Pasquale Soccio: raffinato autore del ‘Gargano segreto’

di GRAZIA STELLA ELIA - Sapevo della eccellente versatilità alla scrittura del professor Pasquale Soccio, sapevo della sua profonda passione per gli studi letterari e storici, ma leggere un suo libro, questo Gargano segreto (Mario Adda Editore), è un’altra cosa. Qui è l’anima dello scrittore raffinato, sensibile, poetico che emerge da ogni pagina, insieme alla dottrina e alla filosofia dell’uomo. Qui le descrizioni sono prose ricamate di poesia: una poesia ricca di storia, di letteratura, di mitologia, botanica, ornitologia, ecologia… 

I luoghi gli rubano l’anima e lui mette l’anima nel descriverli. I luoghi sono gemme che la sua penna magica rende più preziose; terra, cielo, mare, grotte, caverne, doline, declivi, campi, boschi si colorano d’incanto, producendo nel lettore emozioni forti e indimenticabili. I luoghi descritti si fanno visibili e persino la gente garganica appare viva e vera nella sua identità arcaica e fascinosa, colta di una cultura antica, poggiata su usi e tradizioni unici e speciali. 

Gli ulivi e i mandorli sono emblemi di bellezza paesaggistica che appaiono qua e là, a punteggiare di poetica fioritura il paesaggio che scorre dinanzi agli occhi del lettore in sequenze fotografiche. “Ulivi dalla pallida bellezza e mandorli che fioriscono come il miracolo di una preghiera vegetale” nelle zone aride e petrose, dove aleggia “La pallida santità degli ulivi e la grazia leggiadra dei mandorli in fiore” (pag. 42). 

I santuari hanno sempre dato e continuano a conferire al Gargano una profonda impronta di religiosità, capace di calamitare personaggi straordinari (Santi, pontefici, re…) e persone comuni di tutto il mondo. Col passare degli anni si è perduto il fascino degli antichi pellegrinaggi a piedi o sui carri, superati ormai dai rumorosi mezzi dell’attuale turismo religioso, che affolla e consuma. Comunque, tuttora “ha voce mistica la goccia che cade sul capo scoperto del pellegrino nella grotta dell’Angelo” (pag. 120). 

Allo scrittore bambino e ai suoi compagni sembrava “naturale che sulle mani di un frate fiorissero un giorno le stimmate”. E i riti? Sanno anch’essi di antico e di arcano, fortemente vissuti nell’ardore dei fuochi e dei cuori; riti raccontati con il vigore delle parole giuste, azzeccate quant’altre mai. 

Un figlio, Pasquale Soccio, incantato e affascinato dalla propria madre - terra, lieto di raccontarla al lettore con artistico piglio. La descrizione del pancotto è un vero capolavoro. Il pancotto sammarchese ha davvero “amore”. Un amore-sapore associato all’odore di una mamma: “Odore di pane e di madre: i primi doni della vita”. 

Da eccelso scrittore Pasquale Soccio offre pennellate preziose e veraci quando descrive il paesaggio del suo luogo natio, di cui sono parte integrante, caratterialmente e fisicamente, gli abitanti che lo vivono. Un Gargano che somiglia alla Grecia, specialmente quello raccontato a pagina 104, una delle tante pagine che si leggono in spirituale godimento e in poetica ammirazione. 

Un mondo che, in effetti, ha dell’olimpico, anche per la presenza di quell’albero di Minerva, che “spacca il sasso per donarti un frutto che è cibo e luce”. Persino nella parlata garganica, “nella sintassi libera e armoniosa”, è presente la Grecia e “nell’assiduo canto di donne non viste, felici di esprimersi e sicure ‘in chiuso ricetto’, si ascolta “il richiamo delle sirene”. “In una vaga azzurrità, tra mare e cielo, (la montagna, ‘materna montagna’) rimane sospesa, come un’iridescente bolla che al tocco svanirebbe d’incanto”. (pag. 116) 

Quanta ricchezza di scrittura! Una prosa descrittiva che gronda di fresca rugiada. Quasi mi rattrista l’idea che non vi sono più pagine da leggere. Le rileggerò tutte, per cogliere qualche perla che può essermi sfuggita. Grazie, infinitamente grazie, prof. Soccio, insigne scrittore con nella mente e nel cuore tanta poesia! In questo libro, con anticipo e con fermezza, suona il richiamo ecologico: “L’irrequieto uomo del cemento abbatte, divora, consuma e si consuma”. 

E non poteva che concludersi, questo libro, con il pensiero alla povertà di San Francesco e con l’immagine di un fiore: “Basta poco, e che poi è tutto; perché per un cuore disincantato non c’è nulla di meglio che una rosa di Stignano”. Mi pare opportuno chiudere queste note con le parole sempre attuali della scrittrice Iris Origo, dall’autore usate per introdurre il lettore alle pagine del suo lavoro d’amore per il Gargano, sua “zolla vivente e vagante”: In un’epoca di consumismi di massa, la bellezza fragilissima del paesaggio ha bisogno di segretezza per sopravvivere. 

L’impressione è che tra i lavori letterari di descrizioni paesaggistiche ed umane sia difficile trovarne uno che regga al confronto con questo lungo inno al Gargano e alla Puglia, “come Venere nata dal mare”. Dovrebbe pertanto, questo libro, essere usato nelle scuole quale importante modello di scrittura per i giovani, perché superino finalmente il contagio dei ‘messaggini’ telematici, quasi sempre schematici e privi di umano calore.

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