Vertenza Natuzzi, L’Abbate: “Il Governo non può assistere passivamente alla delocalizzazione in Romania”


BARI - Si è svolto giovedì 11 giugno, presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, il tavolo dedicato alla vertenza Natuzzi, convocato per affrontare il piano industriale annunciato dall’azienda che prevede il ricorso alla cassa integrazione straordinaria, possibili chiusure di stabilimenti e riduzioni occupazionali.

Al centro del confronto la decisione della società di trasferire una parte significativa della produzione dagli stabilimenti pugliesi alle sedi presenti in Romania. Una scelta che ha provocato forte preoccupazione tra lavoratori e organizzazioni sindacali, culminata in uno sciopero che ha registrato un’adesione pressoché totale da parte del personale.

Secondo quanto emerso durante l’incontro, il trasferimento delle attività produttive all’estero dovrebbe durare almeno dodici mesi. Tuttavia, non sarebbero state fornite garanzie sul ritorno delle lavorazioni in Italia al termine di questo periodo, elemento che continua ad alimentare le preoccupazioni sul futuro occupazionale dei dipendenti coinvolti.

Tra le misure illustrate dall’azienda figurano percorsi di prepensionamento per circa cento lavoratori e la cessione dello stabilimento di Ginosa a un nuovo soggetto imprenditoriale, con il previsto assorbimento di una parte degli addetti.

A esprimere forte preoccupazione è stato il deputato Giuseppe L'Abbate, che ha criticato l’atteggiamento dell’Esecutivo durante il confronto al ministero.

“Non possiamo assistere passivamente a processi di delocalizzazione che rischiano di impoverire il tessuto produttivo nazionale”, ha dichiarato L’Abbate, chiedendo un ruolo più incisivo del Governo nella tutela dell’occupazione e delle attività produttive sul territorio italiano.

Il parlamentare ha inoltre evidenziato le difficoltà legate a un eventuale intervento pubblico attraverso Invitalia, sottolineando come la natura internazionale e la quotazione della società sui mercati statunitensi rendano più complessa qualsiasi operazione di sostegno diretto.

“La questione non riguarda soltanto la riduzione dei costi – ha aggiunto – ma la necessità di costruire una prospettiva industriale credibile fatta di investimenti, rilancio produttivo e garanzie per i lavoratori”.

La vertenza resta aperta e nelle prossime settimane sono attesi ulteriori confronti tra azienda, sindacati e istituzioni per cercare soluzioni che possano salvaguardare l’occupazione e il futuro degli stabilimenti pugliesi.