Informazioni di paese. Tra luci e ombre, il cammino rimane in salita
ACHILLE GERACE.
I Parte
Informazione. Un tema sempre caldo in Italia, e per ragioni che hanno una validità di essere negli stretti legami con il potere politico, con i suoi vari fiati sempre in violenta concorrenza, oppure nei collegamenti con i grandi poteri finanziari, capaci di intessere trame fatali e comunioni fondali d’intenti che hanno lo scopo di creare o inibire influenze, portare a decisioni di visione o di fede che riportino a determinati confini, o, infine, di coprire date strategie votate all’interesse particolare.
Quando, però, la dimensione è quella di paesi, fisicamente e mentalmente, per giunta del Mezzogiorno d’Italia, ancora oggi tra le aree più depresse, disagiate e arretrate dell’Europa occidentale, ogni ambizione e ogni energia, giornalisticamente intese, debbono fare i conti con la naturale ristrettezza degli orizzonti culturali a disposizione, con la tradizionale rarità delle opportunità, con la scarsa saldezza morale riconoscibile tra l’abbondanza degli istinti e la comprensibile arsura dei serbatoi dell’umana coscienza. In termini più bradi, col tipico deserto da traversare senza sgualcire il manto della sua sabbia, quegli infiniti granelli che fanno massa per un unico, irreversibile, trascinante destino.
Ora, rese ad onore le dovute e amabili eccezioni, e con l’intendimento di portare appena un esempio, una prima domanda che affiora basalmente e che tiene a che fare con la nanitudine di spirito delle realtà paesane, magari potrebbe essere: qual senso mai può avere - assai oltre il raggiungimento del traguardo dell’età anagrafica e del periodo necessario alla cosiddetta “maturità professionale”, e magari con lo sguardo rivolto ai responsabili di alcuni tra i tanti “mezzi” d’informazione dell’entroterra meridionale - non dare perché non essere in grado di potere una linea editoriale che tale possa definirsi, navigando piuttosto a vista, afferrando sprazzi di contenuto o di accadimenti, e spacciandoli per notizie da sommergere tra pagine e pagine di pubblicità (tra pubblicità manifeste, redazionali, redazionali non dichiarati, altrimenti noti come pubblicità occulta, o, addirittura, intere copertine letteralmente finale oggetto di commerciale trattazione)?
Il “giornalismo”, quella nobile missione che fa da ponte tra ciò che accade di rilevante e chi tiene diritto e volontà ad essere informato, invece ridotto a cinico espediente, una sorta d’ingiusta pena inflitta all’ideale di professionalità, un atto di oltraggio alla naturale serietà del mestiere, un momento di degenerazione di cui si ha perfino divertita compiacenza, che rimane senza seguito di giusta reazione collettiva grazie alla tipica cecità coscienziale appunto delle comunità di paese.
Il fatto è anche che per stendere una linea editoriale che possa essere definita tale, bisogna lavorare - e tanto - in senso giornalistico, con il cuore all’analisi, non con un animo commercialmente e totalmente assorbito alle fonti di sponsorizzazione. Dura lex, sed lex.
Ecco perché, in tutte le aziende editoriali che tali sono realmente, non solo si distinguono i ruoli, ma questi non comunicano fra di essi.
Insomma, come se se ne annientasse l’anima, dopo averla usata a dovere. Un fenomeno che finisce per dar conferma della vocazione prepotentemente commerciale di certi luoghi, alla faccia dei fiumi di intenzioni e parole che scorrono ad intermittenza e all’occorrenza, davanti ad occhi e orecchie di genti prive di strumenti di coscienza che permettano di andare oltre le apparenze del primo pasto.
Così, con le dovute eccezioni e se ne trovano non poche - ma mai molte - qua e là, mai una critica al potere politico, mai una battaglia civica se non foraggiata da una sovvenzione economica di fazione partitica, mai un cenno al mal governo di questo o di quello, oppure ai veri mali delle società locali! Sembra quasi che si voglia dire: l’importante sono i soldi, perché inimicarsi questo o quello, se, poi, i soldi possono arrivare proprio da lì?!
Perché si erga una critica o un “attacco”, bisogna che ci si senta “attaccati”. Proprio come accade nella logica di territorio delle cosche criminali. Tu attaccami che io ti attacco. Se il potere politico non attacca, il mezzo d’informazione non attacca. Ancora di più se, da quel potere politico, potrebbe derivare appunto un vantaggio economico, sotto forma di pubblicità istituzionale ad esempio. Ma perché mai dovremmo difendere la cittadinanza dai soprusi e dagli inganni del potere politico, quando quel potere ci ha nutrito e può continuare a farlo?! Questo il triste livello di certa Informazione, di certo non solo dei paesi dell’entroterra. Uno che tanto dice della reale maturità di chi spesso compie un atto di arroganza nel porsi a capo di un atto, quello dell’Informare, il quale presuppone non solo una specifica sensibilità, ma pure regole morali e professionali che stanno a presidio di confine di questa.
D’altra parte, s’osservi bene, li si vede, i cosiddetti “protagonisti”, vale a dire coloro che tali si fanno bastando un minimo di favella per venir creduti, per caso vergare articoli con regolarità oppure lanciarsi in ambiziosi progetti giornalistici, in speciali culturali o in dossiers tematici? No! E perché? Perché il vero obiettivo che li ha sempre animati e tutt’ora li anima, non è quello della professione giornalistica (intesa anche come professione di fede), e neanche di un reddito che li soddisfi, ma semplicemente di far soldi e di farne a montagna, e, una volta raggiunto questo scopo, basta! Nel giornalismo hanno cioè trovato principalmente un’occasione per riuscirci, e finora lo hanno coltivato in quanto tale. Ma, soprattutto, in tutto ciò non portano remora alcuna, fuor di quella che potrebbe ispirare il giudizio comune. A questo, gioco forza, debbono stare attenti. Per Bacco, a qualcheduno potrebbe pure venir da dire: che quadro triste, pietoso e miserando!
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