Don Vito Carpentiere (intervista): «Sogno una festa patronale che arrivi nelle periferie oltre i confini della ferrovia»

di Nicola Ricchitelli – Meno di 48 ore e Barletta festeggerà San Ruggero vescovo e la Madonna dello Sterpeto, un evento quello della festa patronale che da qualche anno divide la città anziché unirla: «Dovrebbe essere un momento in cui trasferire, mostrare quella che è la devozione nei confronti dei Santi Patroni… dovrebbe essere e rappresentare un momento di aggregazione, un momento per far festa insieme, un momento per ritrovarsi e ritrovare quelle che sono le proprie radici ma come oramai accade da tanti anni diventa per lo più un momento di disgregazione».

Chiara e netta la posizione di don Vito Carpentiere, sicuramente uno dei volti più amati della nostra città e che in merito a quello che dovrebbe essere il momento più importante per Barletta sembra avere le idee ben chiare: «Personalmente, da anni, sto sostenendo una battaglia persa nel senso che mi piacerebbe che la festa patronale cittadina arrivi a coinvolgere tutta la città, e non, con rispetto parlando, il solo quadratino che è il nostro centro storico. Quindi bisognerebbe pensare a dei momenti dislocati in tutti i punti della città che oramai è estesissima».

D: Don Vito, cosa rappresenta per la città di Barletta ai giorni nostri un evento come quello della Festa patronale, sia in termini religiosi e quindi dal punto di vista sociale?
R:«Dal punto di vista religioso la festa patronale rappresenta di per sé un momento in cui la popolazione unita al clero e alle autorità civili dovrebbe esprimere un momento di comunione e quindi un momento di incontro. Nello specifico, dovrebbe essere un momento in cui trasferire, mostrare quella che è la devozione nei confronti dei Santi Patroni, verso coloro che accompagnano e guidano il nostro cammino da oramai diversi secoli. Da un punto di vista prettamente civile, la festa patronale dovrebbe essere e rappresentare un momento di aggregazione, un momento per far festa insieme, un momento per ritrovarsi e ritrovare quelle che sono le proprie radici ma come oramai accade da tanti anni diventa per lo più un momento di disgregazione».

D: Dal tuo punto di vista perchè e come si è arrivati a percepire e quindi vivere un momento come quello della festa dei Santi Patroni come un occasione di fuga?
R:«Diciamo che il tempo per la Madonna i barlettani lo dedicano maggiormente durante i giorni del mese di maggio. Poi bisogna dire che in questi anni quel carattere un po’ troppo mondano che ha assunto la festa patronale portando con sé tutta una serie di problematiche quale caos, traffico e problemi di spostamenti all’interno della città crea affaticamento anziché essere un momento per ritemprarsi, quindi ahimè non sono pochi coloro che preferiscono abbandonare la città per scappare verso altre mete. Però secondo me la cosa diventa abbastanza ridicola se si pensa che queste situazioni di disagio che vanno a crearsi durante i giorni della festa sono le stesse che si ritrovano nei posti dove si rifugge. Personalmente è una cosa che faccio fatica a capire, poi, diciamo pure che l’uomo contemporaneo sembra quasi diventato geloso delle gioie altrui, quindi preferisce crearsi delle gioie per conto proprio. Insomma, quella di passare la festa patronale fuori città è diventata una moda. Fino a pochi anni fa questo era un fenomeno di nicchia, lo faceva chi economicamente stava meglio e quindi ci si prendeva questo lusso e nello stesso tempo la festa per tanti anni ha continuato a conservare quella dimensione popolare, adesso invece è diventato quasi uno status symbol».

D: In che maniera i vari soggetti preposti alla macchina organizzativa della festa potrebbero contribuire a renderla più interessante?
R:«Personalmente da anni sto sostenendo una battaglia persa nel senso che mi piacerebbe che la festa patronale cittadina arrivi a coinvolgere tutta la città e non, con rispetto parlando, il solo quadratino che è il nostro centro storico. Quindi bisognerebbe pensare a dei momenti dislocati in tutti i punti della città che oramai è estesissima. Oggi la ferrovia divide la città esattamente in due parti, e dall’altra parte della città vi abita la maggior parte della popolazione che non viene intaccata minimamente da nessun evento ne religioso, purtroppo, e quindi folkloristico. Quindi non si viene a creare nessun momento di aggregazione, ecco, quindi io sottolineerei una dimensione che abbracci tutta la città e dare un po’ a tutti quel segno di importanza».

D: In tal senso portare il quadro all’ospedale nel mese di maggio può esser visto come un piccolo segnale di svolta in tal senso?
R:«Il mese di maggio viene vissuto non solo in cattedrale ma ben si in tutte le parrocchie con grande partecipazione. Ma nel resto dell’estate e in particolar modo nei giorni della festa patronale tutti coloro che abitano dall’altra parte della città non vengono totalmente considerati, come se la vita cittadina si svolgesse per tutto l’anno – anche se la cosa già accade - nel centro storico. Ancor di più così come si ribadiva nella domanda precedente mancano momenti che ci avvicinano in qualche modo alle periferie dove vive la nostra gente. Gesù Cristo era amante delle periferie, era lui che le raggiungeva, perché noi non potremmo farlo? Magari mettendo appunto delle iniziative che coinvolgano differentemente le stesse?».

D: E’ proprio una guerra persa immaginare tutto ciò o qualcosa davvero si può fare?
R:«Per me resta un sogno plausibile. Quando ci si renderà conto che chi abita nei quartieri nuovi della 167 che è diventata oramai una zona estesissima è un cittadino barlettano, un contribuente barlettano, e che forse ha tutto il diritto di ricevere qualche segno di attenzione sia dall’Amministrazione magari coinvolgendola in qualche evento dell’estate barlettana e sia da parte della chiesa cittadina, magari le cose potrebbero andare di pari passo. Purtroppo ad oggi non esiste nessun tavolo di concertazione cittadina che tenga presente questa città che oramai si è allargata a macchia d’olio».

D: Aldilà della devozione da parte del popolo barlettano, non pensi che manchi una vera e proprio valorizzazione culturale della storia della Madonna dello Sterpeto?
R:«E’ vero che dal punto di vista devozionale la devozione verso la Madonna dello Sterpeto è al top nei cuori dei barlettani, una devozione che tiene ma che a mio modesto parere addirittura aumenta di anno in anno. Di certo di pari passo con questo aspetto andrebbe sfruttato l’aspetto culturale. Basti pensare a don Gino Spadaro qualche anno fa, quando in occasione della festa patronale creava itinerari storici, artistici e culturali che valorizzavano un periodo storico di Barletta con le espressioni artistiche, culturali e storiche che rappresentavano appunto le varie epoche della nostra città».

D: Qual è il giusto spirito con un barlettano dovrebbe avvicinarsi e festeggiare i Santi Patroni? 
R:«Lo spirito con cui noi partecipiamo ad ogni festa, con lo spirito di condividere la propria gioia con la gioia degli altri. Non dimentichiamoci che mentre tanti barlettani scappano dalla città in occasione della festa, moltissimi barlettani che vivono fuori, tornano apposta nella propria città d’origine per ritrovare le proprie radici, le proprie origini, la propria storia, che poi significa ritrovare la propria identità. C’è un vecchio detto che dice che un popolo senza storia è un popolo senza futuro. Ritrovare la bellezza della festa patronale significa ritrovare le nostre radici, ritrovare la nostra identità e quindi migliorare il nostro futuro».