La signora  Adriana credeva di essere stata fortunata nell’incontrare un uomo e un artista speciale, in realtà non sempre la dea bendata gratifica la gente corretta, perbene, educata  e per giunta non rende migliori - la statistica è precisa al riguardo - coloro  che ha gratificato. Adriana Fascetti, in arte Doriana, meriterebbe un libro  che dica, senza mezzi termini, che senza di lei Salvatore da Apricena non sarebbe uscito da certi limitati spazi.

Lopez riporta una testimonianza dell’onorevole Michele Galante, dirigente all’epoca ( 1976 ?) del PCI, che a Foggia visse da protagonista  l’incontro tra Enrico Berlinguer e Matteo Salvatore. Il ristorante dell’Hotel Sarti fu il luogo dove (casualmente?) avvenne l’incontro e il cantastorie si esibì per il segretario.  Vi sono dubbi sulle date  e Lopez, da perfetto investigatore-reporter,  afferma  che forse siamo nei primi anni ’80, perchè nel 1976 Salvatore  era in carcere.

Io conoscendo  la precisione matematica di Galante e la sua passione per la storia, non disgiunta da  una certa mia pratica personale  in quel periodo dei Tribunali di Sorveglianza, reputo che il cantastorie potrebbe aver usufruito di una licenza ( premio ?)per visitare parenti in Capitanata.

 Galante,  non essendo iuventino l’ex sindaco di San Marco in Lamis vede crescere in maniera ‘esponenziale’  la mia simpatia per lui, non dubito  sia in grado, documenti alla mano, di ricostruire questo episodio in maniera veritiera in modo che Lopez nelle prossime edizioni possa dipanare qualche perplessità e mettere insieme dati e date certe.

Beppe riporta, a proposito della lingua adoperata da Salvatore nelle sue canzoni, una riflessione del professore Pietro Sisto che afferma ….’il linguaggio adoperato è una sorta di gergo in cui il dialetto pugliese si confonde con la lingua napoletana….qualcosa di nuovo e originale’.

Pensare che Matteo Salvatore potesse diventare famoso come Modugno è utopia e quelli che oggi pontificano sulla sua grandezza planetaria sono gli stessi che, il cantastorie in vita, nulla hanno fatto per ‘consacrarlo’;  senza Arbore, gli stessi Carosone e Roberto Murolo, avrebbero affrontato una vecchiaia artistica da dimenticati;  vi è qualcuno che oggi aiuta la bravissima Giovanna Marini ( certo nota ma non urbi et orbi) ad essere celebrata in vita e non piuttosto fra mezzo secolo?   Per Moni Ovadia Salvatore «…è uno dei maggiori bardi della canzone di tutti i tempi: può stare alla pari  con Leonard Cohen, Bob Dylan, Jacques Brel. E’ un autentico gigante. E’ colui che ha cantato nel modo più assoluto la condizione degli umili, la fame, la miseria, lo sfruttamento».

Il libro di Lopez è avvincente come un romanzo che pagina dopo pagina ti svela i retroscena di una storia già popolare,ma che regala continuamente nuove rivelazioni; seducente come una donna che ti vuol far capitolare con le armi della femminilità, in un gioco di vedo non vedo, ci sto non ci sto, vediamo come va a finire; è completo di tutti i protagonisti  che hanno contributo ad edificare un castello  di vita vissuta  in una altalena su cui siamo saliti e scesi tutti ( per Voltaire « La storia non è che un elenco di delitti e disgrazie»), ma  si nota la mancanza di testimonianze dirette  della famiglia di Salvatore: moglie, figli e nipoti.

Penso che la testimonianza più rispondente alla realtà passata, presente e futura sia quella de  “Il Manifesto” :« Chiunque lo abbia amato, non può non associare all’immagine della sua scomparsa  quella di un’antica biblioteca che se ne va, divorata dalle fiamme».

In quelle fiamme io vedo spuntare Matteo Salvatore che disperatamente, accompagnato dalla sua chitarra, invoca il perdono della famiglia e della sua Adriana «Va’ lu bene mio/ curr’ a mamma toia/ Tu mo si l’ammore/ bella mia/  Io te vulev’ bene/ e te ne voje ancora/…».

«Perdonare e dimenticare vuol dire gettare dalla finestra una preziosa esperienza già fatta» (Schopenhauer).

Beppe carissimo: Al mondo non vi sarà mai un ultimo uomo, come non vi sarà mai un ultimo cantastorie; ci sarà sempre qualcuno che faccia ‘Toc, toc’ al portone della vita.

Libri: Paolo Bargiggia e “I segreti del calciomercato”

di PIERO LADISA – Tra le ultime uscite della casa editrice Altaforte segnaliamo “I segreti del calciomercato” (2019, pp. 174, € 17) di Paolo Bargiggia. Nell’opera il noto giornalista di Mediaset ripercorre la sua trentennale attività professionistica, che lo ha visto in prima linea nelle vicende relative alla compravendita di giocatori. 

Bargiggia, infatti, nei 24 capitoletti che compongono il libro discute di aneddoti, retroscena e personaggi legati al mondo del calcio con cui ha condiviso la sua carriera giornalistica, venendo in alcuni casi anche a duri faccia a faccia. Ronaldo il “Fenomeno”, Moratti, Baggio, Vieri, Higuain e CR7 sono soltanto alcuni tra i personaggi noti presenti all’interno del testo. 

Figura anche il cosiddetto ‘calcio di provincia’ che tocca la nostra Puglia e il presidente del Monopoli degli anni ’90 Pasquale Bellomo, sul quale Bargiggia svela anche un retroscena. Avendo instaurato un ottimo rapporto con l’allora primo tifoso della società biancoverde, riceveva ogni estate pacchi di orecchiette e di olio extra vergine di oliva. 

Un libro altamente consigliato a tutti i calciofili amanti delle trattative di mercato.

Libri: J. L. Bryan presenta il thriller 'Teologia del dominio'

MILANO - J. L. Bryan presenta “Teologia del dominio”, un thriller distopico ambientato in un futuro non troppo lontano nella Nuova America. In un mondo trincerato dietro muri di cemento, in una società caratterizzata dall’invadente controllo del governo e dalle persecuzioni ai danni di chiunque eserciti il libero pensiero, il protagonista Daniel Ruppert si trova a fare i conti con un complotto su larga scala che sconvolgerà la sua esistenza. Edito in America con il titolo “Dominion”, il romanzo è stato tradotto e pubblicato in Italia da Urban Apnea Edizioni, come primo romanzo in catalogo della casa editrice. Sarà scaricabile gratuitamente a partire dall’ 11 Settembre 2019.

TRAMA. Un attacco nucleare alla città di Columbus (Ohio) impone negli Stati Uniti un regime totalitaristico basato sulle dottrine della Chiesa Dominionista, secondo cui le democrazie sono guidate dal demonio e i Cristiani caucasici hanno il dovere di controllare le sette aree che regolano la vita umana: economia, politica, media, arte, educazione, famiglia e religione. Mentre l’America è impegnata in una guerra mondialista contro Cina, Venezuela, Egitto e altri Stati del Medio Oriente (per reclutare discepoli secondo il comandamento di Gesù?), il nuovo Dipartimento del Terrore sopprime i movimenti di resistenza interni e gli squadristi delle Brigate della Libertà perseguitano le minoranze etniche. Daniel Ruppert, mezzobusto del notiziario di Los Angeles, riporta pedissequamente le notizie, spesso inattendibili, che gli vengono imposte. Immerso nel lusso di Bel Air e nei suoi circoli esclusivi insieme alla moglie, viene strappato via dalle sue certezze in un precipitare di eventi che lo portano a scoprire uno sconvolgente segreto governativo.

J.L. Bryan (Atlanta, 1978) ha studiato letteratura inglese a Oxford e all’Università della Georgia, con una specializzazione sul Rinascimento inglese e sulla letteratura del Romanticismo. Ha studiato inoltre sceneggiatura all’Università della California di Los Angeles. Nei suoi romanzi si diverte a mescolare paranormale, horror e fantascienza, trovando soluzioni narrative sempre nuove. Tra i suoi romanzi: The Unseen (2013), Inferno Park (2014), Helix (2009) e le serie The Paranormals e Ellie Jordan, The Ghost Trapper. Teologia del dominio (titolo originale Dominion) viene tradotto e pubblicato in Italia dalla casa editrice Urban Apnea Edizioni.

Libri: 'Professione reporter'


di FRANCESCO GRECO - I grandi inviati, da Montanelli a Egisto Corradi e Luigi Barzini, da Ettore Mo, Igor Man e Domenico Quirico (per citarne solo alcuni), sono una specie in via di estinzione. Il giornalismo declina verso l’omologazione. Tutti scrivono le stesse cose. Spesso ingorgandole con arroganza di opinioni di cui non importa niente a nessuno. 

E’ l’epoca tragica e grottesca delle fake-news talvolta smentite da altre fake-news, dei “retroscena” a volte inventati di sana pianta e dei giornalisti embedded che lavorano sulle veline e i briefing con cui gli uffici-stampa filtrano la voce dei potenti che soffoca tutte le altre.
   
A rammentarci tempi migliori, illuminati da una luce di romanticismo (“la sete di emozioni”, “muoversi in solitudine”), di cui abbiamo nostalgia, penne gloriose che portavano il pubblico sugli scenari più imprevisti e complessi che si possono immaginare, spesso rischiando la vita per un articolo (“Prima trasmettere, poi verificare”, diceva Montanelli), Gianni Perrelli in “Professione reporter”, Di Renzo editore, Roma 2019, pp. 88, euro 12,00 (Collana “Dialoghi”, seconda edizione). 
   
Dall’intervista a Yasser Arafat nell’89, a Belgrado, alle 5 del mattino (“mentre consumava una cena tardiva”), a quella allo scrittore egiziano premio Nobel Maghuib Mafhouz, collaboratore prestigioso del quotidiano “Al-Ahram” (“al giornale andava solo il lunedì”), all’empatia necessaria con i fotografi compagni di lavoro a cui le redazioni potevano anche chiedere la foto di un ciclista che fa pipì durante la corsa, l’inviato speciale pugliese porta per mano il lettore nella sua “bottega”, nel fascinoso background della sua avventura professionale e umana iniziata al “Tempo”, la “Gazzetta del Mezzogiorno” e al “Corriere dello Sport”, poi sviluppatasi nei settimanali “L’Europeo” e “L’Espresso”.   
   
Oggi i giornali stessi, piegando verso un giornalismo da salotto, terrazza o bar sport,  hanno formattato, ucciso questa figura ricca della semantica del loro tempo, avvolta da miti e leggende, con un’agenda zeppa di contatti e grandi conoscitori della realtà economica, politica, sociale, culturale dei Paesi più caldi del pianeta, adattando “l’orologio biologico al salto dei fusi, dei climi e dei cibi”. 
   
I tassisti erano il loro front-office, e dalle chiacchiere nel tragitto fra aeroporto e albergo partivano per tessere la magica ragnatela dei loro reportage sospesi fra giornalismo e letteratura. 

Trentuno racconti dal Novecento greco


di VITTORIO POLITO - Recentemente è stato pubblicato il volume curato e tradotto da Maria Perlorentzou “Trenta e un racconto dal Novecento Greco” (Argo Editore),

Il volume, che è stato presentato dal prof. Luciano Canfora a Palazzo di Città di Bari e coordinato dalla giornalista Alma Sinibaldi, riporta 31 racconti, ripresi da 26 autori fra i più rappresentativi del XX secolo della narrativa neogreca, implicitamente specchio intrigante e problematico della società che lo esprimeva.

La curatrice, ateniese, docente di Lingua e letteratura neogreca presso l’Ateneo barese, ha scelto le pagine più significative del racconto neoellenico, rappresentando al meglio le sfide dei diversi narratori. Un’operazione letteraria di grande pregio, di cui si apprezza tanto il rigore filologico quanto il felice esito della traduzione, che offre al lettore un panorama di tendenze stilistiche e tematiche utili a cogliere vari aspetti della società greca nell’arco del Novecento.

Dai racconti d’ispirazione ithografica (corrente letteraria ispirata al naturalismo francese), apparsi su “Estia” a quelli realizzati dalle forti personalità degli scrittori della “generazione” del ’30, fino a quelli nati dopo il secondo conflitto mondiale, in genere ancora risonanti dei fragori dell’Occupazione e della Guerra civile, attraversare le pagine del racconto greco significa anche attraversare la storia, non solo linguistica e letteraria, di un popolo.

Nella raffinata rassegna di Maria Perlorentzou è evidente il merito di aver seguito gli scrittori nei rispettivi percorsi artistici, entrando nei vari laboratori e scegliendo con alta sensibilità le pagine, che a suo parere meglio rappresentano le sfide dei vari narratori, rispettando con rigore i testi originali, per dare al lettore non digiuno di cose greche pagine sorprendenti di una grande, ma purtroppo poco nota letteratura.

Gli autori dei vari racconti: Kostìs Palamàs (1859-1943), Pavlos Nirvanas (1866-1937), Ghianis Psicharis (1854-1929), Konstandinos Chatzópulos (1868-1920), Dimosthenis Vutiràs (1871-1958), Kostas Kariotakis (1896-1928), Zacharías Papandoníu (1877-1940), Alkiviadhis Ghianópulos (1896-1981), Menélaos Lundemis (1906-1977), Ilías Venezis (1904-1973), Tasos Athanasiadhis (1913-2006), Tatiana Stavru (1899-1990), Sotiris Patatzìs (1914-1991), Elli Alexíu (1894-1988), Stratìs Tsirkas (1911-1980),  Stratis Mirivilis (1890-1969), Kostas Várnalis (1883-1974), Petros Charis (1902-1988), Thasos Livadhitis (1921-1988), Andonis Samarakis (1919-2003), Nanos Valaoritis (1921-), Marios Chakas (1931-1972), Kostas Tachtsìs (1927-1988), Tatiana Gritsi-Milliex (1920-2005), Ghalátia Sarandi (1920-2009), Kostas Sterghió (1926-2016).

Libri: Gianfranco Cingolani pubblica “La vera storia del cristianesimo che i credenti forse non conoscono”

MILANO - Gianfranco Cingolani presenta “La vera storia del cristianesimo che i credenti forse non conoscono”, un’ispirata trattazione sulle contraddizioni probabilmente insanabili tra storia e religione, tra razionalità e fede. Il discorso lucido e coraggioso di un autore che vuole arrivare il più vicino possibile alla verità, che desidera comprendere l’origine dell’uomo e delle credenze religiose che l’hanno condizionato sin dall’alba dei tempi. Una ricerca storica aperta all’analisi di tutte le religioni, da quelle primitive fino alle tre grandi monoteiste, con un occhio di riguardo per il cristianesimo e per le sue controverse e discordanti linee di condotta.

TRAMA. Un credente ben difficilmente sente la necessità di mettere in discussione gli insegnamenti che ha ricevuto, cercando di risalire alla genesi delle sue convinzioni attraverso la verifica storica dei fatti accaduti. Molti cristiani non conoscono realmente la Bibbia con i suoi incredibili miti, e non sanno quale dio antropomorfo e crudele vi sia descritto. Se analizzassero poi la vera storia dei vangeli si accorgerebbero che gli autori non sono quelli noti, e che la loro descrizione è manipolata e troppo lontana dai fatti per poterne accertare l’autenticità e la credibilità. Anche la figura e la storicità di Gesù potrebbero assumere aspetti ben diversi e imprevisti. Quando la Chiesa di Roma, con Costantino e Teodosio, è diventata chiesa di stato, da perseguitata è diventata persecutrice e ha iniziato a scalare un potere temporale in netto contrasto con l’insegnamento evangelico. Si sono susseguiti una miriade di papi corrotti, simoniaci, depravati, assetati di ricchezza e potere, crudeli fino allo sterminio di milioni di innocenti. Alcuni perfino atei dichiarati. La Sacra Inquisizione, per cinquecento anni, ha fatto sterminare un centinaio di milioni di persone accusate di eresia, stregoneria, ebraismo o solo perché poveri indigeni americani. Il culto della Madonna, sconosciuto nei primi secoli, ha avuto uno sviluppo incredibile, probabilmente per allineare il cristianesimo al culto pagano di dee protettrici, vergini e madri. Le sue tantissime apparizioni, prodighe di speranze mirabolanti, di fatto garantiscono solo grossi affari per gli organizzatori ed i furbi che vi orbitano attorno. Vengono magnificati fenomeni poco credibili come la Sindone, oppure personaggi assai discussi come Padre Pio. Proliferano veggenti e stigmatizzati che attraggono milioni di speranzosi fedeli, così come accade per le tantissime e fantasiose reliquie sparse in tutta Europa. Analizzando i comportamenti degli ultimi papi santificati a furor di popolo e quanto sta tutt’ora accadendo all’interno della Chiesa, crescono i dubbi sulla sua credibilità e sulla sua discendenza divina. In questo libro l’autore ha voluto evidenziare le macroscopiche difformità dei fatti accaduti dagli insegnamenti predicati. In ogni tempo e in ogni luogo quasi tutte le religioni hanno sempre cercato di imporre il loro potere, sfruttando la credulità di persone facilmente fidelizzabili con fantasmagoriche promesse o minacce riservate magari in una seconda, improbabile vita.

Gianfranco Cingolani è nato nelle Marche a Montelupone (MC) nel 1942 e risiede a Perugia. Laureato in Ingegneria presso il Politecnico di Milano, con alcuni colleghi ha fondato due Società operanti nel settore dell’elettromeccanica dove ha ricoperto incarichi di Dirigente Commerciale e di AD. Interessato ad approfondire la storia dell’origine dell’uomo e delle religioni, pubblica nel 2017 (seconda edizione 2019) per Europa Edizioni il saggio La vera storia del cristianesimo che i credenti forse non conoscono. Insostenibili contraddizioni tra storia e religione.

Stefania De Girolamo presenta il romanzo “Stupro. La ragazza sporca”

di REDAZIONE - Stefania De Girolamo presenta “Stupro. La ragazza sporca”, un romanzo intenso e introspettivo, che riesce a trattare del delicato tema della violenza sessuale con la lucidità e il rispetto necessari a indagare tutto il dolore e le domande che questo trauma si porta dietro. Un’opera dalla parte delle donne ma anche di tutta l’umanità, che semina pensieri profondi sull’essere vivente e sui gesti di bontà e cattiveria che, piccoli o grandi, possono influire sull’energia universale, avere echi che si propagano in eterno e condizionare il tempo futuro, come la giovane e sfortunata protagonista Monica dovrà imparare sulla sua pelle.

TRAMA. Una ragazza di sedici anni, Monica, viene aggredita e violentata da un gruppo di ragazzi. La giovane sarà costretta dalla madre a nascondere l’accaduto, in ragione di una paura recondita e radicata in seno da generazioni di gettare la famiglia nell’ignominia. Monica si chiuderà in sé stessa e troverà l’unico sfogo al suo dolore nella musica, esibendosi in sensuali danze in un locale notturno, senza mai permettere a nessuno di avvicinarla. Sarà lì che incontrerà un giovane, Marco, bello e con gli occhi dolcissimi e un tormento nel cuore. Nascerà un amore casto e sincero che aiuterà entrambi a riscattarsi da un passato di sofferenza, fino a quando la dura realtà non busserà alla loro porta.

Stefania De Girolamo nasce a Genova da padre di origini pugliesi e madre ligure. Si diploma come perito turistico e studia la lingua russa, compiendo poi un lungo e istruttivo viaggio nell’Unione Sovietica. Esordisce nella narrativa con alcuni racconti, poesie e con il romanzo Insieme ce la faremo, pubblicato in self-publishing. Stupro. La ragazza sporca (Edizioni del Poggio, 2019) è il suo ultimo romanzo.

Diritto: la Coattività nel sistema tributario canonico di Teodoro Petrara

MILANO - Nella Chiesa cattolica vi è un sistema tributario simile a qualsiasi altro ordinamento laico? Se lo chiede Teodosio Petrara nel suo libro dedicato alle entrate tributarie canoniche, in cui cerca di capire con quali risorse si nutre la Chiesa per le finalità proprie. La Primiceri Editore patrocina un’indagine complessa volta a comprendere, innanzitutto, se il Clero sia da considerare un ordinamento e in quanto tale se d’imperio possa esigere dal proprio popolo i tributi, le tasse e i contributi previsti dalla legge canonica. Da qui un’analisi delle principali imposte suddivise in uno schema tipologico messo a confronto con altri sistemi.

TRAMA. 
Pochi sono gli autori che hanno trattato la materia tributaria canonica e pochissimi si sono occupati dei tributi canonici, forse per la complessità e per la scarsa bibliografia. Si sente spesso discutere di tributi dell’economia italiana a ogni livello magari senza taluna competenza in merito e non si sente mai parlare di tributi della Chiesa Cattolica. Nel presente volume, l’autore valuta l’ipotesi dei tributi sotto due profili: se la Chiesa, alla stregua di un altro ordinamento, abbia il diritto di esigere dal proprio popolo di Dio e attingere per diritto nativo ai beni temporali per le finalità proprie. E se i fedeli e fedeli laici hanno il corrispondente obbligo, in quanto battezzati nella Chiesa Cattolica, di contribuire alle necessità che questa ha per il culto divino, per le opere di apostolato e di carità e per l’onesto sostentamento dei ministri.
Teodosio Petrara, laureato in giurisprudenza, presso l’Università degli Studi Milano, è avvocato Cassazionista del libero foro di Pavia. Nel 2013 è stato nominato, dal Ministero di Grazia e Giustizia, Giudice Onorario di Tribunale e assegnato presso la terza sezione penale del Tribunale di Milano. Nel 2009 si è iscritto all’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Crema e poi di Milano, eretto dalla Congregazione per L’educazione Cattolica, collegato alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, dal quale dopo il biennio di teologia e filosofia è approdato alla Facoltà Ecclesiastica di Diritto Canonico, San Pio X, Venezia, dove nel 2014 ha conseguito la Licenza in Diritto Canonico. Ha conseguito il dottorato in diritto canonico presso la Pontificia Università Lateranense, Città del Vaticano, con la pubblicazione della tesi. È iscritto nell’elenco degli avvocati ecclesiastici, per il patrocinio delle cause di nullità matrimoniale, presso il Tribunale Ecclesiastico Regionale Lombardo. Ha pubblicato nel 2016 un lavoro in materia canonica: persone e organismi nella Curia Diocesana: la funzione dell’autorità diocesana e conseguenze nel diritto civile Italiano.

Polignano: Bruno Barbieri presenta il nuovo libro alla XVIIIª edizione del festival “Il libro possibile”

BARI - Bruno Barbieri, Chef pluristellato e personaggio televisivo, torna in libreria con il progetto editoriale: Domani sarà più buono. Da ogni piatto possono nascere nuove ricette (Mondadori Electa). La presentazione del libro, disponibile in tutti i punti vendita da martedì 16 aprile, è prevista per giovedì 4 luglio, alle ore 23:00, in occasione della XVIIIª edizione del festival “Il libro possibile”, in piazza San Benedetto, Polignano a Mare (BA).

Lo Chef italiano che ha conquistato più stelle Michelin in carriera presenta, in collaborazione con Costa Crociere, il suo nuovo volume dedicato al tema del riutilizzo in cucina, che contiene più di 100 ricette, ognuna con un suggerimento per il riuso degli ingredienti, ed è arricchito da un servizio fotografico inedito, realizzato tra l’Italia e Istanbul da Stefano Scatà.

“La doppia vita dei piatti è ciò di cui voglio parlare in questo libro. Il titolo Domani sarà più buono la dice lunga sull’idea che ci sta dietro: la voglia di raccontare le sensazioni, le emozioni che nascono dal nostro rapporto con il cibo e dal modo che abbiamo di consumarlo, e suggerire qualche spunto per guardarlo sotto una luce diversa. Un altro titolo avrebbe potuto essere La doppia vita dei piatti, perché sono tanti quelli che in cucina il giorno dopo sono pronti per iniziare una nuova esistenza. Talvolta anche migliore. In poche parole, possono cambiare e diventare più buoni. Le tagliatelle avanzate di quando ero bambino non sono passate solo per la padella. Da lì sono nate un sacco di cose: tortini, frittate, polpette, soufflé, preparati con bravura (mia nonna e mia mamma erano entrambe ottime cuoche), ma anche con molta inventiva e voglia di sperimentare. Perché tante volte ridare vita a un piatto, magari ideato da te, con una tua ricetta, è più stimolante che preparare il piatto stesso. È un continuo inventare, un rimettersi sempre in gioco. Ma è anche un riallacciarsi alla storia della cucina italiana, che è fatta di recuperi fantasiosi e intelligenti. È un’educazione alimentare che tutti dobbiamo apprendere e insegnare ai nostri figli, perché in cucina non si butta via nulla. Non è solo una questione di economia, di risparmio, è una filosofia gastronomica, un modo di interpretare il cibo.”

Bruno Barbieri è lo chef che in Italia ha conquistato più stelle Michelin nel corso della sua quarantennale carriera. Da anni è protagonista del piccolo schermo, dove ha conquistato la popolarità grazie a MasterChef Italia (in onda su Sky Uno), in cui figura tra i giudici sin dalla prima edizione. Dal 2018 conduce 4 Hotel, programma dedicato al mondo dell’hôtellerie, sempre su Sky Uno. Classe 1962, Barbieri trascorre l’infanzia nella campagna bolognese, prima a Sasso Marconi, poi a Medicina dove risiede tuttora la sua famiglia. Dopo aver frequentato l’Istituto alberghiero a Bologna, a partire dalla metà degli anni Settanta vive le prime esperienze lavorative ancora giovanissimo sulla Riviera romagnola, per poi scegliere di partire per gli Stati Uniti e lavorare nelle cucine delle grandi navi da crociera: un’esperienza che lo arricchisce e lo porta, al rientro in Italia, ad aprire con Igles Corelli il Trigabolo ad Argenta, nel Ferrarese. Dopo questa indimenticabile esperienza, conquista una stella a Brisighella con il ristorante La Grotta, poi altre due stelle a Castelguelfo di Bologna con la Locanda della Solarola e si ripete nel Veronese con la Villa del Quar. Dal 2016 ha iniziato una nuova avventura con Fourghetti, bistrot che segna il suo ritorno a Bologna. Continua a cullare il sogno, che prima o poi si avvererà, di prender casa a Parigi, la città dove vorrebbe vivere.

Stefano Scatà rappresenta un lifestyle globale, il suo. Lui fotografa ciò che è. Vive come fotografa, o viceversa. E questo significa viaggi, luoghi, cibo, persone, cose, abiti. Il tutto in un modo che permette di constatarne il lato migliore, più naturalmente colto.

Nel giardino del melograno germinano le tre Fate di villa Fizzarotti

di GRAZIA STELLA ELIA - Con questo volume, Nel giardino del melograno-i segreti sogni della terza Fata (Levante editori, Bari 2019), il mosaico delle pubblicazioni di Santa Fizzarotti Selvaggi si arricchisce di una nuova tessera. Si tratta ancora una volta di un’opera poetica; un corposo volume che la dice lunga sul fascino che la poesia esercita su questa donna dalle molteplici sfaccettature culturali. Geniale, poliedrica, seriamente impegnata nella vita intellettuale come nella vita sociale, fa della poesia il cardine della propria scrittura.

Sapevamo del suo grande amore per le piante e gli animali e questa volta è appunto intorno e nel cuore del suo giardino che ruota la sua poetica riflessione, supportata da una miriade di conoscenze scientifiche e concrete, collegate alla dimestichezza, fin dalla più tenera età, con il mondo vegetale.
Conosce infatti, del giardino e di ciascuna pianta, davvero molto, considerando ognuna una creatura di bellezza, meritevole di attenzione e di rispetto.

Ma veniamo al libro, il cui titolo Nel giardino del melograno, è esplicativo del valore attribuito all’albero “dai vermigli fior”, che racchiude nella sua bellezza tanti miti e leggende, oltre ad una infinità di significati simbolici.

Il sottotitolo, i segreti sogni della terza Fata, fa scattare nel lettore la molla della curiosità, che lo induce a chiedersi chi siano mai le tre Fate e di quali sogni si nutra la terza Fata. Basta, da curiosi, iniziare a leggere a pagina 11 la Premessa Un meraviglioso affresco di Mariano Bubbico, il quale riesce appunto ad “affrescare” il giardino poetico della Fizzarotti Selvaggi, riportando spesso versi pregnanti ed incisivi. Alla fine egli si chiede: “Perché è ricordato il melograno? Il melograno, non a caso, nel Canto dei Cantici è simbolo dell’amore tra lo Sposo e la Sposa. Frutto della terra, il melograno rappresenta anche il Cristo, Uomo Nuovo”.

Segue il saggio del Prof. Francesco De Martino Un giardino tutto per sé: dieci pagine di raffinata analisi, in cui egli, da par suo, entra nell’anima dei versi e scientificamente li commenta, sottolineandone le peculiarità letterarie. E’ una Premessa quanto mai dotta e pertinente. Sono pagine preziose con la seguente conclusione: “Un giardino tutto per sé pulsante di vita e di poesia, un Eden amniotico nel quale diventa lancinante il desiderio di mordere il frutto proibito”.

Terza Premessa: Il linguaggio dei fiori del Prof. Vittorio Marzi che, partendo da una serie di frasi famose relative alla regina dei fiori che è la rosa, riporta l’incisiva  definizione che la scrittrice Marisa Di Bello attribuisce alla notte centenaria (16 luglio di ogni anno) che si trascorre nel giardino Fizzarotti riflettendo “su temi che toccano il senso profondo della vita, […] un’ubriacatura (culturale) dalla quale è difficile riscuotersi…”.

In conclusione il Professore dice che da questo libro parte, in maniera felice, seppure sottesa, un importante monito: si smetta di rubare spazio alla natura per far posto al cemento!

Ecco il Prologo dell’autrice. Ella, dopo aver spiegato che l’essere umano è “lo specchio della natura” con “l’anima fatta di vento”, inneggia alla Poesia, “consolatrice nella solitudine”, mezzo efficace per dialogare con l’altro e con l’Alto.

Luogo ideale per la poesia e per comunicare col Creatore è proprio il giardino, che ricorda il Golgota. Si giunge alle pagine più propriamente riservate ai versi, dedicati, a loro volta, a ben 152 piante. Primo fra tutte il melograno vestito “di vermiglio”, albero “dalla veste / di velluto / […] amante / d’Afrodite”.

Descritti da protagonisti il melo, il nespolo, l’ulivo, l’acacia, l’agave, il cedro, il mandorlo amaro, il gelsomino, l’agapanto fiore dell’amore, l’amaranto, il lentisco, il mirto, il ginepro, il cipresso che rinnova la pena per la perdita dei cari… e la lista delle creature vegetali continuerebbe a lungo. Ciascuna pianta viene impreziosita da un ricamo di parole; parole coreografiche e parole di sentimento: parole di un cuore che batte in sintonia con la linfa che alle piante dà vita.

Scorrono le pagine a recare l’immagine, la tipologia, il profumo e le peculiarità di un mondo circoscritto, eppure immensamente suggestivo ed appagante. Sempre presente, soavemente dominante, il tema dell’amore, che va visto come filo conduttore dell’intera produzione letteraria dell’autrice, innamorata dell’amore anche universalmente inteso.

I versi, di una o due parole, lapidari e rapidi, esigono una rilettura, per meglio conoscere le piante nel loro respiro d’aria e di poesia. Non vi è quasi mai punteggiatura a dare uno stop, sia pure fuggevole: l’onda poetica procede senza intoppi, in un volo che scavalca gli ostacoli.

Incantata da una pianta, la poetessa usa il suo dire poetico per presentarla e farla amare. Siamo di fronte ad un canzoniere d’amore per la Natura, nel quale punge anche il lettore quel “profumo acre e pungente / del rosmarino selvatico / fior di rugiada / ghirlanda casta / di spose”, mentre è “inebriante il profumo della cedrina ad un solo lieve tocco della mano”.

Conquista, per la variabilità cromatica, la bouganville, quando “il vento / piano piano / […] le “ruba i petali / come gli anni / della vita”. “Candida / come neve / più bella / dell’aurora” la magnolia “dal suono / di liuto” e “nel fondo morbido / dei carnosi / petali” lo sguardo dell’autrice “si perde,” cercando “il mistero / del cielo”.

Tra alberi e fiori compare l’immagine della mamma Carmelina, prima Fata del giardino e del cuore della poetessa. “Quale fanciulla / pudica / fiorisce / la camelia” e “il vento la sfoglia / piano piano / […] così come “i nostri giorni / trascorrono / lenti…”. Superba e sovrana l’orchidea!  Le parla la terza Fata: “Nasci dal limo / e trasformi / il fango / in bellezza”.

Le immagini delle due Fate ricompaiono in eleganza e bontà, ormai inafferrabili come chimere. E’ la zinnia “schietta e autentica” che assomiglia alla Fata-zia Tina.

Piante da molti di noi non conosciute, dagli strani nomi spesso esotici, eppure familiari e care alla poetessa che, attingendo alle risorse di scienza e a quelle sempre fresche della poesia, le descrive e le adorna di versi alati.

Ecco il “gelsomino giallo / stella di terra / che sul muro di cinta” poggia i suoi rami”. Un muro che, senza quei rami, “sarebbe spoglio / come nido / in abbandono”.

Tanto significato religioso risiede nella pianta dal “nome altisonante” di spina Christi. E’ viva ancora “dinanzi alla porta / di casa”. In un giardino così vibrante di poesia non poteva mancare la viola mammola, senza sfarzo, senza superbia, ma “piena di bellezza / discreta”, con un “delicato / profumo  di innocenza”. E non manca, “delicata / nuvola /dell’aria, / il pesco vestito / di fiori”.

Si nota la presenza di volatili e poi ancora piante: ginestra, mapo, aster, e, con esse, piccoli esseri animali quali il geco, le chioccioline, l’ape, la lucertola.

Si registra un autentico slancio affettivo per un mondo di sogno, eppure reale, nel quale un’anima vive di dolcezze e amarezze d’amore.

Nel giardino segreto il tripudio vegetale e animale si eleva a “canto di lode / al Cielo” e ad esso si unisce il ringraziamento della poetessa al “Creatore”.

Va detto che ogni pagina porta il sigillo esplicativo di Giovanni Losito, il dottore psicoanalista che segue l’autrice in molte pubblicazioni ed è solito postillarne i versi.

Siamo alle pagine che l’autrice definisce Epilogo (riscontro al Prologo). Sono pagine di alta prosa poetica, il cui tema è la cronistoria del giardino e del fondo ad esso connesso. Una storia vera, che sa di leggenda e di poesia. Con essa Santa Fizzarotti Selvaggi si congeda dai suoi lettori, lasciandoli assorti, rapiti da un mondo naturale che è passato, come l’uomo, per gioie e traversie prima di giungere a vivere in uno splendore di Bellezza.

Utile, nelle ultime pagine, l’elenco alfabetico delle piante e degli “esseri viventi” che abitano il giardino. Si esce dalla lettura di questo caleidoscopio di cultura certamente arricchiti di poesia, botanica, mitologia e valori familiari e religiosi.

Un libro da gustare con attenta rilettura, affinché le caratteristiche di ogni pianta non cadano presto nell’oblio. Un libro al quale va auspicata una larga, ampia diffusione, perché l’amore per la natura trovi l’opportunità di entrare e germinare soprattutto nel cuore dei giovani.

Invasioni barbariche 2.0

di FRANCESCO GRECO - Tutta colpa di Alessandro Magno se i migranti rifanno la via inversa e invadono l’Europa “mite”, “democratica”. E meno male che la conquista dell’ecumene si interruppe bruscamente, altrimenti le invasioni barbariche di quei popoli dominati e razziati anche secoli dopo sarebbero ancora più massicce, anche se le ondate si susseguono.       

La domanda nasce spontanea: abbiamo paura della “Grande Migrazione” in se stessa o perché – con normative inadeguate e confuse - non sappiamo gestirla, prevederne e governarne le conseguenze? Siamo spaventati dalla sua semantica (per Kant gli uomini hanno “diritto al possesso comune della superficie della Terra”), complessa (“istinto insopprimibile della specie”) e per certi aspetti inafferrabile, o ci siamo arresi all’ineluttabilità dell’invasione fra Shengen e Dublino, la contaminazione, l’integrazione, finendo nel guado fatalista della cupio dissolvi del continente europeo? 
  
Ma la “colpa” è anche della nostra storia: per chi non ha nulla e senza nulla morirà, dal racconto della diaspora e dalla narrazione via telematica, l’Europa è percepita come un Eldorado che con secoli di lotte e sangue, si è dotato di un welfare “universale e gratuito” (scuola, salute, diritti), e più il suo tessuto democratico è forte, più favorisce il migrante che viene dalle teocrazie, da guerre, terrore, morte e che non sappiamo se “vedere” come ospite che cerca un’integrazione non facile o forse impossibile (gli arabi per dire conservano la tribalità della loro giustizia), o un nemico che munge dal nostro stato sociale (Salah Abdeslam, Bataclan, aveva avuto 19mila euro di indennità di disoccupazione) pronto a tutto.

Ecco allora il saggio che mancava per illuminare l’intera problematica, affrontata con una password polisemica, totale, e, fatto strano per noi, oggettiva, pulita cioè dall’ideologia che purtroppo mettiamo ovunque (da riassumere nel mantra “Anche noi siamo stati emigranti”, una assimilazione blasfema) e ci fa arrivare a conclusioni di parte, dannose alla causa di tutti. 

Fra “Europa Colpevole” e “Grande Sostituzione”, all’Europa-Occidente le migrazioni pongono in termini perentori interrogativi aspri, quotidiani, incalzanti. Che come iceberg pregni di dialettica ritroviamo in “L’ospite e il nemico” (La Grande Migrazione e l’Europa) di Raffaele Simone, Garzanti, Milano 2018, pp. 270, euro 20,00.     

E’, repetita iuvant, l’analisi più credibile sinora fatta in materia, oggettiva, senza pregiudizi (concept già in premessa). 
  
Lo scavo è multiforme: sociologico, sociale, culturale, storico (dall’Homo Sapiens ai Romani che andavano a prenderseli per l’Urbe, al colonialismo europeo in Africa, Asia, America latina, sino alle guerre dei Bush in Afghanistan e Iraq che han creato i presupposti di Al-Queda e Isis), antropologico, psicologico, mediatico, ecc. Supportato da un’ampia bibliografia, che va da Amartya Sen a Thomas Mann.
  
Lo sguardo, il taglio di luce su un pianeta per certi versi ancora ignoto (non sapevamo, per dire, che un quarto della popolazione mondiale non sogna che di emigrare, indagine Gallup 2008, né perché non vanno in Cina, Giappone, i paesi arabi ricchi, la Russia sconfinata, ecc.), è crudo, senza paternalismi né conclusioni troppo facili dettate dal politicamente corretto. 
   
Fra ddd e skilled, Simone formatta tutti i luoghi comuni in materia, tipo quello che i migranti daranno fiato al calo demografico e ci pagheranno il welfare, come se non invecchiassero mai.
   
All’ultima pagina ti chiedi che futuro abbiamo se da qui se ne vanno i cervelli e arrivano, nella migliore delle ipotesi, operai generici. La risposta dovrebbe darla la politica, ma è troppo presa da propaganda e populismo (vedi di politici sul “Sea Watch 3”).
  
Procuratevelo, smetterete di credere alla sociologia da bar sport dei tg e dei giornali, e a chi parla di immigrazione frullando banalità e stereotipi, ma se chiedi loro: “E tu, come faresti?”, ti darebbero risposte inadeguate, dense di un universalismo (la Chiesa) che danneggia per primi proprio i migranti.

Paolo Ostorero presenta il nuovo romanzo ''Schiavi''

MILANO - Paolo Ostorero presenta “Schiavi”, un romanzo basato su una storia vera, quella di due ragazzi costretti a lasciare la loro terra, l’Africa, per inseguire il sogno di una condizione che possa essere chiamata vita, e cancellare un passato di miseria e disperazione. Felix partirà dal Camerun e Peter dal Sud Sudan, due paesi dalle diverse culture e in cui si parlano lingue differenti, e alla fine le loro rotte distanti ma parallele convergeranno nello stesso luogo, che potranno finalmente chiamare casa. Una storia dolorosa e commovente, scritta da un autore che spera che in futuro ci saranno sempre più ponti, e soprattutto meno muri.


TRAMA. Le storie di Felix e Peter somigliano a quelle di altri mille ragazzi: un’infanzia finita troppo presto, la violenza dentro e fuori la propria casa, il sogno di fuggire per costruirsi una nuova vita in un Paese migliore. Felix perde suo padre quando è ancora un bambino, Peter invece suo padre lo conosce quel poco che basta a temerlo: è un uomo duro e violento, incattivito dalla vita militare. Le loro esistenze non sono facili, non c’è spazio per i giochi, la scuola o le amicizie. La fame non fa sconti e l’unica soluzione è il lavoro, umiliante, faticoso e sottopagato. Per chi come loro nasce sotto i cieli infiniti dell’Africa, la vita sembra non possa essere migliore di così. Felix e Peter sognano l’Europa, quell’Europa dove si vive e si lavora onestamente, dove c’è sempre da mangiare, dove la parola “schiavo” si legge solo sui libri di storia. Senza conoscersi e senza saperlo, Felix e Peter iniziano il loro viaggio in parallelo, alla ricerca della vita che sognano; un viaggio fatto di città sconosciute, periferie immense, lavori umili e dolorose delusioni. Il costo della felicità è alto e bisogna rinunciare all’orgoglio, alla paura e persino all’amore. Ma quando non si possiede niente, i sogni diventano l’unico tesoro da difendere. Questa non è solo la storia di Felix e Peter. È la storia di chi lascia il proprio cuore in una casa vuota per intraprendere un viaggio spaventoso e necessario come solo la vita sa essere.

Paolo Ostorero è nato a Torino nel 1960. Da sempre impegnato nel volontariato, negli ultimi anni è venuto a contatto con diverse situazioni legate all’immigrazione, passando quindi dall’essere spettatore di quanto sta avvenendo all’essere coinvolto emotivamente. In particolare le vite di due ragazzi, uno proveniente dal Sud Sudan (Peter) e uno dal Camerun (Felix), lo hanno colpito così tanto da sentire la necessità di aiutarli. Questi due ragazzi africani ora fanno parte in vario modo della sua famiglia. Schiavi è il primo romanzo dell’autore, ed è il racconto della storia dei due giovani e, in parte, anche della sua. Tutto il guadagno dell’opera, dedotti i costi, verrà devoluto in beneficenza.

Libri: "La storia della Chiesa attraverso i papi" di Mons.Sante Montanaro


di LIVALCA - «[…] Mi sembra quindi giusto premettere che alcune manchevolezze formali, facilmente rilevabili, non possono essere attribuite a colpa dell’autore, che non ha fatto evidentemente in tempo a curare il suo scritto in tutti i consueti dettagli. A tal proposito, non darei eccessiva importanza all’assenza di alcune parti per così dire accessorie  ed esterne ( conclusioni ecc.), quanto piuttosto a certe discontinuità nella trattazione, come ad esempio la ripresa di argomenti già esaurientemente esposti o, al contrario, un accenno troppo sommario a questioni  che appaiono con piena evidenza meritevoli (nell’ottica della logica interna dell’analisi) di approfondimento e puntualizzazione»,  questo periodo è stato estrapolato dalla corretta, scrupolosa, equilibrata ( disposizione proporzionata e armoniosa delle varie parti  che compongono un tutto) premessa che il professore Pasquale Corsi ha redatto per la monumentale opera in due volumi con cofanetto « Dalla breccia di Porta Pia alla nuova immagine profetica del papato nel mondo globale: la storia della Chiesa attraverso i papi» (A.G.A.  editrice, 2011, Alberobello), pubblicata postuma dopo la scomparsa del suo autore Mons. Sante Montanaro. 

Ho conosciuto Mons. Montanaro nel 1993, quando venne a trovarci  facendo precedere  la visita da una telefonata di un amico di mio padre, e subito trovò una fraterna, solidale  intesa con il genitore. In quell’occasione fu accompagnato dal professore Vincenzo Camardella, che si disse interessato ad alcune nostre pubblicazioni, che fummo felici di donargli.  La visita verteva sul fatto che stava ultimando il materiale sulla storia di Casamassima che, pensate,  voleva pubblicare in un solo volume (Casamassima nella storia dei tempi è uscito in 4 volumi per complessive  4882 pagine !) : ci volle tutta l’esperienza, unita alla pacata abitudine a far emergere la ragione senza far apparire torto l’altra tesi, di mio padre a fargli comprendere che era necessario fosse affiancato da qualcuno  che esercitasse non solo un coordinamento editoriale, ma anche una verifica documentale  ( ruolo svolto per i primi due volumi dal Camardella sopra citato e dalla professoressa Lucia Anna Attolini).

Nei sei anni ( dal 1994 al 2000) in cui sono usciti i volumi abbiamo composto forse il doppio delle pagine, che puntualmente venivano alleggerite in sede di riscontro dell’opera : ecco il motivo per cui ho riportato all’inizio quella intelligente precisazione del professore Corsi.   Nonostante i cinque volumi pubblicati con noi, non siamo mai riusciti a convincere Mons. Montanaro ad inserire una presentazione o premessa ( per «Vescovi,badesse e Conti di Conversano a difesa del proprio potere» ho cercato fino alla fine di convincerlo ad inserire una dotta e qualificata introduzione già scritta ), per chi ha curato l’edizione dei ‘papi’  è stato più facile vincere la sua ostinata…’resistenza’.   

Montanaro aveva in cantiere il volume sulla storia della Chiesa attraverso i papi fin dal 1997, tanto è vero che una volta mentre parlava, con il priore di San Nicola dell’epoca, di Paolo VI  mi permisi far notare ad entrambi  che per l’elezione di Giovanni Battista Montini il cardinale di Genova, Giuseppe  Siri, non era stato mai direttamente in corsa nel conclave : la disputa era fra Antoniutti, Lercaro e il futuro Paolo VI. ( Chiaramente ora ho dato una spiegazione semplicistica, ma all’epoca stupii gli interlocutori per le notizie di cui disponevo).

Io avevo seguito l’elezione del papa, che veniva dalla Diocesi di  Brescia, per il giornale « IL MERIDIONALE», la prestigiosa testata del’avvocato Alberto Margherita, per cui  qualcosa ricordavo.  Da quel momento le mie quotazioni con Montanaro crebbero, mentre con san Nicola erano, sono e saranno sempre alte : Montanaro mi ha raccontato tante cose ‘originali’ sulle varie elezioni dei papi, che dovrò controllare se sono riportate nei  suoi libri o erano ‘confidenze’ fra operatori del… settore.  

I due libri pubblicati da A.G.A. sono notevoli per impegno editoriale e per moltitudine di notizie messe insieme dall’autore, la cui passione per la ricerca era a tutti nota, ma a volte tanto slancio  lo portava a sottovalutare l’aiuto dei tanti volontari che cercavano di essergli utili, pur non essendo legati a lui da parentela,  su tutti l’ing. Leonardo Verna. 

Personalmente ritengo di aver aiutato Mons.  Montanaro a realizzare i suoi  sogni, non solo editoriali, mettendogli a disposizione un ventaglio di amicizie che hanno contribuito a dare risonanza nazionale e internazionale alle sue pubblicazioni. Lui diceva sempre per ‘bastonarmi’« don Mario  mi avrebbe accontentato», però è anche vero che l’ultima volta che ci siamo visti, presente il nipote dr. Pasquale Moramarco  ( quello che lo chiamava zio Santino), mi ha abbracciato due volte e mi ha regalato un « sei degno di tuo padre», che mi porterò fino alla fine come il suo dono più prezioso.

Ciò non toglie che quando lo raggiungerò e lo troverò in compagnia di Antonio Rossano, Vito Maurogiovanni, Michele Campione, Vito Lozito, Pasquale Sorrenti, Tommaso Pedio,  e altri che al momento mi sfuggono, qualche puntualizzazione dovrò farla,  per rispetto delle persone citate che lui ha conosciuto nella sede di Levante. Caro Monsignore   Gianni ti ha sempre raccontato la verità, anche quando era scomoda, cosa che qui sulla terra è soggetta a cambiamenti non di opinione - siamo rimasti in pochi ad averne - ma di clima…

Ti innamorasti di una nostra edizione dedicata al pittore Carlo Fusca e subito te lo feci conoscere : i suoi enormi dipinti ti affascinavano e più volte ti ho portato in quello studio, gli parlasti anche dei papi e Carlo ti disse : « …per Gianni faccio tutto…».  Le cose sono andate come il mondo spesso, per fortuna non sempre, procede e Gianni, che di cognome fa sempre Cavalli, all’amico Fusca ha fatto istoriare la ristampa anastatica de «La terra di Bari» presentata all’Esposizione Universale di Parigi del 1900 come giusto  ‘cadeau’.

A te piaceva quella mia frase ‘stupidotta’ ( tuo il termine )…’un milione di bugie non possono annullare una verità’, ma  ti anticipo che è stata leggermente modificata, per cui sarai il primo a sentirla appena arrivo… intanto giù, nell’attesa,  farò tesoro del tuo ‘meno parli, meglio stai’.

Concludo queste brevi note con l’inciso con cui Pasquale Corsi, per l’occasione papa a tutti gli effetti, ha concluso la sua prodiga premessa : « […] Quali che siano dunque i voleri del mondo e di tutti i suoi innumerevoli servi sciocchi, la Chiesa ed il papa che ne è la guida non hanno mai nulla da temere, perché nella fedeltà al  Vangelo è la forza mite ed invincibile».  Penso che  Corsi sia stato grandioso in questo finale, al pari di quel fantastico artista che corrisponde al nome di Tony Prayer, i cui acrilici,  di cui i volumi sono colmi,  ci confermano che quando la bellezza è frutto di studio, lavoro, professionalità  ed eleganza… è ancora più bella.

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