Nek (intervista): «Essere ancora qui dopo tanto tempo, a “dare e ricevere”, non ha prezzo»


NICOLA RICCHITELLI -
L’attesa sta per finire. Domenica 22 marzo, il Palatour di Bitritto si trasformerà nel cuore pulsante del pop-rock italiano. Nek, l’artista che con i suoi occhi azzurri e la sua energia ha segnato gli ultimi trent’anni di musica, approda in Puglia con il suo "Hits - European Tour 2026". Non è solo un concerto: è un ritorno alle radici di un rapporto speciale, quello con il pubblico pugliese, che lo ha sempre accolto con un calore fuori dal comune. Ma cosa dobbiamo aspettarci davvero da questa data?

Abbiamo incontrato Filippo Neviani a pochi giorni dalla data barese. Quella che leggerete è un’intervista dove l’artista si è messo a nudo, raccontando l’emozione di portare sul palco una scaletta che è, di fatto, la colonna sonora di intere generazioni.

Il tour si chiama "NEK HITS". Qual è l'emozione nel vedere che canzoni scritte venti o trent’anni fa hanno ancora lo stesso impatto magnetico sul pubblico di oggi?
R: «È l’emozione più grande, la cosa più bella che può succedere nella vita di un artista, sapere che canzoni scritte 30 anni fa ancora sono nel cuore della gente. Essere ancora qui, dopo tanto tempo, a “dare e ricevere”, non ha prezzo».

Ti esibirai al Palatour di Bitritto, alle porte di Bari. Che rapporto hai con il pubblico pugliese? C’è un ricordo particolare che ti lega a questa terra?
R: «Amo la Puglia, ci ho suonato tanto, e ogni volta ci torno più che volentieri. Un paio di estati fa ero in tour con Francesco (Renga), era estate, avevamo qualche giorno libero e anziché tornarcene a casa abbiamo deciso di far venire giù le nostre famiglie e fare i turisti. Stavamo in una bellissima masseria vicino a Ostuni, sono state giornate bellissime, che ricordo con grande gioia!».

Guardando Filippo negli anni ’90 e il Nek di oggi, qual è la lezione più importante che hai imparato sulla musica e sulla gestione del successo?
R: «Di lezioni ne impari tutti i giorni, certo è vero che chi ha iniziato a fare musica (inteso come “mestiere”) trent’anni fa si è trovato a dover affrontare delle vere e proprie rivoluzioni. Che non sempre ti trovano preparato, anzi. La lezione più importante che ho imparato in questi anni è quella della “coerenza”. Essere sé stessi, come uomo e come musicista, evitare di correre dietro a cose che non sono le nostre, di seguire le mode del momento e di ricorrere a frustranti compromessi. Crescere ed evolversi continuando ad essere onesti con sé stessi e con il proprio pubblico, paga sempre».

Questo è un tour europeo. Come cambia, se cambia, il modo in cui il pubblico internazionale percepisce la tua musica rispetto a quello italiano?
R: «Capita di suonare in città dove di artisti italiani ne passano davvero pochi. Agli italiani che vengono a vederti all’estero regali per una sera l’emozione di essere a casa, e questa emozione ti torna indietro tutta. Il pubblico locale è invece un pubblico che deve veramente apprezzarti se è arrivato in qualche modo a conoscerti, ad ascoltarti e seguirti, e anche questa è una bellissima cosa».

C’è un brano che, nonostante le centinaia di esecuzioni, ti regala ancora una vibrazione diversa ogni volta che attacchi il primo accordo?
R: «Onestamente, non sono uno di quelli che si stanca a cantare le vecchie hit. Anzi. Sono quelli dove il pubblico risponde per ovvie ragioni meglio, e ti devo dire che non ce n’è uno al quale sono affezionato più di altri. Sono ancora molto affezionato a “Laura”, mi piace cantarla con la gente. Se proprio devo darti un altro titolo ti dico “Fatti avanti amore”».

Spesso hai parlato dell'importanza dei valori e della famiglia. In un mondo che corre velocissimo, come riesci a mantenere il tuo equilibrio interiore tra una data e l’altra?
R: «Faccio il lavoro più bello del mondo, quello che sognavo da bambino. E questo aiuta già tanto. Per quanto il calendario di un tour possa essere fitto, io cerco sempre di rientrare a casa dopo gli show, o la mattina successiva. E, compatibilmente con gli orari e gli impegni scolastici di mia figlia, succede spesso che siano loro ad accompagnarmi. Non posso davvero lamentarmi, o vivere il tour come un qualcosa che possa minare il mio equilibrio o quello della mia famiglia».

Oggi la musica passa molto dai social e dai trend veloci. Tu che sei un "artigiano" del pop-rock, come vivi questa trasformazione dell’industria discografica?
R: «Come ho detto prima, continuando a fare il mio, nel modo più coerente che posso. Non esco con un mio brano inedito da anni, e non lo farò fino a quando non sarò pronto a farlo. Se dovessi adattarmi alla trasformazione di cui parli, probabilmente mi sarei trovato a dover smettere di fare questo mestiere già diverso tempo fa».

Dopo questo viaggio tra i tuoi successi, c’è un genere o una collaborazione "insolita" che ti piacerebbe ancora sperimentare?
R: «Sono di base una persona curiosa, a cui piace sperimentare. Un genere in cui mi piacerebbe prima o poi cimentarmi è lo swing, e non è detto che prima o poi non lo faccia!».