Roma: Dylan Dog +40, dal 28 ottobre al Teatro Eliseo


FRANCESCO GRECO - ROMA
– Rivoluzionario, ipocondriaco, fuori dalle regole. Semanticamente affollato. Come polisemici sono i personaggi che gli ruotano intorno: da Groucho a Bree Daniels, da Xabaras a Veronika, l’Ispettore Bloch, etc.

Dylan Dog compie 40 anni. La fortunata “creatura” di Tiziano Sclavi e della SBE (Sergio Bonelli Editore), “indagatore dell’incubo”, nell’immaginario di milioni di lettori di tutto il mondo, spalmati in più generazioni, ha voglia di nuovi orizzonti, di rimodularsi, ripensarsi, riproporsi, conquistare nuovi appassionati.

E quale migliore codice espressivo/estetico del teatro? Il più ricco e contaminato, dai tempi di Euripide e Aristofane?

Un’operazione audace, anche rischiosa (la prima di questo genere in Italia), ma per questo ancora più eccitante.

“Dylan Dog Horror Show” è stato presentato, in una conferenza stampa intrigante e densa di pathos, al Teatro Eliseo di Roma, che dopo ben sei anni di sosta, torna in attività, con la direzione artistica di Alessandro Longobardi.

Anteprime dal 22, debutto il 28 ottobre.

E dunque, una mattinata light in compagnia dell’iconico personaggio nato nel 1986 (26 settembre) dalla verve magmatica di Tiziano Sclavi, che con Nicola Russo firma gli albi da cui è tratta la sceneggiatura, per la regia di Walter Malosti (“Il viaggio di G. Mastorna”, Fellini, “Lazarus”, opera rock di David Bowie ed Enda Walsh). Produzione: SBE.

Longobardi: “Per rilanciare l’Eliseo, SBE ha scelto di produrre un’icona del fumetto italiano. Mi auguro che i giovani vengano a scoprire Dylan Dog. Non è un’operazione nostalgia, è teatro horror contemporaneo. Viola Produzioni continua la sua ricerca su nuovi pubblici e nuovi linguaggi per il teatro”.

Malosti: “Dal fumetto al palcoscenico: la prima produzione italiana di SBE”.

Michele Masiero, direttore editoriale SBE: “La scintilla iniziale ce l’ha data Francesco Bellomo, appassionato di arte e fumetti. Non volevamo un testo in prosa, né un musical, ma di contenuti”.

Come dire: Dylan è sincero, appassionato, istintivo, un po’ filosofo. Come tutti: uno specchio in cui noi contemporanei possiamo rimirarci e magari, chissà, riconoscerci. Trasversale al tempo, sospeso fra passato e presente: la dimensione dove i morti non sono del tutto morti e i vivi lo sono solo nella loro fragile illusione.

Decodificato in teatro nella sua fascinosa ontologia, con le mille, infinite contaminazioni, carsiche e di superficie, per essere proposto alle nuove generazioni s/perdute fra la banalità social e le confortanti verità dell’AI. Mentre la vita, come ci dice Dylan, è azione, avventura, energia, armonia, bellezza.

Dylan inquieto e insonne, che declina l’incubo per affrontare misteri, sciarade, geroglifici.

E dunque aspettiamo ansiosi e curiosi la misteriosa e affascinante Veronika che “porta un nuovo caso all’Indagatore dell’Incubo, che da sempre affronta e enigmi insoliti e inquietanti, orrori di questo e altri mondi…”.

Sipario!