Barletta, Don Vito Carpentiere (intervista): «In Uganda per 5 anni, porterò con me il sorriso di tutti»

di Nicola Ricchitelli - Ho conosciuto don Vito Carpentiere all’eta di cinque anni un pomeriggio di giugno - era il periodo delle notti magiche di “Italia 90”. Schillaci aveva da poco iniziato a far sognare una nazione intera - nei giardini della parrocchia Spirito Santo durante un oratorio estivo, erano gli anni dove don Michele Seccia – oggi monsignore – si vestiva da messicano alle feste di carnevale e da Babbo Natale durante il periodo natalizio e se andava in giro per le aule dell’asilo a regalare panettoni in formato mini a noi bambini. All’epoca era un giovane seminarista con ancora i capelli sulla testa, ma quello, il sorriso, non lo ha mai perso.

Forse è il suo inconsapevole talento più grande trasformare ordinari momenti in momenti indimenticabili – il falò alla vigilia dell’immacolata è oramai appuntamento da non mancare - così come inconsapevolmente sa essere protagonista di ogni singolo momento che sia la celebrazione di una messa, la celebrazione di un matrimonio o il battesimo del proprio figlio o figlia.

In tanti attraverso frasi e foto stanno ricordando gli anni passati da don Vito qui nella parrocchia di San Nicola: questo può dirsi il suo merito più grande, vivere assieme ai suoi fedeli ogni singolo momento della loro vita.

Un viaggio nel nome di Padre Raffaele Di Bari – missionario barlettano deceduto a Pajule in Uganda il 1 ottobre 2000, vittima di una imboscata posta in atto dai ribelli dell’Esercito della Salvezza del Signore (L.R.A.) che, dopo averlo ucciso, diedero fuoco alla macchina sulla quale viaggiava – avvenuto lo scorso anno, nasce forse da quell’esperienza la decisione di don Vito Carpentiere di rivivere quei giorni in maniera più intensa nelle terre dell’Uganda: «…il viaggio è stato decisivo in senso sconvolgente, ossia perché ha lasciato in me un fuoco che è cresciuto pian pianino…».

Per qualcuno è un amico prima di un sacerdote: «E' un dispiacere enorme non poter incontrare un omaccione così in giro, col suo sorriso che ti disarma e ti mette al muro, e poterlo sfottere chiamandolo Don Vito Corleone, l''acchiappatore' di uomini tristi per conto di Dio che sa renderli di nuovo vivi». Ed ancora: «E' da quando eravamo piccoli che non smetti mai di stupirmi... sei un grande uomo… un grande sacerdote ma soprattutto un grande amico...».


Arrivederci don Vito e LacioDrom.
D: Dunque don Vito, vogliamo dare ufficialità alle tante voci che da qualche giorno si rincorrono in città… R:«Finalmente sì, è possibile farlo. Venerdì 20 giugno l’Arcivescovo ha annunciato al presbiterio diocesano la volontà di aprire una missione diocesana in Uganda, inviando due sacerdoti, io e don Domenico Savio Pierro. Anche se il tutto era trapelato dal 15 giugno, giorno di San Vito, in cui l’Arcivescovo al termine della messa vespertina è venuto in parrocchia ed ha annunciato che io avrei cominciato a settembre il cammino di formazione in preparazione alla missione. E questo perché io stesso avevo chiesto all’Arcivescovo di essere lui a dare l’annuncio ufficiale, perché non è un fatto personale ma ecclesiale e perché era giusto che i miei parrocchiani lo sapessero prima degli altri e direttamente da lui».

D: Cosa ti aspetti da questa esperienza e quali i motivi di questa scelta?
R:«Piuttosto direi “cosa Dio si aspetta da me” per avermi così positivamente stravolto l’esistenza e il ministero… so che Lui è esigente ma che al tempo stesso non abbandona chi a Lui si affida con tutto se stesso. E questo è il mio atteggiamento di fronte a questa nuova e inaspettata chiamata: occorre verificarsi continuamente e chiedersi: sto facendo la volontà di Dio?
I motivi della scelta? Tanti! Un piccolo seme che viene deposto nella vita tanti anni prima, tante situazioni ed esperienze vissute, la morte di Padre Raffaele, il viaggio dell’anno scorso in Uganda… e poi soprattutto perché il Vescovo me lo ha chiesto; mi sono interrogato profondamente, a lungo, nella preghiera e nel silenzio ed ho risposto. Non è stato così semplice, anche perché il mio primo “sì” è stato un “no”, che dopo alcuni giorni si è dissolto ed ha lasciato posto ad un “sì” che mentre prendeva sempre più corpo mi dava serenità».

D: Quanto tempo durerà questa esperienza? R:«Anzitutto dobbiamo prepararci; a settembre io e don Domenico partiremo per sei settimane a Verona dove, presso il CUM (Centro di cooperazione missionaria della Conferenza Episcopale Italiana che prepara i sacerdoti “fideidonum”, ossia quelli che passeranno alcuni anni in territori di missione), quindi un paio di mesi in Inghilterra per la lingua (l’Uganda era colonia inglese), poi da gennaio a marzo in Uganda per la lingua Acholi e un primo approccio. Ultimate le necessità burocratiche partiremo, penso, almeno per cinque anni».

D: Una scelta presa in quei giorni già vissuti in quelle terre lo scorso anno o maturata in questi ultimi mesi? R:«Come già dicevo nella risposta a una domanda di sopra, il viaggio è stato decisivo in senso sconvolgente, ossia perché ha lasciato in me un fuoco che è cresciuto pian pianino. Poi ho cominciato a fare discernimento. Io, che faccio del discernimento un mio cavallo di battaglia per l’accompagnamento spirituale degli altri, ho iniziato a riflettere e verificarmi sui pensieri e sui sentimenti che mi hanno costantemente accompagnato. Quindi gli ultimi sette mesi sono stati importantissimi per la decisione che ho vissuto fino in fondo come risposta ad una chiamata».

D: Paure e timori che ti porterai su quell’aereo e quali le certezze? R:«Le paure e i timori lasciano il campo alla fede e alla fiducia in ciò che il Signore ci sta chiedendo! Veramente in questo periodo sto guardando con grande fiducia in avanti! Le certezze vengono soprattutto dal fatto di sapere che non vado da solo, né tantomeno a titolo personale, ma sostenuto dall’affetto di molti, insieme con don Domenico andiamo a Pajule a continuare l’opera di padre Raffaele nell’evangelizzazione e nella promozione di quelle persone che incontreremo».
D: Tanti i messaggi di affetto ricevuto in questi giorni, ti aspettavi tutto questo? R:«Tanti??? Tantissimi!!! Sono letteralmente rimasto senza parole e… senza voce! Oltre ogni mia aspettativa. Specialmente quando mi si ricorda un avvenimento o delle parole che io ho rivolto e che hanno aiutato a crescere».

D: Cosa lascia don Vito alla comunità parrocchiale di San Nicola e cosa essa ti ha lasciato dopo tutti questi anni?
R:«Lascio alla parrocchia un ultimo compito gravoso: l’apertura del cuore a della mente alla missione che comincia qui ed ora. La comunità mi ha dato tanto, tantissimo. Dopo ben 17 anni di presenza e di servizio penso proprio di aver ricevuto ciò che ora sono, anche per quel che riguarda la mia scelta! Affetto, vicinanza, collaborazione, lacrime. Porto con me il sorriso di tutti che mai cancellerò dal cuore! E lascio un ultimo compito: accogliere il nuovo pastore e collaborare con lui nel cammino che mai finisce!».