Strage ferroviaria Andria-Corato, la sorella di una vittima: «Sentenza inaccettabile, troppe domande senza risposta»


ANDRIA - «Ventitré morti e una giustizia che lascia troppe domande. Non si può accettare una sentenza come questa». È l’amara reazione di Anna Aloysi, sorella di Maria Aloysi, una delle 23 vittime della strage ferroviaria sulla tratta Andria-Corato del 12 luglio 2016, dopo la sentenza della Cassazione.

In una dichiarazione rilasciata al giornalista Savino Montaruli, Aloysi, presidente dell’associazione “Anna Aloysi – Incidente Ferroviario Andria-Corato 12 luglio 2016”, esprime tutta la sua delusione per l’esito giudiziario della vicenda.

«Dopo oltre dieci anni dalla strage ferroviaria Andria-Corato del 12 luglio 2016, il dolore delle famiglie viene colpito ancora una volta. Ventitré persone hanno perso la vita e cinquantuno sono rimaste ferite. Tra quelle vittime c’era mia sorella, Maria Aloysi. Da quel giorno la nostra vita è cambiata per sempre».

Aloysi contesta in particolare la decisione della Cassazione, che ha confermato due condanne e l’assoluzione di Ferrotramviaria: «È una conclusione che, come familiare di una vittima e come presidente dell’associazione, non riesco ad accettare».

Secondo la sorella della vittima, la tragedia non può essere ricondotta esclusivamente all’errore umano. «Non si può pensare che una tragedia di questa portata venga spiegata e chiusa soltanto attraverso il solo errore umano. Quando due treni si scontrano frontalmente e ventitré persone muoiono, è doveroso interrogarsi fino in fondo su tutto ciò che riguardava l’organizzazione, la sicurezza, i controlli e le responsabilità complessive».

Le famiglie delle vittime, prosegue Aloysi, hanno atteso per anni l’esito dei procedimenti. «Hanno seguito processi, udienze, rinvii, sentenze e ricorsi. Ogni volta hanno rivissuto il dolore di quel 12 luglio, nella speranza che la giustizia potesse offrire risposte piene e definitive. Oggi, invece, restano rabbia, amarezza e troppe domande».

Poi il ricordo della sorella e delle altre vittime: «Mia sorella Maria non è un numero. Nessuna delle ventitré vittime lo è. Erano persone con famiglie, sogni, progetti e una vita davanti. Sono salite su quei treni pensando semplicemente di arrivare a destinazione. Non sono mai tornate a casa».

Da qui la decisione di proseguire la battaglia per la verità: «Il dolore non si archivia. La memoria non si archivia. E non può essere archiviata nemmeno la richiesta di verità e giustizia delle famiglie».

«Continuerò a portare avanti questa battaglia con tutta la forza che ho. Continuerò a parlare per mia sorella e nel rispetto di tutte le vittime, perché dopo ventitré morti non si può chiudere tutto lasciando alle famiglie soltanto il peso del dolore e il senso di una giustizia incompleta», conclude Aloysi.

«Il 12 luglio 2016 resterà per sempre una ferita aperta. Finché avrò voce continuerò a chiedere verità, responsabilità, rispetto e giustizia per Maria e per tutte le persone che quel giorno hanno perso la vita».