Miti: Storia di Rino Gaetano, poeta metropolitano

di FRANCESCO GRECO - “Sono come il Caravaggio, genio e perdizione!”. Morì solo, povero Rino. A 30 anni abbondanti. E si consegnò al mito. Era caro agli dèi, ma anche a tutti noi. Che a distanza di tanti anni ancora ascoltiamo “Gianna” con la stessa emozione di allora.
 
Una notte umida del giugno 1981 (l’8), a Roma, sulla Nomentana, a due passi da casa, con la Volvo cambiò carreggiata e sbattè su un furgone Fiat che portava verdura al Mercati Generali “sul sedile accanto al guidatore c’è rannicchiato un ragazzo in posizione fetale…”.

Fu lo stesso autista a soccorrerlo e a portarlo di ospedale in ospedale: non si trovò un letto libero. A Roma, mica a Latakia. Forse si sarebbe salvato. Malasanità. 
 
“L’antidivo controcorrente” (Marcello Fratoni, su “Il Tempo”), Salvatore Antonio Gaetano era arrivato con la famiglia da Crotone: la madre, la sorella maggiore Pina e il padre che aveva trovato lavoro come portiere in un palazzo a Montesacro. Dalla sua nuova casa nel seminterrato si vedevano i piedi dei passanti. Aveva studiato in seminario.
 
Stefano Micocci e Carlotta Ercolino ricostruiscono la breve ma intensa, innovativa e per certi aspetti rivoluzionaria parabola in “Rino Gaetano, un mito predestinato” (La favola del successo e della fine di Rino Gaetano e degli anni ‘70), Terre Sommerse, Roma 2017, pp. 410, euro 19,90 (deliziosa prefazione di Pasquale Panella).
 
Nella storia umana e artistica del cantautore “occhi buoni” (e nei suoi sei LP, due con la RCA) si trasfigurano gli ultimi, vividi bagliori del Novecento: la società, il costume, la musica, la sua produzione e diffusione: la famosa etichetta it, sulla Collina Fleming, che si intreccia a quella della RCA, la Ricordi, ecc. E nel racconto della sua storia complessa e tormentata, degli artisti prodotti (Venditti, De Gregori, Dalla, Zero, Mannoia, ecc.) si legge una società in movimento verso una mèta inconsapevole, una grande luce che l’avrebbe illuminata di gioia e di poesia. 
 
La valenza antropologica è quindi molto presente in un libro che offre anche un magnifico apparato fotografico. Che dall’Isola di Wright alla notte sulla Nomentana lascia intravedere un mondo più bello e ricco di quello attuale, misero, degradato, feticista, al tramonto di ogni nostra utopia, dove nessuno cerca più “un cielo sempre più blu”. Profetico il suo “Nunteregge più”.
 
Dice Stefano Micocci: “Rino Gaetano, morendo prematuramente, ha tirato giù una saracinesca sul decennio dei Settanta”. E’ l’allegoria della perdita dell’innocenza, di una stagione creativa, maieutica, politica, di cui il poeta fu l’involontario testimonial (e che le sue canzoni immortali hanno catturato) e che ancora sogniamo e forse senza saperlo cerchiamo. Non fosse altro che per non arrenderci alla banalità del male.   

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