OPINIONI | Xylella: via chimica e piante tropicali
di Francesco Greco - Alla fine il commissario straordinario anti-xylella è arrivato. Lo descrivono come persona dabbene, intellettualmente onesto. Buon punto di partenza per aprire una fase nuova sul tema xylella fastidiosa, ben sapendo che “la situazione è grave”. Però si comincia male. All’italiana, si vuole capovolgere la realtà e colpevolizzare gli ulivicoltori, che sono le vittime, non i responsabili della tragedia. Minacciare sanzioni a cavolo confonde le acque e le idee. Il conto si deve presentare ai responsabili, se ce ne sono e una volta individuati, senza caccia all’untore né alle streghe, non a chi da una vita suda con fatica e con passione sotto i suoi ulivi per fare il prodotto d’eccellenza che il mondo chiede e apprezza sempre di più.
Non è infatti lo stato di salute (la pulizia) degli uliveti che favorisce la propagazione del micidiale batterio killer. Basta guardarsi intorno: ce ne sono di puliti come prati inglesi, ben tenuti e ben curati, eppure il processo di disseccamento rapido è presente anche in quegli appezzamenti. Ci sarebbe da chiedersi come mai il fenomeno è presente nel Salento e non, mettiamo, nel Barese. Ma il discorso ci porterebbe troppo lontano.
Allora occorre dirsi la verità: ci sono altri interessi forti in campo e non si può ficcare la netta nella sabbia facendo finta che non esistono. Cerchiamo, pertanto, di non farci accecare dal pregiudizio e dai luoghi comuni e di non correre dietro alle favole e alle leggende metropolitane. Nel Seicento il Salento era il primo produttore mondiale di olio. A Gallipoli c’erano i rappresentanti di tutti gli Stati Europei che trattavano il prodotto e si batteva il prezzo dell’olio. L’Illuminismo è stato acceso dal nostro olio. Parigi, Londra, Berlino.
Eppure a quel tempo non c’erano né chimica né piante tropicali nei dintorni. E già: perché gli unici due elementi inediti nel paesaggio oggi sono proprio la chimica scriteriata e le piante estranee al nostro territorio, al paesaggio, messe a cavolo ovunque. Chimici aggressiva che muta geneticamente la terra, la flora e il dna umano e piante tropicali a gogò, forse infette: ecco due elementi che dovrebbero essere centrali ma su cui invece stranamente il dibattito è lacunoso, anzi, omertoso.
Invece di puntare all’eradicazione degli ulivi malati, che si possono benissimo curare come curiamo l’uomo, come ogni malattia, perché non eradichiamo, trituriamo e bruciamo tutte le piante tropicali nei giardini, le aiuole pubbliche e anche quelle presenti nei vivai? I 13 milioni stanziati siano utilizzati come indennizzo ai vivaisti. E se ne stanzino altri per la ricerca, perché il calvario sarà ancora lungo e i costi economici oggi inimmaginabili. I fondi? Dai vitalizi d’oro e i tfr di platino dei consiglieri regionali (se pensiamo che Rocco Palese si è portato a casa un miliardo delle vecchie lire…).
E anche i trattamenti chimici negli uliveti devono essere monitorati, fatti con razionalità e moderazione, e sempre alla presenza di personale altamente specializzato: basta do-it-yourself. Basta anarchia, basta apprendisti stregoni e basta vendita selvaggia di prodotti chimici al banco a cani e porci che spesso non li sanno usare. Via dunque a una campagna di “buone pratiche”. Via le piante tropicali e la flora estranea, dal paesaggio e dai vivai, e alt all’aggressività chimica. Magari i nostri “nonni” ulivi, che pazienti e generosi, sono lì da secoli, a donarci l’olio per i cibi e il corpo e a scaldarci con la legna, guariranno da soli…
Non è infatti lo stato di salute (la pulizia) degli uliveti che favorisce la propagazione del micidiale batterio killer. Basta guardarsi intorno: ce ne sono di puliti come prati inglesi, ben tenuti e ben curati, eppure il processo di disseccamento rapido è presente anche in quegli appezzamenti. Ci sarebbe da chiedersi come mai il fenomeno è presente nel Salento e non, mettiamo, nel Barese. Ma il discorso ci porterebbe troppo lontano.
Allora occorre dirsi la verità: ci sono altri interessi forti in campo e non si può ficcare la netta nella sabbia facendo finta che non esistono. Cerchiamo, pertanto, di non farci accecare dal pregiudizio e dai luoghi comuni e di non correre dietro alle favole e alle leggende metropolitane. Nel Seicento il Salento era il primo produttore mondiale di olio. A Gallipoli c’erano i rappresentanti di tutti gli Stati Europei che trattavano il prodotto e si batteva il prezzo dell’olio. L’Illuminismo è stato acceso dal nostro olio. Parigi, Londra, Berlino.
Eppure a quel tempo non c’erano né chimica né piante tropicali nei dintorni. E già: perché gli unici due elementi inediti nel paesaggio oggi sono proprio la chimica scriteriata e le piante estranee al nostro territorio, al paesaggio, messe a cavolo ovunque. Chimici aggressiva che muta geneticamente la terra, la flora e il dna umano e piante tropicali a gogò, forse infette: ecco due elementi che dovrebbero essere centrali ma su cui invece stranamente il dibattito è lacunoso, anzi, omertoso.
Invece di puntare all’eradicazione degli ulivi malati, che si possono benissimo curare come curiamo l’uomo, come ogni malattia, perché non eradichiamo, trituriamo e bruciamo tutte le piante tropicali nei giardini, le aiuole pubbliche e anche quelle presenti nei vivai? I 13 milioni stanziati siano utilizzati come indennizzo ai vivaisti. E se ne stanzino altri per la ricerca, perché il calvario sarà ancora lungo e i costi economici oggi inimmaginabili. I fondi? Dai vitalizi d’oro e i tfr di platino dei consiglieri regionali (se pensiamo che Rocco Palese si è portato a casa un miliardo delle vecchie lire…).
E anche i trattamenti chimici negli uliveti devono essere monitorati, fatti con razionalità e moderazione, e sempre alla presenza di personale altamente specializzato: basta do-it-yourself. Basta anarchia, basta apprendisti stregoni e basta vendita selvaggia di prodotti chimici al banco a cani e porci che spesso non li sanno usare. Via dunque a una campagna di “buone pratiche”. Via le piante tropicali e la flora estranea, dal paesaggio e dai vivai, e alt all’aggressività chimica. Magari i nostri “nonni” ulivi, che pazienti e generosi, sono lì da secoli, a donarci l’olio per i cibi e il corpo e a scaldarci con la legna, guariranno da soli…
