Bari, a Notti Sacre “La radura dei dimenticati”: la favola di Roberto Ottaviano tra musica e arti visive


BARI - Giovedì 15 ottobre, alle 20.30, nella chiesa di Santa Teresa dei Maschi, a Bari Vecchia, andrà in scena in prima assoluta La radura dei dimenticati, la favola di Roberto Ottaviano con musiche di Grazia Bonasia, nell’ambito di Notti Sacre Ricercari.

Un burattino senza un braccio, un orso ricucito tante volte e un carillon che ha smarrito la propria melodia sono gli abitanti di un luogo immaginario in cui approdano gli oggetti dimenticati, custodi silenziosi di affetti e storie lontane. È questo l’universo poetico dello spettacolo, che esplora il rapporto tra memoria e oblio attraverso un intreccio di musica, narrazione e arti visive.

La storia conduce il pubblico in una radura fuori dal tempo, dove gli alberi fioriscono quando qualcuno viene ricordato e lo stagno restituisce immagini del passato. Il ricordo diventa così il ponte tra chi ha dimenticato e gli oggetti un tempo amati, in una favola che invita a riflettere sul valore dei legami e sulla possibilità di ritrovare ciò che sembrava perduto.

La dimensione narrativa prende forma attraverso il dialogo tra composizione musicale, improvvisazione, voce e immagini. Grazia Bonasia, al pianoforte e autrice delle musiche, alterna la scrittura musicale all’improvvisazione di Roberto Ottaviano, al sassofono, all’elettronica e alla voce. La narrazione è affidata a Maria Chiodo, mentre le animazioni con ombre e silhouette di Maria Cavallo, l’animazione a passo uno di Beatrice Mazzone e la videoarte di Miguel Gomez costruiscono un paesaggio visivo che accompagna e amplia il racconto.

«È tutto in contrappunto», spiega Bonasia, sottolineando il rapporto tra parole, musica e immagini. Ogni linguaggio mantiene la propria autonomia e contribuisce a creare un’esperienza in cui il suono apre nuove prospettive sulla storia e le immagini ne amplificano la dimensione onirica.

Con La radura dei dimenticati, Notti Sacre propone una ricerca espressiva che trasforma la favola in una riflessione sulla memoria e sulla persistenza degli affetti. Un invito a riconoscere, anche negli oggetti più fragili, le tracce di ciò che continua a vivere dentro di noi.