Michele Zarrillo (intervista): «“L’elefante e la farfalla”? Ha segnato un momento cruciale della mia carriera musicale e meritava un tributo speciale»


NICOLA RICCHITELLI
- A trent'anni esatti dall'uscita di uno dei suoi brani più amati, Michele Zarrillo torna a esibirsi nei principali teatri italiani con il nuovo progetto live "1996 – 2026 L’elefante e la farfalla". Il tour, che ha preso il via il 28 marzo da Fondi, attraverserà l'Italia per tutto il 2026 per celebrare un grande classico della canzone d'autore. Scritta insieme a Vincenzo Incenzo e presentata al Festival di Sanremo nel febbraio del 1996, "L'elefante e la farfalla" dà il nome al quinto album dell'artista ed è ancora oggi una delle canzoni più attese dai fan.

Tra le tappe più attese del tour "1996 – 2026 L’elefante e la farfalla" spicca l'imminente trittico di appuntamenti in Puglia, che vedrà Michele Zarrillo protagonista sui palchi della regione per tre sere consecutive. Il mini-tour pugliese prenderà il via il 22 maggio a Martina Franca presso il Teatro Nuovo, per poi fare tappa il 23 maggio a Lecce nello storico Teatro Politeama Greco. Questa esclusiva sequenza di concerti si concluderà il 24 maggio a Bitritto, alle porte di Bari, all'interno del PalaTour. Per il pubblico locale si tratta di un'occasione imperdibile per ascoltare dal vivo i grandi classici del cantautore a breve distanza da casa.

A distanza di trent’anni perché hai sentito il bisogno di festeggiare questo brano?

R: «Credo che le canzoni fondamentali del proprio percorso artistico e umano vadano sempre festeggiate, un po' come facciamo con i nostri compleanni. "L'elefante e la farfalla" ha segnato un momento cruciale della mia carriera musicale e meritava un tributo speciale. Detto in tutta franchezza, e con il rapporto di grande complicità che mi lega al pubblico, ogni scusa è buona per dare un bel titolo a un progetto. Ci siamo resi conto che l'album compiva trent'anni e ci è sembrato naturale dedicargli un tour, per riportare sul palco e ricordare insieme una delle quattro o tre canzoni più importanti della mia vita».

“L'elefante e la farfalla" arrivò subito dopo il grandissimo successo dell'album "Come uomo tra gli uomini", che conteneva un vero e proprio manifesto come "Cinque giorni". Che ricordi ha di quel periodo e quanta ansia c'era nel pubblicare il nuovo lavoro?

R: «Riconfermarsi non è mai facile... Riconfermare un successo è sempre una grande responsabilità. Penso a "Cinque giorni", una canzone che già all'epoca veniva suonata e cantata ovunque in modo del tutto inaspettato. Non mi attendevo un riscontro simile: sono passati tanti anni e oggi, stranamente, è diventata un inno per i ragazzi, avendo forse ancora più successo adesso rispetto a trent'anni fa. Tuttavia, quando vivi periodi così creativi e intensi, in cui la concentrazione sul tuo mestiere è massima e sei nel pieno dell'ispirazione, non provi paura. Sapevo di far uscire una grande canzone che si distaccava da "Cinque giorni" a livello di narrativa».

In cosa si differenziava, a livello profondo, il messaggio di questo brano rispetto al precedente?

R: «È sempre una storia d'amore, ma dalle sfumature più esistenziali. Riguarda le persone che non riescono a esternare le proprie emozioni in una società dominata dall'apparenza, che ci costringe a vivere più fuori che dentro di noi. L'elefante rappresenta proprio questo: l'incapacità di passare attraverso la porta di una vita che ci pretende tutti vincenti, perfetti e sempre pronti a salire sul carro del vincitore. Qualcuno si crogiola in questo modo di vivere, ma per molti si tratta di una realtà difficile da affrontare. Chi possiede un'interiorità forte e profonda fa fatica ad adattarsi a un mondo che ci vuole a tutti i costi sempre splendidi e performanti».

"L'elefante e la farfalla" è un album in cui trovano spazio molti temi complessi e impegnati: penso a brani come "L'infanzia negata", "Come hai potuto" o "Occhi siciliani". A distanza di trent'anni, quanto sono ancora attuali queste canzoni oggi?

R: «Credo che l’essere umano, fin dalle sue origini più primordiali, viva una realtà interiore che sembra diversa da quella del passato, ma che in fondo ci vede sempre alla ricerca del mistero della vita. È un interrogativo che non abbiamo ancora appagato: nasciamo e siamo destinati ad andarcene. Certe canzoni sono un po' come alcuni libri o come la musica classica, che magari ha quattrocento anni ma resta più bella che mai. Ci sono opere che con il passare del tempo prendono una forma definitiva e si impreziosiscono, perché fanno parte del nostro stesso esistere. Anche le denunce sociali presenti in questo mio album rispondono a questa logica. L'uomo si evolve in modo strano: quando guadagna qualcosa, ne perde inevitabilmente un'altra. C'è sempre una bilancia che oscilla. Non voglio fare il pessimista, ma ognuno reagisce in base alla propria natura: c'è chi è più empatico e riesce a immedesimarsi nei problemi degli altri. Alla fine, l'uomo affronta le stesse problematiche nonostante lo scorrere degli anni. Senza voler paragonare le mie canzoni alle grandi opere, quando le cose sono fatte con il cuore e vanno in profondità, non hanno tempo. Fanno parte della nostra esistenza a prescindere dall'epoca in cui escono».

Un'ultima curiosità sul tour in partenza: in scaletta verranno riproposti tutti i brani di quel disco o qualcosa è rimasto fuori?

R: «L'omaggio è rivolto in particolare a "L'elefante e la farfalla" come canzone simbolo, più che all'intero disco. In realtà, il concerto prevede una rivisitazione complessiva dei brani più importanti di tutta la mia carriera, non si limiterà esclusivamente alle tracce di quell'album».

Parlando di Sanremo, lei detiene un piccolo record con ben tredici partecipazioni in gara. Qualche mese fa è tornato su quel palco per un intenso duetto nella serata delle cover con Sal Da Vinci. Com'è cambiato negli anni il Festival e qual è il suo approccio attuale a questa manifestazione?

R: «Quel palco mi trasmette sempre la stessa identica sensazione e una grandissima emozione, sia che ci vada come ospite sia che sia in gara. Devo moltissimo a Sanremo e forse, in fondo, anche il Festival deve molto a me. Credo di averlo sempre onorato e di aver dato ogni volta il massimo. Se analizziamo la mia storia, almeno dieci o undici dei miei tredici brani sanremesi sono rimasti impressi nell'immaginario collettivo».

Per concludere e darci appuntamento alle date live del tour, che toccherà il Salento per poi chiudersi a Bari: c'è un ricordo o un legame particolare che la stringe alla Puglia?

R: «Quando fai questo mestiere giri tutta l'Italia e impari ad amarla profondamente. Io mi sento molto italiano e, non essendo un grande viaggiatore all'estero anche a causa di qualche mia fisima ipocondriaca, trovo che il nostro Paese sia straordinario in ogni sua sfaccettatura. Il Salento, in particolare, ha un'atmosfera unica tra l'entroterra e i profumi del mare. Inoltre, ho un legame umano forte con questa terra: ogni volta che vengo a fare una data c'è un grande amico che mi sta vicino, l'ex calciatore Luigi Garzya. Ci siamo conosciuti quando giocava nella Roma, siamo diventati talmente legati che mi ha chiesto di fare da padrino di battesimo a suo figlio. Scendere in Puglia è l'occasione perfetta per rivedere lui e i tanti amici che ho a Gallipoli e Bari. È una regione che amo moltissimo, soprattutto perché mi permette di fare ciò che preferisco dopo i concerti: godermi le città e i paesi di notte, fare lunghe passeggiate nei centri storici deserti e assaporare l'atmosfera notturna dei luoghi in cui mi esibisco».