Andrea Dianetti (intervista): «Il mio spettacolo “Non ci pensare”? Porto in scena le paure per smontarle… ridimensionarle e riderci sopra»
NICOLA RICCHITELLI – Al teatro “Metamorfosi” di Rutigliano arriva il prossimo 28 marzo, ore 21, uno dei talenti più eclettici del panorama nazionale con il suo spettacolo “Non ci pensare”: Andrea Dianetti.
Dalle prime esperienze con Giorgio Albertazzi alla ribalta televisiva di Amici, fino ai successi più recenti a Tale e Quale Show e alla conduzione di programmi di punta come lo Zecchino d’Oro e Miss Italia, la carriera di Dianetti è un raro esempio di versatilità. Oggi l’artista romano approda in Puglia con Non ci pensare, un monologo comico scritto a sei mani con Graziano Cutrona e Marco Los, e prodotto da Paolo Ruffini.
Lo spettacolo non è solo una sequenza di gag, ma un viaggio catartico tra le ansie della nostra epoca: dalla paura del giudizio ai timori legati alla carriera e alla vita privata. Parafrasando Stephen King, Dianetti trasforma i “mostri” quotidiani in una risata collettiva, offrendo al pubblico un invito alla leggerezza e all’autenticità.
Il titolo suggerisce un paradosso: più ci dicono di “non pensarci”, più rimaniamo bloccati sui nostri pensieri. Qual è la tua fobia o ansia più assurda che metti a nudo nello show?
R: «Ce ne sono diverse, sono un po’ un collezionista di ansie (ride). Una delle più assurde è quella di dire la cosa sbagliata nel momento sbagliato… che è esattamente quello che poi racconto sul palco. È un meccanismo paradossale: più cerchi di controllarti, più perdi il controllo. Portare queste paure in scena è stato un modo per smontarle, ridimensionarle e anche riderci sopra. E soprattutto per far capire che non siamo così soli nei nostri pensieri».
Con il tour Non ci pensare hai portato sul palco un tema delicatissimo. Com’è stato trasformare una vulnerabilità personale in uno spettacolo che fa ridere e riflettere?
R: «All’inizio è stato complicato, perché esporsi davvero fa paura. Non è come recitare un personaggio: lì sei tu, con le tue insicurezze. Però ho capito che proprio in quella vulnerabilità c’era la chiave. Quando racconti qualcosa di vero, il pubblico lo percepisce subito. E succede una cosa bellissima: si crea una connessione autentica. Ridere di qualcosa che ti faceva soffrire è quasi terapeutico, sia per me che per chi ascolta».
Lo show, tra le altre cose, parla di consigli non richiesti. Qual è il consiglio più assurdo o inutile che ti hanno mai dato all’inizio della carriera?
R: «Me ne hanno dati tanti, ma uno in particolare mi è rimasto: “Devi essere meno te stesso.” È un consiglio che all’inizio può anche spiazzarti, perché pensi di doverti adattare. Poi però capisci che è esattamente il contrario: le persone si accorgono subito se stai forzando qualcosa. La cosa più difficile è proprio essere autentici, ma è anche quella che nel tempo ti premia di più».
Hai dimostrato di saper fare tutto (recitare, cantare, condurre). È stato difficile scrollarsi di dosso l’etichetta di “ex concorrente” per farsi dare del “lei” dal settore?
R: «Mi prendo questo complimento solo perché me lo stai dicendo tu, non mi prendo questa responsabilità (ride). L’etichetta è una cosa comoda per chi guarda da fuori, perché semplifica. Però tu dentro sai che sei molto di più. Non c’è un momento preciso in cui “ti danno del lei”: è qualcosa che costruisci nel tempo, progetto dopo progetto. Devi avere pazienza e continuare a lavorare, anche quando sembra che nessuno se ne accorga. Poi a un certo punto cambia la percezione».
Hai fatto quasi tutto: recitazione, conduzione, libri, doppiaggio. Cosa manca nella lista per dire “Ok, ora sono davvero completo?”
R: «Secondo me non ci si sente mai davvero “completi”. E forse è giusto così. Il giorno in cui pensi di esserlo, rischi di fermarti. Io ho ancora tantissime cose che mi incuriosiscono e che vorrei provare. Mi piace l’idea di restare sempre in movimento, anche un po’ incompleto, perché è lì che succedono le cose più interessanti».
Dopo Miss Italia e lo Zecchino d’Oro, c’è un programma storico della TV italiana che ti piacerebbe “restaurare” e condurre a modo tuo?
R: «Mi piacerebbe prendere un format storico e renderlo più vicino al linguaggio di oggi, senza snaturarlo. Uno di quelli che ti permette di mescolare intrattenimento e racconto. Non dico quale… ma ci penso spesso!».
A distanza di quasi vent’anni, ti senti più “quello di Amici” o senti che il pubblico ti riconosca finalmente per il percorso autonomo che hai costruito?
R: «Amici è stato un punto di partenza importantissimo e non lo rinnegherò mai. Però oggi sento che chi mi segue lo fa per quello che sono diventato nel tempo, per il percorso che ho costruito passo dopo passo. E questa è la soddisfazione più grande: non essere più solo “quello di…”, ma essere riconosciuto semplicemente come Andrea, con tutto quello che ho fatto dopo».

